Archivio tag | musei Vaticani

Roma. Per “Dialoghi in Curia”, conferenza in presenza e on line di Giandomenico Spinola e Claudia Valeri su “Augusto e Livia, la propaganda nelle immagini”

Per il ciclo “Dialoghi in Curia” la Curia Iulia ospita giovedì 17 marzo 2022 la conferenza in presenza e on line di Giandomenico Spinola e Claudia Valeri “Augusto e Livia: la propaganda nelle immagini”. La rivoluzione politica, amministrativa e culturale del principato augusteo è tangibile attraverso il processo di costruzione dell’immagine dei suoi protagonisti. I modelli iconografici elaborati per il princeps e la sua sposa costituirono un punto di riferimento imprescindibile per i successori. Conferenza a cura di Giandomenico Spinola responsabile delle collezioni archeologiche dei musei Vaticani e Claudia Valeri curatrice della collezione di antichità greca e romana dei musei Vaticani. Introduce Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti via eventbrite https://www.eventbrite.it/e/276689875867. Ingresso da Largo della Salara Vecchia n.5. All’ingresso del PArCo sarà richiesto di esibire, oltre all’invito, il certificato verde e di indossare la mascherina. L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming dalla Curia Iulia sulla pagina Facebook del PArCo.

Milano. Ancora un mese per visitare alle Gallerie d’Italia la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei”: 130 opere ricostruiscono quello straordinario fenomeno che tra Sei e Ottocento fece dell’Italia la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea

L’Ermes a riposo, dal museo Archeologico nazionale di Napoli, nel grande salone delle Gallerie d’Italia a Milano per la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” (foto banca intesa)

Tra la fine del Seicento e la prima metà dell’Ottocento, l’Italia fu la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea. Fu questo il Grand Tour, uno straordinario fenomeno di carattere universale che ha contribuito in modo determinante a creare quella percezione dell’Italia, legata alla bellezza del suo ambiente e della sua arte, ancora oggi di grande attualità che rende davvero unica l’identità del nostro Paese.

milano_grand-tour_mostra-gellerie-d-italia_locandina

La locandina della mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 27 marzo 2022

Alle Gallerie d’Italia a Milano c’è ancora un mese di tempo (fino al 27 marzo 2022) per visitare la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” a cura di Fernando Mazzocca, con Stefano Grandesso e Francesco Leone, e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. Il catalogo della mostra è pubblicato nelle Edizioni Gallerie d’Italia | Skira. “La mostra sul Grand Tour, allestita nelle Gallerie di piazza della Scala”, interviene Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, “è la prima ideata e realizzata in Italia capace di offrire uno sguardo d’insieme su un tema così vasto. I capolavori esposti offrono al visitatore odierno l’opportunità di comprendere e rivivere l’emozione provata secoli fa dai protagonisti del Grande Viaggio di fronte alla bellezza senza tempo dei paesaggi e degli antichi luoghi d’arte italiani, elementi fondanti non solo della nostra identità nazionale, ma anche di quella europea. L’iniziativa, che si avvale della prestigiosa partnership del museo Ermitage di San Pietroburgo e del museo Archeologico nazionale di Napoli, conferma il ruolo di primo piano che Intesa Sanpaolo ha conquistato nel corso degli anni nel panorama culturale e artistico del nostro Paese”.

Nel percorso della mostra il grande quadro di Pierre-Jacques Volaire “Eruzione del Vesuvio alla luce della luna” (1774) da Château de Maisons-Laffitte, France (foto banca intesa

Solo in Italia, la cultura classica poteva raggiungere una compiuta sintesi di natura e di storia. Il grande viaggio (l’espressione fu utilizzata per la prima volta nel 1697, nel volume di Lassel, An Italian Voyage) fu presto inteso come momento essenziale di un percorso educativo e formativo, nonché segno di un preciso status sociale. L’Italia rappresentava una tappa obbligata per artisti e studiosi amanti dell’architettura, della pittura e della scultura, sia antica, sia moderna. Le straordinarie scoperte archeologiche del Settecento ad Ercolano e Pompei aggiunsero nuovi motivi di interesse. Questo momento di formazione, diventato obbligatorio per le élite europee, ma poi anche per quelle provenienti da altri continenti, ha coinvolto sovrani, aristocratici, politici, uomini di chiesa, letterati, artisti, tutti affascinati dalla varietà del paesaggio italiano ancora intatto, dalla maestà delle città, dei monumenti e delle opere d’arte che facevano, e ancora oggi fanno, del nostro territorio una sorta di meraviglioso museo “diffuso”.

L’esposizione, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, presenta circa 130 opere provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo, collezioni private e numerose istituzioni culturali italiane e internazionali come The National Gallery di Londra, musée du Louvre di Parigi, The Metropolitan Museum of Art di New York, museo nacional del Prado di Madrid, Rijksmuseum di Amsterdam, Victoria and Albert Museum di Londra, Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Statens Museum for Kunst di Copenaghen, musée des Beaux-Arts di Lione, Gallerie degli Uffizi di Firenze, musei Capitolini di Roma, musei Vaticani, museo e real bosco di Capodimonte di Napoli. Tra i prestiti anche due opere provenienti dal Regno Unito e appartenenti alla Royal Collection della Regina Elisabetta II, oltre ad altre opere provenienti da grandi residenze reali come la Reggia di Versailles, la Reggia di Caserta e la Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo.

Amorino alato (1792-93) di Antonio Canova, in marmo, conservato al museo statale Ermitage di San Pietroburgo (foto Leonard Kheifets / museo Ermitage)

Dipinti, sculture, oggetti d’arte, allestiti in un suggestivo dialogo, intendono riproporre, in una mostra di grande attualità, l’immagine dell’Italia amata e sognata da un’Europa che si riconosceva in radici comuni di cui proprio il nostro Paese era stato per secoli il grande laboratorio, un’Italia composita, raffigurata nella sua struggente bellezza dagli artisti che fecero sorgere il mito del “bel paese”. Sono esposte opere dei principali artisti del tempo come Piranesi, Valadier, Volpato, Canaletto, Panini, Lusieri, Hubert Robert, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel, Batoni, le due pittrici Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, Ingres.

“Capriccio with the Pantheon before the Porto di Ripetta” (1761) di Robert Hubert (1733-1808) di The Princely Collections di Vaduz-Vienna (foto Scala Firenze)

Particolare rilievo assumono i luoghi (le città tradizionali come Venezia, Firenze, Roma e Napoli, e i borghi storici) e i paesaggi (dalle Alpi, al Vesuvio, all’Etna). La meta principale del Grand Tour è stata certamente Roma, la città universale ed eterna, prima capitale dell’antichità e poi della cristianità, dove si venivano a studiare i segreti e i canoni del bello, depositato non solo nei marmi antichi ma anche nei capolavori del Rinascimento e del Classicismo seicentesco. Mentre nel Lazio si ripercorrevano i luoghi celebrati dalla letteratura classica che, attraverso Orazio e Virgilio, erano entrati nel mito. La magnificenza del paesaggio del golfo e della zona vesuviana, unita al fascino delle testimonianze dell’antichità, soprattutto dopo la riscoperta delle due città di Pompei e Ercolano, sepolte dalla catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., hanno fatto di Napoli l’altra irrinunciabile meta di questo viaggio di istruzione e formazione, che si estese poi anche, sempre in Campania, alla recuperata area di Paestum dove era possibile emozionarsi di fronte allo spettacolo sublime dei magnifici templi dorici, in un periodo in cui la Grecia, ancora sotto il dominio ottomano, era interdetta ai viaggiatori. Sempre le testimonianze della Magna Grecia spinsero i viaggiatori più ardimentosi, e uno dei primi fu Goethe nel suo famoso viaggio in Italia, verso la più lontana e sconosciuta Sicilia, destinata a incantare con l’asprezza dei suoi paesaggi primitivi e l’imponenza dei templi di Segesta, Selinunte e Agrigento, o del teatro greco di Siracusa.

“Vista di Venezia dall’isola di San Giorgio” (1696) di Vanvitelli, olio si tela, conservato al museo nazionale del Prado a Madrid (foto archivio museo prado)

Altri luoghi privilegiati del Grand Tour furono città piene di eventi come Venezia; Vicenza, dove era possibile ammirare i palazzi di un genio universale come Palladio, imitato in tutto il mondo; Firenze che nelle sue chiese e nelle sue collezioni, in particolare le Gallerie medicee, schiudeva agli occhi ammirati dei viaggiatori le meraviglie dell’antico come del Rinascimento. Più avanti anche Milano, grazie soprattutto alla presenza di Leonardo e del suo leggendario Cenacolo, e i vicini laghi, per lo splendore delle loro rive e delle ville famose sin dall’antichità, diventarono delle mete per i viaggiatori più esigenti.

“Rhyton configurato a testa di cinghiale” (1770 ca) di Giovan Battista Piranesi (atelier di), conservato in una collezione privata (foto studio fotografico Manusardi Srl)

L’Italia divenne per un lungo periodo il maggiore mercato non solo dell’arte antica, ma anche di una produzione contemporanea ispirata alla memoria dell’antico. Sicuramente il più originale protagonista di questo gusto fu il genio di Piranesi che nelle sue incisioni visionarie, nei suoi estrosi arredi aveva proposto ad una raffinata clientela internazionale una visione molto personale dell’immaginario classico. Sulla sua scia si registra una impressionante ripresa delle manifatture artistiche più prestigiose che, dalla bronzistica all’oreficeria al mosaico alla glittica, hanno raggiunto livelli pari a quelli del Rinascimento. I prestigiosi assemblages in metalli e pietre preziosi di Valadier hanno incantato tutto il mondo, mentre le immagini delle più popolari sculture antiche sono state diffuse nelle regge e nelle dimore aristocratiche europee dai bronzetti di Boschi, Zoffoli, Righetti, Hopfgarten o dalle meravigliose statuine in biscuit di Volpato.

“Il Granduca Paolo e il suo seguito nel Foro Romano” (1782) di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, olio su tela conservato al museo-riserva di Pavlosvsk a San Pietroburgo (foto museo pavlovsk)

Dalle richieste dei collezionisti stranieri ha tratto un nuovo slancio anche la pittura, soprattutto un genere prima considerato minore come la veduta e il paesaggio. Anche in questo campo grazie ad artisti della originalità e della grandezza di Canaletto, Panini, Joli, Lusieri e degli stranieri venuti al seguito dei viaggiatori, come Hubert Robert, More, Wilson, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel è stato raggiunto tra Sette e Ottocento un livello prima impensabile, passando dalla razionalità scientifica dei vedutisti all’emozione del paesaggio visto come espressione di uno stato d’animo dei romantici.

“Ritratto di Joahnn Joachim Winckelmann” (1768) di Anton von Maron, olio su tela conservato al museo della fondazione Klassik Stiftung Weimar (foto Klassik Stiftung Weimar)

Ma il genere più richiesto e amato dai collezionisti stranieri, insieme alle vedute dei luoghi visitati, è stato il ritratto. Alla celebrazione del proprio rango si sostituisce l’esaltazione del carattere e della cultura. Da qui la scelta di farsi rappresentare accanto ai monumenti e alle sculture antiche ammirate in Italia. Assoluto maestro in questo campo è stato Batoni, uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi. I suoi ritratti hanno rappresentato uno status symbol, come quelli del suo rivale Mengs, delle due pittrici in competizione Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, di Von Maron, Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres.

“Artemide Efesia” marmo della collezione farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli, di età ellenistica (II sec. d.C.), restaurato nel 1786-1888 da Carlo Albacini e Giuseppe Valadier con integrazioni in alabastro e bronzo (foto Luciano e Marco Pedicini)

I viaggiatori erano attratti anche dalla singolarità dei nostri costumi e dalla bellezza di una popolazione, apparentemente felice, che viveva la maggior parte dell’anno all’aria aperta proprio per la mitezza del clima. Un illustratore e pittore straordinariamente popolare come Pinelli e pittori come Sablet, Géricault, Robert, Schnetz, Delaroche hanno saputo rappresentare la vita domestica nei suoi aspetti più avvincenti e commoventi, rivendicando la dignità del popolo. Il maggior giro di affari ha riguardato la scultura, a partire dal commercio dei marmi antichi, il loro restauro e spesso la produzione di copie in cui è stato il maggiore protagonista Cavaceppi. Verso la fine del Settecento, grazie a Canova e ai suoi validissimi seguaci, si è affiancata la produzione di una scultura originale che, pur ispirata all’antichità, ha saputo interpretare la sensibilità moderna, assicurando a questa arte, diventata l’orgoglio dell’Italia, una straordinaria fortuna nel corso del XIX secolo in tutto il mondo.

Roma. Il nuovo anno porta la proroga fino ad aprile della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” alla Domus Aurea. Piccola visita guidata. Gli orari

La mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” alla Domus Aurea è stata prorogata fino al 3 aprile 2022 (interaction design dotdotdot)

“L’Epifania tutte le feste porta via”, dice il proverbio, “ma lascia una buona notizia per i primi mesi dell’anno: la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” è prorogata fino al 3 aprile 2022. C’è ancora tempo quindi per visitare il percorso immersivo che dalla Sala Ottagona conduce alla riscoperta della pittura antica, sepolta nelle “grotte” delle rovine dimenticate dell’immenso palazzo imperiale di Nerone”. La mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” è stata pensata per le celebrazioni del cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio (vedi Roma. Il ministro Franceschini ha aperto ufficialmente la Domus Aurea e la mostra multimediale “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”. L’intervento dei curatori. Via libera al pubblico dal 23 giugno | archeologiavocidalpassato) a cura di Vincenzo Farinella e Alfonsina Russo con Stefano Borghini e Alessandro D’Alessio, promossa dal parco archeologico del Colosseo, produzione comunicazione e catalogo Electa, allestimento e interaction design Dotdotdot.

roma_domus-aurea_padiglione-solle-oppio_sala-45_nuova-illuminazione_6_foto-ERCO-illuminazione

La nuova illuminazione della Sala 45 del padiglione di Colle Oppio nella Domus Aurea (foto ERCO illuminazione)

Il consenso del pubblico ha portato alla proroga dell’apertura della mostra fino al 3 aprile 2022 (la chiusura era prevista il 7 gennaio 2022), permettendo a un ulteriore numero di persone l’opportunità di vivere questa particolare esperienza di visita caratterizzata da proiezioni digitali che coinvolgono l’intero spazio espositivo e uno storytelling sonoro realizzato in sincronia con il progetto visivo e interattivo. La mostra, dagli straordinari apparati interattivi e multimediali allestita nella Sala Ottagona della Domus Aurea e nei cinque ambienti circostanti, oltre alle Stanze di Achille a Sciro e di Ettore e Andromaca ancora preziosamente decorate, racconta la straordinaria storia della scoperta delle superfici affrescate.

roma_domus-aurea_mostra-raffaello-2_Dotdotdot_atlante-farnese_foto-andrea-martiradonna

Dettaglio dell’Atlante Farnese nella Sala Ottagona della Domus Aurea con le costellazioni proiettate sulla volta: allestimento e interaction Design a cura di Dotdotdot (foto Andrea Martiradonna)

Percorso della mostra. Nella Sala Ottagona vengono proiettate sulla cupola immagini astrologiche dedotte dal globo sostenuto dall’Atlante Farnese, eccezionale prestito dal museo Archeologico nazionale di Napoli. Svetonio, nella Vita di Nerone, ricorda che nella Domus Aurea il più memorabile salone per banchetti “era rotondo e ruotava su se stesso tutto il giorno, continuamente, come la terra”. Per evocare questa coenatio rotunda – che con ogni probabilità non si trovava presso il padiglione di colle Oppio e sulla cui esatta collocazione gli archeologi ancora discutono – è stata realizzata sulla volta della Sala Ottagona, assoluto capolavoro dell’architettura romana, una proiezione ruotante di immagini astrologiche ispirate al globo del celebre Atlante Farnese. A questi si alterna la proiezione di una caduta di petali di rosa come descriveva Svetonio avvenisse durante i banchetti dell’imperatore. A orari stabiliti, il videomapping si dissolve mentre gli effetti di luce naturale dall’oculo centrale simulano il passaggio dal giorno alla notte. Solo pochi minuti, che consentiranno ai visitatori di apprezzare gli straordinari effetti diurni immaginati e realizzati dagli architetti di Nerone Severo e Celere.

roma_domus-aurea_stanza_maschere_grottesche_foto-parco-archeologico-colosseo

Particolare di una “grottesca” della Stanza delle Maschere nella Domus Aurea (foto parco archeologico del Colosseo)

Primo ambiente: animali fantastici mezzi umani e mezzi vegetali, motivi fitomorfi, arpie e strumenti musicali, vasi con perline, palmette sono tra i motivi decorativi che si rincorrevano nella Domus Aurea e che vengono scoperti da alcuni artisti presenti a Roma intorno all’anno 1480. Il visitatore stesso innesca questo racconto muovendo il proprio corpo, simulando il riverbero della fiamma delle torce, utilizzate all’epoca di Raffaello per illuminare gli ambienti sotterranei della Domus Aurea. Con un solo gesto la grottesca antica si trasforma, tramite morphing, in un motivo rinascimentale proprio di quegli artisti che per primi scoprirono un mondo di immagini fantastiche e sconosciute.

roma_musei-vaticani_Stufetta_del_cardinal_bibbiena

La stufetta del Cardinal Bibbiena conservata all’interno dei Musei Vaticani

Secondo ambiente: dedicato allo studio e alla reinterpretazione delle grottesche da parte di Raffaello. Affiancato da allievi e da collaboratori, intorno alla metà del secondo decennio del Cinquecento, Raffaello realizzerà il primo vero studio sistematico di queste decorazioni parietali antiche, capace di consentirgli di riproporle organicamente come “decorazione globale” di ambienti appositamente progettati in chiave antiquaria. Fulcro spettacolare di questo nucleo – e grazie a un accordo del parco archeologico del Colosseo con i Musei Vaticani – è la riproduzione multimediale della Stufetta del Bibbiena: il minuscolo bagno privato dell’appartamento cardinalizio realizzato nel 1516 su disegno di Raffaello. In ogni parete, le grottesche della Stufetta – non visibile al pubblico perché non rientrano nel percorso di visita dei Musei Vaticani – si ingrandiscono e rimpiccioliscono generando inediti effetti di scala e mettendo in evidenza i dettagli più significativi dell’intero ciclo decorativo.

roma_domus-aurea_mostra-raffaello-2_Dotdotdot_laocoonte_foto-andrea-martiradonna

Calco in gesso del Laocoonte, prestito del museo di Palazzo Albani di Urbino, esposto alla mostra “Raffaello e la Domus Aurea” (foto electa / PArCo / dotdotdot)

Terzo ambiente: un audio-racconto narra la memorabile scoperta del Laocoonte, il gruppo scultoreo rinvenuto nel 1506 in uno spazio sotterraneo, che si trovava nella stessa area del palazzo neroniano. In un videoloop le copie e le declinazioni nel tempo di questa scultura si susseguono in morphing sullo sfondo del calco in gesso del Laocoonte, prestito del museo di Palazzo Albani di Urbino che restituisce tutta l’imponenza dell’originale. Un gioco di luci ricrea poi la destinazione primaria di questo ambiente, decorato con una fontana a cascata.

monaco_residenza-duca-di-Baviera_ Luigi-X_Landshut_Antiquarium_foto-@pakunior-beniculturali3.0

L’Antiquarium della Residenza di Monaco è la più grande sala in stile rinascimentale a Nord delle Alpi (foto @pakunior beniculturali3.0)

Quarto ambiente: una consolle interattiva – metaforica finestra sul mondo – permette ai visitatori di ammirare ed esplorare molteplici luoghi, in Italia e in Europa, decorati a grottesca dal ‘500 e fino all’Ottocento. Dalle Gallerie degli Uffizi, con i loro chilometrici affreschi capaci di variare all’infinito e di attualizzare i modelli archeologici romani, alla residenza del duca di Baviera Luigi X a Landshut, edificata a partire dal 1536 ed esemplata sul mantovano Palazzo Te; dal Peinador de la Reina, eretto intorno al 1537 per volere di Carlo V nell’Alhambra di Granada, fino alla Galleria di Francesco I a Fontainebleau (c. 1532-1539), assecondando gli estri del Rosso Fiorentino e di Primaticcio.

salvador-dalì

Ritratto di Salvador Dalì

Quinto ambiente: le grottesche hanno affascinato anche grandi artisti del Novecento, in particolare i principali esponenti del Surrealismo quali Victor Brauner, Salvador Dalì, Max Ernst, Joan Miró e Yves Tanguy. Una semisfera, contenente scenografie animate da esseri “mostruosi” anche creati da questi esponenti dell’arte moderna, consente ai visitatori di giocare e creare collage digitali onirici sempre nuovi. Il progetto di sound design: ad arricchire l’esperienza è uno storytelling sonoro realizzato in sincronia con il progetto visivo e interattivo, sensibile anche al movimento e all’intensità del pubblico. Il sottofondo musicale si arricchisce di suoni e rumori che enfatizzano i contenuti e le caratteristiche architettoniche di ogni ambiente. Canti di muse e voci magiche accompagnano le videoproiezioni della volta celeste, mentre rumori cavernosi, riverberi, sussurri, gocciolii, echi lontani contribuiscono ad accrescere il potenziale evocativo del palazzo neroniano. Proiezioni video e suono si fondono così in un’affascinante performance di luci e ombre che ogni 30 minuti simula il passaggio tra giorno e notte, smaterializzando l’allestimento e rivelando la bellezza scenografica e la potenza architettonica della Sala Ottagona e degli spazi circostanti.

L’Atlante Farnese al centro della Sala Ottagona per la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: allestimento e interaction design a cura di Dotdotdot

Nuove visite guidate. Dal 2 dicembre 2021 si estende anche al giovedì la visita guidata del cantiere della Domus Aurea. Questo percorso, ricco di novità grazie ai lavori di costante manutenzione che lo rinnovano continuamente, comprende la mostra Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche. L’esposizione dagli straordinari apparati interattivi e multimediali allestita nella Sala Ottagona e negli ambienti circostanti racconta la singolare storia della scoperta delle superfici affrescate della reggia di Nerone. Orari: dal lunedì al mercoledì: visita limitata alla sala Ottagona e alle sale limitrofe, comprensiva della mostra immersiva, con accompagnamento obbligatorio, 9-18.30 (ultimo ingresso 17.30), con ingressi contingentati e turni di massimo 20 persone ogni 15 minuti (guida inclusa). Dal giovedì alla domenica: visita guidata obbligatoria, estesa a tutto il monumento, compresa la mostra nella sala Ottagona e sale limitrofe, 9-18.30 (ultimo ingresso 16.45), con ingressi contingentati e turni di massimo 20 persone ogni 15 minuti (guida inclusa). Le capienze e i turni saranno soggetti a modifiche e revisioni in base alle norme vigenti sulle misure di contenimento della diffusione della pandemia. La visita è consentita solo con preacquisto obbligatorio del biglietto. Diritti di prevendita 1 euro.

Ad Amburgo il simposio “Die Neuden Bilden des Augustus / Le nuove immagini di Augusto” (in presenza e su Zoom) con interventi degli archeologi del parco archeologico del Colosseo, della Sovrintendenza Capitolina, dei Musei Vaticani e della Federico II di Napoli: focus sulla “rivoluzione per immagini” scaturita dall’ascesa di Augusto, primo imperatore di Roma cui è dedicata una grande mostra nel 2022

Testa di Augusto con corona cittadina nel tipo Prima Porta, replica claudia (intorno al 40 d.C.) di un modello intorno al 27 a.C., marmo,, conservata alla Gliptoteca di Monaco (foto gliptoteca monaco)

Il parco archeologico del Colosseo partecipa al Simposio “Die Neuden Bilden des Augustus / Le nuove immagini di Augusto” del 17-18 novembre 2021 al Bucerius Kunst Forum di Amburgo, incentrato sulla “rivoluzione per immagini” scaturita dall’ascesa di Augusto, primo imperatore di Roma (27 a.C. – 14 d.C.). Il convegno precede la grande mostra dedicata al princeps in programma nel 2022 e alla quale il PArCo partecipa con importanti prestiti. Saranno presentati gli esiti delle ricerche condotte sulla statua di ‘Apollo Palatino’ e sull’Arco di Augusto nel Foro Romano, con gli interventi di Alfonsina Russo e Federica Rinaldi. Al Simposio “Die neuen Bilder des Augustus” parteciperà anche il direttore dei musei Archeologici e Storico-artistici della Sovrintendenza Capitolina, Claudio Parisi Presicce, con un intervento sul rinvenimento in via Alessandrina di un nuovo ritratto di Augusto. Il convegno si terrà in tedesco e italiano con traduzione simultanea nell’altra lingua. La partecipazione al convegno è possibile anche gratuitamente in forma digitale. A questo scopo, il Bucerius Kunst Forum utilizza il software Zoom. Collegamento zoom: https://buceriuskunstforum-de.zoom.us/join. ID riunione: 812 9618 2382 / Codice ID: 023470. Registrazione su symposium@buceriuskunstforum.de

Veduta aerea del Foro di Augusto a Roma (foto sovrintendenza capitolina)

Simposio “Die Neuden Bilden des Augustus / Le nuove immagini di Augusto”, Amburgo. Augusto segna una svolta nella storia romana. Come primo imperatore (dal 27 a.C. al 14 d.C.), non solo possiede un immenso potere, ma fa anche uso di nuove strategie di comunicazione. La mostra e il simposio preparatorio discutono le immagini e i monumenti di questo tempo. Da un lato, questi sono in una tradizione repubblicana, d’altra parte, sono adattati al nuovo bisogno di dichiarazioni, specialmente nel contesto politico-pubblico. Statue d’onore, rilievi di stato e monete con l’immagine dell’imperatore sono presenti nell’impero in una densità precedentemente inimmaginabile. Le opere pubbliche spesso riconducono a motivi tradizionali, la cui forza risiede nella loro apertura. I viticci bucolici, ad esempio, possono essere intesi come un riferimento all’età dell’oro, ma anche più in generale come espressione di felicità.

roma_foro-di-augusto_ricostruzione-aula-di-culto-cn-genio-di-augusto_foto-sovrintendenza-capitolina

La ricostruzione dell’aula di culto con la statua del Genio di Augusto nel Foro a Roma (foto sovrintendenza capitolina)

Con Augusto inizia a Roma un’immensa attività edilizia. La capitale riceve un nuovo paesaggio urbano, i nuovi edifici diventano il vettore di una varietà di immagini. Statue arcaiche creano un’atmosfera sacra nel Santuario di Apollo sul Palatino, mentre viene sviluppata una nuova iconografia per il culto dei Lari, che si combina con il culto del genio dell’imperatore. Il nuovo desiderio per l’immagine all’inizio dell’era imperiale è particolarmente evidente nella sfera privata. Oltre ai dipinti del terzo stile, questo vale per le sculture, i treppiedi in marmo e i candelabri che popolavano i giardini dei ricchi. Le stoviglie sono state scoperte anche come porta immagini. I temi ruotano attorno al mondo di Bacco e Venere e sono ben lontani dalla cultura pittorica pubblico-politica.

La testa di Augusto proveniente dagli scavi di via Alessandrina a Roma (foto sovrintendenza capitolina)

Programma mercoledì 17 novembre 2021. Alle 17, benvenuto del prof. Andreas Hoffmann, amministratore Delegato del Bucerius Kunst Forum e curatore della mostra. Alle 17.15, “Le nuove immagini di Augusto. A proposito del concetto della mostra” con Annette Haug, professore di Archeologia classica all’Istituto di Antichità Classica dell’università di Kiel e curatore della mostra. Sezione I+II: Comunicazione e interazione tra imperatore e popolo. 17.45, “Da Ottaviano ad Augusto. L’immagine dell’imperatore. Media e Semantica” con Dietrich Boschung, professore di Archeologia classica all’Istituto Archeologico dell’università di Colonia; 18.30, “Un nuovo colossale ritratto di Augusto dalla Via Alessandrina a Roma e le sue implicazioni per la comprensione del ritratto di Augusto” con Claudio Parisi Presicce, direttore dei musei Archeologici e di Storia dell’Arte del Comune di Roma e direttore esecutivo della soprintendenza Archeologica del Comune di Roma; 19.15, ricevimento.

Resti dell’Arco di Augusto nel Foro Romano (foto PArCo)

Programma giovedì 18 novembre 2021. Alle 9, “Sull’iconografia delle nuove immagini dell’imperatore. Tipi di statue, attributi e loro significato” con Giandomenico Spinola, responsabile delle collezioni archeologiche dei Musei Vaticani, Città del Vaticano; 9.45, “Immagini mobili per le persone. L’inizio del principato nella monetazione” con Bernhard Weisser, direttore del Gabinetto delle Monete della Staatliche Museen zu Berlin; 10.30, pausa caffè; 11, “Livia Drusilla, la moglie del primo imperatore romano e la nuova immagine della donna nella gens Augusta” con Claudia Valeri, curatrice della collezione di antichità greca e romana, Musei Vaticani, Città del Vaticano. Sezione III: La nuova immagine della città in augustea. Alle 11.45, “La nuova immagine della città di Roma in epoca augustea” con Johannes Lipps, professore di Archeologia classica all’Istituto di Studi Classici dell’università Johannes Gutenberg di Magonza, attualmente Fellow al Gutenberg Research College, Magonza; 12.30, pausa pranzo; 13.30, “L’Arco di Augusto sul Foro Romano. Dalla disiecta membra alla ricostruzione” con Federica Rinaldi, direttore del parco archeologico del Colosseo, Roma; 14.15, “La nuova immagine della città in Campania. Accoglienza del programma di immagini del Forum Augustum di Cuma e Puteoli” con Carmela Capaldi, docente di Archeologia classica, università “Federico II” di Napoli; 15, pausa caffè. Sezione IV: Nuove immagini – vecchie immagini. Immagini in Culto e Culto Imperiale. Alle 15.30, “Pictures for Cult and Imperial Cult in Augustan Times” con Patric-Alexander Kreuz, professore di Archeologia classica / Archeologia Urbana all’Istituto di Antichità Classica dell’università di Kiel; 16.15, “Immagini per il culto. Una nuova ricostruzione della statua di Apollo Palatino” con Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo e del museo sul Palatino, Roma; 17, pausa caffè. Sezione V: Vivere al tempo di Augusto. Alle 17.30, “Immagini in casa tra tradizione e innovazione nella tarda repubblica e nel primo periodo imperiale” con Annette Haug, professore di Archeologia classica all’Istituto di Antichità classica dell’università di Kiel e curatore della mostra; 18.15, ricevimento.

Forlì. Ai musei San Domenico la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, con 250 opere attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: Ulisse

La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Dall’Odissea alla Commedia dantesca, da Tennyson a Joyce e a tutto il Novecento, di volta in volta, Ulisse è l’eroe dell’esperienza umana, della sopportazione, dell’intelligenza, della parola, della conoscenza, della sopravvivenza e dell’inganno. È “l’uomo dalle molte astuzie e “dalle molte forme”. Dopo la Guerra di Troia, quando affronta le sue avventure nel viaggio del lungo ritorno, egli è già un personaggio famoso. Ma quel viaggio è anche la faticosa riconquista di sé, della propria identità, attraverso il recupero narrativo della sua vicenda alla corte di Alcinoo, attraverso la memoria del ritorno. Così come accade all’arte, che narra narrandosi, che racconta l’oggetto e la sua forma stilistica. All’eroe omerico, eroe dell’esperienza umana, è dedicata la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”, ospitata ai musei San Domenico di Forlì fino al 31 ottobre 2020, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e sotto l’egida di Gianfranco Brunelli, direttore dei progetti espositivi, e del comitato scientifico presieduto dal prof. Antonio Paolucci e con la main partnership di Intesa Sanpaolo. Una nuova, ambiziosa sfida. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: l’uomo dal “multiforme ingegno”, Ulisse. La vasta ombra di Ulisse si è distesa infatti sulla cultura d’Occidente. Dal Dante del XXVI dell’Inferno allo Stanley Kubrick di 2001 – Odissea nello spazio, dal capitano Acab di Moby Dick alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della Gerusalemme liberata alla Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di Ritorno ad Itaca là dove spiega che il senso del viaggio non è l’approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure. È il mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. E che oggi, come nei millenni trascorsi, trova declinazioni, visuali, tagli di volta in volta diversi. Specchio delle ansie degli uomini e delle donne di ogni tempo.

La mostra era inizialmente prevista dal 15 febbraio al 21 giugno 2020. Ma la chiusura temporanea per decreto governativo legata alla pandemia da coronavirus di tutti i luoghi della cultura, compresi teatri e musei, ha costretto gli organizzatori a riprogrammare la mostra dal 19 maggio al 31 ottobre 2020. Per venire incontro a quanti avrebbero avuto piacere a visitare l’esposizione forlivese, durante il lockdown per iniziativa della Regione Emilia Romagna, è stato realizzato da LepidaTv un video sulla mostra “Ulisse, l’arte e il mito”. “Il più grande viaggio nell’arte”, spiegano i curatori del programma, “raccontato in un video documentario che affronta il tema di Ulisse e del suo mito, che da tremila anni domina la cultura dell’area mediterranea ed è oggi universale. La mostra illustra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea”. Il documentario di Lepida Tv è stato curato da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con Comune di Forlì, IBC, APT Emilia-Romagna, e Regione Siciliana.

Il “Concilio degli dei” del Rubens conservato al castello di Praga (foto museo Praga)

Fin dall’antichità gli artisti non hanno cercato di illustrare in forma puramente didascalica l’intera Odissea. Se l’età arcaica privilegia gli episodi di Polifemo, di Circe, di Scilla e delle Sirene, l’età classica aggiunge gli incontri e i riconoscimenti: l’incontro con Tiresia, Atena, Nausicaa e Telemaco, il dolore e l’inganno della tela di Penelope, il riconoscimento della nutrice Euriclea, la strage dei Proci. L’ellenismo aggiunge l’incontro domestico e commovente con il cane Argo, l’abbraccio e il riconoscimento tra Ulisse e Penelope, l’arte romana infine, oltre a ripetere i modelli precedenti, raffigura, quale epilogo consolatorio, l’abbraccio tra Ulisse e il padre Laerte. L’arte antica non è interessata a mettere in scena il poema epico, quanto un uomo che attraverso le sue molteplici e dolorose esperienze ha imparato a conoscere se stesso. Dante, che scrive 2000 anni dopo Omero, usa gli autori latini che sottolineano le qualità di Ulisse. Così nel canto XXVI dell’Inferno egli conferisce a Ulisse una nuova e diversa centralità. L’Ulisse di Dante non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, è mosso da una missione, egli è un viandante spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per altro mare aperto”, verso il “folle volo”.

La testa di Ulisse dal museo Archeologico nazionale di Sperlonga, simbolo della mostra di Forlì (foto museo Sperlonga)

Le sale del San Domenico (formato dalla chiesa di San Giacomo, da un primo chiostro ad essa adiacente e completamente chiuso e da un secondo chiostro, aperto su un lato) ospitano 250 opere tra le più significative, dall’antico al Novecento, suddivise in 16 sezioni, in un percorso museale che comprende pittura, scultura, miniature, mosaici, ceramiche, arazzi e opere grafiche, e che si snoda attraverso i più grandi nomi di ogni epoca. A partire dall’Ulisse di Sperlonga, opera in marmo del I sec. d.C., immagine simbolo della mostra, e dall’Afrodite Callipigia dell’antichità. Nella suggestiva cornice del San Giacomo è possibile ammirare il Concilio degli dei di Rubens, e via via la Penelope del Beccafumi, la Circe invidiosa di Waterhouse arrivata dall’Australia, fino a Le Muse inquietanti di De Chirico, all’Ulisse di Arturo Martini e al cavallo statuario di Mimmo Paladino. Di assoluto prestigio le collaborazioni con i più importanti musei nazionali e internazionali, tra i quali il Musée d’Orsay di Parigi, la Royal Academy di Londra, il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan Museum of Art di New York, i musei Vaticani, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, le Gallerie d’Italia, e l’università di Ginevra.

Bologna. Al museo civico Archeologico riapre la grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”, grazie a Istituzione Bologna Musei ed Electa, e alla solidarietà dei gran musei europei prestatori: biglietti solo on line e ingressi contingentati. In 75 minuti si possono ammirare 1400 oggetti che dialogano con la collezione bolognese

Guerriero proveniente da un acroterio di Cerveteri, conservato al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen (foto Ole Haupt)

La mostra “Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna” riprogrammata dal 6 giugno al 29 novembre 2020

Il viaggio alla scoperta degli Etruschi può riprendere. Proprio da Bologna, dove l’8 marzo 2020 era stato interrotto bruscamente per decreto governativo. Ma ora il coronavirus fa meno paura. Così, come annunciato e in qualche modo promesso alla riapertura del museo civico Archeologico di Bologna, sabato 6 giugno 2020 riprende la grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”, allestita proprio al museo civico Archeologico di Bologna. L’ambizioso progetto dedicato alla civiltà etrusca – circa 1400 oggetti esposti su oltre 1000 metri quadrati di superficie espositiva – sarà visitabile fino al 29 novembre 2020, grazie all’impegno congiunto di Istituzione Bologna Musei ed Electa e alla disponibilità di tutti i prestatori coinvolti che, con generoso spirito di solidarietà, hanno acconsentito a rendere possibile l’apertura, tra cui il British Museum di Londra, il Musée du Louvre di Parigi, il Musée Royal d’Art d’Histoire di Bruxelles, il Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e i Musei Vaticani. L’esposizione è progettata e promossa da Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Archeologico, in collaborazione con la Cattedra di Etruscologia e Archeologia italica di Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, realizzata da Electa e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana. Il progetto scientifico è a cura di Laura Bentini, Anna Dore, Paola Giovetti, Federica Guidi, Marinella Marchesi, Laura Minarini (Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Archeologico) e Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli (Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche Alma Mater Studiorum Università di Bologna). Il progetto di allestimento è a cura di Paolo Capponcelli, PANSTUDIO architetti associati.

Una sala della mostra “Etruschi. Viaggio nelle Terre dei Rasna” allestita da Paolo Capponcelli (foto Roberto Serra / Iguana / Electa)

“Abbiamo riaperto i musei, al termine del lockdown, per ridare ai bolognesi, e ora ai turisti, la possibilità di visitarli, e fare apprezzare loro il nostro patrimonio artistico e scientifico”, dichiara Matteo Lepore, assessore alla Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna. “La notizia dell’apertura della mostra ‘Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna’ è per noi molto importante perché aggiunge ai nostri percorsi culturali un itinerario di qualità, dando la possibilità di vivere la storia degli Etruschi attraverso opere provenienti da tutto il mondo. Ringrazio l’Istituzione Musei, i dipendenti del museo Archeologico ed Electa per questo importante accordo raggiunto”. E Roberto Grandi, presidente Istituzione Bologna Musei, commenta: “Siamo felici di offrire ai turisti e ai bolognesi l’esperienza unica di un viaggio nel tempo e nello spazio abitato dalle popolazioni etrusche. Aprire la mostra per questi 6 mesi è stato possibile, in primo luogo, perché i 60 musei ed enti prestatori hanno ritenuto che la grande qualità dell’esposizione giustificasse la concessione per un tempo così lungo di opere spesso tra le più significative delle loro collezioni. Siamo certi che questo sforzo congiunto di tante importanti istituzioni italiane e internazionali verrà ripagato da una presenza di pubblico numerosa che testimonia la curiosità e l’interesse per una civiltà che si è sviluppata dall’Italia meridionale fino al nostro territorio”. Sottolinea a sua volta Maurizio Ferretti, direttore Istituzione Bologna Musei: “Le condizioni di sostenibilità per riaprire in sicurezza la mostra sono state create grazie a uno sforzo straordinario sia del Comune di Bologna che di Electa. Si tratta di una disponibilità non scontata cui va riconosciuto un valore particolare, in ragione della sofferenza che il settore degli eventi espositivi sta attraversando in questo momento. Se si è riusciti a condividere questo percorso, lo si deve alla consapevolezza condivisa da tutte le parti del valore eccezionale di questa mostra. Si tratta davvero di una opportunità unica per scoprire un periodo di storia del territorio italiano poco conosciuta, attraverso un percorso ricco di informazioni e di cose sorprendenti da vedere”.

La sezione etrusca del museo civico Archeologico di Bologna (foto Matteo Monti / Istituzione Bologna Musei)

Informazioni per la visita. La mostra è visitabile con orari di apertura rimodulati: lunedì, mercoledì, giovedì dalle 10 alle 19; venerdì dalle 14 alle 22; sabato e domenica, dalle 10 alle 20; chiuso martedì non festivo; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Al fine di garantire la visita in sicurezza, vengono attuate le seguenti disposizioni: acquisto del biglietto solo online tramite il circuito VivaTicket https://www.vivaticket.com/it/ticket/etruschi-viaggio-nelle-terre-dei-rasna/138252; modalità di recupero biglietti prenotati: per i possessori di biglietto open richiesta prenotazione senza costi aggiuntivi (tramite call center 051 7168807) o eventuale accesso diretto previa disponibilità posti per i possessori di biglietto non open richiesta prenotazione a pagamento (tramite call center 051.7168807); obbligo di indossare la mascherina durante la visita; contingentamento in slot per l’ingresso frazionato dei visitatori; predisposizione di percorsi distinti in entrata e in uscita; dotazione di gel igienizzanti a disposizione dei visitatori. Il tempo della visita è predefinito con un limite di 75 minuti. É disponibile il servizio di audioguide, con sanificazione dei dispositivi dopo ogni utilizzo. Il servizio di guardaroba non è disponibile (i visitatori sono pregati di presentarsi con il minimo di accessori personali, evitando bagagli, nonché borse e zaini voluminosi). Il servizio di bookshop è attivo.

Attizzatoio a forma di mano dalla tomba delle Hydriae di Meidias, conservato al museo Archeologico nazionale di Populonia (foto Polo museale della Toscana)

La mostra. L’esposizione conduce i visitatori in un itinerario attraverso le terre degli Etruschi e mostra come non esista una sola Etruria, ma molteplici territori che hanno dato esiti di insediamento, urbanizzazione, gestione e modello economico differenti nello spazio e nel tempo, tutti però sotto l’egida di una sola cultura, quella etrusca. Non c’è migliore metafora che quella del viaggio, per spaziare in un vasto territorio compreso tra le nebbiose pianure del Po fino all’aspro Vesuvio, attraverso paesaggi appenninici e marini, lungo strade e corsi fluviali. La prima parte del percorso offre un momento di preparazione al viaggio, facendo conoscere ai visitatore i lineamenti principali della cultura e della storia del popolo etrusco, attraverso oggetti e contesti archeologici fortemente identificativi. Così preparato, il visitatore può affrontare la seconda sezione, dove si compie il viaggio vero e proprio nelle terre dei Rasna, come gli Etruschi chiamavano se stessi. La mostra dialoga naturalmente con la ricchissima sezione etrusca del museo civico Archeologico, che testimonia il ruolo di primo piano di Bologna etrusca, costituendo, quindi, l’ideale appendice al percorso di visita dell’esposizione temporanea. Accompagna la mostra il catalogo Electa con saggi introduttivi di Giuseppe Sassatelli, Vincenzo Bellelli, Roberto Macellari, Marco Rendeli, Alain Schnapp e Giuseppe Maria Della Fina; saggi dedicati alle singole sezioni di mostre; un approfondimento sui musei etruschi italiani e un importante apparato di schede dedicate alle opere in mostra.

Durante il periodo della sospensione di apertura, l’esplorazione dei temi della mostra è proseguita online con iniziative digitali. Sulla pagina Facebook del museo civico Archeologico sono state presentate notizie e curiosità relative al mondo affascinante degli Etruschi e ai reperti esposti, mentre per il canale YouTube del museo Giuseppe Sassatelli, docente universitario e membro del comitato scientifico, ha curato un’introduzione al percorso espositivo.

L’archeologa Laura Minarini del museo civico Archeologico di Bologna nel video di Lepida.Tv

Nell’ambito del festival multimediale #laculturanonsiferma promosso dall’assessorato alla cultura e paesaggio della Regione Emilia-Romagna e coordinato dall’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna, Lepida TV ha inoltre prodotto un documentario video alla scoperta della mostra con le archeologiche del museo Laura Minarini e Marinella Marchesi, trasmesso in diretta streaming sulla piattaforma digitale http://www.lepida.tv e sul canale 118 del digitale terrestre. Clicca qui per vedere il video.

Al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, viaggio multisensoriale alla scoperta di una grande civiltà con reperti dai grandi musei del mondo e, per la prima volta, i calchi ottocenteschi dei rilievi assiri di Nimrud e Ninive conservati dal Mann e mai esposti prima

La scalinata che porta alla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Graziano Tavan)

Al Mann la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” fino al 16 settembre 2019

Come salire su una ziggurat. La breve rampa che dalle scale monumentali dominate dalla grande statua di Ferdinando di Borbone, il padrone di casa, realizzata da Antonio Canova, porta alle quattro sale (dalla 90 alla 93) al secondo piano del museo Archeologico nazionale di Napoli ti prepara al suggestivo viaggio nella storia alla scoperta di una grande civiltà antica proposto dalla mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, in programma fino al 16 settembre 2019, focus sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Su quel lembo di terra, dall’Ottocento in poi, si concentrarono le ricerche di intellettuali e antiquari, che gettarono le basi per la costituzione di una moderna koinè di studiosi internazionali: un modello sinergico riproposto dalla rete di collaborazioni che hanno portato alla realizzazione dell’esposizione “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato oltre quarantacinque reperti, provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del Mann e non esposti da molti anni. La mostra è stata realizzata con il contributo della Regione Campania (POC Campania 2014-2020) e dell’Ismeo (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

La prima sala della mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” al Mann (foto Graziano Tavan)

Il direttore del Mann, Paolo Giulierini

“L’impero assiro rivive al museo Archeologico di Napoli in tutto il suo splendore parlandoci di eredità profonde”, dichiara il direttore Paolo Giulierini. “Assiri all’ombra del Vesuvio” è una mostra preziosa, fortemente voluta dal Mann con il coordinamento dell’università di Napoli L’Orientale, per fare luce sul patrimonio di calchi di ortostati i cui originali sono ora conservati presso il British Museum. Ci furono tempi infatti in cui il nostro museo ambiva a rappresentare tutte le civiltà, come testimonia anche la presenza della collezione egizia. Oggi in un clima di rinnovato slancio internazionale, e in attesa del riallestimento definitivo, dal Mann emergono opere che ci parlano di storie apparentemente lontane nel tempo e nello spazio rivelandosi veicolo eccezionale di connessione tra i popoli in un mondo globalizzato”. E poi, una riflessione. Lavorare sulla storia dell’Assiria significa accendere un riflettore su un’area molto sensibile del Medio Oriente, la Siria, l’Iraq e l’Iran, Paesi che per la posizione strategica e la presenza di petrolio hanno subito guerre, devastazione di musei e distruzione di siti archeologici . Seguire con attenzione tutto quanto attiene il patrimonio culturale in pericolo, come già accaduto con la realizzazione del forum e del volume “Archeologia Ferita”, deve far parte della nostra missione.

Scena di corte: Assurnasirpal II, con attendenti e genio alato, compie l’aspersione rituale. Calco di rilievo da Nimrud, conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

In tre sale (in prossimità della Meridiana) i visitatori sono condotti a scoprire, in un iter circolare, i tre palazzi che furono il centro del potere e della cultura degli Assiri: si parte dalla ricostruzione del palazzo di Nimrud, in cui erano collocati i rilievi originari di cui il Mann presenta i calchi; si passa, poi, a Ninive, per affrontare i temi dell’imperialismo e della guerra contro gli Arabi e contro l’Elam; infine, si “entra”, simbolicamente, nelle sale del palazzo di Korsabad, dove viene presentata la testa di Sargon II, proveniente dai Musei Reali di Torino, per esaltare, appunto, il motivo del potere del sovrano.

La pianta del Palazzo Nord-Ovest di Assurnasirpal II a Nimrud (foto Graziano Tavan)

Nimrud e il palazzo di Assurnasirpal II. L’opera di Assurnasirpal II comincia con il trasferimento della capitale imperiale da Assur, dove è nata la dinastia assira e patria del dio eponimo, a Kalkhu (odierna Nimrud). Il Palazzo Nord-Ovest, situato sulla cittadella, fu il primo edificio monumentale eretto dal re. La concezione spaziale di questa imponente costruzione consiste nella realizzazione di vani a pianta rettangolare, sviluppati su due file attorno a una corte centrale, il bitanu (“il settore della casa”), e di una grande corte pubblica, il babanu (“il settore della porta”), dalla quale si accedeva alla sala del trono B. Gli ambienti erano decorati con lastre scolpite in calcare alabastrino che rivestivano le pareti delle sale di rappresentanza: il tema predominante dei rilievi del palazzo è di natura rituale e mitico-simbolica, mentre le lastre narrative a tema bellico e venatorio decoravano principalmente la sala del trono. Un aspetto fondamentale dell’esercizio della regalità è il coinvolgimento del sovrano nelle attività rituali e cultuali. L’importanza delle pratiche rituali si manifesta anche sui sigilli che raffigurano il re e i sacerdoti e nelle riproduzioni miniaturizzate di demoni e di esseri ibridi.

Modellino in resina di una ziggurat, l caratteristico tempio mesopotamico (foto Graziano Tavan)

La ziggurat è il caratteristico tempio mesopotamico costruito su sette terrazze quadrangolari sovrapposte, che dall’alto verso il basso aumentano progressivamente di dimensione. Il tempio vero e proprio si trova sull’ultima terrazza. La struttura è caratterizzata da nicchie e contrafforti. Ciascuna terrazza termina con una merlatura.

Tavoletta cuneiforme da Ninive, conservata al British Museum, con una lettera inviata ad Assurbanipal che annuncia disgrazia capitata al re dell’Elam (foto Graziano Tavan)

Assiria ed Elam. L’Elam (Iran sud-occidentale) è il confinante orientale dei popoli mesopotamici fin dal III millennio a.C. Una lettera scritta al re Asarhaddon da un alleato nel Paese del Mare (Mesopotamia meridionale) denuncia la politica aggressiva di Teumman, fratello del re elamita. Poco dopo Teumman sale al trono e Assurbanipal lo attacca. Secondo gli Annali assiri, l’esercito assedia le città reali tra cui Bit Bunaki. La battaglia campale è sulle rive del fiume Ulai (653 a.C.) tra Babilonia e Susa. Teumman è catturato e decapitato. La sua testa fa capolino tra le fronde del banchetto in giardino mentre Assurbanipal brinda alla vittoria, celebrata dalla propaganda anche in un’ottica religiosa: Assurbanipal ha saputo unificare l’Elam e stabilire gli assiri in regioni lontane, imponendo il proprio tributo. I rapporti furono anche di convivenza, come testimonia una lettera in elamico ritrovata a Ninive.

Pianta del Palazzo Nord di Assurbanipal a Ninive (foto Graziano Tavan)

Ninive e il Palazzo di Assurbanipal. Nel I millennio la città di Ninive fu eletta nuova grande capitale dell’impero neoassiro da Sennacherib; non si tratta di una fondazione ex novo, bensì di un’imponente opera di ristrutturazione e riedificazione di un antico e sacro centro urbano d’Assiria. Sul lato settentrionale del tell anche Assurbanipal innalzò la sua residenza reale, il Palazzo Nord, da cui provengono le mirabili serie di rilievi narrativi che esaltano il tema della caccia, della guerra e del banchetto. Gli spazi residenziali e amministrativi del Palazzo Nord furono ideati secondo la tradizionale concezione palatina assira, con una serie di grandi corti a cielo aperto e ambienti di carattere pubblico che introducevano alla sala del trono, e i quartieri abitativi probabilmente situati al secondo piano del complesso, nell’area posta dietro la corte del bitanu.

Collana in lapislazzuli da Ur (XXVII-XXV sec. a.C..) conservata all’Ashmolean Museum (foto Graziano Tavan)

La corte del re. La vita di corte si svolgeva nel benessere dei palazzi e dei giardini, allietata da banchetti, prelibate leccornie servite in vasellame di lusso e intrattenimenti musicali come nella scena ritratta nel celebre rilievo di Assurbanipal. I sovrani neo-assiri profusero molte energie nella costruzione dei palazzi reali di cui si enfatizzava la monumentalità e il lusso. La ricchezza dei materiali esaltava infatti la natura interculturale dell’impero sotto l’egida del sovrano. I legni esotici e gli incensieri diffondevano fragranze di paesi lontani, mentre gli intarsi in avorio e pietre preziose e le decorazioni metalliche donavano agli ambienti luce e colore. Particolare attenzione era riservata al decoro personale. Tessuti speciali e accessori in oro arricchivano l’abbigliamento del sovrano e dei membri della corte, il cui gusto raffinato si esprimeva nella gioielleria e nell’uso di unguenti profumati, provenienti dalle periferie dell’impero e custoditi in preziose fiale di alabastro.

Scene di caccia reale dal palazzo di Assurbanipal di Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

La caccia reale è documentata in Mesopotamia fin dal IV millennio a.C. Si tratta di un atto fortemente simbolico che vuole rappresentare la lotta del sovrano contro le forze del caos. La caccia reale al leone raggiunge il suo apice a livello ideologico durante l’impero assiro ed è parte integrante della propaganda regia. L’attività venatoria, lungi dall’essere un semplice passatempo sportivo, è un privilegio reale e al contempo un dovere religioso imposto dalle divinità: nelle iscrizioni reali i racconti della caccia sono infatti sempre preceduti da un’invocazione religiosa. Questa pratica rituale veniva svolta all’interno dei parchi reali, condotta dal sovrano in piedi sul carro e armato di arco e frecce o di lancia.

Pianta del Palazzo di Sargon II a Khorsabad (foto Graziano Tavan)

Testa di Sargon II conservata ai musei Reali di Torino (foto Graziano Tavan)

Khorsabad e il Palazzo di Sargon II. Dur Sharrukin (“Fortezza di Sargon”, odierna Khorsabad) fu la nuova capitale fondata da Sargon II. La città fu edificata a Nord di Ninive tra il 717 e il 706 a.C. e abbandonata l’anno seguente perché ritenuta maledetta a seguito della morte prematura del re. La città era cinta da imponenti mura scandite da 157 torrioni che ne proteggevano il perimetro. Sette porte permettevano di entrare nella città da tutte le direzioni. La cittadella, con il palazzo reale, i templi e una ziggurat a sette piani, fu edificata su un mastodontico terrazzamento artificiale. Il palazzo comprendeva oltre 200 stanze ordinate intorno a corti interne ed era protetto da ulteriori mura. Al suo interno si accedeva mediante una maestosa porta ai cui stipiti erano scolpiti due monumentali lamassu, tori androcefali alati. Il palazzo era suddiviso in tre zone: l’area templare, il quartiere amministrativo e l’area palatina. Le sue pareti erano decorate da numerose sculture e rilievi.

Sigillo cilindrico con scena rituale dell’VIII-VII sec. a.C. (foto Graziano Tavan)

I sigilli, strumenti di potere. L’uso dei sigilli è documentato nel Vicino Oriente antico dal VII millennio a.C. al I millennio d.C. Fin dal primo apparire vennero impiegati come marchio di proprietà e garanzia. Il sigillo cilindrico è documentato per la prima volta a Uruk nell’Iraq meridionale, e a Susa nell’Iran sud-occidentale, alla metà del IV millennio a.C., da dove si diffonde in tutto il Vicino Oriente antico. Il repertorio iconografico dei sigilli illustra tematiche attinenti a ogni aspetto della vita materiale e spirituale: economia, potere, guerra, religione, mitologia.

Rilievo con leonessa morente dal Palazzo Nord i Assurbanipal a Ninive. Calco ottocentesco conservato al Mann (foto Graziano Tavan)

Ritratto di Alessandro Castellani (foto Graziano Tavan)

Nella mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” un approfondimento ad hoc è riservato, naturalmente, alla storia dei calchi ed alla loro inclusione nelle collezioni del Mann. I calchi furono realizzati da Domenico Brucciani per riprodurre i rilievi neoassiri, rinvenuti nei palazzi di Assurnasirpal II (883-859 a.C.) a Nimrud e di Assurbanipal (668-630 a.C.) a Ninive, e conservati oggi nell’Assyrian Basement del British Museum di Londra: qui è raccolta una vera e propria summa della cultura assira, perché i rilievi, databili dal IX al VII secolo a.C., decoravano i palazzi dei sovrani e costituivano la parte iconografica di un significativo fenomeno di propaganda politica ante litteram, volta a celebrare le gesta dei regnanti. Le riproduzioni delle grandi lastre in calcare giunsero al museo Archeologico nazionale grazie al dono di Alessandro Castellani: questo ambiguo e discusso esperto d’arte, in esilio a Napoli, ebbe il merito di comprare i calchi e di affidarli all’istituto allora diretto da Giuseppe Fiorelli, dove sono stati sempre custoditi, ricevendo adesso, grazie alla mostra, una nuova valorizzazione.

Tavola litografata del volume in folio dl 1853 con i bassorilievi assiri frutto della missione di Austen Henry Layard, volume conservato nelal biblioteca del Mann (foto Graziano Tavan)

All’Archeologico fu legato, soprattutto, Henry Austin Layard, autore delle fortunate campagne di scavo che portarono in Inghilterra, nel cuore dell’Ottocento, alcuni capolavori dei palazzi neoassiri: vicino, ancora una volta, a Giuseppe Fiorelli, anche per la condivisione degli ideali risorgimentali, Layard donò al Museo un frammento di rilievo assiro ed alcuni pregevoli libri, riproposti nel percorso espositivo per inquadrare le tappe più importanti della scoperta dell’Assiria. Accanto a un ritratto di Lady Layard affacciata sul Canal Grande, a documenti e litografie che ripropongono le campagne di scavo, un touch screen permette al pubblico di sfogliare, leggere ed ingrandire le pagine dei testi appartenuti all’archeologo inglese.

Modellino del Palazzo di Khorsabad per un’esperienza tattile (foto Graziano Tavan)

Peculiarità della mostra sugli Assiri è la presenza di un’innovativa dotazione tecnologica, il cui coordinamento progettuale è stato affidato al prof. Ludovico Solima (università della Campania

Effetto speciale a ricostruire le scene tratte dai rilievi assiri (foto Giorgio Albano)

“Luigi Vanvitelli”). Per la prima volta al Mann è stato creato, infatti, un ambiente immersivo, destinato successivamente a diventare uno spazio multimediale permanente del Museo: in questa stanza sono proiettati in successione tre diversi filmati, realizzati da Capware (regia: Marco Capasso/musiche originali: Antonio Fresa) per approfondire i contenuti scientifici della mostra sugli Assiri. Nei punti segnalati all’interno del percorso espositivo è inoltre possibile utilizzare occhiali multimediali dotati di lenti trasparenti (gli occhiali sono stati progettati dalla startup Ar tour srl), che consentono di fruire degli effetti suggestivi della cd. Realtà Aumentata; il servizio (che ha un costo aggiuntivo di 5 euro, con riduzioni a 3 euro, tra l’altro, per titolari di OpenMann ed Artecard) è basato su ricostruzioni 3D degli ambienti degli antichi palazzi Assiri e su animazioni in 3D che ripropongono dettagli dei bassorilievi in mostra. I dispositivi funzionano, così, come un “navigatore culturale”, grazie al quale vengono mostrati, in sovrapposizione alla realtà visiva, i punti d’interesse e le relative informazioni «aumentate»: testi, immagini, audio, video. L’intera mostra, inoltre, è concepita come percorso multisensoriale: la vista è messa in gioco non solo dall’osservazione delle opere presentate, ma anche dai filmati immersivi e dalle ricostruzioni realizzate con la tecnica del videomapping; l’udito è coinvolto dalle musiche composte da Antonio Fresa per l’ambiente immersivo; la percezione tattile è garantita dalla stampa di oggetti in 3D, a disposizione non solo degli utenti con disabilità visiva, ma di tutti i visitatori; l’olfatto è stimolato dai diffusori di fragranze che, nella terza sala del percorso espositivo, ricreano i profumi di un giardino assiro; il gusto, infine, è legato ai prodotti alla liquirizia, pianta che quel popolo usava a scopi medicinali (previste degustazioni in mostra).

A Torino due giorni di confronto tra i massimi esperti di sarcofagi nell’ambito del progetto internazionale Vatican Coffin Project

Il gruppo di esperti partecipanti alla conferenza a Torino dei membri del Vatican Coffin Project (foto museo Egizio di Torino)

Museo Egizio di Torino e Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” protagonisti nello studio dei sarcofagi: due giorni di confronto a Torino con alcuni fra i massimi esperti internazionali nello studio dei sarcofagi, partner del progetto internazionale Vatican Coffin Project, a cui entrambe le istituzioni culturali torinesi partecipano. Negli incontri torinesi sono intervenuti, oltre al direttore del museo Egizio, Christian Greco e ai vertici del Centro Conservazione e Restauro, gli esperti degli altri partner del progetto: i musei Vaticani – con la direttrice del reparto Antichità Egizie, Alessia Amenta – il museo del Louvre, il Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France e il Rijksmuseum van Oudheden di Leiden.

La locandina del Vatican Coffin Project

Il Vatican Coffin Project è un progetto internazionale avviato nel 2008 dai musei Vaticani per approfondire la conoscenza e affinare le tecniche diagnostiche, di conservazione e restauro dei sarcofagi lignei policromi del Terzo Periodo Intermedio (1076 a.C. – 722 a.C.), i cosiddetti “sarcofagi gialli”. Il Vatican Coffin Project coinvolge da cinque anni il museo Egizio e il Centro Conservazione e Restauro e ha portato a un’attività continuativa di analisi e di lavoro su numerosi reperti, alcuni dei quali sono allo studio e in restauro all’interno dei laboratori del Centro e in una nuova area dedicata e visibile al pubblico al secondo piano del museo Egizio. Un esempio delle potenzialità dell’attività di ricerca condotta in seno al Vatican Coffin Project è offerta dalla mostra “Archeologia Invisibile” in corso al museo Egizio di Torino: proprio all’azione del gruppo di lavoro si deve la suggestiva sala che propone la riproduzione 3D del sarcofago dello scriba Butehamon, con la tecnologica proiezione in video mapping del suo stesso processo realizzativo e decorativo. Restaurato nell’ambito di questa iniziativa, il reperto rappresenta uno fra i più significativi oggetti esposti nella Galleria dei sarcofagi. Oggetto delle indagini sono infatti, tra gli altri, lo studio della tecnica costruttiva e pittorica dei sarcofagi, l’identificazione di eventuali atelier, le analisi diagnostiche sui reperti.

I partecipanti del Vatican Coffin Project al Centro conservazione e restauro de La Venaria (foto museo Egizio)

“Si tratta di un progetto prezioso per il museo Egizio”, spiega Christian Greco, direttore del museo torinese, “che ho fortemente voluto portare all’interno delle nostre attività per il suo valore, tanto sotto l’aspetto scientifico e di ricerca quanto in termini museali. L’opportunità di lavorare fianco a fianco fra istituzioni scientifiche di tale rilievo internazionale rappresenta un’occasione di arricchimento reciproco, nonché il corretto approccio con cui ha il dovere di operare chiunque, come noi, abbia l’onore e l’onere di custodire parte del patrimonio culturale dell’umanità”. Ed Elisa Rosso, segretario generale del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”: “Grazie a questa importante collaborazione internazionale, negli anni, il Centro ha potuto approfondire un tema scientifico di altissimo rilievo e ha costituito un team di restauratori e tecnici scientifici specializzato nell’analisi e nell’intervento conservativo sulle antichità egizie. Siamo grati ai nostri partner di progetto perché solo attraverso il confronto e la condivisione si aprono le strade della ricerca e dell’innovazione, obiettivi primari per un centro di formazione e ricerca come il nostro”.

Napoli, al Mann tre giorni di eventi: dopo “Paideia” e il passaggio della fiaccola della Universiade, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” con preziosi reperti dall’estero e i calchi ottocenteschi dei rilievi di Ninive e Nimrud

Vaso attico a figure nere (VI sec. a.C.) con soggetto sportivo nella mostra “Paideia” al Mann (foto Mann)

Il museo Archeologico nazionale di Napoli protagonista di un’intensa tre giorni nella vita del capoluogo partenopeo. Lunedì primo luglio 2019, in omaggio alla 30.ma universiade Napoli 2019 (dal 3 al 14 luglio 2019) il commissario Gianluca Basile inaugura la mostra “Paideia. Giovani e sport nell’antichità”, in programma fino al 4 novembre 2019: durante il vernissage esibizione in un’antica danza greca delle coreute ufficiali di Olimpia, ospiti dell’associazione Amarthea – Isolimpìa, cui è affidato tradizionalmente il compito dell’accensione della fiaccola olimpica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/29/benvenuta-universiade-napoli-torna-a-essere-olimpica-e-il-mann-dove-dormira-la-torcia-delle-universiadi-partecipa-con-la-mostra-paideia-giovani-e-sport-nella/). Dopo l’ultimo passaggio napoletano (2 luglio 2019) della Torcia, mercoledì 3 luglio 2019 (alle 11) la fiaccola sarà nella Sala dei Tirannicidi, nel percorso espositivo di “Paideia”, prima di essere consegnata, dal direttore del Mann Paolo Giulierini, al Comitato organizzatore Universiade Napoli 2019.

Ma non è finita. Mercoledì 3 luglio, alle 17.30, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, che punterà simbolicamente i riflettori sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato reperti provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del MANN e non esposti da molti anni, che riproducono i rilievi originari rinvenuti a Ninive e Nimrud. Peculiarità dell’esposizione sarà l’allestimento di una ricca sezione tecnologica, per approfondire contenuti scientifici e coinvolgere il visitatore in un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo.

Apre al museo Archeologico nazionale di Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, terza tappa del ciclo “Archeologia ferita”, la prima dedicata in Europa alla città siriana dopo le distruzioni perpetrate dall’Isis: l’eleganza e la ricchezza degli antichi palmireni a confronto con i ritratti degli antichi aquileiesi

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Il manifesto della mostra “Il Bardo ad Aquileia” nel museo di Aquileia

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

Le nuvole di fumo e polvere e gli echi delle detonazioni che avvolgono quel che resta dell’imponente tempio di Bel, dell’austero castello medievale, dell’elegante tetrapilo, del prezioso tempio di Baal-Shamin, dello slanciato arco trionfale, dell’articolata scena del teatro antico sono ancora davanti ai nostri occhi, increduli di fronte a tanta violenta follia dei miliziani dell’Isis decisi a distruggere i monumenti più famosi di Palmira. E continuiamo a commuoverci per il sacrificio supremo del custode più fedele di Palmira, l’archeologo Khaled Asaad, trucidato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i jihadisti. La “città delle palme”, la “sposa del deserto”, la “Venezia delle sabbie”, come era chiamata Palmira nelle varie epoche, rappresenta l’esempio più eclatante, e per questo più doloroso, del sistematico tentativo da parte dell’Isis di annientare l’altro (sia esso inteso come il regime di Assad, o come l’Occidente crociato, o come l’Islam meno ortodosso), attraverso la distruzione della sua cultura, del suo patrimonio, delle vestigia più lontane e profonde che ci hanno reso ciò che siamo e che pensiamo, nel tentativo di attuare una “pulizia etnica”, come la definisce Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, specchio delle peggiori pulizie etniche. Non meraviglia quindi che, dopo il museo del Bardo di Tunisi (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/01/03/archeologia-ferita-il-museo-di-aquileia-apre-le-porte-ai-reperti-da-musei-e-siti-colpiti-dai-terroristi-prima-tappa-otto-capolavori-dal-museo-del-bardo-di-tunisi/) e del museo archeologico Iran Bastan di Teheran (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/06/22/archeologia-ferita-leoni-e-tori-dallantica-persia-ad-aquileia-in-mostra-allarcheologico-capolavori-achemenidi-e-sasanidi-da-persepoli-e-dal-museo-di-teheran-per-l/), Aquileia dedichi proprio a Palmira la terza tappa del progetto espositivo “Archeologia ferita”, per celebrare la città siriana come simbolo di resistenza dagli attacchi al patrimonio culturale mondiale.

Busto muliebre da sarcofago palmireno conservato al Terra Sancta Museum di Gerusalemme (foto Gianluca Baronchelli)

Il manifesto della mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” al museo Archeologico nazionale di Aquileia

Apre il 2 luglio 2017 al museo Archeologico nazionale di Aquileia, dove sarà visitabile fino al 3 ottobre 2017, la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia”, la prima dedicata in Europa alla città dopo le distruzioni recentemente perpetrate. L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi, nata dalla collaborazione tra la fondazione Aquileia e il polo museale del Friuli Venezia Giulia – museo Archeologico nazionale di Aquileia, gode del patrocinio della commissione nazionale italiana per l’Unesco, del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo e del ministero degli Affari esteri e Cooperazione internazionale. Grazie ai sedici prestiti originari di Palmira concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai musei Vaticani, dai musei Capitolini, dal museo delle Civiltà – collezioni di Arte orientale “Giuseppe Tucci”, dal museo di Scultura antica “Giovanni Barracco”, dal civico museo Archeologico di Milano e da una collezione privata, raccoglie sedici pezzi originari di Palmira – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali – e agli otto da Aquileia la mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” vuole dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale che accomuna le due città, mediante l’utilizzo di modelli autorappresentativi e formule iconografiche affini. “Questa mostra”, interviene il presidente della fondazione Aquileia, Antonio Zanardi Landi, “al di là del suo notevole valore artistico, ha anche un chiaro fine politico: richiamare l’attenzione sui luoghi che sono il nucleo centrale della nostra civiltà, oggi teatro di conflitti e devastazioni”. L’esposizione ha costituito, inoltre, l’occasione per restaurare i reperti concessi in prestito dalla Custodia di Terra Sancta, con un intervento finanziato e coordinato dal Polo museale del Friuli Venezia Giulia che, alla conclusone della mostra, restituirà i rilievi pronti per la loro esposizione nel nuovo allestimento del Terra Sancta Museum.

Stele romana con coppia di coniugi conservata al museo Archeologico nazionale di Aquileia (foto Gianluca Baronchelli)

“Sia Palmira che Aquileia erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse”, sottolineano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Aquileia, “oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi”. Per Marta Novello, direttrice del museo Archeologico nazionale di Aquileia, e Luca Caburlotto, direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia, il fine della mostra è anche quello di far emergere “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano e sulla quale si vuole porre l’accento, attraverso il gioco di sguardi che l’allestimento contribuisce a sottolineare, per superare le ferite che ormai già troppe volte in questi ultimi anni sono state inflitte al patrimonio culturale universale”. Palmira era città carovaniera che “sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia”, come scrive nella prefazione del catalogo Debora Serracchiani, presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. “Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”. Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici.

Rilievo funerario palmireno conservato al museo Barracco di Roma

La mostra vuole far conoscere al mondo contemporaneo gli antichi palmireni, indicandone mansioni e ruoli. Il carattere di Palmira, vivace crocevia di idee, aspirazioni, usi e costumi, di correnti formali e stilistiche locali, orientali, ma anche greche e romane, ha dato infatti forma all’immagine che i suoi abitanti hanno voluto fare e lasciare di sé, consegnandola all’eternità attraverso i loro monumenti funerari. Fra i materiali maggiormente significativi dell’arte palmirena, i rilievi funerari rivestono un ruolo di grande importanza nell’affermazione della fama mondiale della città. Grazie alla diffusione di questi originali reperti, gli antichi cittadini di Palmira, “con i loro volti, i loro abiti e i loro gioielli”, per usare le parole del famoso archeologo francese Paul Veyne, sono diventati ora “cittadini del mondo”. Un esempio di questa forte individualità è la raffinata testa proveniente dai musei Vaticani, in cui la mansione di sacerdote è riconoscibile dal copricapo tronco-conico (modius) considerato proprio dei sacerdoti di Bel, o la testa che arriva dalla Custodia di Terra Santa ornata da una corona di foglie e bacche di alloro fissata da un medaglione. “Anche commercianti o funzionari della pubblica amministrazione”, ricordano i curatori della mostra, “sono presenti nelle sale del museo Archeologico nazionale di Aquileia, appositamente riallestite, riconoscibili da un foglietto di papiro nella mano sinistra, come il rilievo del Salamallat da Gerusalemme o quello di Makkai da collezione privata. Senza parlare del celebre universo femminile di Palmira – di cui l’illuminata regina Zenobia, colei che osò sfidare l’autorità di Roma marciando sulla capitale dell’Impero, non è che l’epigona – benissimo rappresentato nella mostra da cinque dame elegantemente vestite e acconciate”. Come Charles Baudelaire, che magnificò nel suo poema I fiori del Male i gioielli di Palmira, il visitatore della mostra – assicurano alla fondazione Aquileia – non potrà che rimanere incantato davanti all’originalità e alla ricchezza degli ornamenti delle donne palmirene, abituate a sfoggiare più bracciali simultaneamente, fibulae e diademi, e anelli su tutte le parti delle dita, come nel magnifico rilievo dal museo Barracco, dove il monile è indossato sulla falangina del mignolo sinistro. Altrettanto curioso è il pendente dello stesso rilievo, un gioiello a forma di campana agganciato a un bracciale a torciglione, un amuleto diffuso in tutta la Siria romana.

Il ritratto di Batmalkû e Hairan sul rilievo funerario palmireno conservato al museo Tucci di Roma

“Che Palmira fosse un ricco crocevia di culture”, continuano Novello e Tiussi, “è immediatamente riscontrabile dall’abbigliamento dei suoi cittadini rappresentati in mostra nella splendida lastra del museo Tucci, dove la figura femminile è vestita alla greca con il chiton (tunica) e l’himation (mantello), e i capelli acconciati da un turbante con un velo trattenuto da un prezioso diadema di cui si percepisce ancora chiaramente l’originaria splendida policromia, mentre il fanciullo ritratto poco più in alto è abbigliato alla moda partica, con una tunica al ginocchio con galloni dipinti, orlo svasato alle estremità e pantaloni a sbuffo. Pur a fronte dei caratteri spiccatamente orientali e della rigida frontalità che li contraddistinguono, i rilievi palmireni condividono forme e modalità di auto-rappresentazione comuni a tutto l’Impero romano. L’occhio più attento potrà così notare la diversità di stili, e le abitudini simili, così come la comune scarsa caratterizzazione fisionomica dei volti: gli aquileiesi appaiono modesti, quasi schivi a confronto degli abitanti di Palmira, che trasmettono invece un senso di sicurezza e di compiacenza dovuto anche alla compattezza e impenetrabilità tipica dell’arte provinciale e in particolare orientale. Si potrà ammirare l’inconfondibile stile scultoreo caratteristico delle botteghe palmirene, che quasi ritaglia nella materia in modo minuzioso i dettagli decorativi, in modo grafico, poco profondo e molto efficace”.