Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel terzo appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per arrivare virtualmente a Prima Porta alla scoperta delle proprietà di Livia Drusilla: la casa di città e la villa in campagna

Terzo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri) e il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater) il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora una volta dal Palatino, precisamente dalla Casa (di città) di Livia Drusilla, terza e ultima carismatica moglie di Augusto, e seguendo la via Flaminia si arriva idealmente a Prima Porta, dove sorgeva la sua villa in campagna.

La Casa di Livia sul Palatino. Iuliae Augustae: queste parole scritte su una tubatura di piombo rinvenuta durante gli scavi ottocenteschi hanno permesso di attribuire a Livia, terza e ultima moglie di Augusto, una ricca domus situata sulla sommità Palatino. “Costruita all’inizio del I sec a.C., quando il colle era disseminato di abitazioni private dell’aristocrazia senatoria”, spiegano gli archeologi del PArCo, “la casa fu ristrutturata intorno al 30 a.C. e decorata con gli affreschi ancora oggi in parte conservati; in quell’occasione fu probabilmente trasformata in un appartamento riservato a Livia all’interno del complesso abitativo augusteo”.

“A colpirci, oltre alle semplici e raffinate pavimentazioni a mosaico bianco-nero, è la decorazione dipinta di secondo stile pompeiano: nel tablino, ambiente di ricevimento che si affaccia sull’atrio, ammiriamo un podio sormontato da colonne, tra cui si aprono vedute immaginarie. Tra le scene mitologiche si riconoscono Polifemo e Galatea e la ninfa Io sorvegliata da Argo. Ai lati dei quadri centrali aperture spaziano su paesaggi immaginari e architetture fantastiche, arricchite da sfingi, figure alate e candelabri”.

“Nell’ala destra la decorazione – continuano – invece è organizzata intorno a un portico aggettante: tra le colonne sono dipinti festoni vegetali ornati con bende e oggetti di culto. In alto corre un singolare fregio monocromo su fondo giallo, con rappresentazioni di vita reale alternate a scene di ambiente egizio, rese in modo “impressionistico” con rapide pennellate”.

La Villa di Livia a Prima Porta. “Ma Livia, discendente di una delle più note famiglie della Roma repubblicana”, ricordano ancora gli archeologi del PArCo, “famiglia che vantava tra i suoi membri consoli e generali, ed ex moglie di un esponente dell’illustre gens Claudia, aveva certamente molte altre proprietà. Tra queste c’era, come sappiamo dagli storici antichi, una villa sulla Via Flaminia, detta ad gallinas albas (alle galline bianche) a causa di un prodigio che vi si era verificato: un’aquila aveva lasciato cadere in grembo a Livia una gallina bianca che aveva nel becco un ramo di alloro. Su consiglio degli aruspici la gallina venne allevata, e intorno alla villa fu piantato un bosco di allori, da cui si coglievano i rami utilizzati nei trionfi”.

“Questa villa è stata identificata, grazie a numerosi indizi, con un complesso antico scavato presso Prima Porta, che conservava un ambiente sotterraneo con straordinarie pitture di giardino, oggi al museo nazionale Romano a Palazzo Massimo. Tale è il realismo di queste pitture – assicurano al PArCo -, che abbiamo l’illusione di trovarci davvero in un giardino disseminato di fiori e di arbusti: riconosciamo allori, rose, margherite, papaveri, cespi di camomilla, cotogni, melograni, mirti, oleandri, pini domestici, abeti, querce, lecci; tra gli uccelli lo zimbello ed il merlo. La raffigurazione degli elementi in scale diverse e le cime degli alberi piegate dal vento rendono ancora più realistica la rappresentazione”.

“Questa straordinaria decorazione, realizzata più o meno negli stessi anni delle pitture del Palatino, è il primo esempio noto di pittura di giardino, un genere che avrà grande fortuna nel mondo romano, non solo nelle abitazioni ma anche, in forme diverse, nella pittura funeraria: in essa il giardino – concludono – diventa infatti simbolo del piacere di vivere, che neanche nella morte i romani rinunciano a celebrare”. Orari di ingresso e informazioni sulla visita nelle quattro sedi del museo nazionale Romano sono disponibili sul sito ufficiale https://museonazionaleromano.beniculturali.it/.
Il museo nazionale Romano riapre le porte ai visitatori: si inizia il 1° febbraio con Crypta Balbi, poi l’8 febbraio Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps. Il direttore Stéphane Verger racconta i lavori fatti in lockdown e annuncia le novità per il 2021

Il museo nazionale Romano torna ad aprire le porte ai suoi visitatori. Si comincia con la Crypta Balbi lunedì 1° febbraio 2021, un sito tutto da esplorare e ancora da scoprire: stanno infatti per iniziare nuovi lavori di restauro che consentiranno un ulteriore ampliamento del percorso espositivo. I nuovi orari di visita sono: lunedì-venerdì, dalle 14 alle 19.45. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a 2 euro. Le visite di gruppo, accompagnate e non, sono consentite fino a un massimo di 14 partecipanti, comprensivi dell’accompagnatore/guida turistica. Da lunedì 8 febbraio 2021 riapriranno le loro porte anche le altre sedi: Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps.

La Crypta Balbi è un complesso collegato all’antico teatro Balbo. Prezioso e raffinato, il più piccolo dei tre teatri dell’antica Roma fu costruito nel 13 a.C. da Lucio Cornelio Balbo, spagnolo di Cadice, con il bottino delle vittorie riportate sulle popolazioni libiche. Al teatro era annesso un vasto cortile porticato, piuttosto angusto, chiamato crypta. Era qui che gli spettatori trovavano riparo in caso di pioggia o si radunavano durante le pause degli spettacoli, ed è proprio qui che duemila anni dopo, in quelle stesse strutture, sorge il Museo. La specificità della Crypta Balbi, nel contesto del Museo nazionale romano, è di essere un museo di archeologia urbana, che ricerca e documenta l’evoluzione di quello spazio, dei suoi insediamenti e delle sue destinazioni d’uso lungo i secoli.
Il direttore Stéphane Verger racconta l’esperienza del museo nazionale Romano durante la fase epidemiologica del Covid 19 e le attività messe in campo in occasione della chiusura al pubblico. “Durante questo periodo di chiusura”, racconta, “si lavora molto al museo nazionale Romano. Si lavora già per inventare nuovi modi per presentare le collezioni del museo. Per il pubblico ovviamente è difficile seguire queste chiusure e riaperture, e quindi noi diamo una continuità col nuovo sito web e dei social che permettono ogni giorno di avere un appuntamento per il pubblico che può rivisitare virtualmente un’ala del museo, un oggetto rivederlo, sia quelli più famosi come il Pugile di Palazzo Massimo sia quelli meno noti. Il museo nazionale Romano è costituito da quattro sedi: le Terme di Diocleziano sono una sede immensa, quindi dobbiamo lavorare per riaprire. Ma c’è poi Crypta Balbi: adesso se ne vede solo un decimo. Poi ci sono anche lavori a Palazzo Altemps dove c’è un nuovo cortile che sarà aperto nel 2021. E a Palazzo Massimo c’è tanto da fare nei magazzini che sono un patrimonio enorme e che pure in questo caso lo si deve far vedere di più. Si lavora anche per preparare la riapertura. Nel 2021 ci sarà una grande mostra e quindi il pubblico deve vedere che si è arricchito il museo, e che si arricchirà la visita. C’è stato veramente un lavoro molto importante e fatto a porte chiuse. E quindi si deve far vedere al pubblico qual è la ricchezza delle competenze della squadra; e quel lavoro deve essere valorizzato nelle visite che permettono di mostrare tutto quello che c’è dietro le quinte”.
Vicenza, alla mostra “Mito. Dei ed eroi”: in questa 1^ parte scopriamo Apollo, nume tutelare della famiglia Leoni Montanari: gli affreschi allegorici del nobile palazzo dialogano con statue e affreschi antichi, e dipinti moderni

La statua romana di Apollo accoglie i visitatori della mostra “Mito. Dei ed eroi” a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza. Alle sue spalle si intravede il Salone di Apollo (foto Graziano Tavan)

Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, curatori della mostra “Mito, dei ed eroi” (foto Graziano Tavan)
Ercole vigila dall’alto della suggestiva loggia barocca l’ingresso del palazzo e quanti fanno visita alla nobile famiglia vicentina dei Leoni Montanari di cui è nume tutelare. Ma ai più sfugge il suo sguardo. I visitatori che varcano la soglia della storica dimora di contra’ Santa Corona, a Vicenza, oggi sede delle collezioni delle Gallerie d’Italia di Banca Intesa San Paolo, attraversano distratti l’antico passo carraio e salgono al piano nobile. E qui invece non può sfuggire l’altro protagonista del palazzo e della famiglia che questo palazzo ha voluto con tutte le sue decorazioni celebrative, Apollo. Fino al 14 luglio 2019 un bellissimo Apollo del I sec. d.C. dal museo romano di Palazzo Massimo accoglie i visitatori nel “suo” palazzo. Alle sue spalle si apre il grande Salone, non a caso dedicato proprio ad Apollo, dove inizia il percorso della mostra “Mito. Dei ed eroi”, a cura di Fernando Mazzocca, Federica Giacobello, Agata Keran, allestita per celebrare il ventennale dell’apertura della sede vicentina delle Gallerie d’Italia (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/05/a-vicenza-la-mostra-mito-dei-ed-eroi-per-il-ventennale-delle-gallerie-ditalia-fa-riscoprire-arte-e-architettura-di-palazzo-leoni-montanari-in-cui-preziosi-reperti-antichi-d/). Il percorso si snoda lungo il piano nobile di Palazzo Leoni Montanari che rappresenta uno straordinario palcoscenico d’arte, popolato di miti e di allegorie profondamente legati al destino umano e storico della casata Leoni Montanari. Il filo conduttore della mostra è costituito dalle raffigurazioni pittoriche che ornano il palazzo di origine seicentesca: miti e iconografie greche risemantizzati per esaltare i valori ideali della committenza alla luce dell’ideologia e del sentimento del tempo. Partendo dunque dalla rilettura moderna, il visitatore è poi condotto a riscoprire divinità e racconti mitici nella loro autenticità antica, a comprenderne il valore religioso e artistico per cui furono concepiti.

“La strage dei Niobidi”: uno dei due “arazzi” dipinti nel Salone di Apollo di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza da Giuseppe Alberti (foto Graziano Tavan)
Il dio tutelare del palazzo e protagonista delle sue raffigurazioni è – come si diceva – Apollo, divinità oracolare, delle arti e della musica. Con lui si apre la mostra in una sezione dedicata a due episodi del mito greco che lo vedono coinvolto in feroci punizioni esemplari ma che nel programma iconografico seicentesco servono a sottolineare la visione del palazzo come palcoscenico teatrale e musicale: la strage dei Niobidi e la gara musicale tra Apollo e Marsia. Siamo nel cosiddetto Salone di Apollo, luogo deputato sin dalle origini a eventi conviviali, come feste, concerti e momento teatrali. Questi due miti sono rappresentati nel Salone di Apollo dai dipinti realizzati come finti arazzi dal trentino Giuseppe Alberti, chiamato dai Leoni Montanari tra il 1687 e il 1688 a realizzare un ampio apparato ornamentale all’insegna della glorificazione della casata, in occasione dell’acquisizione della cittadinanza nobiliare di Vicenza. Apollo è infallibile arciere, venerato in antico come Parnopios (sterminatore di cavallette): e proprio un esempio di Apollo arciere è quello che abbiamo appena incontrato all’ingresso del salone, che si rifà a un celebre tipo statuario dello scultore ateniese Fidia, dedicato sull’Acropoli a protezione dei flagelli naturali. Ed è con l’arco che Apollo vendicherà, insieme alla sorella gemella Artemide, la madre Latona compiendo la strage dei figli di Niobe, la mortale che aveva osato vantarsi con la dea della sua numerosa progenie, compiendo un atto di hybris, all’origine della tragedia che ha colpito profondamente l’immaginario letterario e artistico. L’altro episodio che, come il precedente, ebbe grande fortuna e diffusione, è presentato più avanti – nel percorso della mostra – nella cosiddetta Sala dell’Antica Roma: Apollo è celebrato come dio della musica ed esperto suonatore della lira: tra i suoi molti trionfi sconfigge il satiro Marsia, abile suonatore di aulòs, flauto a doppia canna, che aveva osato sfidarlo in una gara musicale. Marsia fu punito con una tortura atroce ed esemplare: fu scorticato vivo.

La strage dei Niobidi su un affresco staccato dalla Casa del Marinaio di Pompei e oggi al Mann (foto Graziano Tavan)

Dettaglio del fronte di sarcofago del II sec. d.C. dal museo Archeologico nazionale di Venezia con la strage dei Niobidi (foto Graziano Tavan)
Usciti dal Salone di Apollo incontriamo due preziosi vasi per la conservazione dell’acqua lustrale (loutrophoros) a figure rosse (IV sec. a.C.) conservate al museo Archeologico nazionale di Napoli sui quali è rappresentata la pietrificazione di Niobe, mentre nell’affresco staccato dalla Casa del Marinaio di Pompei, a essere descritta è la strage dei Niobidi, cioè l’uccisione dei figli maschi di Niobe da parte di Apollo. Le figlie, invece, saranno eliminate da Artemide: a questa strage assiste impotente Niobe. La vediamo in una scena ricca di pathos in un marmo dipinto con pigmenti ocra proveniente dalla stessa domus pompeiana. Niobe guarda in alto, terrorizzata, in direzione delle frecce saettate da Artemide e col mantello cerca di proteggere una delle sue bimbe, colta mentre urla di dolore trafitta alla coscia da una freccia. Lo sguardo di Apollo nella testa in marmo del II sec. d.C. ci porta invece ad ammirare il coevo fronte di sarcofago dal museo Archeologico nazionale di Venezia, dove in un contorcersi di corpi si consuma la strage dei Niobidi, invano protetti dai loro genitori. Il mito dei figli di Niobe uccisi da Apollo e Artemide ha una ricca tradizione iconografica come conferma l’olio su tela del bresciano Luigi Basiletti che, oltre a essere stato un apprezzato pittore di paesaggio è stato anche un grande archeologo cui si devono gli scavi e il recuperi della Brescia romana. Basiletti recupera la drammaticità del mito e rievoca il mondo classico inserendo sullo sfondo la cupola del Pantheon e i Dioscuri del Quirinale.

Il bellissimo “Sigillo di Nerone” con il mito di Apollo e Marsia dal museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)
Con il mito di Apollo e Marsia celebrato, come abbiamo visto, nel Salone di Apollo, si esalta l’arte della musica e del bel canto al suono della lira. Con la vittoria di Apollo sul satiro Marsia esperto suonatore di flauto, le Muse decretano la superiorità degli strumenti a corda su quelli a fiato. Il mito attestato in Grecia dalla metà del V sec. a.C. e documentato vivacemente nel vaso apulo del IV sec. a.C. conservato al Mann esposto in mostra a Vicenza, ebbe grande popolarità nell’arte romana di ambito privato come testimoniano l’affresco da Pompei e il celebre “sigillo di Nerone”, gemma della fine del I sec. a.C. entrata a far parte della collezione di Lorenzo de’ Medici alla fine del XV secolo e oggi al Mann: Apollo è a sinistra, in piedi. Con la sinistra tiene la cetra e con la destra il plettro. A destra, seduto su una roccia è Marsia, legato con le braccia dietro la schiena a un albero disseccato. È il momento prima della fine del mito quando Marsia viene punito per la sua tracotanza (hybris). Chiudono questa sezione due opere. Una antica: la statuetta di Apollo citaredo del II sec. d.C., proveniente dall’Archeologico di Venezia, ritratto mentre nudo pizzica il suo strumento preferito: la cetra. L’altra moderna, a conferma del mito che continua: è una tela di Pompeo Batoni del 1741 con Apollo, la Musica e la Geometria, dove il pittore realizza l’allegoria delle arti, in cui Apollo rappresenta la Poesia.
L’Efebo torna a Sutri. Per due anni. Il capolavoro del primo periodo imperiale, copia romana di originale di Prassitele, ora dovrà essere valorizzato per poter restare dove fu trovato nel 1912
L’Efebo torna a Sutri. Per due anni. Ma se il capolavoro sarà valorizzato diventerà il simbolo della cittadina del Viterbese, per sempre. La statua di bronzo, alta 78 centimetri, del primo periodo imperiale, da lungo tempo conservata nel caveau di Palazzo Massimo del museo Nazionale Romano di Roma, è l’assoluta protagonista della mostra biennale inaugurata al museo del Patrimonium di Sutri alla presenza del sottosegretario uscente ai beni e alle attività culturali Antimo Cesaro e di Emmanuele Francesco Maria Emanuele, il mecenate che più di tutti si è speso per ottenere la restituzione dell’opera, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, che da anni contribuisce al restauro e alla conservazione del patrimonio della cittadina. L’Efebo fu ritrovato nel 1912 a Sutri da due contadini, Giacomo Brigotti e Giuseppe Bomarsi, durante i lavori di dissodamento di un terreno che non presenta traccia di antico abitato e che fa presupporre la statua fosse stata portata e nascosta nel sito del ritrovamento. “È un capolavoro assoluto”, sottolinea Cesaro, “la scuola da cui deriva la copia potrebbe essere quella di Prassitele. L’Efebo è testimonianza di una civiltà millenaria che ancora oggi si rende attuale in un reperto che deve essere ospitato all’interno della comunità a cui appartiene, è anche occasione per creare economia della cultura e Sutri ha tutte le potenzialità per essere un centro di cultura e turismo a livello nazionale”.

L’Efebo di Sutri: figura maschile giovanile, con il braccio destro sul capo e il sinistro piegato per portare ad altezza del volto un oggetto ora mancante, forse uno specchio
La statua rappresenta una figura maschile giovanile, con il braccio destro sul capo e il sinistro piegato in modo da portare ad altezza del volto un oggetto ora mancante, forse uno specchio. Ha i capelli lunghi raccolti sopra la testa e stretti attorno alla nuca da un cercine, intorno al quale sono accolte le ciocche più lunghe. La gamba sinistra è spezzata perché probabilmente è stata strappata dal supporto originale, che è stato perduto. La somiglianza dell’Efebo con la maggior parte dei bronzi pompeiani lo vuole prodotto da un’officina nazionale, come si conveniva al gusto e al lusso dell’arricchita borghesia romana. “Moltiplicare l’idea di museo diffuso”, interviene Francesco Rutelli che, per primo, portò la statua da Roma a Sutri, “è un bene per l’Italia perché, a differenza del resto del mondo in cui i musei sono centralizzati, noi abbiamo circa 4400 piccoli musei: la sfida è trasformare gradualmente il nostro patrimonio diffuso in economia per il Paese”.
La mostra aperta a Sutri – come si diceva – ha una data di inizio, ma non ancora una data di chiusura. La soprintendenza romana ha infatti acconsentito a un prestito biennale dell’Efebo, che diventerà stabile se l’opera verrà valorizzata nel migliore dei modi. All’inaugurazione hanno preso parte, tra gli altri, anche il sindaco di Sutri, Guido Cianti e l’assessore alla cultura, Ercole Fabrizi. “Mi impegnerò”, assicura Emanuele, “a fare in modo che questo capolavoro da Sutri non si muova più, perché rimanga e dia gloria a questa meravigliosa città di cui è pregevole testimonianza. Vorrei far diventare Sutri la nuova Spoleto, perché ci sono indubbiamente i presupposti per farlo”.
Alla mostra “Archaeology and Me” a Palazzo Massimo a Roma per la prima volta insieme due dei tre pezzi trafugati del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani

Il gruppo del “Gladiatore che uccide il leone” in un’incisione della seicentesca Collezione Giustiniani
Per la prima volta dopo 50 anni tornano insieme due dei tre pezzi del “Gladiatore che uccide un leone”, gruppo scultoreo della seicentesca Collezione Giustiniani, trafugati tra il 1966 e il 1971: sono la testa del leone, preso, ma ruggente. E il busto dell’atleta pronto a colpirlo a morte. Testa di leone e busto dell’atleta sono le star indiscusse della mostra “Archaelogy and Me – Pensare l’archeologia nell’Europa contemporanea”, aperta al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma fino al 23 aprile 2017. Che cos’è l’archeologia? Come viene percepita dai cittadini europei? Quale ruolo ha nella società contemporanea? Sono le domande alle quali risponde la mostra a cura di Maria Pia Guermandi e Rita Paris, promossa dalla soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area centrale di Roma e dal museo nazionale Romano, in collaborazione con l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e naturali dell’Emilia Romagna, con l’organizzazione di Electa.
Il gruppo del “Gladiatore che uccide un leone”, ritratto in una delle incisioni volute dal marchese Vincenzo Giustianiani nel 1631 per illustrare la sua collezione di antichità, era in realtà una composizione creata all’epoca intorno al frammento di un Mitra tauroctono di età romana. Rubato dalla Villa di Bassano Romano, il torso è stato restituito dal Getty Museum nel ’99 grazie al nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri dopo una lunga vicenda, ben riassunta sul sito “Archaelogy and me”, che dimostra come “l’archeologia non sia solo scavo, ma anche studio, conoscenza, collaborazione e tanta pazienza. E talora, come nel caso del “torso di Mitra”, l’archeologia un caso da risolvere!”. “Siamo al 1984”, raccontano gli esperti di Archaeology and me, “quando alcune foto di dettaglio del solo busto della statua apparvero in un articolo sui restauri del Paul Getty Museum di Malibu, in California. Non venivano forniti né una foto per intero della statua né indicazioni sulla provenienza! Ancora una volta fu un archeologo a riconoscere il pezzo: il tedesco Rainer Vollkommer, studioso dell’iconografia del dio Mitra. Evidentemente il torso del “Gladiatore-Mitra” era uscito illegalmente dal nostro Paese per essere venduto sul mercato antiquario. Grazie al reparto operativo del comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale nel 1999 l’opera ritornò in Italia e venne collocato a Ostia, accanto all’originale come avrebbe voluto Giovanni Becatti”.
La testa del leone è stata invece rinvenuta ad aprile scorso nel sito archeologico di Capo di Bove sulla Via Appia, in una villa privata acquistata dalla soprintendenza e oggi aperta al pubblico. “Per una strana coincidenza della sorte”, ci raccontano ancora gli archeologi di Archaeology and Me, “la testa, rubata nel 1966, era già rientrata a far parte delle collezioni dello Stato: era esposta nella Villa di Capo di Bove, al Parco Archeologico dell’Appia Antica! È possibile che la testa fosse stata acquistata sul mercato antiquario dal vecchio proprietario della villa, prima che la proprietà fosse venduta alla Soprintendenza Archeologica di Roma nel 2002. E ora, grazie al sapiente lavoro dei Carabinieri del Nucleo Tutela il pezzo è stato riconosciuto e, in occasione della mostra “Archaeology&ME”, è finalmente possibile rivedere riuniti due “protagonisti” di questa lunga storia!”.
Dopo otto anni di mostre in giro per il mondo, torna a casa al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo a Roma il Pugilatore, o Pugile a riposo, scultura in bronzo capolavoro dell’arte greca
Otto anni di viaggi ed esposizioni per il mondo, ma ora è finalmente tornato a casa. Definitivamente. Il Pugilatore, capolavoro assoluto dell’arte greca, è di nuovo nella sua sede di Palazzo Massimo a Roma dopo essere stato nel 2008 a Berlino, nel 2013 a New York e a Francoforte, e nel 2015 a Firenze (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/03/13/mostra-kolossal-a-firenze-potere-e-pathos-bronzi-del-mondo-ellenistico-capolavori-per-la-prima-volta-insieme-poi-andranno-a-los-angeles-e-washington/) e Los Angeles, star della mostra “Power and Pathos: Bronze Sculpture of the Hellenistic World” al Getty Museum dove è stata visitata da oltre 170mila persone. Ad accoglierlo nella sala del museo nazionale Romano, il soprintendente Francesco Prosperetti, il direttore del museo Rita Paris e il pugile Nino Benvenuti (campione olimpico e campione mondiale dei pesi medi) il quale, dopo essersi inginocchiato di fronte a quello che è uno dei rarissimi bronzi dell’antichità pervenutici, si è detto ”estasiato ed emozionato”. Durante la delicata fase di sballaggio ecco emergere per primo il volto, l’espressione stupita e interrogante, che lo ha reso famoso nel mondo, poi dalla cassa che lo ha protetto nel viaggio di ritorno da Los Angeles esce anche il corpo possente liberato dalle imbracature usate per tenerlo fermo. I tecnici della società Montenovi (addetta al movimentazione del capolavoro) abilmente rimuovono i piani di legno che hanno tenuto bloccato il bronzo ellenistico durante gli spostamenti, seguiti attraverso sensori capaci di riportare continuamente ai restauratori della soprintendenza i dati delle condizioni microclimatiche o delle inclinazioni eventuali della cassa. Del resto, a proteggerlo ulteriormente, nei tre mesi di esposizione al Getty Museum, c’era una base antisismica, mentre anche lì venivano rispettate tutte le procedure di salvaguardia. Un capolavoro comunque in buone condizioni, restaurato da Olimpia Colicicchi negli anni ’80 e sottoposto a un intervento di manutenzione nel 2005. L’attrazione della statua, spiegato Prosperetti, “deriva non solo dalla sua bellezza, ma da quest’aura di mistero che lo circonda. Il mistero che avvolge i Bronzi di Riace è stato sempre un motivo di grandissimo interesse per il pubblico. Questo non è successo per il Pugilatore, ma le circostanze del ritrovamento e la mancanza di notizie ne fanno veramente un mistero”.
La statua bronzea del Pugile in riposo, conosciuta anche come Pugile delle Terme o Pugile del Quirinale, scultura greca alta 128 cm, datata alla seconda metà del IV secolo a.C. e attribuita a Lisippo o alla sua immediata cerchia, fu rinvenuta nel 1885 a Roma alle pendici del Quirinale nell’area del convento di San Silvestro, insieme al cosiddetto Principe ellenistico, altro bronzo però non faceva parte dello stesso gruppo, probabilmente sculture che abbellivano le Terme di Costantino. L’opera, realizzata con la tecnica della fusione a cera persa e con il metodo indiretto, è un insieme di otto segmenti. Le labbra, le ferite e le cicatrici del volto erano fuse separatamente in una lega più scura o in rame massiccio. Separatamente erano fuse anche le dita centrali dei piedi (un aspetto tecnico già riscontrato nei bronzi di Riace) per permettere una più accurata modellazione degli spazi interdigitali. Lo stesso si dica per la calotta cranica che doveva permettere l’inserimento degli occhi policromi dall’interno.
La scultura rappresenta un pugile seduto, colto probabilmente in un momento di riposo dopo un incontro; le mani sono protette dai cesti (dal latino: caestus), grossi e complessi guantoni introdotti nella pratica pugilistica dal IV secolo a.C.: le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche. “La forze di quest’opera”, spiegano gli storici dell’arte antica, “sta nel contrasto fra la quiete e il contenimento geometrico espressi dalle braccia appoggiate sulle gambe, e l’improvviso scatto della testa che si volta verso destra aprendo all’estetica lisippea del kairos”. Gli inserti in rame, sulla spalla destra, sull’avambraccio, sui guanti e sulla coscia, rappresentano gocce di sangue colate dalle ferite nell’atto del volgersi della testa.
Il corpo è muscoloso, reso con un trattamento non dissimile da quello riscontrabile nell’Eracle a riposo della versione Pitti-Farnese (Ercole Farnese); il viso, di cui si notano la cura della barba e della pettinatura, è di un uomo maturo e presenta i segni del tempo e dei numerosi incontri passati. Le tumefazioni sulle orecchie, in particolare, anche oggi riscontrabili negli atleti dediti alla lotta greco-romana o al Judo senza pregiudicarne le funzioni uditive, rimarcando le innumerevoli lotte passate sembrano indicare in una sordità traumatica la ragione di quel volgersi repentino e teso della testa, in contrasto con la spossatezza del corpo contribuendo all’impatto realistico dell’opera. Alcune estremità della statua si presentano leggermente più lucide a causa dello sfregamento di antichi ammiratori, ciò dimostra quanto l’opera fosse tenuta in considerazione. L’enfasi sulle ferite da combattimento ha portato a identificare il pugile con quel Mys di Taranto che vinse per la prima volta nel 336 a Olimpia al termine di una carriera coronata da sconfitte.
“Giocare in termini di comunicazione sulla grande attrattiva proposta da pezzi di questa importanza”, prosegue il soprintendente Prosperetti, “è fondamentale in una prospettiva in cui i beni culturali devono diventare la molla di un rinnovamento di questa città”. Più in generale, riferendosi al museo nazionale Romano di Palazzo Massimo, Prosperetti sottolinea che “merita un ripensamento perché lo straordinario valore dei pezzi che sono stati portati qui dentro merita un ambiente più al passo con i tempi. Stiamo studiando un progetto, ne parleremo quando sarà pronto”.























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