Medio Egitto. Ad Antinoupolis, la città romana voluta dall’imperatore Adriano per il favorito Antinoo c’è un tempio ramesside di 1400 anni prima. Ne parla, con le ultime scoperte, l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino

La locandina dell’incontro con Giulia Rosati al museo Egizio di Torino sul tempio ramesside di Antinoupolis
Poco meno di 300 chilometri a Sud del Cairo, e a una decina da Beni Hasan, nel Medio Egitto sorgono le rovine della città di Antinoupolis, città fondata nel 130 d.C. dall’imperatore Adriano in memoria del suo favorito Antinoo, che secondo la tradizione si sarebbe lasciato annegare nel fiume per salvare il suo imperatore, come vaticinato da un oracolo. Tra le rovine di questa città romana si notano i resti di un tempio realizzato circa 1400 anni prima da Ramses II, riutilizzando gran parte di materiali di Tell el-Amarna, la città del faraone eretico Akhenaten. Prenderà spunto da questo tempio l’incontro con l’egittologa Giulia Rosati al museo Egizio di Torino. Appuntamento martedì 26 marzo 2019 alle 18 nella sala conferenze dell’Egizio. Giulia Rosati parlerà di “Un tempio per Amon e per tutti gli dei nella Città di Antinoo: antichi e nuovi culti nella fondazione di Adriano”. La conferenza sarà introdotta dal direttore del museo Egizio, Christian Greco. Gloria Rosati è professore associato di Egittologia all’università di Firenze dal 2007. Fin dal 1978 ha partecipato alle campagne di scavo dell’università di Firenze ad Antinoupolis, in Medio Egitto, e sta portando a compimento, assieme all’architetto M. Coppola, l’edizione del tempio di Ramses II. Nel corso degli anni ha partecipato a campagne in Egitto (Luxor) e Sudan (Gebel Barkal) dirette dall’università di Roma La Sapienza, e ha fatto pratica di testi funerari e rituali su papiro in scrittura ieratica, contribuendo al riordino della collezione dell’Istituto Papirologico “G. Vitelli” – Università di Firenze.
“Sebbene privo dei muri e delle coperture”, spiegano gli studiosi, “del tempio ramesside di Antinoupolis restano le colonne di corte e sala ipostila e – caso raro – gli architravi dell’ipostila e della terrazza orientale della corte. Ne è stata ormai definita correttamente la pianta e si possono fare ipotesi sulle fasi costruttive. Ufficialmente dedicato ad Amon, di fatto sono le grandi divinità nazionali e locali che vi hanno spicco. Ulteriori conoscenze sulla sua decorazione derivano incredibilmente dalle indagini archeologiche condotte nella città, dove materiali originariamente nel tempio sono stati a loro volta riusati. È recentissima poi una scoperta archeologica inattesa, nella quale si ritrovano geroglifici di età adrianea”.
L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone
L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo
Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.
Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.
La donna al tempo dei faraoni: al museo Egizio di Torino visita guidata speciale nel giorno della Festa della donna, con ingresso gratuito a tutte le donne
Dea, sposa, madre, regina, e talora anche faraone. Ma sempre donna. E nell’Antico Egitto, come scrive Edda Bresciani, “la donna godette di un grado di autonomia e di importanza sociale e giuridica superiore alla maggior parte dei popoli antichi. Sposata o no, essa deteneva il diritto di proprietà (che conservava durante il matrimonio), poteva essere soggetto giuridico e disporre liberamente dei propri beni. Ci furono donne che arrivarono a regnare e donne che furono divinizzate”. Venerdì 8 marzo 2019, nel giorno della Festa della Donna, il museo Egizio di Torino propone una visita guidata speciale, oltre che a garantire l’ingresso gratuito a tutte le donne che si presenteranno alla biglietteria del museo. Alle 16.10 parte la speciale visita guidata dal titolo “La donna al tempo dei faraoni”. La visita, prevista per un pubblico di adulti, permetterà di riscoprire la vita delle donne nell’antico Egitto: dalla quotidianità fino al ruolo ricoperto nei riti funerari, attraverso una dettagliata analisi dei corredi privati rinvenuti nelle tombe. Il percorso, di circa due ore, permetterà di apprezzare gli equilibri tra la sfera maschile e femminile nelle differenti situazioni di vita e terminerà al cospetto di una delle divinità femminili più note: la dea leonessa Sekhmet, simbolo di forza e potere, femminilità e maternità. La prenotazione è obbligatoria, telefonando al 011 4406903 o scrivendo a info@museitorino.it. Per partecipare, è richiesto un contributo di 7 euro, oltre al biglietto di ingresso (necessario solamente per gli uomini).
Le due mummie di Rovigo, Meryt e Baby, sveleranno tutti i loro segreti sotto gli occhi dei visitatori della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini” aperta a Palazzo Roncale di Rovigo. Restauro affidato a Cinzia Oliva, mentre le indagini diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14, agli esperti delle università di Padova e Venezia, ospedale di Rovigo e museo Egizio di Torino

La mummia di Meryt viene sollevata dal sarcofago moderno in cui era stata posta per il trasporto (foto Graziano Tavan)
Silenzio. In un’affollata presentazione della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”, curata dall’egittologo Emanuele Ciampini dell’università Ca’ Foscari di Venezia e dall’archeologa Paola Zanovello dell’università di Padova, aperta fino al 1° luglio 2018 a Palazzo Roncale di Rovigo, è calato improvvisamente uno spontaneo, rispettoso, quasi sacrale silenzio. Nessuno lo aveva richiesto. Ma in quel momento tutta l’attenzione dei presenti era concentrata sui movimenti attenti e precisi dei tecnici che, guidati dalla professoressa Cinzia Oliva, restauratrice di tessuti antichi, specializzata sulle mummie, stavano sollevando da un moderno sarcofago la mummia di Meryt, nomignolo con cui è conosciuta la mummia di donna adulta giunta a Rovigo 140 anni fa con le quattro casse di reperti dell’antico Egitto inviate dal rodigino Giuseppe Valsé Pantellini alla sua città. La mummia di Meryt è stata adagiata su un tavolo anatomico e liberata dai sostegni e dai fermi che la assicuravano nel trasporto. E sono “esplosi” i flash. Una raffica di flash degni di una star sul red carpet di un grande festival. Anche se di Meryt al momento si sa ben poco. Non certo il nome, né l’età, né quando e dove visse. L’unica certezza è che si tratta di una mummia di donna adulta, che oggi si presenta quasi completamente sbendata, con le braccia portate al petto e incrociate, e gli arti e le dita di mani e piedi singolarmente bendati. E che i tessuti di Meryt sono di epoca faraonica. Un dato comunque molto generico. Ma ora è in buone mani, quelle della prof. Oliva. Sarà lei che, durante l’apertura della mostra (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/08/a-rovigo-apre-la-mostra-egitto-ritrovato-la-collezione-valse-pantellini-protagoniste-due-mummie-di-donna-e-infante-note-come-meryt-e-baby-diventate-star-nelle-tavole-a-fumetti-d/), in una stanza parte integrante del percorso espositivo, sotto gli occhi dei visitatori, procederà a una articolata campagna diagnostica già predisposta: “Adotteremo un approccio interdisciplinare per ottenere il massimo dei dati ricavabili”, assicura l’esperta.
La mummia di Meryt era stata sottoposta a indagini radiografiche negli anni Novanta del secolo scorso, indagini che hanno evidenziato la presenza di materiale radiopaco all’interno del cranio e di un ammasso oblungo all’interno della cassa toracica, sul lato destro. “Gli interventi di restauro sulle mummie sono occasioni speciali – spesso uniche – per studiarle”, esordisce Oliva. “Possiamo capire meglio le tecniche di imbalsamazione (la teoria in materia era molto rigida e codificata, ma nella realtà ogni imbalsamatore faceva come poteva, spesso con quello che aveva a disposizione), la tipologia e l’utilizzo dei tessuti. Il caso della mummia di Rovigo, nota come Meryt, è molto interessante per la varietà del corredo tessile, o di quello che rimane. La mummia, infatti, è stata sbendata in passato, situazione comune a molte mummie, perché interessavano di più gli eventuali amuleti nascosti tra le pieghe delle bende. Una volta sbendate, però, le mummie diventano molto più fragili. I tessuti di bendaggio hanno una funzione di protezione e contenimento delle parti molli dei corpi”.

L’ala del museo Egizio di Torino dove è esposto il ricco materiale della tomba di Kha (foto Graziano Tavan)
Per la prof.ssa Oliva l’intervento sulla mummia di Rovigo non è il primo. La sue esperienza è pluridecennale, iniziata a Torino, sua città natale, con il restauro delle mummie di Kha, capo architetto dei lavori della necropoli tebana sotto il faraone Amenhotep III, e della moglie Merit, cioè dei titolari di quella tomba ritrovata intatta – fatto eccezionale, come è successo con la sepoltura di Tutankhamon – a nord di Deir el-Medina dall’egittologo Ernesto Schiaparelli nel 1906, e oggi conservata con tutto il ricco corredo nel museo Egizio di Torino. A lei dunque sono state affidate le mummie di Meryt e Baby. E se della mummia di donna si sa pochissimo, della mummia di bambino, ancora bendata, sulla quale sono state aggiunte – forse in epoca moderna – strisce di tessuto rosso all’altezza delle spalle e della caviglie, si sa ancora meno, neppure il sesso dell’infante lì conservato. Questa poi non è mai stata sottoposta ad alcuna indagine o esame radiologico. Complessivamente lo stato di conservazione delle due mummie di Rovigo è piuttosto precario. Di qui la necessità e l’urgenza di un restauro volto a permettere il loro recupero e il loro futuro allestimento.

La prof.ssa Cinzia Oliva davanti alla mummia di Meryt, che sarà restaurata davanti ai visitatori della mostra di Rovigo (foto Graziano Tavan)
Come procederanno e quali saranno gli interventi sulle due mummie fino al 1° luglio, cioè nel periodo di apertura della mostra “Egitto ritrovato. La collezione Valsè Pantellini”? “Si inizia con il togliere la polvere presente sui tessuti e sul corpo con microaspiratore”, spiega Cinzia Oliva. “quindi si procede con analisi specifiche per capire se i depositi sulla mummia sono estranei o pertinenti al processo di mummificazione. Purtroppo questi depositi non possono essere rimossi del tutto per l’impossibilità di usare solventi che danneggerebbero irrimediabilmente la mummia. Perciò le muffe vanno campionate, per capire se queste sono ancora attive così da evitare danni in futuro”. E continua: “Dopo la pulitura si studieranno tutti i tessuti presenti sulla mummia. Ce ne sono di diversi tipi, applicati a seconda delle aree di utilizzo. Quelli più grossolani sono posti a contatto con il corpo, perché questo tipo di tessuto anche se più scadente in realtà è migliore e più adatto a trattenere i materiali di imbalsamazione. All’esterno, invece, vengono posizionati i lini più pregiati. Infine si vedrà se potremo girare la mummia al rovescio, sempre se lo stato di conservazione lo permetterà”.
Accanto agli interventi di restauro si prevedono una serie di analisi diagnostiche, mediche (Tac), antropologiche, chimiche e l’accertamento con il C14 dell’epoca dei reperti con il coinvolgimento delle università di Padova e Venezia, dell’ospedale di Rovigo, e del laboratorio del museo Egizio di Torino. “Il metodo del C14 è applicato alle mummie solo di recente”, precisa Oliva. “Purtroppo il materiale di Meryt è molto contaminato, perciò dovremo fare molta attenzione quando preleveremo i campioni dalla mummia. Il C14 svolto su questi campioni potrebbe far emergere, oltre alla datazione, delle correlazioni tra essi e alcuni reperti della collezione: una ipotesi al vaglio è che la mummia di adulta sia arrivata dall’Egitto bendata e successivamente spogliata del suo corredo di bende ed eventuali amuleti. Studieremo poi i materiali di imbalsamazione. Ci sono infine delle resine di cui non sappiamo ancora se si tratti di residui di restauri di epoche recenti”. L’obiettivo delle Tac, che sarà effettuata a maggio 2018 all’ospedale di Rovigo, è di acquisire ulteriori e nuove informazioni sull’età dei soggetti, la loro costituzione, lo stato di salute, le eventuali patologie o anomalie, l’etnia e le tecniche di mummificazione usate. Con la scansione 3D e la fotogrammetria si potranno realizzare loro copie digitali tridimensionali e restituirne l’aspetto originario.

Alessia Vedova, responsabile della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (foto Graziano Tavan)
A luglio, se tutto va bene, sapremo molto su Meryt e Baby. Se siamo fortunati, oltre a epoca e luogo in cui sono vissuti questi due individui dell’antico Egitto, potremo conoscere anche il loro volto, grazie alla collaborazione con gli esperti della Polizia di Stato. Ma con la chiusura della mostra che fine faranno le due mummie, nel frattempo divenute star dell’esposizione rodigina? Torneranno di nuovo sotto chiave negli spazi dell’Accademia dei Concordi dove sono rimaste pressoché dimenticate? “L’obiettivo finale”, assicura la restauratrice torinese, “è la messa in sicurezza e la conservazione delle due mummie, per garantire loro un futuro di fruizione del pubblico”. Un impegno dichiarato ufficialmente da Alessia Vedova, responsabile della valorizzazione della collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo: “Questa mostra è solo la premessa per una esposizione permanente della collezione egizia Valsè Pantellini. Posso assicurare che questi reperti, comprese le due mummie, non torneranno nei depositi. Stiamo valutando alcune ipotesi per permettere a Rovigo di riappropriarsi di un patrimonio unico”. Questo progetto ha infine portato a un’ulteriore entusiasmante scoperta poiché è emerso un insieme ancora non ordinato di resti mummificati e stoffe in un vano finora non indagato dalle precedenti campagne di studio della collezione rodigina. Un eccezionale ritrovamento che riconferma come il patrimonio egittologico rodigino sia tra i più pregevoli e vasti della Regione Veneto e oggi più che mai sia al centro di un importante progetto multidisciplinare volto al suo completo recupero.
“Le Mummie a Rovigo”: per la prima volta in mostra a Palazzo Roncale la collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini che 140 anni fa portò all’Accademia dei Concordi oltre 500 pezzi. Il restauro delle due mummie, Meryt e Baby, dopo gli esami diagnostici, sarà aperto al pubblico
In Veneto c’è una collezione con più di 500 reperti egizi comprese due mummie. È la collezione Valsè Pantellini, la più importante e consistente della regione, terra di Giovanni Battista Belzoni e di figure come il rodigino Giovanni Miani, esploratore delle sorgenti del Nilo. Ma ai più questa collezione è sconosciuta, come il luogo in cui è conservata: l’Accademia dei Concordi a Rovigo che dal 13 aprile al 1° luglio 2018 presenterà per la prima volta al grande pubblico la collezione egizia nella mostra “Mummie a Rovigo” nel prestigioso palazzo sanmicheliano Roncale, dove le star saranno ovviamente le due mummie, cui sono stati attribuiti due nomignoli, “Meryt” e “Baby”.
Centoquarant’anni fa, tra il 1878 e il 1879, arrivarono a Rovigo 5 capienti cassoni zeppi di reperti egizi, provenienti da Alessandria d’Egitto, frutto di una fortunata coincidenza, oltre che della volontà dei responsabili dell’Accademia di arricchire le collezioni della loro istituzione. Il rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, aveva trovato rifugio al Cairo dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventò presto, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunse presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero. In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini venne scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali. Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse a Valsé Pantellini per cercare di realizzare un museo egizio nella sua città natale, Rovigo. Pantellini accolse l’invito e, tra il 1878 e il 1879, inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti. In Accademia, alla donazione Valsè Pantellini se ne sono poi aggiunte altre di minore consistenza: un numero imprecisato di reperti dal Basso Egitto da parte di Lodovico Bassani, sette frammenti di statuette donate dall’ingegner Eugenio Piva nel 1893 e sette reperti appartenuti alla famiglia Silvestri.
Le due mummie, una di giovane donna (“Meryt”) e l’altra di un ragazzo (“Baby”), reperti di punta della donazione Valsè Pantellini, vennero conservate in una teca nella posizione che avevano al loro arrivo dall’Egitto: “Baby” adagiato su “Meryt”, quasi come se la donna, anche nell’Oltretomba, volesse proteggere il cucciolo d’uomo. All’arrivo a Rovigo, i due sono stati “separati” e Baby adesso riposa ai piedi di Meryt. Entrambi pronti ad essere separatamente esaminasti e studiati. È “probabile” che, dopo il loro arrivo a Rovigo, la mummia di Meryt sia stata manomessa. Tutto fa pensare che sia stata interamente sbendata, forse per cercare gli amuleti che venivano frapposti tra i resti corporei e le bende. Queste ultime sono srotolate sul fondo della teca, in ordine che appare casule. I resti della ragazza sono ridotti a poco più che uno scheletro contornato da resti di pelle mummificata. Dalle poche tracce visibili sulle dita delle mani e dei piedi è chiaro che Meryt venne fasciata con cura e le sue braccia incrociate sul petto. A conservarsi meglio è il volto di Meryt, volto intorno al quale molto lavoreranno gli esperti. Baby conserva ancora la forma di piccola mummia. Verosimilmente non lo si è ritenuto così importante da nascondere dei tesori e non lo si è violato. Il piccolo è ancora completamente bendato e coperto da un leggero sudario che non nasconde però la posizione delle braccia e i fragili polsi; due fiocchi, forse in origine rossi, gli cingono le spalle e le gambe.

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo
In previsione della mostra le due mummie saranno per la prima volta separate per poter essere sottoposte a una precisa campagna diagnostica che prevede la loro la datazione col metodo del carbonio C14, la tomografia computerizzata (TAC), la scansione con laser scanner 3D. Il prelievo dei campioni sarà effettuato negli ambienti dell’Accademia da personale specializzato; subito dopo le mummie saranno trasferite all’ospedale rodigino di Santa Maria della Misericordia, per la TAC. L’importanza dell’operazione è evidente ed errori non sono concessi. Perciò per gli interventi sulle due mummie sono stati mobilitati i maggiori specialisti. La curatela scientifica è stata affidata al gruppo di lavoro Egitto Veneto (Claudia Gambino, Giulia Deotto e Martino Gottardo), con il coordinamento di Emanuele Ciampini (università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (università di Padova), che ha studiato e catalogato, negli anni passati, il fondo archeologico dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Partner del progetto sono l’università di Padova e l’università Ca’ Foscari di Venezia, che assicurano il supporto scientifico nei vari settori di competenza: medicina e antropologia, in particolare, essendo due corpi umani l’oggetto di studio. L’operazione “Mummie di Rovigo” è stata integralmente finanziata, in stretto accordo con l’Accademia dei Concordi, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Alla ricostruzione tridimensionale dei corpi provvederanno gli specialisti dell’ateneo patavino. Mentre sui tessuti delle bende che avvolgono il corpo e su quelli che lo accompagnano, andrà fatta una campagna diagnostica che comprenda la datazione al carbonio e che sarà eseguita dal laboratorio di riferimento del museo Egizio di Torino. Nel frattempo l’equipe del professor Raffaele De Caro, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di Padova, sui dati emersi dalla tac e su altri dati, ricostruirà le vere sembianze dei due.
Alla conclusione di questi esami, sarà avviato il restauro di Meryt e Baby. L’intervento è stato affidato a Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino e con una pregressa esperienza molto importante: in particolare ad inizio del 2017 ha curato il restauro aperto della Mummia di Usai presso i Musei Civici di Bologna, riscuotendo un importante successo di pubblico e critica. Per scelta di Accademia dei Concordi e di Fondazione Cariparo, che per questo importante evento si sono avvalse della collaborazione tecnica di Arcadia Arte, il restauro sarà aperto al pubblico e avverrà in Palazzo Roncale dove diverrà il fulcro attivo di una esposizione che presenterà ai visitatori l’intera Collezione Egizia rodigina. La visita alla mostra “Le Mummie a Rovigo” diventa quindi una esperienza davvero unica alla scoperta di una città e di un territorio dalle mille sorprese culturali, paesaggistiche e gastronomiche. Rovigo Convention & Visitors Bureau, in occasione dell’evento, promuove IDEEweekend per scoprire quel patrimonio artistico culturale presente nella città di Rovigo e nel Delta del Po, dove storia e natura, tradizione e innovazione sono espressione della ricchezza delle piccole destinazioni turistiche italiane.
2017, anno record per i musei italiani: superati i 50 milioni di visitatori, e un terzo ha scelto un museo o un sito archeologico. Il Colosseo con oltre 7 milioni di visitatori è in assoluto il monumento più visto, seguito dagli scavi di Pompei con 3,4 milioni. In crescita anche le piccole aree e collezioni archeologiche
L’archeologia si conferma vincente nell’anno dei record per i musei nazionali: nel 2017 superati i 50 milioni di visitatori, un risultato eccezionale per l’Italia, e di questi un terzo ha scelto un museo o un sito archeologico. E il monumento più visitato in assoluto si è confermato il Colosseo, ma con un incremento del 10% che ha fatto superare il tetto dei 7 milioni di visitatori. Alla presentazione dei dati finali dell’anno raccolti ed elaborati dal ministero dei Beni e della attività culturali e del turismo, il titolare del dicastero Dario Franceschini ha espresso tutta la sua soddisfazione: “I dati definitivi del 2017 segnano il nuovo record per i musei italiani: superata la soglia dei 50 milioni di visitatori e incassi che sfiorano i 200 milioni di euro, con un incremento rispetto al 2016 di circa +5 milioni di visitatori e di +20 milioni di euro”. E prosegue: “Il bilancio della riforma dei musei è davvero eccezionale: dai 38 milioni del 2013 ai 50 milioni del 2017, i visitatori sono aumentati in quattro anni di circa 12 milioni (+31%) e gli incassi di circa 70 milioni di euro (+53%). Risorse preziose che contribuiscono alla tutela del nostro patrimonio e che tornano regolarmente nelle casse dei musei attraverso un sistema che premia le migliori gestioni e garantisce le piccole realtà con un fondo di perequazione nazionale. I musei e i siti archeologici italiani stanno vivendo un momento di rinnovata vitalità e al successo dei visitatori e degli incassi corrisponde una nuova centralità nella vita culturale nazionale, un rafforzamento della ricerca e della produzione scientifica e un ritrovato legame con le scuole e con i territori”. Per il quarto anno consecutivo – sottolinea Franceschini- l’Italia viaggia in controtendenza rispetto al resto d’Europa con tassi di crescita a due cifre, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno che, anche nel 2017, hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione del trend nazionale. La Campania è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: “La rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum. Nel 2017 – conclude Franceschini – tutti i musei hanno registrato significativi tassi di crescita, ma il patrimonio archeologico è stato il più visitato: circa un terzo dei visitatori si sono concentrati tra Pompei, Paestum, Colosseo, Fori, Ostia Antica, Ercolano, l’Appia antica e i grandi musei nazionali come Napoli, Taranto, Venezia e Reggio Calabria e il Museo nazionale romano”.

Lo straordinario complesso della villa dell’imperatore Adriano a Tivoli: new entry nella “top 30” dei musei più visitati nel 2017
Non è un caso, quindi, che sul podio dei musei più visitati d’Italia, ben due “medaglie” siano andati a monumenti antichi e aree archeologiche: il primo posto è andato al Colosseo (oltre 7 milioni di visitatori) e il secondo a Pompei (3,4 milioni di visitatori), mentre il terzo è stato conquistato dagli Uffizi (2,2 milioni di visitatori), risultato che poi viene confermato anche dai visitatori complessivi delle tre regioni di appartenenza, con il Lazio (oltre 23 milioni di visitatori) davanti a alla Campania (quasi 9 milioni) e alla Toscana (poco più di 7 milioni). Nella “Top 30” i tassi di crescita più sostenuti sono stati registrati da Palazzo Pitti (+23%) e da quattro siti campani: la Reggia di Caserta (+23%), Ercolano (+17%), il museo Archeologico di Napoli (+16%) e Paestum (+15%). A seguire i musei reali di Torino (+15%) e il Castello di Miramare di Trieste (+14%). Importante infine segnalare la significativa crescita in classifica della Pinacoteca di Brera (+7 posizioni), di Palazzo Pitti (+5 posizioni) dei musei reali di Torino (+4 posizioni) e l’ingresso in classifica, per la prima volta, di Villa Adriana e del Museo di Capodimonte. Complessivamente nei primi trenta musei italiani ben 10 sono archeologici: Colosseo, 1° (posizione confermata), 7.036.000 visitatori, +10%; Pompei, 2° (posizione confermata), 3.382.240, +7,60%; museo Egizio di Torino, 8° (posizione confermata), 845.237, -0,80%; museo Archeologico di Napoli, 12° (persa una posizione), 525.687, +16,20%; Ercolano, 13° (posizione confermata), 470.123, +17,30%; Paestum, 15° (guadagnata una posizione), 441.037, +15,10%; museo Archeologico di Venezia, 19° (persa una posizione), 343.582, -0,40%; museo nazionale Romano, 21° (perse due posizioni), 333.555, -1,80%; Ostia antica, 24° (perse tre posizioni), 311.379, -1,60%; Villa Adriana, 28° (new entry), 242.964, +5,70.
Tra i luoghi della cultura tradizionalmente meno visitati notevole è l’aumento registrato dalla Villa Romana del Varignano a Porto Venere (La Spezia) +133% (dai 1.489 del 2016 ai 3.470 visitatori nel 2017), dal museo Archeologico di Volcei “Marcello Gigante” a Buccino (Salerno) +129% (dai 2.491 visitatori del 2016 ai 5.717 del 2017). Anche i siti archeologici meno integrati nei grandi flussi turistici hanno registrato forti incrementi in termini di visitatori come dimostrano il museo e parco Archeologico di Gioia del Colle (Bari) (+122%), il museo nazionale Archeologico di Altamura (Bari) (+108%), il museo Archeologico di Sepino (Campobasso) (+98%), il museo Archeologico di Vulci (Montalto di Castro) (+86%), il museo Archeologico di Venosa (Potenza) (+38%), il museo Archeologico statale di Ascoli Piceno (+35%), Villa Jovis a Capri (+33%) e l’anfiteatro e mitreo di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) (+30%). Infine, anche tra i luoghi della cultura con ingresso gratuito, si segnala il Pantheon, visitato da oltre 8 milioni di persone.
“Nefertari e la Valle delle Regine. Dal museo Egizio di Torino”: all’Ermitage in mostra i capolavori conservati nella città sabauda parte delle ricche collezioni Drovetti e Schiaparelli

La regina Nefertari, grande sposa reale di Ramses II, ritratta nella sua tomba scoperta nel 1904 da Schiaparelli

Il curatore Mikhail Borisovich Piotrovsky, lo sponsor Francesca Lavazza, e il direttore dell’Egizio Christian Greco
La regina Nefertari col suo ricco corredo ha lasciato la sua “casa”, il museo Egizio di Torino, per approdare – fino al 10 gennaio 2018 – nella prestigioso palazzo del museo dell’Ermitage a San Pietroburgo, grazie al protocollo firmato tra la fondazione Ermitage Italia e la fondazione museo Egizio di Torino con la mediazione di Villaggio Globale International e il supporto fondamentale della società Lavazza che, nella persona di Francesca Lavazza, ha permesso l’arrivo dei preziosi reperti nella capitale culturale russa. La mostra “Nefertari e la Valle delle Regine. Dal Museo Egizio di Torino”, curata da Andrei Olegovich Bol’sakov, responsabile del settore Antico Oriente nel dipartimento d’Oriente dell’Ermitage, e da Andrei Nikolayevich Nikolayev, vice capo del dipartimento d’Oriente, presenta i reperti provenienti dalla valle delle Regine nell’antica Tebe e acquisiti dagli scavi di Drovetti e Schiaparelli, e dove la regina Nefertari, della quale proprio Schiaparelli scoprì la sua tomba monumentale nel 1904, rappresenta la protagonista assoluta. È noto, infatti, che il nucleo principale del museo Egizio di Torino, il più importante al mondo dopo il museo Egizio del Cairo, è il risultato di due eventi: il primo, l’acquisizione nel 1824 da parte di Carlo Felice, Duca di Savoia e Re di Sardegna, della collezione di Bernardino Michele Maria Drovetti, diplomatico italiano al servizio della Francia, che ha portato a Torino gli oggetti più grandi (statue e sarcofagi), insieme a un gran numero di stele, corredi funerari e una ricchissima gamma di papiri, principalmente dalla regione di Tebe. Il secondo, gli scavi condotti dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli, direttore dell’Egizio di Torino dal 1894 al 1928, anno della sua morte. Nel 1903 Schiaparelli inaugurò l’attività della Missione Archeologica Italiana in Egitto, portando a termine una quindicina di fruttuose campagne di scavi, tra le quali spiccano per importanza e notorietà la scoperta nel 1904 della splendida tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II e una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine; e la scoperta, fatta nel 1906 nella necropoli di Tebe, della famosa tomba dell’architetto reale Kha perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario, splendidamente conservata a Torino. I risultati degli scavi nella Valle delle Regine (1903-1905) e a Deir el-Medina (1905-1908) hanno fatto del museo Egizio di Torino una delle più belle collezioni di reperti di Tebe e uno dei centri più importanti per lo studio della cultura egizia nel Nuovo Regno e il primo millennio a.C.
La mostra all’Ermitage si apre con una sezione dedicata a Nefertari, la grande sposa reale di Ramses II, considerata l’incarnazione vivente della dea Hathor, la moglie del dio-sole. Statue monumentali da Tebe illustrano le funzioni del re, che era non solo sovrano del paese, ma anche l’intermediario tra il popolo e gli dei, e della sua consorte. Molti elementi in questa parte della mostra illustrano la fusione dell’immagine di Nefertari con una serie di dee. Particolarmente importanti gli oggetti trovati nella camera di sepoltura della regina Nefertari e un modello della tomba che è stata fatta immediatamente dopo la sua scoperta nel 1904. Nei corredi di Nefertari in mostra ci sono frammenti del coperchio del sarcofago fracassato da tombaroli, amuleti, vasi, sandali intrecciati da foglie di palma che la regina potrebbe avere indossato e 34 ushabti in legno rifinito con vernice nera che portano il suo nome. Inoltre alcuni oggetti rituali e di uso quotidiano appartenuti a nobili dame e utilizzati alla corte reale, come statue e rilievi, articoli igienici, articoli cosmetici e gioielli, aiutano il visitatore ad avere un quadro della vita di corte e della posizione della donna in Egitto al tempo di Nefertari, cioè nella XIX dinastia, durante i primi 30 anni del regno di Ramses II. Mentre alcuni rari reperti – oggetti decorativi, frammenti di strumenti musicali, un poggiatesta in legno a sostegno della base del cranio durante il sonno, vasi e ciotole – danno un’idea delle condizioni in cui vivevano la famiglia reale e la nobiltà.

La sala n° 6 nel nuovo percorso del museo Egizio di Torino con i reperti provenienti da Deir el Medina
Un’altra sezione della mostra è dedicata agli operai e artigiani impegnati nel tagliare e decorare le monumentali tombe rupestri dei re e delle regine del Nuovo Regno. I reperti esposti a San Pietroburgo, che costituiscono una componente importante delle collezioni del museo Egizio di Torino, provengono dal villaggio di artigiani e artisti posto in una conca tra le montagne di Tebe e la collina Qurnet Murai, in un sito ora conosciuto come Deir el-Medina. Le tombe realizzate dagli abitanti di Deir el-Medina hanno avuto un destino complicato. Sono state saccheggiate, probabilmente già alla fine del Nuovo Regno, e alcune sono state utilizzate per sepolture successive. Per molti secoli, le tombe dei principi reali dimenticati sono servite come tombe di famiglia per l’elite di Tebe. Completano l’esposizione un certo numero di sarcofagi, trovati nelle tombe di Khaemwaset e Seth-suo-khopsef, due figli di Ramses III (1198-1166 a.C.), e utilizzati come depositi per una famiglia sacerdotale del XXV dinastia (722-656 a.C.). Tracce di bruciature ancora visibili su alcuni dei sarcofagi possono essere collegate al saccheggio delle tombe, senza dimenticare che monaci cristiani sono noti per aver usato gli antichi sarcofagi come legna da ardere.
Chiude il percorso della mostra la presentazione dei papiri funerari della ricca collezione Drovetti che, probabilmente, provengono anch’essi dalla necropoli tebana. Questi papiri sono della stessa età dei sarcofagi e riportano i capitoli del Libro dei Morti (una raccolta di formule rituali che consentono al defunto di passare in modo sicuro attraverso il mondo prossimo e unirsi con Osiride e le anime dei beati) e l’Amduat, un importante testo funerario che descrive il viaggio notturno del Sole e la sua vittoria contro tutti i pericoli. Il defunto, identificato con il Sole nel corso di questo viaggio, vince i suoi nemici e diventa immortale come il dio Ra.
Il museo Egizio di Torino apre una sezione a Catania: firmato l’accordo di collaborazione. Valorizzerà reperti conservati nei depositi con collezioni ellenistiche presenti in Sicilia

Il museo Egizio di Torino apre una sezione a Catania per valorizzare reperti conservati nei depositi
Il museo Egizio di Torino sbarca in Sicilia. E apre una sezione a Catania. Il progetto era già stato annunciato nella primavera del 2016 dopo un incontro tra il ministro Dario Franceschini, il direttore dell’Egizio Christian Greco, la presidente della fondazione Evelina Christillin, e il sindaco di Catania Enzo Bianco (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/04/03/come-i-grandi-musei-internazionali-anche-il-museo-egizio-di-torino-pensa-a-una-sede-distaccata-a-catania-nellex-convento-dei-crociferi-per-sviluppare-i-rapporti-tra-la-sicilia-e-l/). Ma se allora si era ai preliminari, alla verifica della fattibilità, oggi è ufficiale: si può fare. È stato infatti firmato a Torino un accordo quadro finalizzato alla realizzazione di un progetto per l’apertura di una sezione del museo Egizio di Torino a Catania. All’incontro hanno partecipato la presidente Evelina Christillin, il direttore Christian Greco, la soprintendente Luisa Papotti, il sindaco Enzo Bianco e l’assessore alla Cultura Orazio Licandro. “In pieno accordo con il ministero dei Beni culturali”, spiegano in Comune a Catania, “il museo Egizio intende valorizzare una selezione di reperti egizi, attualmente custoditi nei depositi di via Accademia delle Scienze, mettendoli in dialogo con alcune collezioni ellenistiche presenti in Sicilia, attraverso un progetto museale che verrà ospitato nel Convento dei Crociferi”. E il soprintendente Papotti: “Il ministero sostiene fortemente l’iniziativa poiché offre l’opportunità di veicolare un modello culturale e gestionale di successo”. Non a caso il sindaco Bianco sottolinea che questo “è il primo caso italiano di collaborazione fra una grande museo internazionale e una città che punta sulla valorizzazione dei beni culturali come volano di sviluppo e di cambiamento”. “Siamo molto soddisfatti”, conclude Christillin, “perché questo accordo ci consente di proseguire un percorso di diplomazia culturale iniziato a Torino con progetti di inclusione sociale che a Catania e in tutta la Sicilia potranno coinvolgere nuovi pubblici e diffondere i legami tra i popoli e le culture del Mediterraneo”.
Il corredo della tomba di Nefertari del museo Egizio di Torino star della mostra “Le Regine del Nilo” a Leiden, in Olanda, prima esposizione temporanea all’estero del direttore Greco
Le “Regine del Nilo” protagoniste fino al 17 aprile 2017 di una grande mostra al museo di Antichità (Rjiksmuseum van Oudeheden) di Leiden, in Olanda. E tra le mogli dei faraoni del Nuovo Regno (1500-1000 a.C.), come Ahmose Nefertari (XVIII dinastia, madre di Amenofi I), Hatshepsut (XVIII dinastia, moglie di Thutmosi II), Tiye (XVIII dinastia, moglie di Amenofi III e madre del futuro Akhenaton), Nefertiti (XVIII dinastia, moglie di Akhenaton) e Nefertari (XIX dinastia, moglie di Ramses II), donne influenti che gestivano il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo, di certo a Leiden la star è Nefertari, rappresentata da ben 250 reperti del corredo della tomba della regina moglie di Ramses II, provenienti dal museo Egizio di Torino. Questa di Leiden è infatti la prima mostra itinerante all’estero del nuovo corso del museo Egizio di Torino.
“È stato per me un onore presentare la mostra “Regine del Nilo” al museo di Leiden alla presenza del ministro olandese della Cultura, Jet Bussenmaker”, interviene Christian Greco, direttore dell’Egizio. “L’esposizione, che per il 95% è composta da oggetti che provengono dal museo Egizio, presenta i risultati della ricerca sullo straordinario patrimonio scoperto da Ernesto Schiaparelli e dalla Missione Archeologica Italiana impegnati nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905 dove, oltre alla tomba di Nefertari, che rappresenta una delle massime espressioni pittoriche dell’Antico Egitto, portarono alla luce anche altre tombe di principesse come Ahmose, del visir Imhotep e di quattro figli del faraone Ramesse III”.
Al Rjiksmuseum van Oudeheden di Leiden i visitatori possono ammirare la bellezza della tomba ed entrare simbolicamente nelle sale grazie all’esposizione del prezioso modellino storico, testimonianza unica che ne ricostruisce l’architettura, per la cui realizzazione Ernesto Schiaparelli incaricò l’assistente Francesco Ballerini: in tutto 350 reperti archeologici di cui 245 provenienti dal museo Egizio con sculture, gioielli, oggetti preziosi oltre al coperchio del sarcofago e al corredo funerario di Nefertari.









































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