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Verona. Cangrande della Scala, Signore di Verona, non fu assassinato, ma morì per una rara malattia genetica: la Glicogenosi tipo II. Lo svela un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. La notizia nell’anno dantesco: fu proprio Cangrande a ospitare per primo il Sommo Poeta in esilio

La statua di Cangrande nell’allestimento al museo di Castelvecchio di Verona voluto da Carlo Scarpa (foto musei civici verona)
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Un’immagine di dante e di Cangrande Signore di Verona (foto da http://www.larchetipo.com)

Non è stato assassinato. Cangrande della Scala, Signore di Verona, il 22 luglio 1329, proprio nei giorni della raggiunta conquista di Treviso, morì, appena trentottenne, per una rara malattia genetica, precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, che lo portò alla morte in soli tre giorni. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Una indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. E la notizia viene data proprio nell’anno dantesco. Fu proprio Cangrande (“il gran lombardo”) a ospitare a Verona il Sommo Poeta in esilio, e per questo Dante ne fu sempre riconoscente (in una lettera, Epistola XIII, gli dedicò l’ultima cantica della Divina Commedia), e così lo ricorda nel Canto XVII del Paradiso: “Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello; / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo”. I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’università di Verona Massimo Delledonne, Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie; per l’università di Firenze David Caramelli, Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del museo di Storia Naturale.

Presentazione dei risultati del DNA di Cangrande: da sinistra, l’assessore Francesca Briani, il sindaco Gabriele Sboarina, la direttrice dei musei Francesca Rossi (foto comune di verona)

“Una giornata storica per la città di Verona”, sottolinea il sindaco Sboarina. “Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.  “Si mette così la parola fine”, afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “a uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cangrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, sulla morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”. “La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al museo di Storia Naturale”, sottolinea la direttrice dei Musei civici di Verona, Francesca Rossi, “venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Lo staff scientifico coinvolto nelle ricerche sul DNA di Cangrande insieme agli amministratori di Verona (foto comune di verona)

Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Questo sforzo congiunto fra gli esperti del museo di Storia Naturale e università di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

Verona, Luigi Cavadini, La salma di Cangrande nel sepolcro, 1921, stampa moderna da lastra negativa su vetro alla gelatina al bromuro d’argento (foto museo di Castelvecchio)

Il progetto DNA Cangrande. Il progetto DNA Cangrande affonda le sue radici nella ricerca avviata nel 2004 dall’allora direzione dei civici Musei, in collaborazione con le Soprintendenze territoriali competenti, l’università di Verona, l’università di Pisa, l’Azienda Ospedaliera di Verona. La direzione Musei promosse e coordinò l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala. La ricognizione portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (per i seicento anni della morte di Dante Alighieri). Le ricerche scientifiche avviate nel 2004 furono parte integrante della mostra “Cangrande della Scala. La morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo”, allestita al museo di Castelvecchio (per cura di Paola Marini, Ettore Napione, Gianmaria Varanini) e diedero vita nel 2006 alla pubblicazione scientifica “Il corpo del principe: ricerche su Cangrande della Scala” (curato da Ettore Napione).

La mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Nel 2004 fu effettuata dal prof. Gino Fornaciari dell’università di Pisa un’autopsia sulla salma dello scaligero, estraendo per scopo di studio dei campioni biologici (fegato, tessuti, parti ossee), che furono poi depositati al Museo di Storia Naturale. Questi studi fornirono nuove prospettive rispetto agli interrogativi sino ad allora irrisolti riguardanti lo stato di salute, le fattezze e le circostanze della morte del signore scaligero. Diedero, inoltre, impulso per approfondimenti e revisioni che furono la premessa indispensabile di significative conoscenze in campo storico, artistico e scientifico. Nel 2004 non fu possibile avviare la ricerca sul DNA (aveva costi esorbitanti), ma oggi i progressi tecnici consentono di recuperare informazioni dai campioni biologici estratti nel 2004, ottenendo molecole sufficientemente integre per affrontare l’analisi dell’intero genoma, riducendo al minimo gli artefatti e i danni dovuti a contaminazioni e allo scorrere del tempo.

La tomba di Cangrande alle Arche scaligere di Verona (foto comune di verona)

Cangrande è stato signore di Verona tra il 1308 e il 1329. La sua fama è dovuta anche all’elogio che gli tributa Dante Alighieri nel XVII canto del Paradiso. Le fonti che ne descrivono l’aspetto fisico, il carattere e la propensione al comando sono quasi tutte di carattere encomiastico, a partire da quel De Scaligerorum origine dello scrittore Ferreto de’ Ferreti che, secondo un topos letterario ricorrente, immagina che già nell’amplesso del concepimento fosse avvertito come creatura straordinaria, latore attraverso i sogni alla madre della sua grande personalità, quale Cane che con i latrati avrebbe atterrito il mondo: At tua, post dulces Veneris sopita labores, / Mater, in amplexu cari difusa mariti, / Membra fovebat ovans, blandaque in imagine somni / Visa sibi est peperise canem, qui fortibus armis / Terrebatque suis totum latratibus orbem. La distruzione degli archivi della Signoria ha costretto gli storici a leggere in filigrana molte fonti di questo tipo (o all’opposto altre di carattere denigratorio), tutte viziate da scopi di propaganda, con riferimenti, per esempio, alla personalità forte e all’altezza fuori della media. La ricostruzione del genoma di Cangrande può consentire di disporre di elementi oggettivi circa la persona fisica e le predisposizioni del condottiero, così da sviluppare con il gruppo di lavoro del progetto una comparazione inedita tra fonti diverse, fornendo anche informazioni curiose sul carattere e sui gusti dello scaligero.

Il calco del monumento funebre di Cangrande (foto saccomani)

L’obiettivo finale è duplice: a) fornire nuove chiavi di lettura o integrare quelle esistenti sulla figura di Cangrande, comparando tutti i dati a disposizione; b) costituire attraverso questa esperienza un modello operativo di approccio alla Storia in presenza di analisi del DNA, con gruppo di lavoro misto tra genetisti e storici, che possa essere un riferimento di metodo per altre ricerche future. La scoperta della rara anomalia genetica, chiamata glicogenosi, tipo II, ha necessitato di un controllo speciale delle fonti per verificare le tracce delle sue possibili conseguenze nella vita di Cangrande (affaticamento, dolori muscolari e delle ossa). Il setaccio operato da Ettore Napione, anche su testi letterari meno frequentati (quali il De gestis Italicorum post Henricum VII Cesarem di Albertino Mussato), ha messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco in luogo della spada (che comportava un impegno muscolare meno vigoroso e più controllabile).

Arca di Cangrande: particolare della statua giacente del Signore di Verona (foto Roberto Mizzon e Valentino Cordioli)

Conferme storiche. In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Particolare della mummia di Cangrande nella ricognizione del 2004 (foto Umberto Tomba)

Analisi del DNA di Cangrande della Scala. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia molecolare e Paleogenetica dell’università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, ha rivelato un’altissima concentrazione di DNA derivante da microrganismi contaminanti di origine più moderna. La presenza così esigua di DNA umano che ne rimaneva (meno dell’1%) non ha reso possibile proseguire con il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto è stata ricca di DNA contaminante ma la percentuale di DNA umano si è rivelata decisamente più alta: 23%. Il Laboratorio di Genomica funzionale dell’università di Verona guidato dal prof. Massimo Delledonne ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante. Cangrande è stato quindi sequenziato come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Immagini tratte dal video sulla ricostruzione del volto di Cangrande effettuata dal professor Peter Vanezis (Department of Forensic Medical Science,The Forensic Science Service, London, Department of Forensic Medicine and Science, University of Glasgow – Museo di Castelvecchio, 2004)

La malattia. Le analisi bioinformatiche effettuate hanno portato all’identificazione di circa 25mila “varianti genetiche” (un numero atteso, nella norma) che sono state classificate utilizzando associate alle informazioni disponibili nelle apposite banche dati fra cui quella del National Institute of Health americano, per effettuare una vera e propria analisi diagnostica del condottiero scaligero alla ricerca di dettagli che potessero ricostruirne la “cartella clinica”. Questa classificazione ha permesso di identificare 249 varianti associate a malattie che sono state analizzate manualmente dal dott. Alessandro Salviati, genetista medico del Laboratorio di Genomica Funzionale, che ha riconosciuto due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida, un enzima deputato alla degradazione del glicogeno per la produzione di energia. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II (malattia di Pompe, deficienza di α-glucosidasi acida, deficienza di maltasi acida).

La statua equestre originale di Cangrande spostata dall’Arca al museo di Castelvecchio (foto Umberto Tomba)

Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia. Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo. Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardio tonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

A Verona, a margine della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” a museo di Storia Naturale, Carlo Franchini illustra le sue suggestive immagini nell’incontro “Etiopia, terra straordinaria”

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

L’Etiopia abbiamo avuto modo di conoscerla in questi mesi in tutta la sua ricchezza – di paesaggi, di genti, di storia, di cultura, di tradizioni, di animali, di religioni – grazie alla mostra “Etiopia. La bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, aperta al museo di Storia naturale di Verona fino al 30 giugno (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/, e https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/24/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-2-parte-focus-sulletiopia-attraverso-le-fotografie-di-carlo-franchini/). Abbiamo apprezzato gli animali e gli oggetti di quella terra d’Africa portati dagli esploratori e dai missionari nell’Ottocento e nel primo Novecento e confluiti nella collezione etnografica e faunistica del museo veronese che li ha esposti per la prima volta. Abbiamo apprezzato le straordinarie fotografie di Carlo Franchini che aprono una finestra sull’Etiopia.

La locandina dell’incontro con Carlo Franchini con “Etiopia, una terra straordinaria” al museo di Storia Naturale di Verona

Carlo Franchini, studioso e fotografo

Venerdì 7 giugno 2019 alle 18 nella sala del museo di Storia di Verona quelle suggestive immagini diventeranno vive nelle parole dello stesso autore. Carlo Franchini infatti sarà il protagonista della conferenza “Etiopia, una terra straordinaria”. Carlo Franchini è nato ad Asmara, oggi capitale dell’Eritrea, dove ha risieduto fino al 1980. Laureato in Economia e Commercio presso l’università di Bologna, ha conseguito un Master in commercio internazionale con attività di studio in alcuni paesi arabi (Arabia Saudita, Oman, Kuwait) e un Master di specializzazione in politica internazionale alla SIOI di Roma. Una grande passione lo ha portato, sin da giovanissimo, a seguire il padre, Vincenzo Franchini, a cui sono dovute numerose scoperte dei siti d’arte rupestre dell’Eritrea, nelle sue frequenti escursioni avendo così modo di approfondire le conoscenze archeologiche, culturali ed etnografiche di quei territori. Amante dell’Africa, esperto fotografo e video-operatore, ha visitato gran parte dei Paesi di questo continente e in particolare l’Etiopia, pubblicando diversi articoli scientifici e libri di viaggio.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Carlo Franchini illustrerà da profondo conoscitore di questo Paese africano la sua esperienza di studioso e fotografo. Le immagini esposte in mostra raccontano di paesaggi suggestivi e incontaminati, di tradizioni e cultura millenarie di una terra che fu della Regina di Saba. Ma il curatore saprà anche sottolineare le eccellenze che caratterizzano il nostro tempo e la ricchezza rappresentata dagli ambienti naturali e dalle culture del Paese proprio in relazione con le sue antiche radici. L’Etiopia è infatti un crogiolo di realtà, ciascuna unica ma tutte collegate. A partire dalla varietà ambientale caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi: si può passare – spesso rapidamente – dalle regioni di bassopiano o dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 metri dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa un regime climatico monsonico, ad accentuata stagionalità. Questa combinazione crea nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora nell’arco di distanze anche limitate. Ambienti tanto diversi hanno favorito sistemi economici diversi tra loro e una straordinaria varietà culturale. La differenziata distribuzione delle risorse ha inoltre da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (2^ parte): focus sull’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Verso queste terre, a partire dal XVI secolo, iniziarono gli itinerari dei grandi viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata nella mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, al museo di Storia Naturale di Verona fino al 30 giugno 2019, a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, mostra promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’istituto italiano di Cultura Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dopo aver apprezzato i reperti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/), oggi cerchiamo di conoscere meglio l’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini, che costituiscono la seconda sezione della mostra veronese, e alcuni brevi video con i commenti dello stesso Franchini.

Il prof. Andrea Manzo dell’università Orientale di Napoli

“La varietà ambientale dell’Etiopia deriva in primis da un’orografia caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi, frutto di una travagliata vicenda geologica legata all’origine della Rift Valley, del Mar Rosso e ai connessi fenomeni tettonici e vulcanici”, A spiegarlo è Andrea Manzo, docente di Egittologia e Civiltà copta all’università “L’Orientale” di Napoli. “In Etiopia infatti si può -spesso rapidamente- passare dalle regioni di bassopiano o, addirittura, dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 m dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa poi un regime climatico monsonico, caratterizzato da un’accentuata stagionalità. La combinazione di tali condizioni crea tante nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora di questa regione. Nell’arco di distanze limitate si possono attraversare tantissimi ambienti diversi, che hanno favorito l’adozione di sistemi economici diversi da parte delle popolazioni che hanno abitato e abitano l’Etiopia, contribuendo alla loro differenziazione culturale. Ma la differenziata distribuzione delle risorse ha però da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie”.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

“Nell’antichità, nei cui periodi più lontani l’Etiopia è stata la culla dell’umanità attuale proprio grazie alle tante risorse minerali, animali e vegetali che le sue diversissime parti offrono”, – continua Manzo -, “la regione ha rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambi sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per questo motivo l’Etiopia e le altre regioni del mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa, trasfigurate nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni, lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresenta poi la base anche per la conoscenza scientifica della regione”.

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Chiese nella roccia. “In nessun altro luogo della terra”, scrive Françisco Alvarez nel 1540, “l’uomo, scavando nella roccia, ha prodotto qualcosa di veramente comparabile alle chiese nella roccia d’Etiopia. Chiese nella roccia. Intendo con questa definizione chiese in grotta: chiese ricavate sotto tettoie di roccia… o all’interno di caverne; interamente o in parte costruite. Intendo chiese ipogee: chiese scavate dalla roccia, grotte artificiali più che non costruzioni, alcune chiuse nella montagna, altre con uno dei lati visibili. Intendo le vere e proprie chiese monolitiche, ricavate da un unico blocco, libera da ogni lato, chiese-sculture, radicate e sorgenti dalla roccia viva solo con il basamento, le vere meraviglie tra i monumenti a noi noti… le chiese rupestri dell’Etiopia sono uniche… Chiese rupestri con affreschi e altri tesori allo stati grezzo attendono in Etiopia chi non rifugga dalle marce o dal mulo come mezzo di trasporto e sia in grado di scalare pareti quasi verticali”.

La città sacra di Axum. “Il 9 maggio lasciammo Adua per un’escursione ad Axum, situata a circa dodici miglia di distanza in direzione Ovest”, scrive Henry Salt in Voyage to Abyssinia and Travels into the Interior of that Country (1814). “A poche miglia da Axum si apre una vasta piana coltivata dove si raccolgono numerosi esemplari di pietre dure e agate. La città di Axum è collocata in una posizione molto gradevole in un angolo della piana, riparata dalle colline adiacenti. Avvicinandosi, il primo elemento che attira l’attenzione è una piccola stele ai piedi di una collina a mano destra, in cima alla quale sorge il monastero di Abba Pantaleon, e di fronte la grande lastra con l’iscrizione in greco che avevo precedentemente decifrato. Superati questi, la città e la sua chiesa cominciano ad apparire e, dopo aver virato un poco in direzione nord, lasciando una serie di piedistalli rotti (troni, ndt) sul lato sinistro, si apre una vista completa del grande obelisco, in piedi accanto a un immenso sicomoro. Quest’opera d’arte, finemente lavorata, ricavata da un unico blocco di granito che misurava sessanta piedi di altezza, produsse la stessa forte impressione nella mia mente come la prima volta in cui la vidi, e mi sentivo ancora più incline ad ammirare l’abilità e l’ingegnosità di chi aveva realizzato un’opera così stupenda. I suoi ornamenti a rilievo, insieme allo spazio cavo che corre verso l’alto e alla patera, conferiscono all’intera opera una leggerezza ed un’eleganza probabilmente senza rivali. Diversi altri obelischi giacciono rotti a terra, a poca distanza, uno dei quali di dimensioni ancora più grandi di quello or ora descritto”.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (1^ parte): scopriamo i reperti etnografici e faunistici – mai visti prima – portati dai missionari e dagli esploratori, oggi patrimonio del museo di Storia Naturale: scimmie, antilopi, coccodrilli, gioielli, ornamenti, e libri rari

Il bell’esemplare di ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre la mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia Naturale di Verona (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

Il suo sguardo è quasi magnetico e sembra essere un avvertimento preciso ai visitatori che, superato l’ingresso di Palazzo Pompei a Verona, sede del museo di Storia Naturale, si accingono a scoprire l’Etiopia e il fascino della terra d’Africa attraverso la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, esposizione-racconto delle più interessanti scoperte fatte dai sui principali esploratori, aperta fino al 30 giugno 2019. A cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, la mostra è promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’Istituto Italiano di Cultura Addis Abeba, l’Ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dunque il ghepardo, tipico del Corno d’Africa, apre l’esposizione che diventa quasi un viaggio immaginario nella sconfinata terra etiope, in cui sarà possibile ripercorrere le tracce degli esploratori che nei secoli scorsi hanno visitato questi straordinari territori. Scimmie, antilopi, coccodrilli nelle loro dimensioni reali. E ancora, gioielli, ornamenti e bellissime immagini. Partendo dalle descrizioni contenute in alcuni testi di importanti viaggiatori, le cui edizioni sono conservate a Roma nella Biblioteca della Società Geografica italiana, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia è rappresentata e visibile al pubblico attraverso gli oggetti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona e dalle suggestive fotografie e video di Carlo e Marcella Franchini.

Francesca Rossi, direttrice dei Civici Musei di Verona (foto Graziano Tavan)

“In mostra”, spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani, “reperti etnografici e faunistici mai visti prima. Animali, fotografie ed ornamenti d’Africa raccontano al pubblico le particolarità della terra etiope e il desiderio di scoperta che, oltre un secolo fa, spinse tanti esploratori in lunghi viaggi di ricerca. Un grande tesoro documentale che, grazie alle numerose donazioni effettuate negli anni da appassionati d’Africa, è oggi patrimonio culturale della città di Verona, sapientemente conservato negli importanti archivi del museo di Storia Naturale”. E la direttrice dei Civici Musei di Verona, Francesca Rossi: “Il legame tra Verona e l’Africa è qualcosa di molto più grande, profondo e radicato di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Un rapporto che, con la mostra ‘La bellezza rivelata dell’Etiopia’, si mostra al pubblico sotto forma di reperti, immagini e, in particolare, storie di quanti, al tempo dei grandi viaggi di scoperta, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 nell’area del corno d’Africa, poterono per primi ammirare questa meraviglia”.

Scudo in pelle di ippopotamo utilizzato dai guerrieri etiopi, conservato al museo di Storia Naturale di Verona

Preziosa collana di conchiglie dal museo di Storia Naturale di Verona

Dopo esserci fatti un’idea della mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata” – nel breve video – dalle parole di Leonardo Latella, conservatore del museo di Storia Naturale di Verona, e uno dei curatori della mostra, vediamo un po’ meglio quanto lo staff scientifico ha “pescato” dalla ricca collezione di materiali etnografici provenienti da diverse aree africane. Tra questi, decine di manufatti di origine etiopica, riportati a Verona di missionari Veronesi che nei primi anni del secolo scorso hanno compiuto viaggi in quel paese. In mostra, all’interno di classiche casse da spedizione in legno, molto simili a quelle con cui sono stati spediti più di un secolo addietro, vengono esposti strumenti di guerra come scudi rotondi realizzati con pelli di ippopotamo portati in Italia da missionari nel 1936. Ma anche una sciabola con elsa in corno di bufalo risalente allo stesso periodo di fattura simile a quelle usate dalla guardia imperiale del Ras Menelik, ed oggetti di uso quotidiano come contenitori per il miele in legno, coppe ornate con conchiglie della famiglia Cypraeidae. Le stesse conchiglie ornano altri oggetti di abbellimento, come una preziosa collana anch’essa in mostra. Poi alcuni classici poggiatesta in legno ancora oggi utilizzati da alcune popolazioni locali.

Due esemplari di babbuini gelada esposti nella mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)

Esemplare di gazzella dei laghi alla mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” (foto Graziano Tavan)

Gazzelle, stambecchi e scimmie sono posizionati nell’atrio del museo sopra le classiche piattaforme di legno usate per la spedizione di merci, come un tempo usavano gli esploratori naturalisti per spedire gli esemplari frutto delle loro cacce e ricerche. Tra questi i Dik dik (Madoqua saltiana), le più piccole antilopi del mondo, alte 30-40 centimetri, i cui maschi marcano il territorio rilasciando un liquido denso dalle ghiandole che si trovano intorno agli occhi (a questa piccola gazzella si sono ispirati i componenti dell’omonimo gruppo musicale degli anni ’60); lo stambecco del Semien (Capra walie), specie di stambecco esclusivo delle montagne del Nord dell’Etiopia, considerato uno dei mammiferi più a rischio del mondo, di cui il Museo di Verona possiede un cranio risalente alla prima metà del ‘900; il babbuino gelada (Theropithecus gelada), scimmia endemica dell’Etiopia che utilizza un linguaggio con analogie impressionanti con quello umano, infatti non solo con lo schiocco delle loro labbra producono un suono labiale simile ai baci, ma comunicano anche con un ritmo e un tono che ricordano il nostro. Non solo grandi animali illustrano la fauna etiopica, anche colorati coleotteri, alcuni dei quali studiati per la prima volta da ricercatori del nostro museo, eleganti farfalle e altri insetti, riuniti nelle classiche scatole entomologiche, ci raccontano della diversità della fauna e degli ambienti etiopici.

Zampa di “bestia feroce” (leone) tra i reperti conservati al museo di Storia Naturale di Verona

Una zampa di “bestia feroce” (leone) ci ricorda poi come la passione per le “mirabilia” abbia accompagnato l’uomo sino all’avvento della televisione, che ha portato nelle case di tutti le immagini degli incredibili animali africani. Tutti i reperti esposti provengono dalle ricche collezioni del museo di Storia Naturale di Verona che ha voluto cogliere l’occasione di questa mostra per far conoscere al pubblico, veronese e non, una parte dei tesori in esso conservati che, impossibili da esporre tutti (si pensi che solo le collezioni zoologiche contano circa 3 milioni di esemplari), sono normalmente utilizzati solo dagli specialisti di ciascuna materia. E dalle collezioni del museo veronese provengono anche esemplari dei più interessanti mammiferi Etiopici, reperti provenienti da spedizioni effettuate nella prima metà del secolo scorso.