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“Tutankhamon. L’ultima mostra”: solo il 9, 10 e 11 maggio in esclusiva al cinema il film, un racconto straordinario con immagini ad altissima definizione, a cento anni dalla scoperta della tomba del faraone che ha rivoluzionato la storia dell’archeologia

Howard Carter davanti al sarcofago con la mummia del faraone Tutankhamon

È il 26 novembre 1922 quando l’archeologo ed egittologo britannico Howard Carter, eseguito un piccolo foro nell’intonaco di copertura di una parete sotterranea, getta per la prima volta lo sguardo nella camera sepolcrale della tomba del faraone Tutankhamon. La stanza è stracolma di oggetti e praticamente intatta e si appresta ad entrare nella leggenda. Oggi quello di Tutankhamon è un nome entrato nell’immaginario collettivo mondiale: per tutti racchiude quanto di più imponente e misterioso possano evocare l’Antico Egitto, le sue piramidi, la leggenda della maledizione del faraone. Pochi, però, associano la sua celebrità a una convergenza di fatti unici e soprattutto all’ostinazione di quell’archeologo inglese che ne scoprì la tomba proprio negli anni in cui mezzi di comunicazione di massa cominciavano a rivoluzionare completamente le nostre vite.  

Per celebrare il centenario di quella rivoluzionaria scoperta che cadrà nel 2022, solo il 9, 10, 11 maggio arriva al cinema il docu-film “Tutankhamon. L’ultima mostra”, diretto da Ernesto Pagano e prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital. Per la prima volta gli spettatori cinematografici avranno così un’opportunità straordinaria: incontrare il faraone, rivivendo sul grande schermo quei momenti unici e seguendo in esclusiva lo spostamento di 150 oggetti del tesoro di Tutankhamon per la più grande mostra internazionale mai dedicata al Golden Boy che il fotografo Sandro Vannini ha seguito in esclusiva mondiale: l’ultima mostra in assoluto dedicata al tesoro perché per volere del governo egiziano ora questo patrimonio immenso diverrà inamovibile e potrà essere visitato solo nella sua sede del Cairo. A guidare lo spettatore attraverso la scoperta, la voce di Manuel Agnelli, sin da giovanissimo appassionato di Antico Egitto e rimasto folgorato dalla visita della tomba di Tutankhamon nel 1996. “Ho provato subito un grande entusiasmo nell’accettare di prendere parte a questa avventura perché in realtà, da piccolo, avrei voluto fare l’archeologo”, spiega Manuel Agnelli. “Poi ho avuto l’occasione di visitare i luoghi che avevo studiato. Così lavorare al film è stato come un cerchio che si chiudeva. E poi Tutankhamon è diventato una sorta di rockstar e, come succede alle rockstar, le persone si immaginano di provare le tue emozioni, di conoscere la tua vita… Quello che affascina di lui è proprio il mistero. Per questo forse è bene che non sia mai svelato, mai sconfitto. È il mistero che rende Tutankhamon così tanto evocativo e poetico”. La colonna sonora del film è firmata da Marco Mirk. “Tutankhamon. L’ultima mostra” è prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital. La Grande Arte al Cinema è un progetto originale ed esclusivo di Nexo Digital. Per il 2022 la Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Radio Capital, Sky Arte, MYmovies.it e in collaborazione con Abbonamento Musei.

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Il docu-film offre un accesso esclusivo ad alcuni dei luoghi che ancor oggi rappresentano il cuore pulsante della leggenda di Tutankhamon, proprio a partire dai primi istanti che segnarono la scoperta della celebre tomba. “Fra il profondo silenzio, la pesante lastra si sollevò. La luce brillò nel sarcofago. Ci sfuggì dalle labbra un grido di meraviglia, tanto splendida era la vista che si presentò ai nostri occhi: l’effige d’oro del giovane re fanciullo”, annotò Howard Carter. Scopriremo questa storia attraverso i dipartimenti dell’area restauro del nuovo Grand Egyptian Museum di Giza, ancora chiuso al pubblico, e il museo Egizio di piazza Tahrir del Cairo, dove – in occasione dell’ultima tournée internazionale organizzata per la mostra “KING TUT. Treasures of the Golden Pharaoh” – osserveremo a pochi centimetri di distanza gli oggetti del tesoro del faraone e i passaggi più impegnativi e poco noti del backstage della mostra, come lo spostamento dell’imponente Statua del Guardiano del Re in legno dipinto e dorato, mai più mossa da quando Carter l’aveva inviata da Luxor al Cairo alla fine degli anni ’20.

Studi approfonditi delle pitture murali della Tomba di Tutankhamon (foto Getty Conservation Institute)

Grazie a uno dei più ricchi archivi fotografici privati del mondo dedicati al tesoro e grazie a materiali fotografici e cinematografici originali raccolti tra il Metropolitan Museum di New York e il Griffith Institute di Oxford, gli spettatori potranno rivivere i momenti più emozionanti della scoperta di Carter, l’eco della celebre maledizione di Tutankhamon, i frammenti della storia del giovane faraone: un ragazzino elevato al rango di semidio, morto prematuramente e accompagnato in una tomba di fortuna per intraprendere il viaggio attraverso l’eternità insieme al suo ricchissimo corredo funerario. Dopo un regno effimero, Tutankhamon morì nel 1824 a.C. e venne ben presto dimenticato. Ma per un intreccio di casualità, 3342 anni dopo la sua sepoltura, il suo nome è diventato, tra quello dei faraoni dell’antico Egitto, l’unico capace di travalicare ogni confine, guadagnando una forma di eternità del tutto inattesa: quella della celebrità. Il racconto storico permetterà di arrivare anche all’epoca contemporanea quando il celebre archeologo Zahi Hawass, ministro delle Antichità Egizie fino al 2011, trasformò il Golden Boy in un ambasciatore d’Egitto nel mondo. Fu in quegli anni che per la prima volta venne fatta una TAC alla mummia del faraone per indagarne le cause della morte: proprio alle scansioni di quelle TAC è stato concesso l’accesso esclusivo in occasione del docu-film.

L’ingresso della Tomba di Tutankhamon (KV62) nella Valle dei Re (foto Getty Conservation Institute)

Saranno le fotografie ad altissima risoluzione di Sandro Vannini, fotografo tra i più prolifici del tesoro di Tutankhamon e unico ad aver avuto acceso al tesoro liberato dalle sue vetrine prima della partenza della tournée della mostra “KING TUT. Treasures of the Golden Pharaoh”, a raccontare come gli oggetti danneggiati nel corso della Rivoluzione del 2011 abbiano recuperato le loro fattezze originarie grazie al sapiente lavoro dei restauratori: il lavoro di Vannini è basato principalmente su tecnologie digitali sofisticate e d’avanguardia che, applicate alla ricostruzione virtuale, alla fotografia e alle riprese video, rappresentano la nuova frontiera della narrazione e della descrizione dei Patrimoni Artistici e Culturali. Attraverso le spettacolari e rivoluzionarie fotografie di Vannini si snoda anche la ricostruzione di stralci della vita e del rituale funebre del faraone della XVIII dinastia. Secondo gli egizi, l’eternità di un uomo finirà soltanto quando non ci sarà più nessuno al mondo a pronunciare il suo nome. Ma la maschera d’oro di Tutankhamon e il suo nome rimangono e rimarranno ben incisi e vivi nella memoria dell’umanità. E continueranno ad essere pronunciati ad alta voce, come accade in questo film.

“Gli Argenti di Morgantina potranno restare in Sicilia”: l’assessore regionale Alberto Samonà annuncia di aver ricevuto una lettera del direttore del Met dove spiega che ritiene “obsoleto” l’accordo del 2006 e che sia meglio sospendere questo scambio per la fragilità dei reperti, e auspica una rinnovata collaborazione tra il Metropolitan e il “Salinas” di Palermo

Gli Argenti di Morgantina nel museo Archeologico di Aidone (foto regione siciliana)
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Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana

Gli Argenti di Morgantina potranno restare in Sicilia. Il Metropolitan Museum di New York, infatti, ha fatto sapere di non volere indietro i preziosi reperti che ogni quattro anni, in base a un accordo del 2006, venivano trasferiti da Aidone al museo newyorkese. Lo annuncia Alberto Samonà, assessore regionale alla Cultura e all’identità siciliana: “Ho ricevuto una lettera dal direttore del Metropolitan Museum, Max Hollein, nella quale definisce “obsoleto l’accordo del 2006”, aderendo, in pratica, alla richiesta che avevamo avanzato anche di recente, di far restare gli Argenti nel museo Archeologico di Aidone, in cui sono esposti”. E continua: “Nella lettera indirizzatami, Max Hollein scrive di ritenere che sia meglio sospendere questo scambio, vista anche l’importanza degli Argenti per il Museo nel quale sono ospitati e per la fragilità degli stessi. Aspetti, questi, che avevamo evidenziato lo scorso mese di gennaio in una nostra lettera inviata al ministero della Cultura”. Il direttore del Met inoltre, nella nota, si è detto disponibile a una modifica dell’accordo, che passi da una rinnovata partnership che coinvolga il Metropolitan e il museo Archeologico regionale “Antonino Salinas” di Palermo, diretto da Caterina Greco, finalizzata a sancire una collaborazione fra le due istituzioni “attraverso prestiti che possano far conoscere ai visitatori del Museo statunitense la ricchezza del patrimonio culturale siciliano”. Molto positivo il commento dell’assessore regionale: “Accolgo con grande soddisfazione la lettera del direttore del Metropolitan Museum di New York che viene incontro alle richieste del Governo regionale, tenendo conto delle mutate condizioni storiche e riconoscendo la legittima esigenza del museo di Aidone a mantenere gli Argenti di Morgantina. Una disponibilità per cui ringrazio il direttore Max Hollein e in virtù della quale si gettano le basi per una prestigiosa collaborazione scientifica e culturale fra il Met e il nostro museo Salinas. Ritengo, infatti, che la politica degli scambi culturali, che sta già dando effetti molto positivi con la Grecia e i suoi musei, sia la grande opportunità dei prossimi anni, per valorizzare al meglio il nostro patrimonio culturale e dar vita a iniziative comuni, in grado di garantire una vetrina di vasta risonanza internazionale alla Sicilia e ai nostri musei e parchi archeologici”.

Milano. Ancora un mese per visitare alle Gallerie d’Italia la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei”: 130 opere ricostruiscono quello straordinario fenomeno che tra Sei e Ottocento fece dell’Italia la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea

L’Ermes a riposo, dal museo Archeologico nazionale di Napoli, nel grande salone delle Gallerie d’Italia a Milano per la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” (foto banca intesa)

Tra la fine del Seicento e la prima metà dell’Ottocento, l’Italia fu la meta privilegiata di letterati, artisti, giovani signori, membri della società aristocratica e colta europea. Fu questo il Grand Tour, uno straordinario fenomeno di carattere universale che ha contribuito in modo determinante a creare quella percezione dell’Italia, legata alla bellezza del suo ambiente e della sua arte, ancora oggi di grande attualità che rende davvero unica l’identità del nostro Paese.

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La locandina della mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 27 marzo 2022

Alle Gallerie d’Italia a Milano c’è ancora un mese di tempo (fino al 27 marzo 2022) per visitare la mostra “GRAND TOUR. Sogno d’Italia da Venezia a Pompei” a cura di Fernando Mazzocca, con Stefano Grandesso e Francesco Leone, e con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. Il catalogo della mostra è pubblicato nelle Edizioni Gallerie d’Italia | Skira. “La mostra sul Grand Tour, allestita nelle Gallerie di piazza della Scala”, interviene Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, “è la prima ideata e realizzata in Italia capace di offrire uno sguardo d’insieme su un tema così vasto. I capolavori esposti offrono al visitatore odierno l’opportunità di comprendere e rivivere l’emozione provata secoli fa dai protagonisti del Grande Viaggio di fronte alla bellezza senza tempo dei paesaggi e degli antichi luoghi d’arte italiani, elementi fondanti non solo della nostra identità nazionale, ma anche di quella europea. L’iniziativa, che si avvale della prestigiosa partnership del museo Ermitage di San Pietroburgo e del museo Archeologico nazionale di Napoli, conferma il ruolo di primo piano che Intesa Sanpaolo ha conquistato nel corso degli anni nel panorama culturale e artistico del nostro Paese”.

Nel percorso della mostra il grande quadro di Pierre-Jacques Volaire “Eruzione del Vesuvio alla luce della luna” (1774) da Château de Maisons-Laffitte, France (foto banca intesa

Solo in Italia, la cultura classica poteva raggiungere una compiuta sintesi di natura e di storia. Il grande viaggio (l’espressione fu utilizzata per la prima volta nel 1697, nel volume di Lassel, An Italian Voyage) fu presto inteso come momento essenziale di un percorso educativo e formativo, nonché segno di un preciso status sociale. L’Italia rappresentava una tappa obbligata per artisti e studiosi amanti dell’architettura, della pittura e della scultura, sia antica, sia moderna. Le straordinarie scoperte archeologiche del Settecento ad Ercolano e Pompei aggiunsero nuovi motivi di interesse. Questo momento di formazione, diventato obbligatorio per le élite europee, ma poi anche per quelle provenienti da altri continenti, ha coinvolto sovrani, aristocratici, politici, uomini di chiesa, letterati, artisti, tutti affascinati dalla varietà del paesaggio italiano ancora intatto, dalla maestà delle città, dei monumenti e delle opere d’arte che facevano, e ancora oggi fanno, del nostro territorio una sorta di meraviglioso museo “diffuso”.

L’esposizione, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con il museo Archeologico nazionale di Napoli e il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, presenta circa 130 opere provenienti dalla collezione Intesa Sanpaolo, collezioni private e numerose istituzioni culturali italiane e internazionali come The National Gallery di Londra, musée du Louvre di Parigi, The Metropolitan Museum of Art di New York, museo nacional del Prado di Madrid, Rijksmuseum di Amsterdam, Victoria and Albert Museum di Londra, Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, Statens Museum for Kunst di Copenaghen, musée des Beaux-Arts di Lione, Gallerie degli Uffizi di Firenze, musei Capitolini di Roma, musei Vaticani, museo e real bosco di Capodimonte di Napoli. Tra i prestiti anche due opere provenienti dal Regno Unito e appartenenti alla Royal Collection della Regina Elisabetta II, oltre ad altre opere provenienti da grandi residenze reali come la Reggia di Versailles, la Reggia di Caserta e la Reggia di Pavlovsk a San Pietroburgo.

Amorino alato (1792-93) di Antonio Canova, in marmo, conservato al museo statale Ermitage di San Pietroburgo (foto Leonard Kheifets / museo Ermitage)

Dipinti, sculture, oggetti d’arte, allestiti in un suggestivo dialogo, intendono riproporre, in una mostra di grande attualità, l’immagine dell’Italia amata e sognata da un’Europa che si riconosceva in radici comuni di cui proprio il nostro Paese era stato per secoli il grande laboratorio, un’Italia composita, raffigurata nella sua struggente bellezza dagli artisti che fecero sorgere il mito del “bel paese”. Sono esposte opere dei principali artisti del tempo come Piranesi, Valadier, Volpato, Canaletto, Panini, Lusieri, Hubert Robert, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel, Batoni, le due pittrici Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, Ingres.

“Capriccio with the Pantheon before the Porto di Ripetta” (1761) di Robert Hubert (1733-1808) di The Princely Collections di Vaduz-Vienna (foto Scala Firenze)

Particolare rilievo assumono i luoghi (le città tradizionali come Venezia, Firenze, Roma e Napoli, e i borghi storici) e i paesaggi (dalle Alpi, al Vesuvio, all’Etna). La meta principale del Grand Tour è stata certamente Roma, la città universale ed eterna, prima capitale dell’antichità e poi della cristianità, dove si venivano a studiare i segreti e i canoni del bello, depositato non solo nei marmi antichi ma anche nei capolavori del Rinascimento e del Classicismo seicentesco. Mentre nel Lazio si ripercorrevano i luoghi celebrati dalla letteratura classica che, attraverso Orazio e Virgilio, erano entrati nel mito. La magnificenza del paesaggio del golfo e della zona vesuviana, unita al fascino delle testimonianze dell’antichità, soprattutto dopo la riscoperta delle due città di Pompei e Ercolano, sepolte dalla catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., hanno fatto di Napoli l’altra irrinunciabile meta di questo viaggio di istruzione e formazione, che si estese poi anche, sempre in Campania, alla recuperata area di Paestum dove era possibile emozionarsi di fronte allo spettacolo sublime dei magnifici templi dorici, in un periodo in cui la Grecia, ancora sotto il dominio ottomano, era interdetta ai viaggiatori. Sempre le testimonianze della Magna Grecia spinsero i viaggiatori più ardimentosi, e uno dei primi fu Goethe nel suo famoso viaggio in Italia, verso la più lontana e sconosciuta Sicilia, destinata a incantare con l’asprezza dei suoi paesaggi primitivi e l’imponenza dei templi di Segesta, Selinunte e Agrigento, o del teatro greco di Siracusa.

“Vista di Venezia dall’isola di San Giorgio” (1696) di Vanvitelli, olio si tela, conservato al museo nazionale del Prado a Madrid (foto archivio museo prado)

Altri luoghi privilegiati del Grand Tour furono città piene di eventi come Venezia; Vicenza, dove era possibile ammirare i palazzi di un genio universale come Palladio, imitato in tutto il mondo; Firenze che nelle sue chiese e nelle sue collezioni, in particolare le Gallerie medicee, schiudeva agli occhi ammirati dei viaggiatori le meraviglie dell’antico come del Rinascimento. Più avanti anche Milano, grazie soprattutto alla presenza di Leonardo e del suo leggendario Cenacolo, e i vicini laghi, per lo splendore delle loro rive e delle ville famose sin dall’antichità, diventarono delle mete per i viaggiatori più esigenti.

“Rhyton configurato a testa di cinghiale” (1770 ca) di Giovan Battista Piranesi (atelier di), conservato in una collezione privata (foto studio fotografico Manusardi Srl)

L’Italia divenne per un lungo periodo il maggiore mercato non solo dell’arte antica, ma anche di una produzione contemporanea ispirata alla memoria dell’antico. Sicuramente il più originale protagonista di questo gusto fu il genio di Piranesi che nelle sue incisioni visionarie, nei suoi estrosi arredi aveva proposto ad una raffinata clientela internazionale una visione molto personale dell’immaginario classico. Sulla sua scia si registra una impressionante ripresa delle manifatture artistiche più prestigiose che, dalla bronzistica all’oreficeria al mosaico alla glittica, hanno raggiunto livelli pari a quelli del Rinascimento. I prestigiosi assemblages in metalli e pietre preziosi di Valadier hanno incantato tutto il mondo, mentre le immagini delle più popolari sculture antiche sono state diffuse nelle regge e nelle dimore aristocratiche europee dai bronzetti di Boschi, Zoffoli, Righetti, Hopfgarten o dalle meravigliose statuine in biscuit di Volpato.

“Il Granduca Paolo e il suo seguito nel Foro Romano” (1782) di Abraham-Louis-Rodolphe Ducros, olio su tela conservato al museo-riserva di Pavlosvsk a San Pietroburgo (foto museo pavlovsk)

Dalle richieste dei collezionisti stranieri ha tratto un nuovo slancio anche la pittura, soprattutto un genere prima considerato minore come la veduta e il paesaggio. Anche in questo campo grazie ad artisti della originalità e della grandezza di Canaletto, Panini, Joli, Lusieri e degli stranieri venuti al seguito dei viaggiatori, come Hubert Robert, More, Wilson, Jones, Wright of Derby, Hackert, Volaire, Ducros, Granet, Valenciennes, Catel è stato raggiunto tra Sette e Ottocento un livello prima impensabile, passando dalla razionalità scientifica dei vedutisti all’emozione del paesaggio visto come espressione di uno stato d’animo dei romantici.

“Ritratto di Joahnn Joachim Winckelmann” (1768) di Anton von Maron, olio su tela conservato al museo della fondazione Klassik Stiftung Weimar (foto Klassik Stiftung Weimar)

Ma il genere più richiesto e amato dai collezionisti stranieri, insieme alle vedute dei luoghi visitati, è stato il ritratto. Alla celebrazione del proprio rango si sostituisce l’esaltazione del carattere e della cultura. Da qui la scelta di farsi rappresentare accanto ai monumenti e alle sculture antiche ammirate in Italia. Assoluto maestro in questo campo è stato Batoni, uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi. I suoi ritratti hanno rappresentato uno status symbol, come quelli del suo rivale Mengs, delle due pittrici in competizione Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann, di Von Maron, Tischbein, Sablet, Zoffany, Fabre, Gérard, Ingres.

“Artemide Efesia” marmo della collezione farnese conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli, di età ellenistica (II sec. d.C.), restaurato nel 1786-1888 da Carlo Albacini e Giuseppe Valadier con integrazioni in alabastro e bronzo (foto Luciano e Marco Pedicini)

I viaggiatori erano attratti anche dalla singolarità dei nostri costumi e dalla bellezza di una popolazione, apparentemente felice, che viveva la maggior parte dell’anno all’aria aperta proprio per la mitezza del clima. Un illustratore e pittore straordinariamente popolare come Pinelli e pittori come Sablet, Géricault, Robert, Schnetz, Delaroche hanno saputo rappresentare la vita domestica nei suoi aspetti più avvincenti e commoventi, rivendicando la dignità del popolo. Il maggior giro di affari ha riguardato la scultura, a partire dal commercio dei marmi antichi, il loro restauro e spesso la produzione di copie in cui è stato il maggiore protagonista Cavaceppi. Verso la fine del Settecento, grazie a Canova e ai suoi validissimi seguaci, si è affiancata la produzione di una scultura originale che, pur ispirata all’antichità, ha saputo interpretare la sensibilità moderna, assicurando a questa arte, diventata l’orgoglio dell’Italia, una straordinaria fortuna nel corso del XIX secolo in tutto il mondo.

Napoli. Nel presepe continuum al museo Archeologico nazionale tanta storia napoletana nei 160 anni dell’Unità d’Italia, e tanta archeologia dell’area vesuviana con lo scavo della domus di Agrippa Postumo a Boscotrecase

L’arrivo della statua di Dante su un carro trainato da buoi nella piazza che avrebbe preso il suo nome (foto graziano tavan)

Storia napoletana e archeologia vesuviana si intrecciano intimamente nel presepe continuum 2021, dedicato ai 160 anni dell’Unità d’Italia, allestito dall’associazione Presepistica napoletana nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli. A cominciare dalla presenza della statua di Dante Alighieri rappresentata mentre viene trasportata nell’omonima piazza che la ospita dal 1862: il Sommo Poeta era stato scelto da Luigi Settembrini, all’indomani dell’Unità d’Italia, come il rappresentante più autorevole dell’identità e unità del popolo italiano. E poi c’è l’Italia Turrita e Stellata, realizzata nel 1861 da Francesco Liberti, attualmente posta nei giardini d’Italia del Palazzo Reale di Napoli.

La riproduzione del Tempietto ionico del Belvedere di Villa Floridiana a Napoli con la statua dell’Italia Turrita e Stellata (foto graziano tavan)

Storia e archeologia, si è detto. Proprio le riscoperte dalla metà del Settecento di Ercolano e Pompei, la nascita dell’Accademia Ercolanese e la pubblicazione delle immagini dei ritrovamenti, contribuirono alla diffusione del Neoclassicismo, catapultando Napoli sulla ribalta della scena culturale e artistica europea. Nella scenografia del presepe al Mann è stato inserito un tempietto ionico che rimanda a quello del Belvedere nella villa Floridiana al Vomero, fatta realizzare nel 1817 da Ferdinando IV (la cui statua domina lo scalone del Mann) per la moglie Lucia Migliaccio duchessa di Floridia per opera dell’architetto Antonio Niccolini in perfetto stile Neoclassico. È in questo tempietto che è stata inserita la riproduzione in scala dell’Italia Turrita e Stellata del Liberti, con corona murata e scettro, posta su un tamburo con i simboli delle diverse province.

La riproduzione dello scavo della Villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase (foto graziano tavan)

In basso si vede una domus in fase di scavo ispirata alla villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase di cui sono stati riprodotte le pitture in III stile con paesaggi idillici e sacrali. Le anfore olearie, gli urcei per il garum e le anforette per la conservazione della frutta secca sono state riprodotte in scala con riferimento ai reperti originali catalogati. Nella domus di Agrippa Postumo appena riscoperta addetti agli scavi sono intenti a colare calchi di gesso sotto lo sguardo vigile di Giuseppe Fiorelli, ideatore di questa tecnica, allora sovrintendente agli scavi e primo direttore post unitario del museo Archeologico nazionale.

Gli affreschi del cubicolo della villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

“La villa di Agrippa Postumo”, spiegano al Mann, “fu scoperta a Boscotrecase nel 1902 con rilevanti decorazioni parietali. Gli affreschi furono staccati tra il 1903 e il 1905, e venduti a diversi acquirenti tra i quali il Metropolitan Museum di New York e il museo Archeologico nazionale di Napoli. Nel 1906 purtroppo la villa fu nuovamente sepolta da un’eruzione del Vesuvio. Quindi quelli che oggi possiamo ammirare al Mann, nella sezione Affreschi, sono proprio quelli acquisiti nel 1905. Le pitture ornavano ambienti residenziali aperti su un loggiato affacciato sul mare, che si differenziavano per il colore di fondo e il tipo di repertorio decorativo. Alcuni dati epigrafici hanno fatto ipotizzare che la residenza fosse pervenuta in eredità ad Agrippa Postumo, nipote di Augusto, nato nel 12 a.C.

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Uno dei quadri inseriti al centro delle pareti con paesaggi sacrali o scene mitologiche, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)

In questa villa – continuano gli esperti del Mann – compare la prima documentazione in area vesuviana dell’uso, introdotto a Roma nel 20 a.C., di quadri inseriti al centro delle pareti, che raffigurano paesaggi sacrali o scene mitologiche ambientati in ampie composizioni paesistiche. I quadri del cubicolo a fondo rosso, acquisiti dal museo Archeologico di Napoli, ricordano per il soggetto sacrale quelli della villa romana della Farnesina. All’ambiente con la decorazione più innovativa a fondo nero appartengono due frammenti con esili frammenti miniaturistici che caratterizzano la pittura sulla fine del I sec. a.C., ai quali si accostavano altre architetture con motivi egittizzanti, diffusi nell’ambiente di corte in quest’epoca”.

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quattordicesimo e penultimo appuntamento il viaggio parte dalla Loggia Mattei sul Palatino e arriva alla Loggia di Galatea nella Villa Farnesina oltre Tevere, alla scoperta di Muse e Segni zodiacali

La Loggia Mattei sul Palatino. Dettaglio della vela che termina la volta con raffigurazioni di Muse all’interno di edicole, piccole strutture architettoniche che potevano avere pianta circolare o rettangolare. Ai lati sono visibili le lunette con medaglioni con segni zodiacali su fondo blu (foto PArCo)

Quattordicesimo, e penultimo, appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, Palazzo Farnese a Caprarola (Vt), le gallerie nazionali Barberini Corsini, il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora una volta dal Palatino, precisamente dalla Loggia Mattei, per giungere ad ammirare un’altra Loggia, quella di Galatea nella Villa Farnesina, tra Muse e Segni zodiacali.

La loggia Stati-Mattei sul Palatino. Sulla sinistra sono visibili in parte i materiali di reimpiego: i fusti di colonna in granito bigio sormontati da capitelli in travertino del XVI secolo. La decorazione pittorica della Loggia è suddivisa geometricamente con lunette laterali a forma di vela triangolare; sul soffitto un fregio di colore giallo, incornicia altri elementi decorativi e riquadri con scene mitologiche. Al centro della volta lo stemma della famiglia Mattei; sopra di esso la scena con Amore e le Muse, sotto la scena con Ercole e Zeus (foto PArCo)

Il colle Palatino viene ricordato soprattutto per lo splendore dell’epoca dei Cesari ma anche nei secoli successivi fu scelto come dimora da importanti famiglie. In questa penultima tappa del percorso proposto dal parco archeologico del Colosseo si parte dalla Loggia Stati-Mattei costruita nei primi anni del Cinquecento proprio sul colle sfruttando spazi esistenti della Domus Augustana, parte della residenza imperiale. La Loggia è ciò che resta della Villa fatta erigere dalla famiglia Stati sul colle Palatino e doveva affacciarsi sul giardino, secondo lo schema tipico delle abitazioni romane extraurbane della fine del Quattrocento. “Ancora oggi possiamo ammirarla con le forme di un tempo”, spiegano gli archeologi del PArCo: “un portico con tre colonne ioniche di reimpiego su cui si impostano quattro archi a tutto sesto, decorata con grottesche su fondo bianco chiaramente ispirate al mondo classico ed alle decorazioni della Domus Aurea (vedi la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” Roma. Il ministro Franceschini ha aperto ufficialmente la Domus Aurea e la mostra multimediale “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”. L’intervento dei curatori. Via libera al pubblico dal 23 giugno | archeologiavocidalpassato).

La Loggia Mattei sul Palatino. Dettaglio della lunetta affrescata con grottesche su fondo bianco, al centro medaglioni con segni zodiacali su fondo blu: in questa scena l’ariete. Ai lati della lunetta, parzialmente visibili le vele a forma triangolare con raffigurazioni di Muse (foto PArCo)

“La composizione pittorica, geometricamente scompartita per il necessario adattamento ad uno spazio già esistente”, continuano gli archeologi del PArCo, “adottò soluzioni prospettiche ben studiate: nelle lunette troviamo raffigurazioni di Apollo, Atena e delle Muse, mentre nelle vele sono inseriti medaglioni con i dodici segni zodiacali su fondo blu. Staccati e venduti intorno al 1856-1860, essi furono ricollocati in situ solo nel 1989 grazie ad un accordo con il Metropolitan Museum of Art di New York. Le pareti della Loggia erano ornate da otto scene mitologiche che riprendevano racconti delle Metamorfosi di Ovidio e narravano il mito di Venere: esse furono asportate a partire dal 1846 e vendute all’Ermitage di San Pietroburgo dove si trovano tuttora”.

Dettaglio degli affreschi della volta della Loggia Mattei sul Palatino (foto PArCo)

“Gli affreschi risalgono con molta probabilità al 1520, momento in cui Cristoforo Stati si interessò alla costruzione e decorazione della Loggia affidandola, come testimoniano diverse fonti scritte, a Baldassarre Peruzzi che, all’inizio della sua carriera, fu collaboratore di Raffaello. Dal maestro colse il linguaggio utilizzato nella stufetta vaticana del cardinal Bibbiena, realizzata pochi anni prima dalla scuola di Raffaello, come risulta particolarmente evidente nelle scene raffiguranti Venere. La famiglia Mattei entra nella storia della Loggia nel 1560 dopo aver acquistato dagli Stati la vigna, con lo scopo di formare un unico grande possedimento. Il passaggio di proprietà determinò modifiche strutturali anche agli affreschi della Loggia come testimonia la sostituzione dello stemma Stati con quello dei nuovi proprietari Mattei”.

L’esterno di Villa Farnesina. Oggi proprietà dell’Accademia Nazionale dei Lincei, è una delle più nobili e armoniose realizzazioni del Rinascimento italiano. Nel nome conserva la memoria dei Farnese a cui pervenne nel 1579 in violazione del vincolo ereditario posto dal suo committente ma, in realtà, dovrebbe essere intitolata ad Agostino Chigi, primo vero committente (foto PArCo)

“Curiosamente Peruzzi, circa un decennio prima, era già stato incaricato di progettare l’architettura e la decorazione ad affresco”, ricordano gli archeologi del PArCo, “di un’altra Loggia non lontana da qui, sull’altra sponda del Tevere: la Loggia di Galatea a Villa Farnesina. Commissionata agli inizi del Cinquecento dal banchiere di origine senese Agostino Chigi, essa rappresenta una delle più nobili e armoniose realizzazioni del Rinascimento italiano”.

La loggia di Galatea di Villa Farnesina nel Cinquecento era nota come ‘Loggia del Giardino’ in quanto due finestre si affacciavano sul giardino segreto meridionale, mentre le cinque arcate della parete orientale originariamente si aprivano sull’ampio giardino, sulla loggia del Tevere e quindi sul fiume (foto PArCo)

“Nella Loggia di Galatea il committente volle amplificare la sua immagine realizzando una ideale autobiografia: così il Peruzzi raffigurò sulla volta l’oroscopo di Agostino Chigi e il suo tema natale con divinità planetarie e costellazioni extra-zodiacali, lasciando intuire il fausto destino del committente nella favorevole congiuntura degli astri. Le lunette con sfondo blu e scene mitologiche furono invece affrescate da Sebastiano del Piombo e i motivi decorativi tratti in prevalenza dalle Metamorfosi di Ovidio; un altro punto in comune con la Loggia Palatina che, nelle scene raffiguranti Venere, si ispirava alla stessa fonte antica”.

La Ninfa Galatea di Raffaello, particolare della parete della Loggia di Galatea a Villa Farnesina. La ninfa si trova ancora vicino alla riva e sembra salire solo ora sul cocchio di conchiglia per fuggire da Polifemo. Prima che allenti le redini, indirizza ancora una volta lo sguardo indietro perché sente il canto di Polifemo. È circondata da ninfe e tritoni, vittime di amorini volanti che obbediscono al dio dell’amore, nascosto dietro alle nuvole mentre punta le frecce (foto PArCo)

“L’augurio di un nuovo amore, invece, si ritrova nella scena con ciclope Polifemo innamorato della bella Galatea – che dà anche il nome alla Loggia – rispettivamente realizzati da Sebastiano del Piombo e Raffaello”.

I lavori di digitalizzazione della Loggia Mattei al Palatino, avviati nell’ambito dell’accordo quadro tra il Parco archeologico del Colosseo e l’Accademia Nazionale dei Lincei (foto PArCo)

“I legami storico culturali che già nel Cinquecento intercorrevano tra le due Logge sono stati oggi ulteriormente valorizzati dall’accordo firmato tra il PArCo e l’Accademia nazionale dei Lincei. Le due istituzioni si sono impegnate a collaborare per 4 anni per la ricerca, la promozione e la fruizione del proprio patrimonio con progetti condivisi. Una delle prime iniziative, già in corso, è proprio la digitalizzazione ad alta risoluzione delle due Logge. Per informazioni sulla Accademia Nazionale dei Lincei vi invitiamo a visitare il sito ufficiale https://www.lincei.it/it.

Sesto appuntamento con “Storie di vita”: la rubrica prodotta da Streamcult, in streaming e on demand, condotta da Dario Di Blasi che stavolta incontra il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, che ha fatto del Mann un centro di promozione culturale per la città, il territorio, il Paese, dialogando con il mondo

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Dario Di Blasi, direttore artistico di Firenze Archeofilm

Paolo Giulierini, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, è il protagonista del sesto appuntamento con la rubrica “Storie di vita” da seguire on line in streaming e on demand giovedì 22 aprile 2021, alle 17. La rubrica si basa sulle relazioni e i rapporti di conoscenza acquisiti nel mondo dell’archeologia e del cinema da Dario Di Blasi, direttore del Firenze Archeofilm, curatore per più di 30 anni di manifestazioni cinematografiche dedicate all’archeologia, all’etnografia e all’antropologia culturale. Prodotta da StreamCult in collaborazione con la Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, “Storie di vita” è un format di approfondimento culturale che vede importanti personalità del campo dell’archeologia, della cinematografia e della cultura raccontarci le loro esperienze, le loro passioni e il loro lavoro.

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I direttori Paolo Giulierini (Mann) e Michail Piotrovsky (Ermitage) a San Petroburgo

“Alcuni anni fa – spiega Dario Di Blasi – mi sentivo più o meno agente di commercio, o meglio rappresentante di cinema archeologico perché, in un’ottima iniziativa della Regione Toscana Le notti dei musei, giravo nei piccoli musei toscani di Chianciano, Murlo, Pisa, Siena, Cetona, Sarteano e Cortona per presentare l’archeologia, appunto, attraverso il cinema. In quell’occasione conobbi Paolo Giulierini direttore all’epoca del museo dell’Accademia etrusca di Cortona, un museo piccolo ma significativo, a parer mio, anche solo per lo splendido e unico lampadario etrusco. Come abbia fatto Paolo Giulierini con l’esperienza di un piccolo museo – continua Di Blasi – a trasferirsi al museo Archeologico nazionale di Napoli, forse il più bello e ricco di patrimonio in reperti al mondo, lo voglio proprio chiedere in questa conversazione. Forse sarò impertinente, ma vorrò capire anche come abbia fatto a entrare così in sintonia con Napoli e a imprimere una vertiginosa sequenza di eventi al Mann e a trovare un giusto e dignitoso equilibrio nello scambio internazionale di reperti archeologici e d’arte con grandi e prestigiose istituzioni culturali internazionali, come l’Ermitage di San Pietroburgo, riuscendo a dimostrare come sia importante il Patrimonio storico e culturale del nostro paese, l’Italia! Il museo Archeologico di Napoli, con  le iniziative di Giulierini, non potrà più essere identificato come il museo di Pompei, Ercolano o Stabia. È il museo che raccoglie e presenta tutto il Mondo Antico con le sue sale e con i ricchissimi magazzini chiamati confidenzialmente Sing Sing”.

L’arco trionfale fulcro della mostra “DEI, UOMINI, EROI. Dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei” al museo Ermitage di San Pietroburgo (foto Paolo Soriani)

“Questa conversazione con Paolo Giulierini – anticipa Di Blasi – risponde anche alla polemica avviata giorni fa da Tommaso Montanari al seguito di un’interrogazione parlamentare su prestiti e scambi di opere d’arte che il Mann fa e mette in opera con importanti istituzioni culturali internazionali e sul supporto di privati di cui in alcuni casi si avvale per poterli realizzare. Io penso, in poche parole, che il Mann faccia bene a diffondere cultura e conoscenza permettendo di far conoscere la ricchezza storico archeologica del nostro Paese, l’Italia, attraverso mostre internazionali in cui viene precisato il contesto da cui provengono le opere e in cui viene garantita la sicurezza nel trasporto. In qualche misura questi scambi internazionali consegnano nuovamente dignità al nostro Paese che ha permesso, anni addietro, scambi capestro di opere, mascherati da restituzioni come nel caso della collezione degli argenti di Morgantina, restituiti, si fa per dire, dal Metropolitan Museum di New York. Un’obiezione potrebbe essere plausibile nel caso in cui il prestito di un’opera privasse il Mann o qualsiasi altro museo di un qualche cosa di identitario per la stessa istituzione o per il luogo vedi Il Caravaggio di Siracusa”. 

Al museo Archeologico nazionale di Firenze (dopo il rinvio primaverile per il Covid-19) aperta la mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona”: per la prima volta riunita dopo 150 anni la collezione con quasi 300 opere

Il cratere tra i più antichi e importanti della produzione etrusca a figure rosse, utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus (foto Maf)

Ben 293 reperti, fra i quali spiccano vasi ateniesi di grande qualità, alcuni con iconografie rarissime, e uno dei più antichi e più importanti vasi etruschi dell’intera produzione a figure rosse, un grande vaso per mescolare l’acqua e il vino utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus, il territorio dell’antica Chiusi. E poi 18 ricordi e cimeli di Napoleone Passerini, tra cui persino la sua pipa personale, gentilmente concessi in prestito dai pronipoti. Ecco finalmente visitabile nel salone del Nicchio al museo Archeologico nazionale di Firenze la mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona”, già programmata per la tarda primavera e rimandata a causa dell’emergenza sanitaria, a cura di Mario Iozzo, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze e da Maria Rosaria Luberto, archeologa della Scuola Archeologica Italiana di Atene, con il coordinamento generale di Stefano Casciu, direttore regionale dei Musei della Toscana. Il catalogo scientifico, edito da Sillabe, è a cura di Mario Iozzo e Maria Rosaria Luberto.

La locandina della mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona” al museo Archeologico nazionale di Firenze dal 29 ottobre 2020 al 30 giugno 2021

Dal 29 ottobre 2020 al 30 giugno 2021, per la prima volta dopo 150 anni viene esposta al pubblico, interamente riunita nei suoi nuclei principali, la collezione archeologica che fu del conte Napoleone Passerini (1862-1951) e della sua famiglia, in gran parte conservata nei magazzini del museo Archeologico di Firenze, ora completata da 82 pezzi prevalentemente etruschi e greci, consegnati da una generosa donatrice nel 2016 al Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze. Grandi pannelli iconografici presentano i capolavori che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento lasciarono la collezione e raggiunsero il Metropolitan Museum of Art di New York, l’allora Walters Art Gallery di Baltimora, il Museum of Fine Arts di Boston, il Bible Lands Museum di Gerusalemme, la collezione Silver di Los Angeles, inclusi alcuni pregevoli vasi che molto probabilmente transitarono dalla collezione Passerini prima di finire all’estero, fornendo così un quadro completo dell’insieme degli oggetti raccolti dal Passerini.

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Il conte cortonese Nicola Passerini (foto Maf)

“Napoleone Passerini, il conte cortonese figlio del facoltoso Pietro Passerini da Cortona”, ricordano gli archeologi del Maf, “oltre ad essere agronomo di chiara fama, fondatore e proprietario dell’Istituto Agrario di Scandicci, e aver selezionato la razza Chianina nelle sue fattorie in Val di Chiana, fu appassionato collezionista e fin dall’adolescenza radunò la straordinaria raccolta,  in parte ereditata dal padre, promuovendo scavi e acquistando capolavori. I primi reperti provengono da una trentina di tombe etrusche con splendidi corredi, rinvenute nei suoi vasti possedimenti di Bettolle (Sinalunga) e Scandicci, e da una grande necropoli di 60 tombe della collina di Foiano della Chiana. Già nel 1877 la sua collezione annoverava almeno 400 vasi, senza contare ossi, avori, ferri, paste vitree, una ingente quantità di oggetti domestici e funerari in bronzo, suppellettili di ogni genere, vasi da dispensa e da commercio, orci da miele e vasi per derrate solide e liquide, molti dei quali con iscrizioni che contribuiscono in modo sostanziale ad accrescere le conoscenze sul lessico della lingua etrusca. Inoltre, il valore della collezione è straordinario perché proviene da un preciso e ben definito contesto territoriale e culturale, quello della Val di Chiana, da sempre cerniera fra i territori di Chiusi, Siena e Arezzo, del quale documenta aspetti di vita e cultura tra  VII e I secolo a.C., in particolare quelli espressione dell’aristocrazia di Chiusi”.

Forlì. Ai musei San Domenico la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, con 250 opere attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: Ulisse

La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Dall’Odissea alla Commedia dantesca, da Tennyson a Joyce e a tutto il Novecento, di volta in volta, Ulisse è l’eroe dell’esperienza umana, della sopportazione, dell’intelligenza, della parola, della conoscenza, della sopravvivenza e dell’inganno. È “l’uomo dalle molte astuzie e “dalle molte forme”. Dopo la Guerra di Troia, quando affronta le sue avventure nel viaggio del lungo ritorno, egli è già un personaggio famoso. Ma quel viaggio è anche la faticosa riconquista di sé, della propria identità, attraverso il recupero narrativo della sua vicenda alla corte di Alcinoo, attraverso la memoria del ritorno. Così come accade all’arte, che narra narrandosi, che racconta l’oggetto e la sua forma stilistica. All’eroe omerico, eroe dell’esperienza umana, è dedicata la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”, ospitata ai musei San Domenico di Forlì fino al 31 ottobre 2020, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e sotto l’egida di Gianfranco Brunelli, direttore dei progetti espositivi, e del comitato scientifico presieduto dal prof. Antonio Paolucci e con la main partnership di Intesa Sanpaolo. Una nuova, ambiziosa sfida. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: l’uomo dal “multiforme ingegno”, Ulisse. La vasta ombra di Ulisse si è distesa infatti sulla cultura d’Occidente. Dal Dante del XXVI dell’Inferno allo Stanley Kubrick di 2001 – Odissea nello spazio, dal capitano Acab di Moby Dick alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della Gerusalemme liberata alla Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di Ritorno ad Itaca là dove spiega che il senso del viaggio non è l’approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure. È il mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. E che oggi, come nei millenni trascorsi, trova declinazioni, visuali, tagli di volta in volta diversi. Specchio delle ansie degli uomini e delle donne di ogni tempo.

La mostra era inizialmente prevista dal 15 febbraio al 21 giugno 2020. Ma la chiusura temporanea per decreto governativo legata alla pandemia da coronavirus di tutti i luoghi della cultura, compresi teatri e musei, ha costretto gli organizzatori a riprogrammare la mostra dal 19 maggio al 31 ottobre 2020. Per venire incontro a quanti avrebbero avuto piacere a visitare l’esposizione forlivese, durante il lockdown per iniziativa della Regione Emilia Romagna, è stato realizzato da LepidaTv un video sulla mostra “Ulisse, l’arte e il mito”. “Il più grande viaggio nell’arte”, spiegano i curatori del programma, “raccontato in un video documentario che affronta il tema di Ulisse e del suo mito, che da tremila anni domina la cultura dell’area mediterranea ed è oggi universale. La mostra illustra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea”. Il documentario di Lepida Tv è stato curato da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con Comune di Forlì, IBC, APT Emilia-Romagna, e Regione Siciliana.

Il “Concilio degli dei” del Rubens conservato al castello di Praga (foto museo Praga)

Fin dall’antichità gli artisti non hanno cercato di illustrare in forma puramente didascalica l’intera Odissea. Se l’età arcaica privilegia gli episodi di Polifemo, di Circe, di Scilla e delle Sirene, l’età classica aggiunge gli incontri e i riconoscimenti: l’incontro con Tiresia, Atena, Nausicaa e Telemaco, il dolore e l’inganno della tela di Penelope, il riconoscimento della nutrice Euriclea, la strage dei Proci. L’ellenismo aggiunge l’incontro domestico e commovente con il cane Argo, l’abbraccio e il riconoscimento tra Ulisse e Penelope, l’arte romana infine, oltre a ripetere i modelli precedenti, raffigura, quale epilogo consolatorio, l’abbraccio tra Ulisse e il padre Laerte. L’arte antica non è interessata a mettere in scena il poema epico, quanto un uomo che attraverso le sue molteplici e dolorose esperienze ha imparato a conoscere se stesso. Dante, che scrive 2000 anni dopo Omero, usa gli autori latini che sottolineano le qualità di Ulisse. Così nel canto XXVI dell’Inferno egli conferisce a Ulisse una nuova e diversa centralità. L’Ulisse di Dante non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, è mosso da una missione, egli è un viandante spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per altro mare aperto”, verso il “folle volo”.

La testa di Ulisse dal museo Archeologico nazionale di Sperlonga, simbolo della mostra di Forlì (foto museo Sperlonga)

Le sale del San Domenico (formato dalla chiesa di San Giacomo, da un primo chiostro ad essa adiacente e completamente chiuso e da un secondo chiostro, aperto su un lato) ospitano 250 opere tra le più significative, dall’antico al Novecento, suddivise in 16 sezioni, in un percorso museale che comprende pittura, scultura, miniature, mosaici, ceramiche, arazzi e opere grafiche, e che si snoda attraverso i più grandi nomi di ogni epoca. A partire dall’Ulisse di Sperlonga, opera in marmo del I sec. d.C., immagine simbolo della mostra, e dall’Afrodite Callipigia dell’antichità. Nella suggestiva cornice del San Giacomo è possibile ammirare il Concilio degli dei di Rubens, e via via la Penelope del Beccafumi, la Circe invidiosa di Waterhouse arrivata dall’Australia, fino a Le Muse inquietanti di De Chirico, all’Ulisse di Arturo Martini e al cavallo statuario di Mimmo Paladino. Di assoluto prestigio le collaborazioni con i più importanti musei nazionali e internazionali, tra i quali il Musée d’Orsay di Parigi, la Royal Academy di Londra, il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan Museum of Art di New York, i musei Vaticani, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, le Gallerie d’Italia, e l’università di Ginevra.

Tesori italiani all’estero. Dal museo Archeologico nazionale di Firenze la kylix attica di Chachrylion vola in prestito per 4 anni al Met di New York. Il direttore Iozzo: rappresenta Eros in una forma primordiale, forza dell’armonia del cosmo, da cui scaturisce la creazione

La kylix di Chachrylion in vetrina al museo Archeologico nazionale di Firenze: per quattro anni, fino al 2023, sarà esposta al Met di New York (foto Maf)

La kylix di Chachrylion con l’Eros alato è volato dal museo Archeologico nazionale di Firenze al Metropolitan Museum of Art di New York dove rimarrà quattro anni. La preziosa coppa corallina con la raffigurazione di Eros, firmata dal vasaio ateniese Chachrylion, datata al 510 a.C. e proveniente da Orvieto, ha attraversato l’oceano per essere esposta al Met. Il prestito, concesso per ben 4 anni, rientra nel quadro dell’Accordo Internazionale Italia-USA firmato nel 2006, in base al quale gli USA hanno restituito molte opere d’arte antica e moderna illecitamente uscite dall’Italia, mentre il nostro Paese concede prestiti a lungo termine e favorisce mostre importanti con opere che generalmente sarebbero difficilmente concesse. La coppa resterà a New York da ottobre 2019 a ottobre 2023; in occasione del trasferimento il direttore del museo Mario Iozzo ha tenuto una conferenza per illustrare l’importanza del vaso e i vari aspetti che lo rendono così raro e speciale. Al suo posto, nel museo fiorentino, è stata collocata un’analoga coppa, della medesima importanza, custodita da decenni nei magazzini, con una singolare raffigurazione di Efesto (dio del fuoco e dei lavori artigianali, quindi anche dei vasai stessi e dei pittori che lo raffiguravano), assiso su un singolare trono alato, probabilmente forgiato da lui stesso, dio dei metalli e delle tecniche di fusione! Esiste solo un’altra raffigurazione simile, su una coppa attica a figure rosse della stessa epoca, oggi esposta nel museo di Berlino.

L’esterno della kylix di Chachrylion con le imprese di Teseo (foto Maf)

All’esterno della coppa – spiegano gli archeologi del Maf – si trovano le imprese di Teseo, mentre l’interno è dipinto con vernice corallina e decorato da una figura centrale isolata, nel tondo: Eros alato che sembra sospeso nel vuoto. Il dio, rappresentato in questo periodo come un giovane nudo (e non, ancora, con l’immagine del puttino che ci è tanto familiare), è ritratto con una prospettiva piuttosto contorta, con il torso di prospetto, le gambe di profilo e le ali una dietro l’altra. Fluttua in aria, mentre regge un fiore di loto, simbolo di bellezza, desiderio e fertilità. Questa pittura vascolare è ritenuta una delle più antiche raffigurazioni sulla ceramica attica di Eros senza Afrodite, e sembra rientrare in un filone iconografico del dio sviluppatosi proprio a partire dagli ultimi decenni del VI secolo, probabilmente in relazione alla creazione di culti ufficiali in suo onore ad Atene.

Il volo di Eros al centro dell’interno della La kylix di Chachrylion (foto Maf)

È un dio strano, Eros – continuano gli esperti del Maf -: non è annoverato tra gli dei dell’Olimpo da Omero, ma sarebbe, secondo le più antiche cosmogonie, la forza creatrice primigenia a cui si deve addirittura l’origine della stirpe divina; secondo Esiodo alla sua potenza sarebbero da ricondurre l’origine del Buio e della Notte, che a loro volta generano il Vento, la Luce del giorno e tutta la progenie di Urano e Gea. Secondo Platone l’etimologia del nome Eros lo qualificherebbe come “colui che scorre dentro” e altrove il filosofo si riferisce a lui come a un daimon, cioè una figura intermedia tra gli uomini e gli dei. Secondo le dottrine orfiche, che vivono nel VI secolo un periodo di particolare favore ad Atene, Eros sarebbe nato da un uovo d’argento. Alla sua schiusa, il giovane dio avrebbe svelato il contenuto dell’uovo, le due metà primordiali della Terra e del Cielo, che spinti dall’Amore avrebbero procreato tutti i loro discendenti.

Maio Iozzo, direttore del Maf

L’ipotesi del direttore del MAF Mario Iozzo è che si tratti proprio di questa versione di Eros quella che troviamo rappresentata sulla coppa fiorentina: “Non vediamo dove stia volando Eros, che sembra fluttuare tra terra e cielo, e il disegno nasconde un interessante dettaglio: i genitali del dio non ci sono, mentre in tutte le altre figure maschili che volano, nell’arte greca, si vedono sempre! E se questa omissione fosse voluta? Non potrebbe trattarsi di un riferimento alla natura androgina ed ermafrodita del dio? Nei Poemi Orfici si dice infatti che i suoi genitali fossero “posti dietro, verso l’ano”, e quindi non erano visibili di profilo, proprio come è nella nostra coppa. Questo Eros sarebbe dunque colui che garantisce, con la sua forza catalizzatrice e la spinta alla coesione, l’armonia del cosmo, da cui scaturisce la creazione; la forza inarrestabile da cui scaturisce la vita”.

Le coppe blu del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C., conservate nel museo di Adria, dopo le grandi mostre negli States, protagoniste dell’incontro in soprintendenza Archeologia del Veneto con Bonomi e Pettenò

Una coppa e un'anforetta in vetro soffiato colorato del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C.

Una coppa e un’anforetta in vetro soffiato colorato del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C.

Era un vero artista dell’arte vetraria vissuto nel I secolo d.C. Si chiamava e si firmava Ennion. Noto in tutto il Mediterraneo toccato dalle rotte commerciali per i suoi vetri colorati di stile inconfondibilmente sidonio. E forse lui pure, Ennion o Ennione, era della fenicia città di Sidone (oggi in Libano) anche per nascita. Le sue opere furono trovate un po’ dovunque: in Italia (specialmente ad Adria), Cipro, Panticapeo (Crimea) e sono tutte firmate. Secondo gli esperti avrebbe realizzato le sue opere soffiando il vetro in forme di terracotta. I vetri sono colorati con tecnica perfetta, in azzurro e in giallo ambra. Oggi di Ennione si conservano tazze, basse e rotonde con due anse, decorate a viticci ed elementi floreali, in molti musei tra i quali Adria, Modena, Parma, Palermo, Torino, Aquileia, Louvre di Parigi, Victoria and Albert Museum di Londra; mentre delle tre anforette note, due sono al Victoria and Albert Museum (una viene da Panticapeo, l’altra da Cipro), e la terza, pure dall’Oriente, è oggi al Metropolitan Museum di New York.

Una coppa in vetro blu firmata da Ennion e conservata al museo Archeologico di Adria

Una coppa in vetro blu firmata da Ennion e conservata al museo Archeologico di Adria

Simonetta Bonomi, soprintendente Archeologia del Veneto

Simonetta Bonomi, soprintendente Archeologia del Veneto

Proprio a “Ennion. Un artista del vetro e la sua eredità” è dedicato l’incontro promosso dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, lunedì 29 febbraio 2016, alle 17, nella sede di via Aquileia 7 a Padova. La soprintendente Simonetta Bonomi e l’archeologa Elena Pettenò si soffermeranno sulla figura di Ennion, maestro vetraio siro-palestinese, sul quale è stata allestita una grande mostra itinerante “Ennion. Master of Roman Glass”, approdata tra il dicembre 2014 e l’aprile 2015 al Metropolitan Museum di New York – dopo Miami e Philadelphia –, con una ventina di capolavori firmati dal grande maestro vetraio, che era talmente orgoglioso della sua produzione di vetri soffiati da firmarli uno ad uno, apponendo una targhetta e inserendo il proprio nome a lettere greche. Accanto ai vetri di Ennion negli States è stata esposta anche una decina di opere realizzate da altri importanti maestri dell’antichità, in qualche modo contagiati da Ennion, tanto da riprenderne l’eleganza di forme, pulite e lineari, e di colori, tenui e delicati.

Le due coppe di Ennion trovate in una tomba romana a Cuora di Cavarzere e oggi al museo di Adria

Le due coppe di Ennion trovate in una tomba romana a Cuora di Cavarzere e oggi al museo di Adria

La terza tazza di Ennion trovata nel sepolcreto di Cuora di Cavarzere e oggi al Corning museum of Glass

La terza tazza di Ennion trovata nel sepolcreto di Cuora di Cavarzere e oggi al Corning museum of Glass

Maria Cristina Vallicelli, direttrice del museo di Adria

Maria Cristina Vallicelli, direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria

Per illustrare l’incontro, la soprintendenza Archeologia del Veneto ha riprodotto una delle due coppe blu di Ennion conservate al museo Archeologico nazionale di Adria, ed esposte nella mostra al Met e poi, tra la primavera e l’autunno 2015, al Corning Museum of Glass nello Stato di New York dove sono state affiancate alla terza coppa adriese di Ennion, conservata nella città di Corning, noto centro americano di produzione del vetro. Queste due tazze blu di Ennion, come ricorda la direttrice del museo di Adria, Maria Cristina Vallicelli, “furono rinvenute tra il 1904 e il 1905, in località Cuora di Cavarzere, insieme ad altri cinque vetri eccezionali nel corredo funerario di una tomba romana a incinerazione. Quelle conservate ad Adria sono due coppe eccezionali, integre, realizzate con la tecnica della soffiatura a stampo, tecnica molto raffinata di origine orientale, introdotta in Italia settentrionale dallo stesso Ennione, che consentiva di ottenere superfici decorate a rilievo e forme dai profili articolati. Le due coppe adriesi, di un bel colore blu cobalto trasparente, sono molto simili tra loro, sebbene una abbia dimensioni maggiori ed una sola ansa verticale anziché due. Le pareti dal profilo carenato risultano decorate nella parte superiore da motivi vegetali, tra i quali si inseriscono due tabelle ansate con iscrizioni in greco: la firma del maestro vetraio “Ennione fece” e il messaggio augurante “il compratore venga ricordato””. Ma le coppe adriesi nel secolo scorso hanno avuto una storia tribolata, tanto che abbiamo rischiato di perdere per sempre questi capolavori. Come si diceva, le coppe furono rinvenute in una tomba romana a Cuora di Cavarzere che faceva parte di un piccolo sepolcreto di una famiglia agiata. Il sepolcreto, ricorda Vallicelli, “restituì una sessantina di vetri artistici, tra i quali una terza tazza di Ennione, che presero la via del commercio antiquario. Alcuni furono messi in vendita a Venezia. Circa 26 pezzi furono acquistati dal museo di Este e sono oggi al museo di Adria; altri furono acquistati dalla compagnia Venezia Murano per il Civico museo vetrario di Murano e altri, infine, assieme alla terza tazza adriese di Ennione finirono nella collezione Sangiorgi poi confluita nel Corning Museum of Glass”.