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Venezia. “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue: a un passo dall’uomo”: storico incontro con l’etologa Jane Goodall e il paleoantropologo Donald Johanson, per la prima volta insieme sul palco del teatro Goldoni per i 40 anni del Ligabue Magazine

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La copertina di LM80, l’ultimo numero del Ligabue Magazine (foto fondazione ligabue)

Due delle firme più prestigiose del Ligabue Magazine si incontrano sul palco del Teatro Goldoni a Venezia – intervistati dall’autrice e conduttrice televisiva Sveva Sagramola – per un talk sull’Uomo, le sue origini e il futuro che lo aspetta. Due grandissimi protagonisti della scienza moderna a livello mondiale, due icone della ricerca internazionale sulle nostre origini e sui primati, due attivisti e divulgatori di fama internazionale in merito ai problemi dell’ambiente, della conservazione delle specie e del futuro della ricerca: l’etologa e antropologa inglese Jane Goodall e il paleoantropologo americano Donald Johanson saranno per la prima volta insieme, in un incontro specialissimo promosso a Venezia dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e condotto da Sveva Sagramola, giornalista e volto notissimo della Rai, storica conduttrice della trasmissione televisiva di scienza e cultura “Geo e Geo” su Rai 3.

venezia_dialoghi-fondazione-ligabue_a-un-passo-dall-uomo_locandina“A un passo dall’uomo”. Tornano il 29 ottobre 2022, al teatro Goldoni di Venezia “I Dialoghi della Fondazione Giancarlo Ligabue” – conferenze e incontri a ingresso libero, con grandi studiosi, ricercatori ed esperti di diversi ambiti del sapere – in un appuntamento imperdibile e per certi versi emozionante, che vede dalle 17.30 sul palco veneziano la prima volta insieme l’etologa più celebre al mondo, grazie ai suoi rivoluzionari studi sugli scimpanzé e la loro somiglianza con gli esser umani (condotti nel Parco nazionale del Gombe), e lo studioso ricordato come lo scopritore di “Lucy”: scheletro di un ominide risalente a oltre tre milioni di anni fa e prima sconosciuto – ritrovato il 24 novembre 1974 nella regione di Afar, in Etiopia – che ha rivelato un tassello fondamentale dell’evoluzione della nostra specie.

venezia_ligabue-magazine_40anni Ligabue Magazine_Le copertine2_foto-fondazione-ligabuevenezia_ligabue-magazine_40anni Ligabue Magazine_Le copertine1_foto-fondazione-ligabueL’occasione dell’incontro pubblico, voluto fortemente da Inti Ligabue presidente della fondazione dedicata a Giancarlo Ligabue, è una ricorrenza importante: il quarantennale del “Ligabue Magazine”, la prestigiosa pubblicazione scientifico-culturale edita dall’allora Centro e Studi e Ricerche Ligabue e ora della Fondazione: un semestrale in doppia lingua dal design ricercato e dall’eccezionale  apparato iconografico e con un parterre di autori di primo piano: storici, scienziati, letterati ed esperti delle diverse discipline. Jane Goodall e Donad Johanson sono stati appunto tra le firme più illustri degli 80 numeri della rivista, che vanta la direzione editoriale di Alberto Angela ed è diretta dal 2018 da Alessandro Marzo Magno e che, in 40 anni, ha fatto registrare 4600 articoli in versione italiana e inglese, oltre 4mila autori, più di 20mila immagini, diverse migliaia di abbonati in oltre 30 Paesi nei 5 continenti. Una rivista che accompagna i lettori in perlustrazioni affascianti di mondi, culture, ambienti, presentando ricerche e studi in settori diversi in maniera sempre godibile, con un occhio di riguardo all’antropologia, all’archeologia e alla paleontologia. A guidare la scelta editoriale sono la passione per la conoscenza e la volontà della Fondazione e del suo presidente di sensibilizzare il pubblico su alcuni temi: il pericolo per la sopravvivenza di popoli e culture, la tolleranza e il rispetto, i rischi ambientali connessi all’inquinamento e alla deforestazione, la tutela di alcune specie animali a rischio estinzione, l’impatto dei cambiamenti climatici, ecc. E poi Venezia, alla quale ogni numero riserva attenzione, per ricordane storia e cultura, ma anche fragilità e pericoli.

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L’imprenditore e collezionista veneziano Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue (foto fondazione ligabue)

“È un onore e un’emozione grandissima”, commenta Inti Ligabue, “poter accogliere e presentare al pubblico, soprattutto ai più giovani che magari li conoscono meno, due menti illuminate, due antesignani di studi e ricerche nel mondo, che hanno dato un contributo fondamentale alle nostre conoscenze sui primati e sull’evoluzione della specie umana. Credo che poterli incontrare, sentire dalle loro voci i racconti di una vita dedicata alla ricerca, alla conoscenza, alla libertà del pensiero e alla difesa del nostro ambiente, dell’umanità e del pianeta, non possa che essere di ispirazione per tutti noi e per il nostro domani”.

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Jane Goodall con uno scimpanzé in Kenia nel 2000 (foto Jane Goodall institute)

Jane Goodall, PhD, DBE, fondatrice del Jane Goodall Institute e Messaggero di Pace delle Nazioni Unite, è nota in tutto il mondo per le sue ricerche pionieristiche sugli scimpanzé selvatici.  Oggi gira il mondo per parlare delle minacce che incombono sulle crisi ambientali, esortando ciascuno di noi ad agire per conto di tutti gli esseri viventi e del pianeta che condividiamo. Nel luglio del 1960, all’età di 26 anni, Jane Goodall si recò dall’Inghilterra in quella che oggi è la Tanzania e si avventurò nel mondo poco conosciuto degli scimpanzé selvatici. Equipaggiata con poco più di un taccuino, un binocolo e il suo grande interesse per la fauna selvatica, Jane Goodall sfidò un regno di incognite per dare al mondo una straordinaria finestra sui parenti viventi più stretti dell’umanità. In quasi 60 anni di lavoro innovativo, la dottoressa Jane Goodall non solo ha dimostrato l’urgente necessità di proteggere gli scimpanzé dall’estinzione, ma ha anche ridefinito la conservazione delle specie includendo le esigenze delle popolazioni locali e dell’ambiente. Nel 1977 la dott.ssa Goodall ha fondato il Jane Goodall Institute, attivo anche in Italia, che continua la ricerca su Gombe ed è leader mondiale nell’impegno per la protezione degli scimpanzé e dei loro habitat.  L’Istituto è ampiamente riconosciuto per i suoi programmi innovativi di conservazione e sviluppo in Africa, incentrati sulle comunità locali, e per Roots & Shoots, il programma ambientale e umanitario globale per i giovani di tutte le età.

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Tanzania, 1987: Donald Johanson mostra il ritrovamento di un altro scheletro di ominide durante gli scavi nell’Olduvai (foto Archivio Fondazione Giancarlo Ligabue)

Donald Johanson. Molti considerano Donald Johanson uno dei più importanti e completi paleoantropologi del nostro tempo. Nel corso della sua illustre carriera, ha prodotto alcune delle scoperte più importanti del settore, tra cui il reperto fossile più conosciuto e studiato del XX secolo: lo scheletro di Lucy. Da quando Charles Darwin ha proposto la teoria dell’evoluzione nella sua pubblicazione del 1859, On the Origin of Species by Means of Natural Selection (L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale), gli scienziati hanno ipotizzato il posto dell’uomo nella natura. Darwin ipotizzò che non solo la specie umana fosse un prodotto del processo evolutivo, ma che nel passato preistorico condividessimo un antenato comune con le scimmie africane. Sebbene il XX secolo sia stato costellato da importanti ritrovamenti di ominidi fossili provenienti sia dall’Africa orientale che da quella meridionale, fu la scoperta del 1974 da parte del dottor Johanson di un fossile di ominide di 3,2 milioni di anni fa in Etiopia ad aggiungere un collegamento cruciale. Lucy, come fu chiamato lo scheletro, ha suscitato un dibattito continuo e importanti revisioni nella nostra conoscenza e comprensione del passato evolutivo dell’uomo. Lo scheletro possedeva un’intrigante miscela di caratteristiche simili a quelle delle scimmie, come il volto sporgente e il cervello piccolo, ma anche di caratteristiche che consideriamo umane, come la camminata eretta. Lucy continua a essere un diadema nella corona dei fossili di ominidi e funge da importante pietra di paragone per tutte le scoperte successive.

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Tanzania, 1987: Donald Johanson e Alberto Angela mentre esaminano resti fossili (foto Archivio Fondazione Giancarlo Ligabue)

Nei 34 anni trascorsi da quando Johanson ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Chicago, ha condotto esplorazioni sul campo in Etiopia, Tanzania e Medio Oriente e ha raggiunto efficacemente diverse piattaforme mediatiche: ha condotto e narrato la serie In Search of Human Origins della PBS/NOVA, nominata agli Emmy, è stato coautore di nove libri e ha tenuto conferenze presso università, aziende e forum pubblici per condividere le sue scoperte e stimolare un sano dibattito. Spinto dall’idea che non possiamo comprendere appieno chi siamo e dove siamo diretti come specie finché non abbiamo una conoscenza più completa delle nostre radici evolutive, Johanson ha fondato l’Institute of Human Origins nel 1981 come centro di riflessione sull’evoluzione umana e si è unito all’Arizona State University con un centro di ricerca nel 1997. L’istituto è oggi considerato uno dei centri di ricerca sulle origini umane più importanti al mondo. Johanson è membro onorario dell’Explorers Club, membro della Royal Geographical Society e membro distinto dell’Accademia delle Scienze di Siena. È inoltre titolare della cattedra Virginia M. Ullman sulle origini umane presso l’Arizona State University, dove insegna.

Campania “gialla”. Lunedì 18 riapre il museo Archeologico nazionale. Possibile visitare collezioni permanenti e mostre in programma: Lucy, Etruschi, Heroes, Fuga dal museo. Omaggio ai primi visitatori. Il direttore Giulierini: “L’arte e la bellezza ci preparano alla rinascita. Il Museo sempre più vostro”

La locandina “Bentornati al Mann” per la riapertura del museo il 18 gennaio 2021

La Campania in “fascia gialla” e il museo Archeologico nazionale di Napoli da lunedì 18 gennaio 2021 riapre al pubblico. ”La riapertura dei musei nelle zone gialle,  con la massima attenzione alla sicurezza per visitatori e dipendenti, è un segnale fortissimo che ci fa  sentire tutti una orgogliosa comunità. Dove l’arte e la bellezza curano lo spirito e ci preparano alla rinascita.  In questi giorni difficili il vostro ‘Museo’ è ancora più vostro, dei cittadini di Napoli e della Campania. Vi invitiamo a viverlo in tranquillità, non solo come una casa accogliente, ma anche come il più straordinario dei viaggi, quello nella nostra storia. Bentornati”: così il direttore del Mann, Paolo Giulierini, anticipa il benvenuto ai visitatori che, dal 18 gennaio, torneranno a varcare la soglia del Mann. Lunedì 18, come segnale augurale, i primi venti visitatori del Museo avranno in dono la pubblicazione “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, che racchiude il progetto di ricerca dedicato da Enzo Petito e Luigi Spina ai soffitti affrescati dell’Archeologico. Come previsto dalle disposizioni governative, il museo Archeologico nazionale di Napoli sarà aperto da lunedì al venerdì con i soliti orari (dalle 9 alle 19.30); il sabato e domenica, l’Istituto resterà chiuso. Nel rispetto della vigente normativa anti-Covid, grazie alle misure già adottate dopo il primo lockdown nazionale, sarà di nuovo possibile ammirare, in tutta sicurezza, le collezioni permanenti e le esposizioni del Museo.

Al Mann la mostra a fumetti “Lucy. Sogno di un’evoluzione” di Tanino Liberatore (foto Mann)

Tra le mostre, “percorribili” sino ad oggi solo in anteprima virtuale, da non perdere “Lucy. Sogno di un’evoluzione” di Tanino Liberatore. L’allestimento, realizzato in collaborazione con COMICON nell’ambito del progetti Obvia, è presentato nella sezione Preistoria e Protostoria del Mann: qui il “Michelangelo del Fumetto”, Tanino Liberatore, presenta i suoi lavori (disegni a matita e schizzi), ispirati ai ritrovamenti in Etiopia (1974) di un esemplare femminile di una giovane Australopithecus afarensis, capace già di camminare in posizione quasi eretta e chiamata Lucy dalla canzone Lucy in the Sky with Diamond dei Beatles.

Banner della mostra “Heroes of change” al museo Archeologico nazionale di Napoli: il cavaliere (foto mann)

Ancora un’incursione nell’arte contemporanea: nel Giardino delle Fontane del Museo, sono esposti i grandi stendardi dell’exhibit “Heroes of change”, promossa in rete con Amnesty International Italia per valorizzare le creazioni degli studenti della scuola “Nicolini- Di Giacomo” sui temi della Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Una vetrina della mostra “Gli Etruschi e il Mann” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto Mann)

Da rivivere, naturalmente, il viaggio alla scoperta della grande mostra “Gli Etruschi e il MANN” che, con i suoi seicento reperti, in parte inediti, racconta il meltin’ pot culturale innestato dalla antica popolazione italica nella nostra regione. Per un’incursione nell’attualità, è ancora visibile “KENE/Spazio”, allestimento dedicato al progetto di inclusione sociale promosso in Mali dal giovane artista Mohamed Keita, mentre passeggiando nelle sale degli affreschi ci si potrà confrontare con le creazioni contemporanee di “Aritmia” di Andrea Anastasio.

L’allestimento della mostra “Fuga dal museo” di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla nella galleria Principe di Napoli (foto Mann)

Dentro le sale dell’Archeologico con uno sguardo proteso verso la città: è stata prorogata, sino alla fine di febbraio, l’installazione in galleria Principe di Napoli dei fotomontaggi “Fuga dal Museo” di Dario Assisi e Riccardo M. Cipolla; le opere, in originale o riproduzione, contraddistinguono anche la rete dei Negozi Amici del Mann. I clienti dei punti vendita convenzionati (l’elenco degli esercizi è sul sito web del Museo), conservando lo scontrino del proprio acquisto, avranno ticket ridotto (8 euro) per l’Archeologico.

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Molto apprezzato l’abbonamento “Open Mann”, un unicum nei musei autonomi nazionali

Sempre sino alla conclusione di febbraio, sarà possibile aderire alla campagna promozionale degli abbonamenti OpenMANN (10 euro per adulto, 15 per coppia di over 25 anni, 5 per studenti universitari e giovani tra 18 e 25 anni non compiuti); i titolari di card in corso di validità riceveranno una dilazione dei termini di scadenza, dilazione corrispondente al periodo di chiusura dell’istituto.

Paleoantropologia. L’Australopithecus Sediba, l’ominide più vicino al genere Homo, vissuto due milioni di anni fa, scoperto in Sudafrica, non poteva masticare cibi duri: nella ricerca internazionale anche l’università di Bologna

Il cranio fossile di Australopithecus Sediba scoperto in Sudafrica nel 2008

Il cranio fossile di Australopithecus Sediba scoperto in Sudafrica nel 2008

La scoperta risale al 2008. Siamo in Sudafrica. Vicino a Johannesburg, nella grotta di Malapa, i paleoantropologi hanno rinvenuto il cranio fossile di Australopithecus Sediba, una specie pre-umana che visse circa due milioni di anni fa in Sud Africa, ritenuto uno dei principali antenati del genere Homo. Su quel cranio fossile gli studiosi hanno realizzato un modello digitale e ne hanno simulato la capacità di masticazione applicando una serie di metodi biomeccanici, simili a quelli comunemente utilizzati in campo ingegneristico per testare la resistenza alla rottura di costruzioni e macchinari come ponti, aeroplani, autovetture. E i risultati della ricerca, pubblicati nel febbraio 2016 sulla rivista “Nature communications”, sono stati davvero sorprendenti. Diversamente da alcune specie di Australopithecus che hanno fatto fronte ai cambiamenti ambientali avvenuti fra tre e due milioni di anni fa adattandosi a diete coriacee, il “sediba” ha rivelato un apparato masticatorio che limitava la sua capacità di masticazione: per lui niente gusci o cibi duri.

Lo studio pubblicato su Nature Communications sull'apparato masticatorio dell'Australopithecus Sediba

Lo studio pubblicato su Nature Communications sull’apparato masticatorio dell’Australopithecus Sediba

Le australopitecine – ovvero le specie di Australopithecus – si ritrovano tra i 4,2 milioni e i 2 milioni di anni fa (il più noto è l’Australopithecus Afarensis, di 3,4 milioni di anni fa, famoso col nomignolo di “Lucy”) e sebbene presentino alcuni tratti umani, come per esempio la capacità di camminare su due gambe, la maggior parte di loro non possiede altre caratteristiche tipiche dell’uomo, quali un grande cervello, faccia ortognata con riduzione della mandibola e dei denti, così come la capacità di utilizzare utensili. “Molte specie di Australopithecus presentavano sorprendenti adattamenti craniali, utili per processare cibi duri, ossia potevano sprigionare elevate forze durante la masticazione”, spiega David Strait, antropologo alla Washington University di St. Louis (Usa) e responsabile della ricerca. «Tuttavia”, continua Stefano Benazzi, paleoantropologo e ricercatore presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) e co-autore dell’articolo, “i nostri risultati indicano che la morfologia dell’apparato masticatorio di Australopithecus sediba poneva grossi limiti durante la masticazione, perché se avesse utilizzato tutta la potenza dei suoi muscoli masticatori, avrebbe rischiato la lussazione della mandibola”.

L'antropologo Stefano Benazzi dell'università di Bologna

L’antropologo Stefano Benazzi dell’università di Bologna

I primi rappresentanti del genere Homo derivano quasi certamente da un’australopitecina e l’Australopithecus sediba è candidato per essere il diretto antenato. La ricerca pubblicata su “Nature Communications” non definisce il grado di parentela dell’Australopithecus sediba con il genere Homo, fornisce però importanti indicazioni sugli effetti che i cambiamenti della dieta hanno avuto per l’evoluzione del nostro genere. «Anche l’uomo infatti”, continua Stefano Benazzi, “presenta grosse limitazioni nel generare elevate forze masticatorie, e probabilmente questo caratterizzava anche i primi rappresentanti di Homo, così come alcune australopitecine. Ciò significa che mentre alcune australopitecine si sono evolute per massimizzare la capacità di masticare in modo energico, altre, tra cui quelle che hanno dato origine al genere Homo, si sono evolute nella direzione opposta. In definitiva, vari fattori ecologici devono aver modificato il comportamento alimentare e la dieta delle australopitecine, rivestendo quindi un ruolo fondamentale nell’origine del genere Homo”.

Paleontologia. Eccezionale scoperta in Sudafrica: trovate le ossa fossili dell’Homo Naledi, un po’ primitivo e un po’ moderno, che si distingue da tutte le specie finora conosciute. Forse seppelliva i morti

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

Il paleontologo Lee Berger, capo della missione in Sudafrica, mostra un fossile di Homo Naledi trovato nella grotta Rising Star

Un po’ primitivo, un po’ moderno: aveva le mani in grado di arrampicarsi sugli alberi, ma i piedi quasi identici ai nostri per una deambulazione eretta. È stata scoperta in Sudafrica una nuova specie umana, una scoperta senza precedenti nella storia della paleontologia. Questo ominide, un po’ cugino lontano dell’uomo, un po’ fratello, è stato chiamato Homo Naledi, perché la grotta della scoperta vicino a Johannesburg si chiama stella nascente (Rising Star). E Naledi significa stella nella lingua Sesotho, usata da alcune tribù sudafricane. È il più grosso ritrovamento di ossa di ominidi mai avvenuto: tutto è cominciato nella grotta detta Rising Star, a una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, dove sono stati scoperti oltre 1500 elementi fossili, appartenenti a una quindicina di individui. L’Homo Naledi, ominide con caratteristiche primitive e moderne al tempo stesso, non era molto alto, era piuttosto snello, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i suoi morti, ben prima dell’Homo sapiens. I diversi sedimenti ritrovati nella caverna non permettono ancora di datare le ossa e risalire alla sua età, ma secondo gli studiosi questa nuova specie umana scoperta in Sudafrica potrebbe avere tra i due milioni e i due milioni e mezzo di anni. I resti fossili erano ammucchiati in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo talmente stretto che per recuperarli è stato arruolato uno speciale team di speleologi e ricercatori che fossero magri abbastanza per entrarci con le braccia alzate sopra la testa. Questa è una regione conosciuta dai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile “culla dell’umanità”, vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti.

Il paleontologo Lee Berge nella grotta Rising Star dove sono stati trovati 1500 elementi fossili di Homo Naledi

Il paleontologo Lee Berger nella grotta Rising Star dove sono stati trovati 1500 elementi fossili di Homo Naledi

L’annuncio dell’incredibile ritrovamento è stato dato dalla University of Witswaterstrand di Johannesburg, dalla National Geographic Society e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia/ National Research Foundation del Sudafrica ed è stato pubblicato dalla rivista scientifica eLife. Un approfondimento della ricerca verrà pubblicato sul numero di ottobre del National Geographic. I frammenti recuperati finora appartengono – come si diceva – ad almeno 15 individui della stessa specie: molti altri, si crede, restano da recuperare. “Poiché abbiamo a disposizione esemplari multipli di quasi tutte le ossa del suo corpo”, dice il paleontologo Lee Berger, che ha guidato le spedizioni di scoperta e recupero, “Homo naledi è già praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell’uomo”. Uno dei membri del gruppo del professor Lee Berger è lo scienziato italiano Damiano Marchi del dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa.

La ricostruzione di Homo Naledi con le centinaia di ossa fossili disponibili ai paleontologi

La ricostruzione di Homo Naledi con le centinaia di ossa fossili disponibili ai paleontologi

Le ossa delle mani di Homo Naledi: appaiono adatte all'utilizzo di utensili, ma le dita sono curve, poteva arrampicarsi

Le ossa delle mani di Homo Naledi: appaiono adatte all’utilizzo di utensili, ma le dita sono curve, poteva arrampicarsi

È proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili a far emergere quello che probabilmente è l’aspetto più straordinario della scoperta: Homo Naledi forse seppelliva i suoi morti e la sepoltura finora era considerata una pratica iniziata con l’uomo moderno (risalente a 200mila anni fa, con l’Homo Sapiens). Le ossa di neonati, bambini, adulti e anziani, infatti, giacevano in un anfratto molto profondo. “Quella camera è stata sempre isolata dalle altre e non è mai stata direttamente aperta verso la superficie”, assicura Paul Dirks della James Cook University nel Queensland, in Australia, primo firmatario dell’articolo che descrive il contesto della scoperta. “Soprattutto, in questo remoto anfratto mancavano fossili appartenenti ad altri animali di rilievo; c’erano praticamente solo resti di Homo Naledi”. Gli unici elementi fossili non appartenenti all’ominide (una dozzina di elementi su oltre 1500) sono resti isolati di topi e uccelli: la cavità attirava pochi frequentatori occasionali. Le ossa di Homo Naledi non presentano segni di morsi di predatori o saprofagi e non sembrano trasportate fin lì da qualche altro agente esterno, come un flusso d’acqua. “Abbiamo esplorato tutti gli scenari alternativi”, dice Lee Berger, il capo della spedizione: “Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d’acqua, e altri ancora. Alla fine, l’ipotesi più plausibile è che gli Homo Naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti” e che, dunque, fossero proprio dediti alla sepoltura ben prima dell’Homo sapiens. Se fosse confermata, la teoria farebbe pensare che questa specie fosse già capace di un comportamento ritualizzato (vale a dire ripetuto) finora attribuito solo agli esseri umani moderni. “Questa grotta non ha ancora svelato tutti i suoi segreti”, conclude Berger. “Ci sono ancora centinaia, se non migliaia di resti ancora da studiare sepolti laggiù”

Una ricostruzione della testa di Homo Naledi realizzata dal paleoartista John Gurche, che ha lavorato sulla base delle scansioni delle ossa ritrovate, utilizzando pelliccia di orso per simulare i peli e i capelli. Fotografia di Mark Thiessen (National Geographic Society)

Una ricostruzione della testa di Homo Naledi realizzata dal paleoartista John Gurche, che ha lavorato sulla base delle scansioni delle ossa ritrovate, utilizzando pelliccia di orso per simulare i peli e i capelli. Fotografia di Mark Thiessen (National Geographic Society)

Confronto tra ominidi: Lucy, fossile di 3,2 milioni di anni fa scoperto in Etiopia nel 1974; il ragazzo del Turkana, fossile di 1,6 milioni di anni fa trovato in Kenia nel 1984; e l'Homo Naledi

Confronto tra ominidi: Lucy, fossile di 3,2 milioni di anni fa scoperto in Etiopia nel 1974; il ragazzo del Turkana, fossile di 1,6 milioni di anni fa trovato in Kenia nel 1984; e l’Homo Naledi

“Complessivamente, Homo Naledi appare come una delle specie più primitive del genere Homo”, spiega John Hawks della University of Wisconsin-Madison, uno degli autori dell’articolo che descrive la nuova specie, “ma ha alcune caratteristiche sorprendentemente umane, tali appunto da farlo ricomprendere nel genere Homo cui apparteniamo anche noi. Aveva un cervello minuscolo, più o meno delle dimensioni di un’arancia, posto in cima a un corpo relativamente lungo e snello”. Secondo i ricercatori, Homo Naledi doveva essere in media alto circa un metro e mezzo e pesare 45 chili. Il cranio e i denti appaiono abbastanza simili a quelli di alcune specie più primitive del genere Homo, come Homo Habilis e le spalle somigliano di più a quelle delle grandi scimmie. Mani e piedi, invece, ci dicono molto di lui e delle sue abitudini: “Le mani appaiono adatte all’utilizzo di utensili”, dice Tracy Kivell della University of Kent, che ha fatto parte del team che ha studiato l’anatomia della nuova specie, “ma le dita sono molto curve, il che fa pensare che fosse molto bravo ad arrampicarsi”. Quanto ai piedi, sono il tratto anatomico più sorprendente, perché “sono praticamente indistinguibili da quelli di un essere umano moderno”, aggiunge William Harcourt-Smith del Lehman College della City University of New York, un altro studioso che ha partecipato alla ricerca. Le caratteristiche dei piedi e delle gambe slanciate fanno pensare che la specie fosse adatta anche a lunghe camminate. “La particolare combinazione dei tratti anatomici distingue Homo Naledi da tutte le specie finora conosciute”, conclude Berger.

Il paleo antropologo Yves Coppens racconta l’uomo preistorico

Il paleoantropologo Yves Coppens con la ricostruzione di "Lucy"

Il paleoantropologo Yves Coppens con “Lucy”

Lo scopritore di “Lucy” pubblica il libro “L’uomo preistorico in frammenti”

Il novembre del 1974 in Hadar in Etiopia, fu un momento che rese famosa l’equipe formata dal paleoantropologo Donald Johanson, dal geologo Maurice Taieb e dal paleontologo Yves Coppens: furono loro a scoprire lo scheletro dell’ominide più vecchio, allora conosciuto, del mondo a cui diedero il nome “Lucy”. Al fossile di ominide di più di 3,5 milioni di anni rimase il nome “Lucy” e Yves Coppens, come gli altri due, ebbe merito e riconoscimento internazionale: di certo il suo nome, pur essendo il maggior paleontropologo europeo, studioso cioè degli uomini delle origini, è ancora oggi legato a “Lucy”.  Yves Coppens ha pubblicato in questi giorni per la casa editrice Jaca Book ”L’uomo preistorico in frammenti» (pagine 216, euro 26,00). È un libro appassionante, vero atto di amore per la preistoria più profonda.

Lo studioso accademicamente più decorato di Francia è un grande valorizzatore dei lavori altrui e delle loro scoperte; questo volume presenta il più affascinante panorama di figure, scoperte e  libri. In questo volume ci recensiscono i più recenti piccoli e grandiosi passi della preistoria.Questi pezzetti di preistoria si riferiscono alle parti di scheletri fossili di umani vissuti centinaia di migliaia di anni fa; riguardano anche i loro strumenti di lavoro artigiano e artistico, ma anche gli dei e i segni dello spirito degli uomini preistorici.