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A Verona serata-incontro con Marco Comencini su “Hadrian’s wall. Archeotrekking sul Vallo di Adriano nell’antica Britannia all’estremo confine nord dell’Impero romano”

I restvallo di Adriano corrono ancora oggi tra il Nord dell’Inghilterra e il Sud della Scozia

Una muraglia di 120 km con pareti alte cinque metri che tagliava l’intera Isola della Britannia da est a ovest dividendola in due parti allo scopo di arginare le incursioni dei Picti, le terribili tribù locali che furono costrette a ripiegare in Caledonia (attuale Scozia): stiamo parlando del Vallo di Adriano, imponente fortificazione in pietra fatta costruire dall’imperatore Adriano nella prima metà del II secolo d.C., a segnare – come detto – il confine tra la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia. Il Vallo correva da Wallsend-on-Tyne, affacciato sul mar del Nord, vicino l’attuale Newcastle, fino a Bowness-on-Solway, sul mar d’Irlanda. Era difeso da un profondo fossato e da torrette d’avvistamento dalle quali le guarnigioni controllavano gli enormi portali d’ingresso, che fungevano da dogane dell’Impero. Al di qua della fortificazione vi erano accampamenti militari ben organizzati con terme e palestre per concedere ai soldati tutti gli svaghi necessari a scrollarsi di dosso la fatica delle giornate e l’ansia di eventuali attacchi. Lo storico romano Tacito nell’Agricola (scritto qualche decennio prima della realizzazione del Vallo) narra le gesta dei soldati romani impegnati a difendere i confini della Britannia, un territorio impervio sottratto alle ostili tribù locali: “Dovevano solo rimanere compatti e poi, dopo il lancio dei giavellotti, continuare, con scudo e spada, ad abbattere e massacrare il nemico, senza pensare al bottino: a vittoria ottenuta, tutto sarebbe finito nelle loro mani. Un grande entusiasmo seguì la parole del comandante: e, con tale carica, i vecchi soldati, forti dell’esperienza di molte battaglie, si preparavano a lanciare i dardi, tanto che Svetonio poté dare il segnale d’attacco ormai certo del successo”. La costruzione del grande muro fu terminata intorno al 128 d.C. dal governatore Aulo Platorio Nepote sotto l’imperatore Adriano.

Marco Comencini racconta il suo archeotrekking alla scoperta del Vallo di Adriano

Il muro rappresentò il confine più settentrionale dell’impero Romano in Britannia per gran parte del periodo di dominio romano su queste terre; era inoltre il confine più pesantemente fortificato dell’intero impero. Il Vallo non fu solo una fortificazione militare: molto probabilmente le porte di accesso attraverso il vallo sono servite come dogane per permettere la tassazione delle merci. Dopo il suo abbandono, il Vallo di Adriano fu privato delle pietre, che furono riutilizzate dagli abitanti del posto per costruire le loro case. Per fortuna oggi il percorso è ancora rintracciabile dalle rovine, ben conosciute dagli amanti dell’archeotrekking. E proprio un’esperienza di archeotrekking è quella proposta dall’associazione Archeonaute di Verona in una serata-incontro organizzata in collaborazione con il Museo Diocesano d’Arte di San Fermo Maggiore e la Parrocchia di San Fermo Maggiore. Appuntamento a Verona giovedì 14 giugno 2018 alle 20.30 all’auditorium della Parrocchia di San Fermo Maggiore con “Hadrian’s wall. Archeotrekking sul Vallo di Adriano nell’antica Britannia all’estremo confine nord dell’Impero romano”. Protagonista della serata sarà di Marco Comencini, architetto di professione, appassionato di archeologia ed escursionista nel mondo di deserti e di montagne, che accompagnerà il pubblico in un affascinate viaggio ai confini dell’Impero. Il Vallo di Adriano è diventato patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1987.

Il Vallo di Adriano per gran parte della sua lunghezza il percorso del muro può essere seguito a piedi

Un significativo tratto del vallo è infatti ancora esistente, in particolare la parte centrale, e per gran parte della sua lunghezza il percorso del muro può essere seguito a piedi, e costituisce un’importante attrazione turistica dell’Inghilterra settentrionale. Il muro si trova interamente in territorio inglese a sud del confine con la Scozia. Il percorso è stato reso fruibile con cartelli segnaletici per consentire ai viaggiatori di esplorarlo nel migliore dei modi. Nell’immaginario collettivo l’Inghilterra è spesso associata a Londra o all’ordinata campagna con le vittoriane residenze dei Lords, dimenticando che la Gran Bretagna è anche una terra selvaggia a tratti impervia, abitata da rustici allevatori e cordiali pescatori. Sono proprio questi i paesaggi che accompagnano i protagonisti dell’archeotrekking, attraversando le terre del Nord Inghilterra tra le contee di Durham, Cumbria e Northumberland dove sono conservate le rovine del Vallo di Adriano tra il Kilder Forest Park, il North Pennines National Park e il Lake District National Park.

Siria. Liberata Palmira. Primo bilancio delle distruzioni dell’Isis: cancellati il tempio di Baalshamin e il santuario di Bel e le tombe a torre. Devastato il museo. Salvo l’80 per cento del sito. Si discute per la sua ricostruzione. Il museo dell’Ermitage offre la sua collaborazione

L'esercito governativo di Assad ha riconquistato la città e il sito archeologico di Palmira con l'aiuto dei raid aerei russi

L’esercito governativo di Assad ha riconquistato la città e il sito archeologico di Palmira con l’aiuto dei raid aerei russi

Nel giorno di Pasqua liberata Palmira. Ma la “sposa del deserto” sfregiata dall’Isis non sarà più come prima. L’esercito siriano ha ripreso il “pieno controllo” di Palmira, che lo scorso anno era stata conquistata dallo Stato islamico. Lo hanno reso noto fonti militari citate dai media di Damasco e l’Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo cui l’esercito è rientrato a Palmira, con il sostegno dei raid russi: più di 200 solo nelle ultime ore dell’attacco. Secondo l’agenzia di stampa Sana le truppe governative e le milizie loro alleate hanno “ripulito” la città da tutti i militanti dell’Isis e “distrutto i loro ultimi covi”, mentre gli artificieri hanno eliminato tutte le mine e gli ordigni lasciati dai terroristi. Dal canto loro, gli attivisti dell’Osservatorio, con sede a Londra, citando “più fonti attendibili”, hanno fatto sapere che i militanti dello Stato islamico hanno ricevuto l’ordine di lasciare Palmira dalla leadership del Califfato a Raqqa. Le tre settimane di guerra per riconquistare la città, secondo l’Osservatorio, sarebbero costate la vita ad almeno 400 militanti e 180 soldati. “Un importante successo nella guerra contro il terrorismo”, proclama il presidente siriano, Bashar al-Assad.

Una veduta aerea del sito archeologico di Palmira: si vedono bene ancora integri il teatro romano e il lungo colonnato

Una veduta aerea del sito archeologico di Palmira: si vedono bene ancora integri il teatro romano e il lungo colonnato

La città di Palmira, sito Unesco patrimonio dell’umanità, ricordiamolo, è una delle più antiche della regione. Esisteva già nel XIX secolo a.C. quando era conosciuta e citata negli antichi documenti con il nome di Tadmor o Tamar, nome registrato anche nella Bibbia che la ricorda come fortificata da Salomone. Per oltre un millennio, però, sulla città cala il silenzio, fino alla conquista da parte dei Seleucidi che, nel 323 a.C. prendono il controllo della Siria. Palmira si mantiene indipendente fino a circa il 19 a.C., nonostante il Paese fosse ormai nelle mani dei Romani. È sotto il regno di Tiberio e poi di Nerone che la città viene annessa all’Impero. Plinio il Vecchio ne racconta le ricchezze del suolo e l’importanza che essa ricopre all’epoca nei commerci tra Roma e l’Oriente, soprattutto Cina, India e Persia. Nel II secolo d.C. Adriano la visita e la proclama città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana. Tra la fine del II e l’inizio del III secolo, Settimio Severo o il suo successore, il figlio, Caracalla, concede a Palmira lo statuto di città libera. È nel III secolo che la città diventa famosa sotto il regno della regina Zenobia e del figlio Vaballato, che sognano di formare un impero d’Oriente da affiancare a quello di Roma. La mitica regina, infatti, inizia a ribellarsi al potere della città eterna e conquista Egitto, Palestina e Arabia, spingendosi fino alla Cappadocia e alla Bitinia. Ma la proclamazione di Aureliano a imperatore pone fine alle ambizioni di Zenobia e del figlio. Palmira viene conquistata, abbandonata e diventa base militare per le legioni romane. Dopo un periodo di nuova fioritura con l’impero bizantino, la città va in rovina sotto il dominio arabo.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2016/03/26/siria-ecco-cosa-resta-del-sito-archeologico-di-palmira-video_f8f1ed4d-cf16-4892-ada2-4cabef0e931a.html

 

La foto scattata il 27 marzo 2016 conferma che il tetrapilo non è stato distrutto dai jihadisti

La foto scattata il 27 marzo 2016 conferma che il tetrapilo non è stato distrutto dai jihadisti

Un portale in una distesa di detriti è il muto testimone di quanto resta del grande santuario di Bel a Palmira distrutto dai jihadisti

Un portale in una distesa di detriti è il muto testimone di quanto resta del grande santuario di Bel a Palmira distrutto dai jihadisti

“L’80 per cento dell’architettura dell’antica città siriana non sarebbe stata distrutta dall’Isis, anche se quel 20% non è perdita da poco, se pensiamo solo al tempio romano di Baalshamin e al grande santuario di Bel”, sostiene Selon Maamoun Abdulkarim, direttore di Antichità e Musei in Siria (Dgam), dopo l’esame delle immagini riprese dal drone russo su Palmira liberata. Il colonnato, l’agorà, il teatro, i bagni di Diocleziano, il tempio di Nébo e d’Allat sono ancora in piedi, a testimoniare millenni di arte e di storia, contaminazioni culturali assire, bizantine e greco romane nella città patrimonio dell’Unesco. Distrutto invece il tempio di Bel e Baalshamin, come decine di torri funerarie e l’arco trionfale, e le sculture e i reperti del museo archeologico. Proprio il museo, difeso fino a pagare con la vita dal suo direttore Khaled Asaad, è stato oggetto di saccheggio. “Ci vorranno cinque anni per ricostruirla”, sostiene Maamoun Abdulkarim, direttore di Antichità e Musei in Siria. Dopo la riconquista dell’antica città siriana, la Russia promette il suo aiuto per lo sminamento dell’area e il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo offre la collaborazione di un team di esperti per i restauri. Il direttore Abdul-Karim ha detto che un team di esperti farà una stima dei danni. Ma gli esperti internazionali sono scettici. Credere di poter restaurare il sito archeologico potrebbe rivelarsi illusorio, ha dichiarato Annie Sartre-Fauriat, membro della Commissione di esperti dell’Unesco per il patrimonio siriano. E il 1° aprile a Parigi si terrà un incontro proprio su Palmira.

Una sala devastata del museo di Palmira che Khaled Asaad aveva difeso pagando con la propria vita

Una sala devastata del museo di Palmira che Khaled Asaad aveva difeso pagando con la propria vita

Esperti di antichità siriani si sono detti profondamente scioccati dalla distruzione dei jihadisti al museo di Palmira: innumerevoli reperti dispersi e statue demolite. Il museo, infatti, ospita una “importante collezione” dell’arte palmirena, frutto di antiche donazioni. “In quanto custodi del patrimonio di Palmira – ha detto Piotrovsky – potremo aiutare ad analizzare la situazione e dare consigli così che questo sito storico diventi un monumento alla cultura, un monumento alla vittoria sul fanatismo e non una replica moderna, semplice attrazione turistica”. La direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova ha detto di sperare in una stretta collaborazione con l’Ermitage.

L'archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall'Isis nel 2015

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis nell’agosto 2015

“Palmira è stata liberata dalle truppe di Assad grazie anche al supporto aereo dell’aviazione russa e di alcuni corpi speciali dispiegati sul campo. Le bande criminali di Daesh sono in ritirata e non hanno potuto portare a termine lo scempio preannunciato del sito archeologico dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Le cancellerie occidentali ed il governo italiano brillano per il loro assordante silenzio, con il quale sembrano voltarsi dall’altra parte mentre qualcuno fa il lavoro sporco della guerra, anche se di liberazione”, denuncia Paolo Romani, presidente del Gruppo Forza Italia al Senato. “Ricordiamo in questa occasione oltre alle centinaia di morti di combattenti siriani due uomini valorosi: Khaled al-Asaad, archeologo e custode dei siti romani, di quell’esempio unico nel mondo della civilizzazione dell’antica Roma, decapitato dai criminali di Daesh perché non ha voluto rivelare il luogo dove erano stati nascosti preziosissimi reperti dell’antica Palmira; e l’anonimo ufficiale delle forze speciali russe che trasmetteva le coordinate dei terroristi del Daesh per effettuare i raid ed ha deciso di indirizzare il fuoco contro se stesso, una volta circondato, pur di non cadere vivo nelle loro mani. È morto da eroe, comunicando la sua ultima posizione così da consentire di eliminare i jihadisti che lo avevano raggiunto. Ora e solo ora, il ministro Franceschini può inviare i caschi blu della cultura approvati dall’Unesco. Grazie al coraggio ed all’abnegazione di tanti altri sconosciuti eroi di guerra”.

L’imperatore Adriano torna a Gerusalemme dopo 18 secoli. In mostra al museo di Israele gli unici tre busti in bronzo dell’ideatore del “vallo” in Britannia e del distruttore della Giudea. Collaborazione con il Louvre e il British Museum

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

C’è il busto dell’imperatore Adriano forgiato molto probabilmente in Egitto o in Asia Minore e oggi al museo del Louvre di Parigi. C’è quello ritrovato nel Tamigi nel 1834 e oggi al British Museum di Londra che probabilmente fu realizzato per commemorare la visita di Adriano in Britannia (l’odierna Gran Bretagna) nel 122 d.C. (anno in cui iniziò nel nord del paese la fortificazione del confine con la costruzione del famoso “vallo”). E poi c’è il busto, sempre dell’imperatore Adriano, vestito militarmente con una splendida armatura sul petto molto ben conservata, proveniente dall’accampamento della Sesta Legione romana a Tel Shalem vicino Beth Shean nel nord di Israele, all’incrocio tra la valle del Giordano e la valle di Jezreel, e oggi esposto nel Museo di Israele. Cosa hanno di particolarmente interessante questi tre reperti? Sono gli unici tre busti in bronzo sopravvissuti fino a noi dell’imperatore Adriano, nato nel 76 d.C. a Italica, cittadina della penisola iberica vicino all’odierna Siviglia, e morto a Baia, vicino a Napoli, nel 138. E fino al 30 giugno 2016 si possono vedere per la prima (e probabilmente unica) volta insieme nella mostra “Hadrian: an Emperor Cast in Bronze”, curata da David Mevorah e Rachel Caine Kreinin (Museo di Israele) e Thorsten Opper (British Museum), e allestita nella Galleria “Samuel e Saidye Bronfman” del museo di Israele a Gerusalemme. Così si può dire che dopo più di diciotto secoli l’imperatore Publio Elio Traiano Adriano è tornato a Gerusalemme, la città di David, che lui chiamo Aelia Capitolina in un estremo tentativo di sradicarvi l’ebraismo.

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall'antichità

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall’antichità

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La mostra “Hadrian: An Emperor Cast in Bronze” completa le celebrazioni per i 50 del Museo di Israele ma soprattutto ripropone il confronto tra la massima autorità romana e il mondo ebraico dell’epoca. Un rapporto assai problematico: Adriano, ellenista convinto, non solo tentò di paganizzare Gerusalemme costruendo sul Monte del Tempio, al posto del Santuario ebraico, un luogo dedicato a Giove, ma dopo aver represso nel sangue la rivolta di Simon Bar Kochba (Simone figlio della Stella) con 580mila ebrei uccisi, nel 135 d.C. cambiò il nome della regione da Giudea a Siria Palestina. Un fatto che ha avuto ripercussioni sino ad oggi. Nelle fonti ebraiche quando si parla di Adriano segue sempre un epitaffio: “Possano essere le sue ossa frantumate”. Espressione che, ad esempio, non viene proposta quando le stesse si riferiscono a Tito o al figlio Vespasiano che pure distrussero il Secondo Tempio a Gerusalemme. Adriano resta in ogni caso legato alla storia della città: come dimostra la monumentale iscrizione votiva – mai presentata prima di questa mostra – eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C. Una parte dell’iscrizione fu scoperta nel 1903 mentre la seconda è stata portata alla luce nel 2014 nel corso di scavi in città da parte della Israel Antiquities Authority: ora per la prima volta sono state messe assieme grazie alla concessione in prestito dalla Israel Antiquities Authority e dal Museo Franciscanum Studium Biblicum di Gerusalemme.

Il busto in bronzo dell'imperatore Adriano trovato nell'accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Il busto in bronzo dell’imperatore Adriano trovato nell’accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Apparentemente simili, anche se ognuno con caratteristiche proprie, i tre ritratti mettono in evidenza i molteplici e contraddittori aspetti del carattere di Adriano. Con la sua grande energia, l’intelletto acuto, e i vasti interessi, Adriano è considerato uno dei sovrani più illuminati dell’impero romano. Tuttavia, la soppressione spietata della rivolta di Bar Kochba e la successiva distruzione della Giudea fanno di lui una figura tanto detestata nella storia ebraica. Come per molti suoi predecessori, Adriano fu immortalato in statue di bronzo e di marmo, ma delle prime, a parte i tre esemplari presentati a Gerusalemme, non ce ne sono altri. Mentre molte sono invece le statue in marmo rimaste: effigi inviate ai quattro angoli dell’impero a dimostrazione del potere di Roma e che divennero in molti casi oggetto di culto rappresentante la divinità. “La visione di questi tre bronzi – assicurano dal Museo – stimola la discussione su due percezioni diametralmente opposte di Adriano: da una parte l’imperatore visto come uomo di pace e protettore che costruì il Vallo nella nord della Britannia; dall’altra, la visione contraria: colui che distrusse la Giudea”.

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano

“In chiusura delle celebrazioni del 50° anniversario di fondazione del museo di Israele”, interviene il direttore James S. Snyder, “siamo particolarmente grati per le importanti partnership che abbiamo con il Louvre e il British Museum, i cui prestiti rappresentano una grande dimostrazione dei collegamenti internazionali e inter-culturali che hanno favorito da sempre la storia del Museo”. E aggiunge: “Il dialogo con il nostro Adriano creato dalla vicinanza di questi capolavori in mostra è straordinario, e non vediamo l’ora, soprattutto nei tempi complessi in cui oggi viviamo, di continuare questa collaborazione culturale con istituzioni consorelle a livello internazionale, che permette di mostrare lo sviluppo della cultura nella storia, come oggi la conserviamo, di condividerla”. E Jean-Luc Martinez, presidente e direttore del Musée du Louvre: “Dopo aver concesso in prestito nel 2011 il sarcofago della principessa Elena di Adiabene (regina di un ricco reame della Mesopotamia settentrionale, convertitasi al giudaismo insieme al figlio Izates, venuta in pellegrinaggio a Gerusalemme dove rimase vent’anni e dove fu inumata in una tomba grandiosa), sarcofago che non aveva mai lasciato la Francia in precedenza, la presenza in questa mostra del ritratto in bronzo di Adriano del Louvre indica la collaborazione tra il Musée du Louvre e il Museo di Israele e dimostra la volontà di sviluppare anche legami più forti”.

Villa Adriana a Tivoli svela i suoi tesori inediti: domenica speciale nella residenza dell’imperatore Adriano alla scoperta dei più recenti ritrovamenti

Lo straordinario complesso della villa dell'imperatore Adriano a Tivoli il 7 dicembre svela i suoi segreti

Lo straordinario complesso della villa dell’imperatore Adriano a Tivoli il 7 dicembre svela i suoi segreti

Il cantiere di scavo e restauro della cosiddetta ‘Palestra’ avviato nel 2013. Le numerose sculture venute alla luce nel 2014. E poi la statua zoomorfa del dio Horus (in forma di falco) recentemente rinvenuta nelle operazioni di scavo. Le ultime scoperte di Villa Adriana a Tivoli mostrano tutta la loro bellezza. Domenica prossima, nella giornata dedicata dal Mibact all’Archeologia e al Restauro, a Villa Adriana, sarà possibile visitare gli “ultimi colpi” messi a segno dagli archeologi.

La recentissima scoperta della statua del dio Horus nel complesso della Palestra a villa Adriana

La recentissima scoperta della statua del dio Horus nel complesso della Palestra a villa Adriana

La scalinata monumentale venuta alla luce nel complesso della Palestra a villa Adriana

La scalinata monumentale venuta alla luce nel complesso della Palestra a villa Adriana

L’iniziativa sarà quindi l’occasione per visitare il cantiere di scavo e restauro della cosiddetta “Palestra” avviato nel 2013 dalla soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio e finanziato con fondi Arcus. La “Palestra” è uno dei più grandi e importanti complessi monumentali della villa tiburtina, dove mai erano state compiute ricerche approfondite prima di quelle tuttora in corso. Ritenuto, in precedenza, uno spazio riservato semplicemente agli esercizi ginnici, si è rivelato invece un luogo dedicato molto probabilmente al culto delle divinità egizie. Già la scoperta, nel 2006, di una sfinge aveva orientato verso questa interpretazione, confermata ora dal rinvenimento di una splendida statua zoomorfa del dio Horus (in forma di falco) e già suggerita da altre statue venute alla luce nei secoli scorsi, quali un busto colossale della dea Iside e busti in marmo rosso di sacerdoti isiaci.

Le basi di colonna marmoree ritrovate a villa Adriana e oggi visitabili

Le basi di colonna marmoree ritrovate a villa Adriana e oggi visitabili

Il complesso è costituito di sette edifici, fra cui una sala circondata da un doppio portico, un giardino pensile e un’aula basilicale con colonne marmoree, oggi tutti restaurati e attraversati dal percorso di visita. Saranno mostrate anche le numerose sculture venute alla luce nel 2014, mentre si potranno ammirare la sfinge e la statua di Horus nell’Antiquarium del Canopo, dove sarà anche allestita una stanza dedicata all’attività del Servizio restauro della soprintendenza. Le visite guidate al cantiere si svolgeranno alle 10.30, 12, 14.30 e 15.30 mentre l’Antiquarium del Canopo sarà aperto tutta la giornata. L’ingresso alla Villa ed all’Antiquarium del Canopo sarà gratuito.

Il parco archeologico greco-romano di Catania è finalmente realtà: dalla stipe votiva di piazza San Francesco ai teatri antichi alle terme della Rotonda

L'area del parco archeologico greco-romano di Catania con le perimetrazioni definite

L’area del parco archeologico greco-romano di Catania con le perimetrazioni definite

Il parco archeologico greco-romano di Catania è una realtà. I parchi archeologici erano stati istituiti dalla Regione Sicilia con decreto del 2010, ma solo nei giorni scorsi è stato riconosciuto ufficialmente quello di Catania con un nuovo decreto regionale che entrerà in vigore alla fine di aprile, definendone finalmente la perimetrazione. Lo ha annunciato a Palazzo degli Elefanti, sede del municipio, al sindaco di Catania Enzo Bianco l’assessore regionale ai Beni Culturali, Maria Rita Sgarlata. “Un riconoscimento importante per Catania – commenta Bianco -. Ringrazio l’assessore Sgarlata per l’attenzione, l’interesse, il coraggio dimostrati per il riconoscimento di questa realtà così diversa dagli altri parchi archeologici che coincide con la città vissuta e stratificata. L’averne fissato i confini è un incoraggiamento forte per lavorare al recupero dei beni culturali”. L’assessore regionale Sgarlata sottolinea come ci sia stato “un percorso condiviso con il sindaco e i vertici della soprintendenza e del Parco Archeologico. Il parco archeologico di Catania – continua – non era stato previsto tra i parchi siciliani ma abbiamo scelto di inserirlo proprio per la sua particolarità di essere parte viva all’interno del tessuto cittadino. Con la perimetrazione sarà possibile la tutela e salvaguardia di questo sistema complesso”.

La stipe votiva di piazza San Francesco ha restituito migliaia di ceramiche

Il bassorilievo in marmo con Demetra e Proserpina trovato presso la Procura (all’epoca la Banca d’Italia), in via Manzoni

Il Parco archeologico greco-romano di Catania (nome completo Parco archeologico greco romano di Catania e delle aree archeologiche dei comuni limitrofi) comprende aree archeologiche e museali che per la maggior parte si trovano nella città di Catania. Il parco – come specifica la legge – si occupa di ricerca, manutenzione, valorizzazione e fruizione di circa un centinaio fra siti e monumenti archeologici, nonché della tutela di diverse migliaia di reperti, tra cui le migliaia di reperti della stipe votiva di piazza San Francesco, trovata in maniera fortuita nel 1959: un deposito di ceramiche greche dedicato a Demetra, tra i più importanti e ricchi complessi votivi dell’Occidente greco con materiali dalla fine del VII a tutto il IV secolo a.C.  I reperti sono oggi custoditi dal Parco archeologico greco-romano di Catania.

I resti dell'anfiteatro romano di Catania in piazza Stesicoro davanti a S. Agata

I resti dell’anfiteatro romano di Catania in piazza Stesicoro davanti a S. Agata

Una veduta aerea del centro di Catania: ben visibili le strutture romane antiche

Una veduta aerea del centro di Catania: ben visibili le strutture romane antiche

Tra i siti gestiti nel territorio comunale di Catania quelli la cui apertura al pubblico è garantita con orari regolari sono l’anfiteatro (oggi è visibile una piccola sezione in piazza Stesicoro. Fu costruito probabilmente nel II secolo), il teatro (situato in centro storico, il suo aspetto attuale risale al II secolo secolo quando, sotto l’imperatore Adriano, fu restaurato l’antico teatro greco), l’odeon (accanto al teatro greco-romano), le terme della Rotonda (databili al I-II secolo d.C. su un sito in cui in epoca bizantina è sorta una chiesa intestata alla Vergine Maria. L’appellativo di Rotonda viene proprio dalla singolare struttura architettonica della chiesa con una grande cupola sorretta da possenti  contrafforti posta su un ambiente quadrato. La struttura termale appare come un grande complesso di edifici quadrangolari connessi tra loro. C’è una grande sala absidata – forse un “frigidarium” – a cui si appoggia sul lato est un grande ambiente a ipocausto (sistema di riscaldamento ad aria calda) ricco di numerose “suspensurae” (pilastrini) che dovevano reggere un pavimento mosaicato di cui pure si sono rinvenute esigue tracce e identificabile come “calidarium”. A sud si aprono diversi altri ambienti appartenenti alla fase di II-III secolo, come due pavimenti ad ipocausto pertinenti a piccoli ambienti circolari, forse un “tepidarium”). Sono invece ancora soggetti a lavori per la fruizione le terme dell’Indirizzo, mentre altre aree archeologiche quali il foro o il cosiddetto Ipogeo Quadrato sono visitabili su prenotazione. Per garantire la fruizione dei reperti archeologici trovati a Catania sono state realizzate due sezioni espositive, Casa Pandolfo e Casa Libérti, entrambe ospitate presso il teatro romano e costituenti l’antiquarium regionale del Teatro romano.

Le terme romane della Rotonda nel parco archeologico di Catania

Le terme romane della Rotonda nel parco archeologico di Catania

Le perimetrazioni dei parchi archeologici erano state stabilite con la legge 20 del 2000. L’inserimento e il riconoscimento del parco catanese porterà alla migliore salvaguardia del beni culturali della città perché vi sarà una autonomia finanziaria e di gestione sganciata dalla burocrazia regionale a cui finora era destinato il 70 per cento degli introiti. Tale percentuale sarà gestita dal Parco stesso come sta già avvenendo ad Agrigento con la Valle dei Templi. “Soddisfazione”, è stata espressa, tra gli altri, anche dalla soprintendente Fulvia Caffo “per i risultati che si potranno avere con il Museo Regionale Multidisciplinare, una realtà unica nel suo genere”.