Archivio tag | Grecia

Via Egnazia e gli itinerari storici culturali: parte dallo Iuav di Venezia un progetto internazionale di riqualificazione della importante strada consolare romana tra Durazzo e Costantinopoli. Convegno e mostra

Ponte romano: suggestiva testimonianza della Via Egnatia nel tratto dell’odierna Albania

Albania, Macedonia, Grecia, Turchia: le bandiere dei quattro Paesi attraversati oggi dalla Via Egnatia

Oggi per percorrerla in tutta la sua interezza si dovrebbero attraversare quattro Paesi: Albania Grecia Macedonia e Turchia. Ma nel 146 a.C. quando fu voluta da Gaio Ignazio, proconsole di Macedonia, la Via Egnazia, che da Epidamnos-Dyrrachium (l’odierna Durazzo in Albania) arrivava fino alla foce del fiume Evros (l’odierno Maritsa) nel mar Egeo era una potente asse di penetrazione nei Balcani delle legioni romane, asse che in periodo imperiale fu allungata fino a Costantinopoli creando così, grazie alla via Appia, un collegamento diretto con Roma. La funzione e il percorso della Via Egnatia è oggi ricalcata, anche se leggermente più a sud nella parte iniziale rispetto alla strada storica, dall’autostrada Egnatia Odos, un progetto iniziato nel 1990 e completato nel 2009: va dal porto di Igoumenitsa alla frontiera tra Grecia e Turchia passando per le regioni greche dell’Epiro, della Macedonia e della Tracia, per una lunghezza complessiva di 670 km.

Il percorso della Via Egnatia, l’asse di penetrazione romana nei Balcani dall’Adriatico all’Egeo

A lanciare un progetto di riqualificazione della storica Via Egnatia ci ha pensato lo Iuav di Venezia promuovendo in laguna, nell’ambito dell’iniziativa “Vent’anni di cammini storici 1999/2019” a cura dell’associazione culturale FuoriVia (Ex LaboratorioFrancigena), mercoledì 10 maggio 2017, alle 9, nell’Aula Magna Tolentini (Santa Croce 191 Venezia) il primo convegno internazionale “Via Egnatia and Historical Cultural Routes: Bridges Between Europe and the Mediterranean” con i rappresentanti di municipalità, istituzioni culturali, universitari ed esperti. E il giorno dopo, giovedì 11 maggio, alle 12 nel chiostro dei Tolentini, viene inaugurata la mostra “Back and Forth: Camino de Santiago, Via Francigena, Via Egnatia”. “Back and Forth” è un’esposizione rivolta al passato e insieme al futuro: da una parte ripercorre la lunga esperienza del Laboratorio di Ecologia della Città e del Paesaggio “I cammini storici” dell’Università Iuav di Venezia, iniziato nel 1999 sul Cammino di Santiago e proseguito fino al 2014 lungo la Via Francigena e la Via Appia; dall’altra presenta il progetto di riqualificazione della Via Egnatia, e vede la partecipazione di enti e istituzioni dei territori interessati dal percorso. Un’occasione per condividere l’esperienza costruita dal Laboratorio, con gli oltre 1000 studenti coinvolti negli anni, e investirla nel nuovo progetto Via Egnatia. La mostra resterà visibile fino al 9 giugno 2017.

L’associazione culturale FuoriVia con l’università Iuav di Venezia ha iniziato l’esplorazione della Via Egnatia

Nel 2015 FuoriVia e l’università Iuav di Venezia hanno iniziato l’esplorazione della Via Egnatia, proponendosi di percorrere a piedi nell’arco di cinque anni i 1100 km che dividono Durazzo e Istanbul attraverso l’Albania, FYR Macedonia, Grecia e Turchia. Via Egnatia (2015-2019) rappresenta la fase intermedia di un progetto di ricerca a lungo termine iniziato molti anni fa. Ogni estate, infatti, a partire dal 2000, lo Iuav ha avviato un laboratorio itinerante a piedi lungo gli itinerari culturali storici in Europa e nella regione del Mediterraneo. In questi anni il progetto ha coperto il Camino de Santiago (2000-2006) e da Roma a Canterbury lungo la Via Francigena (2007-2012), prima di seguire la via Appia da Roma a Brindisi (2013-2014).

Un tratto ben conservato della Via Egnatia a Filippi, in Grecia, al confine con la Turchia

La Via Egnatia in Macedonia

L’obiettivo principale della prima conferenza internazionale “Via Egnatia e itinerari culturali storici: un ponte tra l’Europa e il Mediterraneo” è quello di creare un dialogo tra i diversi attori e istituzioni interessate alla rigenerazione della Via Egnatia. Durante la conferenza si discuterà con esperti, rappresentanti locali e ricercatori sull’importanza del recupero della Via Egnatia. Prendendo in esame le analoghe esperienze europee verrà analizzato il progetto Via Egnatia per la riqualificazione del percorso come già successo per altri itinerari culturali, Cammino di Santiago e la Via Francigena. La conferenza vuole essere dunque un punto di partenza per costruire un dialogo e di una efficace collaborazione con le università, le istituzioni culturali, le amministrazioni locali e nazionali, associazioni e comunità locali lungo la strada.

Tombe micenee inviolate scoperte a Eghion (Acaia, Grecia) dall’università di Udine con corredi di ceramica e una sorta di altare funerario realizzato con le ossa degli antenati

Archeologi dell'università di Udine e Trieste a Eghion nel sito protostorico della Trapezà in Acaia

Archeologi dell’università di Udine e Trieste a Eghion nel sito protostorico della Trapezà in Acaia

L’avvisaglia che si era difronte a una grande scoperta gli archeologi dell’università di Udine, impegnati nella missione a Eghion, nel sito protostorico della Trapezà, nella regione di Acaia (Peloponneso occidentale) in Grecia, l’avevano avuta già al termine della quarta campagna di scavo nel settembre 2013: lo scavo aveva individuato tre tombe micenee inviolate, databili tra il XV e l’XI secolo a.C. All’interno corredi funerari con elaborate ceramiche e preziosi oggetti d’ornamento, e i resti di un abitato preistorico, fondato verosimilmente alla fine del III millennio a.C. Ma alla fine dell’ultima campagna di scavo, la quinta, le ipotesi sono diventate certezza: gli archeologi coordinati da Elisabetta Borgna, docente di Archeologia egea all’Università di Udine, nell’ambito di un progetto internazionale del Ministero greco della Cultura, diretto da Andreas Vordos, hanno scoperto sepolture micenee intatte, databili tra XV e XIV secolo a.C., con corredi di ceramica e attrezzi in metallo, e una sorta di altare funerario per rituali come libagioni e offerte di culto su cui venne deposto un defunto. I ritrovamenti sono avvenuti nel sito protostorico della Trapezà durante l’esplorazione della necropoli di 3500 anni fa individuata dalla missione dell’Ateneo friulano negli anni scorsi. Sono state portate completamente alla luce due delle tombe identificate nel corso delle precedenti campagne. Si tratta di tombe “a camera” (cioè scavate in un pendio e costituite da un corridoio d’accesso e una camera funeraria), con ingressi murati da massicci blocchi di roccia e rivestimenti in ghiaie compatte. I micenei le usavano continuativamente, o a intervalli, per molte generazioni. Nel caso della necropoli della Trapezà l’uso continuò dal XV all’XI secolo a.C. Agli scavi dell’ultima missione (settembre 2014) nel sito della Trapezà hanno partecipato anche studenti e dottorandi dell’università di Udine e del corso di laurea magistrale interateneo Udine-Trieste in Scienze dell’antichità. Le campagna è stata condotta grazie al sostegno dell’ateneo friulano e del ministero degli Affari esteri, con il supporto dell’Institute for Aegean Prehistory di Philadelphia (Stati Uniti), della Fondazione Crup e del gruppo Monte Mare di Grado.

L'equipe coordinata da Elisabetta Borgna ha scoperto tombe micenee inviolate a Eghion el Peloponneso Occidentale

L’equipe coordinata da Elisabetta Borgna ha scoperto tombe micenee inviolate a Eghion el Peloponneso Occidentale

“Sono ritrovamenti di inestimabile valore scientifico quelli rinvenuti a Eghion”, afferma Elisabetta Borgna. È proprio una delle tombe collettive scavate degli studiosi ad aver restituito la serie di inumazioni primarie (prima deposizione) inviolate con tanto di corredi come anfore, vari tipi di vasi, attrezzi, ornamenti e oggetti personali. “Dopo l’ultima deposizione funeraria”, spiega la professoressa dell’ateneo friulano, “la camera funeraria non venne più visitata, benché la sua presenza continuasse ad essere segnalata nel corridoio antistante da una serie di offerte di culto tributate agli antenati, a partire dal XII secolo a.C. e fino all’età ellenistica”. L’altro significativo ritrovamento è una specie di piattaforma, costruito con una quantità di ossa di precedenti inumati (“antenati”), sulla quale vennero svolti riti di libazione e di offerta e dove, infine, fu deposto il corpo di un defunto: una testimonianza singolare e di estrema rilevanza, degna di essere studiata nel dettaglio. “Gli indizi emersi – sottolinea Borgna – hanno suggestivi riscontri nelle informazioni tramandate dall’epica omerica e questo è un elemento di particolare rilievo per la definizione storico-culturale della necropoli della Trapezà”. Sono molte le tombe micenee conosciute attraverso i loro preziosi corredi, ma le circostanze del rinvenimento – scavi di emergenza o attività clandestine – raramente consentono di ricostruire le modalità di frequentazione e uso delle strutture funerarie e di riconoscere l’atteggiamento che gli antichi progenitori dei Greci avevano nei confronti del passato e degli antenati. “È opinione comune che, nel rioccupare tombe giù utilizzate, i Micenei fossero soliti mettere da parte con scarso riguardo, ai margini delle camere funerarie, le ossa di coloro che erano stati deposti in precedenza. Tale opinione potrebbe essere smentita proprio dagli scavi di Eghion”.

La porta trovata dagli archeologi a sigillo di una delle tombe micenee inviolate

La porta trovata dagli archeologi a sigillo di una delle tombe micenee inviolate

Il ritrovamento di alcune nicchie scavate lungo le pareti dei corridoi d’accesso ha rivelato l’abitudine di mettere da parte, dando loro una degna collocazione, i resti delle sepolture più antiche in occasione della riapertura e del riuso dei sepolcri. Nei riempimenti dei lunghi corridoi delle tombe e nelle aree antistanti i sepolcri gli archeologi hanno trovato tracce di deposizioni di armi in ferro e di vasi, testimonianza di ripetute attività di culto in onore degli antenati che vennero svolte a partire dalla definitiva chiusura delle tombe fino al periodo arcaico e classico (VI e IV secolo a.C.), quando il sito, parte della città achea di Rhypes, ebbe particolare importanza, testimoniata dalla presenza di un imponente tempio. “Si tratta di strutture funerarie di tipo familiare – spiega Borgna –, utilizzate a lungo nell’età micenea, ossia dal periodo che precede la fondazione dei palazzi di Micene e Tirinto, fino alla crisi della civiltà micenea, alla fine dell’età del bronzo e alla transizione all’età del ferro (XV-XI secolo a.C. circa)”. Alcuni dei materiali rinvenuti consentono di far luce sugli intensi rapporti culturali che legarono il Peloponneso occidentale alle regioni del Mediterraneo orientale, in particolare l’isola di Cipro, soprattutto negli ultimi secoli dell’età del bronzo. “Gli oggetti ritrovati – sottolinea Borgna – testimoniano l’importantissima funzione della regione achea e del mar di Patrasso nel passaggio di elementi culturali che influenzarono in maniera significativa l’Adriatico settentrionale, dal delta del Po fino al Friuli, tra XII e XI secolo a C.”.

Le tombe micenee scoperte a Eghion hanno restituito ricchi corredi ceramici

Le tombe micenee scoperte a Eghion hanno restituito ricchi corredi ceramici

L’antichissimo abitato ospitava, con tutta probabilità, le genti che seppellivano i propri morti nella necropoli. Da un primo esame dei materiali raccolti, il villaggio sembra aver avuto vita a partire da fasi molto antiche della protostoria (fine III – inizi II millennio a.C.) per continuare durante il periodo miceneo, nella tarda età del bronzo (XI secolo a.C.). “Tra le ceramiche trovate – spiega Borgna – risaltano alcuni frammenti collegabili a una produzione di tipo “adriatico”, attestata nell’area balcanica costiera e fino alle grotte del Carso triestino”. L’esplorazione della necropoli della Trapezà, in un’area collinare vicino alla costa sul mar di Corinto, è particolarmente difficoltosa perché, diversamente da quanto riscontrato in altre regioni della Grecia micenea, le tombe non sono state scavate nella roccia tenera, ma si trovano nelle sabbie che costituiscono il substrato della zona. “Così – spiega la professoressa Borgna –, per quanto coese e compatte, le sepolture non hanno resistito al passare dei secoli: le camere sono per lo più crollate e, anche quando sono inviolate e discretamente conservate, costringono l’archeologo a un paziente e arduo lavoro di riconoscimento e recupero”.

Per il 2015 la prof. Borgna intende fare ulteriori esplorazioni dell'area

Per il 2015 la prof. Borgna intende fare ulteriori esplorazioni dell’area

“L’eccezionale interesse delle ricerche – sottolinea Borgna – induce ora a elaborare per il 2015 un programma denso di iniziative, che non solo prevedono lo studio dei materiali e dei contesti recuperati, ma anche ulteriori esplorazioni, la cui attuazione dipenderà naturalmente dai fondi disponibili”. Oltre a ulteriori ricognizioni nell’area del sito funerario, gli archeologi intendono infatti avviare saggi esplorativi nella zona dell’insediamento per studiare la vita quotidiana delle popolazioni che seppellivano i propri morti nell’adiacente necropoli.

Il caso dei marmi del Partenone strappati da Elgin: da TourismA l’appello di Sidjanski e Godart perché anche in Italia si attivi un movimento di opinione per la restituzione alla Grecia dei capolavori di Fidia oggi al British Museum

Una metopa di Fidia strappata dal Partenone e oggi al British Museum di Londra

Una metopa di Fidia strappata dal Partenone e oggi al British Museum di Londra

Dusan Sidjanski, presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone

Dusan Sidjanski, presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone

“I marmi del Partenone è tempo che tornino in Grecia: il capolavoro di Fidia è un unicum, non si può disgiungere disaggregare dividere. Ora anche dall’Italia si alzi forte la voce per la restituzione dei marmi creando un movimento d’opinione che porti a soluzione un caso e un problema che non è solo della Grecia ma di tutta l’Europa”. È un appello deciso quello che due grandi studiosi, Dusan Sidjanski (presidente del comitato svizzero per la restituzione dei marmi del Partenone) e Louis Godart (accademico dei Lincei e consigliere culturale del Presidente della Repubblica), hanno lanciato da TourismA, il primo salone internazionale di archeologia, promosso dalla rivista Archeologia Viva a Firenze dal 20 al 22 febbraio. “Intanto non parliamo più di marmi Elgin, ma di marmi del Partenone, come fa dal 2008, anno della sua fondazione, il comitato svizzero che presiedo”, chiarisce subito Sidjanski.

L'Acropoli di Atene dominata dal Partenone, capolavoro architettonico e artistico di Fidia (V sec. a.C.)

L’Acropoli di Atene dominata dal Partenone, capolavoro di Fidia (V sec. a.C.)

Lord Elgin in un dipinto di Anton Graff del 1788 ca

Lord Elgin dipinto da Graff nel 1788 ca

Si dice che fu una regolare compravendita quella avvenuta tra lord Thomas Bruce conte di Elgin, ambasciatore britannico a Costantinopoli, e il sultano nel 1801. Ma sono molti i dubbi che gli esperti sollevano sulla sua effettiva legalità. E Sidjanski lo spiega bene: “Nell’Ottocento, quando ci fu la spoliazione del Partenone, la Grecia era una provincia dell’impero ottomano. Era quindi il sultano, e solo lui, che decideva e nessuno poteva opporvisi, neppure i diretti interessati, i greci”. Elgin nel 1800 si fece rilasciare dalle autorità turche di Atene il permesso di effettuare sopralluoghi sull’Acropoli unicamente per effettuare rilievi, disegni e calchi. Ma il diplomatico britannico però riuscì ad andare ben oltre i limiti imposti dall’autorizzazione del governatore militare, ottenendo l’anno dopo dal Sultano stesso un firman, ossia un decreto che lo autorizzava a prelevare qualsiasi scultura o iscrizione, il cui asporto non mettesse a rischio le strutture della rocca: così tra il 1801 e il 1805, quando l’autorizzazione viene revocata, schiere di operai guidate dal pittore italiano Giovan Battista Lusieri si dedicarono a una vasta opera di smontaggio delle decorazioni architettoniche che colpì l’acropoli in più punti, infierendo in particolare sul Partenone e sull’Eretteo. La Grecia non poté contrastare il firmano con cui il sultano autorizzava l’asportazione dei marmi del Partenone. “Peccato che di questo firmano non ci sia traccia”, nota amaro Sidjanski, “ci rimane solo una traduzione fatta da un italiano che probabilmente era al servizio dell’ambasciatore. Ma sono molti quelli che ritengono che quella autorizzazione non abbia seguito tutti i crismi della legalità. Se è vero – continua – che già all’epoca il sultanato non dava più il permesso per spostare grandi reperti, come potevano essere i marmi del Partenone, allora vien da pensare che lord Elgin abbia abusato del potere che gli derivava dal Paese che rappresentava nei confronti del sultano”.

Il lungo fregio del Partenone conservato ed esposto al British Museum

Il lungo fregio del Partenone conservato ed esposto al British Museum

È vero che lord Elgin aveva assicurato la massima attenzione per il capolavoro di Fidia, e che anzi quell’operazione andava proprio nella direzione della sua salvaguardia, ma basta seguire proprio quello che in realtà fece per capire che le intenzioni del britannico erano di tutt’altra natura. Nel sultanato ottomano c’era molta corruzione, così fu facile ottenere tutte le “agevolazioni” logistiche che permettessero di raggiungere lo scopo più facilmente. Così lord Elgin fece tagliare i marmi strappati dal Partenone per trasportarli con meno problemi in Inghilterra. Già a partire dal 26 dicembre 1801, temendo intrighi da parte dei francesi, Elgin aveva noleggiato una nave, la Mentor, su cui iniziò a imbarcare i reperti. Nel gennaio del 1804 arrivarono in Inghilterra le prime 65 casse contenenti i materiali sottratti all’acropoli, che rimasero fino al 1816 in un padiglione temporaneo fatto costruire appositamente nella casa di Elgin, il quale si vide rifiutato l’acquisto da parte del British Museum per l’alto prezzo richiesto. Solo nel 1816 si arrivò a un accordo tra le parti e i marmi, divenuti di proprietà statale, furono trasferiti al British Museum, in una galleria appositamente allestita dove sono tuttora. “Il più importante monumento della Grecia antica, il Partenone, capolavoro di Fidia e non di Elgin, deve subire lo scempio di essere menomato dei suoi marmi, il cui nucleo principale non è ad Atene ma a Londra”.

La grande sala in cui al British Museum sono esposti i marmi del Partenone strappati da Elgin

La grande sala in cui al British Museum sono esposti i marmi del Partenone strappati da Elgin

Il fregio del Partenone esposto nel nuovo museo dell'Acropoli di Atene

Il fregio del Partenone esposto nel nuovo museo dell’Acropoli di Atene

Perché i marmi devono tornare ad Atene? “Tutti noi, tutta l’Europa, abbiamo un debito culturale con la Grecia classica. E ora che ai piedi dell’acropoli è stato aperto il nuovo museo dell’Acropoli, dedicato proprio ai monumenti e ai tesori dell’area più sacra di Atene, e in special modo al Partenone, con cui dialoga anche fisicamente attraverso scorci e prospettive, è venuto il tempo di riunire tutti i marmi di Fidia: è assurdo che più della metà dei rilievi esposti siano delle copie in gesso, perché gli originali sono a Londra!”. La luce calda dell’Egeo dà linfa vitale ai marmi esposti nel nuovo museo, ma le linee armoniose del Partenone dialogano con delle copie e non con i rilievi originali. “Credo che il Partenone rappresenti uno dei monumenti più importanti della cultura europea. Ma, come tutti i monumenti, va letto e considerato nella sua unitarietà oltre che unicità. E perciò non si può tagliare in due”.

L'originale sede del nuovo museo dell'Acropoli in stretto rapporto con il Partenone e gli altri monumenti

L’originale sede del nuovo museo dell’Acropoli in stretto rapporto con il Partenone e gli altri monumenti

Louis Godart, consigliere culturale del Presidente della Repubblica

Louis Godart, consigliere culturale del Presidente della Repubblica

“La restituzione dei marmi del Partenone alla Grecia è un problema che tocca l’Europa intera”, gli fa eco Louis Godart. “Perciò si deve mobilitare per riportare queste mirabili sculture ad Atene da dove sono state strappate da un barbaro assetato di denaro”. Atene era appena uscita vittoriosa dalle Guerre persiane, ricorda Godart, guerre che avevano lasciato dietro di sé tanta distruzione, e avevano colpito il cuore più sacro della città: l’Acropoli. Il Partenone di Fidia rientrò in questa grande opera di restituzione e ricostruzione dei grandi monumenti dell’Acropoli. “Perché il Partenone non è il simbolo solo di Atene e della Grecia? Perché – sottolinea Godart – rappresenta i valori fondanti della nostra Europa. Il Partenone celebra quanti hanno lottato per difendere i valori conquistati dai padri: la democrazia e il dovere a ribellarsi all’ingiustizia. Tutti noi siamo figli della Grecia. E questo monito a difendere i valori dei padri ce lo ha lasciato per sempre la stessa Atena, dea della guerra e della saggezza, in una stele del 460 a.C. – nota come Atene pensosa –  posta a pochi passi dal Partenone. La stele raffigura appunto Atena che, pensosa, posate le armi, guarda a sua volta una stele che, forse, riporta i nomi dei caduti a Maratona e Salamina. Quel gesto di riflessione fa pensare anche noi ai caduti per la libertà, un valore che va sempre difeso”.

Il nuovo museo dell'Acropoli di Atene (dall'interno, dopra; dall'esterno, sotto) dialoga con l'Acropoli e il Partenone

Il nuovo museo dell’Acropoli di Atene (dall’interno, sopra e sotto) dialoga con l’Acropoli e il Partenone di Fidia

Acropolis MuseumGià nel 1982 l’allora ministro greco della Cultura, Melina Mercuri, aveva lanciato una campagna internazionale per riportare a casa i marmi, arrivando perfino a una risoluzione dell’Unesco che a maggioranza votò a favore della restituzione dei marmi. “Ma a esaminare bene il voto – interviene Sidjanski – si vede subito che a favore c’erano solo Paesi del terzo mondo, mentre contrari erano i Paesi che contano nell’Occidente, i quali motivarono il loro no: la Grecia non aveva gli spazi adatti ad esporli, non era in grado di restaurarli/salvaguardarli, non poteva permettersi la vasta platea di pubblico che offriva il British Museum. “Tutte motivazioni che già all’epoca erano manifestamente capziose, ma che oggi (dal 2009) è aperto il nuovo museo dell’Acropoli risultano addirittura ridicole”. La Grecia non chiede – e non ha mai chiesto – la restituzione di singole opere, come la Nike di Samotracia o la Venere di Milo, ma i marmi sì perché sono un tutt’uno col monumento. “Questa è una causa europea, perché in Grecia ci sono le radici della nostra cultura”, ribadisce Sidjanski: “È comunque meglio negoziare con il governo britannico contando anche su una vasta porzione dell’opinione pubblica, compresa quella inglese, favorevole alla restituzione, piuttosto che intraprendere una via legale che, se dovesse andar male, precluderebbe per sempre ogni azione futura”. E allora, conclude Godart con un auspicio: “Attiviamo anche in Italia un comitato pro rientro dei marmi del Partenone”.

Chi è sepolto nel tumulo monumentale di Anfipoli in Grecia settentrionale? Alessandro Magno? La madre Olimpia? La moglie Roxane? Gli indizi portano alla famiglia reale macedone, ma solo lo studio di uno scheletro trovato in fondo alla tomba svelerà il mistero

Il grande tumulo di Kasta vicino ad Anfipoli nella Grecia settentrionale

Il grande tumulo di Kasta vicino ad Anfipoli nella Grecia settentrionale

Il leone di Anfipoli: forse il segnacolo del tumulo macedone

Il leone di Anfipoli: forse il segnacolo del tumulo macedone

Chi è sepolto nella monumentale tomba di Kasta? Forse Alessandro Magno? Da quando, nel 2012 vicino ad Anfipoli, nella regione di Salonicco in Grecia settentrionale, è stato portato alla luce un imponente monumento funebre dieci volte più grande della famosa tomba di Vergina attribuita a Filippo II, il re macedone padre di Alessandro, si è gridato alla scoperta del secolo: dalla sepoltura di Olimpia, la madre di Alessandro Magno, a Roxane, la moglie del grande macedone, allo stesso Alessandro Magno. L’indizio che farebbe pensare ad Alessandro il Grande è la presenza di una statua di leone alta cinque metri: il famoso leone di Anfipolis. La scultura, che si erge imponente ai margini della strada, è nota da tempo, ma solo oggi – alla luce delle nuove scoperte – si pensa che potrebbe essere stata collocata sulla sommità del tumulo: un segnacolo monumentale, chiaro simbolo dell’imperatore, a indicare la presenza della tomba reale. Ma in realtà quella tomba monumentale, la cui ricchezza la fa attribuire a un membro della famiglia reale macedone, è ancora un grande mistero che però potrebbe essere vicino a una soluzione: il ritrovamento in agosto dei resti ossei di una sepoltura nel punto più profondo della tomba potrebbe rivelare finalmente a chi appartiene quello straordinario monumento. A dare il grande annuncio potrebbe essere lo stesso Greek Culture Minister Costas Tasoulas will hold a press conference at the Amphipolis Museum on Saturday, November 22, at 1 pm ministro della Cultura greco Costas Tasoulas che terrà una conferenza stampa al museo di Anfipoli sabato 22 novembre alle 13; o una settimana dopo il direttore dello scavo, l’archeologa Archaeologist Katerina Peristeri will present the results of the excavation on Saturday, November 29, at 11 amKaterina Peristeri che presenterà i risultati sabato 29 novembre alle 11.

La collinetta artificiale che celava il tumulo macedone individuata da Lazaridis

La collinetta artificiale a Kasta che celava il tumulo macedone individuata dall’archeologo Lazaridis

Il primo ad avere ipotizzato la presenza di una grande tomba a tumulo in corrispondenza della collina di Kasta (a pochi chilometri dalle rovine di Anfipoli, nel nord est della Grecia) fu l’archeologo greco Dimitris Lazaridis (1917-1985). Fu proprio lui, nel 1964, a compiere i primi saggi nella collina di Kasta, dichiarando che lì sotto c’era quasi sicuramente una tomba monumentale di eccezionale importanza, costruita secondo lo stile macedone, cioè circondata da un muro e sormontata da un tumulo di terra. Sulla base dei suoi studi, Lazaridis calcolò anche l’ampiezza del muro di cinta: 485 metri, una cifra solo di pochissimo diversa da quella che è oggi certa (497). Nonostante le sue geniali intuizioni, però, per mancanza di fondi gli scavi a Kasta cominciarono solo nel 2012. La squadra di archeologi guidata da Katerina Peristeri, allieva di Lazaridis, ha lavorato da allora ininterrottamente, fino a quando, questa estate, lo scavo è giunto nella sua fase finale.

Il monumentale ingresso del tumulo macedone scavato a Kasta di Anfipoli

Il monumentale ingresso del tumulo macedone scavato a Kasta di Anfipoli

Tra gli entusiasmi della comunità scientifica e degli appassionati di tutto il mondo è così saltata fuori una meraviglia dietro l’altra. Oltre al muro di cinta, alto tre metri e costruito in blocchi di marmo di Taso perfettamente conservati, è stato l’ingresso monumentale a lasciare stupefatti. Vi si giunge percorrendo un corridoio di quasi cinque metri e scendendo tredici scalini, che conducono al portale. Ai suoi fianchi, due pilastri di marmo in stile ionico sorreggono un architrave su cui poggiano due sfingi (anch’esse marmoree) di straordinaria fattura, incorniciate da un arco in pietra. Superato il primo portale, ci si immette in un ulteriore corridoio, pavimentato a mosaico. E alla fine di questa anticamera, gli scavi hanno svelato un altro portale, l’ultimo prima dell’ingresso nella camera funeraria vera e propria, in cui si trovavano i resti del defunto e il corredo. Anche il secondo portale è stata una sorpresa, per le due splendide cariatidi che lo sorreggono. Secondo gli esperti, non si tratta infatti di semplici imitazioni di quelle dell’Eretteo di Atene, ma di capolavori d’arte del IV secolo.

Una sezione del tumulo che mostra l'organizzazione degli spazi nella tomba monumentale

Una sezione del tumulo che mostra l’organizzazione degli spazi nella tomba monumentale

Visione assonometrica delle tre stanze della tomba macedone

Visione assonometrica delle tre stanze della tomba macedone

Quella di Anfipoli è ritenuta la più grande tomba antica scoperta in Grecia: risale a 2300 anni fa, e – proprio per la sua monumentalità – è naturale  che abbia stimolato l’ipotesi che proprio lì sia stato sepolto il grande conquistatore o un membro della sua famiglia, anche per il fatto che se è certo che Alessandro morì in Babilonia – nell’attuale Iraq – il suo luogo di sepoltura è ancora avvolto nel mistero. E perciò la tomba di Kasta rappresenta per gli studiosi un enigma da risolvere: chi è stato sepolto sotto il grande tumulo che sembra un unico grande mausoleo, di ciclopiche proporzioni, quasi 500 metri di circonferenza, 87 di diametro, costruito in marmo di Thassos, circa dieci volte più grande della tomba di Filippo II a Vergina? La tomba di Anfipoli si trova vicino all’antico porto dell’Egeo che Alessandro Magno utilizzò per la sua flotta e probabilmente è stata costruita nel periodo di interregno immediatamente successivo alla sua morte nel 323 a.C.

Il grande mosaico pavimentale trovato in una stanza interna della tomba di Anfipoli

Il grande mosaico pavimentale trovato in una stanza interna della tomba di Anfipoli

Gli archeologi, prima dei resti ossei, un indizio importante l’avevano trovato: l’immagine di una giovane divinità dai capelli rossi. La donna, dai capelli rosso fuoco e una veste bianca, raffigurata su un pavimento a mosaico, è stata identificata come Persefone, figlia di Zeus e dea del raccolto. A detta del ministero della Cultura e dello Sport greco, la raffigurazione è molto simile a un dipinto (nella cosiddetta tomba di Persefone) del cimitero reale di Vergina, dove fu sepolto Filippo II, il padre di Alessandro.  Ed è simile ad una seconda rappresentazione del ratto di Persefone trovata sullo schienale di un trono di marmo della regina Euridice, madre di Filippo II. Questa scoperta, ha osservato Lena Mendoni, segretario generale del ministero, conferma le speculazioni fatte finora, collegando la tomba di Anfipoli alla stirpe regale di Alessandro Magno: “Il simbolismo politico è molto forte”. E l’archeologa Katerina Peristeri: “Senza dubbio il defunto era una persona estremamente importante”.

La donna dai capelli rosso fuoco: dettaglio del pavimento musivo col ratto di Persefone

La donna dai capelli rosso fuoco: dettaglio del pavimento musivo col ratto di Persefone

Peristeri e i suoi colleghi hanno scoperto il mosaico, che si estende per circa 14 metri quadrati, ripulendo il pavimento di una delle camere interne della tomba. L’opera musiva raffigura il mito greco del rapimento di Persefone: Ade la vide mentre lavorava in un campo e decise di farne la sua regina; la catturò e la portò negli Inferi, dove la prese in moglie. Il mosaico raffigura Ade come un auriga barbuto che sta portando via la dea, i cui ricci si agitano nel vento mentre si volta indietro, guardando con nostalgia la propria casa. A correre davanti al carro è il dio messaggero Ermes, che indossa mantello scarlatto, cappello e sandali alati e li conduce negli Inferi. Peristeri non si sbilancia sull’identità del proprietario della tomba sulla base di questa prova. Più esplicito Ian Worthington, dell’università del Missouri, in Columbia: “L’occupante della tomba potrebbe essere di sesso femminile, perché il mosaico mostra una donna che viene portata verso l’oltretomba. Se così fosse, il tumulo potrebbe contenere i resti di Roxane, la principessa bactriana che fu la prima moglie di Alessandro Magno, o di Olimpia, sua madre”. Entrambe le donne sono state condannate a morte da Cassandro, uno dei generali di Alessandro, quando salì sul trono dell’antica Macedonia. Secondo quanto riportato dalle fonti antiche Cassandro avrebbe ucciso la moglie e il giovane figlio del condottiero nel 310 a.C., e per questo motivo Roxane potrebbe trovarsi nella tomba di Kasta. Altre evidenze fanno però propendere per l’ipotesi che la tomba sia stata destinata a Olimpia. Alessandro voleva fare di sua madre una dea, proprio come la divinità femminile che si trova nel carro di Ade. Inoltre, Olimpia ha continuato ad avere influenza politica anche dopo la morte di Alessandro. Anche se è stata assassinata da Cassandro e dai suoi alleati, secondo Philip Freeman, professore al Luther College nello Iowa, “Olimpia potrebbe essere stata onorata da una tomba di tale imponenza”. Perplessità, dubbi e riserve su tutte queste ipotesi sono state invece avanzate da Nicola Bonacasa docente di Archeologia all’università dii Palermo: “Non si tratta della tomba di Alessandro Magno perché egli è stato sepolto ad Alessandria ed è lì che il mondo intero cerca la sua tomba”. E anche l’ipotesi che si tratti della sepoltura di Roxane è stata presto abbandonata. Del resto Cassandro – che la uccise insieme con suo figlio Alessandro IV per salire sul trono macedone – difficilmente, secondo gli esperti, avrebbe costruito per lei un monumento così grandioso. Per quanto riguarda poi Alessandro IV, di cui si è anche parlato come probabile ospite della tomba, egli venne sepolto a Vergina.

Le due sfingi, preziose sculture del IV secolo a.C., sono a guardia della tomba di Anfipoli

Le due sfingi, preziose sculture del IV secolo a.C., sono a guardia della tomba di Anfipoli

Un particolare di una scultura trovata all'interno della tomba: sono esempi di arte greca del IV sec. a.C. particolarmente preziosi

Un particolare di una scultura trovata all’interno della tomba: preziosa arte greca del IV sec. a.C.

E allora sarà quasi certamente uno scheletro a risolvere i tanti enigmi che ancora aleggiano sull’imponente monumento funebre, da quando lo scorso agosto gli archeologi hanno annunciato la scoperta di un vasta tomba sorvegliata da due sfingi e circondata da un muro di marmo 497 metri. I resti umani, come reso noto dal ministero greco della Cultura, sono stati rinvenuti nella terza sala sotterranea da poco scoperta: erano sparpagliati a terra in un ambiente a otto metri di profondità sotto la stanza più interna del monumento. Non è stato ancora accertato il sesso del defunto, cosa che potrebbe portare alla soluzione del principale mistero nella tomba monumentale, ovvero l’identità della persona che vi fu sepolta. A questo penseranno appositi esami antropologici e del carbonio 14 oltre alle analisi del Dna che saranno eseguiti in laboratori specializzati in Grecia e dai quali si attendono risposte importanti.

La stanza sepolcrale trovata alla fine del percorso ipogeo nel tumulo macedone di Anfipolis

La stanza sepolcrale trovata alla fine del percorso ipogeo nel tumulo macedone di Anfipolis

Frammenti del corredo recuperati insieme con i resti ossei del "padrone" della tomba

Frammenti del corredo recuperati insieme con i resti ossei del “padrone” della tomba

Gli archeologi ritengono che la tomba probabilmente apparteneva a un macedone di primo piano. “Una persona morta che è diventato un eroe, il che significa un mortale che fu adorato dalla società in quel momento”, spiegano. “Il defunto era una persona di primo piano, poiché solo questo potrebbe spiegare la costruzione di questo complesso sepolcrale unico”. Il sito è stato saccheggiato in antico. La salma era stata deposta in una bara di legno, che si è disintegrata nel corso del tempo. Per questo i resti scheletrici sono stati trovati sia all’interno che all’esterno della tomba interrati nella camera più interna del sito. Come sparsi in tutta la sepoltura c’erano frammenti di oggetti in ferro e bronzo, e decorazioni in osso e vetro.

La disposizione degli spazi nella terza stanza dove son stati rinvenuti i resti ossei ora allo studio

La disposizione degli spazi nella terza stanza dove son stati rinvenuti i resti ossei ora allo studio

Una ricostruzione 3D della tomba: in fondo la stanza con la sepoltura

Una ricostruzione 3D della tomba: in fondo la stanza con la sepoltura ancora misteriosa

Secondo i responsabili del laboratorio di archeometria a disposizione dei ricercatori, oltre ad accertare il sesso del defunto, sarà possibile determinare con un’approssimazione di 20 anni il periodo in cui è vissuto il personaggio di rango sepolto nella tomba di Kasta, ricavare informazioni circa il luogo dove è vissuto, conoscere la sua alimentazione e se soffriva di qualche malattia. Dagli esami si potranno anche accertare anche le cause della morte. Sarà però più complesso, se non impossibile, determinare grazie al Dna eventuali collegamenti con la famiglia reale di Alessandro Magno. Secondo il quotidiano Etnos, infatti, esisterebbe una banca di dati genetici delle salme ritrovate nelle tombe reali di Vergina, vicino a Salonicco, dove negli anni ’70 venne scoperta la sepoltura di Filippo II, il padre di Alessandro. Da parte sua, invece, il giornale Ta Nea taglia corto scrivendo che il Dna di Filippo II non esiste. Ora non ci resta che attendere l’esito degli esami di laboratorio.