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“Lapilli sotto la cenere”. Con la 21.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano esplora il tema “Ercole a Herculaneum”: in questa seconda parte scopriamo storie, leggende e vita di Ercole raccontate da statue dipinti e sculture ritrovate nel sito

“Contesa fra Ercole e il fiume Acheloo per la mano di Deianira” nella sede del Collegio degli Augustales di Ercolano (foto Paerco)

Con la 21.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano esplora il tema “Ercole a Herculaneum”, cioè il Mito, la leggenda e la città. In questa seconda parte scopriamo le storie, le leggende e la vita dell’Eroe fondatore di Herculaneum raccontate da statue dipinti e sculture ritrovate sotto il vulcano.

Tra le statue e le fontane che decoravano il giardino della Casa dei Cervi, c’è anche una rappresentazione di Ercole. “Questa volta l’eroe che ha dato il nome alla città”, spiega Sirano, “è ubriaco, e si sta liberando: sta facendo la pipì. È un Ercole oramai vecchio. Qui è esposta una copia in gesso dell’originale che probabilmente viene dal mondo ellenistico, e in ogni caso ci mostra molto bene quello che sta succedendo. La statua era stata trasformata in una fontana. Gli abitanti di questa casa volevano probabilmente dire che anche che anche l’eroe che ha dato il nome alla città si trova così bene durante le feste che avvenivano qui da rilassarsi completamente ed essere uno dei protagonisti di questa vita beata che qui avveniva”.

La statua di Marco Nonio Balbo a Ercolano (foto Graziano Tavan)

Un’allusione ad Ercole non poteva mancare neppure nella statua del patrono della città: Marco Nonio Balbo. “Il tipo di statua in corazza che viene scelto – continua Sirano – prevedeva già sugli spallacci un’immagine della testa di Ercole. Ma è ovvio che qui questa rappresentazione acquista un valore simbolico molto forte: il padre di Ercolano, l’eroe fondatore, e il padre della patria di Ercolano, Marco Nonio Balbo”.

La fontana dell’Idra di Lerna esposta per nell’Antiquarium di Ercolano (foto parco archeologico di Ercolano)

All’interno dell’Antiquarium di Ercolano è esposta la statua dell’Idra di Lerna (vedi La statua di Demetra da Ercolano a Los Angeles per la grande mostra sui tesori della Villa dei Papiri. All’Antiquarium al suo posto per la prima volta esposta la fontana dell’Idra di Lerna | archeologiavocidalpassato). “È l’originale della statua-fontana che decorava il centro della piscina cruciforme che si trovava nella palestra della città antica. Si tratta di una statua di bronzo assemblata di diverse parti che rappresenta un unicum nel mondo antico. Non abbiamo altre rappresentazioni in bronzo di queste dimensioni dell’Idra di Lerna. Il mostro serpentiforme – descrive Sirano – si avvolge attorno a un platano, secondo la leggenda antica. E presenta la parte bassa del corpo da cui a un certo punto si dipartono cinque teste, ognuna di queste nella collocazione originaria diventava uno zampillo di fontana. E c’era un motivo perché l’Idra proviene dall’Oceano e quindi ha un rapporto molto stretto con l’acqua. Gli studiosi hanno accostato questa statua a quella con lo stesso soggetto che Agrippa aveva posto nel Lacus Servilius, la fontana di Servilio, che si trovava nel Foro Romano. Questa fontana era legata a un acquedotto dell’età repubblicana ed era stata oggetto, durante le guerre civili, di una terribile esposizione delle teste dei senatori tagliate da Silla. Agrippa mettendo invece questo mostro dalle tante teste che diventa una fontana voleva alludere alla pacificazione. Ma secondo il poeta Orazio l’Idra era anche un modo per alludere alla forza, alla tenacia che aveva il popolo romano, che non poteva essere sconfitto come invece fu sconfitta l’Idra. A Ercolano la rappresentazione di questa fatica poteva sì essere un richiamo alla capitale, alla città di riferimento per tutti i romani, ma probabilmente questo assumeva anche un significato locale. Infatti la fatica di Ercole viene vinta con l’aiuto di Iolaos. L’uccisione dell’Idra celebra quindi la solidarietà reciproca fra i cittadini. E Ercole, dopo aver ucciso l’Idra, intinge le punte delle sue frecce nel sangue di questo mostro provocando poi delle ferite non guaribili. In questa maniera si voleva nel luogo dove venivano allevati i nuovi cittadini di Ercolano, valorizzare la solidarietà e la forza che si poteva assumere dopo aver superato delle fatiche che apparentemente sembrano insormontabili, come questo mostro dalle tante teste”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 20.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano esplora il tema “Ercole a Herculaneum”: in questa prima parte, presenta alcuni luoghi che svelano le radici mitologiche della città antica

Sacello degli Augustali a Ercolano: apoteosi di Ercole, con Giunone e Minerva (foto Graziano Tavan)

Con la 20.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano esplora il tema “Ercole a Herculaneum”, cioè il Mito, la leggenda e la città. In questa prima parte ci porta in alcuni luoghi del Parco, pubblici e privati, che svelano le radici mitologiche della città antica.

L’eroe Ercole è uno dei personaggi che nell’immaginario, nella mitologia locale aveva un peso enorme. Non ci sono infatti molte città nell’ambito della penisola italiana che prendono il nome da Ercole. “Ci sono alcune Heracleia in Magna Grecia e in Sicilia nel mondo greco, nel mondo di cultura ellenica”, ricorda Sirano. “Ma qui sono davvero molto pochi. Ci sono solo alcuni villaggi, per esempio, che si trovano nella zona di altre città importanti della Campania che prendevano il nome da un santuario di Ercole. Ed è probabile che anche Ercolano prendesse il nome da un santuario dedicato a questo eroe che in genere nel territorio italico è connesso al ciclo della transumanza, cioè al movimento delle greggi che dalle zone interne della penisola raggiungeva il mare, e viceversa a seconda delle stagioni. E anche al commercio del sale, elemento fondamentale per garantire conservazione e trattamento sia dei prodotti lattiero-caseari sia della carne. Ercole – sottolinea Sirano – è una delle figure più rappresentate ad Ercolano sia nei monumenti pubblici, come il collegio degli Augustali con l’immagine di Ercole che all’Olimpo e diventa un dio, sia nelle case private. Nessuno si faceva mancare una statuetta, una statua di marmo, una tabella dipinta di marmo con una fatica di Ercole, un rilievo, un’immagine all’interno delle decorazioni parietali, un anello che non raffigurasse l’eroe principale che dà il nome alla città e oggi andremo insieme alla scoperta di tanti dettagli più o meno visibili che parlano di Ercole durante la visita al parco di Ercolano”.

Affresco con scena di sacrificio alla presenza di Ercole, nella bottega annessa alla Casa del Peristilio tuscanico (foto paerco)

“In uno dei punti più frequentati del Decumano massimo si apriva una bottega che ci colpisce”, spiega Sirano, “perché ha delle splendide pitture di terzo stile alle pareti e sul pavimento anche le impronte di una decorazione pavimentale molto complessa, fatta tutta in lastre di marmo. Un fatto non usuale per una bottega che si spiega nel fatto che in un primo momento questo ambiente era uno dei cubicula della Casa del Peristilio tuscanico che si trova sulla sinistra cui è collegata da una porta. In una fase successiva della casa, i proprietari che gestiscono la bottega, perché c’è ancora il collegamento tra l’atrio della casa e la bottega, decidono di aprire sulla strada questo ambiente per far sì che diventi un luogo di commercio”. Le pitture si trovano al coronamento della fascia mediana della decorazione parietale. “Alcune sono mal conservate”, continua Sirano, “ma tutte hanno un senso cultuale, hanno un significato che riporta alla sfera religiosa del mondo dell’antica Roma. In particolare c’è una scena meglio conservata. Si vede un altare sul quale si sta svolgendo un sacrificio: vediamo il fumo che sale, vediamo un personaggio che sta compiendo un atto versando qualcosa sul fuoco: una libagione. Accanto all’altare una figura giovanile tiene con la mano destra le corna di un toro e con la mano sinistra sostiene una o due lance, una sicuramente. Accanto all’altare c’è, visto di profilo, un oggetto che potrebbe essere uno scudo o qualcos’altro, non credo una spada perché non vediamo le punte. Quindi sembrerebbe un’altra cosa. Chi è questo personaggio? Forse Iolaus, cioè il nipote di Ercole che lo accompagna in tante vicende. Alla sinistra della scena, c’è Ercole. Lo riconosciamo subito perché ha la clava e la pelle di leone, che sono gli elementi caratteristici. Ed è un Ercole giovane: ha i capelli ricci, e la mano sinistra appoggiata sul dorso di questo toro. Sono possibili varie interpretazione di questa scena che è chiaramente una scena di sacrificio. Secondo alcuni studiosi si tratterebbe della rievocazione della fondazione del culto di Ercole all’Ara massima a Roma, che si trovava nel Foro Boario. Quindi in questo caso ci sarebbe una somiglianza con il posizionamento vicino al Foro, vicino al posto del mercato più importante di questo ambiente della bottega dove ci troviamo. Ma un’altra possibilità sarebbe che invece qui si stia celebrando la fondazione della stessa Ercolano, e il toro potrebbe essere un ricordo di una delle fatiche di Ercole, la decima, che è quella delle mandrie di Gerione. Al ritorno dalla quale fatica Ercole si sarebbe fermato, tra tante soste che fa, proprio qui a fondare Ercolano”.

Porticato coperto della Casa dei Cervi: quadretto con scena di amorini che hanno rubato le armi di Ercole (foto paerco)

Nel porticato coperto della Casa dei Cervi vi erano vari quadretti. Alcuni raffiguravano nature morte che alludono delle stagioni, e anche le funzioni di alcuni ambienti di ospitalità dove avvenivano i banchetti all’interno della casa. E altri alludono a delle scene mitologiche. “In particolare un quadretto ci fa vedere due amorini che sono protagonisti di un furto: hanno rubato le armi di Ercole. Uno ha il suo arco, e l’altro la famosa clava. Ercole – conclude Sirano – sta festeggiando i suoi successi e irretito forse dall’amore di Omphale, e si fa rubare le armi dagli amorini”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 19.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano ci guida tra le stanze di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum: la Casa dell’Atrio a mosaico. Seconda parte: gli ambienti affacciati sul mare

La Casa dell’Atrio a mosaico, una delle più grandi di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Con la 19.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, torna tra gli ambienti e i dipinti della meravigliosa Casa dell’Atrio a mosaico, e in questa seconda parte continua l’esplorazione della domus, portandoci a scoprire gli ambienti affacciati sul mare.

Ai lati dell’esedra, si aprivano ambienti di soggiorno che avevano che avevano una corrispondenza anche al piano superiore, occupati sempre dagli abitanti di questa dimora. “Questi ambienti”, spiega Sirano, “erano decorati a fondo rosso con architetture tipiche del IV stile pompeiano che presentavano anche una serie di oggetti, riproducevano dei vasi di bronzo o di argento, e in parte è conservato anche il soffitto in stucco. E oltre che affacciare sul giardino, questi ambienti avevano una comunicazione al loro interno, dall’uno si passa all’altro per andare piano piano verso la zona che aveva l’affaccio al mare. Il giardino era servito da un sistema idraulico molto complesso, composto da cisterne canalette e anche tubi in piombo. Sul porticato chiuso affacciavano anche gli ospitalia, quelli che erano gli ambienti per gli ospiti di riguardo. Quello più grande era un ambiente rettangolare che nell’ultima fase di vita della casa viene diviso con un tramezzo in due stanze più piccole tra loro collegate. È interessante ancora una volta notare la ricostruzione, che fu fatta all’epoca di Amedeo Maiuri, della decorazione che viene restituita con delle linee basandosi sulle zone dove sono conservati gli affreschi. Il vano sicuramente più elegante è la parte che guarda verso il mare. Qui il pavimento è in mosaico a fondo bianco con una cornice nera, e sulle pareti ci troviamo di fronte a pitture del IV stile a fondo bianco con una serie di quadretti fatti nella caratteristica tecnica compendiaria bruna molto utilizzata a Ercolano. Elegantissimi e snelli, gli scorci architettonici del IV stile presentano anche delle rifiniture molto interessanti come la presenza di pavoni e di tendaggi che si trovano a separare la zona mediana dalla parte alta dell’affresco”.

L’affaccio della casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano: duemila anni fa guardava il golfo di Napoli (foto Paerco)

Un grandioso salone completamente pavimentato di marmi colorati in parte portati via durante gli scavi borbonici e decorato con pitture del IV stile si affacciava verso il mare. “Qui”, continua Sirano, “troviamo un porticato che, in una prima fase, era un colonnato direttamente affacciato al mare, poi chiuso con dei muri e anche questo pavimentato splendidamente con lastre di marmi colorati nella zona corrispondente all’uscita dal salone, e marmo bianco nelle zone laterali. Da questo porticato ci si affaccia direttamente su una terrazza che aveva la vista sul golfo di Napoli. Ai lati della terrazza si aprono due dietae, cioè due piccoli ambienti per trascorrere il tempo, dove si poteva beneficiare della brezza marina protetti dal sole con una splendida vista dalle finestre su più direzioni. Qui il pavimento è ancora quasi completamente conservato insieme al luogo dove era posto il letto, dove si trovava l’incasso per il posizionamento del letto. La Casa dell’Atrio a mosaico – conclude Sirano – fa parte del Progetto Domus, con il restauro di sei delle principali abitazioni di Ercolano i cui lavori stanno per partire”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 18.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano ci guida tra gli ambienti di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum: la Casa dell’Atrio a mosaico. Prima parte: l’atrio, la piccola basilica, il giardino, la grande esedra

La Casa dell’Atrio a mosaico, una delle più grandi di Ercolano (foto Graziano Tavan)

Con la 18.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci guida tra gli ambienti di una delle domus più grandi e particolari di Herculaneum, la Casa dell’Atrio a mosaico, che con i suoi dettagli architettonici ci lascia senza fiato. In questa prima parte: l’atrio, la piccola basilica, il giardino, la grande esedra.

La Casa dell’Atrio a mosaico è una delle case più grandi dell’antica Herculaneum: 1200 metri quadrati solo al pianterreno e una parte della casa presentava anche un piano superiore. “All’ingresso ci colpisce la presenza di un mosaico bianconero con una serie di quadrati riempiti di forme geometriche con schemi differenziati”, spiega Sirano. “Alle pareti dipinti del cosiddetto IV stile che – laddove possibile – sono stati integrati all’epoca della scoperta per dare un’idea dell’interezza della decorazione. Su questo ambiente si aprivano la cella ostiaria, dove c’era il custode, e la culina (la cucina). All’età dell’imperatore Augusto i proprietari di questa casa acquistarono vari lotti di terreno e unirono tre o quattro case più piccole in un’unica grande dimora che riproduce la cosiddetta villa urbana come la quasi gemella casa dei Cervi che si trova qui vicino”.

Il pavimento “ondulato” dell’atrio della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

L’atrio, così come lo vediamo oggi, presenta questo caratteristico mosaico a scacchiera bianconero con una strana ondulazione. “È dovuta al fatto”, interviene Sirano, “che durante il cataclisma per l’eruzione del Vesuvio con le scosse telluriche il piano di preparazione del pavimento ha ceduto, perché al di sotto ci sono anche le strutture, i muri delle case precedenti che erano state demolite per creare la sistemazione attuale. È molto interessante anche notare che l’impluvio, la vasca per raccogliere le acque piovane, non è perfettamente centrato con la porta. E per camuffare questo il mosaicista che ha decorato l’atrio ha fatto una cornice asimmetrica più larga da una parte e più stretta dall’altra per cercare di ricomporre il disegno in un quadro unitario”.

Il direttore Francesco Sirano nella sala a basilica della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

Nella Casa dell’Atrio a mosaico in luogo del tablino, l’ufficio del proprietario, siamo accolti da una sala grandiosa che ha uno schema molto particolare. Infatti è caratterizzata da una grande aula e due piccole navate. “Si tratta di una vera e propria piccola basilica all’interno di una casa”, continua Sirano. “Gli studiosi hanno pensato che questa sia la realizzazione architettonica di quello che Vitruvio chiama la sala all’Egiziana. Aveva anche il piano superiore ed è caratterizzata dalla presenza di pilastri che determinano le due navate laterali e quella centrale nella quale ci troviamo. La decorazione dei pilastri era di stucco a colonnette, poi la parete ha una decorazione – ultima fase del cosiddetto IV stile – a fondo bianco con architetture molto esili e con le caratteristiche tipiche figure fluttuanti. Sul coronamento dell’edicola centrale sono visibili due cariatidi con in mano un vaso per le offerte che sono di particolare eleganza. Al centro una maschera teatrale. Molto interessante è il pavimento in marmi colorati che formano dei disegni geometrici con delle grandi fasce di marmo grigio laterali. Le mancanze sono dovute al passaggio degli scavatori borbonici”.

Il giardino della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

La casa è articolata in tre quartieri: la zona dell’atrio, la zona del giardino e la zona dell’affaccio a mare. “La zona del giardino”, riprende Sirano, “era circondata su tre lati da un colonnato che, negli ultimi momenti di vita della casa, era stato chiuso in forma di criptoportico, cioè un porticato chiuso con delle finestre che prendevano aria e luce dal giardino. Al centro del giardino una vasca, e sul lato Est si aprivano una serie di ambienti di soggiorno che in qualche maniera integravano la loro mancanza nella zona dell’atrio, dove sappiamo si aprivano di norma in una casa romana. E qui caratteristica è la presenza di una veranda in legno che è uno dei ritrovamenti più eccezionali di Ercolano. Particolare cura era stata data all’integrazione tra gli spazi all’aperto e gli spazi al chiuso. La zona della veranda era una sorta di punto di passaggio. Essa infatti sorgeva su un parapetto che presentava al suo interno una fioriera per creare proprio un passaggio naturale dalla zona dedicata al giardino alla zona dedicata al soggiorno”.

Il quadretto con Diana e Atteone nell’esedra della Casa dell’Atrio a mosaico di Ercolano (foto paerco)

La grande esedra con pavimenti a mosaico e pareti a fondo azzurro si affacciava direttamente sul giardino. “Mancano una parte dei quadretti mitologici”, fa notare Sirano. “Sono stati strappati, come parte del pavimento, durante gli scavi borbonici. I quadretti che sono rimasti presentano dei temi mitologici molto interessanti. In uno vediamo la dea Diana che si sta lavando a una fonte e che viene spiata dal giovane Atteone, che poi viene punito, trasformato in cervo e attaccato dai suoi cani. È molto interessante il modo di narrare questo episodio perché nello stesso quadro abbiamo due momenti differenti: prima Atteone che vede Diana; poi Atteone che viene punito. Nell’altro quadretto mitologico conservato, si vedono i gemelli Anfione e Zeto che stanno punendo Dirce – la cui figura qui non è più molto ben conservata – con il toro che poi la dilanierà per vendicare la loro madre Antiope maltrattata da Dirce. Questi due temi sono molto interessanti perché tutti e due parlano della mancanza di misura, una sorta di tracotanza che spesso gli esseri umani possono avere. Da un lato la mancanza di misura e dei propri limiti da parte di Atteone che guarda la dea nuda che si sta facendo il bagno, e dall’altro una parente Dirce che non tratta bene una sua consanguinea e che provocherà poi l’ira dei suoi figli, futuri re di Tebe. I fondali, tra un’architettura e un’altra, erano occupati da tondi con dei volti femminili con intenti quasi ritrattistici”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 17.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano ci fa scoprire altri ambienti della Casa del rilievo di Telefo. Seconda parte: il loggiato e il sontuoso ambiente affacciato sul mare, e anche moderni graffiti (oggi vietatissimi)

La Casa del rilievo di Telefo, in realtà la casa di Marco Nonio Balbo, a Ercolano (foto Paerco)

Con la 17.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci accompagna alla scoperta della meravigliosa struttura conosciuta come Casa del rilievo di Telefo, in realtà la Casa di Marco Nonio Balbo. In questa seconda parte esploriamo il loggiato e il sontuoso ambiente affacciato sul fare, fino a scoprire i graffiti e le firme lasciati sugli intonaci da moderni visitatori per un trentennio del secolo scorso.

Attraverso un percorso, che presentava anche delle scalette, sul limite del bastione su cui sorgeva la Casa del Rilievo di Telefo affacciata direttamente sul mare, si accede ad alcuni ambienti particolarmente interessanti. “Una volta entrati nel corridoio pavimentato a mosaico”, spiega Sirano, “ci accorgiamo che l’affaccio verso il mare della Casa del Rilievo di Telefo in un primo tempo era formato da un vero e proprio loggiato, con colonne completamente libere. Questo loggiato a un certo punto viene chiuso con dei muri e vengono create delle finestre per regolare al luce naturale che viene tenuta un pochino più bassa. Questo probabilmente avviene nel momento in cui questa parte viene staccata dalla Casa del Rilievo di Telefo e collegata alle terme suburbane. Era spettacolare: una sala che si affacciava direttamente sul loggiato e verso il mare su ben due lati. C’è ancora una finestra aperta e un’altra che fu murata quando furono create le terme suburbane. La sala era completamente rivestita di marmo: il pavimento in opus sectile con marmi colorati provenienti da tutte le parti dell’Impero presentava dei complessi disegni sempre a base geometrica, e c’era una zoccolatura in marmi policromi, sui quali poi abbiamo una serie di elementi dipinti, che non sono altro che fregi di cornici normalmente utilizzati nella parte alta delle decorazioni parietali, sovrapposti ognuno sugli altri, una sorta di antologia di questi elementi cosiddetti secondari della pittura di Ercolano”.

La sala più importante della Casa del rilievo di Telefo a Ercolano affacciata sul mare (foto Paerco)

La sala più importante della Casa del Rilievo di Telefo si affacciava direttamente sul mare. “Ci si arrivava attraverso un corridoio pavimentato a mosaico”, continua Sirano, “su cui si aprivano due ambienti secondari a servizio di quello che qui avveniva. Dei grandi finestroni facevano godere della brezza e della vista sul golfo di Napoli. La sala è caratterizzata dalla presenza del marmo. È completamente rivestita di marmo alle pareti ma anche sui pavimenti. Il pavimento è costituito da lastre di marmo in forma geometrica. Si tratta di scomposizioni del tema del quadrato più volte ripetute e alternate, in marmi policromi che provengono da tutte le zone dell’Impero. Nella zona più verso il mare abbiamo anche due elementi circolari che si ritengono il luogo dove veniva appoggiata la mensa durante i banchetti ufficiali di questa casa. Le pareti presentano una decorazione ispirata al IV stile con delle grandi specchiature architettoniche scandite da semicolonne cosiddette tortili, perché sembra quasi che il marmo sia attorcigliato, la colonna sia attorcigliata su se stessa, sempre di marmi colorati provenienti dall’Africa, dalla Grecia, dall’Asia Minore, e al di sopra del quale poi correvano altre decorazioni sempre in marmo. E anche il soffitto di questa casa era particolarmente sontuoso, tutto di legno colorato ancora una volta con un cassettonato che riproduceva dei temi legati a scomposizioni dei quadrati. Questo soffitto fu ritrovato durante gli scavi che il parco archeologico ha condotto con la fondazione Packard nell’ambito dell’Herculaneum Conservation Project”.

La firma di un visitatore lasciata nel 1959 sull’intonaco di una parete della Casa del rilievo di Telefo a Ercolano (foto Paerco)

“Visitando questo ambiente notiamo anche alcuni dettagli che ci fanno capire quanto sia cambiata la sensibilità per chi frequentava il sito e anche per chi lo gestiva. Infatti su questa fascia che è tutta di restauro – si tratta di intonaco moderno – vediamo che i visitatori a partire dal 1959 lasciavano le loro firme. Queste firme arrivano fino al 1992. Dopodiché la direzione degli scavi cambiò completamente atteggiamento e cominciò a impedire che avvenissero queste pratiche. Si tratta di pratiche che noi oggi non consentiamo più e speriamo che tutti i nostri visitatori si affidino ora ai social media: è  quella la nostra bacheca – conclude Sirano – per poter lasciare un messaggio di speranza, per lasciare un messaggio di amore verso questo sito, che è quello che noi dobbiamo condividere”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 15.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano torna nella Casa dei Rilievi dionisiaci, nella zona nord-occidentale dell’antica Ercolano. Seconda parte: i rilievi dionisiaci

Il direttore del parco archeologico di Ercolano nel grande salone della Casa dei Rilievi dionisiaci (foto Paerco)

Con la 15.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, torna nella Casa dei Rilievi dionisiaci, nella zona nord-occidentale dell’antica Ercolano. Dopo aver visitato diversi ambienti con vista sul mare, Sirano ci mostra il grande salone dove furono rinvenuti i rilievi che danno il nome alla casa.

Dal cortile si torna alla terrazza che dava in origine verso il mare, e si entra attraverso una grande anticamera nel salone principale della Casa dei Rilievi dionisiaci che danno il nome all’abitazione. “Questo grandioso salone – spiega Sirano – è l’esito di successive trasformazioni della casa. Anche la copertura, in un primo momento a volta a tutto sesto e poi a semplice falda, è stata trasformata. Il pavimento è in mosaico nero con delle cornici di tessere bianche. Le pareti sono tutte dipinte, decorate nel cosiddetto IV stile pompeiano, e appartengono all’ultima fase di vita della casa. Grandi riquadri architettonici con tantissimi dettagli, candelabri, figure mostruose, scandivano dei pannelli. Gran parte di questa decorazione era stata già smontata, crollata prima dell’eruzione. Poi durante gli scavi, che sono stati qui condotti, molti frammenti sono stati recuperati e messi in deposito. La caratteristica di questa decorazione è rappresentata dall’inserzione di alcuni rilievi che danno il nome all’abitazione all’interno della decorazione dipinta”. Si tratta dei cosiddetti typoi, degli inserti che conosciamo anche attraverso le fonti letterarie, molto apprezzati dagli antichi romani. “È un modo di decorare completamente diverso da quello che oggi noi faremmo nella casa”, continua Sirano: “un insieme di elementi a rilievo e di elementi invece su due dimensioni, la parte dipinta. Ma serviva proprio per animare, dare più vita alle pareti, creando un ambiente estremamente vivace come doveva essere il grande salone di rappresentanza, probabilmente sede di banchetti sontuosi”.

Satiro che beve da una coppa e fanciulla che riempie un rython da una fonte: dettaglio di uno dei rilievi trovati nella Casa dei Rilievi dionisiaci di Ercolano (foto Paerco)

Entrambi i rilievi, trovati nel salone, sono stati realizzati nel cosiddetto stile neo-attico. “Il primo rilievo”, fa notare Sirano, “ci riporta al mondo dionisiaco e del dio Bacco, i piaceri del vino, la festa: c’è un satiro, seduto su una roccia, che sta bevendo da una coppa. Un altro personaggio del corteggio dionisiaco, questa volta una donna, sta riempiendo un rhyton, che è un vaso fatto a forma di corno (ve ne sono anche in metalli preziosi), e lo sta riempiendo direttamente da una fontana a forma di leone. Ne uscirà acqua o ne uscirà più probabilmente vino? E sul lato destro della scena un satirello versa da una brocca vino in modo molto elegante direttamente nella coppa che tiene nella sinistra e quasi accenna a un passo di danza”.

Il rilievo dalla Casa dei Rilievi dionisiaci di Ercolano il cui soggetto è ancora dibattuto dagli studiosi (foto Paerco)

Il tema dionisiaco ci accompagna anche nell’altro rilievo. “Questo ha una scena più complessa e intrigante”, sottolinea Sirano. “Quattro figure, tre femminili e una maschile, sono rivolte in modo differenziato. Due figure femminili, le riconosciamo dagli abiti, hanno i capelli corti alla stessa maniera, sono legate in qualche modo perché una appoggia la mano sulla spalla dell’altra, e sono rivolte verso un piedistallo sul quale si trova la statua di Dioniso con il kantharos, il tipico vaso di questo dio, nella mano. E una di queste figure ha in mano uno strano strumento appuntito con cui tocca, sfiora il kantharos, ma conosciamo bene quale sia la funzione precisa. Un uomo barbato con abiti solenni si trova verso il centro del rilievo. Quindi deve essere un personaggio che ha una sua importanza in questa piccola storia che ci viene raccontata: probabilmente si completava con uno scettro, una lancia che teneva alta con la sua mano destra. Infine una figura femminile con i capelli lunghi, danzante nell’estasi del vino probabilmente o della danza, chiude il quadro sul lato destro. Si tratta di una scena di festa con un momento anche rituale in onore di Dioniso, come si è pensato in un primo momento? O si tratta di altro? Alcuni studiosi hanno approfondito questa tematica e hanno pensato che possa riprodursi qui una scena – quasi la fine – di un mito greco abbastanza raro, quello delle figlie di Preto. Secondo questa ipotesi la figura centrale sarebbe quella dell’indovino Melampo che avrebbe guarito dalla pazzia due delle tre figlie di Preto, una delle quali sarebbe poi morta. In questa maniera sarebbe diventato insieme a suo fratello re di Argo. C’è anche una terza ipotesi: questa sarebbe una scena delle Baccanti di Euripide”. A chi poteva appartenere una casa così splendida, articolata su terrazze, affacciata sul golfo di Napoli? Si chiede Sirano. “Il ritrovamento di frammenti dell’iscrizione con una dedica a Claudia Ottavia, la figlia dell’imperatore Claudio, ha fatto pensare alla famiglia dei Mammi Massimi, una famiglia molto importante di Ercolano, il cui esponente Lucio Mammio Massimo aveva proprio dedicato un ciclo in onore degli imperatori Giulio Claudi nell’Augusteo”.

Parco archeologico di Ercolano: nell’anno della pandemia e della chiusura dell’area archeologica grazie ai canali social sono stati avvicinati e coinvolti centinaia di migliaia di visitatori, dalla distanza fisica alla vicinanza virtuale

Ci si avvia verso il termine del 2020 che andrà nei libri di storia per la pandemia da COVID-19 e in vista del Natale, il parco archeologico di Ercolano invita i suoi visitatori a passare insieme questi giorni sui suoi canali social: dalla distanza fisica alla vicinanza virtuale. “Abbiamo mutato le nostre abitudini e dovuto rinunciare a frequentare per mesi i luoghi della cultura”, spiegano al Parco. “Una delle buone sorprese di quest’anno è stato scoprire quanto i valori culturali siano presenti e tendano ad espandersi andando a coprire i vuoti e i cambiamenti nell’uso del tempo attraverso i mezzi digitali. Pur nella difficoltà di una rimodulazione della vita, della fruizione della cultura e dell’istruzione è stato ugualmente un anno vissuto intensamente in ogni suo giorno”. L’intero staff del parco archeologico di Ercolano si è rimboccato le maniche, trasponendo i contenuti dalla concretezza delle domus, delle strade del Parco, alla grande rete virtuale che in questo periodo ha supportato i contatti, la comunicazione, la fruizione. I risultati non hanno tardato ad arrivare, la curva della crescita delle interazioni, dei follower, degli appassionati che hanno potuto soddisfare la propria sete di cultura grazie alla rete, è in ascesa continua. Non si è trattato di un riversamento di visitatori fisici a visitatori virtuali, ma ha costituito un arricchimento notevole della conoscenza del Parco attraverso la rete: la copertura organica non sponsorizzata social oramai raggiunge quasi mensilmente due terzi del numero di visitatori fisici che in un anno si recano al Parco. Il nuovo ruolo svolto dai social è quello di aver creato una vera e propria piazza virtuale dove i visitatori frequentano i canali non solo per fruire dei contenuti ma anche per intervenire, incontrarsi, scambiare idee e opinioni.

Al parco archeologico di Ercolano l’appuntamento del venerdì con “Close Up Cantieri” è diventato digitale (foto Paerco)

Una settimana cadenzata tra appuntamenti e novità. Tra i format oramai consolidati ci sono i mercoledì dei Lapilli del Parco Archeologico di Ercolano, che continuano a crescere, con un appuntamento oramai atteso dalla community –  clip più viste della serie quelle sui “Fornici” e quella sui “Legni”, con circa 300mila impression ciascuna, con un tasso di crescita del numero complessivo di impression dei video che è del 127% solo nel terzo trimestre 2020. Piacciono anche i close up digital edition, trasposizione in digitale delle passeggiate ai cantieri di restauro e manutenzione dell’area archeologica  e tra le novità il nuovo format “scegli tu”, dove si fa scegliere ai visitatori cosa vogliono che gli si presenti: “La signora degli anelli”, con un singolo post non sponsorizzato, in pochi giorni supera le 90mila persone, ma soprattutto oltre  10mila hanno deciso di interagire, lasciando un like o un commento o inoltrando il post. I riconoscimenti sono giunti numerosi: è recente la pubblicazione della Lonely Planet della classifica delle nove città perdute più affascinanti del mondo ed Ercolano è l’unica italiana presente.

Francesco Sirano direttore del parco archeologico di Ercolano (foto Paerco)

“Gli esiti raggiunti sono molto incoraggianti”, dichiara il direttore Francesco Sirano. “Nel 2020 la percentuale di crescita rilevata sulle impression dei video, comparando il terzo trimestre con lo stesso periodo del 2019, sfiora il 3000%. Oltre al dato numerico è indicativo anche il dato sul gradimento che cattura invece l’aspetto qualitativo e di percezione da parte della community. È chiaro che questa diffusione del messaggio culturale legato al Parco ha anche un’onda lunga di visibilità e conoscenza del sito e del Parco, che sarà rilevabile nei mesi a venire. Ma è altrettanto chiaro che alcuni modelli di approccio al sito sono irreversibili e, anzi, andranno incoraggiati attraverso un’intelligente interazione tra reale e virtuale. Far conoscere i valori di Ercolano oggi ad un uditorio più vasto significa non solo un rafforzamento del senso di identità e della community, consolidando il senso di aggregatore, attivatore e potenziatore delle valenze culturali cui il Parco è chiamato, ma in futuro tesaurizzare questi sforzi anche in termini economici, con la diversificazione e il consolidamento dell’offerta digitale e l’atteso innalzamento del numero di visitatori che fruiranno anche fisicamente dell’offerta del Parco”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 14.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore Francesco Sirano, inizia a portarci alla scoperta della Casa dei Rilievi dionisiaci, nella zona nord-occidentale dell’antica Ercolano. Prima parte: terrazza sull’avancorpo e terrazza mediana

Le caratteristiche terrazze sovrapposte della Casa dei Rilievi dionisiaci nella zona nord-occidentale di Ercolano (foto Paerco)

Con la 14.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, inizia a portarci alla scoperta della Casa dei Rilievi dionisiaci, nella zona nord-occidentale dell’antica Ercolano. In questa prima parte, si esplorano la terrazza sull’avancorpo che dava sul mare, e la terrazza mediana della Casa dei Rilievi dionisiaci.

Gli edifici più panoramici dell’antica Ercolano si affacciavano sul fronte a mare. Anche all’estremità settentrionale troviamo un complesso che è articolato su terrazze: è la Casa dei Rilievi dionisiaci. “Questo complesso – spiega Sirano – non è stato completamente scavato, ma da quello che riusciamo a vedere sappiamo che aveva una zona che affacciava direttamente, anche se ora non si vede bene perché lo scavo deve essere ancora completato. C’è una terrazza intermedia e una terrazza superiore. L’edificio si completava con un grande porticato che si trova oggi nella parte ancora non scavata, ma che  fu esplorata durante gli scavi borbonici. Esplorare una zona di Ercolano antica solo parzialmente scavata deve comportare uno sforzo di fantasia. In questo momento siamo sulla terrazza che guardava verso il mare, che oggi non possiamo vedere perché è spostato di un chilometro più a valle, e ci troviamo all’interno della Casa dei Rilievi dionisiaci, una casa caratterizzata dalla presenza di un grande vano, un salone di rappresentanza, e da un padiglione che affacciava proprio sul mare in maniera panoramica”.

Il direttore Francesco Sirano nel grande salone della terrazza sull’avancorpo, con pavimento in lastre di marmo, nella Casa dei Rilievi dionisiaci di Ercolano (foto Paerco)

Anche se siamo all’interno di uno scavo archeologico che deve continuare, si riesce a capire bene dove ci si trova: un grande salone, con una pavimentazione di lusso fatta con lastre di marmo. “Ecco i negativi delle lastre che erano state strappate perché evidentemente prima del 79 d.C. qui si stavano svolgendo dei lavori di restauro”, fa notare Sirano. “Attraverso delle porte finestre, anch’esse dovevano avere una soglia di marmo, di materiale prezioso, si passava in un porticato con un pavimento a mosaico e dei pilastri di mattoni rivestiti di stucco bianco, che forma delle scanalature e imita delle colonne di marmo. Il peristilio, questo colonnato, circondava per intero l’avancorpo della villa. Superato il colonnato ci troviamo su una larga terrazza che circonda l’intero avancorpo, panoramica, da cui si godeva della brezza e della vista sul mare. È impressionante guardare le sezioni esposte dello scavo, perché si possono leggere in crollo quelli che erano i muri perimetrali e i piani superiori della casa. La furia con cui il vulcano si è abbattuto su questa casa la vediamo anche nelle stanze retrostanti il salone che si affacciava verso il mare. Qui infatti abbiamo un corridoio il cui pavimento si è letteralmente ribaltato in una voragine che si era creata al momento del cataclisma connesso all’eruzione. Grazie a questo conosciamo ora anche molto bene questo muro che foderava il fronte del promontorio su cui era articolata la casa nelle sue varie terrazze. Impressionante è anche il crollo delle pareti che davano verso il mare. Queste erano formate da muri in laterizio con il loro rivestimento in intonaco dipinto. E si vedono anche i resti delle travi di legno che formavano sia materiale da costruzione, sia – come in questo caso – cornice e il resto della finestra che è stata abbattuta durante l’eruzione del 79 d.C.”.

Il direttore Francesco Sirano negli ambienti della terrazza mediana della Casa dei Rilievi dionisiaci a Ercolano (foto Paerco)

Una volta passati dalla terrazza sull’avancorpo, che guardava panoramicamente al mare, alla terrazza mediana, si trovano altri ambienti sia con l’affaccio verso il mare, sia più all’interno. Tutti ambienti sontuosi, comunque molto grandi: avevano pavimenti in marmo ancora una volta strappati durante i lavori di restauro precedente all’eruzione del 79 d.C. E una grande apertura verso il salone principale della casa. Subito di lato al salone un cortile era un pozzo di luce utilizzato sia dagli ambienti interni – grazie a una finestra – sia dal salone, dove pure si vede l’imposta di un grande finestrone. E vi si affacciava anche un oecus, un ambiente di soggiorno di cui vediamo una finestra che pure prendeva luce e aria dal cortile. Sul lato Nord del cortile una vasca con al centro lo zampillo d’acqua che fu utilizzato dal momento in cui anche questa casa poté essere allacciata all’acquedotto. In un primo momento infatti fu utilizzata l’acqua che veniva raccolta e che le coperture durante la pioggia restituivano”.

“Lapilli sotto la cenere”. Con la 13.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci guida alla scoperta delle Terme nord-occidentali, che conservano dettagli ornamentali veramente eccezionali

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, davanti alle Terme nord-occidentali della città antica (foto Paerco)

Con la 13.ma clip della serie “Lapilli sotto la cenere” dedicata all’esplorazione di realtà che per necessità conservative, di restauro o contingenze non sono accessibili al pubblico, il direttore del parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano, ci guida alla scoperta delle Terme nord-occidentali, un piccolo impianto termale situato nella zona nord-occidentale della città antica, che conserva dettagli ornamentali veramente eccezionali.

Subito sul limite occidentale della città si trovava un piccolo complesso termale non completamente scavato ma davvero molto interessante, che fa da parallelo alle terme suburbane che si trovavano sul lato Sud-Est. “Le terme sono state solo parzialmente esplorate”, spiega Sirano, “ma la parte ormai nota ci colpisce per il grado di conservazione. Il padiglione del calidarium delle terme, che conserva ancora la sua copertura originaria con una parte delle tegole ancora al loro posto,  era caratterizzato dalla presenza di tante finestre che evidentemente dovevano catturare la luce e la brezza marina che qui si respirava. Il laconicum, che era la sala dove si sudava, e tutti gli altri ambienti che caratterizzano una terma romana, sono stati solo parzialmente sfiorati oppure si trovano ancora al di sotto della terra. Anche le finestre del calidarium non sono ancora state scavate, con il flusso piroclastico ancora nella sua posizione originaria all’interno dei vani finestra. Ai lati del calidarium c’erano due piccoli cortili che venivano utilizzati per esercizi ginnici. Su un lato c’era anche un portico ad U che chiudeva questo cortiletto. Avviandoci verso quello che doveva essere l’affaccio a mare, l’edificio termale aveva una soluzione estremamente panoramica. Attraverso delle scalette si andava su una terrazza inferiore e qui si trovava una vasca circolare che doveva direttamente permettere a chi si trovava nella vasca di guardare verso il mare.

La grande sala interna del calidarium delle Terme nord-occidentali di Ercolano (foto Paerco)

Nel calidarium si entra, come facevano anche gli antichi, attraverso una porta finestra che -come detto- serviva per poter uscire verso la vasca circolare. “Appena entrati – continua Sirano – si nota la presenza di un bordino di marmo che serviva a raccogliere le gocce d’acqua di chi stava uscendo dalla piscina. Una volta dentro il vano, gli occhi su devono abituare all’oscurità, che però non c’era nel periodo romano quando le finestre raccoglievano tantissima luce. Ma, come detto, le finestre sono state ancora lasciate non scavate. Si vede infatti ancora il flusso piroclastico e addirittura in una finestra gli scavatori hanno lasciato in situ, perché lo scavo non è completo, uno degli scuri che chiudevano la finestra in legno. Sul fondo di questa sala c’è un abside con i resti di decorazione dipinta, e si vedono anche una serie di nicchie alle pareti dove dovevano essere collocate delle statue che non sono state trovate però al momento dello scavo. Interessantissima la copertura a volta. Per creare la camera d’aria si utilizzavano delle tegole mammate, cioè delle tegole che avevano dei peducci ancora visibili che servivano a creare una piccola intercapedine in maniera che l’aria calda circolasse. Questo edificio aveva anche un sovrappiù di decoro. Oltre la cornice, con una modanatura a stucchi policromi ancora conservati,  c’è un trattamento fatto con dei legni, con della spuma di lava, a finta rocaille, cioè si riproduce una specie di grotta. È come se avessero voluto imitare una grotta naturale”.

“Lapilli sotto la cenere”: terza puntata sulla Villa dei Papiri. Con la 12.ma clip del parco archeologico di Ercolano il direttore ci porta nella biblioteca per saperne di più sui preziosi papiri e le numerose statue ritrovati, e sul proprietario della villa

Francescop Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, mostra la pianta della Villa dei Papiri realizzata da Karl Weber nel 1758 (foto paerco)

Terza puntata alla scoperta della Villa dei Papiri, uno dei luoghi simbolo dell’antica città di Ercolano. Dopo gli scavi moderni (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/10/20/lapilli-sotto-la-cenere-con-lottava-clip-del-parco-archeologico-di-ercolano-il-direttore-ci-porta-alla-scoperta-degli-scavi-moderni-della-villa-dei-papiri/) e quelli settecenteschi (https://archeologiavocidalpassato.com/2020/11/11/lapilli-sotto-la-cenere-con-lundicesima-clip-del-parco-archeologico-di-ercolano-il-direttore-ci-porta-alla-scoperta-degli-scavi-borbonici-della-villa-dei-papiri/), con la 12.ma clip dei “Lapilli sotto la cenere del Parco archeologico di Ercolano” col direttore Francesco Sirano torniamo tra i tunnel borbonici che hanno permesso la scoperta della fornitissima biblioteca di papiri che dà il nome alla Villa, occasione quindi per saperne di più sui papiri e le statue qui rinvenuti, e sul proprietario dell’edificio.

Attraverso un tunnel si arriva all’ambiente V che gli scavatori del 1700 identificano con la biblioteca perché qui vedono proprio degli scaffali. “L’altezza e l’ampiezza di questa galleria”, spiega Sirano, “denunciano che qui sono avvenuti dei ritrovamenti molto importanti. Addirittura viene creato un pilastro per poter sostenere la volta. Dietro si vedono ancora gli spazi dove venivano appoggiate le lanterne per poter illuminare gli operai durante il lavoro. Questo è l’ambiente dove sulle pareti si ritiene siano stati trovati, ancora negli scaffali e per terra, i famosi papiri della biblioteca della villa dei Papiri. E forse i frammenti di legno che si vedono nelle sezioni esposte sono quello che resta degli scaffali che gli scavatori dl 1700 hanno riconosciuto con all’interno i papiri. I ritrovamenti avvengono sia nell’ambiente V sia nel tablino che si trova subito a Nord del peristilio quadrato. Durante gli scavi furono recuperati circa 1800 frammenti di papiro che formano al massimo circa 1200 volumi. Si tratta di un ritrovamento unico ed eccezionale e sin dal 1700 si era trovato il modo per poter svolgere questi papiri. Ma ad oggi solo una parte è stata letta perché si tratta di studi molto complicati. In base a quanto sinora scoperto si è visto che il grosso dei volumi recuperati sono riferibili alla filosofia epicurea, una filosofia che ha grande successo a Roma tra II e I sec. a.C. e che nasce nel IV sec. a.C. ad Atene. Questa biblioteca sembra sia stata raccolta da Filodemo di Gadara, filosofo della Scuola epicurea che vive nella zona di Roma e del golfo di Napoli, conosce Cicerone, ed era un personaggio molto noto. È lui che avrebbe riportato una parte della biblioteca di Epicuro da Atene alla Villa dei Papiri. Successivi approfondimenti da parte degli studiosi di papirologia hanno anche mostrato che alcuni papiri presentano dei commenti. Alcune opere sono riprodotte più di una volta. Ecco perché si pensa che qui si trovasse uno scriptorium, cioè una vera e propria scuola di filosofia dove venivano riprodotte e commentate le opere della scuola di Epicuro. Non vi erano solo opere in greco ma anche in latino perché c’è una serie di papiri che ci hanno restituito degli interessantissimi documenti in lingua latina”.

Una delle statue in marmo trovate nella Villa dei Papiri di Ercolano (foto Graziano Tavan)
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Le note di Karl Weber che registrano l’esatta posizione delle statue ritrovate a Villa dei Papiri a Ercolano (foto Paerco)

Nella Villa dei Papiri furono trovate anche moltissime statue: 65 di bronzo e 27 di marmo. “La cosa eccezionale – sottolinea Sirano – è che Karl Weber nella sua pianta ha annotato precisamente dove si trovava ciascuna statua. Nello spazio in basso e in alto della pianta ci sono le “explicaciones”, cioè le spiegazioni, le legende che registrano precisamente dove si trovavano queste statue. È una circostanza straordinaria perché ha permesso degli studi molto approfonditi sul programma decorativo che poteva essere dietro la scelta di quale statua esporre e in quale luogo all’interno della villa. In generale queste statue ci descrivono davvero la classe dirigente romana, una classe senatoria che dominava l’intero Mediterraneo. E abbiamo infatti statue che hanno riferimenti all’intero mondo mediterraneo, ma anche alla grande tradizione greca dei dinasti che succedono ad Alessandro Magno, oppure ai filosofi, cioè a Roma che oramai è diventata l’erede della grande tradizione di tutta la civiltà occidentale”.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

Ma chi era il proprietario della Villa dei Papiri? “Gli studiosi si sono a lungo interrogati su questo tema anche perché dalla villa non è arrivata mai nessuna iscrizione, neppure un sigillo, un indizio che ci facesse riconoscere il proprietario. L’unico indizio importante è quello della presenza di Filodemo di Gadara. Attraverso le fonti letterarie, soprattutto Cicerone, sappiamo che Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, membro di una famiglia importantissima, era il suocero di Giulio Cesare, e anche il patrono di Filodemo di Gadara. E Filodemo era ospitato e protetto da questo personaggio. Le altre ipotesi di attribuire alla famiglia degli Appi Claudi, o di attribuire a altre famiglie importanti della stessa Ercolano, sono oggi passate in secondo piano, e le uniche ipotesi in campo sono quelle che si possa trattare del padre Lucio Calpurnio Pisone Cesonino oppure del figlio Lucio Calpurnio Pisone Pontefice a seconda della datazione della villa: se va datata ancora nel II sec. a.C. (fine II – inizio I sec. a.C.) come si pensava un tempo, o se invece non debba essere datata la sua costruzione un pochino più tardi e quindi più probabilmente costruita all’epoca del Pisone Pontefice.