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Ferrara. Per GEA 2024 il museo Archeologico nazionale propone la mostra “Che Delizia Belfiore! Un progetto di archeologia partecipata per Ferrara: work in progress” su uno scavo in corso a Ferrara sulle tracce della Delizia estense di Belfiore

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Lo scavo archeologico della Delizia estense di Belfiore a Ferrara (foto sabap-fe)

Al museo Archeologico nazionale dei Ferrara, per le Giornate europee dell’archeologia, sabato 15 e domenica 16 giugno 2024, viene aperta una piccola esposizione ospitata nella settecentesca Sala degli Stucchi dal titolo “Che Delizia Belfiore! Un progetto di archeologia partecipata per Ferrara: work in progress”. La mostra espone i risultati di uno scavo archeologico attualmente in corso a Ferrara grazie ad un progetto triennale di archeologia partecipata e pubblica, ideato e diretto dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Bologna Modena Reggio Emilia e Ferrara e realizzato a cura del Gruppo archeologico ferrarese, con l’apporto degli studenti del liceo Scientifico “A. Roiti” e del liceo Classico “L. Ariosto” di Ferrara, con il supporto della Provincia di Ferrara, del Consorzio di Bonifica di Ferrara e finanziato dal Comune di Ferrara. Il progetto si popone di riscoprire la storia dell’antico Palazzo Belfiore costruito da Alberto d’Este attorno al 1388 e andato in rovina nei secoli successivi; coinvolgere studenti e cittadinanza sull’importanza della conoscenza e della conservazione dei propri beni culturali ed infine valorizzare un’area verde dalle grandi potenzialità e restituirla alla cittadinanza.

Notte dei Musei 2024. Ingresso serale a 1 euro. Ecco alcune proposte a Torino, Sirmione, Desenzano, Verona, Este, Fratta Polesine, Adria, Altino, Cividale, Aquileia, Ferrara, Bologna, Villanova, Marzabotto

ministero_notte-dei-musei-2024_locandinaSabato 18 maggio 2024 torna la Notte Europea dei Musei, l’iniziativa promossa dal ministero della Cultura francese e patrocinata dall’UNESCO, dal Consiglio d’Europa e dall’ICOM, che si svolge in contemporanea in tutta Europa con l’obiettivo di incentivare e promuovere la conoscenza del patrimonio e dell’identità culturale nazionale ed europea. Il ministero della Cultura anche quest’anno partecipa alla manifestazione, giunta alla ventesima edizione, con l’apertura serale dei musei e dei luoghi della cultura statali al costo simbolico di 1 euro (eccetto le gratuità previste per legge). Le aperture straordinarie saranno arricchite da eventi e iniziative organizzati in collaborazione con enti e associazioni, per far conoscere le attività degli Istituti e promuovere la conoscenza del patrimonio culturale in un’atmosfera particolarmente suggestiva.

ECCO ALCUNE IDEE NELLE REGIONI DEL NORD ITALIA.

torino_egizio_notte-dei-musei-2024_locandinaMuseo Egizio di Torino. In occasione della Notte Europea dei Musei, il 18 maggio 2024 il Museo Egizio sarà aperto dalle 20 alle 24 a tariffa ridotta. Prenota il tuo biglietto https://egizio.museitorino.it/eventi/notte-dei-ricercatori/.

sirmione_grotte-di-catullo_giornata-dei-musei-2024_locandinaGrotte di Catullo (Sirmione, BS). In occasione della Giornata internazionale dei Musei di Icom international, sabato 18 maggio 2024, le Grotte di Catullo accolgono i volontari di protezione civile nell’ambito di “IO NON RISCHIO”, la campagna di comunicazione pubblica sulle buone pratiche con cui ciascuno di noi può contribuire a ridurre i rischi naturali e causati da attività umana. Partecipazione inclusa nel biglietto di ingresso del Museo.

desenzano_villa-romana_notte-dei-musei-2024_le-stelle-a-chi-lavora_locandinaVilla romana e Antiquarium di Desenzano del Garda (Bs). Tornano a risuonare le voci di alcuni tra i principali poeti contemporanei nei musei della Direzione regionale Musei della Lombardia, grazie alla collaborazione con la Casa della Poesia di Baronissi (SA). Il primo appuntamento è alla Villa Romana di Desenzano del Garda il 18 maggio 2024, alle 21, per la Notte dei Musei, con “Le stelle a chi lavora”, reading del grande poeta spagnolo Juan Carlos Mestre accompagnato dal fisarmonicista Cuco Pérez. Juan Carlos Mestre (Villafranca del Bierzo,1957), poeta e artista visuale, è una voce fondamentale del panorama poetico contemporaneo spagnolo. Cantastorie visionario, crea immagini nelle quali realtà e invenzione si intrecciano in atmosfere incantate. Cuco Pérez (Segovia, 1959) è un fisarmonicista, compositore e spagnolo noto per aver collaborato con numerosi gruppi e artisti della scena musicale spagnola, tra i primi a introdurre la fisarmonica nel flamenco. Prenotazione consigliata al link: https://bit.ly/4drownF. In occasione della Notte Europea dei Musei il biglietto di ingresso sarà di 1 euro.

verona_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMuseo archeologico nazionale di Verona. È sold out l’evento proposto per la Notte europea dei Musei: è stato raggiunto il numero massimo di partecipanti. L’apertura serale straordinaria è dalle 19.30 alle 22.30, con ingresso al prezzo simbolico di 1 euro. Alle 20 e alle 21.15 lo Staff del Museo accompagnerà i visitatori in una visita guidata insolita, al buio, seguendo la luce di poche torce a led. I reperti archeologici della preistoria, illuminati singolarmente, riemergeranno dal lontano passato in cui sono stati realizzati, per essere visti con gli occhi moderni, riportandoci indietro nel tempo quando, di notte, le tenebre avvolgevano ogni cosa.

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Museo nazionale Atestino di Este (Pd). Il museo nazionale Atestino sarà straordinariamente aperto anche di sera, dalle 19.30 alle 22.30 (ultimo ingresso alle ore 22.00): a partire dalle 19.00 il biglietto avrà il costo simbolico di 1 euro. Alle 20.30 e 21.30 c’è la possibilità di visitare la mostra “Fabulae. Le situle raccontano i Veneti antichi” accompagnati da una guida d’eccezione, la direttrice del museo Benedetta Prosdocimi (visita compresa nel biglietto d’ingresso).

fratta-polesine_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMuseo Archeologico nazionale di Fratta Polesine (Ro). In occasione della Notte Europea dei Musei 2024, sabato 18 maggio 2024, il museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine rimarrà aperto oltre il consueto orario, anche dalle 19.30 alle 22.30 assieme alla palladiana Villa Badoer, patrimonio Unesco. I due enti daranno, inoltre, vita alle 21 ad una visita guidata congiunta delle strutture per una notte dedicata alle stelle tra arte ed archeologia a cura di Maria Letizia Pulcini, direttrice del museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine, e di Elisa Garavello di AquaLab. Un percorso tra mito e firmamento attraverso i reperti, le divinità e le decorazioni del museo Archeologico nazionale e dei saloni di Villa Badoer, all’insegna di una serata assolutamente…stellare. Costi di ingresso: 1 euro Villa Badoer + 1 euro museo Archeologico nazionale di Fratta Polesine. Prenotazioni obbligatorie visita guidata: +39 366 3240 619 oppure info@villabadoer.ithttps://www.beniculturali.it/…/museo-di-fratta-polesine….

altino_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMuseo Archeologico nazionale di Altino (Ve). Sabato 18 maggio anche ad Altino torna la Notte europea dei Musei: dalle 19 alle 22 si possono visitare il Museo e la mostra “Antenati altinati” al costo simbolico di 1 euro; alle 20.30 il personale del Museo accoglierà i visitatori con la visita guidata “Destinazione: Altino!”, nella quale i reperti diventeranno protagonisti di un racconto dedicato alle contaminazioni e ai dialoghi fra culture differenti presenti nel territorio altinate dal VI secolo a.C. fino all’età romana. La visita è gratuita e su prenotazione: 0422789443, drm-ven.museoaltino@cultura.gov.it. Orari di accesso: le aree archeologiche saranno visitabili fino al tramonto; la chiusura della biglietteria è prevista alle 21.30. Si può acquistare il biglietto anche online al link bit.ly/bigliettimuseoaltino.

cividale_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMuseo Archeologico nazionale di Cividale (Ud). Sabato 18 maggio 2024, in occasione della Notte europea dei Musei, il museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli propone, alle 18.30 e alle 20.30, una visita guidata per famiglie e laboratorio creativo miniMAN “MANi in Pasta: creazione di fibule longobarde”. Durante il laboratorio verranno realizzate fibule a sbalzo “alla longobarda” su lamina anodizzata rame. Durata attività: 1h e 30 circa. Età consigliata: 9-13 anni. Attività gratuita con prenotazione obbligatoria. Per informazioni e prenotazioni: Tel. 0432 700700. mail: museoarcheocividale.biglietteria@cultura.gov.it.

aquileia_fondazione_notte-dei-musei-2024_locandinaMusei di Aquileia (Ud). Sabato 18 maggio 2024, in occasione della Notte Europea dei Musei 2024, si può accedere ai musei di Aquileia in un orario inconsueto. Il museo Archeologico nazionale di Aquileia resterà aperto dalle 10 del mattino fino alle 22. La biglietteria e il bookshop chiuderanno alle 21. Dalle 19 l’ingresso scenderà a 1 euro. Il Museo Paleocristiano sarà aperto al mattino, con il consueto orario 8.30-13.30, e poi di nuovo la sera, dalle 19 alle 22. L’ingresso come sempre sarà gratuito. Per maggiori informazioni: 0431 91016 / museoaquileiaeventi@cultura.gov.it.

ferrara_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMuseo Archeologico nazionale di Ferrara. Il 18 maggio 2024 si festeggia insieme la Notte europea dei Musei con l’apertura straordinaria dalle 17 alle 20 (ultimo ingresso alle 19.30). Ingresso 1 euro.

bologna_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMusei civico Archeologico di Bologna. In occasione della Giornata Internazionale dei Musei e Notte Europea dei Musei il museo civico Archeologico prolungherà il suo orario di apertura fino alle 24. Dalle 20 alle 24 sarà possibile visitare il museo acquistando il biglietto ad 1 euro. Con il biglietto del museo sarà possibile partecipare gratuitamente alle visite guidate a cura delle archeologhe di ASTER e usufruire del servizio di mediazione nelle sale. Le iniziative rientrano nel programma 2024 della Notte Europea dei Musei e della Giornata Internazionale dei Musei coordinato da Città metropolitana di Bologna e Settore Musei Civici Bologna. Gli eventi fanno parte di Bologna Portici Festival 2024, progetto promosso e coordinato dal Settore Cultura e Creatività del Comune di Bologna. VISITE GUIDATE. Alle 20.30: “Sulle tracce degli antichi etruschi fra nuove e antiche scoperte” a cura di Anna Serra. Altro che musei polverosi e immobili! Vieni con noi a scoprire le più recenti novità su Bologna etrusca. Esploreremo insieme le novità emerse negli scavi archeologici degli ultimi anni e le ricerche in corso per comprendere quanto ancora ci sia da indagare nel passato della città che attraversiamo quotidianamente. Alle 22: “La collezione egiziana del Museo tra collezionismo e ricerca” a cura di Serena Nicolini. La visita è l’occasione per esplorare la storia della collezione egiziana, che celebra i 30 anni dell’attuale allestimento, dalle prime acquisizioni alla pratica del collezionismo ottocentesco. Attraverso una selezione di reperti, sarà possibile illustrare come le metodologie di studio, di analisi e di restauro siano cambiate nei secoli fino ad arrivare a descrivere le ricerche più recenti svolte all’interno della collezione e che coinvolgono gli oggetti esposti. MEDIAZIONE: dalle 20 alle 23 i visitatori potranno usufruire di un servizio di mediazione museale secondo due diverse modalità: 1. CHIEDI ALL’ARCHEOLOG*. Un mediatore sarà a disposizione del pubblico per indirizzare nella visita e rispondere alle libere domande e curiosità sulle collezioni del Museo. Per “aprire tutti gli scrigni” del museo, la postazione del mediatore si sposterà fra le sale secondo uno schema che verrà consegnato con il biglietto. 2. TUTTI AL MUSEO ARCHEOLOGICO (fino ad esaurimento posti, max 10 persone per turno). Nei medesimi orari sarà poi possibile fare un’esperienza al Museo accompagnati da una mediatrice del progetto Musei Innovativi e Aperti che ha l’obiettivo di avvicinare al patrimonio culturale pubblici differenti per età e provenienza, favorire l’inclusione sociale e promuovere la partecipazione attiva alla vita culturale cittadina. Ad ogni ora sarà possibile seguire alternativamente una delle seguenti attività, secondo uno schema che verrà consegnato con il biglietto: “Toccare” l’Antico Egitto | Esplorando anche con le dita, grazie alle copie di alcuni importanti reperti, sarà possibile seguire un percorso di approccio alla ricca collezione egizia del museo, la terza per importanza in Italia. Sperimentazioni | A partire dal racconto di reperti importanti esposti nella Collezione Greca e nella Sezione dedicata a Bologna etrusca, si offre un percorso speciale che riflette sul concetto di sperimentazione e incontro.

castenaso_villanova_archeologico_notte-dei-musei-2024_locandinaMUV – Museo della civiltà Villanoviana a Castenaso (Bo). “Una notte nel villaggio villanoviano”: in occasione della Notte Europea dei Musei il MUV apre le sue porte dalle 20 alle 23 per una serata eccezionale, completamente gratuita. Il giardino ospiterà un accampamento Villanoviano notturno con dimostrazione di antichi mestieri. Mentre in Museo si terranno laboratori di ceramica, scrittura etrusca e tessitura in collaborazione con l’associazione Legiones in Agro Boiorum e con la Comunità ellenica dell’Emilia Romagna. Da non perdere poi le visite guidate con l’archeologa. Le ricostruzioni storiche sono a cura dell’associazione di rievocazione storica Legiones in Agro Boiorum. Stand gastronomico di cucina greca a cura della Comunità Ellenica dell’Emilia Romagna dalle 19. Ingresso gratuito. Prenotazione: 051780021 oppure muv@comune.castenaso.bo.it

marzabotto_area-archeologica_notte.dei-musei-2024_locandinaMuseo nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto (Bo). Sabato 18 maggio 2024, alle 16, in occasione della giornata internazionale dei Musei dedicata al tema 𝑀𝑢𝑠𝑒𝑖, 𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎, il museo nazionale Etrusco di Marzabotto vi invita a un talk sul tema “Kainua e l’alluvione. Idraulica etrusca e sostenibilità ambientale”. A un anno dall’alluvione che ha colpito il territorio di Marzabotto nel maggio 2023, Patrizia Cirino, Elisabetta Govi e Denise Tamborrino condurranno i partecipanti in una riflessione sui temi della sostenibilità ambientale a partire dal rapporto uomo/paesaggio e dalle osservazioni condotte sui resti archeologici di Kainua. L’acqua è l’elemento sacro per gli Etruschi. Acque captate, canalizzate, deviate, sacralizzate definiscono un ricco dossier di interventi che l’archeologia riesce a documentare, a testimonianza di una sapiente gestione delle risorse naturali da parte degli Etruschi nella città di Marzabotto e nel territorio dell’Etruria padana. Come passato e presente possono essere interconnessi e fornire chiavi di lettura e insegnamenti per affrontare le sfide del cambiamento climatico? Intervengono Patrizia Cirino, responsabile area Educazione e Mediazione culturale, direzione regionale Musei Emilia-Romagna; Elisabetta Govi, professoressa ordinaria di Etruscologia, dipartimento Storia Culture Civiltà, università di Bologna; Denise Tamborrino, direttrice del museo nazionale Etrusco di Marzabotto. Evento a cura del museo nazionale Etrusco di Marzabotto e del dipartimento Storia Culture Civiltà dell’università di Bologna. Partecipazione gratuita.

Ferrara. Al museo Archeologico nazionale si replica “Thesaurus Musicae”: visita guidata nella sala del Tesoro e concerto di musica rinascimentale

ferrara_archeologico_thesaurus-musicae_aprile-2024_locandinaAl museo Archeologico nazionale di Ferrara si replica “Thesaurus Musicae”. Appuntamento domenica 14 aprile 2024 nella sala del Tesoro alle 14.30 e alle 15.30. Verranno organizzati, su prenotazione, due piccoli gruppi da 15 persone, che assisteranno ad una spiegazione, a cura dell’università di Ferrara, delle opere presenti nella sala del Tesoro e a seguire un concerto di musica rinascimentale dal vivo a cura degli studenti dell’area antica del Conservatorio G. Frescobaldi. Musiche di John Dowland (1563- 1626) con Maryfe Singy, soprano, e Alessio Zaccaria, liuto. Ingresso con biglietto del museo. Prenotazione obbligatoria al numero 0532 66299 o per mail: drm-ero.archeologico-fe@cultura.gov.it.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia Alessandra Leonardi e Simone Lucciola ci portano “Sulla rotta di Spina”, ultimo appuntamento con gli itinerari guidati alla mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo” che chiude il 7 aprile

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Cratere a figure rosse con l’indovino Fineo perseguitato dalle Arpie, proveniente dalla tomba 44C di Valle Pega e conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la mostra “Spina Etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo” è giunta al capolinea: chiude domenica 7 aprile 2024. E con essa anche le speciali visite guidate del ciclo “Sulla rotta di Spina”. Ne rimane ancora una, l’ultima, sabato 6 aprile 2024, alle 11.30: Alessandra Leonardi e Simone Lucciola porteranno i visitatori alla scoperta di molti miti legati alla città etrusca di Spina scoperta nel 1922 nelle Valli di Comacchio. Tra questi miti ce n’è uno raffigurato in un cratere a figure rosse, proveniente dalla tomba 44C di Valle Pega e conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara, un mito affascinante: in esso è raffigurato l’indovino Fineo, seduto su una roccia, mentre viene perseguitato dalle Arpie che gli rubano il cibo. Visita guidata compresa nel costo del biglietto su prenotazione all’indirizzo: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. È possibile prenotarsi all’accoglienza salvo disponibilità.

Roma. Il museo nazionale Etrusco pubblica on line “Rasna. Una serie etrusca”, un video-racconto in 19 puntate, di e con Valentino Nizzo, a corollario della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Ecco altri tre episodi: il 4. sui Giganti, il 5. sul cratere dei Sette contro Tebe, e il 6. sulla scoperta di Spina

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Locandina della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia dal 10 novembre 2023 al 7 aprile 2024

Quante volte ci siamo interrogati sul significato delle scene rappresentate sui vasi conservati nelle collezioni dei Musei? Un patrimonio di storie figurate tramandate fino a noi: paesaggi in fermo immagine, personaggi in movimento, miti perduti o metafore di storie contemporanee. Tutto questo traspare dalla lettura delle opere riemerse dalle sabbie di Spina, oltre cento anni fa, quando la sorpresa e la meraviglia colse gli operai impegnati nei lavori di bonifica delle valli Trebba e Pega. Attraverso quelle raffigurazioni possiamo conoscere molto dell’immaginario collettivo nel mondo antico, possiamo rileggere il mito e anche riprodurre la realtà, con gli occhi dei Greci. Comincia così l’introduzione al quarto episodio del video-racconto in 19 puntate “Rasna. Una serie etrusca”, a cura e con Valentino Nizzo, fino a dicembre 2023 direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, prodotto dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, approfondimento della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Dopo aver conosciuto i primi tre episodi – 1. la Grande Etruria, 2. Ulisse ed Eracle, 3. Caere/Pyrgi e Delfi – (vedi Roma. Il museo nazionale Etrusco pubblica on line “Rasna. Una serie etrusca”, un video-racconto in 19 puntate, di e con Valentino Nizzo, per capire attraverso gli Etruschi e gli altri popoli con i quali hanno dialogato, in primis i Greci e poi i Romani, a corollario della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Ecco i primi tre episodi: la Grande Etruria, Ulisse ed Eracle, Caere/Pyrgi e Delfi | archeologiavocidalpassato) ecco altri tre video-racconti: il 4, 5 e 6.

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Cratere a calice a figure rosse attribuito al Pittore dei Satiri Villosi, con gigantomachia, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“I Greci avevano una parola precisa per designare condotte che si allontanavano dalla loro idea di morale o del vivere civile: hybris”, spiega Valentino Nizzo. “In italiano la rendiamo solitamente con un termine un po’ desueto, tracotanza, che tuttavia sarebbe assai opportuno ancora per descrivere molte situazioni che affliggono il nostro quotidiano. La hybris per eccellenza negli scenari del mito era quella dei Giganti, esseri divini dalla forza iperbolica, nati dalla terra e dunque a partire dall’ellenismo – ma io ritengo anche prima – rappresentati con la parte inferiore del corpo anguipede, cioè terminante con dei serpenti. Una delle loro rappresentazioni più efficaci è quella dei rilievi dell’altare di Pergamo, oggi a Berlino. Nel V secolo, tuttavia, la loro immagine non differisce da quella degli Dei con i quale avevano intrapreso una drammatica lotta per il controllo dell’Olimpo, come possiamo vedere nei due splendidi vasi con gigantomachia del museo Archeologico nazionale di Ferrara protagonisti del quarto video di “Rasna. Una serie etrusca”. L’unica differenza, tuttavia essenziale, riguarda le modalità di combattimento che li vede agire unicamente lanciando pietre colossali, grandi spesso come isole, al punto che i Greci riconducevano alla loro azione alcuni dei loro arcipelaghi. Si trattava dunque di un modo barbaro e incivile di lottare, al quale gli Dei dell’Olimpo contrapponevano le loro molteplici abilità, chi col fulmine, chi con il tridente, chi con forse meno efficaci kantharoi o fiaccole. Se, tuttavia, non avessero avuto l’aiuto di un mortale gli Dei non sarebbero mai riusciti a prevalere. Ma non un mortale qualunque. Eracle che con questa impresa, più che con le dodici fatiche, aveva meritato la sua apoteosi sull’Olimpo. Ma cosa c’entrano con tutto questo gli Etruschi? – si chiede Nizzo -. La loro tracotanza era proverbiale, sempre agli occhi dei Greci e la loro presunta discendenza da un popolo semidivino e immerso nel mito come i Pelasgi aveva forse favorito la loro assimilazione ai figli della terra, abili con le pietre così come si riteneva lo fossero i proverbiali costruttori delle mura cosiddette pelasgiche. Ma a questa analogia si aggiungevano forse anche degli elementi storici legati alla prima battaglia di Cuma nella quale Aristodemo nel 524 a.C. aveva sconfitto una temibile armata guidata dai Tirreni del golfo Ionio, quelli dell’area Padana dove contemporaneamente nasceva Spina”.

“4. ETRUSCHI E GIGANTI”. “Tra le più grandi perdite del mondo antico figura senza dubbio la scomparsa di gran parte e degli affreschi in cui i Greci eccellevano”, spiega Nizzo. “Li conosciamo attraverso racconti indiretti, testimonianze frammentarie come quelle di Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia o di Pausania o di Strabone. Fanno rabbrividire rispetto a quello che possiamo immaginare sia andato perso per sempre. I pittori greci erano in grado di ingannare addirittura con effetti 3D. Ci sono racconti che descrivono uccelli che provano ad afferrare i grappoli d’uva dipinti così realisticamente da ingannare anche la natura. Tutta quest’arte, al di là delle descrizioni delle poche fonti superstiti, la conosciamo indirettamente attraverso testimonianze figurate che sono grandi opere, ma dell’artigianato, non della grande arte.

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Ceramiche esposte nella mostra “Spina etrusca: un grande porto del Mediterraneo” al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-emilia-romagna)

“Il museo Archeologico nazionale di Ferrara – continua Nizzo – custodisce uno degli scrigni più importanti anche da questo punto di vista, grazie alle migliaia di vasi attivi integri o in frammenti e di dimensioni cospicue come questi grandi crateri che per le loro dimensioni consentono di avere una lontana idea di quello che dovevano essere le grandi pitture perse per sempre. Chiaramente i colori sono quelli piatti della ceramica attica, quella più antica a figure nere, quella più recente a figure rosse. Non potremo mai recuperare la policromia o dettagli e sfumature. Polignoto all’inizio del V secolo era riuscito a imprimere nei suoi personaggi il pathos, a fargli dischiudere la bocca mostrando addirittura i denti, un particolare che viene notato dai critici del tempo, a infondere naturalezza, a creare dei paesaggi, delle sovrapposizioni tra i personaggi. Un altro aspetto interessante di questo discorso è legato al linguaggio che queste pitture consentivano di esprimere, che non è mai un linguaggio soltanto per intrattenere il pubblico che le osservava. Come nelle grandi cattedrali, si volevano raccontare storie a un pubblico prevalentemente analfabeta ed erano storie collegate al mito, al patrimonio mitico e all’immaginario dei greci, ma anche alla storia contemporanea reinterpretata attraverso il mito. La saga dei “Sette contro Tebe” è tra le realtà maggiormente evocate all’inizio del V secolo per richiamare lo scontro fratricida che divideva i Greci e che gli unì contro i Persiani. Lo scontro fratricida di Eteocle contro Polinice che è una sorta di metafora delle contese che separavano le città greche del tempo, unite finalmente contro il barbaro persiano.

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Cratere a calice a figure rosse attribuito al Pittore dei Niobidi con raffigurata una Gigantomachia, proveniente dalla Tomba 313 della necropoli di Valle Trebba di Spina, e conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“Un altro mito che evocava lo stesso orizzonte della libertà riconquistata – approfondisce Nizzo – è quello della gigantomachia. I Greci percepiscono se stessi come gli dei dell’Olimpo che, con l’aiuto di un uomo diventato semidio, Eracle, riescono a contrastare i Giganti che volevano conquistare l’Olimpo. I figli di Gea, che combattevano soltanto con delle pietre colossali, ambiscono per la loro forza, le loro dimensioni sovrumane, a contendere il potere agli dei dell’Olimpo di un’altra generazione. E qui vediamo una delle diverse gigantomachie che sono state restituite dalle sabbie di Spina. Risale al 460-450 a.C. ed è attribuita al Pittore dei Niobidi o alla sua cerchia. È stata rinvenuta in una delle migliaia di tombe della necropoli di Valle Trebba e qui, sul suo lato principale, vediamo raffigurato l’unico essere umano che partecipa a questa contesa: Eracle. Un oracolo aveva detto che gli dei dell’Olimpo avrebbero potuto sconfiggere i Giganti solo grazie all’aiuto di un uomo e quest’uomo era Eracle che meritò, non solo per le sue dodici fatiche, ma per l’aiuto dato agli dei dell’Olimpo, quell’unione con loro, tra gli dei, la vita eterna, la giovinezza eterna, e la compagnia della giovinetta Ebe, un premio dopo tutte le fatiche che avevano caratterizzato la sua esistenza. Qui è con il suo celebre arco che sta scagliando una freccia contro forse il capo dei giganti Porfirion, qui ormai atterrato, aggredito anche da Atena, la dea che protegge e segue in tutte le peripezie di Eracle, che lo sta anch’essa trafiggendo. I serpenti della sua egida lo mordono e dal cielo cade uno dei fulmini scagliati da Zeus. E così lungo il seguito del vaso ognuno degli altri dei dell’Olimpo contrasta un gigante. Abbiano Ares, Efesto, Ecate, Hera. Insomma non ne manca nessuno. Nemmeno Dioniso, Apollo e Artemide si sottraggono a questo scontro.

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Dettaglio con la falce di luna: cratere a calice a figure rosse attribuito al Pittore dei Satiri Villosi, con gigantomachia, da Spina, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“Ma in un altro vaso lo vediamo raccontato con un linguaggio leggermente diverso. Sono passati tra i dieci e i venti anni, siamo intorno al 440-430 a.C. Questo cratere a calice è attribuito al Pittore di Polignoto o a un gruppo a lui vicino, al Pittore dei Satiri Villosi. Rappresenta la stessa scena, ma occupando tutta l’ampiezza del corpo del cratere, creando quindi una sovrapposizione tra i personaggi, proprio nello stile dell’arte e delle megalografie dell’inizio del secolo. Siamo in un cratere recuperato sempre a Spina, ma purtroppo senza il contesto. È un recupero della Guardia di Finanza. E tuttavia siamo di fronte a un’opera integra come poche altre. E qui quello che colpisce, e colpì l’attenzione dei primi interpreti, è in questo spicchio di luna che appare nel cielo accanto alla quadriga guidata da Nike, la dea della vittoria, quella che coronerà di successo l’impresa degli dei dell’Olimpo e di Eracle. Sembra che sia un riferimento al mito che voleva che la Luna e il Sole fossero stati eclissati per impedire a Gea, alla dea della Terra, madre dei Giganti, di aiutarli con un farmaco. Questa oscurità impedisce quindi di aiutare i Giganti che soccombono grazie appunto anche all’aiuto di Eracle. È il loro trionfo, e quello dell’uomo che diventerà dio grazie a questa impresa, il protagonista di questi vasi. Qui il tutto viene raccontato tramite ispirazione diretta alle raffigurazioni di questo mito fatte da Fidia nel Partenone, sullo scudo della grande Atena cui probabilmente si ispira quest’opera. E da cui ricaviamo la cronologia di questo vaso.

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Mappa dall’Egeo al Tirreno: segnati il monte Olimpo e i Campi Flegrei (foto etru)

“Cosa c’è dietro questi miti? L’ho già detto, c’è la volontà di richiamare la capacità degli uomini di primeggiare sulla brutalità dei Giganti – sottolinea Nizzo -. C’è un rifermento agli eventi della storia contemporanea, in particolare a quelli che riguardano i Persiani, ma questo mito è stato utilizzato probabilmente anche come metafora di altri barbari, gli Etruschi, che alla pari dei Persiani, dovevano essere sembrati ai Greci dei giganti da sconfiggere e questo, secondo alcuni, giustifica lo spostamento del luogo della battaglia tra gli dei dell’Olimpo con i Giganti dall’area ai piedi del monte Olimpo, la piana di Flegra, ai Campi Flegrei in Campania, caratterizzati da acque sulfuree che dovevano ricordare i Giganti fulminati da appunto il fulmine di Zeus. Sono i fenomeni tellurici che caratterizzano i Campi Flegrei e che lasciano l’idea di Giganti imprigionati al di sotto della terra, ma forse anche un’allusione a quella grande battaglia che a Cuma si svolge nel 524 a.C. e che vede primeggiare, quasi fosse un dio, Aristodemo, destinato a divenire tiranno come Eracle. L’uso ideologico della Gigantomachia potrebbe quindi avere avuto una localizzazione in Occidente ed essere stato applicato non solo a barbari come i Giganti e i Persiani, ma anche a dei giganti come gli Etruschi, o almeno agli occhi dei Greci così dovevano apparire, forse anche in virtù di quella discendenza presunta dai Pelasgi che, per la loro capacità di costruire grandi murature in opera poligonali, avevano assunto quasi la parvenza di esseri più simili agli dei che agli uomini, esseri divini. E i Tirreni, essendo i discendenti dei Giganti, potevano favorire nel mito e nell’ideologia questa assimilazione. Questo e molte altre cose vasi come questi ce lo raccontano, imprimendo in questo piccolo spazio la grande arte, altrimenti destinata a scomparire, e raccontando la grande storia, ricordando sempre che qui dentro si miscelava l’acqua con il vino per servirlo durante il simposio e durante il simposio questi racconti dovevano essere cantati accompagnati da fiati, da una bella musica e dai piaceri dello stare insieme.

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Dettaglio del cratere con i Sette contro Tebe da Spina, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto etru)

“Il cratere dei Sette contro Tebe è certamente la raffigurazione più completa del ciclo dei Sette contro Tebe sopravvissuta nella ceramica attica del V secolo quella del cratere della tomba 579 di Valle Trebba a Spina. Risale probabilmente all’epoca di Cimone, l’età d’oro della talassocrazia ateniese. “Siamo dunque intorno al 460-450 a.C. e gli Ateniesi celebrano le proprie glorie piegando le immagini del mito alle proprie ambizioni e ideologie”, spiega Valentino Nizzo. “La gigantomachia, di cui abbiamo parlato nel precedente episodio, e i Sette contro Tebe sono i due più fulgidi esempi di tale approccio. Sia l’uno che l’altro alludevano infatti al trionfo sui temibili Persiani di pochi anni prima. Tracotanti come i Giganti. Agli usurpatori d’oriente si erano colpevolmente alleati i Tebani, tradendo i loro connazionali e, dunque, divenendo meritevoli della condanna e della punizione divina che aveva colpito la stirpe del re di Tebe, Edipo, culminata con lo scontro dei suoi due figli, Eteocle e Polinice, morti l’uno per mano dell’altro nella contesa fratricida per il trono paterno. Il cratere di Spina mostra sia lo scontro dei Sette che quello risolutivo dei loro figli, gli epigoni. Una associazione rarissima e carica di significati che sarebbe stata magnificamente immortalata in quegli stessi anni da Eschilo.

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Frontone del Tempio A di Pyrgi conservato al museo nazionale di Villa Giulia a Roma (foto etru)

“Ma anche gli Etruschi adottarono questo mito per i propri scopi ideologici in uno dei loro capolavori più importanti, l’altorilievo di Pyrgi realizzato anch’esso intorno al 460 a.C. In occasione della mostra Spina Etrusca a Villa Giulia ho voluto collocare per la prima volta il cratere e l’altorilievo l’uno accanto all’altro. Una occasione unica per osservare e comprendere un messaggio che non ha tempo e che dall’antichità ad oggi continua a rappresentare un monito contro ogni forma di barbarie e inciviltà. Come ho provato a raccontare in meno di 10 minuti con questo 5° video di “Rasna. Una serie etrusca”.

“5. IL CRATERE DEI SETTE CONTRO TEBE”. “Sono davanti a uno dei capolavori della ceramografia attica”, precisa Valentino Nizzo. “È un’emozione vedere così da vicino una delle più importanti raffigurazioni del mito dei Sette contro Tebe, una delle leggende più importanti dell’antichità greca, carica di significati ideologici, particolarmente cara al mondo greco del V sec. a.C. Questo cratere è stato rinvenuto nel 1926 nella Tomba 579 di Valle Trebba. Non era comune trovare quasi integralmente conservato un monumento come questo, fragile ma così comunicativo, ancora oggi, dopo più di 2500 anni. È attribuito al Pittore di Bologna 279. Il nome non rende l’idea della capacità di questo ceramografo che si è confrontato con un tema che era andato alla ribalta all’indomani della vittoria dei Greci contro i Persiani nelle guerre persiane, quelle descritte da Erodoto. Una vittoria che aveva visto trionfare i Greci contro il barbaro invasore orientale. Non tutti i Greci però erano stati uniti in questa battaglia. Alcuni si erano schierati dalla parte sbagliata. I Tebani si erano collocati a favore dei Persiani e tutto questo sarà rappresentato nelle pitture realizzate all’interno del tempio di Atena Arèia a Platea, dove si voleva comunicare l’idea del fratricidio che i Tebani avevano commesso a danno degli altri Greci, evocando quella che è stata la guerra fratricida per eccellenza, quella tra Eteocle e Polinice che, in presenza di Edipo, lo vediamo qui, si contendono il regno di Tebe lasciato dal padre, perché Eteocle non aveva voluto cedere il trono, allo scadere dell’anno che gli era destinato come regno, al fratello Polinice, il quale si reca ad Argo dal re Adrasto chiedendo di mettere su una schiera di guerrieri, un esercito per riconquistare il suo trono. I due fratelli si scontreranno di fronte alle mura di Tebe. Tutti e due soccomberanno, l’uno contro l’altro, armati. Di fronte agli occhi della madre, Giocasta, e del padre Edipo, figlio di quella madre Giocasta, che aveva dato alla luce questi due figli maledetti. Gli altri guerrieri sono qui rappresentati nell’atto di combattere, distinguibile solo uno di loro, Anfiarao, alla base del vaso. L’indovino, prossimo a un destino divino per la sua capacità di pronosticare il futuro, era venerato quasi come un dio nel V secolo a.C. e qui lo vediamo nel momento in cui sprofonda nel ventre della terra, lui che aveva previsto il destino funesto di questa battaglia. Si vedono i quattro cavalli e colui che li guidava nel mentre che scompare. Gli altri guerrieri non sono facilmente riconoscibili. Vi era sicuramente Tideo, Capaneo.

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Particolare di Zeus che fulmina Capaneo dall’altorilievo del Tempio A di Pyrgi, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

“Li conosciamo attraverso una straordinaria raffigurazione in ambito etrusco, quello dell’altorilievo di Pyrgi che mostra il terribile atto crudele e barbaro di Tideo che in punto di morte divora il cervello attraverso il cranio di Melanippo, venendo destinato alla morte per colpa di questo atto scellerato. Atena doveva dargli l’immortalità, era pronta a fargli bere attraverso un’ampolla, ma lo scopre in un atto brutale da cui si ritrae disgustata e la sua immortalità passerà al figlio Diomede. Capaneo, l’altro eroe, sta per superare le mura di Tebe, bestemmia, appare Zeus e lo fulmina. Diomede è tra coloro i quali beneficiano della sorte funesta di Tideo. Conseguendo l’immortalità, lui si trasferirà in Occidente, sarà venerato lungo l’Adriatico e considerato addirittura il fondatore di Spina e probabilmente è da riconoscere tra questi personaggi. Secondo le interpretazioni più recenti accreditate di questo vaso, su quest’altro lato ci troviamo di fronte agli Epigoni, i figli dei Sette che riusciranno a conquistare finalmente Tebe, ricevendo il premio a distanza di una generazione. Diomede, fuggito in Occidente, fonderà Spina e altre città secondo la tradizione. Qui li vediamo un attimo prima però del loro trionfo. Vanno da Atena e hanno uno scopo, quello di dare giusta e onorata sepoltura ai loro padri, cosa che avverrà sul suolo sacro di Eleusi per l’intercessione del re di Atene Teseo, che è riconoscibile qui in questo guerriero con lo scudo che rappresenta un’amazzonomachia. Atene troneggia in questo messaggio ideologico che è un inno alla civiltà contro la barbarie. È un appello a non essere fratricidi – conclude Nizzo – e a rispettare le norme della giustizia e del vivere civile. Alla fine gli Epigoni trionfano e sono celebrati in tante opere della tragediografia, tra le quali l’Eschilo dei “Sette contro Tebe”, rappresentati dieci anni prima di questo capolavoro. Dieci anni circa. Che si data alla metà del V secolo a.C. ed è ancora pulsante delle sue innumerevoli storie”.

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La sala delle Carte geografiche al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

La sesta puntata di “Rasna. Una serie etrusca” è ospitata nel Salone delle Carte Geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara. Cornice del racconto che ripercorre le fasi cruciali della eccezionale scoperta della città di Spina. Ricca, potente, importante: non c’erano più dubbi sulla grandezza di questa città. Oltre 1200 corredi straordinari emergevano dal fango e offrivano una testimonianza senza precedenti della peculiarità di questo contesto. Il museo Archeologico nazionale di Ferrara nasceva nel 1935 come Regio Museo di Spina, sede naturale per accogliere i tesori delle campagne di scavo che dal 1922 al 1936 si susseguono senza sosta per restituire alla cittadinanza gli oggetti materiali di un glorioso passato. Se volete scoprire la città perduta di Spina, venite ad ammirare i capolavori in mostra. Sono oltre 700, legati fra loro da una storia comune, testimonianze di altissima qualità artistica, simboli della maestria di un popolo, ma anche oggetti parlanti che ancora oggi ci raccontano la fama e l’importanza del porto di Spina in tutto il Mediterraneo.

“6. LA SCOPERTA DI SPINA”. “Il 20 ottobre 1935 – ricorda Valentino Nizzo – un pubblico a festa gremiva questa sala, la Sala delle Carte geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara. Era il giorno di inaugurazione del regio museo di Spina. Erano passati pochi anni dal 3 aprile 2022 quando l’ingegner Aldo Mattei aveva comunicato alla soprintendenza Archeologica di Bologna una scoperta straordinaria che avrebbe cambiato la conoscenza dell’archeologia della pianura Padana, ma in generale dell’archeologia dell’Italia preromana e degli Etruschi, soprattutto. Era stata finalmente identificata una delle città sulle quali maggiormente si erano soffermate le fonti letterarie antiche, quella Spina che aveva avuto il privilegio con Cerveteri di possedere un thesauros a Delfi. Era stata una città ricca, potente, importante, grazie alla sua ardita collocazione geografica alla foce del Po e al controllo di quel mare Adriatico che costitutiva una via privilegiata di contatto con il mondo greco e in particolare con quello ateniese, almeno quanto il Po, con i suoi affluenti, costituiva una fondamentale via di penetrazione verso le Alpi, verso il centro e nord Europa. E poi fino a Spina arrivavano materie prime importanti dal Baltico, l’ambra, e dall’Etruria mineraria materie prime come il ferro, il rame. Insomma un epicentro economico che giustifica la ricchezza degli oltre 1200 corredi che vennero alla luce in una serie ininterrotta di campagne di scavo che dal 1922 al 1936 consentirono di completare l’esplorazione della necropoli di Valle Trebba. Quella che è evidenziata su una delle più importanti carte geografiche presenti in questa sala, la carta che mostra quello che era l’assetto delle opere di bonifica che portarono alla scoperta della necropoli di Spina, qui delimitata in azzurro. La Sala delle Carte geografiche celebra attraverso questa peculiare forma di comunicazione quanto dicevo prima in merito all’importanza strategica ed economica della collocazione di Spina. Lo fa ricostruendo quello che il protagonista di questo racconto, il Po, nella sua evoluzione attraverso il tempo, così come poteva essere ricostruita sulla base delle cartografie antiche, qui riprodotte in dimensioni monumentali, e delle conoscenze che si avevano appunto intorno agli anni ’30 del Novecento. Un’immagine della Tabula Peutingeriana evoca quello che è stato l’impero romano, erede chiaramente di quello etrusco, così come due grandi carte geografiche, di fronte a me, riproducono la massima espansione raggiunta dall’Etruria e quella che è stata la divisione in regioni voluta da Augusto, che recuperava molte delle tradizioni etniche dell’età preromana.

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L’ultima parte dell’Ode a Ferrara di Giosuè Carducci nella Sala delle Carte geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“In cima a queste piante – indica Nizzo – l’Ode a Ferrara di Giosuè Carducci evoca la tensione e l’attesa di quella Spina che in quel momento era ancora ignota, almeno rispetto alla sua localizzazione. E lo fa evocando le tante fonti che richiamavano l’importanza di questa città. Diomede, ritenuto il fondatore di Spina in alcune fonti, è all’inizio di questa citazione: “Diomede avea di delfic’oro e argivo onor vestita d’Adria reina Spina pelasga. Ahi nome vano or suona. Sparì, del vespro visione, in faccia alla sorgente con in man la croce ferrea Ferrara”. In questo parallelepipedo il taglio della poesia racchiude quella che è concettualmente la volontà di Ferrara di sentirsi erede di Spina. Questo ha spinto gli archeologi e gli uomini politici del tempo a individuare in questo luogo la sede più adatta del regio museo di Spina, in uno dei palazzi rinascimentali più importanti della nostra penisola e di questa città. Opera mirabile, anche se incompiuta, di Biagio Rossetti. Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro, dalla tradizione che collegava Costabili a Ludovico il Moro, in quanto suo ambasciatore. Siamo nella Ferrara estense nel suo momento di massima floridezza. E questo palazzo, appena acquisito al Demanio dello Stato, fu oggetto di un complesso lavoro di restauro per trasformarlo in un museo archeologico. E fu certamente audace la volontà di arricchire con affreschi moderni, lo ricordo, degli anni ’30 del Novecento, quanto rimaneva di pareti spoglie delle originali decorazioni. Un modo per rendere idealmente questa sala, un tempo destinata a balli e feste, quella che oggi definiremmo una sala didattica ante litteram. È straordinario tutto questo. Dà l’idea della percezione dell’importanza di ciò che era stati scoperto in un’Italia che era l’Italia fascista e che a Ferrara aveva in un gerarca come Italo Balbo uno dei più entusiasti promotori di questo progetto con la Cassa di Risparmio e il Comune, ricordati in quelle lapidi dipinte alle mie spalle. Insomma un’opera collettiva che per una volta non celebrava la grandezza dell’impero, al quale il fascismo di ispirava, ma la grandezza di quel passato etrusco che aveva a sua volta reso grande Roma.

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In azzurro l’area della necropoli di Valle Trebba dipinta nella Sala delle Carte geografiche del museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-er)

“Per me è emozionante raccontare tutto questo tenendo in mano un testimone di queste imprese, uno dei giornali di scavo redatti dall’assistente Francesco Proni, con una cura, un’attenzione per i dettagli, una capacità di disegno davvero straordinarie. È incredibile per l’epoca la cura nella registrazione di dettagli minutissimi riguardanti la disposizione degli oggetti di corredo rispetto al cadavere, oggi indispensabile per l’interpretazione ideologica del significato di quegli oggetti, e per la ricostruzione della storia di quelle persone che li possedevano e che i loro familiari avevano voluto che li accompagnassero nell’ultima sepoltura. Francesco Proni era un modesto assistente di scavo diretto all’inizio dall’archeologo Nigrioli e poi dal soprintendente Salvatore Aurigemma. Ma ci ha lasciato davvero qualcosa di unico di cui oggi siamo tutti quanti debitori. Il 3 aprile 1922 l’ingegnere Mattei compie un gesto importante: segnalare la scoperta di una città che avrebbe restituito migliaia di tombe, in totale 4000, e poi, decenni dopo, avrebbe portato anche alla scoperta dell’abitato. Lì forse – conclude Nizzo – matura una nuova consapevolezza rispetto anche al metodo di scavo e al modo in cui le informazioni recuperate sul campo possono trasformarsi nella grande storia di città come Spina e nella piccola ma altrettanto importante storia di quegli uomini che hanno fatto grande quella città”.

Roma. Il museo nazionale Etrusco pubblica on line “Rasna. Una serie etrusca”, un video-racconto in 19 puntate, di e con Valentino Nizzo, per capire attraverso gli Etruschi e gli altri popoli con i quali hanno dialogato, in primis i Greci e poi i Romani, a corollario della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Ecco i primi tre episodi: la Grande Etruria, Ulisse ed Eracle, Caere/Pyrgi e Delfi

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Locandina della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia dal 10 novembre 2023 al 7 aprile 2024

Il progetto era di pubblicare la serie video contestualmente al periodo di apertura della mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo” al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma fino al 7 aprile 2024. Poi una serie di imprevisti ha prolungato l’attesa. Ma da qualche settimana è iniziata la pubblicazione on line di “Rasna. Una serie etrusca”, 19 video, lanciati con trailer sulle pagine Facebook e Instagram del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, e in forma integrale sul canale YouTube ufficiale MuseoEtruTv. I video, a cura e con Valentino Nizzo, fino a dicembre 2023 direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, sono lunghi mediamente intorno ai 10 minuti ciascuno. In occasione del Centenario della scoperta di Spina, questo video-racconto per capitoli che parte dalla celebre città portuale nel delta del Po allargando poi lo sguardo dalla pianura padana e dall’Adriatico fino al Tirreno e all’intero Mediterraneo, è un modo per capire attraverso gli Etruschi e gli altri popoli con i quali hanno dialogato, in primis i Greci e poi i Romani, anche una parte fondamentale della nostra attuale storia.

Valentino Nizzo direttore del Museo archeologico di Villa Giulia - Roma

Valentino Nizzo, già direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, docente all’università L’Orientale di Napoli (foto etru)

“I video sono stati girati in un pugno di giorni (potrei dire ore) dello scorso mese di ottobre”, ricorda Nizzo, “tra Roma, Pyrgi, Ferrara e Comacchio, nel pieno dell’allestimento della mostra e quando ancora non sapevo che presto l’esperienza di Villa Giulia sarebbe finita. L’intento è stato quello di produrre una serie di contenuti didattici che andassero oltre l’effimera durata dell’esposizione”. Tutti i video sono integralmente sottotitolati in Italiano e in inglese in modo da garantirne la massima accessibilità. “Molte istituzioni e persone hanno contribuito con grande disponibilità alla realizzazione del progetto e sono ricordate alla fine di ciascun video. Mi piace menzionare la mia prima casa, il museo Archeologico nazionale di Ferrara, il museo del Delta antico di Comacchio e lo splendido Parco del Delta, il Comune di Comacchio, il Castello di Santa Severa e il museo del Mare e della Navigazione antica. Oltre al personale tutto del Museo di Villa Giulia (in particolare Anna Tanzarella che ha mantenuto le redini del progetto) e delle altre istituzioni coinvolte, devo ringraziare Tiziano Trocchi, Marco Bruni e Flavio Enei per la loro squisita ospitalità. I video sono stati prodotti dalla Michbold di MIchele Boldi e realizzati con grande competenza e sensibilità artistica da Nicola Nottoli che ha sapientemente valorizzato le riprese effettuate da Maurizio Cinti e una parte dei contenuti elaborati per la mostra. Prezioso e instancabile – conclude Nizzo – è stato il supporto di Alessandra Felletti e Flavia Amato”. E allora iniziamo a guardare “Rasna. Una serie etrusca” con i primi tre episodi.

“1. LA GRANDE ETRURIA”. L’Italia fu un tempo etrusca. Parte da qui il racconto di “Rasna. Una serie etrusca”, la narrazione pensata per incorniciare i grandi temi entro cui si muove la mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”, ultima tappa delle celebrazioni per il Centenario della scoperta di Spina. Quanto era estesa la Grande Etruria? Quale eredità ci resta della cultura etrusca? Dalla Villa di papa Giulio III, Valentino Nizzo, curatore della mostra e già direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, inaugura la serie di 19 approfondimenti tematici che raccontano la storia pre-romana della nostra Penisola, quella in cui si è formata la nostra identità culturale e sociale.

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Mappa dei territori etruschi in Italia (foto etru)

“Prima della dominazione romana, la potenza etrusca si estendeva ampiamente per terra e per mare. I nomi dei due mari, superiore e inferiore, da cui l’Italia è cinta a guisa di un’isola, offrono una testimonianza della loro potenza, perché l’uno le popolazioni italiche chiamarono mare Tosco, nome comune all’intera gente, e l’altro Adriatico dalla colonia etrusca di Adria. I Greci li chiamano pure Tirreno e Adriatico. Si stabilirono tra le terre che si estendono tra entrambi i mari, fondando dapprima dodici città nella regione, tra l’Appennino e il mar Tirreno, e poi mandando al di là dell’Appennino altrettante colonie quante erano le città di origine. Occuparono così tuta la regione al di là del Po, fino alle Alpi, eccettuato l’angolo abitato dai Veneti all’estremità del mare Adriatico. Così Tito Livio nel I sec. a.C. all’epoca di Augusto, testimonia quella che era la Grande Etruria. Quasi tutta l’Italia fu un tempo sotto il dominio degli Etruschi, ricordava Catone nelle Origini, nel II secolo a.C., e Polibio nello stesso periodo ricordava che per conoscere la potenza che un tempo ebbero gli Etruschi, bisogna guardare alle due grandi pianure che essi dominarono; la padana e la campana. Queste testimonianze ci servono a ricordare quello che l’archeologia ha dimostrato da tempo essere una realtà, cioè quanto la presenza degli Etruschi, o come li chiamavano i Greci Tirreni, sia stata pervasiva in tutta la nostra penisola, lasciando un’eredità inestimabile sia dal punto di vista materiale, come attestano gli straordinari capolavori esposti qui nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, sia dal punto di vista immateriale, poiché attraverso i romani molto della cultura degli Etruschi è arrivato fino ai nostri giorni. E poi c’è un altro tema immateriale importante: il fascino che gli Etruschi hanno esercitato dal Rinascimento fino all’epoca contemporanea, inducendo in più fasi della nostra storia molti artisti a ispirarsi alla loro arte.

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Villa Giulia a Roma vista da drone (foto etru)

“Negli anni in cui veniva realizzata Villa Giulia, tra il 1550 e il 1555 da papa Giulio III Ciocchi del Monte, originario di Arezzo, venivano alla luce capolavori dell’arte etrusca come la Chimera e la Minerva di Arezzo e l’Arringatore di Perugia, che stupirono per la loro qualità artistica, estetica, e per la presenza di iscrizioni etrusche. Lo stesso vale per Cosimo I de’ Medici che istituì il Granducato di Etruria, nominando se stesso Magnus dux Etruriae. Probabilmente anche Giulio III era orgoglioso del passato etrusco da cui proveniva e di cui era idealmente erede, essendo aretino. Alle mie spalle, nel celebre Ninfeo di Villa Giulia, realizzato dall’Ammannati sotto la supervisione di Vasari e Michelangelo, due fontane descrivono altrettanti fiumi. A sinistra il Tevere, caratterizzato dalla lupa capitolina, indicava la sede dove il pontefice aveva assunto il soglio di San Pietro, e l’altra, l’Arno, caratterizzato da un leone, indicava la sua terra di origine in prossimità del fiume che segna quelli che sono i due confini ideali dell’Etruria propria, l’Arno e il Tevere. Etruria che però, come testimonia Livio, nel passo che ho citato, andava ben oltre. Andava fino alla pianura Padana e, come sappiamo, fino anche a quella campana, fino agli estremi limiti meridionali della Campania, ai confini con l’attuale Calabria, dove poi sarebbe stata fondata Poseidonia e ancor prima era sorta Pontecagnano nell’agro picentino. L’Italia dunque fu un tempo etrusca e la mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto del Mediterraneo” ci consente di approfondire la storia attraverso quello che è il racconto del porto più importante fondato dagli Etruschi sull’Adriatico intorno al 520 a.C.

“Spina, una città che ha vissuto tre, quattro secoli, collocandosi in una posizione strategica alla foce del Po, su quel mare Adriatico che Tito Livio riteneva avesse preso il nome di una colonia etrusca, Adria, che però i Greci come Spina ritenevano una città greca, al punto che veniva ammessa, Spina, come poche altre città quali Cerveteri, in quel santuario delfico che agli occhi dei Greci indicava il luogo dove soltanto la grecità poteva trovare ospitalità. 

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Locandina della mostra “Spina 100. Dal mito alla scoperta” al museo del Delta antico dal 1° giugno al 16 ottobre 2022

“Questo racconto espositivo, iniziato a Comacchio, per il centenario della scoperta di Spina nel 1922, e proseguito poi presso il museo Archeologico nazionale di Ferrara, si conclude qui al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, allargando lo sguardo dalla pianura Padana e da Spina e dall’Adriatico anche al Tirreno e all’intero Mediterraneo. Un modo per raccontare la storia dell’Italia preromana, quella nella quale le identità etniche che ancora oggi caratterizzano le nostre peculiarità regionali hanno cominciato a formarsi. Un modo quindi per capire attraverso gli Etruschi e gli altri popoli con i quali hanno dialogato, in primis i Greci e poi i Romani, un pezzo della nostra attuale storia”.

“Con l’entrata in scena dei Greci il gioco si fa serio e la storia si tinge dei colori del mito”, spiega Valentino Nizzo. “O, almeno, la storia come la intendevano i Greci che si attribuivano attraverso le imprese di Eracle e Ulisse il merito di aver civilizzato un Occidente selvaggio di nome e di fatto, come attesta il mitico fratello di Latino, Agrio il Selvaggio, nato dall’amore fugace di Ulisse con Circe. Ma questo è solo l’inizio…”.

“2. LA SCOPERTA DELL’OCCIDENTE: ULISSE ED ERACLE”. Il secondo episodio di “Rasna. Una serie etrusca” ci descrive il mondo occidentale con gli occhi dei Greci. Un mondo ancora nebuloso, barbaro, che possiamo leggere attraverso la lente di ingrandimento del racconto mitologico. Sono gli episodi delle peregrinazioni di Ulisse e quelli dei viaggi di Eracle per il compimento delle sue celebri fatiche, narrati dalle fonti e cristallizzati nelle raffigurazioni dei vasi, ad offrire lo spunto per raccontare la visione, all’epoca condivisa, del mondo occidentale.

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L’itinerario di Ulisse da Troia a Itaca (foto etru)

“Circe, figlia di Helios, figlio di Hyperion, partorì in unione a Odisseo, paziente, Agrios e Latino perfetto e forte. Telegono generò grazie ad Afrodite d’oro. Essi molto lontani nel recesso delle isole sacre su tutti i Tirreni illustrissimi regnavano”. Esiodo nella Teogonia, alcuni versi finali, descrive quello che è il mondo occidentale. Siamo probabilmente prima della colonizzazione che Omero farà nell’Odissea delle peregrinazioni di Ulisse in Occidente. O almeno siamo in un momento in cui cominciano a definirsi quegli orizzonti occidentali che diventeranno celebri in letteratura grazie all’Odissea di Omero. Il mondo che descrive Esiodo, se appunto può essere riferito alla sua epoca, cioè la fine dell’VIII secolo a.C., quel brano è il primo momento dei contatti tra il mondo greco e quello occidentale. È un mondo ancora nebuloso, in cui si può dire che Latino e Agrios, il selvaggio, figli di Circe e Ulisse, regnano sui Tirreni nelle isole sacre dell’estremo Occidente. C’era quindi una fusione tra il mondo latino, quello tirrenico. Almeno questo è il modo in cui i Greci interpretavano popoli che vivevano molto lontani. Alcuni ritengono questo brano un po’ più recente e lo spostano al 600 a.C., ma questi sono dettagli di un mondo nel quale si comincia a ragionare su la discendenza, le parentele, quelle relazioni genetiche che agli occhi dei Greci erano fondamentali per intessere rapporti politici, commerciali ed economici.

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Vaso per attingere l’acqua con Ulisse che acceca Polifemo, proveniente dalla necropoli della Banditaccia di Cerveteri, e conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

“Un altro aspetto che era fondamentale agli occhi dei Greci era la civilizzazione di un Occidente che era di loro grande interesse economico, ma che appariva barbaro, barbaro come un ciclope poteva apparire: un essere mostruoso da un occhio solo in quell’isola, sacra volendo, come l’Eea di Circe, che la Sicilia, dove viveva in una grotta, non aveva mai conosciuto Polifemo il piacere del vino, e Ulisse, imprigionato nella grotta, glielo farà conoscere, e questo è l’espediente che lo renderà celebre per la sua intelligenza, offrendogli del vino e inducendolo a bere, farà sì che Polifemo rimarrà ebbro, ubriaco, perché non sapeva che il vino dovesse essere bevuto, come facevano i greci, allungato con l’acqua. Il gigante, ebbro, addormentato, fa in tempo poco prima a dire a Ulisse che lo mangerà per ultimo come premio. Ma Ulisse aveva già previsto tutto: con un palo arroventato acceca il suo unico occhio, ma lo lascia vivo in modo che nei giorni seguenti, facendo uscire le pecore dalla grotta, possa dare a Ulisse e ai suoi compagni superstiti l’espediente per scappare. Aggrappati, nascosti sotto le pecore, come si vede nella pisside dalla Tomba della Pania (Chiusi). Questo vaso, quindi, rappresenta quell’idea di civiltà attraverso il vino che è un elemento che ricorre in tutti i miti dei Greci in rapporto con questo mondo occidentale da civilizzare.

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Collezione Castellani: vaso con le fatiche di Ercole conservato al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

“Ma non è solo Ulisse l’esploratore dell’Occidente, i cui figli diventano addirittura i fondatori di città importanti. Telegono si dice avesse fondato Cerveteri, e altri eroi discendenti più o meno diretti di Ulisse furono fondatori di città in Italia. Un altro eroe civilizzatore, il semidio per eccellenza, è Eracle. In alcune sue imprese aveva attraversato l’Occidente e l’aveva civilizzato. Nella più famosa, quella contro Gerione, il mostro tricorpore e tricefalo, lo aveva portato verso quelle colonne d’Eracle che segnavano il limite estremo d’Occidente: in Spagna, dove oggi è Gibilterra e non lontano Cadice. Lì viene mandato per rapire le mandrie di Gerione e sconfiggere questo essere, sì mostruoso, ma eroico quanto lui. Qui lo si vede in due vasi databili tra il 560 a.C. e il 520. C’è una generazione che li distanzia. C’è un’evoluzione stilistica. Qui Eracle combatte con l’arco, qui combatte con la tradizionale clava. In entrambi i casi si vede l’inizio del soccombere di Gerione, colpito in un occhio da una freccia qui, colpito dalla clava in quest’altro vaso. Eracle poi porterà con sé le mandrie attraverso la nostra penisola. Il primo a descrivere in modo completo questi miti è Stesicoro, un poeta di Imera, un poeta lirico di cui si conservano molti frammenti ma la cui importanza era maggiore di quanto oggi noi immaginiamo, soprattutto in un Occidente indigeno che conosceva molto bene i miti dei greci e li utilizzava anche per i propri scopi. Stesicoro descriveva la Gerioneide e descriveva evidentemente il passaggio di Eracle in Italia lungo la nostra penisola, prima tra i Liguri e poi nell’Etruria. Probabilmente già nella Gerioneide si descrive anche il passaggio di Eracle nel territorio di Cerveteri, dove avrebbe fatto scaturire delle sorgenti d’acqua, perché questa è una delle caratteristiche ricorrenti nel mito di Eracle in Occidente. Proprio dalle parti di Pyrgi, tra Pyrgi e Cerveteri. E poi a Roma, altri miti collocavano appunto l’impresa di Eracle, che portò alla fondazione del suo culto presso l’ara massima. Descritto da Virgilio nell’Eneide il suo incontro appunto con l’essere mostruoso Caco, che viveva in una grotta ai piedi dell’Aventino. Eracle, in un’altra fatica, l’undicesima rispetto alla decima di Gerione, doveva di nuovo tornare in Occidente per recuperare i pomi delle Esperidi. Il mito è controverso. Ricordiamo che un altro autore greco, Pisandro, è quello che ha codificato le dodici fatiche di Eracle facendocele conoscere come oggi sono celebri. Ma ci fu un lungo lavorio per codificarle. L’undicesima fatica infatti ha delle varianti. Una di queste dice che prima di arrivare presso le Esperidi, collocate nell’Africa settentrionale dove Atlante reggeva sul proprio capo la volta celeste, si sarebbe fermato in un luogo emblematico per l’Occidente greco: le foci del Po, dove avrebbe dovuto affrontare un essere mostruoso che, come tutte le divinità connesse all’acqua, aveva la caratteristica di modificarsi, di avere delle repentine metamorfosi. Qui in questa anforetta è raffigurato Triton, ma potrebbe trattarsi di Nereo, e quel Nereo che diciamo costituisce una tappa mostruosa lungo il percorso di civilizzazione di Eracle verso i pomi delle Esperidi. Eracle però era venerato, ammirato agli occhi soprattutto del mondo aristocratico di VI secolo, perché era il dio, l’uomo che era riuscito a diventare dio, superando le dodici fatiche e aiutando gli dei dell’Olimpo contro i giganti nello scontro avvenuto nella piana di Flegra, i Campi Flegrei. Così come venne localizzato in una seconda fase dello sviluppo del suo mito.

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Hydria Ricci (530 a.C.), scoperta nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri, e conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia: dettaglio con il rito di sacrificio nei confronti di una divinità, probabilmente Dioniso (foto etru)

“E qui vediamo invece nell’Hydria Ricci, uno dei vasi più belli tra quelli prodotti da maestranze della Grecia ionica in Etruria, il premio ricevuto da Eracle: l’eterna giovinezza e l’eterna vita tra gli dei dell’Olimpo. Qui lo si vede mentre sale sul carro trionfale guidato dalla sua sposa per l’eternità. Ebe, l’incarnazione della giovinezza, lo sta letteralmente portando tra gli dei dell’Olimpo come premio per le sue fatiche, lui che in terra non aveva avuto una fine gloriosa. E in questo stesso vaso, si chiude il cerchio con quello che abbiamo visto rappresentato nel mito di Polifemo, una straordinaria scena che mostra come i Greci ritenevano dovessero essere compiuti i rituali di offerta delle carni e del vino. Vi è un Dioniso, o un sacerdote, che indica un poderoso grappolo d’uva e tutta una serie di adepti al culto che stanno preparando le carni per il sacrificio. Saper bere vino, saper sacrificare, erano agli occhi dei Greci degli elementi fondamentali di civiltà. Gli Etruschi li avevano recepiti, erano idealmente ancor più greci dei Greci nella loro vita quotidiana. E lo affermano in un vaso prodotto da greci, ma per le loro esigenze, nel quale probabilmente una delle possibili interpretazioni in questa scena di sacrificio è coinvolto anche Icario o Malleus, uno dei pirati Tirreni che avevano rapito Dioniso. Ma è anche quello che lo aveva riconosciuto nel famoso mito della trasformazione dei pirati Tirreni in delfini. E colui il quale Dioniso decide di salvare e colui al quale probabilmente Dioniso insegna tutta quella sapienza che renderà gli Etruschi meritevoli di avere thesauroi a Delfi e di dialogare alla pari con i Greci”.

“L’etnocentrismo, anzi, potremmo forse dire impropriamente attualizzando, lo “snobismo” dei Greci è un dato ben noto che non si preoccuparono mai di nascondere più di tanto”, spiega Valentino Nizzo. “Eppure, nonostante questo e l’inevitabile conflittualità che spesso caratterizzò i loro rapporti, fecero alcune rare eccezioni, proprio con gli Etruschi di Cerveteri e con quelli di Spina. Tanto straordinarie quanto significative se si riflette con attenzione sulla documentazione disponibile, seppure tormentata dallo stato lacunoso e frammentario che la caratterizza. Perché Pyrgi venne definita da Servio metropolis degli Etruschi? Quale ruolo ebbero i thesauroi etruschi a Delfi? In che modo questi temi si intrecciano col più ampio dibattito sull’origine degli Etruschi? Questo ed altro potete trovarlo nel terzo episodio”.

“3. CAERE/PYRGI. LA METROPOLIS DEGLI ETRUSCHI E DELFI”. Siamo giunti alla terza puntata di “Rasna. Una serie etrusca” ed entriamo nel vivo dei rapporti fra Greci ed Etruschi. Al centro troviamo la dibattuta questione sull’origine degli Etruschi con tesi diversificate e complesse sulle quali si è andata costruendo la tradizione di questo popolo, a metà tra narrazione del mito e trasmissione della storia condivisa. I Greci hanno certamente contribuito alla costruzione dell’immagine degli Etruschi: da barbari pirati a popolo degno di essere ammesso al santuario di Delfi. Di queste e altre storie ci racconta Valentino Nizzo direttamente dal museo Archeologico nazionale di Ferrara. Il viaggio verso la conoscenza del mondo etrusco è cominciato e ci porterà nel cuore del Mediterraneo dove le relazioni commerciali e culturali ne hanno decretato fama e grandezza.

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Ipotesi di ricostruzione dell’area santuariale di Pyrgi con i templi A e B (foto sabap vt)

“Il più importante commentatore antico dell’Eneide, Servio, nello spiegare un passaggio di Virgilio “Pyrgi Veteres”, aggiunge una frase molto interessante sulla quale si è soffermata la critica. “Questa fortezza fu nobilissima al tempo in cui gli Etruschi esercitavano la pirateria. Infatti fu la loro metropoli. L’uso della parola metropoli non è mai fatto a caso nel mondo antico: indica la città madre, il punto di origine di un intero popolo. Quindi questa affermazione collega direttamente Pyrgi, il santuario portuale di Cerveteri, con le tradizioni sulle origini degli Etruschi che sappiamo sono molto diversificate. Giovanni Colonna ha spiegato l’uso del termine collegandolo a due possibili versioni di questa tradizione. La prima è quella di ascendenza erodotea che ricollegava l’origine degli Etruschi alla Lidia e alla loro emigrazione forzata in seguito a una carestia, verso Occidente. Tuttavia Erodoto li faceva approdare nel paese degli Umbri, quindi sull’Adriatico, dove sorgeva già al suo tempo la città di Spina. Alla fine del V secolo e nel corso del IV, però, questa tradizione viene spostata dall’Adriatico al Tirreno: il punto di approdo dei profughi Tirreni dalla Lidia diventa appunto la spiaggia di Cerveteri. Questa è una sorta di occidentalizzazione del mito originario, della provenienza orientale degli Etruschi, che pone l’accento su una città particolarmente rilevante, non solo a quel tempo o anche prima, ma agli occhi dei Siracusani che potrebbero aver elaborato questa versione, Pyrgi e Cerveteri risultavano senza dubbio importanti. E questa tradizione continuava dicendo che questo Tirreni, approdati nelle spiagge di Cerveteri, avrebbero poi conquistato Cerveteri, che si chiamava Agilla ed era stata precedentemente fondata dai Pelasgi. In questo modo la tradizione si collegava con la versione di Ellanico, quella delle migrazioni, questa volta dei Pelasgi: dalla Grecia, prima a Spina, poi nel centro Italia a Cortona, chiamata Croton erroneamente, e poi la loro irradiazione nell’Etruria propria.

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Il santuario di Apollo a Delfi in Grecia (foto graziano tavan)

“C’è un’altra però versione del mito un po’ più complessa, che dà agli Etruschi un’origine autoctona, dice che sono originari della nostra penisola e il luogo di origine sarebbe proprio l’area di Cerveteri. Anche se forse, questa è la tesi di Colonna, sarebbero arrivati lì dalla Sardegna, ma il discorso è lungo e complesso. A noi interessa evidenziare un aspetto importante della costruzione delle tradizioni, legato all’importanza che agli occhi dei Greci gli Etruschi assumono all’indomani della battaglia di Aleria, nel mare sardo, quando compiono un atto indegno di un popolo civile, quello della lapidazione dei prigionieri focei superstiti alla sconfitta che gli Etruschi avrebbero subito di fronte ad Aleria, in Corsica. Nel luogo dove vennero lapidati, Erodoto infatti dice che più tardi tutti gli esseri che passavano per quel luogo in cui giacevano i Focei divenivano storpi monchi e invalidi. Ugualmente le greggi, gli animali da tiro e gli uomini. Gli Agilei allora mandarono a interrogare l’oracolo di Delfi volendo riparare il fallo, e la Pizia ordinò loro di far compiere quelle cerimonie che gli Agilei compiono ancora oggi. Essi infatti offrono sacrifici funebri grandiosi e celebrano in onore dei morti un agone ginnico ed equestre. Nascono quindi in seguito a questo atto indegno dei giochi, dei sacrifici, evidentemente in onore di divinità che sono probabilmente le stesse collegate a quell’Apollo che aveva espresso il suo parere. Infatti noi sappiamo che anche in un settore del santuario di Pyrgi era venerato un Apollo con funzione oracolare, anche se era un Apollo etrusco, Suri, un Apollo infero, legato anche all’idea che il sole tramonta proprio in quel mare, sul quale Pyrgi si affaccia. Il santuario di Delfi era certamente il santuario più importante della Grecia. Era il luogo dove si andava a consultare la divinità per tramite della Pizia, prima di imprese come la fondazione di una colonia. Lo sappiamo fin dalla fine dell’VIII secolo e questo faceva sì che i sacerdoti di Delfi esercitassero un’influenza molto importante, alla quale corrispondevano anche doni e decime rilevanti. Tuttavia non si andava soltanto a consultare Apollo per la fondazione di città, ma anche in seguito ad atti negativi come la lapidazione dei Focei o, la tradizione ci ricorda e lo mostra uno splendido vaso di Spina da Valle Pega, anche Oreste, dopo l’uccisione di Clitennestra, sua madre, andò a consultare l’oracolo di Delfi per conoscere il modo in cui poteva espiare quel terribile peccato.

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Cratere a volute attico a figure rosse della Tomba 57C di Valle Pega, conservato nel museo Archeologico nazionale di Ferrara, attribuito al Pittore di Kleophon, 430 a.C.. Nel registro superiore: sacrificio in onore di Apollo. Nel registro inferiore: danza orgiastica di satiri e menadi forniti di tirso e fiaccole e alcune con nebrls (foto drm-er)

“Qui vediamo in un altro monumentale cratere da Valle Pega, la scena di una processione, la consacrazione di un toro offerto ad Apollo che attende, seduto idealmente all’interno del tempio, cinto da due grandi tripodi. Il tripode era l’oggetto più caratteristico del santuario di Delfi, e ai piedi di uno di questi tripodi scorgiamo una pietra rotonda che potrebbe essere il celebre omphalos, l’ombelico che “apriva” una porta verso la terra dalla quale uscivano i vapori che consentivano alla Pizia di entrare in contatto con la divinità. Questi due vasi quindi ci mostrano uno scenario fatto di rituali, fatto di dialoghi con la divinità. Ci consentono di entrare nei luoghi più sacri della grecità. E il fatto che un popolo che per una parte della loro storia i Greci considerarono barbaro, fatto di pirati senza scrupoli, sia ammesso a consultare la Pizia e per suo tramite Apollo, indica l’assoluta rilevanza che agli occhi dei Greci avevano almeno a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C. gli Etruschi, grazie al pagamento di cospicue decime dovute anche alle ricchezze che accumulavano con il commercio e forse anche con la pirateria. Gli Etruschi, infatti, si erano potuti comprare uno spazio sacro, un thesauròs a Delfi, nel quale offrire le proprie le proprie decime alla divinità e avere una sorta di precedenza nella consultazione di Apollo. Un onore unico tra i cosiddetti barbari che ebbero città come Cerveteri, e poi anche Spina. E questo la dice lunga quindi dei rapporti tra i Greci e i Tirreni, della loro evoluzione e del significato che questi popoli e queste città dovettero avere agli occhi dei Greci, al punto da indurli a riflettere sulle loro origini e sul perché, in epoche evidentemente anche molto lontane e precoci, tutto ciò era stato possibile. E questi vasi ci offrono uno squarcio di quel mondo greco. Sono vasi prodotti ad Atene che raccontano di una Grecia che per gli Etruschi evidentemente era molto vicina, al punto da volerli con sé nelle loro tombe e ancor prima nelle loro case”.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia Alessandra Leonardi ci porta “Sulla rotta di Spina”, ottavo appuntamento con gli itinerari guidati alla mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”

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Askos a forma di volatile, proveniente dalla tomba 233 di Valle Trebba e conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foro drm-er)

Per il ciclo di visite guidate “Sulla Rotta di Spina”, appuntamento giovedì 29 febbraio 2024, alle 17, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. Alessandra Leonardi condurrà i visitatori a scoprire le origini e la sua struttura urbana di Spina, città etrusca perduta negli echi del mito e ritrovata 100 anni fa nel Delta del Po, descritta nella mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Visita guidata compresa nel costo del biglietto su prenotazione all’indirizzo: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. È possibile prenotarsi all’accoglienza salvo disponibilità. Tra i materiali provenienti da Spina, uno splendido askos a forma di volatile, proveniente dalla tomba 233 di Valle Trebba e conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara. In antichità era usato per versare olio ed altri unguenti e spesso aveva una forma di animale, come in questo caso.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia Valeria de Scarpis ci porta “Sulla rotta di Spina”, settimo appuntamento con gli itinerari guidati alla mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”

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Lo straordinario corredo della Tomba 18C dalla necropoli di Valle Pega (Spina) conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto etru)

Per il ciclo di visite guidate “Sulla Rotta di Spina”, appuntamento sabato 24 febbraio 2024, alle 11.30, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. Valeria de Scarpis porterà i visitatori a scoprire lo straordinario corredo della tomba 18C della necropoli di Valle Pega di Spina, città etrusca perduta negli echi del mito e ritrovata 100 anni fa nel Delta del Po, descritta nella mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”. Visita guidata compresa nel costo del biglietto su prenotazione all’indirizzo: mn-etru.comunicazione@cultura.gov.it. È possibile prenotarsi all’accoglienza salvo disponibilità. Tra i materiali provenienti da Spina, uno dei contesti più ricchi e affascinanti è sicuramente quello della tomba 18C della necropoli di Valle Pega, conservata al museo Archeologico nazionale di Ferrara. Nel sul suo straordinario corredo spiccano il monumentale cratere e la gigantesca coppa con le imprese di Teseo.

Comacchio (Fe). La collezione del museo Delta Antico si è arricchito di 160 nuovi reperti dall’antica città etrusca di Spina, recuperati dalle Forze dell’Ordine tra il 1924 e il 1965

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Al museo Delta Antico di Comacchio 160 nuovi reperti da Spina recuperati dalle Forze dell’Ordine tra il 1924 e il 1965 (foto comune di comacchio)

La collezione del museo Delta Antico di Comacchio (Fe) si è arricchito di ben 160 nuovi reperti. Si tratta di vasi, unguentari, crateri e coppe provenienti dall’antica città etrusca di Spina frutto di recuperi effettuati dalle Forze dell’Ordine dal 1924 al 1965. I reperti sono giunti al museo Delta Antico il 6 febbraio 2024 seguito della sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra il Comune di Comacchio e la direzione regionale Musei Emilia-Romagna. Tali reperti arricchiscono la sezione etrusca della collezione museale che può vantare già una ricca esposizione di pregio. Il museo Delta Antico prosegue così il suo percorso di crescita ponendosi come punto di riferimento nel panorama culturale, archeologico e museale e registrando un continuo aumento di visitatori sia italiani che stranieri.

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Foto di gruppo alla presentazione dei 160 nuovo reperti al museo Delta Antico: il primo a sinistra, Marco Bruni, direttore del museo Delta Antico; al centro, Emanuele Mari, assessore alla Cultura; e Tiziano Trocchi, direttore del museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto comune di comacchio)

“È un altro momento storico per il nostro Museo”, dichiara l’assessore alla Cultura, Emanuele Mari, “che si arricchisce di ben 160 reperti di alto valore scientifico, che segue quello del maggio 2022 quando sono giunti a Comacchio i vasi attici e i corredi delle tombe n. 579 e 19C, per complessivi 64 reperti. Questi risultati sono il frutto della proficua collaborazione tra i musei di Comacchio e Ferrara, che continuerà anche nel prossimo futuro”. E il direttore del museo Delta Antico Marco Bruni osserva: “Il Museo deve essere una realtà dinamica, in continua evoluzione. Lavoriamo per ampliare la nostra collezione e per far conoscere sempre più la storia di Comacchio e del suo territorio”.

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Al museo Delta Antico di Comacchio 160 nuovi reperti da Spina recuperati dalle Forze dell’Ordine tra il 1924 e il 1965 (foto comune di comacchio)

“Siamo particolarmente soddisfatti di questo nuovo risultato”, aggiunge il direttore del museo Archeologico nazionale di Ferrara Tiziano Trocchi, “che vede ancora rafforzarsi i rapporti di collaborazione positiva e costruttiva tra museo Archeologico nazionale di Ferrara e museo Delta Antico, tra la direzione regionale Musei Emilia Romagna e il Comune di Comacchio, nel comune intento di valorizzare al meglio il patrimonio archeologico straordinario che l’antica Spina etrusca ci ha restituito, portandolo a conoscenza di un pubblico sempre più vasto”.

Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la conferenza “Sette anni a Villa Giulia”, con Valentino Nizzo: primo incontro della seconda edizione del ciclo “chi (ri)cerca trova. I professionisti si raccontano al museo”. Piccolo bilancio dell’ex direttore, ora docente all’Orientale di Napoli

roma_villa-giulia_ciclo-chi-cerca-ritrova_locandina-2024Sarà proprio Valentino Nizzo, l’indimenticato e indimenticabile direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ad aprire la seconda stagione del ciclo di conferenze “CHI (RI)CERCA TROVA. I professionisti si raccontano al Museo”. Il museo Etru ha infatti confermato per il 2024 gli incontri divulgativi tenuti da esperti e studiosi di diverse discipline per presentare al grande pubblico la ricerca scientifica e i progetti di studio che vedono il Museo e Villa Giulia come protagonisti. I professionisti del mondo dell’archeologia, della storia dell’arte e del restauro presenteranno le loro ricerche a curiosi, studenti e specialisti per diffondere la conoscenza dei loro studi, raccontare esiti e condividere ipotesi, offrendo nuovi spunti di lettura sui temi proposti. Tra i temi affrontati ci sarà la tomba Galeassi, i guerrieri etruschi di Vulci, le novità emerse dagli studi d’archivio e molto altro ancora. Da gennaio a dicembre, 10 conferenze su esperienze, indagini, approfondimenti che rendono la ricerca condivisa, partecipata, quindi utile. Gli appuntamenti si tengono in Sala Fortuna sempre alle 16 con ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Prenotazioni all’indirizzo mn-etru.didattica@cultura.gov.it. Intanto si possono rivedere online le conferenze del 2023 https://www.youtube.com/playlist….

roma_villa-giulia_ciclo-chi-cerca-ritrova_sette-anni-a-villa-giulia_valentino-nizzo_locandinaAppuntamento dunque con la prima conferenza del 2024 “Sette anni a Villa Giulia”, venerdì 19 gennaio 2024, in Sala Fortuna alle 16 con ingresso gratuito fino ad esaurimento posti. Prenotazioni all’indirizzo mn-etru.didattica@cultura.gov.it. Protagonista Valentino Nizzo, già direttore del museo nazionale Etrusco, ripercorrerà i 7 anni trascorsi alla direzione di uno dei musei archeologici più prestigiosi del mondo, presentando i risultati di quanto realizzato finora e i progetti in corso a Villa Giulia. film_sette-anni-in-tibet_locandina“Questa bella iniziativa dei servizi educativi del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia”, spiega Nizzo, “era partita prima che il mandato finisse anticipatamente. Era stata immaginata come l’occasione per fare il punto della situazione, in vista dei due anni che mancavano, sui progetti compiuti, su quelli in corso e su quelli ancora da compiere. Il settimo anno era appena iniziato ma mi piaceva troppo il riferimento cinematografico al quasi omonimo romanzo Sette anni in Tibet, anche in virtù – scherza – delle lapalissiane somiglianze con il protagonista del suo adattamento cinematografico”. Poi passa a scorrere l’album dei ricordi: “L’esperienza meravigliosa di Villa Giulia è stata effettivamente molto simile a una lunga scalata, con tanti territori ancora inesplorati e la necessità di mettere davanti a tutto le esigenze di una struttura delicatissima, dalle grandi potenzialità in buona parte inespresse, molte ancora tutte da interpretare come il recupero delle Concerie Riganti. Passo dopo passo e spesso in modo laboriosamente silente, la squadra del museo, sempre purtroppo molto esigua ma fortemente motivata, è riuscita a mettere in fila i tasselli di quello che sin da subito è apparso un tetris molto complesso.

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Il direttore Valentino Nizzo nel 2022 davanti al sarcofago degli Sposi con un gruppo di studenti in visita al museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma (foto etru)

A ottobre – ricorda – abbiamo ultimato finalmente il complicatissimo trasloco e riallestimento della biblioteca e di una parte degli archivi che ha comportato un lunghissimo intervento di recupero degli spazi e riorganizzazione dei materiali. Non abbiamo fatto in tempo nemmeno a inaugurarli impegnati come eravamo nella mostra sui Castellani a Milano e in quella su Spina a Roma. Le incertezze degli ultimi mesi e l’esigenza di garantire la continuità non lo hanno consentito ma spero presto sia possibile farlo perché con questi strumenti il museo ha acquisito spazi fondamentali per lo studio e la ricerca. Questo lavoro è andato di pari passo con la razionalizzazione e il riscontro dei magazzini che già ad agosto avrebbe dovuto portare il museo a disporre di un deposito d’eccellenza accessibile straordinariamente al pubblico. Poi un imprevisto ha reso necessarie delle verifiche statiche che fortunatamente hanno avuto esiti negativi ma non mi hanno dato la soddisfazione di veder completato anche questo pezzo fondamentale del mosaico. Sarà anche l’occasione – conclude – per salutare chi vorrà/potrà esserci tra le tante persone che mi hanno sostenuto in questi splendidi anni aiutandomi a superare con il sorriso e l’affetto tante difficoltà”.

Valentino Nizzo direttore del Museo archeologico di Villa Giulia - Roma

Valentino Nizzo, nel 2023, quando era direttore del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Valentino Nizzo ha compiuto gli studi all’università “Sapienza” di Roma dove ha conseguito laurea, specializzazione e dottorato di ricerca in Etruscologia. Dopo un biennio post-dottorale in “Archeologia Globale” all’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze, nel 2010 è diventato funzionario archeologo per il ministero della Cultura, prima al museo Archeologico nazionale di Ferrara e poi alla direzione generale Musei. Nel 2017 ha vinto la selezione internazionale per la direzione del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, che ha diretto fino al dicembre 2023. In qualità di esperto altamente qualificato nel settore, ha insegnato presso diverse università italiane tenendo corsi di museologia, comunicazione ed etruscologia. Ha partecipato a numerosi scavi archeologici e ottenuto vari premi e borse di studio. Ha inoltre più di 200 pubblicazioni (parzialmente accessibili online: https://sumitalia.academia.edu/ValentinoNizzo). I suoi interessi vertono sulle problematiche storico-culturali delle civiltà etrusco-italiche, sulla prima colonizzazione greca, sul confronto tra archeologia e antropologia, sull’ideologia funeraria e sui meccanismi di comunicazione archeologica. Attualmente è professore associato di Etruscologia e Antichità italiche all’università di Napoli L’Orientale.