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Roma, nuova arena del Colosseo: il progetto di Milan Ingegneria si è aggiudicato il bando di gara. Lo ha annunciato il ministro Franceschini: “Struttura reversibile, leggera, di conservazione e valorizzazione dei sotterranei e dell’arena. Si recupera l’immagine storica dell’anfiteatro flavio, ne parlerà tutto il mondo”. Lavori pronti entro il 2022

Milan Ingegneria si è aggiudicato il bando di gara lanciato da Invitalia per la ricostruzione dell’arena del Colosseo. Lo hanno annunciato oggi, domenica 2 maggio 2021, il ministro della Cultura Dario Franceschini e la direttrice del parco archeologico del Colosseo Alfonsina Russo. La nuova arena dell’Anfiteatro Flavio, così come previsto dal Documento di Indirizzo alla Progettazione (DIP) elaborato dagli architetti, archeologi, restauratori e strutturisti del parco archeologico del Colosseo, sarà leggera, reversibile e sostenibile. Il progetto vincitore, infatti, è stato realizzato sulla base del DIP, redatto ai sensi del Codice dei Contratti per consentire al progettista di avere piena contezza di ciò che viene richiesto dall’amministrazione per il perseguimento degli obiettivi posti a base dell’intervento e delle modalità con cui tali obiettivi devono essere conseguiti. Con la vittoria del bando da parte del gruppo di lavoro composto da Milan Ingegneria e altri partner, si entra così nella fase operativa dell’ambizioso programma di realizzazione.

“Ancora un passo avanti verso la ricostruzione dell’arena, un progetto ambizioso che aiuterà la conservazione e la tutela delle strutture archeologiche recuperando l’immagine originale del Colosseo e restituendogli anche la sua natura di complessa macchina scenica”, così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, commenta l’esito della procedura di gara gestita dal parco archeologico del Colosseo insieme a Invitalia per l’affidamento della progettazione e della realizzazione del nuovo piano dell’arena dell’Anfiteatro Flavio. “È un progetto straordinario, di cui ha parlato tutto il mondo. Io credo sia un insieme di tutela e conservazione intelligente tecnologica. L’arena sarà reversibile, si potranno vedere i sotterranei. La si potrà calpestare stando al centro del Colosseo, vedendo il Colosseo come l’hanno visto tutti i viaggiatori fino alla fine dell’Ottocento. Perché alcune foto di Alinari dimostrano che alla fine dell’Ottocento l’arena c’era ed è naturale che ci sia. Vedere il Colosseo dal centro, consentire di usare l’arena per alcuni eventi culturali di altissima qualità internazionale farà parlare ancora di più del Colosseo, farà ammirare il Colosseo in tutto il mondo”.

Presentazione del progetto vincitore del bando di gara per la nuova Arena del Colosseo. Il progetto, con tecniche costruttive innovative, uso di materiali appropriati e metodologie di analisi raffinate, permetterà di garantire sicurezza, funzionalità ed economia realizzativa. Oltre a restituire l’immagine originaria del monumento e del suo funzionamento come complessa macchina scenica, permetterà anche di rafforzare tutela e conservazione, in particolare di proteggere le strutture ipogee. Il piano sarà in legno di Accoya, ottenuto con un particolare processo che ne aumenta resistenza e durabilità: scelta sostenibile che evita l’abbattimento di specie pregiate. Alcune porzioni del piano saranno costruite con pannelli mobili che, grazie a rotazione e traslazione, garantiranno flessibilità e renderanno possibile l’apertura delle strutture ipogee per illuminazione naturale. A livello conservativo poi, 24 unità di ventilazione meccanica distribuite lungo il perimetro controlleranno la temperatura e l’umidità degli ambienti ipogei: in soli 30 minuti sarà garantito il ricambio completo dell’intero volume d’aria. Il piano proteggerà le strutture sottostanti dagli agenti atmosferici, riducendo il carico idrico con un sistema di raccolta e recupero dell’acqua piovana che alimenterà i bagni pubblici del monumento. L’intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l’uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello.

La timeline del bando di gara per l’affidamento della progettazione e della realizzazione del nuovo piano dell’arena dell’Anfiteatro Flavio. Il bando di gara, pubblicato il 22 dicembre 2020 con scadenza 1° febbraio 2021, si è concluso con la selezione, da parte della commissione aggiudicatrice sorteggiata da Invitalia e composta da Salvatore Acampora, Giovanni Carbonara, Stefano Pampanin, Michel Gras e Giuseppe Scarpelli, del progetto di Milan Ingegneria. Il progetto ha preso idealmente il via il 2 novembre 2014, quando il ministro Dario Franceschini rilancia l’idea dell’archeologo Daniele Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena. Il 1° settembre 2015 l’arena del Colosseo viene inserita tra i Grandi Progetti Beni Culturali con un finanziamento di 18,5 milioni di euro. Dal 2015 al 2020 si sono svolti numerosi studi e indagini per definire le modalità di realizzazione dell’intervento, che hanno portato al bando di gara appena conclusosi. Ora il progetto esecutivo e la gara per individuare l’impresa costruttrice. La nuova arena potrebbe vedere la luce entro il 2022.

Le interviste ai progettisti della nuova Arena del Colosseo: gruppo di lavoro composto da Milan Ingegneria e altri partner. Intervengono: Massimiliano Milan di Milan ingegneria SPA; l’architetto Fabio Fumagalli; Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori di Labics. “Il progetto del nuovo piano dell’arena del Colosseo”, esordisce Massimiliano Milan, Milan Ingegneria Spa, “si basa su scelte strutturali costruttive e tecnologiche, che hanno l’obiettivo di tutelare e di conservare il monumento e gli spazi ipogei”. E l’architetto Fabio Fumagalli: “La struttura, estremamente leggera impostata alla quota del piano flavio, è completamente reversibile. Riprende dal piano originario sia la forma sia le funzioni. L’impalcato è posto alla stessa quota delle travi che lo sostengono. Le travi sono appoggiate direttamente sulle strutture murarie senza ancoraggi meccanici, proiettando così i corridoi ipogei direttamente in superficie cosicché lo spettatore sulla cavea possa riconoscere anche al piano d’uso le sottostanti”. Spiega Maria Claudia Clemente, Labics: “Il nuovo piano di calpestio sarà costituito da pannelli mobili dall’alto contenuto tecnologico. Questi infatti saranno realizzati in fibre di carbonio e rivestiti in legno di Accoya”. “Materiale – precisa Francesco Isidori, Labics – che si ottiene attraverso un processo di attivazione delle fibre del legno per aumentarne resistenza e durabilità. Useremo legni provenienti da colture sostenibili in modo tale da non abbatter essenze precarie”.  “La rotazione e la traslazione delle lamelle – riprende Massimiliano Milan – permette l’apertura delle strutture ipogee, garantisce la ventilazione e l’illuminazione naturale. Inoltre permette di vedere il sistema scenico originario”. E Maria Claudia Clemente: “Ventiquattro unità di ventilazione meccanica distribuite lungo il perimetro del monumento controlleranno l’umidità e la temperatura degli ambienti ipogei. In soli 30 minuti sarà possibile dunque garantire il ricambio completo dell’intero volume d’aria”. Francesco Isidori assicura che “il nuovo piano dell’arena proteggerà gli ambienti sottostanti dagli agenti atmosferici. Lo scarico idrico verrà notevolmente ridotto grazie a un sistema di recupero dell’acqua piovana che verrà riutilizzato per i servizi igienici del monumento”. Chiude Fabio Fumagalli: “Il progetto aiuterà la conservazione e la tutela delle strutture archeologiche sottostanti permettendo di recuperare l’immagine originaria del monumento e quella del suo funzionamento come complessa macchina scenica”.  

21 aprile, 2774.mo Natale di Roma. Il ministero della Cultura lo celebra con una nuova versione, “Uncut”, del video girato nel 2020 al Pantheon: un effetto speciale ideato per Augusto duemila anni fa

21 aprile 753 a.C. – 21 aprile 2021, oggi è il 2774.mo Natale di Roma. E da duemila anni al Pantheon la luce è un effetto speciale. Quest’anno il ministero della Cultura celebra il Natale di Roma con una nuova versione del video girato all’interno del Pantheon che nel 2020 ci aveva fatto sognare e viaggiare nel tempo, in un mondo all’inizio del pieno lockdown (riguardalo qui: https://youtu.be/WgU6JsJnjjM​). “UNCUT” racconta il dietro le quinte del filmato in timelapse che riproduce uno dei primi e sorprendenti effetti speciali della Storia. Uno sguardo inedito a 360° che in pochi secondi rivela l’incredibile passaggio della luce nel tempio fondato nel 27 a.C. da Agrippa e che oggi scandisce il 2774esimo anniversario di Roma dalla sua fondazione. Ogni 21 aprile, a mezzogiorno, il sole entra infatti nell’oculus del Pantheon con un’inclinazione tale da creare un fascio di luce che centra perfettamente il portale d’ingresso. A quell’ora esatta, l’Imperatore varcava la soglia del tempio affinché tutta la sua figura fosse immersa nella luce. Quando la vita era già cinema, ancora prima di Cinecittà. Contenuti ideati e interamente realizzati dall’Ufficio Stampa e Comunicazione MiC / Video di Emanuele Antonio Minerva.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Maria Letizia Gualandi (Università di Pisa) su “Archeologia e Intelligenza Artificiale. ArchAIDE, un’utopia realizzata” introdotta da Eva Degl’Innocenti direttrice del museo Archeologico nazionale

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì del MArTA” con Maria Letizia Gualandi su archeologia e intelligenza artificiale

Il progetto ArchAIDE, finanziato dall’Unione Europea, ha sviluppato un sistema di riconoscimento automatico dei frammenti ceramici utilizzando l’Intelligenza Artificiale. Ad affrontare il tema sarà la prof.ssa Maria Letizia Gualandi, professore ordinario di Archeologia classica all’università di Pisa, la relatrice dell’appuntamento del 21 aprile 2021 con i “Mercoledì del MArTA”, alle 18, in diretta sui profili Facebook e YouTube del museo Archeologico nazionale di Taranto. L’allieva dei famosi archeologi e accademici italiani prof. Salvatore Settis e prof. Andrea Carandini, nonché membro del Comitato tecnico scientifico per l’Archeologia del MiC, parlerà di “Archeologia e Intelligenza Artificiale. ArchAIDE, un’utopia realizzata”.

ArchAIDE, sistema di riconoscimento automatico dei frammenti ceramici utilizzando l’Intelligenza Artificiale (foto MArTA)
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La professoressa Maria Letizia Gualandi (università di Pisa)

“Il progetto ArchAIDE (Archaeological Automatic Interpretation and Documentation of cEramics), finanziato dall’Unione Europea, ha sviluppato un sistema di riconoscimento automatico dei frammenti ceramici utilizzando l’Intelligenza Artificiale”, spiega la professoressa Gualandi, anticipando parte della sua conferenza. “Basta scattare una foto del coccio da identificare e inviarla al sistema che, mediante una rete neurale addestrata, confronta forma e decorazione con quelle archiviate nel suo database interno e, nel giro di pochi secondi, formula una o più proposte di identificazione diverse, che l’archeologo può accettare o meno”. “Questo importante progetto innovativo aiuta la ricerca archeologica con un effetto esponenziale sui risultati”, dichiara la direttrice del museo Archeologico nazionale di Taranto, Eva Degl’Innocenti che introdurrà i lavori. La stragrande maggioranza dei reperti che tornano alla luce durante gli scavi archeologici, infatti, è rappresentata da manufatti ceramici che, per quanto frammentati, sono fondamentali per datare ciò che si rinviene in uno scavo e per ricostruire l’economia e il tenore di vita di una comunità, i flussi commerciali in cui era inserita, mentalità, gusti e usanze, pratiche alimentari, interazioni sociali e rapporti culturali con altre comunità. Ma per classificare e studiare le ceramiche antiche occorrono molto tempo e abilità complesse, poiché tutto il lavoro si basa sulla capacità dell’archeologo di riconoscere quei frammenti nei disegni schematici che riempiono le pagine dei cataloghi delle ceramiche: una bibliografia estesa e non omogenea, raramente disponibile durante il lavoro sul campo o nei magazzini.

Negrar di Valpolicella (Verona). A meno di un anno dalla ri-scoperta della Villa dei Mosaici, una villa rustica a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), Comune Soprintendenza e Aziende vitivinicole siglano un patto per lo scavo, la musealizzazione e la valorizzazione del sito immerso tra i vigneti: archeologia e vino, due eccellenze in sinergia. Il ministro Franceschini: “Modello di rapporto pubblico-privato da esportare”

Maggio 2020: tra i filari di vigne dell’Azienda Agricola La Villa di Benedetti Matteo e Simone a Negrar di Valpolicella riemergono i mosaici della villa romana (foto Comune di Negrar)
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La notizia della ri-scoperta della Villa dei Mosaici di Negrar rilanciata dal New York Times nel maggio 2020

Non sono passati neppure dieci mesi da quando, era il 26 maggio 2020, e l’Italia stava faticosamente uscendo dal primo durissimo lockdown, un gruppo di archeologi della soprintendenza Archeologica, Belle arti e Paesaggio di Verona, sotto la direzione dell’archeologo Gianni De Zuccato, con l’archeologo Alberto Manicardi della SAP (Società archeologica Padana srl), scoprì – o meglio riscoprì – tra i vigneti di Negrar di Valpolicella tracce degli straordinari mosaici appartenuti a una villa romana, una villa rustica, a carattere residenziale e produttivo di media età imperiale (III sec. d.C.), che già si parla di un patto pubblico-privato, unico nel suo genere, per la ricerca, conservazione, musealizzazione e valorizzazione della Villa dei Mosaici, che potrebbe diventare un esempio pilota su tutto il territorio nazionale. Non è un caso che i media di tutto il mondo, non ultimo il New York Times, colsero l’importanza della scoperta rimbalzata dalla Valpolicella dando ampio spazio e rilievo alla notizia. Ma già un anno fa appariva, però, evidente che solo la realizzazione di veri e propri scavi stratigrafici in estensione avrebbe consentito di estendere le conoscenze all’articolazione dell’insediamento, alle sue fasi costruttive e alle vicende che ne hanno caratterizzato la frequentazione, l’abbandono e la distruzione oltre a riportare alla luce le diverse evidenze monumentali e le splendide pavimentazioni musive. Fino al patto di questa primavera.

L’area di scavo della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

L’intervento di scavo è ripreso infatti in marzo 2021, nonostante l’emergenza Covid, grazie a un accordo di partenariato pubblico-privato tra la Soprintendenza e i proprietari dei terreni, l’Azienda Agricola La Villa di Benedetti Matteo e Simone e la Società Agricola Franchini srl, che si sono dimostrati particolarmente sensibili e collaborativi, mettendo a disposizione le aree da poco acquisite dai precedenti proprietari, rinunciando a indennità di occupazione e premi di rinvenimento e sostenendo parte delle spese per lo scavo dei livelli romani. Un ulteriore finanziamento del ministero della Cultura e del Bacino Imbrifero Montano dell’Adige hanno consentito di riprendere lo scavo archeologico in estensione, che è in corso anche grazie al protocollo d’intesa per lo studio e la valorizzazione del sito stipulato con l’università di Verona – Dipartimento di Culture e Civiltà (prof. Patrizia Basso). Ulteriori finanziamenti saranno necessari per il completamento dello scavo in estensione e per la valorizzazione del sito come area archeologica attrezzata per la pubblica fruizione.

Archeologi e operatori riportano alla luce di mosaici pavimentali della villa rustica romana di Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)
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Il soprintendente Vincenzo Tinè e il sindaco Roberto Grison alla presentazione della campagna di scavo alla Villa dei Mosaici (foto Comune di Negrar)

A fare il punto sulla situazione un incontro on line in municipio a Negrar di Valpolicella con il sindaco del Comune di Negrar, Roberto Grison; il soprintendente ABAP di Verona, Vincenzo Tinè; il funzionario archeologo Gianni De Zuccato, e il collegamento da Roma con il ministro della Cultura Dario Franceschini. Presentati gli scavi dell’anno 2020 e quelli attualmente in corso e gli accordi di partenariato pubblico/privato con i proprietari dei terreni in cui insiste la Villa, con il Comune e con l’Università di Verona per un progetto condiviso di ricerca e valorizzazione. E a riassumere vicende storiche, ricerche e progetti futuri per la Villa dei Mosaici è stato lo stesso responsabile delle ricerche Gianni De Zuccato (Sabap-Vr) con un breve video.

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Gianni De Zuccato, archeologo della Soprintendenza di Verona, sullo scavo della Villa dei Mosaici di Negrar (foto Comune di Negrar)

“Della villa romana di Negrar di Valpolicella – racconta De Zuccato – si erano perse le tracce ormai da quasi un secolo. Si pensava che i suoi splendidi mosaici, se ancora esistevano, fossero sepolti per sempre da metri di terra sotto qualche vigneto. Ritrovarla, riscoprirla era considerata un’impresa assurda, impossibile. I tre mosaici strappati a fine Ottocento, venduti al Comune di Verona e ora esposti al museo Archeologico al Teatro romano erano l’unica testimonianza rimasta di questo sito. Quando come archeologo della Soprintendenza mi fu affidato l’incarico della tutela di questo territorio decisi che avrei ritrovato la villa e i suoi mosaici se ancora esistevano. Le difficoltà da affrontare sono state e sono ancora molte, ma gli splendidi mosaici della parte residenziali, la pars urbana, dove il proprietario tratteneva i suoi ospiti, sono tornati alla luce. Queste stanze sono state testimoni, tanti secoli fa, di incontri di affari, di accordi politici, di sontuosi banchetti, di splendide feste, di concerti di musica, forse anche di storie d’amore, ma anche della fatica quotidiana di tante serve e servi che qui vivevano e lavoravano. Ora stiamo scoprendo nuovi mosaici e nuovi ambienti che testimoniano quanto fosse estesa questa residenza. Attorno alla villa c’era il suo fundus, il podere, dove si producevano – come oggi in Valpolicella – soprattutto olio e vino. E di queste produzioni speriamo di poter trovare presto testimonianze archeologiche. Questo sito è un bene comune che va recuperato, conservato, protetto e valorizzato con un’adeguata musealizzazione. Sono le radici che la comunità di Negrar di Valpolicella oggi può ritrovare, facendone una parte fondamentale del proprio patrimonio culturale. Io sogno un’area archeologica musealizzata capace di parlare ed emozionare tutti, come questi resti parlano ed emozionano me”.

Dal terreno riemergono i pavimenti a mosaico della villa rustica di Negrar (foto Comune di Negrar)
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Maggio 2020: tra i filari di vigne dell’Azienda Agricola La Villa di Benedetti Matteo e Simone a Negrar di Valpolicella riemergono i mosaici della villa romana (foto Comune di Negrar)

Ripercorriamo in breve le tappe principali della scoperta. Nel 1886 nella frazione di Villa in comune di Negrar di Valpolicella (Verona), nel podere Cortesele, furono scoperte le tracce di una grande villa di epoca romana. Venne in luce anche un mosaico, che fu acquistato dal Comune di Verona ed è attualmente esposto al museo Archeologico del Teatro Romano. Nel 1922 l’archeologa Tina Campanile (prima donna ammessa alla Scuola Archeologica di Atene), per incarico della soprintendenza ai Musei e agli Scavi del Veneto, indagò un’area di circa 270 mq pertinente alla parte residenziale (pars urbana) di una villa rustica databile alla media/tarda età imperiale (II-III d.C.) Nuovi mosaici pavimentali policromi, di straordinario pregio ed eccezionale stato di conservazione, vennero in luce anche in questa fase, insieme a frammenti di intonaci parietali dipinti a vivaci colori. Nel 1975 in una proprietà adiacente fu rinvenuto un altro ambiente con pavimento a mosaico, oggi interpretabile come pertinente all’ingresso della villa, il vestibulum. Dal 2016 la Soprintendenza è tornata ad operare nell’area al fine di rintracciare il sito e documentarne lo stato di conservazione. Un progetto di indagine sistematica, curato dal funzionario incaricato delle ricerche Gianni De Zuccato, è stato presentato nel 2017 all’amministrazione comunale di Negrar di Valpolicella, che ha immediatamente affiancato la Soprintendenza nella sua realizzazione. Le indagini sono quindi proseguite nel 2018 con una campagna di prospezione geofisica e con sondaggi stratigrafici nel 2019 e nel 2020, resi possibili da un finanziamento del ministero della Cultura. La scoperta di nuove strutture murarie e pavimentali della villa, attigue alle precedenti e probabilmente pertinenti alle parti rustica e fructuaria della villa, ha rivelato la sua notevole ampiezza e complessità planimetrica. Sulla scorta di queste nuove acquisizioni della ricerca il ministero della Cultura ha dichiarato l’interesse culturale particolarmente importante del sito con provvedimento di vincolo ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera a) del Codice dei Beni Culturali.

“È una bella storia di rapporto pubblico privato”, ha dichiarato il ministro Dario Franceschini, intervenendo in teleconferenza all’incontro di Negrar, “con privati molto disponibili a farsi carico anche generosamente di una parte di fruibilità pubblica di un bene così importante e li ringrazio; e contemporaneamente una positiva corresponsione da parte del pubblico che a volte entra in un braccio di ferro che complica anche cose che potevano essere gestite più semplicemente. In questo caso mi sembra che ci sia stato un livello di collaborazione ottima, un modello che potremmo suggerire in altri casi di rapporto pubblico-privato senza ricorrere a quegli strumenti che la legge assegna naturalmente allo Stato per poter recuperare un patrimonio culturale e archeologico. Ma se ci si arriva in un modo diverso ottenendo gli stessi obiettivi di salvaguardia del patrimonio e di fruibilità del patrimonio, è meglio: attraverso un percorso condiviso, come è avvenuto in questo caso. E sono convinto che il discorso proseguirà anche nella parte che ancora manca su questa strada. Da parte nostra c’è la disponibilità. C’è stato anche – è sottinteso – il finanziamento di parte dei lavori, ci sono stati in parte in passato dei progetti complessivi di recupero e di valorizzazione del sito. Vediamo. Ci lavoriamo. L’importante è che è una storia positiva tra le parti. Farò il possibile per valorizzarla ancora”.

Particolare dei bellissimi pavimenti musivi della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella

“L’obiettivo è quello di raccogliere disponibilità e risorse da parte di tutti gli attori in campo”, ha spiegato il soprintendente Vincenzo Tinè. “In questo momento siamo nella fase della ricerca e dello scavo che, trattandosi di attività notoriamente riservate al ministero siamo autonomi, possiamo intervenire, possiamo godere di contributi, disponibilità di privati e di enti pubblici. Un po’ più complicata sarà l’organizzazione della fase valorizzazione con queste stesse modalità che ci auguriamo di sinergia pubblico-privato. Dopo lo scavo estensivo che contiamo di completare nella primavera del 2022, dovrà essere scattata – col contributo che ci aspettiamo dal ministero – la fase di parco e di allestimento delle strutture. Con qualche difficoltà rappresentata dal fatto che lo Stato dovrà investire importanti fondi su un’area privata. Ma l’interesse è proprio quello di riuscirci senza snaturare questa modalità sinergica e di collaborazione che non tende a espropriare, non tende a mettere nella mano pubblica per forza tutto, ma lasciare ai privati non solo la proprietà ma anche qualche forma di gestione del sito perché l’interesse qui è mettere insieme archeologia – come dice il sindaco – e il prodotto caratteristico della Valpolicella, cioè il vino. Che è un elemento culturale: vorrei ricordare che anche su questo filone la soprintendenza lavora con il settore demo-etno-antropologico (tra l’altro in Valpolicella abbiamo un luminare in questione che è il prof. Vincenzo Padiglione ordinario a Roma). E quindi sono filoni interconnessi anche solo dal punto di vista culturale. Il vino vale quanto l’archeologia, e viceversa”.

Un bellissimo pavimento musivo della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)
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L’ampia area di scavo della Villa dei Mosaici a Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

“Vino e archeologia, due eccellenze che rispondono a normative e figure giuridiche diverse”, ha sottolineato il sindaco Roberto Grison. “La fatica è stata proprio trovare una collaborazione su questi aspetti. Penso che qualcuno prima o dopo deve fungere anche da apripista. Noi siamo diventati apripista proprio su questa situazione che è unica: una ricchezza che è nel sottosuolo era coperta da un’altra ricchezza che è in superficie. Cioè ci sono dei vigneti che hanno una qualità in termini di produzione dell’uva di valore anche economico che sono di altissima importanza. Quindi il lavoro che c’è stato negli anni scorsi è stato quello di far comprendere a qualcuno che sotto quei vigneti c’era una ricchezza importante che potrebbe proprio a contribuire a valorizzare il prodotto stesso attraverso questa sinergia tra le due cose. È chiaro che era anche difficile pensare un esproprio, difficile addivenire a una situazione diversa che non fosse quella della valorizzazione tra pubblico e privato di questo luogo. E grazie alle due cantine che si sono messe a disposizione, che vanno fortemente ringraziate, siamo arrivati ai risultati di questi tempi. Quindi un ringraziamento particolare va a loro che ci hanno creduto e ci stanno credendo. Già mezza villa è stata scavata e portata alla luce. Che è quella che insiste sulla proprietà dei fratelli Benedetti, che sono stati i primi a credere in questo intervento. La cantina Franchini è arrivata un po’ dopo. Ha concluso questo percorso con la soprintendenza di convenzioni e di accordo, e quindi procederemo anche nell’altra metà. Ma sicuramente siamo decisi ad arrivare in fondo su questa fase”.

Il sito archeologico della Villa dei Mosaici è immerso tra i vigneti della Valpolicella (foto Comune di Negrar)
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Un bellissimo pavimento musivo della Villa dei Mosaici di Negrar di Valpolicella (foto Comune di Negrar)

L’ubicazione della Villa dei Mosaici in una splendida posizione sopraelevata, a breve distanza dall’abitato di Negrar di Valpolicella, immersa tra i filari dei vigneti di uve Valpolicella destinate alla produzione dei celebri vini, costituisce un valore aggiunto alla potenzialità attrattiva del sito. Adeguatamente valorizzato con strutture e percorsi attrezzati per la visita, l’area archeologica, oltre che un nuovo luogo della cultura straordinariamente evocativo del paesaggio antico, potrà diventare un ulteriore volano per lo sviluppo culturale, turistico ed economico della valle, rafforzando a livello nazionale e internazionale l’appeal di un territorio già celebre per i suoi vini.

Pompei. Primo giorno ufficiale per il neo direttore generale del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico Pompei)
paestum_Conferimento cittadinanza italiana al direttore Zuchtriegel

Cittadino italiano: Gabriel Zuchtriegel, all’epoca direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, giura davanti al sindaco di Matera Raffaello De Ruggeri

Primo giorno ufficiale a Pompei per il neo direttore generale del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel, nominato il 20 febbraio 2021 dal ministro della Cultura Dario Franceschini, in successione a Massimo Osanna, attuale direttore generale dei Musei statali. La sua nomina è stata controfirmata ieri dal ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Il nuovo direttore è stato scelto tra i 44 candidati, di cui 10 di origine straniera, che si sono sottoposti al vaglio della Commissione presieduta da Marta Cartabia, presidente emerita della Corte costituzionale e attualmente ministro della Giustizia. Al termine della selezione, conclusa con i colloqui dei dieci candidati della short list, tenutisi il 10 e 11 febbraio 2021, la commissione ha individuato la terna dei candidati sottoposta al ministro, tra i quali è stato nominato il nuovo direttore che ha preso servizio giovedì 8 aprile 2021. Gabriel Zuchtriegel, nato nel 1981 a Weingarten, in Germania ha studiato archeologia classica, preistoria e filologia greca a Berlino, Roma e Bonn, dove nel 2010 ha concluso un dottorato di ricerca sul sito laziale di Gabii nei pressi di Roma. È stato borsista dell’Istituto Archeologico Germanico e della Fondazione Alexander von Humboldt, che nel 2012 l’ha portato all’università della Basilicata (Matera) per un progetto di ricerca triennale sulla colonizzazione greca lungo la costa Ionica. Ha insegnato negli atenei di Bonn, Matera, Napoli “Federico II” ed è autore di numerosi articoli e monografie, tra cui “Colonization and Subalternity in Classical Greece”, Cambridge University Press 2018.  Nel 2019, gli è stato riconosciuto il premio di Ravenna Festival. Nel 2015, ha collaborato nel “Grande Progetto Pompei” quale membro della Segreteria tecnica di progettazione. Da novembre 2015 ha diretto il parco archeologico di Paestum, al quale nel 2020 si è aggiunto il sito di Velia, ambedue iscritti nella lista del patrimonio UNESCO. Zuchtriegel, che è sposato e ha due figli, dal 2020 è anche cittadino italiano.

Il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria aderisce all’iniziativa “Mi illumino di meno”: i Bronzi di Riace in “chiaroscuro”

La sala dei Bronzi di Riace in chiaroscuro per “Mi illumino di meno” (foto MArRC)

Anche per il 2021 il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria aderisce a “M’illumino di Meno”, la Giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili lanciata da Caterpillar e Rai Radio2 dal 2005 che si celebra oggi, venerdì 26 marzo 2021. L’iniziativa, fortemente sostenuta dal ministero della Cultura, punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del risparmio energetico e sulla necessità di adottare stili di vita sostenibili. Quest’anno propone il tema “Salto di Specie”, per una evoluzione ecologica del nostro stile di vita, anche alla luce della pandemia. Al MArRC per l’occasione resteranno spente tutte le luci, ad eccezione di una suggestiva illuminazione della sala dei Bronzi di Riace che, a causa della chiusura dovuta all’emergenza sanitaria da Covid-19, sarà raccontata e mostrata ai follower attraverso i canali social Facebook, Instagram e Twitter. “Oggi la nostra quotidianità è cambiata”, afferma il direttore Carmelo Malacrino. “La pandemia ci ha costretto a contenere le relazioni umane e a potenziare gli strumenti tecnologici per continuare a lavorare e a mantenere vivi i rapporti. Con un dispendio energetico notevole, sia in ambito pubblico che privato. L’iniziativa di Caterpillar punta proprio a ridurre al minimo il consumo dei dispositivi elettrici, seppur per un solo giorno, per contenerne l’impatto ambientale. La vita in comunione con la natura e il rispetto per questa “Madre Terra”, talvolta generosa talaltra funesta, costituiva uno dei cardini fondamentali per gli uomini antichi. Di questa filosofia dell’esistenza sono rimaste molte tracce nel nostro patrimonio culturale. Anche il mondo dell’archeologia e dell’arte, dunque, può giocare un ruolo fondamentale nel processo di comunicazione e condivisione di questo tema e il MArRC lo farà offrendo al pubblico social una visione della Sala dei Bronzi di Riace in chiaroscuro che – conclude Malacrino – sono certo regalerà ai tanti follower nuove e indimenticabili emozioni”.

“Stringimi forte, abbracciami” di Giorgio Conte sarà la colonna sonora delle campagne del ministero della Cultura per promuovere la riapertura dei luoghi della cultura

“Stringimi forte, abbracciami” sarà la colonna sonora della ripresa del patrimonio culturale italiano: la canzone di Giorgio Conte accompagnerà infatti la campagna delle riaperture. Lo ha annunciato il ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel ringraziare il cantautore e compositore piemontese: “Grazie a Giorgio Conte e ad Ala Bianca Group per aver donato questa bellissima e struggente canzone che sarà la colonna sonora delle future campagne del ministero della Cultura per promuovere la riapertura dei luoghi della cultura”. E il ministro nella prima Giornata Nazionale in memoria delle vittime del Covid-19 ha condiviso su Twitter il brano inedito donato al MiC da Giorgio Conte. Il brano, con le parole e la musica di Conte e l’arrangiamento di Alessandro Nidi, è pubblicato a questo link https://youtu.be/06S9FkP0cw8; il video ha come protagonisti i Sonics Aerial Acrobatics, eccellenza italiana nel mondo. “Ora più che mai l’esistere richiede fiducia, solidarietà e umanità, anche se costretti a fare acrobazie, ma torneremo ad abbracciarci”, dichiara l’artista Giorgio Conte. “Adesso c’ è da traversare il deserto, da fronteggiare l’ emergenza, ci aspettano ancora mesi bui”, conclude Franceschini. “Ma finita la crisi per la cultura ci sarà una sorta di Rinascimento, ci aspettiamo una ripresa dei consumi, un po’ come è avvenuto nel settore dei libri, una spinta verso la ricerca di consumi nuovi. Cultura e spettacolo sono fra i settori che hanno sofferto di più, ma per il settore c’è un grande spazio di crescita”.

Giornata nazionale del Paesaggio. Il Parco archeologico di Pompei propone on line una passeggiata alla scoperta dai paesaggi modellati dal Vesuvio, al verde recuperato nelle domus o fuori le mura, ai giardini ricreati negli affreschi, al paesaggio protostorico di Longola

Il giardino della Casa dell’Ancora a Pompei, recuperato con ricerche filologiche e archeobotaniche (foto parco archeologico di Pompei)

14-marzo-Giornata-nazionale-del-paesaggio-logoIl paesaggio pompeiano, dalle rappresentazioni nella pittura parietale, al racconto dell’eruzione e delle conseguenti trasformazioni, fino alla complessa manutenzione degli attuali spazi verdi, protagonista domenica 14 marzo 2021 della Giornata nazionale del Paesaggio istituita dal ministero della Cultura allo scopo di promuovere le risorse paesaggistiche attraverso attività di sensibilizzazione, educazione e conoscenza del paesaggio, quest’anno necessariamente on-line. Per l’occasione il Parco Archeologico di Pompei propone, attraverso alcuni video sui canali social e web istituzionali, un racconto del paesaggio pompeiano, dalle trasformazioni subite a seguito dell’eruzione, alle complesse esigenze di manutenzione delle attuali grandi aree verdi incluse nell’area archeologica, fino ai progetti di riqualificazione, ricostruzione e valorizzazione dei giardini storici, che costituivano un elemento centrale della domus romana. Accompagnati da un foto racconto delle più belle scene di paesaggio che caratterizzano le pitture di molte case.

Il cantiere della domus dei Casti Amanti a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)

Dall’insula dei Casti Amanti, dove è attualmente in corso un cantiere  di messa in sicurezza dei fronti di scavo e rifacimento delle coperture, il vulcanologo Domenico Sparice e il geologo Vincenzo Amato del Parco illustrano la stratigrafia dell’eruzione del 79 d. C. emersa con particolare evidenza nel corso del cantiere, in una sezione a ridosso di uno degli ambienti su cui si sta intervenendo, allo scopo di raccontare le fasi e le dinamiche del tragico evento che seppellì Pompei e le conseguenti mutazioni paesaggistiche e geologiche. Inoltre per la prima volta vengono mostrati e narrati gli strati che costituiscono il sottosuolo della città: strati che raccontano una lunga storia di frequentazioni preistoriche, eruzioni vulcaniche, risorse naturali e cambiamenti del paesaggio.

“Ci troviamo oggi in uno dei vicoli dell’insula dei Casti Amanti nella Regio IX del sito archeologico di Pompei dove si può vedere la sequenza stratigrafica tipica dei depositi dell’eruzione del 79 d.C. nel parco archeologico di Pompei”, spiega Domenico Sparice. “L’eruzione del 79 d.C. è stata una delle maggiori e più violente nella storia del Vesuvio. Nel giro di circa 30 ore furono eruttati circa 4 Km cubici di materiali vulcanici, esattamente ceneri e lapilli. La stratigrafia tipica dell’eruzione è formata essenzialmente da due unità principali. Una è formata dalle famose pomici di Pompei, lapilli che sono caduti dalla colonna eruttiva che hanno una peculiarità, e cioè hanno una variazione verticale di colore, dal bianco alla base al grigio nella parte alta, e questa variazione di colore è dovuta a una variazione della composizione chimica del magma durante l’eruzione. Questi lapilli sono il frutto della prima fase dell’eruzione, ovvero quando sul cratere del vulcano si è formata una colonna eruttiva alta, molto probabilmente,  fino a 30 km dalla quale sono caduti i lapilli in atmosfera, sedimentando principalmente nel settore sud-orientale del vulcano, e quindi seppellendo Pompei sotto una coltre di quasi tre metri di pomice. La parte alta della sequenza è invece formata da ceneri, ceneri stratificate con meccanismo deposizionale da correnti piroclastiche. Le correnti piroclastiche sono misture di gas, cenere e lapilli a alta temperatura che scorrono sui fianchi del vulcano per effetto della gravità sostenuta dal gas. La parte alta della sequenza è la parte di cenere stratificata che rappresenta i depositi sedimentati da più correnti piroclastiche che hanno invaso l’area di Pompei durante la seconda fase dell’eruzione. Una di queste correnti piroclastiche, la seconda in particolare arrivata a Pompei, è stata particolarmente violenta, particolarmente energetica. Era diluita, turbolenta, molto molto forte – continua il vulcanologo -, talmente energetica che è stata capace di abbattere pareti trasversali alla direzione di scorrimento della corrente. Questa corrente è stata talmente violenta che ha sepolto quasi completamente gli edifici di Pompei. Ha generato molte vittime, e di alcune di queste vittime è stato possibile fare calchi, proprio perché i corpi si sono decomposti all’interno della cenere ed è rimasto quindi il vuoto in negativo che ha conservato la forma del corpo. Dopo questa corrente piroclastica molto molto violenta, Pompei era semplicemente una landa desolata: la corrente piroclastica aveva seminato morte e distruzione. E le successive correnti piroclastiche che si sono susseguite nel secondo giorno dell’eruzione hanno semplicemente contribuito a smantellare la città di Pompei già quasi completamente sepolta con un’ulteriore coltre di cenere che ha definitivamente sepolto Pompei sotto almeno sette metri di cenere e lapilli”.

“Siamo nel vicolo Ovest dell’insula dei Casti Amanti dove, caso raro a Pompei, si è deciso di indagare il sottosuolo che sta più in basso delle strutture abitative note a Pompei, sepolte dall’eruzione distruttiva del 79 d.C. In questo cantiere si sono aperti ben 12 saggi, 6 nel vicolo Ovest e 6 nel vicolo Est, che hanno permesso di indagare tutta la storia stratigrafica del sito di Pompei fino al raggiungimento del banco lavico che costituiva in antico l’edificio vulcanico di Pompei: la prima forma di paesaggio distinguibile ancora oggi nonostante il ricoprimento avuto ad opera dei prodotti delle eruzioni più recenti che hanno determinato la scomparsa di Pompei. Alcune forme del paesaggio sono ancora ricostruibili, e soprattutto la forma del cratere più grande di Pompei che ha dato vita a queste manifestazioni laviche che in questi saggi di scavo sono stati raggiunti e per la prima volta indagati in dettaglio. Ma non solo questo. Il sottosuolo di Pompei ci racconta una lunga storia di eventi vulcanici, anche se di entità minore rispetto a quella che ha modificato per sempre la storia e il paesaggio pompeiano. Alcuni livelli vulcanici si vedono nelle successioni di scavo. Quelli più chiari, di colore grigiastro, sono delle eruzioni sempre del Vesuvio avvenute durante il periodo protostorico, altre durante il periodo preistorico, e sono stati di aiuto anche nell’inquadrare cronologicamente alcuni livelli archeologici presenti all’interno dei suoli. Per esempio alcune unità stratigrafiche, interpretate come paleo-suoli, hanno rivelato che questa era un’area boschiva, quindi un paesaggio completamente differente rispetto a quello urbano di Pompei. Le stesse stratigrafie hanno restituito anche materiali ceramici di età preistorica che ci fanno capire che nonostante l’area fosse fittamente boschiva era comunque frequentata da popolazioni preistoriche. Fino ad arrivare ad altre eruzioni che con il vulcanologo Sparice stiamo ancora cercando di determinare, che sono decisamente molto più antiche, quindi precedono di millenni la frequentazione preistorica di questo sito. Potrebbero anche venire da altri apparati vulcanici, come per esempio quello dei Campi Flegrei, o eruzioni di un Vesuvio primordiale che dobbiamo ancora riuscire bene a capire. Quindi la possibilità di accedere a queste informazioni stratigrafiche fino al sottosuolo profondo di Pompei ci fa capire che quest’area, nonostante gli eventi più significativi che hanno potuto determinare il cambiamento del paesaggio, è dovuta prevalentemente a eruzioni vulcaniche, che si susseguono nel corso dei secoli e dei millenni prima della fondazione di Pompei. Troviamo sempre gli stessi strati, cioè suoli ed eruzioni vulcaniche, il paesaggio muta di poco fino a quando si decide di costruire la città in questo punto. Infatti la parte alta delle stratigrafie che vediamo al di sotto della strada che doveva essere presente, mostra tutta una serie di tagli, buche, fosse, o la preparazione vera e propria del manto stradale. Quindi il cambiamento del paesaggio a partire dall’epoca storica viene determinato più dalle attività antropiche che si compiono nell’intera area di Pompei fino all’eruzione del 79 d.C. che determina la scomparsa e il cambiamento radicale di ogni forma del paesaggio”.

La passeggiata verde fuori le mura di Pompei: necropoli di Porta Ercolano (foto parco archeologico di Pompei)

A partire dal giardino della Casa dell’Ancora e dalla Via dei Sepolcri viene, invece,  il funzionario architetto Paolo Mighetto racconta il complesso lavoro multidisciplinare che sta alla base della gestione, conservazione e rinnovo del vasto patrimonio agronomico e paesaggistico del Parco Archeologico di Pompei.

Nella casa dell’Ancora c’è uno dei giardini di ultima generazione che si sta recuperando con la manutenzione. “Secondo me questo giardino illustra bene la multidisciplinarietà che sempre si è cercato di tenere nella gestione del verde di Pompei”, racconta Paolo Mighetto, “che è una gestione molto difficile. Pompei è un parco di quasi 100 ettari che spesso i turisti non colgono, perché conoscono i giardini delle domus che sono i più celebrati, ma il parco in realtà ha tutta una fascia extramoenia, quindi al di fuori delle mura, che comprende proprio delle aree estremamente interessanti anche aree agricole. Il giardino della domus dell’Ancora, nella Regio VI, nasce dal dato storico, archeologico e anche archeobotanico. Infatti anche la gestione del giardino, la messa a dimora di queste piante di edera e il trattamento delle piante nasce proprio da un’interpretazione delle pitture parietali, di come gli antichi potevano gestire questi giardini oltre che dai dati archeobotanici dei pollini. È un giardino concluso che impone anche svariati problemi di manutenzione. Ora stiamo proprio intervenendo anche sul tappeto erboso oltre che sulla potatura delle piante, sfruttando questo periodo di pandemia in cui il sito non è visitato dai turisti proprio per andare a fare degli interventi di rigenerazione del prato. Il grande discorso che stiamo portando avanti è anche sulla passeggiata fuori le mura. Negli anni ’80 già era stata fatta una grande bonifica in tutta l’area esterna di Pompei, quindi esterna al circolo delle mura per andare a eliminare tutte le infestanti, soprattutto la colonizzazione degli ailanti, questo albero infestante che distrugge il patrimonio. La città antica ha un’estensione di quasi 60 ettari. Ebbene tutto il parco archeologico di Pompei, un parco naturale, ha un’estensione di 100 ettari. Quindi l’area esterna alle mura con la passeggiata ha un’enorme estensione che costituisce una grande sfida per la manutenzione, per la gestione e anche una sfida per la progettualità della gestione del verde. Perché molte di queste aree, procedendo in questi anni anche i grandi cantieri di messa in sicurezza del sito, hanno avuto alcuni problemi di manutenzione legati anche al passaggio di mezzi di cantiere. Adesso è proprio il periodo in cui si stanno recuperando, perché diventerà una nuova area messa a disposizione dei visitatori e di un turismo che non solo ammirerà il sito archeologico, ma potrà godere anche di una visita naturalistica, di una visita paesaggistica straordinaria unica al mondo perché si collega con il territorio del parco del Vesuvio. Abbiamo avuto grossi problemi con gli alberi ad alto fusto soprattutto con i pini, perché sono colpiti da parassiti che ne determinano la rapida senescenza e quindi la necessità di abbattimento, e allora la sfida grande sarà quella di andare a ricostituire rapidamente questo patrimonio con un nuovo patrimonio arboreo. E quindi i programmi che si stanno portando avanti per l’imboschimento del parco archeologico prevedono anche la sostituzione di piante ormai morte ma che magari appartengono a specie non consone alla ricerca filologica che è stata fatta negli anni anche dal punto di vista botanico e archeobotanico, quindi non perfettamente coerenti con quello che il patrimonio della cosiddetta flora pompeiana. Perciò si sostituirà questo patrimonio perduto con nuovi alberi più coerenti con le scelte filologiche botaniche”.

Affresco del giardino della Casa dei Ceii di Pompei dopo il restauro (foto parco archeologico di Pompei)

E ancora una carrellata di immagini mette in evidenza alcune scene di paesaggio nella pittura pompeiana: a partire dalla Casa dei Ceii di recente restauro, con un confronto con le pitture della Casa del Menandro e dell’Efebo.  Le scene di paesaggio nella pittura pompeiana, fra città e templi, campagne e boschi, grotte e marine, creano l’illusione che le dimensioni degli spazi siano diversi da quelli reali architettonici, come in una sorta di trompe-l’oeil, sviluppando l’idea di altre scenografie, non dissimili da quelle utilizzate nel teatro per la messa in scena di commedie o tragedie. Il paesaggio dipinto fa da sfondo alle rappresentazioni di figure mitiche o di attività umane che si muovono sulle pareti come in un’animazione teatrale. La prospettiva è ad imitazione del “reale”, così avviene ad esempio nel grande affresco che adorna il giardino della Casa dei Ceii, appena restaurato, dove troviamo una raffigurazione di sapore esotico molto apprezzata, con una scena di caccia condotta da animali selvatici disposti su più livelli, vista dall’alto in prospettiva, oggi diremmo “a volo di uccello”. Ai lati spaziano assolati paesaggi nilotici di origine alessandrina animati dagli scuri Pigmei, figurine esotiche e divertenti per i romani, considerati originari della parte più remota dell’Egitto, vicina all’Oceano, donde nasceva il Nilo.

Casa di Paquio Proculo a Pompei: mosaico con paesaggio nilotico (foto parco archeologico di Pompei)

Se ci spostiamo, rimanendo sullo stesso vicolo, nella prospiciente e lussuosa Casa del Menandro, anche il triclinio invernale è ravvivato al centro del pavimento con un raffinato emblema di paesaggio nilotico con gita di Pigmei, scena che poco dopo verrà addirittura replicata dallo stesso atelier nella Casa di Paquio Proculo. Graziosi paesaggi nilotici si ritrovano ancora nei quadretti che decorano i banchi del triclinio all’aperto della Casa dell’Efebo, con vivaci episodi ambientati nell’Egitto greco-romano.

Ruota in legno dal sito dell’età del Ferro di Longola di Poggiomarino (foto Graziano Tavan)

Infine il Parco, per la giornata del Paesaggio, ripropone le immagini video del sito protostorico in località Longola di Poggiomarino, nell’alta valle del Sarno, a circa 10 chilometri a Est di Pompei. Il sito, di competenza del Parco Archeologico di Pompei, fa parte del Parco archeologico naturalistico di Longola, gestito dal Comune di Poggiomarino. Si trattava di un insediamento perifluviale in ambiente umido, frequentato dalla media Età del Bronzo fino al VI sec. a.C. L’elemento acquatico ha caratterizzato la vita del villaggio in tutte le sue fasi di vita e ha consentito anche la conservazione di numerosi materiali deperibili che costituiscono un eccezionale dossier archeologico e contribuiscono a fare di Poggiomarino un sito unico nel suo genere in Italia meridionale: esso colma un’importante lacuna sul popolamento della valle del Sarno, finora documentata soprattutto da contesti funerari, contribuendo in modo significativo alla ricostruzione delle dinamiche insediative nelle fasi che hanno preceduto la nascita di Pompei.

“All’interno del parco archeologico naturalistico di Longola”, spiega Antonino Russo, funzionario archeologo del parco archeologico di Pompei e responsabile del sito di Longola, “sono state ricostruite le capanne in maniera filologica e quanto più fedelmente possibile all’originale. All’interno delle capanne si svolgeva la vita dei gruppi familiari che abitavano il sito. La pianta delle capanne è di tipo rettangolare o absidata con una fila di pali centrale a sostenere il tetto a spiovente e pareti di rami intrecciati. All’interno delle capanne c’era generalmente un transetto che separava la zona abitativa da quella destinata a dispensa, quindi a contenere le derrate alimentari. Generalmente c’era poi un focolare dove venivano cotti i cibi. Il problema principale della vita degli abitanti di Longola, essendo un sito perifluviale, era l’acqua e comunque l’umidità per cui i piani delle capanne venivano continuamente bonificati con pietre pomici e rami intrecciati per alzare i piani e quindi tenersi all’asciutto dall’acqua. All’interno del villaggio queste capanne erano utilizzate sia ovviamente per uso abitativo ma anche per le varie attività di sussistenza che venivano svolte all’interno del villaggio, in particolar modo si lavorava il metallo, si lavorava l’osso, si lavorava il corno, le ambre. C’era chiaramente l’attività della lavorazione del legno, della produzione di ornamenti. Quindi la vita che si svolgeva all’interno delle capanne riguardava un po’ tutti gli aspetti della vita quotidiana degli abitanti del sito di Longola”.

Nuova eccezionale scoperta nella lussuosa villa di Civita Giuliana (Pompei): scoperto un carro da parata (pilentum) integro, con decorazioni erotiche, forse per una cerimonia nuziale. Osanna: “Un unicum in Italia. Grazie all’intesa Parco archeologico di Pompei e Procura di Torre Annunziata per contrastare le attività dei tombaroli”

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Il carro da parata, un unicum in Italia, scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto parco archeologico di Pompei)


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Particolare della decorazione a tema erotico sul carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Elegante, raffinato, prezioso: è lo straordinario carro da parata, con elementi in legno e ferro, dipinto di rosso, e decorazioni a tema erotico in stagno e bronzo, l’ultima eccezionale scoperta dagli scavi della villa suburbana di Civita Giuliana a un passo da Pompei. Sotto il portico della villa, a ridosso della stalla dove meno di tre anni fa erano stati trovati tre cavalli, uno ancora con le ricche bardature in bronzo, il carro era pronto forse per un rito legato a culti propiziatori come potevano essere quelli di Cerere o di Venere, forse – più probabilmente – per una cerimonia nuziale promossa dal ricco proprietario della villa. Nozze ed eros: riportano a scene di vita quotidiana e di festa delle élite. Lo scavo di Civita Giuliana continua dunque a stupire: solo due mesi fa ha restituito i corpi integri di due fuggiaschi, una scena – in quel caso – di morte e disperazione (vedi Eccezionale scoperta a Pompei. Nella villa suburbana di Civita Giuliana ritrovati i corpi integri di due fuggiaschi, il padrone col suo schiavo, vittime dell’eruzione: la tecnica ottocentesca della colatura di gesso restituisce “l’impronta del dolore”, una scena di morte e disperazione | archeologiavocidalpassato). La scoperta è stata annunciata oggi, 27 febbraio 2021, dal Parco Archeologico di Pompei e dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata: “Rinvenuto un reperto straordinario, emerso integro dallo scavo della villa suburbana in località Civita Giuliana, a nord di Pompei, oltre le mura della città antica, nell’ambito dell’attività congiunta, avviata nel 2017 e alla luce del Protocollo d’Intesa sottoscritto nel 2019, finalizzati al contrasto delle attività illecite ad opera di clandestini nell’area (vedi Scavi clandestini, saccheggio e traffico di reperti archeologici: da Pompei parte un modello pilota. Firmato un protocollo d’intesa con il Tribunale di Torre Annunziata. Il caso di Civita Giuliana | archeologiavocidalpassato)”.

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La posizione della villa suburbana di Civita Giuliana (pallino giallo) rispetto al sito di Pompei (reticolato giallo) (foto aerea parco archeologico di Pompei)

Un grande carro cerimoniale a quattro ruote, con i suoi elementi in ferro, le bellissime decorazioni in bronzo e stagno, i resti lignei mineralizzati, le impronte degli elementi organici (dalle corde a resti di decorazioni vegetali), è stato rinvenuto quasi integro nel porticato antistante alla stalla dove già nel 2018 erano emersi i resti di 3 equidi, tra cui un cavallo bardato. Un ritrovamento eccezionale, non solo perché aggiunge un elemento in più alla storia di questa dimora, al racconto degli ultimi istanti di vita di chi abitava la villa, e più in generale alla conoscenza del mondo antico, ma soprattutto perché restituisce un reperto unico – mai finora rinvenuto in Italia – in ottimo stato di conservazione. Il progetto di scavo in corso ha una duplice finalità: da un lato cooperare nelle indagini con la Procura di Torre Annunziata, per arrestare il depredamento del patrimonio culturale ad opera di clandestini che nella zona avevano praticato diversi cunicoli per intercettare tesori archeologici; dall’altro portare alla luce e salvare dall’azione di saccheggio una delle ville più significative del territorio vesuviano. Gli scavi, che hanno permesso di verificare anche l’estensione dei cunicoli dei clandestini e i danni perpetrati al patrimonio, sono stati accompagnati costantemente da attività di messa in sicurezza e restauro di quanto emerso via via. Lo scavo, infatti, ha mostrato fin dall’inizio una notevole complessità tecnica-operativa in quanto gli ambienti da indagare sono in parte al di sotto e a ridosso delle abitazioni moderne, con conseguenti difficoltà sia di tipo strutturale che logistico.

“Pompei continua a stupire con le sue scoperte, e sarà così ancora per molti anni con venti ettari ancora da scavare”, commenta il ministro della Cultura, Dario Franceschini. “Ma soprattutto dimostra che si può fare valorizzazione, si possono attrarre turisti da tutto il mondo e contemporaneamente si può fare ricerca, formazione e studi, e ora un giovane  direttore come Zuchtriegel valorizzerà questo impegno. Quella che viene annunciata oggi è una scoperta di grande valore scientifico. Un plauso e un ringraziamento al Parco Archeologico di Pompei, alla Procura di Torre Annunziata e ai Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale per la collaborazione che ha scongiurato che reperti così straordinari fossero trafugati e illecitamente immessi sul mercato”.

Il carato da parata, un pilentum, scoperto nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei (foto Luigi Spina)
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Il direttore generale Massimo Osanna tra i resti dei cavalli riemersi a Civita Giuliana (foto di Cesare Abbate, Ansa)

“Una scoperta straordinaria per l’avanzamento della conoscenza del mondo antico”, dichiara Massimo Osanna, direttore uscente del Parco archeologico. “A Pompei sono stati ritrovati in passato veicoli per il trasporto, come quello della casa del Menandro, o i due carri rinvenuti a Villa Arianna (uno dei quali si può ammirare nel nuovo Antiquarium stabiano), ma niente di simile al carro di Civita Giuliana. Si tratta infatti di un carro cerimoniale, probabilmente il Pilentum noto dalle fonti, utilizzato non per gli usi quotidiani o i trasporti agricoli, ma per accompagnare momenti festivi della comunità, parate e processioni. Mai emerso dal suolo italiano, il tipo di carro trova confronti con reperti rinvenuti una quindicina di anni fa all’interno di un tumulo funerario della Tracia (nella Grecia settentrionale, al confine con la Bulgaria). Uno dei carri traci è particolarmente vicino al nostro anche se privo delle straordinarie decorazioni figurate che accompagnano il reperto pompeiano. Le scene dei medaglioni che impreziosiscono il retro del carro rimandano  all’eros (Satiri e ninfe), mentre le numerose borchie presentano eroti. Considerato che le fonti antiche alludono all’uso del Pilentum da parte di sacerdotesse e signore, non si esclude che potesse trattarsi di un carro usato per rituali legati al matrimonio, per condurre la sposa nel nuovo focolare domestico. Se l’intera operazione non fosse stata avviata grazie alla sinergia con la Procura di Torre Annunziata, con la quale è stato sottoscritto un protocollo di intesa per il contrasto al fenomeno criminale di saccheggio dei siti archeologici e di traffico dei reperti e opere d’arte, avremmo perso documenti straordinari per la conoscenza del mondo antico”.

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)
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La firma del protocollo d’intesa tra il procuratore del Tribunale di Torre Annunziata, procuratore Pierpaolo Filippelli, e il Parco archeologico di Pompei, dg Massimo Osanna (foto parco archeologico di Pompei)

“Costante è stata in questi anni l’attenzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata alla tutela dell’immenso patrimonio archeologico presente nel territorio di competenza”, spiega il Procuratore Capo di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso. “Il contrasto alla spoliazione dei siti archeologici, all’interno e fuori l’area urbana dell’antica Pompei, è sicuramente uno degli obiettivi prioritari dell’azione dell’Ufficio. In questo contesto si colloca il protocollo sottoscritto nel 2019 da questa Procura con il Parco Archeologico di Pompei, che rappresenta a pieno titolo un “accordo pilota” nel campo della sinergia tra le Istituzioni per la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale. La collaborazione tra la Procura della Repubblica di Torre Annunziata e il Parco Archeologico di Pompei si è rivelata uno strumento formidabile non solo per riportare alla luce reperti e testimonianze di eccezionale valore storico ed artistico, ma anche per interrompere l’azione criminale di soggetti che per anni si sono resi protagonisti di un sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio archeologico custodito nella vasta area, ancora in gran parte sepolta, della villa di Civita Giuliana, del quale sono una testimonianza i recenti eccezionali ritrovamenti”.

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I cunicoli dei tombaroli individuai dal laser scanner dei carabinieri (foto parco archeologico di Pompei)

“Le attività criminali di cui aveva notizia la Procura di Torre Annunziata”, continua Fragliasso, “e che dovevano essere pienamente accertate – vale a dire la realizzazione di una ramificata rete di tunnel e cunicoli ad oltre 5 metri di profondità, con saccheggio e distruzione parziale degli ambienti clandestinamente esplorati – richiedevano una attività investigativa che non poteva essere realizzata se non attraverso una vera e propria campagna di scavi archeologici, che andava condotta quindi unitamente al Parco Archeologico di Pompei. Le operazioni di scavo svolte sul sito dal Parco Archeologico di Pompei con l’ausilio, ai fini investigativi, dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e dei Carabinieri del Gruppo di Torre Annunziata, sotto il costante coordinamento del Procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli, hanno consentito di acquisire prove decisive ed inconfutabili della commissione di gravi e reiterate condotte illecite di trafugamento di preziosi reperti archeologici poste in essere dai “tombaroli”. È stato accertato, tra l’altro, che proprio il carro portato ora alla luce è miracolosamente scampato all’azione di saccheggio dei tombaroli, essendo stato letteralmente sfiorato da due cunicoli scavati da questi ultimi ad oltre 5 metri di profondità. Proprio in questi giorni è in corso di svolgimento, davanti al Tribunale di Torre Annunziata, il processo penale a carico di due imputati ritenuti gli artefici materiali di tale attività criminale, la cui abitazione tuttora insiste sul sito della antica villa romana depredata. Le indagini hanno consentito di accertare che proprio dalla proprietà dei due imputati si diramava una rete di cunicoli di oltre 80 metri utilizzata per il sistematico saccheggio dell’area archeologica. Anche nei prossimi anni l’impegno di questo Ufficio nella tutela del patrimonio artistico, archeologico e culturale del territorio sarà costante e prioritario, riservando una particolare attenzione all’attività finalizzata al recupero dei preziosi reperti archeologici trafugati, esportati all’estero, e alla loro restituzione al patrimonio nazionale”.

Villa suburbana di Civita Giuliana (Pompei): il solaio in legno di quercia decidua sotto il quale c’era, ancora integro, il carro da parata (foto parco archeologico di Pompei)

Lo scavo. Gli interventi portati avanti nel corso degli ultimi mesi hanno richiesto un’attenta pianificazione da parte di un team interdisciplinare che ha coinvolto archeologi, architetti, ingegneri, restauratori, vulcanologi, operai specializzati ma anche, man mano che lo scavo procedeva, archeobotanici ed antropologi. Si è quindi proceduto a uno scavo che ha raggiunto i 6 metri di profondità rispetto al piano stradale, mettendo in sicurezza sia i fronti di scavo che le possenti strutture murarie – conservate fino a 4 metri – che emergevano nel corso delle indagini. Lo scavo dell’ambiente, dove si è rinvenuto il carro, ha mostrato fin dall’inizio la sua eccezionalità: si tratta infatti di un portico a due piani, aperto su una corte scoperta, che conservava in tutta la sua interezza il solaio ligneo carbonizzato con il suo ordito di travi. Nell’ottica interdisciplinare adottata costantemente negli scavi del Parco Archeologico di Pompei si sono condotte analisi archeobotaniche del legno che hanno mostrato come il solaio fosse stato realizzato in legno di quercia decidua (Quercus sp. – cfr. roburfarnia), un legno frequentemente utilizzato in età romana per realizzare elementi strutturali. Anche la porta sul lato sud della stanza, che metteva in comunicazione il portico  con la stalla dove negli scorsi anni si sono rinvenuti 3 equidi, conservava la sua struttura in legno carbonizzato che è stato analizzato e identificato come faggio. Il solaio ligneo è stato accuratamente consolidato, pulito e rimosso dall’area di scavo per permettere il proseguimento delle indagini.

Il carro da parata affiora dalla cenere nel portico della villa di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Il 7 gennaio 2021 è emerso dalla coltre di materiale vulcanico che aveva invaso il portico, proprio al di sotto del solaio ligneo rimosso, un elemento in ferro che dalla forma lasciava ipotizzare  la presenza di un manufatto di rilievo sepolto. Lo scavo proseguito lentamente nelle settimane successive – per la fragilità degli elementi che si progressivamente emergevano, ha portato alla luce un carro cerimoniale, risparmiato miracolosamente sia dai crolli delle murature e delle coperture dell’ambiente sia dalle attività clandestine, che con lo scavo di due cunicoli lo hanno sfiorano su due lati, senza averne compromessa la struttura.

La decorazione in bronzo del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Sin dal momento della sua individuazione lo scavo del carro si è rivelato particolarmente complesso per la fragilità dei materiali e le difficili condizioni di lavoro; si è quindi dovuto procedere con un vero e proprio microscavo condotto dalle restauratrici del Parco specializzate nel trattamento del legno e dei metalli. Parallelamente, ogni volta che si rinveniva un vuoto, è stato colato del gesso per tentare di preservare l’impronta del materiale organico non più presente. Così si è potuto conservare il timone e il panchetto del carro, ma anche impronte di funi e cordami, restituendo così il carro nella sua complessità.

Restauratrici all’opera durante lo scavo del carro da parata di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Considerata l’estrema fragilità del carro e il rischio di possibili interventi e danneggiamenti di clandestini per la fuga di notizie, il team ha lavorato anche tutti i fine settimana a partire dalla metà di gennaio, sia per garantirne la conservazione che per dare un segno forte dell’azione di tutela sul Patrimonio esercitata dal Parco in sinergia con la Procura di Torre Annunziata ed i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, coadiuvati da investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata. Questa collaborazione ha portato anche alla partecipazione di tecnici del Parco al processo in corso contro i presunti scavatori clandestini che negli ultimi anni hanno così pesantemente colpito questa villa.

Rilievo con il laser scanner degli ambienti della villa di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Terminato il microscavo in situ, attualmente i vari elementi del carro sono stati trasportati in laboratorio all’interno del Parco archeologico di Pompei, dove le restauratrici stanno procedendo a completare la rimozione del materiale vulcanico che ancora ingloba alcuni elementi metallici e a iniziare i lunghi lavori di restauro e ricostruzione del carro. Quanto emerso è stato sistematicamente documentato mediante accurata documentazione fotografica e tramite rilievo con laser scanner.

Una fase dello scavo del carro da parata di Civita Giuliana: emergono le ruote (foto Luigi Spina)

Il carro è stato ritrovato all’interno di un portico a due livelli che affacciava probabilmente su una corte scoperta, nei pressi della stalla già indagata, con la quale comunicava attraverso una porta. La coltre di cinerite che ha sigillato il carro ha permesso la conservazione delle dimensioni originarie e delle singole parti che ne scandiscono la struttura in connessione. Si tratta di un carro a quattro ruote, probabilmente identificabile sulla base delle notizie tramandate dalle fonti e dei pochi riscontri archeologici ad oggi noti con un pilentum, un veicolo da trasporto usato nel mondo romano dalle élites in contesti cerimoniali.

Una delle ruote del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)
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Uno dei medaglioni con scene a sfondo erotico nella decorazione del carro da parata di Civita Giuliana (foto Luigi Spina)

Su alte ruote in ferro, connesse tra loro da un sistema meccanico di avanzata tecnologia, si erge il leggero cassone (0.90 x 1.40 m), parte principale del carro, su cui era prevista la seduta, contornata da braccioli e schienale metallici, per uno o due individui.  Il cassone è riccamente decorato sui due lati lunghi con l’alternanza di lamine bronzee intagliate e pannelli lignei dipinti in rosso e nero, mentre sul retro termina con un complesso e articolato sistema decorativo che prevede tre distinti registri con una successione di medaglioni in bronzo e stagno con scene figurate. Questi, incastonati nelle lamine bronzee e contornati da motivi decorativi in esse ricavati, rappresentano figure maschili e femminili a rilievo ritratte in scene a sfondo erotico. La lamina bronzea è inoltre decorata nella parte superiore con piccoli medaglioni, sempre in stagno, che riproducono amorini impegnati in varie attività. Nella parte inferiore del carro si conserva una piccola erma femminile in bronzo con corona. Anche in questo caso si sono svolte analisi archeobotaniche che hanno mostrato come il legno impiegato per realizzare le strutture laterali e il retro del carro a cui sono fissati mediante piccoli chiodi e grappe gli elementi decorativi in bronzo sia faggio, particolarmente adatto a questo tipo di lavorazione.

Il calco integro dell’equino dalla stalla della villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Questo tipo di carro è un vero e proprio unicum in Italia non solo per il livello di conservazione, in quanto non abbiamo solo le singole decorazioni ma l’intero veicolo, ed anche perché non è un carro da trasporto per i prodotti agricoli o per le attività della vita quotidiana, già attestati sia a Pompei che a Stabia. Nella stalla adiacente già indagata, ricordiamo che era stato possibile realizzare oltre al calco della mangiatoia, il calco di un cavallo di grande taglia, che presentava ricche bardature in bronzo (vedi Pompei. Eccezionale scoperta nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli: nella stalla trovato un terzo cavallo di razza da parata con bardature militari. Osanna: “Nel 2019 fondi per esproprio terreni, completare lo scavo e aprire il sito al pubblico” | archeologiavocidalpassato).

La stalla della villa suburbana di Civita Giuliana dove sono stati trovati i resti di tre cavalli di razza (foto parco archeologico di Pompei)

Nello stesso ambiente si rinvennero altri due cavalli, uno riverso sul fianco destro e uno sul fianco sinistro, di cui non è stato possibile realizzare il calco, a causa dei danni causati dai tunnel dei tombaroli e alla conseguente cementificazione delle cavità, che ne avevano distrutto il contesto di ritrovamento. Sono state tuttavia rinvenute altre bardature in bronzo, pertinenti ad una sella e altri elementi da parata, di sicura correlazione con il carro rinvenuto (vedi Pompei. Osanna contro le fake news: “Ecco la descrizione scientifica delle eccezionali scoperte nella villa suburbana di Civita Giuliana, nel settore per fortuna non danneggiato irrimediabilmente dai tombaroli: trovate una stalla con cavalli di razza e una mangiatoia, e una sepoltura di età imperiale posteriore all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.” | archeologiavocidalpassato).