Aquileia (Ud) apre la mostra “IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”. Per la prima volta insieme, dopo sette secoli, i tre frammenti originali del Vangelo di Marco: espositivo il Codex Forojuliensis, conservato a Cividale del Friuli, e i preziosi frammenti del Vangelo marciano provenienti da Praga e Venezia. Previsti itinerari nei luoghi della vicenda marciana, dalla cripta degli affreschi della Basilica di Aquileia, a Grado e a San Canzian d’Isonzo

Per la prima volta dopo sette secoli, le tre parti originali del Vangelo di Marco, oggi conservate a Cividale del Friuli, Venezia e Praga, vengono presentate ad Aquileia, luogo in cui la loro storia ebbe origine. Il racconto del manoscritto è ricomposto in una prospettiva d’insieme. Sabato 12 settembre 2026, alle 17, nella Basilica di Aquileia (Ud) si inaugura la mostra “IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo”, ospitata a Palazzo Meizlik fino al 25 aprile 2027, che narra un capitolo significativo della storia religiosa e politica dell’Europa attraverso le vicissitudini di un manoscritto che la tradizione riteneva vergato di suo pugno dall’Evangelista. Attorno a ciò che resta dell’antico codice si ricostruiscono le vicende legate alla sua fortuna attraverso i secoli e si approfondiscono la figura di Marco, la tradizione marciana e il ruolo centrale di Aquileia nel periodo tardoantico e nel medioevo. Il progetto è accompagnato da un catalogo in quattro lingue (italiano, ceco, tedesco e inglese) pubblicato da Gaspari Editore e si completa con un sistema di itinerari nei luoghi della vicenda marciana, dalla cripta degli affreschi della Basilica di Aquileia, a Grado e a San Canzian d’Isonzo.
Curata da Martina Dlabajová, Cristiano Tiussi e Luca Villa, promossa e organizzata da Fondazione Aquileia l’esposizione è il punto d’arrivo di un intenso lavoro di diplomazia culturale intrapreso dalla Fondazione, che ha messo in dialogo istituzioni civili, religiose e museali italiane e ceche attraverso una collaborazione scientifica, istituzionale e diplomatica. Il risultato è un’operazione senza precedenti. La mostra è resa possibile grazie alla collaborazione con il Comune di Aquileia, la Basilica di Aquileia, l’Arcidiocesi di Gorizia, il museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli afferente al Museo storico e Parco del Castello di Miramare – Direzione regionale Musei nazionali del Friuli Venezia Giulia, la Procuratoria di San Marco di Venezia, il Capitolo Metropolitano di San Vito di Praga, l’Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria della Presidenza della Repubblica Ceca e l’Arcidiocesi di Praga, istituzioni strettamente legate alla storia e alla vicenda del Vangelo di Marco. Per il suo alto prestigio la mostra “IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo” ha ottenuto la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana e il patrocinio del Presidente della Repubblica Ceca ed è stata realizzata con il sostegno del ministero della Cultura, della Regione Friuli Venezia Giulia e di PromoTurismo FVG.

L’iniziativa promossa da Fondazione Aquileia ha come scopo di ricomporre, dopo sette secoli e per il tempo di una mostra, una delle pagine fondative del continente europeo. Roberto Corciulo, presidente di Fondazione Aquileia: “Una mostra come questa non nasce da un’intuizione isolata, ma dalla capacità di tenere insieme per anni istituzioni distanti per storia, lingua e giurisdizione: intese internazionali costruite nel tempo, prestiti negoziati con enti che rispondono a ordinamenti giuridici diversi, un comitato scientifico chiamato a far dialogare competenze lontane fra loro. È il compito che la Fondazione Aquileia ha scelto di assumere: non soltanto custodire un patrimonio, ma metterlo in relazione. Aquileia è stata, nei secoli, uno dei luoghi in cui si è costruita l’idea di un’Europa fatta di rapporti tra popoli e territori, prima ancora che di confini. Che i Presidenti Sergio Mattarella e Petr Pavel abbiano voluto riconoscere questo progetto non è un atto formale: è il segno che due Stati vi leggono un valore che oltrepassa i confini nazionali”. Emanuele Zorino, sindaco di Aquileia: “Aquileia è una città dell’anima e della memoria: porto e soglia sull’Adriatico, ha intrecciato per secoli rotte di arte, fedi e idee tra Mediterraneo, Europa e Oriente. Oggi, Patrimonio UNESCO, riconferma la sua vocazione di luogo d’incontro: la mostra riunisce dopo quasi un millennio le tre parti originali dell’Evangeliario di San Marco, ricomponendo una storia che attraversa Friuli, Venezia, Praga, il mondo slavo. Non è solo una riunione di pagine, ma il ritorno di un messaggio: Aquileia torna ponte vivo dove il passato dialoga con il presente. Un’idea radicata ma latente nella nostra identità. Ringraziamo la Fondazione Aquileia per averla tramutata in realtà”.

Martina Dlabajová, curatrice della mostra: “I tre frammenti del manoscritto di san Marco sono stati separati dalla storia, ma non hanno mai smesso di appartenere allo stesso racconto. Riunirli oggi ad Aquileia, dopo sette secoli, è un momento storico e per me motivo di grande orgoglio. Non siamo soltanto osservatori del passato, ma diventiamo l’anello presente di una lunga catena di trasmissione. In questo ritrovo anche l’essenza dell’Europa: identità diverse che, messe in relazione, acquistano un significato nuovo e più profondo”. Cristiano Tiussi, direttore di Fondazione Aquileia, curatore: “Non esponiamo soltanto una reliquia celebre: raccontiamo come un libro abbia costruito identità e legittimato poteri, da Aquileia a Venezia a Praga. Le ricerche confluite nel catalogo, dall’origine ravennate del codice alla probabile identificazione di San Canzian d’Isonzo come suo luogo di custodia altomedievale, restituiscono a questo manoscritto tutta la sua densità storica, oltre il mito dell’autografo”. Luca Villa, curatore della mostra: “Il Liber vitae vergato ai margini dell’Evangeliario è un unicum: oltre millecinquecento nomi che fotografano l’Europa carolingia in movimento, dai sovrani franchi ai principi slavi. La mostra restituisce anche il paesaggio di questa storia, da San Canzian d’Isonzo alla laguna, attraverso itinerari che proseguono oltre le sale espositive”.

Conosciuta come Splendida civitas in epoca romana, in seguito all’introduzione della libertà di culto a partire dal 313, Aquileia divenne un importante centro di diffusione del Cristianesimo in Europa centrale e nei Balcani. La Basilica di Aquileia ne conserva ancora oggi la testimonianza. Tra i monumenti più celebri e più ricchi d’arte dell’Occidente cristiano e non solo, dal 1998 la Basilica è entrata a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il Codex Forojuliensis, o Evangeliario Forogiuliese, oggi conservato al museo Archeologico nazionale di Cividale del Friuli, contiene i Vangeli di Matteo, Luca e Giovanni: in origine comprendeva anche quello di Marco. Risalente al VI secolo, il codice giunse ad Aquileia verso la metà del IX secolo, probabilmente all’epoca del patriarca Teodemaro (851-872), che vi appose la propria firma. Da allora fu uno dei più importanti libri liturgici della Chiesa aquileiese, e resta ancora oggi una delle opere fondamentali per comprendere la storia e la spiritualità del Patriarcato. Fu probabilmente tra il XII e il XIII secolo che il Libro di Marco venne estratto dall’Evangeliario Forogiuliese, di cui restano oggi in quella posizione soltanto le pagine di apertura e di chiusura, per cominciare una vita autonoma. Venerato come autografo dell’Evangelista, il libro rafforzava una tradizione antichissima: quella che riconosceva in san Marco, discepolo di Pietro, il primo evangelizzatore della regione nord-adriatica.

Fu proprio la sua natura di reliquia a determinare un ulteriore smembramento del Vangelo di Marco. La fama leggendaria del Libro marciano si era ormai diffusa in tutto l’Occidente latino: nel 1354 il re Carlo IV di Boemia, di passaggio in Friuli durante il viaggio verso Roma per ricevere la corona imperiale, chiese al fratellastro Nicolò di Lussemburgo, allora patriarca di Aquileia, alcune pagine del Vangelo per la Cattedrale di Praga. Lo attestano i documenti di accompagnamento esposti in mostra. La richiesta era insieme il riconoscimento del prestigio che circondava il manoscritto e un segno tangibile del suo peso spirituale e politico: un valore che lo Stato patriarcale aveva saputo sfruttare, anche in chiave di rivendicazione, nei contenziosi con le altre sedi, in particolare con Grado e Venezia. Un aspetto che a Venezia, l’altro luogo marciano per antonomasia, era ben chiaro. All’indomani della conquista del Patriarcato, la Serenissima prese possesso di quanto restava del Vangelo di Marco e il 24 giugno 1420 lo fece trasferire nella Basilica di San Marco. Con quell’atto simbolico si sanciva la sottomissione di Aquileia a Venezia e si preparava la nascita della funzione metropolitica veneziana, che sarebbe stata istituita in seguito alla soppressione del patriarcato di Grado, nel 1451. La mostra mette in luce anche un altro aspetto del codice. Tra la seconda metà del IX e gli inizi del X secolo, prima dello smembramento, l’Evangeliario aveva assunto la funzione di Liber Vitae, o Libro dei Viventi: sulle sue pagine sono vergati centinaia di nomi di persone (più di millecinquecento) giunte da un’area vastissima e dalle regioni più lontane, dall’Alemagna alla Baviera, dalla Carantania alla Pannonia, dalla Moravia alla Croazia, dalla Bulgaria a Bisanzio. Questi straordinari documenti, collegati alle vicende della Chiesa di Aquileia, costituiscono un elemento fondamentale per comprendere la sua sfera d’influenza nell’area dell’Alpe-Adria e dell’Europa orientale. Il Patriarcato di Aquileia fu una delle istituzioni ecclesiastiche più vaste e influenti dell’Europa medievale. Svolse a lungo una funzione di mediazione con il mondo slavo e, più in generale, con l’Europa orientale e balcanica, fino all’affermarsi della Repubblica di Venezia. La città stessa è sempre stata sospesa tra Occidente e Oriente, tra l’Italia, i Balcani e il resto d’Europa: crocevia e luogo d’incontro tra culture e popoli. Prima come città romana, poi come sede metropolitana cristiana e capitale del suo Patriarcato, Aquileia ha occupato una posizione centrale nelle dinamiche di evoluzione del continente.

Per tutti questi motivi, il Codex Forojuliensis e il Vangelo di Marco costituiscono una delle testimonianze più vive delle complesse vicende e relazioni che hanno contribuito a costruire una tradizione comune e un profondo legame tra i popoli d’Europa. Riunire ad Aquileia, per la prima volta dopo circa sette secoli, le tre parti superstiti del Vangelo di Marco, tutte in originale, costituisce un evento unico. Significa rendere nuovamente visibile un legame che la storia ha interrotto, ma non cancellato.

Attorno ai due frammenti del Vangelo di Marco e all’Evangeliario di Cividale, il percorso di Palazzo Meizlik accosta opere di eccezionale rilievo: otto formelle della Cattedra eburnea di San Marco di Grado, capolavoro del VII secolo in prestito dal Castello Sforzesco di Milano, presentate con una ricostruzione virtuale; l’architrave della pergula realizzata dal patriarca Giovanni II (tra l’806 e il 810) per la Cappella di san Marco in Sant’Eufemia, la più antica iscrizione occidentale nota con il nome di san Marco, Roma esclusa; la capsella reliquiario dei martiri Canziani; i documenti originali praghesi del 1354 con i sigilli del patriarca Nicolò e la firma di Carlo IV; le pale d’altare di Giovanni Antonio Guardi e Augusto Tominz. Un’installazione interattiva consente di “sfogliare” virtualmente i codici, mentre una sala immersiva ricostruisce l’evoluzione millenaria del complesso basilicale di Aquileia. I fogli in pergamena del Vangelo di Marco e dell’Evangeliario di Cividale sono materiali estremamente fragili, che l’esposizione prolungata alla luce e ai raggi ultravioletti può danneggiare in modo irreversibile. Per ragioni di tutela e nel rispetto delle condizioni stabilite dagli enti prestatori, gli originali di Praga e di Cividale saranno esposti nelle prime sei settimane di apertura della mostra, per poi cedere il posto a riproduzioni digitali ad alta risoluzione; la teca-reliquiario veneziana resterà invece visibile per l’intera durata dell’esposizione.
#domenicalmuseo: il 6 settembre ingresso gratuito a musei e parchi archeologici statali

Domenica 6 settembre 2026 torna l’appuntamento con la #domenicalmuseo, l’iniziativa del ministero della Cultura che consente l’ingresso gratuito, ogni prima domenica del mese, nei musei e nei parchi archeologici statali.
Ascoli Piceno. Tra il chiostro di Sant’Agostino e il giardino dell’Arengo al via “Armillae 2026 – II Convegno Internazionale sulla Storia dell’Anellone Piceno”, una tre giorni dedicata a storia, archeologia e identità del celebre manufatto arcaico, con la partecipazione di esperti internazionali e del ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ecco il programma

Dal 21 al 23 agosto 2026, Ascoli Piceno – la città delle cento torri – ospita “Armillae 2026 – II Convegno Internazionale sulla Storia dell’Anellone Piceno” dedicato alla storia, all’archeologia e all’identità del celebre manufatto arcaico, con la partecipazione di esperti internazionali e del ministro della Cultura Alessandro Giuli. L’evento, ideato e curato dall’antropologo Giacomo Recchioni, nasce per accendere i riflettori su uno dei simboli più enigmatici, affascinanti e identitari della civiltà picena nell’Età del Ferro: l’Anellone a nodi (o Armilla). L’iniziativa vanta una rete istituzionale e territoriale di altissimo livello. Organizzato in stretta sinergia con la Città di Ascoli Piceno, il prestigioso appuntamento vede il fondamentale supporto del ministero della Cultura, dell’Archivio di Stato di Ascoli Piceno, del Bim Tronto, del Sistema Museale Piceno e, in un inedito e virtuoso connubio tra cultura e identità locale, dell’Ascoli Calcio. A sostenere il progetto in veste di main sponsor è Sambuca Molinari, marchio da sempre vicino alla valorizzazione delle eccellenze. “Armillae 2026” si preannuncia come un momento di straordinario valore scientifico e di forte richiamo turistico, capace di ricollegare la comunità contemporanea alle proprie radici più profonde attraverso lo studio di un simbolo unico nel panorama europeo.
Un programma trans-adriatico tra grandi scoperte e dialoghi internazionali. Il convegno si sviluppa in una tre giorni ricca di interventi scientifici e divulgativi, alternando due tra le cornici storiche più suggestive della città: gli incontri pomeridiani (dalle 18 alle 19.30) si terranno nel Chiostro di Sant’Agostino, mentre le sessioni serali (dalle 21.30 alle 23) animeranno il Giardino dell’Arengo.
Venerdì 21 agosto 2026, il percorso prenderà il via al Chiostro di Sant’Agostino con il saluto inaugurale di Patrizia Petracci (presidente della Commissione Cultura), seguito dalle relazioni di Concetta Ferrara, direttrice del Sistema Museale Piceno, sul concetto di museo diffuso, e dal focus tecnico sul disegno archeologico a cura di Sara Giorgi. La sera, al Giardino dell’Arengo, dopo i saluti del soprintendente Marche Sud Giovanni Issini e dello storico dell’arte Stefano Papetti, la funzionaria Laura Calvaresi svelerà la memoria archivistica legata a Giulio Gabrielli. Spazio poi all’attualità archeologica con Ilaria Di Sabatino e Samantha Fusari, che presenteranno i sorprendenti dati scientifici sui recenti scavi (2024-2025) condotti nella necropoli di Belmonte Piceno-Colle Ete, incentrati sul prestigio femminile nei rituali funerari. La serata assumerà infine un respiro internazionale grazie a Morana Vuković, direttrice del museo Archeologico di Zara, che analizzerà i legami storici con la Liburnia meridionale sull’altra sponda dell’Adriatico.
Sabato 22 agosto 2026 il pomeriggio si aprirà analizzando l’impatto tecnologico e scientifico: Oronzo Mauro coadiuvato da Giacomo Recchioni illustrerà la geolocalizzazione delle Armille Picene nei musei del mondo, mentre Gabriella Rosselli (università di Camerino) approfondirà le tecniche di diagnostica chimica applicate alle metallurgie antiche. L’evento clou della serata al Giardino dell’Arengo si aprirà con l’atteso saluto istituzionale del ministro della Cultura, Alessandro Giuli. A seguire, il curatore Giacomo Recchioni guiderà il pubblico in un viaggio sul collezionismo di Armille tra Settecento e Novecento, seguito dall’intervento di Walter Scotucci (deputazione Storia patria delle Marche) sulla figura di Paolo Maria Paciaudi. La sessione si chiuderà con un altro prestigioso ospite straniero, Ivan Radman-Livaja, direttore del museo Archeologico di Zagabria, che racconterà la campagna di Ottaviano in Illiria del 35 a.C. e la fine del popolo degli Iapodi.
Domenica 23 agosto 2026 calerà il sipario. Gli incontri pomeridiani al Chiostro vedranno gli interventi di Veronica Alberti e Luca Belisari sull’armilla come musa nelle “vacanze d’artista” nel Piceno, seguiti dal parallelismo tra archeologia, arte e devozione proposto dal medico umanista Americo Marconi, che collegherà l’anellone alla dea Cupra e alle Madonne del Latte. La sessione finale della sera, aperta dal sindaco di Ascoli Piceno Marco Fioravanti e dal consigliere regionale Andrea Maria Antonini, sarà impreziosita da una suggestiva performance di musica arcaica a cura de Le Trovatrici. Il focus scientifico conclusivo sarà affidato alle relazioni di Maurizio Landolfi (già soprintendenza Archeologica) sull’armilla rinvenuta a Numana, di Rossanna Tuteri (ministero della Cultura) sulla mobilità delle donne picene, e infine di Stefano Papetti, che illustrerà come l’Armilla sia rimasta un elemento identitario fortissimo persino nella tradizione della ceramica ascolana del Novecento.
PNRR, il ministero della Cultura traccia un bilancio: 400 milioni di euro di investimenti, oltre 1200 progetti e interventi, più di 800 luoghi della cultura coinvolti
Con un video riassuntivo il ministero della Cultura restituisce la portata nazionale di un grande lavoro corale e l’eredità di una stagione di investimenti destinata a durare: 400 milioni di euro di investimenti. Oltre 1200 progetti e interventi. Più di 800 luoghi della cultura coinvolti. Sono i numeri di una trasformazione che, negli ultimi cinque anni, ha attraversato l’Italia. Il PNRR ha reso possibile una vera e propria rivoluzione, fondata sulla sostenibilità e sull’accessibilità, nelle loro diverse dimensioni. Per un patrimonio davvero aperto a tutti, condiviso e vissuto, nel quale ciascuno possa riconoscersi. Dagli spazi agli allestimenti, dai percorsi agli strumenti digitali, gli interventi hanno migliorato l’accoglienza, le forme di mediazione dei contenuti e la qualità della visita. Alle opere si sono affiancati nuovi servizi, attività di formazione e competenze professionali.
Roma. Sul Celio scoperto un edificio di età imperiale con mosaici e affreschi, durante i lavori PNRR di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana: una residenza aristocratica forse parte della caserma della V Coorte dei Vigiles. Necessarie ulteriori analisi di strutture e materiali per chiarire la destinazione d’uso

Otto ambienti decorati con mosaici e affreschi di grande pregio, un edificio di età imperiale rimasto nascosto per secoli e un ritrovamento che potrebbe ridefinire la conoscenza di uno dei settori più importanti del Celio antico. È questo il risultato degli scavi condotti dalla soprintendenza speciale di Roma del ministero della Cultura nell’ambito degli interventi finanziati dal PNRR, durante i lavori di consolidamento del muraglione storico di Villa Celimontana a Roma.

“L’intervento di Villa Celimontana dimostra in modo esemplare la capacità del ministero di utilizzare le risorse del PNRR”, sottolinea il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, in un messaggio letto dal Capo di Gabinetto del MiC, Valentina Gemignani: “Un cantiere nato per consolidare un muro di sostruzione romano si è trasformato, grazie alla scoperta di un importante edificio del II secolo d.C., in un cantiere di ricerca archeologica. È la dimostrazione di come tutela, ricerca e valorizzazione possano procedere insieme”.


Le indagini hanno portato alla luce cinque ambienti completamente scavati e altri tre parzialmente conservati, appartenenti a un edificio costruito nel II secolo dopo Cristo e riorganizzato nel III secolo. Tra i ritrovamenti più significativi figurano un grande mosaico con un emblema marino raffigurante un delfino, un pesce, un’aragosta e un granchio intorno a un cratere, frammenti di un precedente pavimento musivo di età antonina, ampie porzioni del soffitto affrescato e numerosi rivestimenti in opus sectile, testimonianza dell’elevato livello decorativo del complesso. L’edificio, costruito nel II secolo e riorganizzato nel III, fu abbandonato tra V e VI secolo e parzialmente distrutto per la costruzione della loggia seicentesca di Villa Mattei.

“Roma continua a stupirci”. dichiara la soprintendente speciale di Roma, Daniela Porro, “restituendo testimonianze capaci di ampliare la conoscenza della città antica. La Soprintendenza è riuscita con i fondi del Pnrr per mettere in sicurezza un muraglione antico, a fare anche una scoperta archeologica di grande valore scientifico, che spinge ad aprire nuove prospettive di ricerca e valorizzazione”.



La natura dell’edificio resta al momento oggetto di studio e apre un’affascinante questione interpretativa. I raffinati mosaici e gli affreschi sembrano raccontare la storia di una residenza aristocratica, mentre la collocazione dell’edificio e alcuni elementi emersi durante lo scavo potrebbero indicare che facesse parte della caserma della V Coorte dei Vigiles. Se questa seconda ipotesi fosse confermata, il ritrovamento contribuirebbe a ridefinire l’estensione di uno dei più importanti complessi militari della Roma imperiale. “Lo scavo ha restituito un insieme di dati di straordinario interesse, ma la fase più delicata e complessa comincia adesso. Saranno l’analisi delle strutture, dei materiali e del contesto a permetterci di verificare le diverse ipotesi interpretative e di comprendere la reale funzione dell’edificio”, conclude Simona Morretta, responsabile scientifica dello scavo.
Mazara del Vallo (Tp). Scoperto relitto di epoca romana (II-I sec. a.C.) lungo 20 metri segnalato da due apneisti e rilevato dalla soprintendenza del Mare e dai nuclei TPC e Subacqueo dei Carabinieri: centinaia di anfore. Giuli: “Una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni”

Un relitto di epoca romana, databile tra il II e il I secolo a.C., è stato individuato a circa tre miglia dalla costa di Mazara del Vallo, a una profondità di 46 metri. L’imbarcazione, lunga oltre venti metri e larga cinque, presenta centinaia di anfore, nella quasi totalità della tipologia Dressel 1A, due ceppi d’ancora in piombo lunghi oltre un metro e settanta e una struttura in piombo, probabilmente riferibile alla pompa di sentina. Grazie alla collaborazione di due apneisti pescatori sportivi, Giacomo De Mola e Igor Bisulli, un relitto antico è stato segnalato alla soprintendenza del Mare della Regione Siciliana che è intervenuta per le verifiche assieme al Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri e al Nucleo Subacqueo dei Carabinieri di Messina.

Nel corso di un’operazione congiunta, sul relitto si sono immersi i subacquei della soprintendenza del Mare e del Nucleo Sommozzatori dei Carabinieri di Messina, coadiuvati dai mezzi e dal personale del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri. Nel corso delle immersioni i subacquei della Soprintendenza del Mare hanno realizzato la fotogrammetria tridimensionale che consentirà un primo studio del relitto che, alle prime osservazioni, si presenta in ottime condizioni. I due segnalatori, presenti nel corso delle operazioni, hanno collaborato al posizionamento del sito subacqueo. Ancora una volta la collaborazione tra privati cittadini, Pubblica Amministrazione e Forze dell’Ordine, si conferma come la strada vincente per la tutela del patrimonio culturale sommerso e lo studio della storia antica.

Iniziano adesso le attività di studio e documentazione da parte della Soprintendenza del Mare che inizierà l’analisi del carico. Sono già programmate ricognizioni subacquee al fine di verificare l’eventuale presenza di ulteriori elementi per la ricostruzione della storia dell’imbarcazione. L’area è stata interdetta con una ordinanza della Capitaneria di Porto e sottoposta a specifiche misure di tutela.
“È una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi anni”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Mi congratulo con l’Arma dei Carabinieri, con i suoi reparti specializzati, e con la soprintendenza del Mare della Regione Siciliana per la competenza e la dedizione che hanno reso possibile questo risultato. Il mare continua a restituirci frammenti preziosi della nostra storia e il relitto di Mazara del Vallo ci parla degli uomini, delle rotte e degli scambi che fecero del Mediterraneo un crocevia di civiltà. La ricerca proseguirà per svelarne la storia e consegnarla alla collettività”.
Paestum (Sa). Inaugurato dal ministro Giuli “Paestum fuori le mura”, il nuovo allestimento del museo Archeologico nazionale al termine del vasto programma di riqualificazione e rinnovamento dell’edificio e dell’esposizione permanente avviato nel 2019: oltre quarantamila anni di storia tornano a comporsi in un unico racconto, dalla preistoria a Poseidonia, dal Grand Tour agli scavi recenti

Oltre quarantamila anni di storia tornano a comporsi in un unico racconto: dalle prime testimonianze della presenza umana alla città greca di Poseidonia, dalle trasformazioni di età lucana e romana alla riscoperta di Paestum durante il Grand Tour, fino alle più recenti attività di ricerca archeologica. Dal 4 agosto 2026 il museo Archeologico nazionale di Paestum si presenta al pubblico nel suo allestimento completo, al termine del vasto programma di riqualificazione e rinnovamento dell’edificio e dell’esposizione permanente avviato nel 2019 dai parchi archeologici di Paestum e Velia.

A inaugurare “Paestum fuori le mura” è stato – lunedì 3 agosto 2026 – il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, insieme al direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo; presenti anche Luca Mercuri, dirigente delegato della direzione generale Musei, e Gaetano Paolino, sindaco di Capaccio Paestum. “Il museo Archeologico nazionale di Paestum rappresenta da anni un punto di riferimento per il territorio”, dichiara il ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Il nuovo allestimento lo rende ancora più bello e ne amplia le possibilità di fruizione. Cura e accessibilità sono le parole chiave di questa giornata: un museo realizza pienamente la propria funzione quando favorisce la partecipazione e consente a ciascuno di sentirsi parte attiva della comunità. Professionalità, passione e tecnologie avanzate permettono di avvicinare pubblici sempre più numerosi. È così che il museo diventa un presidio fondamentale, capace di tenere viva una rete di relazioni e di rafforzare il senso di appartenenza. La cultura è anche presenza e prossimità ai cittadini”.


L’inaugurazione segna il punto di arrivo di un percorso sviluppato per fasi. Nel 2023 sono state riaperte la sezione dedicata alla Preistoria e alla Protostoria del territorio, le sale sui Santuari e sullo spazio pubblico della città greco-lucana e la nuova sezione “Oltre il museo”. Nel 2024 è stata inaugurata la sezione “Paestum: dalla città romana a oggi”. Con l’inaugurazione della sezione “Nuovi scavi e ricerche” e la riapertura delle sale dedicate alle necropoli, al territorio e alle tombe dipinte della città greco-lucana, il disegno espositivo del Museo giunge a compimento. Il titolo “Paestum fuori le mura” racchiude il cuore del nuovo racconto espositivo: lo sguardo si sposta oltre la cinta muraria dell’antica città, verso un paesaggio popolato in età greco-lucana da necropoli, santuari suburbani e rurali, nuclei abitativi e produttivi. Uno spazio tutt’altro che marginale, nel quale la città costruiva il proprio rapporto con il territorio, con il sacro e con la memoria dei defunti. Non si tratta, dunque, dell’apertura di un singolo nucleo espositivo, ma del momento conclusivo di un progetto pluriennale che restituisce il Museo nella sua interezza. Reperti, contesti archeologici, apparati didattici e strumenti multimediali costruiscono oggi una narrazione organica, capace di mettere in relazione la storia della città con quella delle comunità e del paesaggio che la circondavano. “Il nuovo allestimento del museo Archeologico nazionale di Paestum rappresenta un risultato di grande rilievo per la valorizzazione del patrimonio: porta a conclusione un progetto pluriennale che restituisce al Museo la piena unità del suo percorso e ne rafforza il ruolo nel panorama nazionale e non solo”, afferma Alfonsina Russo, capo del dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale. “Un risultato reso possibile anche dalla capacità di integrare risorse pubbliche e contributi privati, consolidando il legame con il territorio e ampliando la capacità del Museo di raggiungere nuovi pubblici”.

Il ritorno delle tombe dipinte. Tra i protagonisti della nuova esposizione c’è la straordinaria collezione delle tombe dipinte, uno dei nuclei più importanti e identitari del patrimonio archeologico di Paestum. Le lastre funerarie di periodo greco-lucano, databili tra il V e i primi decenni del III secolo a.C., tornano pienamente fruibili insieme ai rispettivi corredi, all’interno di un allestimento completamente rinnovato. Scene di ritorno del guerriero, combattimenti, gare, cortei e momenti di commiato raccontano i valori, le credenze e i ruoli sociali delle comunità lucane. Il nuovo percorso restituisce le pitture al loro contesto originario, ricostruendo le forme delle sepolture, i rituali funerari e le circostanze del rinvenimento. Le lastre non sono presentate soltanto come testimonianze di straordinario valore artistico, ma come parti di contesti funerari unitari. Il dialogo con i corredi consente di avvicinarsi alle storie delle persone per le quali quelle immagini furono realizzate e di comprendere il significato che la morte, la memoria e la rappresentazione dell’identità assumevano nella società lucana.

Alle tombe dipinte già presenti nel precedente allestimento, si aggiungono lastre che entrano ora per la prima volta prima volta nell’esposizione permanente del Museo. Spiccano, tra queste, le pareti dipinte della tomba a camera 113 della necropoli di Spinazzo, pregevoli per qualità di esecuzione del programma decorativo, sottoposte a un delicato intervento di restauro cofinanziato dal ministero della Cultura e dalla donazione privata della società Eutecne Srl. nell’ambito del programma nazionale Art bonus. Accanto alla collezione delle tombe dipinte, le sale dedicate alle necropoli e al territorio ricostruiscono l’organizzazione dello spazio esterno alla città in età greca e lucana. Reperti noti e materiali finora non esposti restituiscono i rapporti tra il centro urbano, i luoghi di culto, gli insediamenti, le attività produttive e le aree funerarie disseminate nella chora dell’antica Poseidonia.
“Paestum fuori le mura” segna il completamento del progetto di rinnovamento del museo Archeologico nazionale di Paestum ed è un traguardo di grande significato”, dichiara il direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo. “È il risultato di un lavoro di squadra che oggi, alla presenza del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, restituiamo alla comunità e ai visitatori. Il nuovo allestimento racconta ciò che accadeva oltre le mura della città antica e il legame tra Poseidonia e il suo territorio, attraverso reperti provenienti da scavi ancora in corso, materiali finora conservati nei depositi e restauri realizzati anche grazie al sostegno dei nostri mecenati. Un museo non è soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio in cui il patrimonio viene interpretato, condiviso e reso accessibile. Il nuovo percorso tattile, esteso all’intero Museo, testimonia questo impegno e si inserisce in un più ampio progetto dedicato all’accessibilità fisica, sensoriale e cognitiva. Con questo intervento il Museo di Paestum si conferma uno spazio aperto, di conoscenza e partecipazione. È un risultato che condividiamo con tutte le professionalità che hanno contribuito alla sua realizzazione a cui desidero esprimere un sentito ringraziamento e con tutta la comunità, alla quale oggi restituiamo un luogo fondamentale della propria identità e della propria cultura”.

Un Museo che racconta oltre quarantamila anni di storia. Fondato nel 1952 nel cuore dell’antica Poseidonia-Paestum, il museo conserva una delle più importanti collezioni archeologiche del Mediterraneo, formatasi attraverso oltre un secolo di scavi, studi e ricerche. L’edificio, progettato negli anni Trenta del Novecento secondo i principi dell’architettura razionalista, nacque per accogliere l’eccezionale ciclo di metope scolpite in arenaria, datate tra il 570 e il 560 a.C. e rinvenute nel santuario di Hera sul fiume Sele. Alle metope si sono aggiunte nel tempo testimonianze di valore eccezionale, prima fra tutte la celebre Tomba del Tuffatore, risalente al 480-470 a.C., unica tomba dipinta con scene figurate finora conosciuta nel mondo greco per questo periodo.

Il percorso museale, che dalla preistoria si spinge fino all’età moderna, comprende due sezioni concepite ex novo: “Oltre il museo”, inaugurata nel 2023 e dedicata ai depositi visitabili; e “Nuovi scavi e ricerche”, uno spazio dinamico nel quale presentare le attività condotte dai Parchi nell’ambito della ricerca, della tutela, della conservazione, della didattica e della valorizzazione. Quest’ultima sezione, aperta oggi per la prima volta, porta il pubblico “dietro le quinte” del Museo, rendendo visibile il lavoro svolto quotidianamente dal personale dei Parchi e l’impegno che accompagna ogni scoperta, dallo scavo allo studio, dalla conservazione alla restituzione pubblica. Le vetrine accolgono allestimenti temporanei dedicati anche alle collaborazioni con università, istituti di ricerca italiani e internazionali, scuole del territorio, enti e associazioni impegnati nel settore culturale. “Con il completamento del nuovo allestimento, il museo Archeologico Nazionale di Paestum offre al pubblico un racconto unitario e accessibile della città antica, del suo territorio e delle comunità che lo hanno abitato, valorizzando la straordinaria ricchezza delle sue collezioni”, afferma Luca Mercuri, dirigente delegato della direzione generale Musei. “È un progetto che unisce qualità scientifica e attenzione a tutti i pubblici, rafforza il ruolo di Paestum nel sistema museale nazionale e interpreta pienamente la funzione del museo contemporaneo: un luogo aperto, nel quale conservazione, ricerca e partecipazione concorrono a rendere il patrimonio sempre più comprensibile e condiviso”.

Un percorso accessibile e aperto alla comunità. Il rinnovamento del Museo non riguarda soltanto ciò che viene esposto, ma anche il modo in cui il patrimonio viene raccontato e condiviso. Apparati didattici, contenuti multimediali, supporti tattili e percorsi in Lingua dei Segni offrono diversi livelli di lettura e favoriscono l’accessibilità fisica, cognitiva e sensoriale. Gli interventi sono stati sostenuti dai programmi PON “Cultura e Sviluppo” FESR 2014-2020, dal Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche e da progetti finanziati dal PNRR, dedicati al miglioramento dell’accessibilità fisica e cognitiva, alla digitalizzazione del patrimonio documentale e all’efficientamento energetico. Con i lavori del PNRR “Miglioramento dell’accessibilità fisica e cognitiva del patrimonio archeologico e documentale storico e corrente del Parco Archeologico di Paestum e Velia” è stato integrato e completato, anche grazie alla collaborazione con il Museo Statale Tattile “Omero” di Ancona, il percorso tattile che accompagna il visitatore in tutte le sale, con 25 nuove riproduzioni in stampa 3D e con la realizzazione di supporti su misura e didascalie in italiano, inglese e Braille bilingue, che ripercorrono la storia di Poseidonia-Paestum. Sia le riproduzioni sia i relativi supporti sono stati progettati secondo i principi dell’universal design, in coerenza con i reperti originali. I supporti, corredati da didascalie, sono concepiti per essere movimentati insieme ai modelli che ospitano, così da consentire al percorso tattile del Museo di essere riproposto anche in mostre temporanee e in diversi allestimenti. In questo modo, l’intero progetto mantiene la propria unitarietà e identità anche in contesti espositivi differenti, valorizzando il patrimonio archeologico di Paestum. Nella strategia di accessibilità del Museo il nuovo percorso tattile coopera con il progetto “E.LIS.A. per Paestum”, precedentemente realizzato nelle sale espositive, promosso dalla Regione Campania in collaborazione con l’ENS – Ente Nazionale Sordi e coordinato dalla Fondazione IFEL Campania con fondi della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità. Il progetto ha previsto la disseminazione di contenuti multimediali in Lingua dei Segni Italiana (LIS) e in International Sign Language (IS), pensati per rendere la visita sempre più inclusiva e per dare ai visitatori sordi la possibilità di esplorare il patrimonio culturale in modo completo e accessibile.

“Paestum fuori le mura” è stato costruito assieme alla comunità. Nel cortile del Museo è stata ripristinata la piena funzionalità dell’installazione artistica realizzata da Carlo Alfano nel 1972, anche grazie al sostegno della famiglia Palmieri dell’azienda Vannulo, nell’ambito del loro impegno a favore della valorizzazione del patrimonio culturale. L’opera, concepita come conclusione del ciclo “Tempi prospettici” in seguito alla straordinaria scoperta della Tomba del Tuffatore avvenuta nel 1968, costituisce il primo esempio opera d’arte contemporanea installata in un museo archeologico, contestualizzando così il tema del dialogo tra antico e contemporaneo. Grazie al recente restauro, l’opera di Alfano torna a confrontarsi, grazie al complesso gioco di riflessioni e rifrazioni reso possibile dai suoi dispositivi ottici, con la celebre scena dipinta sulla lastra di copertura della sepoltura, esposta nella sala antistante.
Marzabotto (Bo). L’eccezionale scoperta di un pozzo rituale etrusco, con manufatti integri e resti umani, ha chiuso la XXXIX campagna di scavo dell’università di Bologna nella città etrusca di Kainua. Questi preziosi reperti saranno visibili all’interno del nuovo percorso espositivo del MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto. Ecco la relazione tecnica della scoperta

La XXXIX campagna di scavo archeologico condotta dall’università di Bologna nella città etrusca di Kainua (Marzabotto) si è conclusa in questi giorni con l’eccezionale scoperta di un pozzo rituale con manufatti integri e resti umani, reperti che saranno visibili all’interno del percorso espositivo del MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto (Bo), da poco rinnovato. Le indagini, finanziate dalla direzione generale Musei, e dirette dalla prof.ssa Elisabetta Govi dell’università di Bologna – Alma Mater Studiorum, hanno portato alla luce un pozzo rituale dalle caratteristiche uniche, situato presso l’area sacra urbana dedicata alla dea Uni, restituendo reperti di straordinaria fattura in ottimo stato di conservazione.

Il riempimento del pozzo, scavato con la preziosa collaborazione sul campo del G.R.A. (Gruppo Ravennate Archeologico), ha rivelato sul fondo due statuette femminili in bronzo e un rarissimo piatto bronzeo che conservano ancora l’originario colore lucente del metallo. Si tratta di offerte votive deposte durante un solenne rito di fondazione del pozzo, inquadrabile cronologicamente tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. A.C., in concomitanza con la nascita stessa della città di Kainua. Riferibili invece a un atto rituale di chiusura del pozzo sono due scheletri umani di adulti che segnarono la fine dell’utilizzo della struttura. La scoperta dimostra che il pozzo non assolveva solo a una mera funzione di approvvigionamento idrico, ma rivestiva una profonda e complessa valenza sacra e rituale legata alla fondazione stessa della città e al culto dell’acqua.

Il pozzo si colloca nell’area sacra urbana a Kainua. In questo luogo sono stati rinvenuti due imponenti templi monumentali che le iscrizioni etrusche attribuiscono alla coppia divina suprema del pantheon: Tinia (corrispondente a Zeus/Giove greco-romano) e la sua consorte Uni (Hera/Giunone). Nell’area dedicata a Uni è documentato inoltre il culto di Vei (Demetra/Cerere), protettrice della fertilità agraria e umana. Proprio all’interno di questa cornice cultuale si inserisce il ritrovamento, arricchendo di nuovi, preziosi dettagli la conoscenza sulla religiosità e sui riti di fondazione delle città etrusche. Lo scavo – che l’università di Bologna conduce presso il Parco archeologico di Kainua dal 1988 – si basa su un modello di cooperazione virtuoso incentrato sul sostegno reciproco tra istituzioni, realizzato attraverso un finanziamento di 140mila euro da parte della direzione generale Musei del ministero della Cultura, sostenuto dal DiVA – Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale. Il finanziamento si inserisce all’interno dell’accordo quadro sottoscritto nel 2023 tra il MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto e l’università di Bologna che prevede anche l’erogazione di contributi finanziari. Proprio la possibilità di prolungare le regolari attività di scavo (per ulteriori due settimane nel corso del 2026), ha reso possibile il ritrovamento del pozzo.

Questo traguardo corona una collaborazione proficua e consolidata tra la Musei nazionali di Bologna-direzione regionale Musei nazionali Emilia-Romagna diretti da Luigi Gallo, il MNEMA – museo nazionale Etrusco di Marzabotto diretto da Denise Tamborrino e l’università di Bologna. Una sinergia virtuosa che unisce in un unico flusso continuo la ricerca scientifica sul campo, la tutela ministeriale e la valorizzazione museale. La portata culturale di questa scoperta trova subito spazio nell’innovativa visione museologica del MNEMA, di cui è stato presentato il nuovo allestimento lo scorso giugno. Recentemente riaperto al pubblico, dopo un profondo intervento e un ripensamento delle sue funzioni e della sua identità, il museo si rivolge al presente, non limitando la sua funzione all’idea di contenitore statico della “collezione storica”. Grazie a questo nuovo concept, il museo è già pronto ad accogliere i nuovi reperti appena rinvenuti negli scavi a Kainua, non appena gli approfondimenti scientifici lo consentiranno. Visitando il museo, il pubblico non assisterà più a un’esposizione immutabile nel tempo, ma potrà ammirare in tempo reale i risultati delle ricerche in corso, stabilendo un contatto diretto e pulsante con lo scavo archeologico.


Scoperta del pozzo rituale della città etrusca di Kainua (Marzabotto): il contesto. Il santuario urbano ospita due monumentali templi, che le iscrizioni etrusche ci rivelano dedicati alla coppia divina più importante: Tinia (il corrispettivo di Zeus/Giove) e la consorte Uni (Hera/Giunone). Nell’area sacra della dea Uni è venerata anche la dea Vei (Demetra/Cerere) che, assieme a Uni protettrice delle nascite e del matrimonio, tutela la fertilità umana e agraria. Nell’ambito di questo orizzonte cultuale, ricostruibile grazie alla eccezionale documentazione epigrafica, all’ottimo stato di conservazione delle strutture murarie di fondazione dei templi e alle tracce di una ritualità soprattutto declinata al femminile, negli ultimi anni di indagini archeologiche non sono mancate le novità significative, come la scoperta delle due terrecotte votive femminili, una testa e un busto riconducibili al culto di divinità femminili, da poco esposte nel Museo, rinnovato nell’allestimento.



Il pozzo. Nel 2026 presso il santuario della dea Uni è stato messo in luce un pozzo, che è stato possibile scavare grazie allo straordinario lavoro del G.R.A., Gruppo Ravennate Archeologico, un’associazione di volontari con una esperienza pluriennale di indagini di pozzi antichi e di reti idriche: la loro grande professionalità e passione ha consentito di svuotare in sicurezza il riempimento della struttura, rivestita con una camicia di ciottoli e profonda 4,40 m, nonostante le difficoltà determinate dalla presenza dell’acqua di falda. Il pozzo ha un diametro della bocca di 0,80 m e un rivestimento che raggiunge lo spessore di 0,80 m, costituito dalla camicia di ciottoli e da uno strato di ghiaia compatta. La struttura approfondendosi si allarga fino a raggiungere la marna, la roccia sedimentaria impermeabile, nella quale è ricavato un pozzetto. Sono ancora visibili le tracce degli strumenti utilizzati dagli Etruschi per scavare la parte più profonda che si allarga fino ad un diametro di 1,76 m. Il modello digitale del pozzo consente di studiarne la struttura. Opera molto impegnativa, il pozzo appena scoperto si aggiunge ai più di 50 pozzi finora noti e scavati nella città di Kainua, che aveva un efficiente sistema di gestione delle acque. Questo pozzo però racconta una storia diversa perché ha una funzione rituale e non solo di approvvigionamento idrico. Più in generale, è uno dei rari casi in cui è possibile ricostruire quasi integralmente il rito di fondazione di un pozzo etrusco. Si tratta quindi di un pozzo sacro, che si colloca alle origini della città.


Il riempimento del pozzo per circa 3,5 m ha restituito una quantità considerevole di sassi e di terra, buttati nella cavità per colmarla. Verso il fondo sono stati rinvenuti due scheletri di individui adulti, che ad una prima analisi condotta dalla Prof.ssa M.G. Belcastro dell’Università di Bologna, possono essere ricondotti ad una donna anziana e ad un uomo giovane. Non è la prima volta che nei pozzi di Marzabotto si rinvengono scheletri umani, che in passato sono stati interpretati come deposizioni della fase di occupazione celtica della città. Questa scoperta, cui sarà dedicato uno specifico progetto di ricerca interdisciplinare che metterà in campo le più avanzate metodologie di indagine scientifica (analisi del radio carbonio (C14), del DNA, isotopiche), consentirà di dare risposte ai molti quesiti sollevati, a partire dalla datazione di questa deposizione che decretò la fine del pozzo e forse anche della città, alla natura forse rituale di questo seppellimento.


Il rito di fondazione. Nello strato più profondo del pozzo, a contatto col pozzetto sono stati recuperati molti oggetti, alcuni forse caduti, altri deliberatamente deposti. Infatti, vi sono le tracce di un rito di fondazione del pozzo. Il pozzo, una struttura che si approfondisce nel terreno per diversi metri, di fatto è un dispositivo che mette in comunicazione l’uomo con le divinità della terra. Due statuette di bronzo di pregevole fattura sono state deposte sul fondo del pozzo. Si tratta di figure femminili abbigliate con tunica e mantello che scende sul petto con due lembi e sulla schiena. Sono fratturate e mancano alcune parti, ma sono eccezionalmente conservate nel colore originario del metallo, perché non hanno subito il processo di ossidazione essendo immerse nell’acqua. Sulla testa il diadema, decorato con un motivo a foglie e onde, fuoriesce dal mantello. Il volto è stato deformato da un colpo accidentale. Il gesto, ricorrente in queste statuette, è quello di tenere con la mano sinistra un lembo della veste (Fig. 10), mentre l’altra è portata in avanti per l’offerta di un fiore o di un frutto. La produzione delle cosiddette Korai, cioè le fanciulle, è ben nota a Marzabotto, grazie a rinvenimenti ottocenteschi e anche degli scavi più recenti. Quelle ora scoperte nel pozzo rientrano nel tipo più raffinato sia per il livello elevato dei dettagli incisi sulla superficie e sia per le dimensioni, che dovevano raggiungere l’una almeno 25 cm, l’altra 20 cm circa. Ragguardevole anche la quantità di metallo utilizzato per realizzarle: più di 1400 gr. per quella più grande e circa 650 gr. per la più piccola. Le statuette sono state realizzate tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C. e probabilmente sono state deposte quando il pozzo “sacro” fu realizzato, cioè nella fase di fondazione della stessa città.

Il rito di fondazione del pozzo, oltre all’offerta di queste raffinate statuette in metallo, ha comportato anche la deposizione di vasi utilizzati durante la cerimonia, per lo più brocche di argilla ma anche un eccezionale piatto di bronzo, anch’esso perfettamente conservato. Si tratta di un rinvenimento rarissimo, che conferma la sacralità del rito dedicato ad una dea, il cui nome è scritto su un frammento di una coppa di bucchero: la dea che per definizione è la fanciulla e la figlia, la Persefone del mondo greco figlia di Demetra, la Cavatha etrusca, figlia di Vei. Questa nuova iscrizione riporta l’attenzione sulla coppia della madre e della figlia, già documentata nel tempio vicino e probabilmente raffigurate nelle terrecotte votive come paradigmi divini della parabola esistenziale della donna. Il riferimento alla dea, che nella mitologia greca è sposa di Ade, sembra inoltre confermare il legame con le profondità della terra e con l’elemento naturale dell’acqua che è fondamento della ritualità etrusca. Possibile offerta è anche l’applique di un vaso di bronzo, decorata con due figurine di cavalli alati, così come una chiave perfettamente conservata.

Il significato di questa scoperta è poi amplificato dalla quantità considerevole di resti vegetali (persino foglie) e animali. Ossi di animali di molte specie, dai mammiferi agli uccelli, sono stati restituiti dallo scavo del pozzo che li ha preservati intatti per secoli. Lo studio di questo materiale consentirà quindi di ricostruire il paesaggio e l’ambiente naturale nel quale il pozzo e la città furono costruiti. La cavità del pozzo fu definitivamente colmata durante la fase di occupazione romana del pianoro di Marzabotto, come dimostra un frammento di anfora romana rinvenuto nel riempimento di terra più alto, presso l’imboccatura. La struttura diviene così uno straordinario palinsesto del sito. La scoperta apre una nuova stagione di ricerche sul santuario urbano di Kainua e sui rituali che accompagnarono la fondazione di una delle città etrusche meglio conservate d’Italia.
#domenicalmuseo: il 2 agosto ingresso gratuito a musei e parchi archeologici statali

Domenica 2 agosto 2026 si rinnova l’appuntamento con la #domenicalmuseo, l’iniziativa del ministero della Cultura che consente l’ingresso gratuito nei luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. Le visite si svolgeranno nei consueti orari di apertura, con accesso con prenotazione consigliata o obbligatoria, dove richiesta. Info e biglietti sull’app “Musei Italiani”.













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