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Al museo Archeologico nazionale di Firenze (dopo il rinvio primaverile per il Covid-19) aperta la mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona”: per la prima volta riunita dopo 150 anni la collezione cortonese con quasi 300 opere

Il cratere tra i più antichi e importanti della produzione etrusca a figure rosse, utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus (foto Maf)

Ben 293 reperti, fra i quali spiccano vasi ateniesi di grande qualità, alcuni con iconografie rarissime, e uno dei più antichi e più importanti vasi etruschi dell’intera produzione a figure rosse, un grande vaso per mescolare l’acqua e il vino utilizzato nei simposi dell’aristocrazia etrusca dell’Ager Clusinus, il territorio dell’antica Chiusi. E poi 18 ricordi e cimeli di Napoleone Passerini, tra cui persino la sua pipa personale, gentilmente concessi in prestito dai pronipoti. Ecco finalmente visitabile nel salone del Nicchio al museo Archeologico nazionale di Firenze la mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona”, già programmata per la tarda primavera e rimandata a causa dell’emergenza sanitaria, a cura di Mario Iozzo, direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze e da Maria Rosaria Luberto, archeologa della Scuola Archeologica Italiana di Atene, con il coordinamento generale di Stefano Casciu, direttore regionale dei Musei della Toscana. Il catalogo scientifico, edito da Sillabe, è a cura di Mario Iozzo e Maria Rosaria Luberto.

La locandina della mostra “Tesori dalle terre d’Etruria. La collezione dei conti Passerini, Patrizi di Firenze e Cortona” al museo Archeologico nazionale di Firenze dal 29 ottobre 2020 al 30 giugno 2021

Dal 29 ottobre 2020 al 30 giugno 2021, per la prima volta dopo 150 anni viene esposta al pubblico, interamente riunita nei suoi nuclei principali, la collezione archeologica che fu del conte Napoleone Passerini (1862-1951) e della sua famiglia, in gran parte conservata nei magazzini del museo Archeologico di Firenze, ora completata da 82 pezzi prevalentemente etruschi e greci, consegnati da una generosa donatrice nel 2016 al Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Firenze. Grandi pannelli iconografici presentano i capolavori che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento lasciarono la collezione e raggiunsero il Metropolitan Museum of Art di New York, l’allora Walters Art Gallery di Baltimora, il Museum of Fine Arts di Boston, il Bible Lands Museum di Gerusalemme, la collezione Silver di Los Angeles, inclusi alcuni pregevoli vasi che molto probabilmente transitarono dalla collezione Passerini prima di finire all’estero, fornendo così un quadro completo dell’insieme degli oggetti raccolti dal Passerini.

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Il conte cortonese Nicola Passerini (foto Maf)

“Napoleone Passerini, il conte cortonese figlio del facoltoso Pietro Passerini da Cortona”, ricordano gli archeologi del Maf, “oltre ad essere agronomo di chiara fama, fondatore e proprietario dell’Istituto Agrario di Scandicci, e aver selezionato la razza Chianina nelle sue fattorie in Val di Chiana, fu appassionato collezionista e fin dall’adolescenza radunò la straordinaria raccolta,  in parte ereditata dal padre, promuovendo scavi e acquistando capolavori. I primi reperti provengono da una trentina di tombe etrusche con splendidi corredi, rinvenute nei suoi vasti possedimenti di Bettolle e di Sinalunga, e da una grande necropoli di 60 tombe della collina di Foiano della Chiana. Già nel 1877 la sua collezione annoverava almeno 400 vasi, senza contare ossi, avori, ferri, paste vitree, una ingente quantità di oggetti domestici e funerari in bronzo, suppellettili di ogni genere, vasi da dispensa e da commercio, orci da miele e vasi per derrate solide e liquide, molti dei quali con iscrizioni che contribuiscono in modo sostanziale ad accrescere le conoscenze sul lessico della lingua etrusca. Inoltre, il valore della collezione è straordinario perché proviene da un preciso e ben definito contesto territoriale e culturale, quello della Val di Chiana, da sempre cerniera fra i territori di Chiusi, Siena e Arezzo, del quale documenta aspetti di vita e cultura tra  VII e I secolo a.C., in particolare quelli espressione dell’aristocrazia di Chiusi”.

Forlì. Ai musei San Domenico la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, con 250 opere attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: Ulisse

La locandina della mostra “Ulisse. L’arte e il mito” a Forlì dal 19 maggio al 31 ottobre 2020

Dall’Odissea alla Commedia dantesca, da Tennyson a Joyce e a tutto il Novecento, di volta in volta, Ulisse è l’eroe dell’esperienza umana, della sopportazione, dell’intelligenza, della parola, della conoscenza, della sopravvivenza e dell’inganno. È “l’uomo dalle molte astuzie e “dalle molte forme”. Dopo la Guerra di Troia, quando affronta le sue avventure nel viaggio del lungo ritorno, egli è già un personaggio famoso. Ma quel viaggio è anche la faticosa riconquista di sé, della propria identità, attraverso il recupero narrativo della sua vicenda alla corte di Alcinoo, attraverso la memoria del ritorno. Così come accade all’arte, che narra narrandosi, che racconta l’oggetto e la sua forma stilistica. All’eroe omerico, eroe dell’esperienza umana, è dedicata la grande mostra “Ulisse. L’arte e il mito”, ospitata ai musei San Domenico di Forlì fino al 31 ottobre 2020, a cura della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e sotto l’egida di Gianfranco Brunelli, direttore dei progetti espositivi, e del comitato scientifico presieduto dal prof. Antonio Paolucci e con la main partnership di Intesa Sanpaolo. Una nuova, ambiziosa sfida. Un viaggio nell’arte mai raccontato che ripercorre, attraverso i secoli, le vicende del più antico e moderno personaggio della letteratura occidentale: l’uomo dal “multiforme ingegno”, Ulisse. La vasta ombra di Ulisse si è distesa infatti sulla cultura d’Occidente. Dal Dante del XXVI dell’Inferno allo Stanley Kubrick di 2001 – Odissea nello spazio, dal capitano Acab di Moby Dick alla città degli Immortali di Borges, dal Tasso della Gerusalemme liberata alla Ulissiade di Leopold Bloom l’eroe del libro di Joyce che consuma il suo viaggio in un giorno, al Kafavis di Ritorno ad Itaca là dove spiega che il senso del viaggio non è l’approdo ma è il viaggio stesso, con i suoi incontri e le sue avventure. È il mito che si è fatto storia e si è trasmutato in archetipo, idea, immagine. E che oggi, come nei millenni trascorsi, trova declinazioni, visuali, tagli di volta in volta diversi. Specchio delle ansie degli uomini e delle donne di ogni tempo.

La mostra era inizialmente prevista dal 15 febbraio al 21 giugno 2020. Ma la chiusura temporanea per decreto governativo legata alla pandemia da coronavirus di tutti i luoghi della cultura, compresi teatri e musei, ha costretto gli organizzatori a riprogrammare la mostra dal 19 maggio al 31 ottobre 2020. Per venire incontro a quanti avrebbero avuto piacere a visitare l’esposizione forlivese, durante il lockdown per iniziativa della Regione Emilia Romagna, è stato realizzato da LepidaTv un video sulla mostra “Ulisse, l’arte e il mito”. “Il più grande viaggio nell’arte”, spiegano i curatori del programma, “raccontato in un video documentario che affronta il tema di Ulisse e del suo mito, che da tremila anni domina la cultura dell’area mediterranea ed è oggi universale. La mostra illustra un itinerario senza precedenti, attraverso capolavori di ogni tempo: dall’antichità al Novecento, dal Medioevo al Rinascimento, dal naturalismo al neo-classicismo, dal Romanticismo al Simbolismo, fino alla Film art contemporanea”. Il documentario di Lepida Tv è stato curato da Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con Comune di Forlì, IBC, APT Emilia-Romagna, e Regione Siciliana.

Il “Concilio degli dei” del Rubens conservato al castello di Praga (foto museo Praga)

Fin dall’antichità gli artisti non hanno cercato di illustrare in forma puramente didascalica l’intera Odissea. Se l’età arcaica privilegia gli episodi di Polifemo, di Circe, di Scilla e delle Sirene, l’età classica aggiunge gli incontri e i riconoscimenti: l’incontro con Tiresia, Atena, Nausicaa e Telemaco, il dolore e l’inganno della tela di Penelope, il riconoscimento della nutrice Euriclea, la strage dei Proci. L’ellenismo aggiunge l’incontro domestico e commovente con il cane Argo, l’abbraccio e il riconoscimento tra Ulisse e Penelope, l’arte romana infine, oltre a ripetere i modelli precedenti, raffigura, quale epilogo consolatorio, l’abbraccio tra Ulisse e il padre Laerte. L’arte antica non è interessata a mettere in scena il poema epico, quanto un uomo che attraverso le sue molteplici e dolorose esperienze ha imparato a conoscere se stesso. Dante, che scrive 2000 anni dopo Omero, usa gli autori latini che sottolineano le qualità di Ulisse. Così nel canto XXVI dell’Inferno egli conferisce a Ulisse una nuova e diversa centralità. L’Ulisse di Dante non è spinto dalla nostalgia del ritorno, né, come l’Enea virgiliano, è mosso da una missione, egli è un viandante spinto dall’ardore “a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore”, e si lancia “per altro mare aperto”, verso il “folle volo”.

La testa di Ulisse dal museo Archeologico nazionale di Sperlonga, simbolo della mostra di Forlì (foto museo Sperlonga)

Le sale del San Domenico (formato dalla chiesa di San Giacomo, da un primo chiostro ad essa adiacente e completamente chiuso e da un secondo chiostro, aperto su un lato) ospitano 250 opere tra le più significative, dall’antico al Novecento, suddivise in 16 sezioni, in un percorso museale che comprende pittura, scultura, miniature, mosaici, ceramiche, arazzi e opere grafiche, e che si snoda attraverso i più grandi nomi di ogni epoca. A partire dall’Ulisse di Sperlonga, opera in marmo del I sec. d.C., immagine simbolo della mostra, e dall’Afrodite Callipigia dell’antichità. Nella suggestiva cornice del San Giacomo è possibile ammirare il Concilio degli dei di Rubens, e via via la Penelope del Beccafumi, la Circe invidiosa di Waterhouse arrivata dall’Australia, fino a Le Muse inquietanti di De Chirico, all’Ulisse di Arturo Martini e al cavallo statuario di Mimmo Paladino. Di assoluto prestigio le collaborazioni con i più importanti musei nazionali e internazionali, tra i quali il Musée d’Orsay di Parigi, la Royal Academy di Londra, il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan Museum of Art di New York, i musei Vaticani, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, le Gallerie d’Italia, e l’università di Ginevra.

Tesori italiani all’estero. Dal museo Archeologico nazionale di Firenze la kylix attica di Chachrylion vola in prestito per 4 anni al Met di New York. Il direttore Iozzo: rappresenta Eros in una forma primordiale, forza dell’armonia del cosmo, da cui scaturisce la creazione

La kylix di Chachrylion in vetrina al museo Archeologico nazionale di Firenze: per quattro anni, fino al 2023, sarà esposta al Met di New York (foto Maf)

La kylix di Chachrylion con l’Eros alato è volato dal museo Archeologico nazionale di Firenze al Metropolitan Museum of Art di New York dove rimarrà quattro anni. La preziosa coppa corallina con la raffigurazione di Eros, firmata dal vasaio ateniese Chachrylion, datata al 510 a.C. e proveniente da Orvieto, ha attraversato l’oceano per essere esposta al Met. Il prestito, concesso per ben 4 anni, rientra nel quadro dell’Accordo Internazionale Italia-USA firmato nel 2006, in base al quale gli USA hanno restituito molte opere d’arte antica e moderna illecitamente uscite dall’Italia, mentre il nostro Paese concede prestiti a lungo termine e favorisce mostre importanti con opere che generalmente sarebbero difficilmente concesse. La coppa resterà a New York da ottobre 2019 a ottobre 2023; in occasione del trasferimento il direttore del museo Mario Iozzo ha tenuto una conferenza per illustrare l’importanza del vaso e i vari aspetti che lo rendono così raro e speciale. Al suo posto, nel museo fiorentino, è stata collocata un’analoga coppa, della medesima importanza, custodita da decenni nei magazzini, con una singolare raffigurazione di Efesto (dio del fuoco e dei lavori artigianali, quindi anche dei vasai stessi e dei pittori che lo raffiguravano), assiso su un singolare trono alato, probabilmente forgiato da lui stesso, dio dei metalli e delle tecniche di fusione! Esiste solo un’altra raffigurazione simile, su una coppa attica a figure rosse della stessa epoca, oggi esposta nel museo di Berlino.

L’esterno della kylix di Chachrylion con le imprese di Teseo (foto Maf)

All’esterno della coppa – spiegano gli archeologi del Maf – si trovano le imprese di Teseo, mentre l’interno è dipinto con vernice corallina e decorato da una figura centrale isolata, nel tondo: Eros alato che sembra sospeso nel vuoto. Il dio, rappresentato in questo periodo come un giovane nudo (e non, ancora, con l’immagine del puttino che ci è tanto familiare), è ritratto con una prospettiva piuttosto contorta, con il torso di prospetto, le gambe di profilo e le ali una dietro l’altra. Fluttua in aria, mentre regge un fiore di loto, simbolo di bellezza, desiderio e fertilità. Questa pittura vascolare è ritenuta una delle più antiche raffigurazioni sulla ceramica attica di Eros senza Afrodite, e sembra rientrare in un filone iconografico del dio sviluppatosi proprio a partire dagli ultimi decenni del VI secolo, probabilmente in relazione alla creazione di culti ufficiali in suo onore ad Atene.

Il volo di Eros al centro dell’interno della La kylix di Chachrylion (foto Maf)

È un dio strano, Eros – continuano gli esperti del Maf -: non è annoverato tra gli dei dell’Olimpo da Omero, ma sarebbe, secondo le più antiche cosmogonie, la forza creatrice primigenia a cui si deve addirittura l’origine della stirpe divina; secondo Esiodo alla sua potenza sarebbero da ricondurre l’origine del Buio e della Notte, che a loro volta generano il Vento, la Luce del giorno e tutta la progenie di Urano e Gea. Secondo Platone l’etimologia del nome Eros lo qualificherebbe come “colui che scorre dentro” e altrove il filosofo si riferisce a lui come a un daimon, cioè una figura intermedia tra gli uomini e gli dei. Secondo le dottrine orfiche, che vivono nel VI secolo un periodo di particolare favore ad Atene, Eros sarebbe nato da un uovo d’argento. Alla sua schiusa, il giovane dio avrebbe svelato il contenuto dell’uovo, le due metà primordiali della Terra e del Cielo, che spinti dall’Amore avrebbero procreato tutti i loro discendenti.

Maio Iozzo, direttore del Maf

L’ipotesi del direttore del MAF Mario Iozzo è che si tratti proprio di questa versione di Eros quella che troviamo rappresentata sulla coppa fiorentina: “Non vediamo dove stia volando Eros, che sembra fluttuare tra terra e cielo, e il disegno nasconde un interessante dettaglio: i genitali del dio non ci sono, mentre in tutte le altre figure maschili che volano, nell’arte greca, si vedono sempre! E se questa omissione fosse voluta? Non potrebbe trattarsi di un riferimento alla natura androgina ed ermafrodita del dio? Nei Poemi Orfici si dice infatti che i suoi genitali fossero “posti dietro, verso l’ano”, e quindi non erano visibili di profilo, proprio come è nella nostra coppa. Questo Eros sarebbe dunque colui che garantisce, con la sua forza catalizzatrice e la spinta alla coesione, l’armonia del cosmo, da cui scaturisce la creazione; la forza inarrestabile da cui scaturisce la vita”.

Le coppe blu del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C., conservate nel museo di Adria, dopo le grandi mostre negli States, protagoniste dell’incontro in soprintendenza Archeologia del Veneto con Bonomi e Pettenò

Una coppa e un'anforetta in vetro soffiato colorato del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C.

Una coppa e un’anforetta in vetro soffiato colorato del maestro vetraio siro-palestinese Ennion del I sec. d.C.

Era un vero artista dell’arte vetraria vissuto nel I secolo d.C. Si chiamava e si firmava Ennion. Noto in tutto il Mediterraneo toccato dalle rotte commerciali per i suoi vetri colorati di stile inconfondibilmente sidonio. E forse lui pure, Ennion o Ennione, era della fenicia città di Sidone (oggi in Libano) anche per nascita. Le sue opere furono trovate un po’ dovunque: in Italia (specialmente ad Adria), Cipro, Panticapeo (Crimea) e sono tutte firmate. Secondo gli esperti avrebbe realizzato le sue opere soffiando il vetro in forme di terracotta. I vetri sono colorati con tecnica perfetta, in azzurro e in giallo ambra. Oggi di Ennione si conservano tazze, basse e rotonde con due anse, decorate a viticci ed elementi floreali, in molti musei tra i quali Adria, Modena, Parma, Palermo, Torino, Aquileia, Louvre di Parigi, Victoria and Albert Museum di Londra; mentre delle tre anforette note, due sono al Victoria and Albert Museum (una viene da Panticapeo, l’altra da Cipro), e la terza, pure dall’Oriente, è oggi al Metropolitan Museum di New York.

Una coppa in vetro blu firmata da Ennion e conservata al museo Archeologico di Adria

Una coppa in vetro blu firmata da Ennion e conservata al museo Archeologico di Adria

Simonetta Bonomi, soprintendente Archeologia del Veneto

Simonetta Bonomi, soprintendente Archeologia del Veneto

Proprio a “Ennion. Un artista del vetro e la sua eredità” è dedicato l’incontro promosso dalla soprintendenza Archeologia del Veneto, lunedì 29 febbraio 2016, alle 17, nella sede di via Aquileia 7 a Padova. La soprintendente Simonetta Bonomi e l’archeologa Elena Pettenò si soffermeranno sulla figura di Ennion, maestro vetraio siro-palestinese, sul quale è stata allestita una grande mostra itinerante “Ennion. Master of Roman Glass”, approdata tra il dicembre 2014 e l’aprile 2015 al Metropolitan Museum di New York – dopo Miami e Philadelphia –, con una ventina di capolavori firmati dal grande maestro vetraio, che era talmente orgoglioso della sua produzione di vetri soffiati da firmarli uno ad uno, apponendo una targhetta e inserendo il proprio nome a lettere greche. Accanto ai vetri di Ennion negli States è stata esposta anche una decina di opere realizzate da altri importanti maestri dell’antichità, in qualche modo contagiati da Ennion, tanto da riprenderne l’eleganza di forme, pulite e lineari, e di colori, tenui e delicati.

Le due coppe di Ennion trovate in una tomba romana a Cuora di Cavarzere e oggi al museo di Adria

Le due coppe di Ennion trovate in una tomba romana a Cuora di Cavarzere e oggi al museo di Adria

La terza tazza di Ennion trovata nel sepolcreto di Cuora di Cavarzere e oggi al Corning museum of Glass

La terza tazza di Ennion trovata nel sepolcreto di Cuora di Cavarzere e oggi al Corning museum of Glass

Maria Cristina Vallicelli, direttrice del museo di Adria

Maria Cristina Vallicelli, direttrice del museo Archeologico nazionale di Adria

Per illustrare l’incontro, la soprintendenza Archeologia del Veneto ha riprodotto una delle due coppe blu di Ennion conservate al museo Archeologico nazionale di Adria, ed esposte nella mostra al Met e poi, tra la primavera e l’autunno 2015, al Corning Museum of Glass nello Stato di New York dove sono state affiancate alla terza coppa adriese di Ennion, conservata nella città di Corning, noto centro americano di produzione del vetro. Queste due tazze blu di Ennion, come ricorda la direttrice del museo di Adria, Maria Cristina Vallicelli, “furono rinvenute tra il 1904 e il 1905, in località Cuora di Cavarzere, insieme ad altri cinque vetri eccezionali nel corredo funerario di una tomba romana a incinerazione. Quelle conservate ad Adria sono due coppe eccezionali, integre, realizzate con la tecnica della soffiatura a stampo, tecnica molto raffinata di origine orientale, introdotta in Italia settentrionale dallo stesso Ennione, che consentiva di ottenere superfici decorate a rilievo e forme dai profili articolati. Le due coppe adriesi, di un bel colore blu cobalto trasparente, sono molto simili tra loro, sebbene una abbia dimensioni maggiori ed una sola ansa verticale anziché due. Le pareti dal profilo carenato risultano decorate nella parte superiore da motivi vegetali, tra i quali si inseriscono due tabelle ansate con iscrizioni in greco: la firma del maestro vetraio “Ennione fece” e il messaggio augurante “il compratore venga ricordato””. Ma le coppe adriesi nel secolo scorso hanno avuto una storia tribolata, tanto che abbiamo rischiato di perdere per sempre questi capolavori. Come si diceva, le coppe furono rinvenute in una tomba romana a Cuora di Cavarzere che faceva parte di un piccolo sepolcreto di una famiglia agiata. Il sepolcreto, ricorda Vallicelli, “restituì una sessantina di vetri artistici, tra i quali una terza tazza di Ennione, che presero la via del commercio antiquario. Alcuni furono messi in vendita a Venezia. Circa 26 pezzi furono acquistati dal museo di Este e sono oggi al museo di Adria; altri furono acquistati dalla compagnia Venezia Murano per il Civico museo vetrario di Murano e altri, infine, assieme alla terza tazza adriese di Ennione finirono nella collezione Sangiorgi poi confluita nel Corning Museum of Glass”.

“Nutrire l’impero”: nella mostra all’Ara Pacis di Roma si racconta la prima “globalizzazione dei consumi”, cosa e come mangiavano gli antichi romani e come si approvvigionavano

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Il museo dell'Ara Pacis di Roma che ospita la mostra "Nutrire l'impero"

Il museo dell’Ara Pacis di Roma che ospita la mostra “Nutrire l’impero”

Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponde la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, al museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre 2015, che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione di Expo 2015, è promossa dall’assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma – soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’assessorato a Roma produttiva e Città Metropolitana e da Expo con la cura scientifica della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e della soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, di nuovo insieme a 25 anni di distanza dalla fortunata esperienza della mostra “Riscoprire Pompei” (1993). L’ideazione e il coordinamento scientifico sono di Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. Ricostruzioni multimediali e catalogo (con testi di C. Parisi Presicce, M. Osanna, E. Lo Cascio, F. Coarelli, P.Arnaud, C. Virlouvet, S. Keay, P. Braconi, C. Cerchiai, G. Stefani, M. Borgongino, M.P. Guidobaldi, A. Lagi) sono a cura di l’Erma di Bretschneider.

Pagnotte "carbonizzate" recuperate dagli scavi dell'area vesuviana, e in mostra all'Ara Pacis

Pagnotte “carbonizzate” recuperate dagli scavi dell’area vesuviana, e in mostra all’Ara Pacis

La mostra "Nutrire l'impero" illustra le origini della dieta mediterranea

La mostra “Nutrire l’impero” illustra le origini della dieta mediterranea

A seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si determinò quella che oggi chiameremmo la prima “globalizzazione dei consumi” con relativa “delocalizzazione della produzione” dei beni primari. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; amavano il miele greco e soprattutto il garum, il condimento che facevano venire dall’Africa, dall’Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei. Ma, soprattutto, il pane che mangiavano ogni giorno era un prodotto d’importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall’Africa e dall’Egitto. “Nell’arco di tempo che va da Augusto a Costantino (27 a.C. – 337 d.C. )”, spiegano i curatori Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, “Roma è stata una metropoli di circa 1 milione di abitanti, alla testa di un impero che, secondo le stime correnti, ne contava 50/60 milioni. Nessuna città raggiunse più questa grandezza fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nutrire Roma, alimentare una tale concentrazione umana, soprattutto di grano, costituì un’ impresa di cui furono diretti responsabili gli imperatori. Facendosi carico dell’annona di Roma, ovvero del suo fabbisogno alimentare, il principe stabiliva un rapporto diretto e personale con il suo popolo. Soprattutto con i cittadini romani, maschi, adulti e residenti – la plebs urbana et romana, detta anche “plebe frumentaria” – che ogni mese ricevevano dallo stato, a titolo gratuito, 5 moggi di grano a testa, circa 35 Kg di frumento, una quantità che, trasformata in pane, risultava più che sufficiente per il sostentamento individuale. Si trattava – continuano – di un diritto/privilegio, a seconda dei punti di vista, del “popolo dominante”, riconosciuto ad un massimo di 200mila beneficiari, limite fissato da Augusto. Traducendo in cifre, vediamo che le sole distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes, comportavano l’importazione di quantità di frumento oscillanti tra i 9 e i 12 milioni di moggi l’anno, vale a dire fino a 84mila tonnellate. Se poi si considera il rifornimento alimentare necessario all’intera città, la quantità di grano importata sale a cifre che gli storici, non concordi per carenza di fonti, stimano tra i 50 milioni di moggi, ovvero 350mila tonnellate, e i 60 milioni di moggi, ovvero 420mila tonnellate ogni anno. Alla fine della Repubblica il grano consumato a Roma veniva dall’Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna, come ricorda Cicerone. Le cose mutarono con la conquista dell’Egitto e la politica di espansione agricola che Roma attuò in Africa: durante l’alto impero, il tributo granario venne prodotto e pagato per 1/3 dall’Egitto e per i restanti 2/3 dall’Africa, soprattutto le province corrispondenti alle odierne Tunisia, Algeria e Libia. Il risultato – concludono – fu una produzione “delocalizzata” e monoculture estensive specializzate. Nonché forme di consumo che, forse per la prima volta nella storia, possiamo considerare “globalizzate”. Tutto ciò fu realizzato grazie all’efficienza della macchina amministrativa statale, che da una parte favoriva il libero commercio e dall’altra riscuoteva il grano quale imposta in natura (ma anche il vino, l’olio e altri alimenti), garantiva il suo trasporto su grandi navi mercantili che attraversavano il Mediterraneo, e ne seguiva il percorso fino ai monumentali magazzini (gli horrea) del grande Emporium romano, nell’odierno quartiere di Testaccio”.

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all'interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all’interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell'Olivo e dell'Olio di Torgiano

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano

La mostra "Nutrire l'impero" chiuderà il 15 novembre

La mostra “Nutrire l’impero” chiuderà il 15 novembre

Il percorso espositivo ripercorre le soluzioni adottate dai romani per il rifornimento e la distribuzione del cibo, con i mezzi di trasporto via terra e soprattutto lungo le rotte marine. Si affrontano, inoltre, i temi della distribuzione “di massa” e del consumo alimentare nei diversi ceti sociali in due luoghi per molti versi emblematici: Roma, la più vasta e popolosa metropoli dell’antichità, e l’area vesuviana, con particolare riguardo a Pompei, Ercolano e Oplontis, fiorenti centri campani. Il visitatore è introdotto al tema del movimento delle merci da una grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica. Qui si animeranno i principali flussi alimentari dei beni a lunga conservazione – grano, olio, vino e garum – e si visualizzano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. In questa prima sezione è anche affrontato il problema della lavorazione degli alimenti primari, della loro confezione in anfore caratteristiche per ogni prodotto, dell’immagazzinamento e della distribuzione del cibo. “Diversamente dagli alimenti solidi, come il grano, il trasporto delle derrate liquide o semiliquide come il vino, l’olio e le salse di pesce, è affidato a contenitori in terracotta, spiegano ancora Parisi Presicce e Rossini, “in particolare alle anfore (dal termine greco amphìphèro, porto da entrambe le parti, riferito alle due anse dei contenitori). Questo genere di recipienti rappresenta il mezzo più efficace per garantire la conservazione e la spedizione di grandi quantitativi di merci per via marittima o fluviale. Nelle navi lo stivaggio delle anfore avveniva impilandole le une sulle altre con un sistema “a scacchiera”, in modo che quelle dello strato superiore si inserissero fra tre colli delle anfore sottostanti. I contenitori si adeguavano alla forma della carena e venivano fissati e protetti dagli urti con ramaglie di ginepro, di erica, giunchi, paglia ed altro. Le anfore venivano fabbricate nelle regioni di produzione delle merci, con forme diverse a seconda della provenienza, della cronologia e del contenuto. In età romana circolavano in tutto il Mediterraneo, spingendosi fino alla Britannia e al Bosforo, testimoniando l’unificazione commerciale, oltre che politica, dell’impero”.

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell'Università di Southampton

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell’Università di Southampton

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all'Ara Pacis

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all’Ara Pacis

Nella seconda sezione le merci arrivano a Roma e a Pompei attraverso i porti di Pozzuoli e di Ostia. Qui è presentata la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Chiude questa parte della mostra il tema della grande distribuzione gratuita dei beni principali di sostentamento ai cittadini romani adulti, la plebe urbana e romana alla quale era riconosciuto un privilegio unico: quello di condividere i beni della conquista, dapprima solo grano, ma dal III secolo d.C. anche olio, vino e carne. “Nell’anno 42 l’imperatore Claudio – ricordano i curatori – volle dare a Roma un porto alla sua altezza, che ovviasse alla complicata logistica dei trasporti da Pozzuoli. Diede perciò il via alla realizzazione di un’imponente “opera pubblica”, forse la più grande del tempo. Il Porto di Claudio fu scavato 3 km a nord di Ostia, in parte nella terra ferma, in parte chiudendo un bacino di 200 ettari con due moli convergenti. L’ingresso era segnalato da un faro paragonabile per dimensioni a quello di Alessandria d’Egitto. Ma si vide che la stessa vastità del bacino ne minacciava la sicurezza e le correnti che portavano il limo dalla foce del Tevere al nuovo porto ne provocavano l’insabbiamento. Fu Traiano a ridisegnare, tra il 100 e il 113 d.C., l’assetto definitivo del porto di Claudio, inaugurato appena quarant’anni prima, aggiungendo un bacino esagonale interno. Traiano faceva anche scavare un nuovo canale largo 40 metri, il Canale Romano, che univa il suo bacino esagonale al canale di Fiumicino e quindi al Tevere”.

Cibo di strada: in un rilievo l'attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Cibo di strada: in un rilievo l’attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra "Nutrire l'impero"

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra “Nutrire l’impero”

La terza sezione illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari che poteva avvenire sia in luoghi pubblici, come le popinae e i thermopolia, gli antichi “bar” o “tavole calde” in cui romani e pompeiani consumavano il “cibo di strada”, sia nei raffinati triclinia (sale da pranzo in cui i commensali mangiavano stando semidistesi su tipici lettini da banchetto) del ceto abbiente. Esposizioni di resti di cibo da Ercolano aiuterano a comprendere la qualità dei consumi in un ricco centro campano. Grazie al contributo scientifico e ai prestiti provenienti da Pompei, Ercolano e Oplontis, è possibile ammirare corredi da tavola provenienti sia da contesti di estrema ricchezza – come il cosiddetto “tesoro di Moregine”, un completo da tavola in argento di ritorno da cinque anni di esposizione al Metropolitan Museum di New York – sia raffinate suppellettili in ceramica, in vetro e in bronzo, sia infine il vasellame utilizzato in contesti quotidiani più popolari. Sono proprio i curatori a ricostruire l’eccezionale ritrovamento.

In mostra all'Ara Pacis gli argenti dell'eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

In mostra all’Ara Pacis gli argenti dell’eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

“Nell’ottobre del 2000, durante la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A3, in località Moregine, nel comune di Pompei, è stata rinvenuta una gerla di vimini. Si trovava in una latrina posta nell’area di passaggio tra il nucleo neroniano di un edificio e le sue terme. La gerla appariva riposta da qualche fuggitivo, nelle ore convulse che precedettero l’eruzione, sotto altri oggetti di uso comune. Era ben conservata, chiusa da un coperchio e ricolma di terra e cenere compattata. Portata in laboratorio fu oggetto di analisi radiografiche quindi svuotata con un’operazione di microscavo. Al suo interno, stipato con accuratezza, un piccolo ma completo servizio di argenti da tavola di 20 pezzi: è infatti rappresentato sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium). I pezzi erano riposti impilati, in modo da sfruttare al massimo lo spazio disponibile e forse avvolti in un panno, così da rivelarsi in ottimo stato di conservazione, fatta eccezione per la lanx usata come contro chiusura della gerla. Con un peso complessivo di 3850 grammi, il servizio rappresenta l’ultimo del genere rinvenuto in area vesuviana. I grafiti sul fondo degli argenti ci restituiscono, tra altre informazioni, il nome del proprietario: Erastus (Erasti sum). La maggior parte dei pezzi sembra databile all’età augustea, mentre i due canthari e la lanx paiono attribuibili ad un periodo antecedente: essi potrebbero rappresentare l’argentum vetus di famiglia”.

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.

Mostra kolossal a Firenze. “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”: capolavori per la prima volta insieme. Poi andranno a Los Angeles e Washington

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

La mostra "Potere e pathos" a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

La mostra “Potere e pathos” a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

Una mostra unica e irripetibile: si potranno vedere affiancati l’Apoxyomenos di Vienna in bronzo e la versione in marmo degli Uffizi utilizzata per il suo restauro; due Erme di Dioniso, una proveniente da Tunisi (firmata dallo scultore del II secolo a.C. Boeto di Calcedonia), l’altra dal J. Paul Getty Museum di Malibu; i due Apollo-Kouroi, arcaistici conservati al Louvre e a Pompei.  Ma anche la Minerva di Arezzo o la testa in bronzo di cavallo Medici-Ricciardi, o il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Sono più di cinquanta i capolavori in bronzo, che dal 14 marzo al 21 giugno saranno esposti a Palazzo Strozzi di Firenze alla mostra-colossal “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.), periodo in cui, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermarono nuove forme espressive che, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. L’utilizzo del bronzo, grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico. Così, in un clima di cosmopolitismo, l’arte si internazionalizzava. Questa di Palazzo Strozzi a Firenze sarà la prima sede della grande mostra concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l’esposizione si sposterà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015 per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington, dal 6 dicembre 2015 al 13 marzo 2016.

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la mostra offrirà una panoramica del mondo ellenistico attraverso il contesto storico, geografico e politico. Lo sterminato impero ellenistico fondato da Alessandro Magno si estendeva dalla Grecia e dai confini dell’Etiopia all’Indo e comprendeva la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto: la straordinaria produzione artistica, letteraria e filosofica ebbe così un vastissimo bacino di circolazione. Statue monumentali di divinità, atleti ed eroi saranno affiancate a ritratti di personaggi storici e a sculture di marmo e di pietra, in un percorso che condurrà il visitatore alla scoperta delle affascinanti storie dei ritrovamenti di questi capolavori, la maggior parte dei quali avvenuti in mare (Mediterraneo, Mar Nero), oppure attraverso scavi archeologici, che pongono i reperti in relazione ad antichi contesti. Dai Santuari, dove venivano utilizzati come «voti», agli Spazi pubblici, dove commemoravano persone ed eventi, alle Case, dove fungevano da elementi decorativi e ai Cimiteri, dove rappresentavano simboli funerari.

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

“Queste importanti collaborazioni confermano la reputazione di eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi”, sottolinea orgoglioso il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina. La rassegna vedrà infatti riuniti, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i maggiori capolavori del mondo antico, provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e internazionali come il museo Archeologico nazionale di Firenze, il museo nacional del Prado di Madrid, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il museo Archeologico nazionale di Atene, il museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma.