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Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel settimo appuntamento, il viaggio parte ancora una volta dal Palatino per giungere sul colle Quirinale al Palazzo Barberini alla scoperta delle proprietà della famiglia Barberini

L’ex Vigna Barberini sul colle Palatino a Roma (foto PArCo)

Settimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora dal Palatino, precisamente dall’area dell’ex Vigna Barberini per giungere sul colle Quirinale, a circa 2,5 km dal punto di partenza dove sorge Palazzo Barberini, sede di Barberini Corsini Gallerie Nazionali.

Vigna Barberini al tramonto: sullo sfondo, in corrispondenza con il podio del tempio costruito da Elagabalo, la chiesa di San Sebastiano. È ben visibile lo stemma in pietra, decorato dalle api Barberini (foto PArCo)

La Vigna Barberini è forse il luogo più tranquillo del Palatino: “In questa terrazza erbosa, dal suggestivo affaccio sul Colosseo, dominata dai conventi di San Bonaventura e San Sebastiano”, raccontano gli archeologi del PArCo, “arrivano attutiti i rumori del traffico cittadino, e quasi nulla ci fa ricordare il passato più antico: il silenzio e la pace della Vigna nascondono in realtà una storia affascinante e complessa, messa in luce dagli scavi svolti a partire dal 1985 in collaborazione con l’Ecole française de Rome. Le ricche abitazioni che sorgevano qui in età repubblicana furono presto “cancellate” dalla Domus aurea neroniana”.

Il grandioso pilone che sosteneva l’edificio circolare ritrovato nel 2009 sullo sperone nord-orientale della Vigna Barberini, panoramico sulla valle del Colosseo. Si tratta forse della famosa “coenatio rotunda” (foto PArCo)
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Veduta aerea della Vigna Barberini sul Palatino dopo gli scavi recenti (foto PArCo)

“È proprio qui infatti che nel 2009 furono scoperti i resti di una eccezionale struttura alta più di 10 metri”, ricordano sempre gli archeologi del PArCo, “sorretta da un grande pilastro e da doppi archi a raggiera, su cui poggiava una piattaforma circolare: era forse questa la coenatio rotunda, la famosa sala da pranzo che girava giorno e notte imitando il movimento della terra. Le tracce di giardino scoperte durante gli scavi, con messa a coltura di essenze in vasi disposti a filari, fanno pensare che qui fossero anche gli splendidi “Giardini di Adone” che gli scrittori antichi nominano tra le attrattive del Palazzo Flavio. Ma un gravissimo incendio, nel 191 d.C., cambiò di nuovo le sorti della “vigna”, dove agli inizi del III secolo l’imperatore Elagabalo costruì il grandioso tempio dedicato al Dio Sole: oggi ne resta solo parte del basamento. Proprio sulle sue scale, ad gradus Elagabali, fu martirizzato, sotto il regno di Diocleziano, il giovane ufficiale Sebastiano: una chiesa dedicata al culto del Santo esisteva sul posto già nel IX secolo. Nel Medioevo l’area, ormai rurale, fu proprietà di diverse famiglie, finché, nell’agosto del 1631, fu acquistata dal principe Taddeo Barberini, nipote del Papa Urbano VIII: il Papa stesso in quell’anno diede inizio ai lavori di ricostruzione della Chiesa, del Santo cui si aggiunse poi il convento.

Palazzo Barberini. L’elegante scala elicoidale nell’ala sud, progettata da Francesco Borromini (foto Alberto Novelli)
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Palazzo Barberini. Lo scalone d’onore a pianta quadrata su disegno di Gian Lorenzo Bernini (foto Alberto Novelli)

La Vigna costituisce solo un piccolo tassello della fitta rete di proprietà della famiglia Barberini a Roma, che nel 1623 aveva raggiunto, con Urbano VIII, il soglio pontificio. Già nel 1625 infatti il cardinal Francesco Barberini, fratello del papa, acquista la villa della famiglia Sforza vicino al Quirinale per realizzare un palazzo in grado di rappresentare il nuovo status della famiglia. Per l’ampliamento dell’edificio i Barberini si affidano a Carlo Maderno, che realizza l’impianto ad H, una soluzione assolutamente innovativa che tramite un braccio centrale collega l’ala Sforza, orientata a settentrione su piazza Barberini, con una nuova ala, speculare, a Sud. Gian Lorenzo Bernini progetta lo scalone quadrato e il salone centrale, che occupa in altezza due piani del palazzo. Qui Pietro da Cortona dipinge sulla volta il Trionfo della divina Provvidenza (1632-1639) per celebrare la potenza spirituale e temporale del pontificato Barberini. Negli stessi anni, Francesco Borromini realizza la scala elicoidale nell’ala meridionale.

Palazzo Barberini. La grandiosa facciata è formata da sette campate che si ripetono su tre piani, con arcate sostenute da colonne caratterizzate dai tre stili classici: dorico, ionico e corinzio (foto Alberto Novelli)

La grandiosa impresa è tale da segnare un’epoca: il barocco, infatti, nasce qui. Il palazzo è più che una semplice dimora, è anche strumento politico nelle mani della famiglia, che commissiona la realizzazione di varie guide del palazzo rivolte a pubblici diversi e utilizzate come dono diplomatico e mezzo di propaganda. Per informazioni sulle Gallerie Nazionali Barberini Corsini e sulle modalità di visita si può visitare il sito ufficiale https://www.barberinicorsini.org/.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con Rita Auriemma (Università del Salento) su “Trasporti pesanti. Le vie liquide del marmo e della pietra” introdotta da Eva Degl’Innocenti e Barbara Davidde. Con Italo Spada (Cetma) presentazione dell’app interattiva “Nave delle colonne di Porto Cesareo: il viaggio incompiuto”

Locandina dell’incontro dei “Mercoledì al MArTa” con Rita Auriemma sulle vie liquide del marmo e della pietra

Numerosi relitti sulle coste pugliesi, calabre e siciliane attestano l’esistenza di una “via del marmo” diretta principalmente a Roma, ma anche l’Adriatico restituisce carichi analoghi, destinati ai programmi monumentali, e non solo, delle città prossime alle sue rive. Il 14 aprile 2021 nell’ambito dei “Mercoledì del MArTA”, incontro on line dal museo Archeologico nazionale di Taranto con la professoressa Rita Auriemma (università del Salento) che darà vita a un racconto avvincente “Trasporti pesanti. Le vie liquide del marmo e della pietra”. Introdurranno i lavori la direttrice del museo di Taranto, Eva Degl’Innocenti, e Barbara Davidde Petriaggi, soprintendente nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo. Vi sarà anche la presentazione dell’app immersiva e interattiva sulla “Nave delle colonne di Porto Cesareo: il viaggio incompiuto” a cura di Rita Auriemma e Italo Spada. L’appuntamento è mercoledì 14 aprile 2021, alle 18, in diretta sui canali Facebook e YouTube del MArTA.

La Nave delle Colonne di Porto Cesareo (Lecce) (foto MArTa)
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La professoressa Rita Auriemma dell’università del Salento

Il mare di Puglia conserva evidenze archeologiche sia lungo le sue coste, che sott’acqua. Ne sono validi esempi gli antichi luoghi di culto e le ville che sorgono sui litorali, ma anche i reperti che per secoli sono stati accolti dalle acque cristalline dello Ionio. È il segno di quel ponte, istmo tra Oriente e Occidente, che la regione del tacco d’Italia da sempre rappresenta. “Il relitto di Porto Cesareo racconta la storia di un tragico naufragio a largo delle coste del Salento ionico di una nave proveniente dall’Egeo tra il II e III sec. d.C. e quella di un prosperoso e prezioso commercio di marmi”, spiega Rita Auriemma. “Il mare è la via più adatta ai “trasporti pesanti”, come pietre e marmi per l’edilizia, l’arredo, la statuaria, le sepolture. Sebbene fosse praticato anche in età più antica, il commercio dei marmi, sia grezzi (semplici blocchi di cava), sia semilavorati o ultimati (colonne, capitelli, sarcofagi, lastre di rivestimento, statue, vasche, bacini, ecc.), assume in età romana, soprattutto imperiale, dimensioni considerevoli: fin dal I sec. d.C. si riscontra un’organizzazione statale per la raccolta e l’uso del marmo, che faceva capo all’imperatore. Le imbarcazioni impiegate per questi trasporti speciali (naves lapidariae) raggiungevano portate eccezionali; la nave che aveva trasportato dall’Egitto l’obelisco per il circo Vaticano (alto 26 metri, attualmente a piazza S. Pietro) fu affondata e riempita di calcestruzzo per creare le fondazioni del Faro del porto ostiense di Claudio. Da Assuan, sempre in Egitto, l’imperatore dalmata Diocleziano aveva fatto venire le colonne di granito rosso che decoravano il suo palazzo a Spalato, vanto dell’Adriatico”.

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Italo Spada del consorzio Cetma

Nel corso della conferenza di mercoledì 14 aprile 2021, Rita Auriemma con l’ausilio di Italo Spada (Area Manager per il gruppo di ricerca di Produzioni Virtuali e Design della Comunicazione della Divisione di Disegno Industriale del Consorzio CETMA) presenterà anche l’app interattiva, realizzata per raccontare in maniera immersiva e coinvolgente l’ultimo viaggio delle colonne di Porto Cesareo.

Egitto. Sulle orme dei legionari negli insediamenti romani del tardo Impero a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale tra controlli di frontiera e attività agricole. Al progetto Life dell’archeologa Corinna Rossi assegnato l’Erc Consolidator Grant: è la prima volta che viene premiata la ricerca archeologica italiana dall’European Research Council

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell'Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il forte romano domina il paesaggio a Umm al-Dabadib (oasi di Kharga) nel deserto occidentale dell’Egitto (foto Maurizio Zulian)

Il logo dell'Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Il logo dell’Erc Consolidator Grant al progetto Life di Corinna Rossi

Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga è un puntino nel deserto occidentale egiziano. Ma non di poco conto. Di qui passava il limes (confine) meridionale dell’impero romano. Ma Roma era distante quasi 2000 miglia. Collegamenti e rifornimenti richiedevano tempi lunghi e innegabili difficoltà logistiche. Così i legionari romani e le loro famiglie organizzarono gli insediamenti per garantirsi una certa autonomia logistica. Ed è proprio per capire meglio l’organizzazione di questi insediamenti che Corinna Rossi, laureata in Architettura a Napoli e specializzata in Egittologia a Cambridge, ha ideato il progetto Living In a Fringe Environment (L.I.F.E.). L’eccellenza scientifica della ricercatrice e del suo progetto ha convinto il Consiglio europeo della Ricerca (Erc) ad assegnare proprio a Rossi e al suo Life un Erc Consolidator Grant di 2 milioni di euro per la durata di cinque anni. È la prima volta che la ricerca italiana si aggiudica il Grant Erc europeo in archeologia. Per lo sviluppo del suo progetto Life, Corinna Rossi ha scelto il Politecnico di Milano mentre Partner Institution sarà l’università di Napoli Federico II.

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Corinna Rossi con Maurizio Zulian e autorità egiziane sul sito di Umm al-Dabadib

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib del progetto Life

Logo della missione italo-egiziana 2016 a Umm al-Dabadib per il progetto Life

Il progetto si propone dunque di studiare gli insediamenti archeologici Tardo Romani ai confini delle zone desertiche per ricostruire la strategia utilizzata dall’Impero Romano nello sfruttamento e nella gestione delle sue frontiere. La ricerca inizierà ufficialmente il 1° luglio 2016 e i primi passi saranno l’organizzazione del complesso scavo archeologico che aprirà nel 2017 e la creazione di un database che dovrà contenere tutte le informazioni rilevate. Come “caso studio” è stato scelto Umm al-Dabadib, il sito meglio preservato tra quelli situati all’interno dell’Oasi di Kharga, in pieno deserto, a 700 chilometri a sud del Cairo, 250 chilometri ad ovest di Luxor e a 50 chilometri dal primo centro abitato, in ambiente remoto e duro.

Una veduta dell'oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

Una veduta dell’oasi di Kharga, 700 chilometri a sud del Cairo (foto Maurizio Zulian)

L'archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto "Living in a Fringe Environment" (Life)

L’archeologa Corinna Rossi ideatrice del progetto “Living in a Fringe Environment” (Life)

Per la ricercatrice, alternative all’Italia non sono state nemmeno considerate. «Il Politecnico di Milano e l’Università Federico II di Napoli”, sottolinea Rossi, “sono le uniche due istituzioni che contengono la combinazione giusta di expertise che servono per portare avanti il mio progetto. Anzi, si potrebbe anche dire il contrario: il progetto stesso è stato ideato sulla base di ciò che è possibile fare grazie a quello che le due istituzioni offrono in termini di competenze”. Tutti i siti Tardo Romani dell’Oasi di Kharga, spiegano al Politecnico, “condividono le stesse caratteristiche architettoniche e sono dotati di simili stanziamenti agricoli”. Kharga è una delle più grandi oasi del deserto occidentale egiziano. Occupa una grande depressione completamente disabitata posta a 700 km a sud del Cairo e a 250 km a ovest di Luxor. L’oasi di Kharga (dall’arabo “kharug”, cioè “uscita”) rappresentava un’importante punto di riferimento lungo le via carovaniere che, nell’antichità, attraversavano il deserto e che permettevano appunto di “uscire” ed entrare nel grande bacino dalla Valle del Nilo. La sua antica importanza strategica fu sfruttata in particolare dai romani, che installarono lungo la via del deserto un forte militare e vari insediamenti in ogni grande oasi. Umm al-Dabadib è una di queste, ed è stata scelta come caso di studio del progetto tutto italiano Life.

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest'area di deserto

Traccia delle canalizzazioni realizzate nel Tardo impero romano per irrigare quest’area di deserto a Umm al-Dabadib nell’oasi di Kharga

L'impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

L’impressionante forte romano di Umm al-Dabadib che si staglia nel cielo per ben 12 metri (foto Maurizio Zulian)

Lo studio di Umm al-Dabadib permetterà quindi la ricostruzione della strategia romana per il controllo delle vie del deserto che si incontravano in questa Oasi, e offrirà un importante contributo al dibattito sulla difesa dei confini dell’Impero nel periodo storico compreso tra Diocleziano e Costantino e oltre, fino al V secolo d.C. Umm al-Dabadib offre infatti la possibilità unica di studiare un sito Tardo Romano in ottime condizioni, lì sopravvivono in eccellente stato di conservazione sia l’insediamento fondato nel IV secolo d.C., sia l’intero sistema agricolo che rendeva possibile la vita di una grande comunità ai confini del mondo abitabile. “L’insediamento consiste di un forte centrale alto 12 metri, circondato da una massa solida di abitazioni su più livelli, servite da corridoi coperti e non da strade a cielo aperto; questo sistema permetteva agli abitanti di proteggersi efficacemente dal sole e dalla sabbia”, spiega l’egittologa Rossi. Il sistema agricolo consiste di 5 acquedotti sotterranei, lunghi ognuno tra i 2 e i 3 km, e di due più brevi, che portavano acqua a due grandi coltivazioni; il tracciato della centuriazione romana e i resti dei campi sono ancora visibili sulla superficie del deserto.

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il rilievo 3D del forte romano di Umm al-Dabadib realizzato dal 3D Survey Group del Politecnico di Milano

Il 3D Survey Group del Politecnico di Milano si occuperà del rilievo 3D delle rovine architettoniche dell’intero insediamento fortificato, svilupperà e sperimenterà nuove tecniche di rilievo da applicare in ambienti logisticamente complessi come il Deserto Occidentale Egiziano, e coordinerà lo scavo archeologico e l’elaborazione di tutti i dati raccolti. Il Centro Musa-Musei delle Scienze Agrarie della Federico II studierà invece l’imponente sistema agricolo che serviva il sito con analisi archeobotaniche, studio delle ceramiche, analisi delle immagini satellitari. Costruirà un modello dinamico dell’antico sistema agricolo, sulla base del quale verrà creata un’installazione multimediale permanente ai musei delle Scienze Agrarie, situati nella Reggia di Portici. Life proseguirà “con l’apertura di vari fronti di ricerca che coinvolgeranno un team italo-egiziano di specialisti in una decina di campi disciplinari diversi” informa ancora il Politecnico di Milano. Il progetto continuerà la collaborazione già iniziata con le istituzioni egiziane, che punta alla creazione di un Parco Naturale intorno al sito di Umm al-Dabadib e a supportare la richiesta egiziana di riconoscere l’Oasi di Kharga come Area Protetta Unesco.

L'archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

L’archeologa Corinna Rossi discute con Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo Civico di Rovereto

E proprio a Umm al-Dabadib potrebbero incrociarsi gli interessi anche del museo civico di Rovereto che vanta un archivio fotografico unico e inestimabile dei siti del medio Egitto e l’unico protocollo d’intesa del Consiglio supremo delle Antichità dell’Egitto con un ente straniero attivo già dal 2004 con Zahi Hawass (aggiornato e ampliato nel 2015 dall’attuale segretario del Csa, Moustafa Ali Moustafa). Proprio il curatore del database e conservatore onorario per l’Egittologia del museo civico di Rovereto, Maurizio Zulian, in una recente missione all’oasi di Kharga con il responsabile della New Valley, Ahmed Ibrahim Baghat, ha preso contatto con Corinna Rossi per una più stretta futura collaborazione con il museo roveretano per eventuali produzioni di informazione scientifica.

“Nutrire l’impero”: nella mostra all’Ara Pacis di Roma si racconta la prima “globalizzazione dei consumi”, cosa e come mangiavano gli antichi romani e come si approvvigionavano

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Le operazioni di carico e scarico di una nave romana di derrate alimentari

Il museo dell'Ara Pacis di Roma che ospita la mostra "Nutrire l'impero"

Il museo dell’Ara Pacis di Roma che ospita la mostra “Nutrire l’impero”

Cosa e come mangiavano gli antichi romani? Come trasportavano migliaia di tonnellate di provviste dai più remoti angoli della terra? Come facevano a farle risalire lungo il Tevere fin nel cuore della città? E come le conservavano durante tutto l’anno? A queste e a tante altre curiosità risponde la mostra “Nutrire l’Impero. Storie di alimentazione da Roma e Pompei”, al museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 15 novembre 2015, che traccia un affresco complessivo sull’alimentazione nel mondo romano grazie a rari e prestigiosi reperti archeologici, plastici, apparati multimediali e ricostruzioni. L’esposizione, ideata in occasione di Expo 2015, è promossa dall’assessorato alla Cultura e al Turismo di Roma – soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’assessorato a Roma produttiva e Città Metropolitana e da Expo con la cura scientifica della soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e della soprintendenza speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, di nuovo insieme a 25 anni di distanza dalla fortunata esperienza della mostra “Riscoprire Pompei” (1993). L’ideazione e il coordinamento scientifico sono di Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini. Ricostruzioni multimediali e catalogo (con testi di C. Parisi Presicce, M. Osanna, E. Lo Cascio, F. Coarelli, P.Arnaud, C. Virlouvet, S. Keay, P. Braconi, C. Cerchiai, G. Stefani, M. Borgongino, M.P. Guidobaldi, A. Lagi) sono a cura di l’Erma di Bretschneider.

Pagnotte "carbonizzate" recuperate dagli scavi dell'area vesuviana, e in mostra all'Ara Pacis

Pagnotte “carbonizzate” recuperate dagli scavi dell’area vesuviana, e in mostra all’Ara Pacis

La mostra "Nutrire l'impero" illustra le origini della dieta mediterranea

La mostra “Nutrire l’impero” illustra le origini della dieta mediterranea

A seguito della pax romana, intorno al bacino del Mediterraneo si determinò quella che oggi chiameremmo la prima “globalizzazione dei consumi” con relativa “delocalizzazione della produzione” dei beni primari. In età imperiale i romani bevevano in grandi quantità vini prodotti in Gallia, a Creta e a Cipro, oppure, se ricchi, i costosi vini campani; consumavano olio che giungeva per mare dall’odierna Andalusia; amavano il miele greco e soprattutto il garum, il condimento che facevano venire dall’Africa, dall’Oriente mediterraneo, dal lontano Portogallo, ma anche dalla vicina Pompei. Ma, soprattutto, il pane che mangiavano ogni giorno era un prodotto d’importazione, fatto con grano trasportato via mare su grandi navi dall’Africa e dall’Egitto. “Nell’arco di tempo che va da Augusto a Costantino (27 a.C. – 337 d.C. )”, spiegano i curatori Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, “Roma è stata una metropoli di circa 1 milione di abitanti, alla testa di un impero che, secondo le stime correnti, ne contava 50/60 milioni. Nessuna città raggiunse più questa grandezza fino alle soglie della rivoluzione industriale. Nutrire Roma, alimentare una tale concentrazione umana, soprattutto di grano, costituì un’ impresa di cui furono diretti responsabili gli imperatori. Facendosi carico dell’annona di Roma, ovvero del suo fabbisogno alimentare, il principe stabiliva un rapporto diretto e personale con il suo popolo. Soprattutto con i cittadini romani, maschi, adulti e residenti – la plebs urbana et romana, detta anche “plebe frumentaria” – che ogni mese ricevevano dallo stato, a titolo gratuito, 5 moggi di grano a testa, circa 35 Kg di frumento, una quantità che, trasformata in pane, risultava più che sufficiente per il sostentamento individuale. Si trattava – continuano – di un diritto/privilegio, a seconda dei punti di vista, del “popolo dominante”, riconosciuto ad un massimo di 200mila beneficiari, limite fissato da Augusto. Traducendo in cifre, vediamo che le sole distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes, comportavano l’importazione di quantità di frumento oscillanti tra i 9 e i 12 milioni di moggi l’anno, vale a dire fino a 84mila tonnellate. Se poi si considera il rifornimento alimentare necessario all’intera città, la quantità di grano importata sale a cifre che gli storici, non concordi per carenza di fonti, stimano tra i 50 milioni di moggi, ovvero 350mila tonnellate, e i 60 milioni di moggi, ovvero 420mila tonnellate ogni anno. Alla fine della Repubblica il grano consumato a Roma veniva dall’Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna, come ricorda Cicerone. Le cose mutarono con la conquista dell’Egitto e la politica di espansione agricola che Roma attuò in Africa: durante l’alto impero, il tributo granario venne prodotto e pagato per 1/3 dall’Egitto e per i restanti 2/3 dall’Africa, soprattutto le province corrispondenti alle odierne Tunisia, Algeria e Libia. Il risultato – concludono – fu una produzione “delocalizzata” e monoculture estensive specializzate. Nonché forme di consumo che, forse per la prima volta nella storia, possiamo considerare “globalizzate”. Tutto ciò fu realizzato grazie all’efficienza della macchina amministrativa statale, che da una parte favoriva il libero commercio e dall’altra riscuoteva il grano quale imposta in natura (ma anche il vino, l’olio e altri alimenti), garantiva il suo trasporto su grandi navi mercantili che attraversavano il Mediterraneo, e ne seguiva il percorso fino ai monumentali magazzini (gli horrea) del grande Emporium romano, nell’odierno quartiere di Testaccio”.

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all'interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

La gran parte delle derrate alimentari viaggiava per nave all’interno delle anfore la cui forma variava a seconda del contenuto

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell'Olivo e dell'Olio di Torgiano

Una nave oneraria romana (Scala 1/11) dal museo dell’Olivo e dell’Olio di Torgiano

La mostra "Nutrire l'impero" chiuderà il 15 novembre

La mostra “Nutrire l’impero” chiuderà il 15 novembre

Il percorso espositivo ripercorre le soluzioni adottate dai romani per il rifornimento e la distribuzione del cibo, con i mezzi di trasporto via terra e soprattutto lungo le rotte marine. Si affrontano, inoltre, i temi della distribuzione “di massa” e del consumo alimentare nei diversi ceti sociali in due luoghi per molti versi emblematici: Roma, la più vasta e popolosa metropoli dell’antichità, e l’area vesuviana, con particolare riguardo a Pompei, Ercolano e Oplontis, fiorenti centri campani. Il visitatore è introdotto al tema del movimento delle merci da una grande carta del Mediterraneo realizzata con tecnica cinematografica. Qui si animeranno i principali flussi alimentari dei beni a lunga conservazione – grano, olio, vino e garum – e si visualizzano le rotte marine dai porti più grandi del Mediterraneo, Alessandria e Cartagine. In questa prima sezione è anche affrontato il problema della lavorazione degli alimenti primari, della loro confezione in anfore caratteristiche per ogni prodotto, dell’immagazzinamento e della distribuzione del cibo. “Diversamente dagli alimenti solidi, come il grano, il trasporto delle derrate liquide o semiliquide come il vino, l’olio e le salse di pesce, è affidato a contenitori in terracotta, spiegano ancora Parisi Presicce e Rossini, “in particolare alle anfore (dal termine greco amphìphèro, porto da entrambe le parti, riferito alle due anse dei contenitori). Questo genere di recipienti rappresenta il mezzo più efficace per garantire la conservazione e la spedizione di grandi quantitativi di merci per via marittima o fluviale. Nelle navi lo stivaggio delle anfore avveniva impilandole le une sulle altre con un sistema “a scacchiera”, in modo che quelle dello strato superiore si inserissero fra tre colli delle anfore sottostanti. I contenitori si adeguavano alla forma della carena e venivano fissati e protetti dagli urti con ramaglie di ginepro, di erica, giunchi, paglia ed altro. Le anfore venivano fabbricate nelle regioni di produzione delle merci, con forme diverse a seconda della provenienza, della cronologia e del contenuto. In età romana circolavano in tutto il Mediterraneo, spingendosi fino alla Britannia e al Bosforo, testimoniando l’unificazione commerciale, oltre che politica, dell’impero”.

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell'Università di Southampton

Il porto di Traiano nella ricostruzione della soprintendenza di Ostia e dell’Università di Southampton

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all'Ara Pacis

Un set di piatti e stoviglie usato dagli antichi romani in mostra all’Ara Pacis

Nella seconda sezione le merci arrivano a Roma e a Pompei attraverso i porti di Pozzuoli e di Ostia. Qui è presentata la ricostruzione in grafica digitale del porto di Traiano, con i risultati inediti degli scavi recentissimi condotti dalla soprintendenza di Ostia e dall’Università di Southampton per la ricostruzione del complesso portuale romano. Chiude questa parte della mostra il tema della grande distribuzione gratuita dei beni principali di sostentamento ai cittadini romani adulti, la plebe urbana e romana alla quale era riconosciuto un privilegio unico: quello di condividere i beni della conquista, dapprima solo grano, ma dal III secolo d.C. anche olio, vino e carne. “Nell’anno 42 l’imperatore Claudio – ricordano i curatori – volle dare a Roma un porto alla sua altezza, che ovviasse alla complicata logistica dei trasporti da Pozzuoli. Diede perciò il via alla realizzazione di un’imponente “opera pubblica”, forse la più grande del tempo. Il Porto di Claudio fu scavato 3 km a nord di Ostia, in parte nella terra ferma, in parte chiudendo un bacino di 200 ettari con due moli convergenti. L’ingresso era segnalato da un faro paragonabile per dimensioni a quello di Alessandria d’Egitto. Ma si vide che la stessa vastità del bacino ne minacciava la sicurezza e le correnti che portavano il limo dalla foce del Tevere al nuovo porto ne provocavano l’insabbiamento. Fu Traiano a ridisegnare, tra il 100 e il 113 d.C., l’assetto definitivo del porto di Claudio, inaugurato appena quarant’anni prima, aggiungendo un bacino esagonale interno. Traiano faceva anche scavare un nuovo canale largo 40 metri, il Canale Romano, che univa il suo bacino esagonale al canale di Fiumicino e quindi al Tevere”.

Cibo di strada: in un rilievo l'attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Cibo di strada: in un rilievo l’attività di un Thermopolium, la tavola calda degli antichi romani

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra "Nutrire l'impero"

Un braciere proveniente da Pompei esposto alla mostra “Nutrire l’impero”

La terza sezione illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari che poteva avvenire sia in luoghi pubblici, come le popinae e i thermopolia, gli antichi “bar” o “tavole calde” in cui romani e pompeiani consumavano il “cibo di strada”, sia nei raffinati triclinia (sale da pranzo in cui i commensali mangiavano stando semidistesi su tipici lettini da banchetto) del ceto abbiente. Esposizioni di resti di cibo da Ercolano aiuterano a comprendere la qualità dei consumi in un ricco centro campano. Grazie al contributo scientifico e ai prestiti provenienti da Pompei, Ercolano e Oplontis, è possibile ammirare corredi da tavola provenienti sia da contesti di estrema ricchezza – come il cosiddetto “tesoro di Moregine”, un completo da tavola in argento di ritorno da cinque anni di esposizione al Metropolitan Museum di New York – sia raffinate suppellettili in ceramica, in vetro e in bronzo, sia infine il vasellame utilizzato in contesti quotidiani più popolari. Sono proprio i curatori a ricostruire l’eccezionale ritrovamento.

In mostra all'Ara Pacis gli argenti dell'eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

In mostra all’Ara Pacis gli argenti dell’eccezionale tesoro di Moregine, nel comune di Pompei

“Nell’ottobre del 2000, durante la realizzazione della terza corsia dell’autostrada A3, in località Moregine, nel comune di Pompei, è stata rinvenuta una gerla di vimini. Si trovava in una latrina posta nell’area di passaggio tra il nucleo neroniano di un edificio e le sue terme. La gerla appariva riposta da qualche fuggitivo, nelle ore convulse che precedettero l’eruzione, sotto altri oggetti di uso comune. Era ben conservata, chiusa da un coperchio e ricolma di terra e cenere compattata. Portata in laboratorio fu oggetto di analisi radiografiche quindi svuotata con un’operazione di microscavo. Al suo interno, stipato con accuratezza, un piccolo ma completo servizio di argenti da tavola di 20 pezzi: è infatti rappresentato sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium). I pezzi erano riposti impilati, in modo da sfruttare al massimo lo spazio disponibile e forse avvolti in un panno, così da rivelarsi in ottimo stato di conservazione, fatta eccezione per la lanx usata come contro chiusura della gerla. Con un peso complessivo di 3850 grammi, il servizio rappresenta l’ultimo del genere rinvenuto in area vesuviana. I grafiti sul fondo degli argenti ci restituiscono, tra altre informazioni, il nome del proprietario: Erastus (Erasti sum). La maggior parte dei pezzi sembra databile all’età augustea, mentre i due canthari e la lanx paiono attribuibili ad un periodo antecedente: essi potrebbero rappresentare l’argentum vetus di famiglia”.

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Coppe e brocchetta in vetro blu provenienti da Ercolano

Due approfondimenti concludono la mostra: uno dedicato ai diversi alimenti consumati in epoca romana con la loro diffusione e il relativo prezzo (esemplificato dalla preziosa testimonianza dell’Edictum de pretiis rerum venalium dell’imperatore Diocleziano, il più famoso dei “calmieri” dell’antichità) e uno dedicato alla “filosofia del banchetto”, laddove l’amore profondo per la vita e la festa alimentare che la celebra si mescola con la malinconica consapevolezza della fugacità di ogni piacere.

Siria. L’Isis distrugge due antichi mausolei islamici a Palmira, perché “simbolo del politeismo”. Per ora l’antica città romana, patrimonio Unesco, è stata risparmiata

Lo monumentali rovine di Palmira, patrimonio dell'Unesco, dominata dal mausoleo islamico dello sheikh Mohammad Ben Ali

Lo monumentali rovine di Palmira, patrimonio dell’Unesco, dominata dal mausoleo islamico dello sheikh Mohammad Ben Ali

Palmira a rischio distruzione da parte delle milizie jihadiste dell’Isis. Un evento temuto, annunciato, ma per ora rimasto – in parte – solo una minaccia. Perché se è vero che al momento non ci sono prove che l’Isis abbia infierito sulla città romana, patrimonio dell’Unesco, è invece certo che sono stati fatti saltare in aria due antichi mausolei, tra cui quello dello sheikh Mohammad Ben Ali, vicino al sito archeologico romano, ritenuti “un simbolo del politeismo”. Appena due giorni fa, in piena avanzata jihadista, era anche trapelato che l’Isis aveva piazzato mine e ordigni nella città vecchia. Per timore di distruzioni centinaia di statue e reperti del sito siriano erano stati trasferiti in altre località il mese scorso quando i jihadisti erano penetrati nella parte moderna della città. Ma poi questa notizia era stata smentita da Ahmad Daas, attivista politico siriano dell’opposizione, secondo cui le notizie circolate al riguardo “sono false”: “Non è vero che l’Is ha collocato degli ordigni tra le rovine di Tedmor e i rapporti che ne parlano sono imprecisi e si basano su fotografie fasulle scattate da alcuni cittadini”, smentendo quanto circolato nei giorni scorsi sui media e sugli osservatori per i diritti umani.

Il colonnato di Palmira, punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano

Il colonnato di Palmira, punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano

La Sposa del Deserto. Dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, Palmira fiorì nell’antichità come punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano ed ebbe un notevole sviluppo fra il I e il III secolo d.C. Per questo motivo fu soprannominata la “Sposa del deserto”. Il nome greco della città, “Palmyra”, è la traduzione fedele dall’originale aramaico, Tadmor, che significa “palma”. La città è citata nella Bibbia e negli annali dei re assiri, ma in particolare la sua storia è legata alla regina Zenobia che si oppose, secondo la tradizione, ai romani e ai persiani. Poi venne incorporata nell’impero romano e Diocleziano, tra il 293 e 303, la fortificò per cercare di difenderla dalle mire dei Sassanidi facendo costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica. A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano. Durante la dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza. L’imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l’importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione. Poi sotto il dominio degli arabi la città andò in rovina.

Il mausoleo islamico di Mohammad Ben Ali, discendente del cugino del Profeta Maometto sulla cima di una collinetta a circa 4 chilometri dal sito romano prima dell'esplosione

Il mausoleo islamico di Mohammad Ben Ali, discendente del cugino del Profeta Maometto sulla cima di una collinetta a circa 4 chilometri dal sito romano prima dell’esplosione

Qui sopra, il momento dell'esplosione provocato dai miliziani jihadisti dell'Isis; sotto, quel che resta del mausoleo dopo l'esplosione

Qui sopra, il momento dell’esplosione provocato dai miliziani dell’Isis; sotto, quel che resta del mausoleo

palmira2La distruzione dei Mausolei. L’Isis, attraverso il suo “braccio mediatico” Wilayat Homs, ha pubblicato due foto del mausoleo islamico di Mohammad Ben Ali, discendente del cugino del Profeta Maometto – una costruzione in pietra e fango consumata dall’erosione, in fango sulla cima di una collinetta a circa 4 chilometri dal sito romano – prima e nel momento dell’esplosione, in cui si vedono le pietre proiettate in tutte le direzioni e pennacchi di polvere. Il servizio è intitolato “L’eliminazione dei simboli politeisti”. Si vedono inoltre di militanti che trasportano l’esplosivo al sito storico. L’Onlus, citata dai media, ha confermato l’avvenuta distruzione, e quella di un altro sacrario islamico antico, quello di Abu Behaeddin, una figura storica di Palmira. I jihadisti dell’Isis “considerano questi mausolei islamici contrari alla fede”, cioè una forma di idolatria, e perciò “hanno proibito qualsiasi visita ad essi”, ha detto, citato da Newsweek, Maamoun Abulkarim, direttore delle antichità del governo siriano. Finora non risultano invece essere state distrutte le rovine romane di Palmira del I e II secoli.

“Altro che scoperta eccezionale a Spalato: quello trovato è l’Odeon di Traiano già individuato nel 1997…”

Il centro storico di Spalato interessato dagli scavi archeologici: evidenziati, n° 1, il Palazzo di Diocleziano; n° 2, il sito archeologico "ad basilicas pictas" (scavi 1953-1957 e 1997); n° 3, strada Domovinskog rata (scavi 2013)

Il centro storico di Spalato interessato dagli scavi archeologici: evidenziati, n° 1, il Palazzo di Diocleziano; n° 2, il sito archeologico “ad basilicas pictas” (scavi 1953-1957 e 1997); n° 3, strada Domovinskog rata (scavi 2013)

“A Spalato non è stata fatta nessuna scoperta eccezionale. E tanto meno l’anfiteatro di Diocleziano. Basta rileggersi i resoconti di scavo del 1997 per capire che quell’area nel cuore di Spalato, a ridosso del Palazzo di Diocleziano, era già stata esplorata. E se proprio si vuole parlare edificio di spettacoli al massimo si può ipotizzare un Odeon o un teatro, e comunque non dell’epoca di Diocleziano ma dell’imperatore Traiano  (cioè di due secoli prima)”. Non ci sta proprio l’archeologa Tajma Rismondo Čalo a lasciar passare sotto silenzio importanti ricerche archeologiche. E per questo ha chiesto anche ad archeologiavocidalpassato di far conoscere quanto già acquisito da precedenti scavi archeologici.

L'archeologa Tajma Rismondo Čalo di Spalato

L’archeologa Tajma Rismondo Čalo di Spalato

“Ad Basilicas pictas”. Tutto inizia all’annuncio della notizia, che ha fatto il giro del mondo, e che anche il nostro blog ha riportato (post del 16 novembre scorso) da parte  di Radoslav Buzancic della Soprintendenza per i Beni culturali di Spalato: “Nel centro di Spalato sono stati scoperti i resti di un antico anfiteatro romano, risalente alla prima metà del IV secolo d.C., costruito molto probabilmente su volontà dell’imperatore Diocleziano”.  È questa affermazione che irrita l’archeologa Tajma Rismondo Čalo, co-direttore dello scavo nel 1997. “Il sito archeologico citato dalla soprintendenza ha un nome”, spiega, “noto come “Ad basilicas pictas” a Spalato: si trova a circa 500 metri dal Palazzo di Diocleziano, sulla direttrice della antica strada che collega Spalato a Solin, l’antica Salona, a circa 6 chilometri, che era la metropoli della antica provincia romana”. La prima ricerca nel sito “Ad basilicas pictas“ risale agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando sono stati scoperti proprio i resti delle basiliche paleocristiane che hanno dato il nome all’area. Più recentemente, nel 1997, gli scavi hanno determinato l’esatta planimetria della basilica paleocristiana e un fonte battesimale rivestito con pannelli di alabastro datati al V-VI secolo.

La planimetria pubblicata: in rosso, supposte fasi antiche (1997); in blu supposte fasi paleocristiane (1997); in orange scavi 1953-1957, fasi antiche; in verde scavi 1953-1957, fase paleocristiana; in lilla scoperte 1997, fase antica; in porpora scoperte 1997, fase paleocristiana; 2013 area evidenziata di scavi strada Domovinskog rata

La planimetria pubblicata: in rosso, supposte fasi antiche (1997); in blu supposte fasi paleocristiane (1997); in orange scavi 1953-1957, fasi antiche; in verde scavi 1953-1957, fase paleocristiana; in lilla scoperte 1997, fase antica; in porpora scoperte 1997, fase paleocristiana; 2013 area evidenziata di scavi strada Domovinskog rata

La scoperta dell’Odeon. “È proprio nel corso di questi scavi archeologici”, ricorda Tajma Rismondo Čalo, “che sono stati scoperti resti di antiche costruzioni con muri radiali e a disposizione circolare, e soprattutto nello strato più antico di questi edifici è stata trovata una moneta ben conservata dell’imperatore Traiano (98-117) insieme a frammenti di vasi ceramica dello stesso periodo (fine I – inizio II sec.)”. Grazie a questi elementi che forniscono una datazione precisa, e alle mura curvilinee trovate nel 1997 insieme ai resti emersi nel 1957, gli archeologi nel 1997 hanno fatto l’ipotesi che si tratta di teatro o odeon (un edificio semicircolare)  utilizzato fino al IV secolo. Poi la zona avrebbe cambiato destinazione d’uso. “In particolare, nella parte orientale del sito sono stati scoperti resti di architetture, che appartengono allo stesso antico edificio con tre serie concentriche di pareti curve, sporadicamente spezzate”. L’Odeon era un edificio simile al teatro, per la sua forma semicircolare, in cui si tenevano spettacoli musicali e declamatori, ma diversamente dal teatro la sua acustica era garantita in un ambiente coperto. Il diametro dell’ipotetico Odeon del sito di “Ad basilicas pictas“ era 31,5 m con mura di fondazione superstiti tra 0,70 e 1,10 metri.
Il cambiamento dell’uso del luogo avviene nel V-Vi secolo quando poggiando su strati più antichi sul sito dell’ipotizzato teatro o odeon viene edificato il complesso di due basiliche paleocristiane con battistero, e questo nuovo sito mostra continuità fino al XVI secolo. Dal XII secolo alcuni documenti d’archivio associano il toponimo al nome di Sant’ Andrea. E un secolo dopo la “Historia Salonitana“ è il primo documento che cita la chiesa di S. Andrea  “come dipinta“. Infine al tempo dell’invasione turca , tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo le chiese di Sant’Andrea e San Giovanni Evangelista risultano danneggiate.

Dal  catalogo/monografia Ad basilicas pictas, pubblicato nel 1999. In blu, fase antica; in giallo, fase paleocristana; in nero, edifici esistenti Strada Domovinskog rata; in pallido/graphic segnato, fase antica (scavi archeologici 1997)

Dal catalogo/monografia Ad basilicas pictas, pubblicato nel 1999.
In blu, fase antica; in giallo, fase paleocristana; in nero, edifici esistenti
Strada Domovinskog rata; in pallido/graphic segnato, fase antica (scavi 1997)

Lo stupore. Dopo tutte queste precisazioni, commenta l’archeologa Tajma Rismondo Čalo, “stupiscono le dichiarazioni sensazionalistiche apparse che danno una nuova lettura del sito “Ad basilicas pictas“, anche perché una recente ricerca condotta nel 2013 ha confermato la validità della precedente ricerca archeologica”. Tra l’altro il sito archeologico “Ad basilicas pictas“ è registrato come bene culturale croato dal 2010. E per quanto riguarda le ricerche archeologiche del 1997, già nel 1998 erano state fatte conoscere con un depliant  cui è seguito l’anno successivo un catalogo-monografia. “Ma c’è stata anche una mostra nel 1999 a Spalato”, conclude Tajma Rismondo Čalo, “continuata poi a Zagabria e in altre città croate, e approdata a Vienna. Senza contare gli atti (pubblicati anche in inglese) del XIV Congresso Internazionale di Archeologia Cristiana, e gli articoli apparsi in francese sulla rivista archeologica Antiquite”. Il dibattito su “Ad Basilicas pictas” è stato ufficialmente aperto.