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Vicenza. Alle Gallerie d’Italia-Palazzo Montanari presentato al ministro Erika Stefani il progetto scientifico e didattico “Argilla. Storie di vasi”, percorso espositivo triennale per la valorizzazione della collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo, concepito per eliminare le barriere nella fruizione dei luoghi e degli oggetti con l’inclusione delle persone con disabilità

“Argilla. Storie di vasi”, il percorso espositivo scientifico e didattico alle Gallerie d’Italia di Palazzo Montanari a Vicenza (foto sofia sandri / gallerie d’italia)

“Argilla. Storie di vasi” a cura di Monica Salvadori, Monica Baggio e Luca Zamparo, con il contributo di Federica Giacobello, è il nuovo percorso scientifico e didattico di Intesa Sanpaolo, concepito per eliminare le barriere nella fruizione dei luoghi e degli oggetti, che nasce dalla collaborazione con il dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova in seno alle ricerche sviluppate dal progetto “MemO. La memoria degli oggetti. Un approccio multidisciplinare per lo studio, la digitalizzazione e la valorizzazione della ceramica greca e magnogreca in Veneto”, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, e si inserisce nell’ambito delle attività dedicate alla valorizzazione della collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo, costituita da oltre cinquecento reperti prodotti tra il VI e il III sec. a.C.,  prodotti tra VI e III secolo a.C. in Puglia e in Lucania o importate da Atene, e tutti provenienti da un’unica necropoli di Ruvo di Puglia, che forniscono una significativa testimonianza della cultura e dell’arte della Grecia d’Occidente. Erano beni di prestigio scelti per ricchi corredi, collocati nelle sepolture dell’aristocrazia apula. Sono per lo più contenitori per cibi, liquidi, unguenti che, all’utilità pratica, uniscono un alto valore artistico, dato dalle scene pittoriche a figure rosse o nere dipinte sui manufatti. Capolavoro della collezione è la kalpis attica del Pittore di Leningrado (V secolo a.C.), sul cui fregio è rappresentata un’officina ceramica, con artigiani e una giovane donna intenti nella decorazione di vasi.

Il ministro per le Disabilità Erika Stefani con Michele Coppola, executive director Arte, Cultura e Beni storici Intesa Sanpaolo, nell’incontro a Palazzo Montanari a Vicenza (foto sofia sandri / gallerie d’italia)

Il progetto espositivo, che avrà un’articolazione triennale, si situa nel solco dell’impegno di Intesa Sanpaolo per l’inclusione delle persone con disabilità. In particolare, le Gallerie d’Italia offrono percorsi didattici e di visita dedicati realizzati su misura in collaborazione con le associazioni del territorio a Milano, Napoli e Vicenza. Lunedì 8 novembre 2021 oggi alle Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari, museo di Intesa Sanpaolo a Vicenza, il percorso scientifico e didattico “Argilla. Storie di vasi” è stato visitato dal ministro per le Disabilità Erika Stefani. La visita istituzionale si è svolta alla presenza di Michele Coppola, executive director Arte, Cultura e Beni storici Intesa Sanpaolo, e della rettrice dell’università di Padova Daniela Mapelli, di Monica Salvadori, prorettrice al Patrimonio artistico storico culturale dell’università di Padova, di Vincenzo Tinè, soprintendente Archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, del vice presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo Donato Nitti e degli assessori del Comune di Vicenza Simona Siotto (Cultura) e Matteo Tosetto (Politiche Sociali).

“Argilla. Storie di vasi” indaga le modalità tecniche di realizzazione dei manufatti ceramici nel mondo greco antico, partendo dalla fase di estrazione dell’argilla per giungere al vaso finito, attraverso un percorso che ambisce a svelare alcuni segreti di questa produzione artistica e artigianale millenaria. Il progetto allestitivo intende anche approfondire il rapporto fra la società attuale e il patrimonio archeologico con l’obiettivo di diffondere una cultura della legalità.

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Un supporto tattile del progetto “Argilla. Storie di vasi” a Palazzo Montanari – Gallerie d’Italia (foto sofia sandri / gallerie d’italia)

L’itinerario narrativo, caratterizzato da una precisa/decisa/chiara finalità didattica e da una particolare attenzione ai diversi pubblici, specialmente quelli di età scolare, si contraddistingue per un linguaggio semplice ma allo stesso tempo specifico, che intende fornire le basi di un lessico per la conoscenza della produzione ceramica greca e magnogreca, attraverso un’esperienza educativa che dal mondo antico giunge al contemporaneo. L’esposizione è dotata di supporti audio, video e tattili per essere ampiamente inclusiva e accessibile, con l’obiettivo di ridurre, per quanto possibile, le barriere culturali, motorie e sensoriali al fine di creare uno spazio condiviso. Il progetto presenta un gruppo di ceramiche greche e magnogreche della collezione Intesa Sanpaolo accanto ad alcuni reperti gentilmente concessi in prestito dal museo regionale della Ceramica di Caltagirone (parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Anci), dal museo civico di Bassano del Grappa, dal museo Archeologico nazionale di Ferrara e dal Centro d’Ateneo per i Musei dell’università di Padova.

La pelike apula a figure rosse n. 39 della Collezione Merlin conservata al museo di Scienze Archeologiche e d’Arte dell’università di Padova (foto msa / unipd)

Modello 3D della pelike apula a figure rosse n. 39 della Collezione Merlin (Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte, Università di Padova) realizzato mediante scansione laser a luce strutturata (elab. Emanuela Faresin, dipartimento dei Beni Culturali, Università di Padova). Il modello permette una visione a 360° di un oggetto archeologico solitamente inaccessibile (ossia conservato all’interno di apposita teca museale) con un grado di precisione dei dettagli infinitesimale, emblema del connubio fra la ricerca umanistica e le più aggiornate soluzioni tecnologiche.

Nella prima sala, chiamata dell’Antico Testamento, si racconta come gli antichi realizzavano i vasi, con particolare attenzione al mondo greco e magnogreco. Gli esemplari, di cui noi ammiriamo le forme, la fattura, il rivestimento e le raffigurazioni, sono il risultato di un lungo e complesso processo scandito da diverse e precise fasi di lavorazione che richiedeva di possedere la tecne, la perizia che nasce dall’esperienza. Ad aiutarci a ricostruire le fasi produttive sono le scene raffigurate sui vasi e le immagini dipinte su alcune tavolette d’argilla ritrovate a Penteskouphia nei pressi di Corinto che in questa sala sono state riprodotte graficamente. Nelle vetrine si possono ammirare esemplari prodotti con tecniche figurative differenti insieme a vasi che, a causa di errori nella delicata fase di cottura nelle fornaci, appaiono difettosi.

La vicina sala dell’Antica Roma ci guida all’interno della bottega di un antico vasaio greco attraverso le immagini dipinte e la selezione delle forme vascolari. Le forme ceramiche attestate nel mondo greco antico sono poche, standardizzate e riconducibili a precise funzioni: trasportare l’olio, versare l’acqua, contenere il vino oppure gli unguenti profumati. Queste azioni appartengono sia ai differenti momenti della vita quotidiana sia alle azioni rituali. Le immagini dipinte si ispirano al mito, all’epica, alla vita quotidiana e talvolta, in un gioco di specchi, anche al lavoro del ceramista e del ceramografo. Esse non hanno solo un valore estetico ma i segni che le compongono, fatti di oggetti e gesti, rimandano al pensiero e all’ideologia delle società che le ha prodotte.

Nella terza sala, chiamata dei Quattro Continenti, il pubblico è sfidato a mettere alla prova le proprie capacità di analisi dei manufatti, per individuare alcuni oggetti che imitano le produzioni antiche. Questo ambiente, infatti, narra le storie di oggetti e di persone che producono, collezionano e conservano. Allo stesso tempo, questo spazio vuole parlare di quanto oggetti estremamente umili, provenienti dalla terra, possano suscitare interessi economici e sociali. Ci parla, infine, della ricerca archeologica e storico-artistica, ricerca attenta alla società e rivolta alla tutela del patrimonio culturale che accomuna la storia di tutti noi.

Bassano. Alla vigilia della cerimonia di “restituzione” del Ponte alla città, con il curatore Guido Beltramini visitiamo la mostra “Bassano, Palladio e il Ponte. Invenzione, storia, mito” che racconta il mito del ponte, ma insieme di un ponte concreto e reale da 500 anni, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte fino al Ponte degli Alpini

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I curatori e i promotori della mostra “Bassano, Palladio e il Ponte. Invenzione, storia, mito” al museo civico di Bassano (foto Graziano Tavan)

A Bassano del Grappa domenica 3 ottobre 2021 cerimonia inaugurale ufficiale di restituzione del Ponte alla Città: parliamo del Ponte degli Alpini, o Ponte Vecchio, o Ponte di Palladio. In pratica del Ponte di Bassano. E per celebrare la conclusione del lungo restauro del Ponte Vecchio i Musei Civici di Bassano del Grappa hanno proposto la mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione, storia, mito”, a cura di Guido Beltramini, Barbara Guidi, Fabrizio Magani e Vincenzo Tiné, promossa dall’amministrazione comunale al museo civico di Bassano del Grappa fino al 25 ottobre 2021. Il racconto della mostra si snoda a partire da disegni originali di Palladio, libri cinquecenteschi, mappe antiche, dipinti del Settecento, fotografie di fine Ottocento, modelli di studio contemporanei. La mostra è frutto di una sinergia fra il Museo civico di Bassano, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza e il Centro Studi Internazionali di Architettura Andrea Palladio-Palladio Museum di Vicenza. A differenza della maggior parte degli architetti cinquecenteschi, Palladio è un architetto di ponti: ponti di pietra, di legno e di carta. Questi ultimi sono senza dubbio quelli che avranno un impatto più marcato sulla cultura figurativa dei secoli successivi: pubblicati sulle pagine dei Quattro Libri, il trattato edito a Venezia nel 1570, diventeranno i protagonisti dei sogni degli artisti del Settecento. Algarotti chiederà a Canaletto di fargli vedere il ponte di Rialto come lo aveva pensato Palladio, ma anche Bellotto, Carlevarijs e Piranesi faranno dei ponti uno dei soggetti privilegiati delle loro vedute. La mostra racconta il mito del ponte, ma contemporaneamente parla di un ponte concreto e reale da 500 anni, il ponte di Bassano, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte in un’epopea che dal Settecento del Ferracina giunge al presente del Ponte degli Alpini.

Il passaggio coperto del Ponte Vecchio / degli Alpini / di Palladio a Bassano (foto Graziano Tavan)

Il Ponte Vecchio di Bassano: il restauro. Distrutto e ricostruito innumerevoli volte a partire almeno dall’inizio del XIII secolo e nel 1570 riprogettato da Andrea Palladio (1508-1580), in virtù della sua importanza storica, architettonica e identitaria, il Ponte Vecchio di Bassano, è divenuto il simbolo stesso della città ai piedi del Grappa. Noto a livello internazionale e decretato Monumento Nazionale, dal 2017 il Ponte Vecchio di Bassano è stato sottoposto a un lungo intervento di restauro strutturale coordinato dall’ufficio tecnico del Comune di Bassano e realizzato sotto la sorveglianza della Soprintendenza per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza. L’intervento, costato circa 7 milioni di euro, è stato affidato alla impresa INCO s.r.l. di Pergine Valsugana (TN), opere strutturali di Claudio Modena con la consulenza di Giovanni Carbonara, ed è stato reso possibile grazie a importanti fondi del Comune oltre che del ministero della Cultura (1,9 milioni), della Regione Veneto (1,7 milioni), della Fondazione Cariverona (un milione) e dell’associazione nazionale Alpini e comitato “Aiutiamo il Ponte di Bassano” (circa 300mila euro). Il singolare manufatto ligneo presentava diversi aspetti di degrado e un evidente stato deformativo, sia per quanto riguarda le strutture al livello della pavimentazione, segnata da progressivi cedimenti, sia in quelle sommerse ed emerse dall’acqua del fiume Brenta sul quale troneggia. I lavori sono stati volti a un generale risanamento degli elementi strutturali e portanti: tra questi, la posa di una nuova trave reticolare in acciaio inox a sostegno di ciascuna delle quattro stilate e altri lavori che hanno interessato le antiche colonne lignee e i pali di rostro. È stato inoltre effettuato lo smontaggio del tavolato storico, il rifacimento della pavimentazione, oltre a intervenire sulla copertura e sulla intera balaustra del ponte. La struttura risulta ancora legata a doppio filo alla versione palladiana, con le sue quattro stilate lignee a sorreggere le cinque campate e la singolare copertura a capanna corredata oggi anche da una rinnovata illuminazione.

La mostra, come ben spiega nel video di archeologiavocidalpassato Guido Beltramini, storico dell’architettura, direttore di Palladio Museum, è articolata in tre sezioni: invenzione, storia, mito. Invenzione: dove si affronta il tema dei ponti di Palladio, di cui si possono analizzare splendidi disegni autografi. Storia: si ripercorrono tutte le vicende storiche del ponte, fino all’ultima ricostruzione del 1948, attraverso molte testimonianze iconografiche. Mito: l’ultima sezione mette a fuoco un universo reale e immaginario, quello dei dipinti di Canaletto, Bellotto, Piranesi e Guardi che, nelle loro tele e incisioni, compongono vedute veneziane “palladianizzate”, dove gli edifici costruiti o solo progettati da Palladio, come il ponte di Rialto, si uniscono in una sorta di “capriccio”, di sogno classicheggiante. E in tre sezioni è articolato anche il volume scientifico che accompagna la mostra, in grado di fornire gli strumenti di lettura della storia del ponte di Bassano e dei suoi secoli di storia. La prima, di taglio storico, contestualizza la fase di costruzione cinquecentesca del ponte all’interno dell’economia, politica e società bassanese dell’epoca, senza trascurare anche la “preistoria” del ponte, con i diversi attraversamenti dal medioevo in avanti. La seconda sezione, di tema palladiano, rende conto delle novità nelle ricerche su Palladio e i ponti in pietra e in legno, con particolare attenzione al ponte nella città di Bassano e a quello a Cismon del Grappa. Una terza sezione riguarda la “vita materiale” e le trasformazioni del ponte in un arco cronologico che va dalla sua costruzione sino al recente restauro, nonché alla forza del suo mito nelle arti figurative.

“Capriccio con edifici palladiani” di Antonio Canaletto (1750 ca.), olio su tela, conservato al Complesso monumentale della Pilotta di Parma (foto Pilotta Parma)

Cronistoria del ponte, tra brentane, distruzioni e ricostruzioni. In epoca antica i collegamenti fra le due sponde del fiume avvenivano attraverso i guadi oppure su traghetti. Nel giuramento di fedeltà prestato dai Bassanesi al Comune di Vicenza, nel 1175, fra le emergenze urbane tattiche – il castello, il borgo e i borghetti – non è segnalato anche un ponte da consegnare alla città berica in caso di pericolo e a segno della sua sovranità. È perciò ipotizzabile, con buone ragioni, che il ponte sia stato eretto nell’ultimo quarto del secolo XII. Nel 1209, su una cronaca medievale, la prima citazione del ponte: Ezzelino II, signore di queste terre, è insieme a un centinaio di suoi uomini di masnada che “fecero cerchio attorno a lui nella piazza che si trova in capo al ponte di Bassano”.

“Veduta del ponte dell’EIio Adriano, oggi detto di S. Angelo”, in “Le Antichità Romane”, tomo IV, di Giambattista Piranesi, conservato alla Fondazione C.I.S.A. “A. Palladio” di Vicenza (foto CISA)

Segno di una ottenuta autonomia, nel 1402 sorge un “ponte nuovo” fatto costruire da Gian Galeazzo Visconti poco a monte del “vecchio”, entrambi fortificati, specie il primo. Il nuovo ponte, sbarrabile con caditoie in legno, era adattato anche a diga e correlato con il colossale vallo, per la deviazione del corso del Brenta fino a Sandrigo. Con l’avvento di Venezia, la struttura fu resa inservibile e abbattuta dopo il 1406. Nel 1450, dopo una piena del Brenta, davanti alla totale rovina del ponte, il doge Francesco Foscari dirama una ducale alle podesterie circostanti ordinando di contribuire “come di consuetudine” ai lavori di ricostruzione. Il ponte di Bassano, fondamentale per i territori della Serenissima, è così ricostruito nel 1450-51. E un’altra ricostruzione è documentata nel 1498. Ma nel 1511 è la stessa Serenissima a ordinare di dare alle fiamme il ponte per coprire la ritirata dell’esercito veneziano incalzato dall’avanzata delle truppe alleate contro Venezia, durante una delle fasi della guerra della Lega di Cambrai. Nuove ricostruzioni sono ricordate nel 1522 e nel 1531. Il nuovo ponte dura 36 anni, fino al 30 ottobre 1567: il Brenta si ribella ancora ed una nuova piena travolge tutto.

Il ponte di Bassano su “I Quattro libri dell’Architettura” di Andrea Palladio, Venezia, 1570, nella copia appartenuta ad Antonio Canova e conservata alla Biblioteca Civica di Bassano (foto biblioteca bassano)

1567: compare Andrea Palladio. Il Senato della Serenissima era orientato a sostituire tutti i ponti in legno con altrettanti in pietra. Si apre allora fra Bassano e Venezia un lungo confronto. Nel dicembre 1567, per incarico del Comune, Palladio fa un disegno per il ponte da ricostruire, forse in pietra. Alla fine prevale la soluzione in legno confermata dal Senato che concede il finanziamento per la ricostruzione. Nell’estate 1569 Battista Marchesi da Bergamo, collaboratore del Palladio, riceve l’incarico di esecuzione dell’opera, seguendo il modello dell’architetto vicentino. Palladio parte dalla struttura del ponte preesistente, reinterprentandola in chiave classica. Ancorato alle costruzioni che sorgono sulle due rive del Brenta poggia su quattro pile, rinforzate alla base da possenti speroni triangolari per resistere all’azione dell’acqua. Palladio non concepisce solo una strada sull’acqua, ma pensa a una loggia coperta da cui guardare il fiume con vista a Nord sulle montagne e sul colle dove sorge il Castello degli Ezzelini e a Sud sulla pianura che si apre verde e assolata in direzione di Venezia. Nel 1570 Palladio pubblica nei Quattro Libri dell’Architettura una versione idealizzata del ponte da lui costruito, con l’obiettivo di fornire un modello che possa essere replicato in contesti diversi.

“Ponte Vecchio di Bassano”, 1826. Incisione a bulino di Sebastiano Lovison (foto museo civico di bassano)
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“Interno del Ponte Vecchio di Bassano”, 1826. Incisione a bulino di Sebastiano Lovison (foto museo civico di bassano)

Due violente piene, nel 1574 e nel 1593, riescono a danneggiarlo, ma non ad abbatterlo. Tra il compimento del ponte del 1570 e il 1748 i danni che il ponte subisce, complessivamente assai gravi e costosi, dipendono dalla furia del fiume, e non poco dagli urti delle zattere e soprattutto più dall’impatto del legname sciolto che scende lungo il fiume, condotto “in menada”. Il 19 agosto 1748, una tremenda alluvione estiva devastò anche il Canale di Brenta portando via il ponte “come una cesta”. Nel 1750 la ricostruzione viene affidata a Bartolomeo Ferracina, bassanese di grande ingegno, famoso anche per i suoi orologi meccanici, il più famoso dei quali segna le ore dalla torre dei Mori in piazza San Marco, a Venezia, mentre tuttora efficiente è quello collocato a Bassano sulla facciata del Municipio. L’intervento, concluso nel 1751, differisce dalla versione palladiana, nella partitura degli spazi, nel posizionamento dei pali di fondazione e nella revisione dell’impalcato. Arriviamo così al 2 novembre 1813: dopo aspra battaglia nel Bassanese contro l’esercito austriaco, le truppe napoleoniche al comando di Eugenio Beauharnais, viceré d’Italia, ripiegano verso occidente. Per ritardare l’avanzata degli Austriaci, nonostante le suppliche dei bassanesi, il viceré dà ordine di incendiare il ponte che così scompare nel Brenta un’altra volta. Dopo circa un decennio, il Comune provvede alla ricostruzione del ponte su progetto di Angelo Casarotti. Il ponte, iniziato nel marzo 1819, terminò con l’inaugurazione del 4 febbraio 1821, rispettando l’impronta palladiana ma introducendo delle innovative modifiche strutturali a livello di fondazioni che assicureranno una maggiore longevità, se rapportata alle più frequenti distruzioni in precedenza subite.

“Il Ponte di Bassano”, 1807, olio su tela di Roberto Roberti (foto museo civico di bassano)

1915-1918: Prima Guerra Mondiale. Il Ponte è danneggiato. Allo scoppio della Grande Guerra, la prima incursione aerea sorvola il ponte sganciando una bomba che ne squarcia il tetto. La struttura regge poi il passaggio dell’artiglieria pesante diretta al fronte. Invece, a pochi giorni dalla fine del secondo conflitto mondiale, il ponte conosce nuove distruzioni: il 17 febbraio 1945 un’azione dei partigiani, allo scopo di evitare un massiccio bombardamento del ponte e quindi della città, fa saltare una campata dalla parte di Angarano; il 29 aprile i Tedeschi in ritirata provocano la definitiva rovina di un altro segmento.

Il Ponte di Bassano oggi dopo i lunghi restauri (foto Graziano Tavan)

Nel 1948 il Ponte viene ricostruito per volontà degli Alpini che ne fanno un proprio simbolo ed è per questo che da allora viene anche comunemente chiamato Ponte degli Alpini. L’inaugurazione è presieduta dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. E si arriva a quel tremendo, doloroso 4 novembre 1966: la grande alluvione. Il Brenta raggiunge limiti mai visti: nel momento di maggior piena sotto le arcate passano 2300 metri cubi d’acqua al secondo, con una furia spaventosa, trascinando tronchi e detriti che si infrangono contro le strutture. Ma il Ponte, pur ingobbito per i colpi del Brenta (si è incurvato di quasi un metro al centro, due frangiflutti su quattro sono stati asportati, gli altri danneggiati, i piloni lesionati al limite della resistenza), rimane in piedi sorretto dagli sguardi e dalle speranze dei bassanesi. Il 4 novembre 1969, il Ponte è ritornato se stesso dopo lo smontaggio e rimontaggio che lo ha restituito alla sua lineare bellezza e che ne ha rinforzato ancor più le strutture.

Bassano. Per la restituzione alla città del Ponte, cinque mesi di eventi culturali. Si inizia con la grande mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione storia mito”, che racconta il mito del ponte, ma contemporaneamente di un ponte concreto e reale da 500 anni, il ponte di Bassano, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte

Il Ponte di Bassano tornato al suo splendore dopo i recenti restauri (foto esseci)

È il Ponte degli Alpini. Ma anche il Ponte Vecchio. In una parola: il Ponte di Bassano, simbolo della cittadina della pedemontana veneta, in realtà opera ingegneristica del genio di Andrea Palladio, progettato nel 1569, e dallo stesso archistar definito “una strada sopra dell’acqua… bella per la forma, e forte”. Cinquecento anni di storia, contrassegnati anche da momenti dolorosi, non solo per la furia delle acque del Brenta che l’hanno più volte danneggiato, ma per la mano dell’uomo, come nel 1813 quando il viceré Eugenio di Beauharnais lo fece incendiare per fermare l’avanzata austriaca, o nel 1945 quando prima le bombe alleate poi le mine dei partigiani lo fecero saltare in aria per salvare la città. Ma fu sempre ricostruito, rimanendo fedeli al modello palladiano. Anche nell’ultimo restauro, durato sette lunghi anni, e finito nel maggio 2021, che ha comportato anche la deviazione del fiume Brenta e l’uso di tecnologie sofisticate per salvarlo dal collasso e restituirlo alla Storia. Ora è tempo per Bassano di tributargli il giusto riconoscimento con un programma di eventi a partire da sabato 29 maggio 2021.

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Locandina della mostra “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione storia mito” ai Musei civici di Bassano dal 29 maggio al 10 ottobre 2021

A cominciare da una grande mostra “Palladio Bassano e il Ponte. Invenzione storia mito”, dal 29 maggio al 10 ottobre 2021 ai musei civici di Bassano del Grappa, a cura di Guido Beltramini, Barbara Guidi, Fabrizio Magani e Vincenzo Tiné. L’esposizione è stata promossa dall’amministrazione comunale di Bassano del Grappa proprio per celebrare la conclusione del lungo restauro del Ponte Vecchio conosciuto anche come il Ponte degli Alpini. La mostra è frutto di una sinergia fra il museo civico di Bassano, la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Verona, Rovigo e Vicenza e il Centro Studi Internazionali di Architettura Andrea Palladio-Palladio Museum di Vicenza. “Attendiamo con gioia l’apertura di questa importante mostra”, dichiara il sindaco Elena Pavan, “una mostra che, oltre a farci ripercorrere l’affascinate storia di questo singolare monumento divenuto simbolo di Bassano, rappresenta il primo di una ricca serie di appuntamenti volti a festeggiare la sua restituzione alla città”.

Il Ponte di Bassano in una pagina de “I Quattro libri dell’Architettura” di Andrea Palladio (Venezia, 1570), appartenuta ad Antonio Canova e conservata nella Biblioteca Civica di Bassano (foto comune di bassano)
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“Capriccio con edifici palladiani” di Antonio Canaletto (1750 ca.), olio su tela conservato al Complesso monumentale della Pilotta di Parma (foto pilotta parma)

“A differenza della maggior parte degli architetti cinquecenteschi”, ricorda Guido Beltramini, direttore del CISA e co-curatore della mostra, “Palladio è un architetto di ponti: ponti di pietra, di legno e di carta. Questi ultimi sono senza dubbio quelli che avranno un impatto più marcato sulla cultura figurativa dei secoli successivi: pubblicati sulle pagine dei Quattro Libri, il trattato edito a Venezia nel 1570, diventeranno i protagonisti dei sogni degli artisti del Settecento. Algarotti chiederà a Canaletto di fargli vedere il ponte di Rialto come lo aveva pensato Palladio, ma anche Bellotto, Carlevarijs e Piranesi faranno dei ponti uno dei soggetti privilegiati delle loro vedute. La mostra racconta il mito del ponte, ma contemporaneamente parla di un ponte concreto e reale da 500 anni, il ponte di Bassano, disegnato da Palladio, distrutto e ricostruito più volte in un’epopea che dal Settecento del Ferracina giunge al presente del Ponte degli Alpini. Il racconto della mostra si snoda a partire da disegni originali di Palladio, libri cinquecenteschi, mappe antiche, dipinti del Settecento, fotografie di fine Ottocento, modelli di studio contemporanei”.

“Il Ponte di Bassano” di Roberto Roberti (1807), olio su tela conservato al museo civico di Bassano del Grappa (foto comune di bassano)

La mostra è accompagnata da un volume scientifico, in grado di fornire gli strumenti di lettura della storia del ponte di Bassano e dei suoi secoli di storia. Il volume è articolato in tre sezioni. La prima, di taglio storico, contestualizza la fase di costruzione cinquecentesca del ponte all’interno dell’economia, politica e società bassanese dell’epoca, senza trascurare anche la “preistoria” del ponte, con i diversi attraversamenti dal medioevo in avanti. La seconda sezione, di tema palladiano, rende conto delle novità nelle ricerche su Palladio e i ponti in pietra e in legno, con particolare attenzione al ponte nella città di Bassano e a quello a Cismon del Grappa. Una terza sezione riguarda la “vita materiale” e le trasformazioni del ponte in un arco cronologico che va dalla sua costruzione sino al recente restauro, nonché alla forza del suo mito nelle arti figurative.

“Interno del Ponte Vecchio di Bassano” di Sebastiano Lovison (1826), incisione a bulino conservata al museo civico di Bassano (foto comune di bassano)

Bassano ha predisposto da maggio a ottobre 2021 un ricco programma di appuntamenti per festeggiare la restituzione del Ponte alla città (vedi Il Ponte degli Alpini | Il Ponte Vecchio | Il Ponte di Palladio | Il Ponte di Bassano / Fotonotizie / Comunicazione / Home – Comune di Bassano del Grappa). Gli eventi in programma, che compongono un unico calendario, sono stati idealmente suddivisi in due gruppi: gli appuntamenti strettamente legati alla restituzione del Ponte, e quindi organizzati per questo specifico momento, e il “Fuori Ponte”. Questo secondo, riunisce diverse manifestazioni organizzate ciclicamente da associazioni ed enti cittadini, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, che per l’occasione avranno una specifica declinazione a tema. Per il 29 maggio 2021, giorno di inaugurazione della grande mostra ai musei civici, due gli eventi in programma. Alle 19, sul Ponte degli Alpini, “Un ponte in musica”, omaggio a Ennio Morricone. Concerto sul Ponte degli Alpini con il flautista Andrea Griminelli, l’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana e il Coro lirico Opera House diretti dal Maestro Diego Basso. Produzione Due Punti Eventi. Invece alle 15, per “Fuori Ponte”, a Villa Ca’ Erizzo Luca, cerimonia di consegna del Premio letterario nazionale Voci Verdi, a cura dell’Associazione Culturale Va’ Pensiero.

“Canova e l’Antico”, mostra-evento al museo Archeologico nazionale di Napoli: 120 opere del “novello Fidia” dialogano con i capolavori dell’arte antica, greco-romana e pompeiana, che l’hanno ispirato

Scriveva Stendhal: “Il Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci e di inventare una bellezza, come avevano fatto i greci: che dolore per i pedanti! Per questo continueranno ad insultarlo cinquant’anni dopo la sua morte, ed anche per questo la sua gloria crescerà sempre più in fretta. Quel grande che a vent’anni non conosceva ancora l’ortografia, ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori!”. E già a vedere alcune opere del Canova che scorrono nel video di Ars Invicta, trailer di presentazione della mostra-evento “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019 ci dà un assaggio della grandezza di questo artista celebrato da Stendhal. E che per tutto il corso della sua attività artistica ha seguito il monito di Johann Joachim Winckelmann, padre del Neoclassicismo: “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili”. Al Mann, a Napoli, per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore per mettere a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’Antico.

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Per la prima volta si mette a fuoco in una mostra quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”: definizione che ben si attaglia al sommo Antonio Canova e alla sua arte sublime, celebrata per la prima volta a Napoli, al museo Archeologico nazionale nella mostra-evento co-promossa dal Mibac-Mann con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni. La mostra “Canova e l’Antico” ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-Museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia.

Vincenzo De Luca, governatore della Campania

“Perché Canova ha tanto senso? Perché sentiamo così profondamente la mostra “dell’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”, fra gli artisti del ‘700?”, si chiede il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. “La risposta è nella mostra proposta dal Mann, che dimostra non solo l’eccellenza del museo che la ospita, ormai fra le più importanti istituzioni culturali europee, e lo straordinario intuito del suo direttore che riesce a tessere una fitta rete di rapporti interni e internazionali: negli ultimi mesi con la Cina, oggi con l’Ermitage di San Pietroburgo. Soprattutto, però, la mostra prova l’universalità “politica” dell’arte e la sua perenne contemporaneità. Da San Pietroburgo, giungono a Napoli prestiti unici e irripetibili, come i gruppi scultorei di Canova che, per la prima volta, vivranno un emozionante confronto con i modelli che hanno ispirato l’autore. A San Pietroburgo, reperti provenienti dal Mann e dal Parco Archeologico di Pompei danno vita alla mostra “Pompei. Uomini, dei ed eroi”. È il significato dell’arte come patrimonio universale e collettivo. Ed è, per noi, motivo di orgoglio sentirci protagonisti di questa eccezionale interazione, condividere la capacità quasi “olfattiva” del Mann di intercettare, per questo magma in movimento che è la Campania, un “sistema” dell’arte, unico nel suo genere, che possa indicare nuovi orizzonti nella gestione della cultura della nostra nazione”.

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

“Se la scoperta di Ercolano e Pompei sono alla base della nascita del Neoclassicismo”, interviene il direttore del Mann, Paolo Giulierini, “la figura di Canova ne è, forse, la massima espressione artistica. Riflettere poi sul fatto che “il moderno Fidia” trasse ispirazione dal patrimonio antico di Napoli, anche in termini di statuaria, e ricevette numerose commesse tanto da consentirci, oggi, di poter proporre un “itinerario canoviano”, fornisce la risposta al perché di una mostra di Canova all’Archeologico di Napoli, curata magistralmente da Giuseppe Pavanello. Cardine dell’esposizione è il nucleo di sculture proveniente dall’Ermitage, museo con il quale il Mann è legato da un protocollo quadriennale propiziato dalla lungimiranza di Maurizio Cecconi con l’ausilio di Villaggio Globale International. Per questo mi sento in dovere di ringraziare il professor Michail Piotrovskij, direttore del museo statale Ermitage, e il curatore del dipartimento canoviano dottor Sergej Androsov. Fondamentali prestiti sono stati forniti anche dalla Gipsoteca di Possagno, dal museo di Bassano del Grappa, dal museo nazionale di Kiev e dall’Accademia di Napoli che concorrono a creare uno straordinario percorso artistico incardinato sul tema che parte dalla fase creativa (dal bozzetto al disegno, dal modello alla copia in gesso) fino all’opera d’arte definitiva”.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – L’Amorino Alato, L’Ebe, La Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono, tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi come l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante, restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private – o il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova) che ha concesso, con grande generosità, prestiti davvero significativi.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno

Fondamentale in tal senso anche il supporto della soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Venezia e delle province di Belluno, Padova e Treviso, che in questi anni sta conducendo una delicata azione sul territorio, non solo di tutela delle opere d’arte, ma anche di salvaguardia e affermazione del loro valore testimoniale rispetto alle drammatiche vicende della prima Guerra Mondiale, che le ha viste tragicamente protagoniste, talvolta riportando ferite di cui va mantenuta viva la memoria. Sempre nell’ambito della collaborazione con l’Istituzione di Possagno, altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista”, come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816, chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati.

Vai al cinema a vedere il docu-film “Canova” ed entri a metà prezzo alla mostra-evento “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli

Conoscere Canova sul grande schermo per apprezzare ancora meglio l’incontro con Canova a Napoli nella grande mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 29 marzo al 30 giugno 2019 promossa dal MANN con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo. Anzi il film di Magnitudo Film “Canova”, che racconta l’arte sublime del sommo artista Antonio Canova, ti invita direttamente alla mostra-evento del Mann. Un invito particolare è stato infatti riservato a tutti gli spettatori del docu-film “Canova”, che sarà proiettato in oltre 250 sale italiane, per tre giorni, dal 18 al 20 marzo 2019 (l’elenco delle sale aderenti è disponibile sul sito Magnitudo Film http://www.magnitudofilm.com/in-cinemas/). Basterà conservare il ticket del cinema e mostrarlo alla biglietteria del museo (piazza Museo 19, Napoli) per ottenere una riduzione del 50% (biglietto intero euro 15, speciale “Canova al cinema” euro 7.50). L’offerta, valida per l’intero periodo della mostra, non è applicabile agli acquisti on line.

La locandina della promozione del docu-film su “Canova” collegato alla mostra “Canova e l’Antico” al Mann

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra riunisce al museo Archeologico nazionale di Napoli, più di 110 lavori del grande artista e 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere e collezioni del Mann, tempio della classicità. Con il docu-film “Canova” di Magnitudo Film, sesto titolo della stagione “L’arte al cinema” distribuita in Italia da Magnitudo Film con CHILI, si ripercorre la storia, che a Venezia ha visto nascere il talento di Canova, passando per Francia, Inghilterra, Russia e soprattutto Roma, ma senza lasciare mai Possagno, paese natale dello scultore. Le tecniche di ripresa 8K HDR rivelano dettagli poco conosciuti, raccontati dalla voce di chi conosce perfettamente i suoi capolavori del maestro, Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Canova di Possagno e Mario Guderzo, direttore museo e gipsoteca “Antonio Canova” di Possagno. “Il 2019 sarà l’anno delle celebrazioni canoviane, con questo progetto cinematografico abbiamo voluto omaggiare il genio assoluto del Neoclassicismo: invitiamo tutti, prima al cinema e poi al Mann in un viaggio alla scoperta di Canova, l’ultimo grande artista italiano di livello mondiale che è riuscito ad imprimere nel marmo l’immagine dei grandi potenti della sua epoca, dai Borghese, a Napoleone agli Zar di Russia”, dichiara Francesco Invernizzi, amministratore delegato di Magnitudo Film.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: tra questi, il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – L’Amorino Alato, L’Ebe, La Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma si potrà ammirare anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono, tra i capolavori in marmo riuniti ora nel Salone della Meridiana, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. La mostra ha il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-Museo “Antonio Canova” di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia. Grazie alla collaborazione con l’istituzione di Possagno, sarà possibile ammirare tutte insieme, e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi come l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante, restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private – o il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova) che ha concesso, con grande generosità, prestiti davvero significativi. Fondamentale anche il supporto della Soprintendenza ABAPdell’area metropolitana di Venezia e delle province di Belluno, Padova e Treviso.

Al Mann di Napoli la mostra-evento “Canova e l’antico” co-promossa con l’Ermitage: per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore in dialogo con l’arte classica

La colossale statua di re Ferdinando IV di Borbone, realizzata da Antonio Canova, che troneggia al museo Archeologico nazionale di Napoli

Il manifesto della mostra “Canova e l’Antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019

Mancano solo tre settimane alla mostra-evento dell’anno “Canova e l’antico” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 28 marzo al 30 giugno 2019, dove per la prima volta 12 grandi marmi e oltre 110 opere del sommo scultore (“L’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”) metteranno a fuoco, nel “tempio” dell’arte classica, il legame fecondo tra Canova e l’antico. La mostra-evento, co-promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli con il museo statale Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito dell’importante protocollo di collaborazione che lega le due Istituzioni, ha ottenuto il sostegno della Regione Campania, i patrocini del Comune di Napoli, della Gypsotheca-museo Antonio Canova di Possagno e del museo civico di Bassano del Grappa ed è stata realizzata con la collaborazione di Ermitage Italia. Catalogo della mostra edito da Electa. “Il museo Archeologico nazionale di Napoli, dove si trova la grande statua canoviana di Ferdinando IV di Borbone”, spiega il suo direttore Paolo Giulierini, “era il luogo ideale per costruire una mostra che desse conto di questo dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”. Proprio a Napoli si conservano capolavori ammirati dal maestro veneto: pitture e sculture ‘ercolanesi’ che egli vide nel primo soggiorno in città nel 1780; quindi i marmi farnesiani, studiati già quando erano a Roma in palazzo Farnese e trasferiti a Napoli per volontà di re Ferdinando IV: marmi celeberrimi che sono stati all’origine di opere capitali di Canova come l’Amore Farnese, prototipo per l’Amorino alato Jusupov che il pubblico potrà confrontare in questa straordinaria occasione.

Il famoso gruppo delle Tre Grazie di Antonio Canova, capolavoro conservato all’Ermitage di San Pietroburgo

Le Tre Grazie in un affresco pompeiano conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli

Per la prima volta, in una mostra, si mette a fuoco quel rapporto continuo, intenso e fecondo che legò Canova al mondo classico, facendone agli occhi dei suoi contemporanei un “novello Fidia”, ma anche un artista capace di scardinare e rinnovare l’Antico guardando alla natura. “Imitare, non copiare gli antichi” per “diventare inimitabili” era il monito di Winckelmann, padre del neoclassicismo: monito seguito da Canova lungo tutto il corso della sua attività artistica. Dal giovanile Teseo vincitore del Minotauro sino all’Endimione dormiente, concluso poco prima di morire, il dialogo Antico/Moderno è una costante irrinunciabile; fino a toccare, in tale percorso, punte che hanno valore di paradigma: per tutte, la creazione del Perseo trionfante, novello “Apollo del Belvedere”.

L’Amorino Alato di Antonio Canova conservato al museo Ermitage di San Pietroburgo

La testa del Genio dela Morte di Antonio Canova conservata al museo Ermitage di San Pietroburgo

Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova – con un comitato scientifico internazionale – e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunirà al museo Archeologico nazionale di Napoli, oltre ad alcune ulteriori opere antiche di rilievo, più di 110 lavori del grande artista, tra cui 12 straordinari marmi, grandi modelli e calchi in gesso, bassorilievi, modellini in gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Prestiti internazionali connotano l’appuntamento: come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – l’Amorino Alato, l’Ebe, la Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles. A questi si aggiungono tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo, riuniti ora nel Salone della Meridiana del museo Archeologico napoletano, la bellissima Maddalena penitente da Genova, il Paride dal museo civico di Asolo, la Stele Mellerio, vertice ineguagliabile di rarefazione formale e di pathos. Straordinaria la presenza di alcuni delicatissimi grandi gessi, come il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno (paese natale di Canova), che ha concesso con grande generosità prestiti davvero significativi; o ancora l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante restaurato quest’ultimo per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private.

Preziosa tempera su carta di Antonio Canova con Teseo e Piritoo alla corte di Diana, conservato alla Gypsoteca di Possagno

Altro elemento peculiare della mostra sarà la possibilità di ammirare tutte insieme e dopo un attento restauro, le 34 tempere su carta a fondo nero conservate nella casa natale dell’artista: quei “varj pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi ecc, disegnati per solo studio e diletto dell’Artista” – come si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816 – chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici. Con le tempere, lo scultore del bianchissimo marmo di Carrara sperimentava, sulla scia di quegli esempi antichi, il suo contrario, i “campi neri”, intendendo porsi come redivivo pittore delle raffinatezze pompeiane ammirate in tutta Europa, alle quali, per la prima volta, quei suoi “pensieri” possono ora essere affiancati. Proprio il confronto, per analogia e opposizione, fra opere di Canova e opere classiche, costituisce d’altra parte l’assoluta novità di questa mostra, evidenziando un rapporto unico tra un artista moderno e l’arte antica.

Il tesoro del Brenta: la spada restituita. Riti arcaici e vie di comunicazione tra la pianura padana e l’Europa nella mostra a Bassano. Incontro con la curatrice

La spada in bronzo del XV sec. a.C. trovata nel 2010 sul greto del fiume Brenta tra Bassano e Nove

La spada in bronzo del XV sec. a.C. trovata nel 2010 sul greto del fiume Brenta tra Bassano e Nove

La spada,  forgiata nel miglior bronzo, era stata deposta nelle acque del Brenta per garantirsi la benevolenza della divinità del fiume. E lì è rimasta per 3500 anni fino a quando, nel 2010, uno studente bassanese, Riccardo Lenner, la ritrovò fortuitamente tra Bassano e Nove, e la consegnò al museo civico del Grappa, con grande senso civico. Quella spada oggi è finalmente esposta al pubblico nella mostra  “Il Tesoro del Brenta: la spada restituita” allestita fino al 24 maggio negli spazi del museo civico di Bassano destinati alla nuova sezione dedicata alla storia cittadina ed organizzata in collaborazione con la soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto. Per la prima volta viene presentato in pubblico un raro reperto archeologico, di eccezionale interesse per forma, stato di conservazione e antichità: la spada bronzea di un capo guerriero del XV secolo a.C., foggiata e decorata da un artigiano attivo in un centro metallurgico dell’area alpina. Restaurata nel laboratorio della soprintendenza, l’arma è stata concessa in deposito permanente ai Musei Civici di Bassano del Grappa.  E se si vuole saperne di più, sabato 28 marzo, alle 16, proprio il museo civico di Bassano ospita un incontro sugli studi, il restauro e le analisi compiuti sulla spada del XV sec. a.C. ritrovata nel 2010 sul greto del Brenta. All’incontro pubblico interverranno Elodia Bianchin Citton, già funzionario archeologo della soprintendenza; Sara Emanuele, restauratrice della soprintendenza; Rocco Mazzeo,  del dipartimento di chimica “G. Ciamician” dell’università di Bologna.

La locandina dell'incontro al museo civico di Bassano sulla spada restituita

La locandina dell’incontro al museo civico di Bassano sulla spada restituita

La mostra, curata da Elodia Bianchin Citton e Giuliana Ericani, permette di conoscere un importante momento della protostoria locale (età del Bronzo medio, 1600-1200 a.C.). La spada, forgiata nel bronzo e finemente decorata a bulino, è riferibile ad una tipologia diffusa nell’Europa centrale ed è stata offerta in voto a una divinità fluviale e deposta nel fiume. La spada rappresenta durante il Bronzo medio un vero status symbol di ruolo e di rango fra e all’interno delle comunità tribali. Numerose le spade ritrovate nei letti dei fiumi, nei laghi e nelle paludi di tutta Europa, segno tangibile di un’azione intenzionale e non casuale, risultato finale di qualche forma di culto e/o di rituale funerario. Per comprendere il significato di questa ritualità, ci vengono in soccorso in parte le fonti classiche ed in parte le leggende di epoca medievale. Nel primo caso, autori come Cesare, Strabone, Plinio e Tacito descrivono, in alcune delle loro fondamentali opere, le pratiche rituali comuni tra le popolazioni celtiche, galliche e germaniche e spesso fanno riferimento all’esistenza di boschi e laghi sacri ove la gente veniva condotta per avere un contatto con gli elementi naturali come il vento e l’acqua. Nel secondo caso, sebbene miti e leggende non servano a fare storia ma spesso riportano le tradizioni, bisogna evocare la saga di re Artù ed in particolare l’episodio in cui Artù, ferito a morte durante la battaglia nei pressi di Slaughterbridge dal figliastro Mordred, incaricò Sir Bedivere (o Girflet) a gettare la mitica Excalibur in un lago vicino, dove risiedeva la Dama del Lago, colei cioè che aveva in principio offerto la spada al leggendario re.

Il disegno della spada della media età del Bronzo trovata sul Brenta a Bassano

Il disegno della spada della media età del Bronzo trovata sul Brenta a Bassano

La mostra “La spada restituita” è dunque una nuova, significativa tessera che viene ad aggiungersi al panorama descritto nella Carta archeologica del territorio bassanese; il ritrovamento della spada, assieme alle più recenti indagini archeologiche, chiarisce meglio il processo di colonizzazione che interessò la fascia pedemontana vicentina nei secoli centrali del II millennio a.C. Con questo ritrovamento viene inoltre documentata l’importanza del tratto vicentino del fiume Brenta come via di collegamento tra le regioni a nord e a sud delle Alpi, per lo scambio di merci, ma anche per la diffusione di nuove concezioni, relative alla sfera sociale, funeraria e cultuale, che si andarono affermando durante i secoli della media età del Bronzo.