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Bologna. 1871-2021: nel 150mo della scoperta della Grotta del Farneto da parte di Francesco Orsoni doppia giornata di studio tra San Lazzaro di Savena e la sede del parco regionale dei Gessi bolognesi. Ecco il ricco programma del convegno che si può seguire anche on line. Libri ricordano le figure di Orsoni e Fantini

È il 1871 quando Francesco Orsoni, uno dei precursori dell’archeologia preistorica bolognese, scopre la Grotta del Farneto, sita al centro di una vasta zona carsica tutelata dall’Ente Parco, famosa fin dal secolo scorso per l’ingente messe di reperti archeologici, rinvenuti nei pressi dell’ingresso risalenti a diverse fasi dell’Età del Bronzo. 1871-2021: sono passati 150 anni dalla scoperta della Grotta del Farneto, anniversario che viene celebrato sabato 9 e domenica 10 ottobre 2021 con due giornate dedicate a un monumento sospeso fra natura e storia. La Sala Eventi della Mediateca di San Lazzaro di Savena e la sede del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa al Farneto ospitano, rispettivamente sabato e domenica, “1871-2021 150° Anniversario della scoperta della Grotta del Farneto”, un convegno tematico sulla Grotta del Farneto e il carsismo profondo nel settore Zena-Idice, con una sezione dedicata ai problemi di salvaguardia delle aree carsiche dell’Emilia Romagna, promosso da Comitato Organizzatore del Convegno “I 150 anni della Grotta del Farneto”, Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese, Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna, Ente di gestione Parchi dell’Emilia Orientale, Comune di S. Lazzaro di Savena, con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Ente di Gestione Parchi dell’Emilia Orientale, Comune di Bologna, Comune di S. Lazzaro di Savena, Società Speleologica Italiana, Istituto Italiano di Speleologia e la collaborazione del Museo Civico Archeologico di Bologna e del Museo della Preistoria “Luigi Donini”, di S. Lazzaro di Savena. In seguito alle attuali disposizioni, che regolano il numero di partecipanti alle manifestazioni in ambienti chiusi, il numero massimo di presenti al Convegno è stato contingentato in 60 persone dietro iscrizione, attualmente chiusa. Sono indispensabili l’esibizione del Certificato verde e, in interno, l’uso della mascherina. Comunque chiunque desideri assistere da remoto alla prima sessione del Convegno, il mattino del 9 ottobre 2021, potrà seguirla in diretta streaming su YouTube, all’indirizzo: www.youtube.com/c/ComunediSanLazzaroVideo.

L’ingresso della grotta del Farneto in una immagine intorno al 1960 (foto comune s. lazzaro di savena)

Meta sin dalla prima scoperta di continue escursioni da parte di insigni studiosi, ma anche di semplici visitatori attratti dal fascino e vicinanza di una cavità facilmente percorribile, la Grotta, pur mostrando le ferite inferte dal tempo e (soprattutto) dall’uomo offre, ad un secolo e mezzo dalla sua esplorazione, notevoli spunti di riflessione sul tema della conservazione, tutela e valorizzazione dei beni naturali e storici degli affioramenti carsici del territorio sanlazzarese. Animano il Convegno, fortemente voluto dal Comitato Organizzatore presieduto dal Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese, i rappresentanti di diverse Istituzioni coinvolte nel progetto permanente di recupero dei valori che la Grotta racchiude e custodisce. Nelle due giornate di lavoro si alternano interventi mirati a far comprendere la complessità e intreccio che da sempre lega il delicato ecosistema gessoso all’uomo: Sabato 9 ottobre 2021 verranno affrontati gli aspetti geomorfologici del carsismo del “sistema” Farneto, oggetto di recentissime indagini. In questa stessa sessione troveranno spazio anche approfondimenti sulle principali testimonianze preistoriche dei Gessi, a partire da quelle rinvenute nella Grotta stessa. Domenica 10 sarà la volta della presentazione dei video sulle grotte dell’Emilia-Romagna, prodotti e realizzati di recente dalla Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna e dal Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese. In questo stesso contesto verranno illustrati dagli Autori la nuova guida a stampa dedicata ai fenomeni carsici del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e i volumi incentrati su Francesco Orsoni e Luigi Fantini, due pionieri il cui operato ha fornito un insostituibile apporto allo sviluppo della speleologia e dell’archeologia preistorica. A chiusura del simposio avranno luogo l’inaugurazione della nuova lapide dedicata alla memoria di Francesco Orsoni e la presentazione delle tavole che illustrano il nuovo rilievo topografico della Grotta e del sistema carsico di cui fa parte.

Programma 9 ottobre 2021, ore 8-14: prima SESSIONE, nella Sala Eventi della Mediateca di S. Lazzaro di Savena. Alle 8.30, indirizzi di saluto delle autorità; 8.45, apertura dei lavori con l’esposizione delle Relazioni ufficiali: David Bianco (parco regionale dei Gessi Bolognesi) su “L’esperienza e i progetti del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi nella fruizione dell’ambiente carsico: Grotta del Farneto, Grotta della Spipola e Risorgente dell’Acquafredda”; Massimo Ercolani (FSRER) su “I problemi della salvaguardia e della fruizione pubblica dei fenomeni carsici in ER, con particolare riferimento alla distruzione di Monte Tondo”; Jo De Waele (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali della Terra dell’università di Bologna) su “Il paesaggio dei Gessi, la sua evoluzione ed il contributo della Speleologia”; Luca Pisani (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali della Terra dell’università di Bologna e GSB-USB) su “Il sistema carsico della Buca di Ronzana-Grotta del Farneto. Esplorazioni ed osservazioni geomorfologiche”. Alle 11.20, dopo il coffee break, Laura Minarini e Paolo Bonometti (Museo Civico Archeologico) su “Il riordino dei reperti archeologici rinvenuti nella Grotta del Farneto”; Monica Miari, Sahra Talamo, Maria Giovanna Belcastro (Sabap Bologna, Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician”, Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali (BiGeA) dell’università di Bologna) su “Le datazioni e lo studio dei resti osteologici umani del Sottoroccia del Farneto e della Grotta Marcel Loubens”; Gabriele Nenzioni (museo della Preistoria “L. Donini”) su “Fiamma Lenzi: Il contributo delle ricerche speleologiche per la storia del popolamento dei Gessi Bolognesi, alla luce dei nuovi studi”.

Copertina della “Guida ai fenomeni carsici del parco regionale dei Gessi bolognesi”

Programma 10 ottobre 2021, ore 8-14: seconda SESSIONE nella Sede del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi, al Farneto. GSB-USB: Presentazione dell’elaborato grafico del nuovo rilevamento topografico della Grotta del Farneto, a cura di Luca Pisani (GSB-USB); presentazione dei volumi pubblicati da GSB-USB, Parco e FSRER nel triennio 2019-2021: “Francesco Orsoni. Storia di un Bolognese, pioniere della Speleologia e dell’Archeologia Preistorica” di Claudio Busi; “Guida ai fenomeni carsici del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi”, del GSB-USB a cura di Paolo Forti, Paolo Grimandi e Piero Lucci; “Luigi Fantini. Vita e ricerche di un uomo straordinario” di Claudio Busi e Paolo Grimandi; presentazione del video realizzato dalla FSRER: “Le Grotte nei Gessi dell’Emilia-Romagna” a cura di Francesco Grazioli e Piero Lucci; presentazione dei video immersivi realizzati dal GSB-USB, a cura di Sergio Orsini e Francesco Grazioli. Alle 11.20, dopo il coffee break, all’ingresso inferiore della Grotta del Farneto: inaugurazione della nuova lapide che il GSB-USB, l’Ente Parchi E.O. e la FSRER dedicano alla memoria di Francesco Orsoni ed inaugurazione delle tavole che illustrano il nuovo rilievo topografico della Grotta e del Sistema carsico di cui fa parte.

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Francesco Orsoni, scopritore della Grotta del Farneto

Chi è Francesco Orsoni. Nel 1871 Francesco Orsoni, figura assolutamente originale nell’ambito delle ricerche preistoriche avviate in territorio bolognese nel secondo Ottocento, scopre la Grotta del Farneto, uno dei più importanti insediamenti preistorici dell’Emilia-Romagna, e non solo. Autodidatta, eppure sorretto da una grande acutezza intellettuale e da un animo esuberante, Orsoni dà luogo a una serie di scavi nell’imponente stratificazione archeologica posta nei pressi dell’ingresso portando alla luce una delle più rilevanti collezioni riferibili a diverse fasi dell’età del Bronzo, oggi in gran parte custodite nel museo Archeologico di Bologna. Per merito suo e della sua caparbietà, prima che le avverse condizioni economiche e di salute lo costringessero all’abbandono delle ricerche, la Grotta, oltre a divenire meta irrinunciabile di escursioni da parte di comitive o semplici curiosi, attira l’interesse di alcuni degli artefici delle nascenti discipline preistoriche, Giovanni Capellini ed Edoardo Brizio, che nel corso del secondo Ottocento dedicano al deposito archeologico e alle sue evidenze materiali note e saggi di studio. La fama del “monumento preistorico” viene alimentata anche da altre illustri visite: Alessandro Albicini ed Enrico Panzacchi celebrano in rima il glorioso passato del Farneto, mentre Cesare Zanichelli e Giosuè Carducci, affascinati dal luogo, cercano di favorire, con il loro potere e fama, il lavoro di un Francesco Orsoni in perenne ricerca di fondi per sopravvivere e continuare le indagini sul giacimento.

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Luigi Fantini, ricercatore naturalista

Chi è Luigi Fantini. L’inesorabile decadenza del luogo che segue alla scomparsa dello scopritore viene colmata diversi decenni dopo da Luigi Fantini che, nato a pochi passi dalla celebre Grotta, eredita l’animo esuberante e appassionato di Orsoni. Eclettica figura di ricercatore naturalista che alterna con sapiente disinvoltura l’esplorazione del sistema carsico bolognese a ricerche nel campo della mineralogia, paletnologia e insediamenti storici dell’Appennino, Luigi Fantini riscopre le valenze preistoriche del sito con l’individuazione nel 1924, a pochi passi dalla Grotta, di un sistema sepolcrale “a grotticelle” in uso durante la prima età del Rame (denominato “Sottoroccia del Farneto”) che restituisce resti umani e oggetti di corredo. La rapida decadenza del luogo, favorita dalla devastante attività estrattiva del gesso – già attiva al tempo della riscoperta dell’importanza del sito da parte di Fantini – che causa il profondo dissesto dell’intero versante, culminando nel 1991 col crollo del pilastro di ingresso della cavità. Da allora è lenta rinascita, grazie in primo luogo al GSB-USB – Gruppo Speleologico Bolognese- Unione Speleologica che ha profuso il suo costante impegno per la salvaguardia di questo straordinario monumento – decretato di interesse pubblico sin dal 1965 ai sensi delle leggi vigenti al tempo sulla protezione delle bellezze naturali e la tutela delle cose di interesse artistico e storico.  L’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni attirata su di esso finalmente ha favorito la creazione nel 1988 del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa.  Nel 2008 ingenti lavori promossi dal Parco ripristinano un nuovo accesso alla Grotta che da quel momento comincia ad ospitare visite guidate in grado di approfondire gli aspetti peculiari del carsismo locale. A 150 anni di distanza, profondamente mutata nel suo aspetto originale, la grotta continua nella sua funzione di presidio sospeso fra natura e storia.

Forlimpopoli (Forlì-Cesena), al museo Archeologico incontro sul cibo dalla preistoria all’età moderna. Tutto il calendario delle “Conversazioni al Maf”. Ultimi giorni della mostra “uniCIBO, Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”

Al museo Archeologico di Forlimpopoli (Forlì-Cesena) ciclo di incontri sul cibo dalla preistoria all’età moderna

Tutto quello che avreste voluto sapere sul cibo, dalla Preistoria al XIX secolo: dall’archeologia culinaria alla simbologia della preparazione, rituali e curiosità sull’uso e l’evoluzione del cibo, elemento di condivisione per eccellenza. È l’obiettivo del ciclo di incontri “Conversazioni al MAF”, a cura di Silvia Bartoli e Mirko Traversari, dedicati ai temi del cibo e dell’alimentazione nel mondo antico con l’intento di offrire diversi punti di vista e nuovi spunti di riflessione. Primo appuntamento al museo Archeologico “Tobia Aldini” di Forlimpopoli (Forlì-Cesena) venerdì 10 maggio 2019, alle 20.15, con “Il cibo tra necessità, condivisione e ostentazione dalla Preistoria all’età moderna”, promossa dal MAF Museo Archeologico di Forlimpopoli, in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, in concomitanza con gli ultimi giorni della mostra “uniCIBO, Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”, ospitata nelle sale del MAF fino al 19 maggio 2019.

Locandina della mostra “uniCIBO. Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”

La mostra “uniCIBO, Storia di cibo dal Neolitico al Paleolitico”, a cura di Maria Giovanna Belcastro, Silvia Bartoli e Mirko Traversari, è stata promossa nell’ambito dell’Anno del Cibo italiano, sancito dal MIBAC nel 2018. L’esposizione illustra come si può ricostruire la dieta nelle popolazioni del passato attraverso l’esposizione di pezzi originali e di pannelli esplicativi, soffermandosi sui metodi e sui cambiamenti alimentari con particolare attenzione alle fasi di transizione. Quanto esposto è frutto delle attività di ricerca svolte in questo ambito dal Laboratorio di Bioarcheologia e osteologia forense dell’Università degli Studi di Bologna. “Mangiare è vitale, è conviviale, è buono, è bello”, spiegano i curatori. “Dalla necessità alla sublimazione – la storia dell’uomo e della sua alimentazione attraverso una documentazione insolita: ossa, denti, semi e piante. L’uomo circa 10.000 anni fa attua la più grande rivoluzione di tutti i tempi. Cambia radicalmente il suo rapporto con l’ambiente, con gli animali, con le piante, con i suoi simili, cambia radicalmente la sua visione del mondo. Tutti noi (o quasi) oggi siamo eredi di quei cambiamenti. Da lì siamo partiti per arrivare oggi alle nuove transizioni tecnologiche. Ci sono cibi antichi e cibi moderni, cibi consueti e cibi insoliti, cibi consentiti e cibi proibiti, cibi sani e cibi dannosi alla salute, cibi semplici e cibi trasformati, ma tutti ricavati da piante, semi, radici, tuberi, terra, piccoli e grandi animali, uomini!….anche uomini. L’antropofagia ha attraversato tutta la storia dell’uomo per fame, per odio, per amore, per caso, per celebrare momenti speciali e importanti…”.

L’archeologa Cinzia Cavallari

Venerdì 10 maggio 2019, al Maf, l’archeologa Cinzia Cavallari e la storica dell’arte Anna Stanzani, entrambe funzionarie della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, propongono un percorso per immagini commentate sul tema dell’alimentazione e della “liturgia” dei pasti. Nel corso della Preistoria, da un’economia basata sulla caccia e la raccolta dei frutti spontanei si passa, a seguito della scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, a un cambiamento radicale: di fatto il focolare domestico diventa simbolo di famiglia e di comunità. L’alimentazione accompagna la storia dell’uomo in tutte le sue sfaccettature, tra necessità di sostentamento a strumento di ostentazione di stato sociale. Pasti frugali, banchetti sontuosi in età romana e medievale, mutazioni del gusto, mode, sfruttamento delle risorse naturali, cucine, vasellame da mensa e contenitori per la cottura e la conservazione dei cibi costituiranno un’originale chiave di lettura per comprendere l’evoluzione delle società antiche, medievali e post-medievali. Per l’età moderna, si aprirà una finestra particolare: quali sono i cibi e le suppellettili messi in tavola dai pittori? E quali sono le occasioni principali per rappresentare il cibo e i temi conviviali? Banchetti sacri e profani, cucine e osterie, nature morte e mercati saranno il filo conduttore di un viaggio nella civiltà della tavola.

La locandina del ciclo di incontri “Conversazioni al Maf”

Il ciclo “Conversazioni al Maf” continua fino al 24 maggio 2019. Prossimi incontri: venerdì 17 maggio, alle 20.30, con Massimo Montanari, storico, università di Bologna, presidente Comitato scientifico Casa Artusi, su “Crudo, cotto, cucinato. Pratiche alimentari fra natura e cultura”; venerdì 24 maggio, alle 20.30, con Donata Luiselli, antropologa, università di Bologna – Campus di Ravenna, su “Dieta, clima e infezioni nel passato: che eredità nel presente degli Italiani?”. Tutte le conferenze si tengono nella sala delle Anfore del MAF e sono a ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti. Info 0543 748071 (venerdì 9-13, sabato e domenica 10-13 e 15.30-18.30); info@maforlimpopoli.ithttp://www.maforlimpopoli.it

Due progetti sul patrimonio ebraico e sui luoghi della storia della comunità ebraica bolognese presentati a Bologna nella tavola rotonda “Bologna Ebraica. Storia e Patrimonio della Città”

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

Anello d’oro recuperato dagli scavi del cimitero ebraico medievale di Bologna (foto Roberto Macrì)

Da una parte la pubblicazione “Il Cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione”, finanziata dalla Fondazione Del Monte, dall’altra il progetto “Sui passi della Bologna ebraica”, finanziato dalla Fondazione Carisbo: sono i due progetti sul patrimonio ebraico e sui luoghi della storia della comunità ebraica bolognese che saranno presentati da soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara e dalla Comunità Ebraica di Bologna nella tavola rotonda “Bologna Ebraica. Storia e Patrimonio della Città” in programma giovedì 10 Maggio 2018, alle 17, nella sala della Cultura di Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna, in via Castiglione a Bologna. Alla tavola rotonda, condotta dal direttore del Corriere di Bologna, Enrico Franco, partecipano Fabio Roversi Monaco, presidente Genus Bononiae; Marco Lombardo, assessore Relazioni europee e internazionali, Cooperazione internazionale, ONG, Lavoro, Attività produttive, Politiche per il Terzo Settore, Progetto “Insieme per il Lavoro”, Comune di Bologna; Daniele De Paz, presidente Comunità Ebraica di Bologna; Leone Sibani, presidente Fondazione Carisbo; Sabina Magrini, segretariato regionale del MiBACT per l’Emilia Romagna; Guido Ottolenghi, presidente Fondazione Museo Ebraico di Bologna. Nel corso della tavola rotonda i progetti saranno presentati dalle archeologhe del MiBACT, Renata Curina e Valentina Di Stefano, dall’antropologa Maria Giovanna Belcastro, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, e da Giacomo Sanzani, consulente di comunicazione multimediale. L’iniziativa si avvale del patrocinio del Comune di Bologna e dell’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Bologna (per la scoperta del cimitero ebraico vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/01/02/archeologia-medievale-scoperto-in-via-orfeo-a-bologna-il-cimitero-ebraico-soppresso-450-anni-fa-con-le-sue-408-sepolture-e-il-piu-grande-ditalia-e-il-secondo-in-europa-sara-il-fulcro-di-un/).

Archeologia medievale. Scoperto in via Orfeo a Bologna il cimitero ebraico soppresso 450 anni fa: con le sue 408 sepolture è il più grande d’Italia e il secondo in Europa. Sarà il fulcro di un progetto interdisciplinare per il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale ebraico e della storia di Bologna

Veduta di una porzione dell’area di scavo del cimitero ebraico medievale di via Orfeo a Bologna (foto Cooperativa Archeologia)

Bologna racchiusa nelle sue mura nella pianta del Blaeu (1640)

Soppresso 450 anni fa, col tempo se n’erano perse le tracce del cimitero ebraico medievale di Bologna, citato dalle fonti storiche e documentarie, anche se una tradizione popolare non ha mai dimenticato la presenza degli “orti degli ebrei”. Ci ha pensato l’archeologia. Recenti indagini archeologiche a Bologna hanno infatti individuato il cimitero ebraico medievale, il più grande finora noto in Italia con le sue 408 sepolture, il quale ora sarà oggetto e punto di partenza di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale ebraico del capoluogo felsineo. “È la più vasta area cimiteriale medievale mai indagata in città, testimone di eventi che hanno radicalmente mutato la storia e la vita di una parte della popolazione bolognese tra il XIV e il XVI secolo. Per 176 anni è stato il principale luogo di sepoltura degli ebrei bolognesi ma dopo le bolle papali della seconda metà del Cinquecento -che autorizzano la distruzione dei cimiteri ebraici della città- sopravvive per secoli solo nel toponimo di Orto degli Ebrei”, raccontano Renata Curina e Valentina Di Stefano, archeologhe della soprintendenza, e Laura Buonamico di Cooperativa Archeologia, alla presentazione della scoperta, presenti il sindaco di Bologna, Virginio Merola; Maria Grazia Fichera, della direzione Archeologia del Mibact; Luigi Malnati, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; Daniele De Paz, presidente della Comunità Ebraica di Bologna; David Menasci, delegato Unione Comunità Ebraiche Italiane; Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna; Francesco Ubertini, magnifico rettore Alma Mater Studiorum Università di Bologna; Maria Giovanna Belcastro, docente di antropologia all’ateneo bolognese.

Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano

Tra il 2012 e il 2014, l’area che si è poi rivelata essere il “perduto” cimitero ebraico medievale di via Orfeo è stata oggetto di uno scavo archeologico stratigrafico estensivo, condotto dalla Cooperativa Archeologia come indagine preventiva alla costruzione di un complesso residenziale. Il sepolcreto si colloca nei pressi del monastero di San Pietro Martire, nell’isolato compreso tra via Orfeo, via de’ Buttieri, via Borgolocchi e via Santo Stefano. “Le fonti d’archivio riportano che quest’area fu acquistata nel 1393 da un membro della famiglia ebraica dei Da Orvieto (Elia ebreo de Urbeveteri)”, continuano le tre archeologhe, “per poi essere lasciata in uso agli ebrei bolognesi come luogo di sepoltura. Questa funzione permane fino al 1569, quando l’emanazione di due Bolle Papali condanna le persone di religione ebraica ad abbandonare le città dello Stato Pontificio e ad essere cancellate dalla memoria dei luoghi dove avevano vissuto e operato. Uno degli effetti più violenti di queste persecuzioni è l’autorizzazione a distruggere i cimiteri e a profanare le sepolture ebraiche presenti in città. Una damnatio memoriae che riesce solo in parte visto che negli atti e registri degli anni seguenti, ma soprattutto nella consuetudine orale, quell’area continua ad essere indicata come Orto degli Ebrei”.

Preziosi anelli rinvenuti nell’area del cimitero ebraico di via Orfeo

Il cimitero ebraico medievale scoperto in via Orfeo a Bologna non è solo il più grande finora noto in Italia (e secondo in Europa solo a quello di York in Inghilterra) ma un’opportunità unica di studio e ricerca. Sono state scavate 408 sepolture di donne, uomini e bambini, alcune delle quali hanno restituito elementi d’ornamento personale in oro, argento, bronzo, pietre dure e ambra. Un gruppo di lavoro composto da soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Bologna, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Comunità Ebraica di Bologna e ricercatori indipendenti, con il supporto del Comune di Bologna, cercherà di ricomporne le vicende storiche, ricostruendo le dinamiche insediative e l’evoluzione topografica e sociale dell’area. Uno degli obiettivi primari del Progetto è l’elaborazione di un piano di recupero della memoria e la valorizzazione del patrimonio culturale ebraico e della storia della comunità bolognese. “Il cimitero di via Orfeo”, interviene l’antropologa culturale Valentina Rizzo, “è un caso unico in Europa per elementi informativi e rappresenta uno straordinario campo di collaborazione tra discipline scientifiche e istituzioni pubbliche. L’obiettivo conclusivo del lavoro di ricerca è la restituzione dei resti umani alla Comunità al fine di garantire una sepoltura secondo il rito ebraico e la restituzione di uno scenario storico e culturale alla contemporaneità. Verranno per questo studiate e concretizzate azioni di valorizzazione e divulgazione che inquadrino il periodo e gli accadimenti legati al cimitero di via Orfeo, come memoria e come eredità patrimoniale culturale ebraica nella città di Bologna”.

Bracciale di pietre dure rinvenuto nel cimitero ebraico di via Orfeo (foto Roberto Macri)

Con il Breve del 28 novembre 1569, Pio V dona l’area del cimitero ebraico alle suore della vicina chiesa di San Pietro Martire, accordando alle monache la facoltà “di disseppellire e far trasportare, dove a loro piaccia, i cadaveri, le ossa e gli avanzi dei morti: di demolire o trasmutare in altra forma i sepolcri costruiti dagli ebrei, anche per persone viventi: di togliere affatto, oppure raschiare e cancellare le iscrizioni ed altre memorie scolpite nel marmo”. “Lo scavo archeologico”, spiegano  Curina, Di Stefano e Buonamico, “ha riportato in luce gli sconvolgenti effetti di questo provvedimento: circa 150 tombe volontariamente manomesse per profanare la sacralità delle sepolture, nessuna traccia delle lapidi che dovevano indicare il nome dei defunti, forse vendute o riutilizzate. Proprio da via Orfeo vengono probabilmente le quattro splendide lapidi ebraiche esposte nel museo civico Medievale di Bologna”.

Gli scavi archeologici al cimitero ebraico medievale di Bologna hanno rinvenuto 408 sepolture (foto Cooperativa Archeologia)

L’area cimiteriale di via Orfeo ha restituito 408 sepolture a inumazione perfettamente ordinate in file parallele, con fosse orientate est-ovest e capo del defunto rivolto a occidente. “La razionale organizzazione planimetrica delle tombe e la presenza di oggetti d’ornamento di particolare ricchezza sono peculiarità difficilmente riscontrabili nei cimiteri coevi. Ulteriori ricerche consentiranno di analizzare le conseguenze del passaggio di proprietà del terreno al monastero di San Pietro Martire, verificando l’eventuale presenza anche di sepolture cristiane inserite nell’area del precedente cimitero ebraico. Gli studi archeologici analizzeranno sia le sequenze stratigrafiche, che attestano una frequentazione dell’area dall’Età del Rame all’età moderna, sia i materiali recuperati nello scavo, avvalendosi anche del confronto con alcuni contesti cimiteriali ebraici scavati in Inghilterra, Francia e Spagna. Tra gli oggetti rinvenuti negli scavi, un approfondimento sarà dedicato ai numerosi gioielli medievali, di cui verranno studiate caratteristiche stilistiche, tecniche di realizzazione e significati delle incisioni presenti”.

Gli inumati del cimitero medievale saranno studiati e poi riconsegnati alla Comunità ebraica

Nell’ambito della collaborazione tra università di Bologna, soprintendenza per la città metropolitana di Bologna e Comunità Ebraica di Bologna si inserisce lo studio antropologico degli inumati (oltre 400) del cimitero medievale di via Orfeo condotto dal laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense, diretto da Maria Giovanna Belcastro, del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali. Lo studio prevede di esaminare molte caratteristiche biologiche dei singoli inumati avvalendosi di un approccio integrato tra analisi morfologiche, microbiologiche, molecolari e tomografiche al fine di ricostruire la storia e la vita della comunità ivi rappresentata. “Oltre alla composizione demografica del gruppo”, sintetizza la prof.ssa Belcastro, “si prevede di ricostruire lo stato di salute, la dieta, eventuali specializzazioni nelle attività lavorative, aspetti relativi ai riti funerari, la provenienza geografica legata a possibili spostamenti da altre aree europee. Per giungere a questi risultati il laboratorio di Bioarcheologia e Osteologia forense esaminerà gli aspetti relativi alla ricostruzione dell’integrità dei resti scheletrici per procedere alla ricostruzione del profilo biologico (stima dell’età e attribuzione del sesso degli inumati), dello stato di salute e nutrizionale attraverso l’esame di tutte le alterazioni e patologie ossee e dentarie, e delle attività lavorative svolte in vita”. Alla fine i dati verranno raccolti e integrati in un geodatabase per offrire, da un lato uno strumento di gestione delle informazioni di scavo e di laboratorio, dall’altro un supporto significativo per lo studio del contesto, grazie all’elaborazione di planimetrie generate attraverso visualizzazioni tematizzate. “Il modello di studio integrato che emerge, che vede l’integrazione di quanto noto dalle fonti storiche e documentarie, dei dati archeologici e biologici, unitamente alla collaborazione con la Comunità ebraica di Bologna, rappresenta un unicum”, conclude Belcastro. “Lo studio del cimitero di via Orfeo – che non ha confronti in Italia e pochi in Europa – e la ricostruzione della vita della comunità ivi rappresentata offre alla città di Bologna la possibilità di ricostruire una parte importante della propria storia e, più in generale, alla società una riflessione che consenta di andare sempre più verso modelli inclusivi di convivenza”.