Al museo Egizio la cerimonia (in streaming) della consegna del Premio del Patrimonio / Premi Europa Nostra 2020 nella categoria ricerca al progetto Turin Papyrus Online Platform (TPOP) realizzato dal museo Egizio di Torino
Alla Turin Papyrus Online Platform (TPOP), progetto realizzato dal museo Egizio di Torino per la digitalizzazione e messa a disposizione della propria collezione papirologica, è stato riconosciuto il prestigioso Premio del Patrimonio/Premio Europa Nostra 2020 nella categoria ricerca. Lunedì 12 ottobre 2020 alle 18 al museo Egizio la cerimonia di presentazione del progetto e consegna del premio: l’evento verrà trasmesso in dirette streaming sul canale Facebook del museo Egizio. Con il progetto è stata digitalizzata e messa a disposizione la collezione dei papiri ieratici del villaggio di Deir-el-Medina. La collezione papirologica torinese è tra le più significative a livello mondiale, con quasi 700 manoscritti interi o ricomposti e oltre 17mila frammenti di papiro. TPOP, avviata nel 2017 e resa disponibile al pubblico a settembre 2019, è una piattaforma per la condivisione della collezione papirologica torinese, realizzata con l’obiettivo di renderla ampiamente accessibile e, in particolare, di consentirne liberamente lo studio alla comunità scientifica, oltre a garantirne una migliore conservazione e valorizzazione (Visita la Collezione Papiri Museo Egizio).

Alla cerimonia di presentazione del progetto, lunedì 12 ottobre 2020, interverranno Evelina Christillin, presidente del museo Egizio; Christian Greco, direttore del museo Egizio; Susanne Töpfer, curatrice Papiri museo Egizio; Hermann Parzinger, presidente esecutivo di Europa Nostra (con un video messaggio); Maria Cristina Vannini, membro della giuria dell’European Heritage Awards / Europa Nostra Awards; Massimo Gaudina, capo della rappresentanza a Milano della Commissione Europea; Luca Jahier, presidente del comitato economico e sociale europeo. Chiude la consegna del premio, con questa motivazione: “L’Europa ha numerose collezioni papirologiche e raccolte di papiri, una ricchezza documentaria che testimonia l’interesse europeo per l’Orientalismo, emerso nel XVIII secolo e presente fino al XIX secolo, che ha permeato la sua cultura materiale. Lo sviluppo di una tale piattaforma online, di libero accesso e ad alta risoluzione, è di grande valore per i musei, soprattutto in considerazione del suo potenziale di essere utilizzato per la creazione di un museo digitale europeo che riunirebbe un patrimonio disperso, una raccolta virtuale omogenea che sarebbe impossibile realizzare a livello materiale. L’applicazione di strumenti dell’era digitale contribuisce allo sviluppo della conoscenza, alla conservazione della cultura materiale e alla sua accessibilità, sia per gli studiosi che per il pubblico generale, promuovendone la diffusione”.
“VEDERE, SCOPRIRE, CONOSCERE. Imparare per la vita”: il museo Egizio di Torino partecipa alle Giornate europee del Patrimonio propone percorsi autonomi di visita per scoprire l’antico Egitto e i suoi segreti a tariffe scontate
“VEDERE, SCOPRIRE, CONOSCERE. Imparare per la vita”: anche quest’anno il museo Egizio aderisce alle Giornate Europee del Patrimonio, promosse dal 1991 dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea e dedicate quest’anno al tema dell’educazione con il titolo “Imparare per la vita. Per l’occasione, sabato 26 e domenica 27 settembre 2020 il museo propone dei percorsi autonomi di visita per scoprire l’antico Egitto e i suoi segreti, mantenendo le tariffe di ingresso scontate per tutti, in vigore dall’estate. Prenotazione obbligatoria online: https://www.ticketlandia.com/m/museo-egizio. Ai visitatori verrà infatti consegnato gratuitamente un percorso de “Le Bussole di Carta”, tour tematici per adulti e ragazzi, ciascuno dei quali approfondisce un aspetto inedito della collezione: i luoghi classici di un viaggio in Egitto, le grandi scoperte degli esploratori, falsi miti e curiosità sugli antichi egizi, oltre ai percorsi “Trova l’indizio, scopri l’Egizio” dedicati alle famiglie. Quattro le aree tematiche: “Come uno scriba”, i geroglifici; “Come una mummia”, vita eterna; “Come una divinità”, animali e dei; “Come un artigiano”, colori. Ricordate di portare con voi una…matita! Una volta completata la visita, cliccare qui per le soluzioni dei quattro percorsi “Trova l’indizio, scopri l’Egizio”.
Ferragosto 2020. Qualche idea per passare le “Feriae Augusti” nel segno dell’archeologia e dintorni da Treviso a Napoli, da Torino a Bologna, da Roma a Reggio Calabria
Il Riposo di Augusto, Feriae Augusti, da cui Ferragosto, venne istituito dall’imperatore Augusto nel 18 a.C.. In quello stesso mese si festeggiavano i Vinalia Rustica (il vino dell’anno precedente e il raccolto d’uva da venire), i Nemoralia (la sospensione della caccia) e i Consualia (Conso era il dio della terra e della fertilità), ed era il periodo di riposo (detti anche Augustali) per animali e uomini alla fine dei lavori agricoli. Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, ma anche i cani da caccia, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. La festa originariamente cadeva il primo agosto; lo spostamento a metà mese si deve alla Chiesa Cattolica che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria. Il 15 agosto ricorre anche la data in cui, nel 1275, 745 anni fa, morì Lorenzo Tiepolo, doge in Venezia eletto il 23 luglio 1268. Era figlio terzogenito del doge Giacomo Tiepolo (1229-1249) e di Maria Storlato. Giace a Venezia nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo dove si trovano le spoglie anche del padre e del fratello Giovanni. Sabato 15 e domenica 16 agosto 2020 a villa Tiepolo Bassi a Carbonera di Treviso visita guidata “Ferragosto. In onore di Augustus e in memoria del Doge Lorenzo Tiepolo” alle 11 (presentarsi alle 10:50) con ingresso da via Brigata Marche, 24 – Carbonera (TV). Prenotazione obbligatoria: 329 7406219 / info@villatiepolopassi.it. Informazioni: parcheggio auto interno, la visita si effettua anche in caso di pioggia. Raccomandazioni: indossare la mascherina, mantenere la distanza interpersonale di almeno 1 metro, evitare strette di mano, abbracci e baci, eseguire le azioni corrette quando si starnutisce o tossisce, avvisare il personale in caso di problemi di salute, soprattutto stati influenzali o febbrili.
Qualche altra idea per un Ferragosto nel segno dell’archeologia. Il parco archeologico del Colosseo sabato 15 agosto 2020 sarà regolarmente aperto con orario 10.30-19.15 (ultimo ingresso alle 18.15). E da venerdì 14 agosto 2020 è nuovamente aperto al pubblico l’ingresso al PArCo dall’Arco di Tito. Sempre da venerdì 14 sarà possibile prenotare le visite al PArCo per il mese di settembre. Del museo Egizio di Torino già abbiamo ricordato l’iniziativa “Vacanze egiziane” che prevede l’apertura del museo per tutto il mese di agosto, e quindi anche a Ferragosto, con orario 9-10.30. E per i bimbi c’è un evento speciale “Storie egizie” promosso da Spazio Zerosei del museo Egizio. Sabato 15 agosto 2020, dalle 10 alle 16, c’è “Chi era la dea delle stelle?”: con una lettura all’ora, i piccoli visitatori potranno ascoltare storie diverse e affascinanti sui miti e le leggende dell’antico Egitto, nella magica atmosfera del museo Egizio di Torino. La partecipazione è gratuita, su prenotazione: https://bit.ly/spazio-egizio-form-prenotazioni. I bambini da 0 a 6 anni dovranno essere accompagnati da un genitore che dovrà indossare la mascherina, ci sarà comunque spazio per stare comodi e in sicurezza, nel rispetto delle distanze e delle normative; le storie durano 15/20 minuti, quindi si raccomanda la puntualità per iniziare la lettura tutti insieme; all’ingresso dello spazio sarà misurata la temperatura e occorrerà firmare il modulo di autocertificazione; l’area con fasciatoio, libri, poltrona allattamento è a disposizione e periodicamente igienizzata; i bagni all’interno di Spazio sono accessibili e periodicamente igienizzati.

L’Atlante Farnese simbolo e fulcro della mostra “Thalassa” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)
Ferragosto al museo Archeologico nazionale di Napoli: da non perdere le grandi mostre “Thalassa” e “Gli Etruschi e il MANN”. Un tuffo simbolico tra le meraviglie sommerse del Mediterraneo e un viaggio senza tempo alla scoperta delle antiche civiltà che popolarono il nostro territorio: anche a Ferragosto, con i soliti orari (ore 9-19.30), cittadini e turisti potranno esplorare le bellezze delle collezioni permanenti e delle esposizioni del museo Archeologico nazionale di Napoli. “I primi giorni di agosto hanno già fatto segnare un netto superamento dei numeri dei visitatori dell’intero mese di luglio”, commenta il direttore dell’Archeologico, Paolo Giulierini. “Il museo è vivo e offre due splendide mostre (‘ Gli Etruschi e il MANN’ e ‘Thalassa’) e si prepara al rilancio di settembre, quando verrà presentato il prossimo piano strategico e sarà inaugurata l’ala del Braccio Nuovo”. Per chi resta a Napoli, Ferragosto sarà anche occasione per visitare, a prezzi promo, il museo con ticket dei siti Extramann (sul nostro portale, il dettaglio dei siti che fanno parte della rete). Riservato a chi è tornato o è in partenza verso l’isola azzurra, l’accordo che lega il MANN alla villa San Michele e al museo Casa Rossa di Anacapri: anche in questo caso, scontistica integrata per un viaggio imperdibile nel nome dell’arte. Le vie del mare porteranno all’Archeologico anche grazie alle convenzioni siglate con Snav e Traghetti Lines; infine, sempre in tema di promozione turistica in quest’estate 2020, anche gli ospiti di strutture associate Federalberghi Napoli ed Unione Industriali di Napoli riceveranno due euro di riduzione per visitare il MANN.
Al museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria Restano ancora pochi posti disponibili prima di registrare il “tutto esaurito” per poter visitare nel mese di agosto. È già completo il calendario degli ingressi programmati fino a ferragosto. La prenotazione è obbligatoria, telefonando al numero di telefono: 320.7176148, o al nuovo numero 320.7620091. È stato temporaneamente sospeso, per questo mese, il servizio di prenotazione online. Le norme governative e regionali di prevenzione dalla diffusione e dal contagio da COVID-19 (Coronavirus) hanno imposto le nuove regole di prenotazione obbligatoria e le limitazioni agli ingressi, in forma contingentata, per gruppi composti da massimo 10 persone, scaglionati in turni di visita ogni 15 minuti. Le misure di sicurezza nel rispetto di un protocollo condiviso comportano l’impossibilità di soddisfare tutti coloro che desidererebbero potere ammirare i Bronzi di Riace, protagonisti assoluti del ricco patrimonio archeologico e culturale calabrese, insieme ai Bronzi di Porticello e agli altri “tesori” della collezione museale. I giorni di apertura ordinaria del MArRC al pubblico sono dal martedì alla domenica. Ma proprio per venire incontro alle numerose richieste dei tanti “ammiratori” e dare a tutti una maggiore opportunità, la direzione ha scelto di aprire il museo alle visite in via straordinaria anche i prossimi lunedì 17 e 24 agosto 2020, il mese che registra la massima affluenza e il più elevato numero di richieste nell’arco dell’anno.
Musei aperti per ferie. Anche quest’anno l’Istituzione Bologna Musei offre molteplici proposte, fruibili in sicurezza, per un’estate all’insegna dell’arte e della cultura: le collezioni permanenti, le mostre temporanee, gli eventi, le attività e i nuovi contenuti dell’app MuseOn, scaricabili gratuitamente, per creare un’esperienza di visita più coinvolgente attraverso percorsi ricchi di informazioni e curiosità. I musei civici aperti a Ferragosto 2020: museo civico Archeologico (via dell’Archiginnasio 2), dalle 10 alle 20; museo civico Medievale (via Manzoni 4), dalle 10 alle 18.30.
“Vacanze egiziane”: dal 31 luglio al 31 agosto 2020 il museo Egizio di Torino aperto tutti i giorni a tariffe scontate
Con lo slogan “Vacanze Egiziane” il museo Egizio di Torino lancia il ritorno all’orario ordinario per il mese di agosto 2020: dal 31 luglio al 31 agosto, infatti, il museo sarà aperto tutti i giorni, il lunedì dalle 9 alle 14 e dal martedì alla domenica dalle 9 alle 18.30. Dopo la riapertura del 2 giugno 2020 il museo ha visto infatti crescere l’interesse dei visitatori e ha quindi deciso di aumentare i giorni di apertura nel prossimo mese: “È una scommessa in cui crediamo moltissimo, ma anche un dovere nei confronti della città, per garantire l’accessibilità di un patrimonio che appartiene a tutti e che crediamo possa attrarre cittadini e turisti”, dichiara Christian Greco, direttore del museo Egizio. “Pur continuando a convivere con molte incertezze, come tutti, abbiamo sentito la responsabilità di ricambiare la fiducia che il pubblico ci sta accordando dal giorno della riapertura”. Confermate per il mese di agosto le tariffe scontate (intero a 9 euro, ridotto studenti a 2 euro, ridotto giovani a 1 euro, Family Ticket per nuclei composti da due adulti e due minorenni al costo di 18 euro), oltre all’obbligo di acquistare il biglietto online. I visitatori avranno quindi l’opportunità di scoprire, avendo a disposizione orari di apertura molto più ampi, la collezione permanente del Museo, la mostra temporanea “Archeologia Invisibile” e “Lo sguardo dell’antropologo”, progetto espositivo realizzato in collaborazione con il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino.
Padova. Ultimo week end per visitare “L’Egitto di Belzoni”, la grande mostra sull’esploratore patavino che ha contribuito in modo significativo a “importare” in Europa le meraviglie della terra dei Faraoni

La locandina della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova fino al 28 giugno 2020: prorogata al 26 luglio 2020
Ultimo weekend per visitare “L’Egitto di Belzoni”, la grande mostra sulle incredibili avventure dell’esploratore padovano al Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova: la mostra dedicata a Giovanni Battista Belzoni, l’esploratore patavino che ha contribuito in modo significativo a “importare” in Europa le meraviglie della terra dei Faraoni, termina il 26 luglio 2020. Sono le ultime occasioni per rivivere le magnifiche gesta del “Gigante del Nilo”, un personaggio unico che con il suo inconfondibile carisma ha affascinato e ispirato il regista George Lucas nella creazione di “Indiana Jones e i Predatori dell’arca perduta” (1981). Promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Padova, con il sostegno della Camera di Commercio di Padova, il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e organizzata dal Consorzio Città d’Arte del Veneto e dall’agenzia di comunicazione Gruppo Icat, “L’Egitto di Belzoni” è la prima mostra italiana che restituisce la vera dimensione e il giusto valore al grande esploratore padovano. E lo fa attraverso un percorso che affianca l’esposizione di reperti originali ad un percorso immersivo che si avvale delle più recenti tecnologie multimediali al fine di regalare ai visitatori un’esperienza ad alto impatto emozionale.

Ritratto di Giovanni Battista Belzoni,, nato a Padova nel 1778 e morto nel 1823 a Gwato, oggi in Nigeria
“Ultimi giorni per scoprire la straordinaria vita di Belzoni”, afferma Andrea Colasio, assessore alla Cultura del Comune di Padova. “Una bellissima occasione per ammirare per l’ultima volta importanti reperti storici provenienti da musei di caratura nazionale e internazionale quali il Louvre, il Museo Egizio di Torino, il British Museum o la Cambridge University Library. Una mostra da non perdere che, per la prima volta in Italia, racconta le avventure di un grande precursore dell’egittologia moderna”. E Claudio Capovilla, presidente di Gruppo Icat: “Sta per concludersi un importante capitolo della storia culturale di Padova – dichiara–. Per questo, invito tutti coloro che ancora non hanno avuto l’opportunità, di visitare la mostra in queste ultime settimane. Sarà un momento unico per scoprire un personaggio affascinante e fuori dagli schemi, che ha avuto il merito di far conoscere l’Egitto in Italia e in tutta Europa”.
Orari e biglietti. La mostra “L’Egitto di Belzoni” è aperta al pubblico fino al 26 luglio 2020 nei seguenti orari: venerdì dalle 10 alle 18; sabato e domenica dalle 10 alle 20. Infine, per quando riguarda i biglietti d’ingresso, continuano gli sconti applicati sulle entrate con un’offerta pensata per tutti (famiglie, bambini, gruppi): la tariffa intera è 12 euro invece che 16, e quella ridotta – quindi i ragazzi dai 6-17 anni, gli studenti universitari dai 18 ai 25 con presentazione documento appropriato, over 65, persone disabili dai 18 anni e convenzionati – è 10 euro invece che 14. L’ingresso in mostra è possibile fino a un’ora e mezza prima della chiusura. Le viste guidate per singoli o gruppi inferiori a 10 persone sono attivate ogni venerdì alle 16, sabato e domenica alle 11 e alle 17. Informazioni e prenotazioni gruppi@legittodìbelzoni.it
Il museo Egizio di Torino e il museo di Antropologia dell’Università di Torino, propongono tre “talk” online per approfondire e riflettere sui temi della nuova mostra temporanea “Lo sguardo dell’antropologo”
Il museo Egizio di Torino e il museo di Antropologia dell’Università di Torino, propongono tre “talk” online per approfondire e riflettere sui temi della nuova mostra temporanea “Lo sguardo dell’antropologo” (visitabile fino al 15 novembre 2020) (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/07/07/lo-sguardo-dellantropologo-al-museo-egizio-di-torino-aperta-una-nuova-mostra-per-esplorare-le-connessioni-tra-egittologia-e-antropologia-realizzata-in-collaborazione-con-i/). Appuntamento il 13, 20, 27 luglio 2020. Le conferenze sono organizzate nell’ambito dell’iniziativa “Settimane della Scienza”, organizzata dal Centro Scienza onlus.

L’allestimento della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco (foto museo Egizio)
Lunedì 13 luglio 2020, alle 17: “I direttori si incontrano” con Cecilia Pennacini, direttrice MAET; Christian Greco, direttore museo Egizio; Modera Luigi Civalleri, CentroScienza ONLUS. La conferenza è trasmessa in streaming sulla pagina Facebook del museo di Antropologia (https://www.facebook.com/MusAntropoEtno/)
Lunedì 20 luglio 2020, alle 17: “La giovane donna di Gebelein” con Rosa Boano, antropologa fisica (dipartimento di Scienze delle Vita e Biologia dei Sistemi – UniTo); Beppe Moiso, curatore (museo Egizio). Modera Luigi Civalleri, CentroScienza ONLUS. Per partecipare alla conferenza clicca qui: https://unito.webex.com/webappng/sites/unito/meeting/download/fa1270a5acb84a97abe27b24362de569?siteurl=unito&MTID=m12e9b535384fa6d917e70fa4959a3c40. N° riunione: 121 509 3247 – Pwd: ZCv2PTpn5b3

La locandina della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” aperta al museo Egizio di Torino fino al 15 novembre 2020
Lunedì 27 luglio 2020, alle 17: “Dietro le vetrine” con Erika Grasso, antropologa culturale (MAET); Gianluigi Mangiapane, antropologo fisico (MAET); Valentina Brambilla, registrar (museo Egizio). Modera Luigi Civalleri, CentroScienza ONLUS. Per partecipare alla conferenza clicca qui: https://unito.webex.com/webappng/sites/unito/meeting/download/45a3fa3359404a76a770cc0714ab5393?siteurl=unito&MTID=me1a3a884d9c8320c78cc948fd28dbec2. Numero riunione: 121 227 0071 – Password riunione: JBdAwfhA552
“Lo sguardo dell’antropologo”: al museo Egizio di Torino aperta una nuova mostra per esplorare le connessioni tra egittologia e antropologia. Realizzata in collaborazione con il museo di Antropologia dell’università di Torino, chiuso dal 1984, restituisce al pubblico una parte della collezione dell’istituto universitario, tra cui la mummia da Gebelein

La locandina della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” aperta al museo Egizio di Torino fino al 15 novembre 2020
La visita del museo Egizio di Torino si arricchisce de “Lo sguardo dell’antropologo”, una piccola mostra allestita in una sala del primo piano, realizzata dai curatori del museo Egizio in collaborazione con il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino (MAET). La mostra, che rimarrà aperta fino al 15 novembre 2020, nasce dall’intento di mettere in dialogo le collezioni dei due musei, proponendo una riflessione sulle modalità con cui la cultura scientifica europea, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX, percepiva e classificava i suoi “altri”. Un progetto che mira a ricostruire i rapporti tra egittologia e antropologia, individuando prospettive di ricerca e possibili aree di collaborazione futura. “Lo sguardo dell’antropologo” espone una quarantina di oggetti, in gran parte prevenienti dalle collezioni etnografiche del MAET, rappresentativi delle culture extraeuropee e dell’antico Egitto: fra essi il ruolo di protagonista spetta a una mummia di una giovane donna, caratterizzata da una tunica finemente plissettata, proveniente dal sito archeologico di Gebelein, oggetto di recenti indagini scientifiche e il cui restauro è stato da poco concluso presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
L’esposizione intende dare particolare risalto alle tracce degli “sguardi” che si sono posati sui reperti nel momento del loro rinvenimento da parte di studiosi e antropologi: sguardi colmi di stupore, meraviglia ma anche di disprezzo o di compiacimento, improntati a una visione che classificava i gruppi umani all’interno di una griglia evolutiva. In quella prospettiva, gli abitanti dell’Africa – insieme alla maggior parte delle culture extraeuropee – erano visti come dei “primitivi” immersi nella magia e nella superstizione; l’Egitto, invece, fu idealmente disconnesso dal continente cui appartiene, per essere invece considerato la culla della civiltà occidentale. Su questo tema si concentra un video presente in mostra: “I giovani africani e l’Egitto”, che indaga il significato che l’antico Egitto ricopre per gli africani contemporanei, i quali, attraverso una serie di interviste, ribaltano provocatoriamente questa visione tipicamente orientalista dell’Egitto.

L’allestimento della mostra “Lo sguardo dell’antropologo” in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco (foto museo Egizio)
L’esposizione – realizzata in una sala resa suggestiva anche per le vetrine ottocentesche e i pavimenti in legno originali del palazzo barocco – conta altre tre sezioni, che riguardano la nascita e i contenuti dell’antropologia, la storia del museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino, museo a partire dalla sua fondazione nel 1926 da parte dell’antropologo Giovanni Marro, e il contesto di scavo nel quale fu rinvenuta la mummia su cui è stato effettuato il restauro. Sulla mummia della “giovane donna con tunica plissettata” sono state recentemente condotte dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’università di Torino delle analisi biomolecolari innovative, le prime realizzate in modalità non invasiva su un resto umano di epoca egizia. Utilizzando una membrana che estrae le proteine presenti sulla superficie del reperto, è stato possibile rilevare i componenti originari della pelle della donna e i potenziali microrganismi causa del degrado, dati fondamentali per progettare il futuro monitoraggio dello stato di conservazione.
“Questa mostra”, spiega Christian Greco, direttore del museo Egizio, “esprime appieno la centralità dell’attività di ricerca nel nostro lavoro quotidiano: antropologia ed archeologia sono due discipline che camminano fianco a fianco per studiare e comprendere l’uomo, la sua cultura materiale. Un ambito in cui la collaborazione fra il Museo e l’Università assume una funzione primaria, consentendoci di approfondire la comprensione di quei frammenti di memoria che ci permettono di ricostruire i comportamenti, i rituali, le risposte alle domande esistenziali e, quindi, di comprendere noi stessi ed il ruolo che occupiamo nella società”. “Inoltre – aggiunge il direttore – con questa operazione vogliamo offrire una finestra al museo di Antropologia, purtroppo chiuso al pubblico, creando una connessione che racconta una pagina importante della storia della nostra collezione. Riportare la mummia al museo significa anche ricomporre corredi unitari: si tratta di scoperte fatte in Egitto durante le campagne della MAI dirette da Schiaparelli, di cui il Marro era l’antropologo fisico, e i reperti vennero poi suddivisi fra Museo e Università, dove andarono sostanzialmente i resti antropologici. L’esposizione consente quindi di riproporre e mostrare la collaborazione scientifica, di spiegare l’evoluzione dell’interesse accademico torinese che, oltre all’antropologia fisica, ha visto poi lo sviluppo dell’antropologia culturale. E proprio questo oggi ci avvicina ancora una volta, con un’iniziativa della cui realizzazione sono grato alla direttrice del museo di Antropologia, Cecilia Pennacini, e al presidente del Sistema Museale d’Ateneo dell’università di Torino, Enrico Pasini, nonché alla soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Torino, nella persona di Elisa Fiore Marochetti”.
“Il museo di Antropologia ed Etnografia dell’università di Torino è chiuso al pubblico dal 1984: questa mostra, organizzata in collaborazione con il Museo Egizio, offre finalmente l’opportunità di esporre al pubblico alcuni preziosi reperti e di raccontare la storia di questo straordinario museo, che conserva oggetti e reperti provenienti da ogni parte del mondo”, dichiara Cecilia Pennacini, direttrice del MAET. “L’eterogeneità delle collezioni riflette lo sguardo del fondatore che, come molti studiosi dell’epoca, cercava di documentare la diversità dei gruppi umani inquadrandola erroneamente in una gerarchia di “razze” inferiori e superiori. L’antica civiltà egizia, a lungo studiata da Marro nell’ambito della Missione Archeologica diretta da Ernesto Schiaparelli, era posta al vertice di questa scala mentre le culture dell’Africa e di altre società extra-europee erano viste come arretrate. L’antropologia ha abbandonato da tempo questa visione, sia in ambito biologico che culturale, e il percorso espositivo suggerisce come oggi il lavoro sul terreno e lo studio analitico dei reperti consentano di produrre conoscenze preziose in grado di illuminare la storia di civiltà tuttora poco conosciute, restituendo a tutte la medesima dignità”.
“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo
Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)
Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)
Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.
“Le Passeggiate del Direttore”: col 27.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nella famosa Galleria dei Re del museo Egizio di Torino alla scoperta di alcune delle meravigliose statue della collezione
Col 27.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore” dedicato a “Faraoni: dei e re”, Christian Greco ci porta nella cosiddetta Galleria dei Re, uno degli ambienti più famosi del museo Egizio di Torino, alla scoperta di alcune delle meravigliose statue lì esposte. Una delle statue più importanti conservate al museo Egizio di Torino, e davvero una delle più conosciute al mondo, mostra un giovane Ramses II: indossa la corona di combattimento khepresh, una tunica plissettata che gli avvolge il corpo, e tiene in mano lo scettro. “È interessante notare”, spiega Greco, “come i suoi piedi con i sandali schiaccino i nemici dell’Egitto. Ci sono i nove archi che rappresentano i nemici dell’Egitto, schiacciati dal sovrano che siede in trono. Ai lati del trono riconosciamo il sema tawi, l’unione del Basso e dell’Alto Egitto, quindi il sovrano dell’Alto e Basso Egitto sconfigge e domina i nemici. Del resto si vede nella parte frontale del piedistallo che questi nemici sono legati e dominati assolutamente dal potere regale del faraone”.
Vicino alla statua di Ramses II c’è una statua molto importante, ma che spesso viene ignorata dai visitatori del museo Egizio di Torino, forse perché ritenuta una statua minore. Si tratta di una diade ovvero di una statua di due persone: c’è Horemheb, giuntoci acefalo, con la moglie Mutnedjemed. “Perché è importante questa statua?”, si chiede il direttore. “È importante per quello che sfugge perché non si vede, ovvero per il testo che è conservato in 26 righe nella parte posteriore della statua. Questo testo ci narra di un momento importantissimo nella storia dell’antico Egitto. Il momento in cui viene a finire quella che si definisce l’eresia di Amarna”. Durante il periodo di Amarna, Amenofi IV, che cambia il nome in Akhenaten, trasferisce la sua capitale da Tebe ad Akhetaten (l’odierno tell el-Amarna), e avvia una profonda rivoluzione religiosa. Dice che il pantheon degli antichi dei non deve più essere adorato ma che vi è una divinità che adesso deve essere adorata e questa divinità è l’aton, il disco solare. “Sappiamo che dopo la morte di Akhenaten”, continua Greco, “c’è il regno di Smenkhara, quindi il regno del sovrano bambino Tutankhamon che muore a 18 anni, al quale succederà Ay un generale che regnerà solo per cinque anni, e poi Horemheb. “Horemheb porta avanti l’opera di restaurazione, va in tutte le città e riapre i templi e cerca di ristabilire l’antico culto perché l’Egitto torni a essere prospero. E proprio questo testo ci parla della situazione in cui si trova l’Egitto, l’Egitto che non è più florido perché gli dei non gli sono più benevolenti. Ed ecco quindi come sia necessario ristabilire il culto di tutti gli dei, ritornare all’ortodossia perché il nome dell’Egitto sia di nuovo grande e l’Egitto venga adorato in tutto il mondo”.

La colossale statua di Seti II domina la Galleria dei Re del museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)
Sempre nella Galleria dei Re colpisce la statua di Seti II, la statua più grande presente al museo Egizio: è lunga 5,16 metri. Ha una statua assolutamente gemella che si trova al Louvre. Questa statua, assieme alla sua gemella, sono state trovate nella parte Nord della prima corte del tempio di Karnak. Quando oggi si va a visitare il tempio di Karnak si passa attraverso la porta monumentale, il cosiddetto primo pilone, costruito da Nectanebo I, e sulla nostra sinistra vi è una cappella fatta costruire da Seti II, e nella parte anteriore vi erano appunto due statue entrambe alte 5,16 metri. “Il nome di Seti II era scritto dove ora c’è un buco. Si legge ancora “ptah”, parte del nome Merenptah, ma il nome Seth è stato scavato, tolto quasi in un segno di damnatio memoriae. Seth era legato con tutto ciò che veniva definito come male, come non ordine, colui che dominava il deserto. Cosa dice il testo? Dice che il sovrano delle due terre è amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre. La stessa formula viene ripetuta su ambo i lati”. Ma come è arrivata a Torino questa statua? “È arrivata a Genova e poi è stata trasportata su fusti di cannoni fino a Torino”, racconta Greco. “Una volta arrivata qui non c’era una sala che la potesse ospitare e fu lasciata fuori, coperta con della paglia per preservarla dalle intemperie dell’inverno. E quando Jean François Champollion, il padre dell’egittologia, che arriva qui per studiare la collezione, vide questa statua fuori, scrisse un pamphlet in cui lui stesso si impersonifica in Seti II. E Seti II scrive al Re di Sardegna e gli dice “io re dei re mi trovo ora prigioniero in una stalla piemontese, cerca di trovare un luogo adeguato alla mia statura di gran re”.
C’è un’altra statua meravigliosa che è conservata all’interno del museo Egizio: è la statua di Thutmosi III, un altro grande sovrano guerriero. Ramses II – sappiano – resta sul trono 67 anni, espande i confini dell’Egitto, impone il suo nome su tantissimi monumenti dell’antico Egitto: forse quello più famoso è il tempio di Abu Simbel dove ci sono quattro statue colossali che rappresentano Ramses II. “Ma prima di lui vi era stato un altro sovrano guerriero molto importante, Thutmosi III, che espande i confini dell’impero egizio, arrivando nel Levante, fino al confine con la Turchia. A Torino lo vediamo rappresentato con le tipiche fattezze faraoniche: busto slanciato, idealizzato, tipico dei faraoni; in testa la corona nemes, con al centro l’ureo, o il cobra, simbolo di regalità. Tra le gambe ha una coda, la coda di toro, perché uno dei suoi epiteti è “ka nekhet”, ovvero “toro potente”, toro forte, colui che con la sua potenza riesce a dominare l’Egitto, riesce a garantire maat e a rendere sicuro l’Egitto. Ai lati i suoi nomi, il sovrano dell’alto e basso Egitto con il nome del sovrano. E poi di nuovo, come nella statua di Seti II, “amato da Amon Ra, signore dei troni delle due terre e signore del cielo”. E poi “dotato di vita per sempre”. E qui la stessa cosa, ma prima del cartiglio c’è l’epiteto “sa Ra”, “figlio del dio sole”. Epiteto che si trova nelle statue e negli epiteti regali a partire dalla IV dinastia. E come nella statua di Ramses II, di nuovo i piedi del sovrano che schiacciano i nemici dell’Egitto e di nuovo la rappresentazione dei nove archi dei nemici dell’Egitto. Per quanto concerne poi la storia della collezione vi è un altro aspetto interessante ovvero il nome di Rifaud, che è definito scultore al servizio di monsieur Drovetti. Jean Jacques Rifaud era uno degli agenti di cui Drovetti si serviva per andare in giro per Tebe a trovare statue che poi entrarono a far parte della collezione arrivata nel 1824 qui a Torino”.





























Commenti recenti