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“Le Passeggiate del Direttore”: col 26.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci fa conoscere la sepoltura di Petamenofi di età adrianea proveniente dalla tomba della famiglia Soter che ha riutilizzato una tomba di età ramesside. I corredi di età romana sono sparsi in tutta Europa: obiettivo dell’Egizio ricomporlo in una grande mostra nel 2021

C’è una tomba al museo Egizio di Torino che ben racconta l’ibridazione della cultura egizia con la cultura greca nella fase greco-romana dell’Antico Egitto: è la tomba della famiglia Soter, una parte del cui corredo è arrivato anche al museo torinese. Ce ne parla Christian Greco nel 26.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicato a “Petamenofi e l’Egitto Romano”. La narrazione parte dalla TT32, la tomba tebana 32 del periodo ramesside appartenuta a Djehutymes, intendente al tempio di Amon, e alla moglie Aset, dei quali sono esposti al museo Egizio due coperchi di sarcofagi, in granito rosa. “Più di 1300 anni dopo, all’età di Traiano e Adriano”, racconta Greco, “la tomba viene riutilizzata dalla famiglia di Soter che la riserva a tutti i componenti della famiglia. Oggi il corredo delle sepolture dei componenti della famiglia Soter è sparso in tutta Europa. Soter e il corredo di Soter si trova al British Museum; i loro figli si trovano al Louvre di Parigi; un’altra loro figlia, Sensao, si trova al museo nazionale delle Antichità di Leiden; e proprio Sensao è la zia di Petamenofi che è conservato al museo Egizio di Torino. I fratelli e i cugini di Petamenofi sono al Neues Museum di Berlino. Proprio data l’importanza di tutto ciò, il museo Egizio di Torino sta lavorando, nella fattispecie la nostra curatrice Susanne Töpfer, alla ricomposizione di questo corredo per una mostra che dovremmo aprire nel 2021”.

Il sarcofago a pilastrini di Petamenofi (età adrianea) conservato al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

Nella sepoltura di Petamenofi ritroviamo elementi antico-egizi che vengono recuperati. “Innanzitutto il sarcofago”, fa notare Greco. “La forma, che abbiamo imparato a conoscere, quella che vedevamo nei sarcofagi all’inizio della storia egizia, è a cassa con un coperchio bombato e con dei pilastri. In una delle puntate precedenti il sarcofago a pilastrini di Hori (VII sec. a.C.) è stato definito un cosmogramma. Ma qui la decorazione è completamente diversa. C’è una colonna di testo al centro in geroglifico, che ci riporta alla tradizione. Poi però nella lunetta c’è anche un testo scritto in greco, la lingua che si parlava, la lingua della burocrazia. In quel momento era il greco la lingua dell’impero romano d’oriente. E per vedere come la tradizione sia ancora vivente è interessante guardare la raffigurazione che si trova sulla parte inferiore della cassa, che con elementi nuovi ripropone però iconografie antico-egizie. C’è un geroglifico sopra, una piccola giara, che si legge “nw”, “nwt”, e quindi è la raffigurazione della dea Nut. E al contempo è interessante osservare la mummia. Si continua a mummificare i morti, quindi questo mondo greco-romano guarda con grande interesse alla tradizione millenaria dell’antico Egitto. I greci -l’abbiamo già sottolineato – guardavano sempre con grande attenzione all’antico Egitto come luogo di una storia millenaria, di tradizioni che si erano sedimentate, e un luogo di grande cultura e di grandi conoscenze. Addirittura Platone, nel libro decimo della Politeia, scaccia l’arte dalla città ideale, ad eccezione di quella egizia che invece deve essere mantenuta”.

La mummia di Petamenofi (età adrianea) conservata al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

“Quindi la mummificazione c’è ancora: la preservazione del corpo, perché il corpo deve essere wejat, deve essere conservato, il defunto deve essere assimilato a Osiride; la presenza poi della dea Nut, che abbiamo già visto nel sarcofago di Hori, veniva acclamata ricordando il capitolo 368 del Libro dei morti. Ma la mummia ha anche nuove caratteristiche. Non solo gli intrecci ci permettono di datare la mummia all’età di Adriano, siamo dunque in piena età imperiale, ma è anche interessante notare la posizione della testa. Il mento è schiacciato contro il petto e la testa sembra rialzata. Questo è un elemento tipico delle mummie di età romana. Infatti la testa si alza, il corpo si risveglia e il defunto non è più in quel torpore della morte, ma si solleva e comincia quindi la resurrezione. Eco quindi il simbolo, l’elemento, di resurrezione, l’augurio di resurrezione tipico dell’età romana che riscontriamo in queste mummie”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 24.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco fa un approfondimento sulle mummie degli animali, manifestazione animale del dio, deposte come ex voto. E poi parla dell’enoteismo e delle divinità poliadiche

“Le mummie animali e il visir Gemenefherbak” sono il tema affrontato da Christian Greco nel 24.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore”. Un elemento interessante del culto in Antico Egitto è quello delle mummie animali. Esse fanno parte di quel culto che gli egizi rivolgevano agli dei, anzi alla manifestazione che determinati dei potevano avere in forma animale. Esistono diverse tipologie di mummie. In giare di argilla ci sono mummie di un uccello, l’ibis. Ma si trovano anche mummie di serpente, di pesci, di toro, di falco, di babbuino. “Ci sono quindi quasi tutte le tipologie di animali che possono essere messe in connessione con la manifestazione del dio alle quali si poteva dare una mummia. Una mummia come ex voto”, spiega Greco. Perché qual è la funzione delle mummie animali? “Le mummie animali potevano essere preparate come cibo per l’aldilà, e in quel caso hanno un aspetto relativamente diverso. Al museo Egizio di Torino sono conservate mummie preparate come cibo. Gli uccelli, per esempio, vengono spennati, l’oca viene preparata e messa in un contenitore di modo che il defunto possa essere assicurato di cibo nell’aldilà. Ci sono anche i casi, ma sono molto limitati, di animali domestici che venivano poi mummificati e sepolti insieme al proprietario”.

Esempi di mummie animali conservate al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Ma la stragrande maggioranza delle mummie animali sono ex voto: si portava una mummia che aveva le stesse sembianze della manifestazione animale del dio come ex voto perché il dio potesse essere benevolente e potesse dare tutti i favori che il fedele richiedeva. “Ma quando parliamo di dio e di dei nell’antico Egitto, cosa intendiamo?”, si chiede Greco. “È un sistema molto complesso, un sistema che si può definire un sistema politeistico, ma che già studiosi negli anni Ottanta del secolo scorso un sistema enoteistico”. Al museo Egizio di Torino una cartina dell’Egitto con il Nilo mostra una serie di divinità collegate al luogo in cui principalmente erano adorate. Ad Abido, per esempio, è associato il dio Osiride. “Ma Osiride era una divinità nazionale. Certo, però Osiride nasce innanzitutto da una divinità locale che si chiamava Khenti-mentju, il primo degli Occidentali. Tra l’altro Khenti-mentju è anche uno degli epiteti di Osiride. Osiride è il primo degli Occidentali perché Osiride è colui che è morto e poi è resuscitato. I morti si trovano in Occidente perché l’Occidente è il luogo in cui il sole tramonta e comincia a viaggiare nell’aldilà per le 12 ore della notte. Ma allora cosa significa che una divinità è legata a una città? Ritorno al termine enoteismo: possiamo dire che per quanto concerne lo sviluppo cronologico della religione nell’antico Egitto non parliamo di monoteismo, ovvero di dio unico, ma parliamo di enoteismo, di dio 1, cioè in ogni città vi è una particolare divinità che era importante. Quindi ad Abido ad esempio era molto importante Osiride che si riconnetteva al culto tradizionale di Khenti-mentju prima che questa diventasse una divinità nazionale. Ebbene, gli abitanti di Abido pregavano essenzialmente Osiride come una divinità poliadica e a questa divinità facevano convenire tutte le loro richieste”. E continua: “Se consideriamo le varie forme o kheperu che gli dei possono assumere, forme che in greco si chiamano epistaseis, manifestazioni, capiamo un altro concetto fondamentale: le divinità dell’antico Egitto abitavano in Egitto. L’Egitto era la “ta meri”, la terra amata dagli dei. Il prof. Assmann ha detto che mai una religione è stata così immanente come la religione antico-egizia, e che la prima separazione tra gli uomini e gli dei avviene in Grecia quando gli dei vanno ad abitare nell’Olimpo. Allora se il divino pervade completamente il mondo, pervade l’ecumene, il divino si manifesta in vari modi e quindi divino diventa il Nilo con il dio Hapi, diventano divine l’acqua e l’atmosfera con il dio Shu. Tutto in sostanza è divino. Il mondo è abitato dagli dei. Il divino poi si manifesta in vari modi, però stiamo anche attenti che queste kheperu, manifestazioni, a volte sono semplicemente caratteristiche del divino. Vediamo nella barca solare nell’Amduat che il dio sole è accompagnato da Sia ed Heka, ovvero da eloquenza e magia, che sono due caratteri stessi del divino. Allora forse per sintetizzare possiamo dire che tutto il mondo dell’antico Egitto è pervaso dal divino, che l’Egitto aveva davvero una religione assolutamente immanente, ma che al contempo le divinità poliadiche, ovvero le divinità che avevano un certo ruolo all’interno della città, per quella città sono quelle più importanti. Ed ecco quindi che ad Abido Osiride aveva un ruolo particolare, ma come lo aveva Ptah a Menfi, e Amon-Ra a Tebe”.

Il meraviglioso sarcofago in pietra del visir Gemenefherbak conservato al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Questo ricollegarsi alle divinità, al ruolo che esse hanno nella vita dell’antico Egitto, ma anche nella vita dopo la morte, lo ritroviamo anche nei sarcofagi. Come nel meraviglioso esemplare in pietra del sarcofago di Gemenefherbak. “È un esempio meraviglioso di uno stile che diventa quasi minimalista. E se leggiamo alcune parole del testo iniziale, ritroviamo l’elemento dell’offerta funeraria che il sovrano e Osiride devono dare. E ritroviamo Osiride che è Khenti-imentet, il primo degli Occidentali, colui che è risorto dal regno dei morti e continua nell’aldilà. Ed è il “necer aa”, il dio grande. Osiride e il sovrano devono fare in modo di dare un’offerta di voce, un’offerta magica, fatta di pane e di birra. Ecco il potere reificante della parola: se si scrivono le offerte di cui il defunto ha bisogno, queste offerte in qualche modo potranno essere garantite al defunto che ci si augura possa navigare, possa arrivare fino ai campi di Iaru, i campi elisi dove potrà continuare a svolgere la sua vita in eterno”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 23.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco fa un approfondimento sull’evoluzione dell’arte funeraria nell’Antico Egitto

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Harua (foto museo Egizio)

Col 23.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco fa un approfondimento sull’evoluzione dell’arte funeraria nell’Antico Egitto, soffermandosi sui sarcofagi di Harua e Mentuirdis, e su un cosiddetto sarcofago a pilastrini. Durante la XXV-XXVI dinastia si possono trovare sarcofagi con meno decorazione. In quello di Harua, ad esempio, vi è una colonna di testo solo al centro, un collare wsekh e poi non vi è nessun altro tipo di decorazione. “Ma come è possibile tutto ciò?”, si chiede il direttore Christian Greco. “Lo possiamo capire. Un collega norvegese ha scritto un libro molto importante sull’argomento, Anders Bettum, che si chiama “Nesting coffins”. Ovvero per preservare il corpo, per assicurare che il corpo possa essere preservato durante la vigilia della notte. E perché il defunto possa avere tutte le informazioni possibili per giungere nell’aldilà è importante che un sarcofago messo all’interno dell’altro possa avere tutti quei testi di cui ha bisogno. È proprio nell’unità dei vari sarcofagi che il defunto trova tutto ciò di cui ha bisogno”. Anche un altro sarcofago, quello di Menturdis, esposto al museo Egizio accanto a quello di Harua, ha semplicemente una colonna di testo al centro, un collare wsekh, e nessun’altra decorazione. “Vediamo però che nel sarcofago esterno, sui lati, vi sono le divinità canopiche che sono proprio quelle che attendono alla Stundenwachen, ovvero alla vigilia notturna. E se osserviamo poi sul coperchio del sarcofago interno vediamo una bellissima rappresentazione della dea dell’Occidente, Imentet, colei che deve accompagnare il defunto nell’aldilà e fare in modo che possa sopravvivere in eterno”.

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago a pilastrini dell’VIII sec. a.C. (foto museo Egizio)

“Le credenze ovviamente che sono alla base della cultura funeraria dell’Antico Egitto permangono e sono molto solide”, continua Greco, “e forse nessun’altra tipologia di sarcofago ci permette di capirle di più del cosiddetto sarcofago qeresu o sarcofago a pilastrini. Ne abbiamo parlato in una delle prime puntate quando abbiamo visto come i primi sarcofagi erano definiti appunto qereset. E quando abbiamo letto alcune parole del Libro dei Morti di Kha abbiamo visto che il geroglifico qereset viene usato come determinativo per indicare la sepoltura. Questa forma di sarcofago a cassa con il coperchio bombato, con quattro pilastrini ai lati, lo ritroviamo nel VIII sec. a.C. e questa tipologia di sarcofago è stata definita da John Taylor, curatore al British Museum, una specie di cosmogramma. Perché questo sarcofago contiene in nuce tutte le credenze funerarie dell’Antico Egitto, cosicché il defunto possa avere tutto ciò di cui ha bisogno. Andiamo ad analizzarlo iniziando dalla cassa. Nella cassa vediamo ai lati le cosiddette divinità canopiche, coloro che devono preservare durante la Stundenwachen, durante la vigilia notturna, il corpo del defunto. Interessante notare come la cassa sia divisa dal coperchio dal cosiddetto fregio kekeru, fregio che si nota anche all’interno delle strutture architettoniche dell’Antico Egitto. Nelle tombe si trova al di sopra delle pareti, come a dividere le pareti dal soffitto. Il fatto che sia posto qui ci mette subito in allerta, e ci dice che questa tipologia di testi sono i testi che avremmo trovato nelle pareti di una tomba, mentre quello che vi è al di sopra è il soffitto. E infatti proprio questo avviene. Ci sono sulla cassa le divinità canopiche che preservano il copro, e se il corpo è preservato e intatto il defunto può cominciare il suo viaggio ininterrotto assieme al dio sole nella barca solare. Vediamo il dio sole nella sua fattezza diurna che viaggia da Oriente a Occidente, mentre dall’altra parte troviamo il dio sole sempre nella barca, questa volta è la barca notturna del dio sole, e il dio sole viaggia da Occidente a Oriente”.

La lunetta con l’Occidente del sarcofago a pilastrini dell’VIII sec. a.C. (foto museo Egizio)

La lunetta con l’Oriente del sarcofago a pilastrini dell’VIII sec. a.C. (foto museo Egizio)

Nella colonna di testo al centro viene ricordato un capitolo importante dei testi delle piramidi, il capitolo 368, dove si invoca la dea Nut come colei che divide il cielo in due e che può proteggere il defunto e renderlo come un dio senza nemici. “Ecco quindi che davvero questo sarcofago ricalca in toto una camera sepolcrale”, sottolinea Greco. “Ci viene alla mente la scena meravigliosa che troviamo nella camera sepolcrale della tomba di Ramses VI ad esempio dove la dea Nut divide la calotta della camera sepolcrale stessa nel libro del giorno e della notte, e dove vi sono delle raffigurazioni immense che fanno vedere il viaggio del dio sole continuo durante le 24 ore del giorno. Ebbene la cassa preserva il corpo, il coperchio ci parla della dea Nut e ci fa vedere il periplo continuo del dio sole. Ma anche le lunette laterali ci danno elementi importanti. A partire da quella dove vediamo due occhi udjat con un segno nefer al centro. Questa composizione viene letta neferet e significa Occidente. È il luogo in cui si trova la tomba di Osiride. Quindi da una parte l’Occidente, e ovviamente nell’altra lunetta vi è l’Oriente. Così la cosmografia è assolutamente completa. Qui l’Oriente è molto chiaro. Si vede il segno dell’orizzonte. Sopra l’orizzonte c’è il disco solare che viene adorato dai due ba orientali. Qui sorge il sole e da lì sul coperchio infatti parte la barca del giorno. Dall’altra parte il sole tramonta e sul coperchio parte la barca della notte. Si vede quindi che questo è ciò che ogni defunto ambisce ad avere. Il corpo è preservato, e se il corpo è preservato, il defunto, la sua anima, può viaggiare assieme al dio sole per sempre e maat viene mantenuta sulla terra. Anche qui è interessante notare come questi testi, il libro del giorno e il libro della notte, che troviamo nella camera sepolcrale di Ramses VI, o nella camera sepolcrale di Ramses IX, erano prerogativa semplicemente regali, e in questo periodo con il venir meno della forza unificante politica centrale anche delle persone private possono ambire ad avere un testo”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 21.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sul sarcofago di Khonsumes, tipico sarcofago maschile del Terzo Periodo Intermedio

Col 21.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta stavolta i sarcofagi maschili descrivendo il sarcofago di Khonsumes esposto nella galleria dei Sarcofagi del museo Egizio di Torino. Siamo ancora di fronte a un cosiddetto sarcofago giallo, coperto di decorazioni con l’horror vacui, e la presenza degli stessi elementi dell’unità solare osiriaca: la dea Nut al centro. Sopra la sua testa il simbolo del cielo, solcato da una barca con all’interno uno scarabeo alato con la testa d’ariete, sormontato da un disco solare, e ai due lati la rappresentazione del dio Osiride. Ma perché questo è sicuramente un sarcofago maschile? “Innanzitutto ha una parrucca striata e non decorata a falde larghe orizzontali come un sarcofago femminile, come quello di Tabekenkhonsu”, spiega Greco. “Poi vediamo che invece di avere due mani stese ha due pugni. E non c’è la decorazione di orecchini e né vediamo le rosette sotto le falde della parrucca a indicare i seni. Quindi questo è un sarcofago maschile: siamo all’epoca della XXI dinastia, ed è proprio ora che si vede la distinzione di genere nei sarcofagi. Il sarcofago in questo periodo diventa quell’elemento che raccoglie in sé tutti gli elementi fondamentali per la resurrezione del defunto. E se andiamo a vedere la cassa, vediamo, riconosciamo scene che eravamo abituati a vedere nei rilievi delle tombe tebane. La tomba è rappresentata sormontata da una piramide in mattoni crudi con la parte della cuspide resa in un altro colore perché quella era la parte in pietra dove vi era il pyramidion. La tomba è inserita poi all’interno della necropoli, della montagna tebana, custodita da uno sciacallo. E dalla montagna tebana esce la vacca hathorica, simbolo della dea Hathor, la dea dell’Occidente, custode della necropoli tebana. Anche qui c’è sulla campitura del sarcofago come uno squarcio, di colore diverso dal giallo, per mostrarci l’aldilà. E poi c’è la scena della teogenesi ovvero della dea Nut nuda, simbolo del cielo, ricurva che forma quasi una volta sostenuta da Shu, e a terra invece una divinità maschile verde che è il dio Geb. Dall’unione di Nut e Geb nasceranno le quattro divinità: Iside, Nefti, Osiride e Seth”.

La dea Hathor appare tra i rami del sicomoro: particolare della cassa del sarcofago di Tabekenkhonsu (foto museo Egizio)

Sulla cassa del sarcofago di Tabekenkhonsu ci sono alcune scene molto interessanti. “Innanzitutto, la rappresentazione della dea dell’Occidente, Hathor, che appare nell’albero sicomoro e versa, quasi facesse una libagione, dell’acqua al defunto che è qui in adorazione. L’albero si trova di fronte alla tomba, la tomba di nuovo resa con la sua facciata, sormontata dalla piramide e la parte alta, la cuspide, il pyramidion in pietra. E questa raffigurazione ci ricorda anche un inno delle tombe tebane in cui sappiamo che i familiari che fanno visita alla tomba vengono invitati a soffermarsi e a sedersi sotto i rami dell’albero sicomoro; e quando sentiranno il frusciare delle foglie non dovranno pensare che quello è il vento ma le anime dei defunti che vengono lì a sedersi. Di nuovo la tomba – sottolinea Greco – è quell’elemento liminale che permette l’incontro tra i viventi e i defunti. E poi al centro è rappresentata una scena importantissima che abbiamo visto nel papiro di Iuefankh: il capitolo 125 del Libro dei Morti. La defunta Tabekenkhonsu in abiti di viventi si trova all’interno di uno spazio architettonico definito. Dietro di lei vi è una divinità femminile con una testa un po’ strana, che per noi però è molto utile perché quella testa resa in quel modo è un geroglifico e di legge “imentet” e quindi è la dea dell’Occidente, Hathor. Tabekenkhonsu assieme alla dea dell’Occidente entra in questo spazio. Davanti a lei c’è il dio Thot, il dio della scrittura, il dio della sapienza, con in mano la paletta scrittoria, che è lì a scrivere. Perché? Perché questa è una versione molto compatta del capitolo 125 del Libro dei Morti. Non vediamo la scena della psicostasia, però sappiamo che siamo di fronte a Osiride che siede in trono seguito dalla dea Iside. E riconosciamo un altro elemento importante: il mostruoso Ammit, il divoratore, che qui è rappresentato con la testa di coccodrillo, la parte anteriore di leone, la parte posteriore di ippopotamo. È lì pronto a divorare il cuore nel caso risultasse più pesante della piuma. Anche se la scena della psicostasia qui non è resa, sappiamo che abbiamo a che fare con questa. C’è un altro elemento importante: la presenza del dio Horus, colui che deve vendicare il padre dopo che era stato ucciso da Seth. E lo vediamo qui con la corona dell’Alto e del Basso Egitto, quindi è colui che adesso ha saldamente il potere sull’Egitto ed è succeduto al padre Osiride”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 20.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco si sofferma sul sarcofago di Tabekenkhonsu, tipico sarcofago femminile del Terzo Periodo Intermedio

Col 20.mo appuntamento delle “Passeggiate del direttore” siamo ancora nel Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco ci presenta i sarcofagi femminili descrivendo il sarcofago di Tabekenkhonsu esposto nella galleria dei Sarcofagi del museo Egizio di Torino. “Il nome della defunta – spiega Greco – è scritto su una colonna in geroglifico preceduto dagli appellativi “l’Osiride e la signora della casa”, “cantatrice di Amon-Ra signore degli dei”, seguito da “djed es” “ella dice” con alcune formule funerarie. La fattura di questo sarcofago molto raffinato si vede nella resa dei geroglifici e dei dettagli. Ad assicurarci che si tratta di un sarcofago femminile sono le due mani stese, anche se qui ne rimane solo una. E poi ci sono due orecchini che adornano i lobi delle orecchie. Sul davanti si vede una treccia finemente intrecciata che ci ricorda la parrucca di Merit. La parrucca è in blu egizio: pigmento artificiale ottenuto dalla malachite con l’aggiunta di natron che aveva un processo di doppia ossidazione e che gli egizi chiamavano “fatto come di lapislazzuli”. Il fatto che qui non sia più così brillante è dovuto non solo all’invecchiamento ma anche alla vernice che ne ha alterato la valenza cromatica. Questa capigliatura tipica femminile è decorata con due fasce orizzontali. Molto evidente è anche la resa dei seni. Al di sotto delle falde della parrucca vi sono quelle che sembrano due rosette e indicano i seni. Quindi mani stese, seni, orecchini, tutti elementi tipici femminili”.

Il sarcofago di Tabekenkhonsu al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Come nel sarcofago di Butehamon c’è un collare a giorno “wsekh” con due teste di falco che rappresentano il dio Horus. “Evidente l’horror vacui con questa decorazione fittissima che deve trasferire al sarcofago tutti gli elementi indispensabili per la sopravvivenza del defunto nell’aldilà. Innanzitutto è interessante osservare nella parte centrale il succedersi di scarabei e dischi solari. Lo scarabeo è il simbolo del dio sole di giorno. Tra l’altro qui lo scarabeo è reso con la testa di ariete. L’ariete è invece la forma del dio sole di notte. Quindi qui le due “keperu”, le due manifestazioni del dio sole sono fuse assieme. Al centro di nuovo la dea Nut, la dea del cielo notturno e immediatamente sopra la testa della dea Nut vediamo il simbolo stellato del cielo stesso, anche questo reso in blu egizio. Una parte della superficie del simbolo del cielo è stata danneggiata permettendoci di cogliere la brillantezza del blu che non è stato alterato dallo strato di vernice. Interessante è la tecnica. Alcune figure come lo scarabeo, il simbolo stesso del cielo, ma anche le ali della dea Nut sono in rilievo. Quindi il blu egizio non veniva usato semplicemente come pigmento ma anche in rilievo quasi a rendere una tridimensionalità all’interno della decorazione stessa. E poi la parte immediatamente sopra il simbolo del cielo, dove al centro c’è lo scarabeo, ci ricorda anche un altro aspetto fondamentale della religione egizia: l’unità solare osiriaca, perché mentre al centro c’è lo scarabeo ai due lati troviamo seduto in trono il dio Osiride. Di nuovo il dio sole e il dio Osiride, che sono questo “necer aa”, questo grande dio, i quali devono fare in modo che non solo il corpo del defunto venga preservato ma che anche egli possa poi raggiungere la barca del dio sole e prendere parte al periplo eterno attorno alla terra assieme a lui”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 19.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci fa conoscere l’Amduat, il viaggio notturno del sole col papiro dell’Amduat e i testi sul sarcofago dello scriba Butehamon

Il 19.mo appuntamento con le “Passeggiate con il direttore” è il secondo dedicato al Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco illustra “L’Amduat, il viaggio notturno del Dio Sole” ancora attraverso il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon. L’Amduat è un testo che comincia a trovarsi decorato nelle pareti dei sovrani del Nuovo Regno nella Valle dei Re. E per tutto il Nuovo Regno questo testo riguarderà solo i sovrani. A partire dal Terzo Periodo Intermedio invece lo cominciamo a trovare nei papiri, lo cominciamo a trovare degli excerpta usati nei sarcofagi perché l’unità salda politica del Paese viene meno e quindi anche i privati possono ambire a avere degli excerpta di questo testo. Cosa ci racconta? “Ci racconta il periplo solare del sole durante la notte quando il sole tramonta a Occidente”, spiega Greco. “Gli egizi credevano che il sole viaggiasse per dodici ore nelle profondità della terra per poi risorgere di nuovo ad Oriente al mattino. E questo viaggio non era un viaggio che potesse lasciare il sovrano e il mondo indifferenti perché ogni notte vi era una lotta cosmica tra il dio Sole e Apophis, tra il bene e il male. Apophis tentava di impedire che il dio Sole potesse risorgere. Se questo avesse avuto seguito la vita nella terra sarebbe venuta a finire. Ed ecco quindi in questo papiro che ci narra il viaggio del dio Sole durante la notte, vediamo che il viaggio è scandito da delle pause, ci sono dodici ore nella notte. Ed è anche rappresentato in tre registri diversi. Nel registro principale si vede la barca del dio Sole. Qui il dio Sole si trova con la sua fattezza a testa di ariete, quindi il dio Sole criocefalo, contenuto all’interno del serpente Mehen, che è un serpente protettivo. E il dio Sole è accompagnato da altre persone di equipaggio all’interno della barca. Il suo viaggio continua finché alla fine del viaggio, al mattino, il dio Sole che adesso non ha più la testa di ariete ma ha la forma di scarabeo, arriva all’orizzonte orientale e tramite Shu il disco solare viene spinto sulla terra e il dio resuscita. Ecco quindi che la vita sulla terra può andare avanti ed ecco anche che avviene una separazione tra il dio Sole che torna sulla terra e Osiride che invece rimane nell’aldilà, dopo che durante le ore della notte Osiride e il dio Sole sono stati unificati, sono stati “necer aa”, dio grande”.

La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno di Butehamon al museo Egizio di Torino con il testo dell’Amduat in ieratico (foto museo Egizio)

L’Amduat lo troviamo anche nei sarcofagi. Un esempio è il sarcofago di Butehamon. “La parte posteriore del coperchio del sarcofago interno e la cosiddetta copertura di mummia sono iscritti da un testo in ieratico, una forma corsiva di scrittura. E questo è il cosiddetto Libro delle Respirazioni e attiene ovviamente al rituale dell’apertura della bocca, che era il momento in cui prima che il defunto fosse messo all’interno della tomba, il sarcofago veniva messo in posizione verticale e veniva chiamato un sacerdote sem, che utilizzando uno strumento nelle sue mani, perpetrava questo rituale dell’apertura della bocca in modo che il defunto potesse tornare a respirare, a vivere, a fruire delle offerte nell’aldilà. Quindi l’Amduat adesso non è più rappresentato in una parete e quindi viene traslato all’interno del coperchio di modo che il defunto abbia tutte quelle informazioni di cui ha bisogno. Per quanto concerne la storia del nostro museo – ricorda Greco -, questo testo ha anche un’importanza fondamentale. Fu oggetto della tesi dottorale di Ernesto Schiaparelli quando andò a studiare a Parigi sotto la guisa di Gaston Maspero, che era segretario generale del Service des Antiquités, ed è colui che poi diede le concessioni di scavo a Ernesto Schiaparelli. Ebbene quando Schiaparelli va a perfezionare le sue conoscenze da egittologo a Parigi nel 1880, studia il Libro dell’Apertura della Bocca e pubblica questo testo che rimane un libro fondamentale per molti anni fino alla pubblicazione di Eberhard Otto”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 18.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, con la Galleria dei Sarcofagi ci porta nel Terzo Periodo Intermedio illustrando il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon

La Galleria dei Sarcofagi al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il 18.mo appuntamento con le “Passeggiate con il direttore” è il primo dedicato al Terzo Periodo Intermedio. Il direttore Christian Greco illustra il magnifico sarcofago dello scriba Butehamon che si trova all’inizio della Galleria dei Sarcofagi, ma che forse – precisa Greco – “andrebbe meglio definita come Galleria del Terzo Periodo Intermedio che ci fa capire cosa avviene alla fine del Nuovo Regno, all’epoca di Ramses XI”. Butehamon. è lo scriba della necropoli e probabilmente è lui ad abbandonare il villaggio di Deir el Medina e andare a vivere a Medinet Habu.

“Osservando il sarcofago di Butehamon”, spiega Greco, “colpiscono subito degli elementi di differenza rispetto ai sarcofagi visti in precedenza. Qui c’è un esplodere di colori e di decorazioni. Sembra quasi che ci sia un horror vacui, che ogni centimetro quadrato del coperchio sia coperto dalla decorazione. Perché? In questo momento non si costruiscono più tombe con decorazioni parietali come avevamo conosciuto nel Nuovo Regno. La crisi economica e politica dell’Egitto spinge quindi a cambiare il culto. Però tutti quei testi che decoravano le pareti sono fondamentali perché permettono la trasfigurazione del defunto, permettono al defunto di accedere alla vita dell’aldilà e allora vengono trasferiti nel sarcofago. Così il sarcofago sopperisce alla mancanza di decorazione della tomba e ne acquisisce tutti gli elementi”.

La parte superiore del sarcofago di Butehamon (foto museo Egizio)

Questo sarcofago ci introduce in quella tipologia dei “sarcofagi gialli”. Il termine è evidente e si vedrà bene con i sarcofagi di Tabakenkhonsu e di Khonsumes: questo colore giallo predominante va a sostituire l’oro che non viene più utilizzato. Il colore è ottenuto grazie all’orpimento, un pigmento a base di arsenico che dà appunto questa colorazione molto forte. “Osserviamo alcuni elementi: si vede che il coperchio esterno del sarcofago di Butehamon presenta nella parte superiore un collare wsekh sui cui lati c’è la testa di falco e di Horus; ha le braccia incrociate sul petto, con le mani chiuse a pugno, elemento tipico per definire il fatto che questo è un sarcofago di un uomo e non di una donna. Vedremo poi che le donne presentavano i sarcofagi con due mani distese. E poi al centro vi è un elemento importantissimo: la solarizzazione, il culto del dio Sole. C’è il simbolo dell’orizzonte con il disco solare sopra, e sotto vediamo il dio nella sua forma mattutina, nella sua forma di scarabeo khepri che spinge il disco solare. E poi la dea del cielo Nut che divide quasi in due il sarcofago.

“La cassa presenta elementi importantissimi legati al culto, legati proprio al fatto che il sarcofago sia un cosmogramma, che raccolga in sé in nuce tutti gli elementi fondamentali per la resurrezione del defunto. Ad esempio, su un lato, c’è una divinità maschile verde stesa, che è il dio Geb, la terra. Al di sopra, a fare quasi una volta, è la divinità femminile Nut, che è il cielo, sostenuta da Shu, dio dell’aria e dell’atmosfera. Bene questo è anche l’inizio di quella che noi potremmo chiamare teo-genesi ma anche antropogenesi. Non è solo la creazione degli dei ma anche la creazione degli uomini. Dall’unione del cielo e della terra, di Nut e Geb, nasceranno quattro divinità Iside, Nefti, Osiride e Seth, che rappresentano anche la lotta manichea tra il bene e il male. Osiride che entra poi in contrasto con Seth. Osiride è il primo sovrano dell’Egitto che viene combattuto e ucciso da Seth. Il bene però sappiamo vincerà perché Osiride, nonostante venga ucciso dal fratello, potrà poi resuscitare grazie all’opera di Iside e Nefti e diventare il sovrano dell’oltretomba. Qui in nuce quindi è rappresentato l’inizio di tutto, l’inizio della creazione degli dei, l’inizio della creazione del mondo. Il sarcofago però ci fa vedere dall’altra parte anche un qualcosa di estremamente interessante. Ci fa entrare, per quando gli umani lo possano fare, nel mondo dell’oltretomba. La campitura bianca a un certo punto si squarcia e dove il bianco non fa più da sottofondo vi sono delle scale che scendono nell’oltretomba. Questa è la Duat, l’oltretomba. Quindi possiamo aver uno sguardo nella Duat, nell’oltretomba, in quello che avverrà nell’aldilà. Ovviamente Osiride è ben presente e lo vediamo sul fondo della cassa con la rappresentazione del cosiddetto pilastro djed, che qui è quasi personificato perché ai lati le braccia del dio tengono in mano lo scettro e il flagello. I due occhi udjat e la corona atef sono sopra il pilastro djed. Il pilastro djed è esso stesso una rappresentazione di Osiride, rappresenta la sua colonna vertebrale. Quindi ancora una volta il sarcofago è il segno dell’unità solare osiriaca, di quello che l’Amduat, ovvero testo cosmografico dell’oltretomba che ci racconta del periplo solare nell’aldilà”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: col 16.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, si sofferma sul papiro di Kha che contiene il Libro dei Morti

Il 16.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” è il secondo dei tre dedicati alla tomba di Kha e Merit. Il direttore Christian Greco illustra il papiro di Kha che contiene il Libro dei Morti: un testo policromo meraviglioso, lungo più di 14 metri, esposto in tutta la sua estensione e bellezza al museo Egizio di Torino. “All’inizio – spiega Greco – c’è un’immagine con Kha seguito da Merit di fronte a un tavolo di offerte. Dietro, all’interno di una cappella sorretta da colonne papiriformi, siede Osiride, il sovrano dell’Oltretomba, rappresentato con il colore verde, il colore della fertilità. Osiride siede su un trono a fianco del quale c’è un simbolo che si legge sema-tawy che significa l’unione dell’Alto e del Basso Egitto. Osiride poggia i piedi su una pedana che ha la stessa forma del geroglifico che si legge “maat” (“giustizia”). Quindi lui come sovrano dell’Oltretomba garantisce la giustizia e l’ordine”. Kha e Merit, nella raffigurazione, sono coperti di gioielli. “Quello che è interessante – continua Greco – è che le Tac che abbiamo fatto alle mummie di Kha e Merit hanno mostrato che all’interno delle bende ci sono effettivamente questi magnifici gioielli. Kha ha attorno al collo un collare “shebyu”, un collare dell’onore, che veniva dato ai funzionari come ricompensa del sovrano per i loro servizi. E ha uno scarabeo del cuore ancora intatto, ancora all’interno delle fasce della mummia. Scarabeo probabilmente iscritto con il capitolo 30a o 30b al Libro dei Morti in cui si dice al cuore di assistere il defunto, di dire la verità a Osiride e di non tradirlo. Probabilmente questo scarabeo ancora iscritto contiene anche il nome e il titolo del defunto, di Kha, e noi stiamo cercando di sviluppare delle tecnologie per riuscire a leggere questi geroglifici. Merit, all’interno delle bende della mummia, ha proprio il collare “wsekh”, riprodotto sul papiro. Questo collare a giorno le decora la parte superiore del collo e del petto. E poi aveva anche una cintura fatta di conchiglie, una serie di bracciali e di orecchini molto pesanti”.

Particolare del papiro di Kha conservato al museo Egizio di Torino con Kha e Merit al cospetto di Osiride (foto museo Egizio)

Particolare del papiro di Kha conservato al museo Egizio di Torino con la barca e il sarcofago in verticale e sotto le colonne in geroglifico del Libro dei Morti (foto museo Egizio)

Kha e Merit si trovano dunque di fronte a Osiride. Segue un’altra scena dove si vede una barca con un catafalco che viene trasportato da una slitta. “Il sarcofago poi viene messo in verticale di fronte all’apertura della tomba e qui – ricorda Greco – riconosciamo un rituale che abbiamo già visto in una delle “passeggiate” precedenti ed è quello dello Pesh Kef: il Pesh Kef è lo strumento che viene utilizzato da un sacerdote sem nel momento in cui sta portando avanti il rituale dell’apertura della bocca. Il defunto deve tornare a respirare, deve tornare a poter fruire non solo dell’aria ma anche delle offerte che per lui vengono depositate nella tomba. E il testo del papiro ci indica in modo molto chiaro ciò che sta avvenendo. Leggiamo: è il giorno del funerale, del responsabile delle opere, Kha. I geroglifici che indicano il nome di Kha e di Merit sono più spaziati rispetto a quelli nelle altre colonne: potrebbe indicare che sono stati inseriti all’ultimo momento. E questo potrebbe significare che esistevano dei modelli di papiri quasi pronti: si poteva andare probabilmente in una bottega a scegliere parte dei papiri e i nomi dei proprietari che volevano avere il papiro potevano essere aggiunti all’ultimo momento”.

#iorestoacasa. “Le Passeggiate del Direttore”: con l’undicesimo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco, ci fa conoscere la cosiddetta Unità Solare Osiriaca, attraverso l’esame di sarcofagi antropomorfi in legno e in pietra

mibact_iorestoacasaL’undicesimo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” ci fa conoscere la cosiddetta Unità Solare Osiriaca, un concetto, come ben spiega il direttore del museo Egizio di Torino Christian Greco, si sviluppa nel Nuovo Regno. Per introdurre l’argomento Greco ci ricorda come veniva definita una persona nell’Antico Egitto e quindi perché erano state elaborate per fare in modo di garantire al defunto di vivere e sopravvivere nell’Aldilà. C’era il ba, “l’anima”, che veniva rappresentato come un uccello con testa antropomorfa e poteva viaggiare da una parte all’altra della falsa porta. C’era il ka, la “forza vitale”, l’alter ego. C’era il corpo, che doveva essere preservato e trasfigurato con la mummificazione. E poi vi era il nome, che aveva una valenza molto importante: bisognava che il nome venisse ricordato, bisognava anzi che i passanti che si trovavano davanti alla tomba leggessero ad alta voce il nome per farlo vivere per sempre. E si arriva così, con il Nuovo Regno, con la definizione di Unità Solare Osiraca. Proprio quando cambia anche la forma dei sarcofagi che diventano antropomorfi. Nella cassa si evidenzia tutta la valenza di Osiride, sovrano d’Egitto, morto e risuscitato, ora sovrano dell’Oltretomba al quale il defunto vuole essere accomunato. “Osiride – e colui che vuole essere accomunato a Osiride –“, spiega Greco, “deve innanzitutto fare in modo che il proprio corpo venga conservato. Ecco quindi non solo la presenza di Osiride ma anche le divinità canopiche, Hapi e Qebehsenuf, Imset e Duamutef, che sono i quattro figli di Horus, e poi c’è Anubi, il dio Sciacallo che deve portare il defunto nell’Aldilà. Quindi il sarcofago è un cosmogramma, quel luogo in cui tutti gli elementi fondamentali della religione antico-egizia trovano spazio e, grazie ai testi che sono scritti, si fa in modo che il corpo venga preservato. Perché solo se il corpo è preservato, come è scritto nel capitolo 151 del Libro dei Morti, il defunto può sopravvivere nell’Aldilà”. Una volta che l’obiettivo è stato raggiunto, cioè che la cassa e il sarcofago riescono a preservare il defunto, arrivati sul coperchio il defunto deve avere la forza di essere trasfigurato e di poter viaggiare con il dio Sole e prendere parte al periplo solare. Le due divinità, Osiride e Ra, hanno un ruolo fondamentale nel determinare la vita dell’Antico Egitto. Osiride garantirà la sopravvivenza nell’Aldilà, il Sole con il suo periplo continuo garantisce che sulla terra ci sia maat “ordine” e che la terra possa continuare a vivere. Ecco quindi che il sarcofago con elementi osiriaci ed elementi solari garantisce che con la “nuova nascita” il defunto possa continuare a vivere: è l’Unità Solare Osiriaca”.

Il sarcofago di Djehutymes in granito rosa di Assuan al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

I sarcofagi antropomorfi compaiono dalla XVII dinastia. E non sono solo in legno ma anche in pietra. Al museo Egizio di Torino ci sono due esemplari meravigliosi in granito rosa di Assuan. Il sarcofago di Djehutymes, intendente del tempio di Amon a Karnak durante l’epoca di Ramses II, circa il 1250 a.C., e, di fronte a lui, il sarcofago della moglie, Isis, che ha il titolo di cantatrice di Amon, come dimostra il sistro che tiene in mano, titolo di una sacerdotessa molto comune in questo periodo”, descrive Greco. “Qui si vedono solo i due coperchi, dove si capisce che la policromia doveva rendere questi sarcofagi ancora più spettacolari. Sono imponenti e maestosi. Ma sono anche una testimonianza importante per quanto riguarda il collezionismo e la formazione della nostra collezione”. Questi due sarcofagi – ricorda il direttore – furono ritrovati da Antonio Lebolo, un piemontese nel 1819, e Lebolo penetrò probabilmente all’interno della tomba tebana TT32 che Djehutymes aveva fatto preparare per sé e la sua famiglia. “Lebolo dentro questa tomba non trovò solo questi sarcofagi di età ramesside, ma scoprì anche che la tomba fu riutilizzata in età romana, tra Traiano e Adriano. La tomba e il suo corredo venne suddiviso tra vari collezionisti, così oggi al museo Egizio vediamo reperti che appartengono alla prima occupazione di età ramesside, ma anche un sarcofago di età adrianea, che appartiene al piccolo Petamenofi. Ma i sarcofagi della famiglia di Petamenofi e le mummie della sua famiglia sono sparse per tutta Europa: i nonni al British Museum, i genitori a Parigi, cugini e fratelli a Berlino, e la zia al museo nazionale di Antichità di Leida”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: nel quarto incontro il direttore del museo Egizio descrive il papiro di Iuefankh, con il Libro dei Morti, dal suo arrivo a Torino con la collezione Drovetti allo studio del Lepsius. Focus sulla scena della “pesatura del cuore”

Le “Passeggiate del direttore”, pensate nell’impegno lanciato dal Mibact #iorestoacasa, sono giunte alla quarta puntata. Il direttore del museo Egizio di Torino, dopo aver conosciuto gli esiti della missione in Egitto di Bernardino Drovetti, stavolta si sofferma su “Il Libro dei Morti di Iuefankh”, un papiro di oltre 19 metri, che fa parte della collezione Drovetti e oggi rappresenta uno dei pezzi più importanti conservati a Torino. “Quando nel 1824 il papiro giunse a Torino con la collezione Drovetti”, ricorda Greco, “Jean François Champollion, che due anniprima, nel 1822, per primo aveva decifrato i geroglifici, si precipitò subito nella capitale sabauda per vedere il papiro, dispiaciuto in cuor suo che non fosse arrivato in Francia. E litigò subito con Cordero di San Quintino, primo direttore dell’Egizio di Torino, perché avrebbe voluto che il papiro fosse tagliato in riquadri da conservare sotto vetro. Il direttore la vinse e oggi possiamo ammirare il papiro di Iuefankh disteso in tutta la sua lunghezza”. Chi studiò per primo questo papiro e capì che si trattava di una serie di formule che servivano a concedere al defunto, quasi un passaporto dell’Aldilà, di passare una serie di ostacoli per poter giungere ai Campi di Iaru e a proseguire la vita nell’Aldilà, fu Karl Richard Lepsius autore di “Das Todtenbuch der Aegypter nach dem Hieroglyphischen Papyrus in Turin” (Il Libro dei Morti degli egizi secondo il papiro di Torino). “Fu il Lepsius che chiamò per primo questo testo il Libro dei Morti, in realtà gli antichi egizi lo chiamavano Uscire il giorno. E da quel momento questo papiro legherà Torino e il museo Egizio all’egittologia internazionale”. Lepsius venne a Torino, vide il papiro di Iuefankh. Capì che si tratta di una serie di formule unitarie che costituiscono quello che oggi noi chiamiamo Libro dei Morti. Lui lo chiamò Libro dei Morti, e ne fece una suddivisione in 165 capitoli, studio fondamentale ancora oggi con l’aggiunta di alcuni capitoli identificati in seguito.

L’esposizione del Papiro di Iuefankh con il Libro dei Morti al museo Egizio di Torino (foto Egizio)

La scena della pesatura del cuore illustrata sul Papiro di Iuefankh (foto Egizio)

Sul Libro dei Morti famosa è la scena della Psicostasia “La pesatura dell’anima” (o del cuore), di fondamentale valenza per la religione antica egizia. “Tutte le formule magiche contenute nel libro sono finalizzate proprio a questo momento quando il defunto si trova al cospetto di Osiride”. Il defunto saluta la dea Maat, la dea della giustizia. “Al centro della scena c’è una bilancia: su un lato c’è il cuore del defunto, sull’altro la dea Maat sormontata da una piuma, perché lei è leggera come una piuma. Se il cuore sarà più leggero il defunto potrà continuare il suo viaggio verso i Campi di Iaru; se sarà più pesante lo attende una creatura mostruosa, la Grande Divoratrice, muso di coccodrillo, parte anteriore di leone, e posteriore di ippopotamo (cioè tre tra gli animali più pericolosi per gli egizi), che è pronta a mangiare il cuore, impedendo al defunto di proseguire verso l’aldilà. Il giudice supremo è Osiride”. Il giudizio tutto avviene sotto gli occhi scrupolosi di Toth, dio della scrittura, che annota tutto sulla sua tavola scrittoria, quasi con funzione di segretario verbalizzante, alla presenza di 42 divinità che costituiscono in qualche modo il tribunale, presieduto da Osiride, che valuta il comportamento del defunto. “Il Libro dei Morti serve proprio a questo: a dare le risposte giuste e opportune per quando il defunto si troverà davanti al giudizio di Osiride nell’Aldilà”.