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Venezia intitola il museo di Storia Naturale a Giancarlo Ligabue, l’imprenditore-paleontologo che proprio a quel museo ha dato, in dono o in deposito permanente, oltre duemila reperti frutto delle sue spedizioni scientifiche in tutto il mondo, tra cui gli scheletri di un dinosauro e di un coccodrillo gigante

La locandina per l’intitolazione del museo di Storia Naturale di Venezia a Giancarlo Ligabue

Foto di gruppo per l’intitolazione del museo di Storia Naturale di Venezia a Giancarlo Ligabue

In cuor suo l’aveva sempre considerato il “suo” museo, perché era il museo della sua città, Venezia, che le aveva dato i natali e che non ha mai lasciato. Non è un caso che al ritorno dalle sue spedizioni scientifiche paleontologiche e archeo-antropologiche in tutto il mondo Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia avesse dato, tra donazioni e deposito permanente, oltre duemila reperti, alcuni eccezionali come gli scheletri di “ouranosaurus nigeriensis” e del coccodrillo “sarcosuchus imperator”, con una sola richiesta: che questo tesoro venisse “degnamente esposto”. Si può immaginare perciò prima la sua intima sofferenza a vedere il “suo” museo chiuso per anni per lavori di riallestimento, poi la gioia alla riapertura nel 2010, quando il paleontologo era già malato, di vedere il “suo” dinosauro nel nuovo percorso e di potersi intrattenere per un’ultima volta, come amava fare lui, con i giovani visitatori, raccontando loro aneddoti e avventure. A quasi cinque anni dalla morte, avvenuta nel gennaio 2015, del grande imprenditore-paleontologo, Venezia ha deciso di intitolare a Giancarlo Ligabue il museo naturalistico della città, tra i più visitati della Fondazione Musei Civici di Venezia, ospitato nel bellissimo edificio del XIII secolo che fu il Fontego dei Turchi, affacciato sul Canal Grande: dal 30 ottobre 2019 il nome ufficiale è museo di Storia Naturale di Venezia “Giancarlo Ligabue”. Una decisione presa nei mesi scorsi dalla giunta comunale di Venezia su richiesta del sindaco Luigi Brugnaro e appoggiata dalla presidenza e dalla direzione della Fondazione Musei Civici di Venezia e il 30 ottobre 2019 ufficialmente sancita, a ricordare la passione per la ricerca, ma soprattutto l’impegno profuso nei confronti di questo museo e della città, da parte dell’imprenditore – paleontologo Giancarlo Ligabue.

Giancarlo Ligabue, imprenditore e paleontologo, nella sua casa-museo sul Canal Grande a Venezia

Veneziano, alla guida di un’azienda di catering e approvvigionamenti navali ereditata dal padre e da lui resa internazionale, che festeggia quest’anno il primo secolo di attività, Giancarlo Ligabue (1931 -2015) era anche un appassionato studioso, ricercatore ed esploratore. Una personalità eclettica della cultura, un moderno avventuriero assetato di sapere e di conoscenza del passato come del presente, desideroso di capire i mondi e le culture diverse; un collezionista instancabile, sostenitore di giovani ricercatori e di grandi imprese scientifiche. Un uomo che ha saputo alternare la sua vita di imprenditore con quella di studioso – un dottorato in paleontologia alla Sorbona e cinque lauree honoris causa – attingendo al suo dna di esploratore per l’una e per l’altra attività.

Il logo del Centro studi e ricerche Ligabue

Con il Centro Studi e Ricerche Ligabue da lui istituito, forte di un comitato scientifico internazionale, Giancarlo ha promosso o sostenuto in 40 anni – spesso guidandole direttamente – oltre 130 spedizioni nei diversi continenti a fianco delle principali istituzioni scientifiche internazionali, scoprendo sei giacimenti di dinosauri, cinque di ominidi fossili, diverse etnie in via di estinzione o sconosciute al mondo occidentale, e ancora città sepolte, necropoli, insediamenti, centri megalitici, pitture e graffiti rupestri, nuove specie di animali e impronte fossili. Diversi gli ambiti di interesse – paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali -, tantissime le pubblicazioni scientifiche, le testimonianze e i materiali documentari che oggi vengono valorizzati dalla Fondazione che porta il suo nome, voluta e presieduta dal figlio Inti Ligabue: un’istituzione che prosegue l’impegno del Centro Studi scegliendo la via della ricerca e della divulgazione, con l’intento di “conoscere e far conoscere” e con tante iniziative culturali offerte alla città.

Giancarlo Ligabue nel deserto del Tenerè nel sito di Gadoufaoua (Niger)

Il rapporto tra Giancarlo Ligabue e il museo di Storia Naturale di Venezia inizia nella metà degli anni Settanta del Novecento in seguito a una missione di scavo organizzata dal paleontologo-imprenditore veneziano nel deserto del Ténéré, nel Niger orientale, in collaborazione con Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi. Le operazioni di scavo iniziarono il 17 novembre del 1973 nel sito di Gadoufaoua (Niger) – che significa “dove fuggono i cammelli” – e si protrassero per circa un mese. La vastità e la ricchezza del giacimento permisero di raccogliere un’enorme quantità di fossili che, consolidati dai tecnici della spedizione, vennero trasportati in Europa per essere restaurati e studiati al museo parigino. Si tratta di fossili di organismi vissuti nel Cretaceo inferiore, circa 110 milioni di anni fa, che testimoniano un clima caldo umido con un paleoambiente caratterizzato da una foresta tropicale con alberi alti fino a trenta metri e grandi zone paludose in cui vivevano pesci e molluschi.

Giancarlo Ligabue al museo di Storia Naturale di Venezia davanti al dinosauro scoperto in Niger e donato alla sua città

Tra i fossili più importanti c’era lo scheletro quasi completo di un Ouranosaurus nigeriensis, lungo oltre sette metri. Giancarlo Ligabue decise di donare alla città di Venezia lo scheletro del dinosauro – l’unico pressoché completo in un museo italiano – assieme ad altri fossili dello stesso giacimento e ad un impressionante scheletro di coccodrillo Sarcosuchus imperator, la specie di coccodrillo più grande mai esistita. Gli straordinari reperti vennero trasportati a Venezia ed esposti al pubblico nel 1975. Ligabue voleva che il materiale donato venisse “degnamente esposto”: volle essere coinvolto nella sistemazione dei reperti paleontologici all’interno del museo e partecipò alle spese di trasporto e allestimento. Per Giancarlo il museo divenne l’altra grande passione della vita. Vedere i bambini ammirati davanti al “suo” dinosauro lo emozionava. Prima quasi dimenticato, il museo veneziano ricevette da questo straordinario evento un nuovo slancio. Nel 1978 il sindaco di Venezia Mario Rigo nominò Ligabue presidente del museo, una carica onorifica ma che investì Giancarlo di nuovo entusiasmo. Fu anche presidente del comitato scientifico internazionale che egli stesso aiutò a comporre insieme all’allora direttore.

Inti Ligabue alla cerimonia di intitolazione del museo di Venezia al padre Giancarlo

Al museo, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo, Giancarlo Ligabue donò e diede in deposito permanente, a partire dagli anni Settanta e poi per la riapertura delle sale espositive tra il 2010 e il 2011, oltre 2000 reperti. Negli anni Ottanta e Novanta furono sviluppati anche singoli progetti di allestimento con materiali della sua collezione: una saletta di museologia scientifica al piano terra; la sala di icnologia, originalissima, che conteneva una straordinaria raccolta di impronte e tracce fossili. La grande mostra “I Dinosauri del Deserto del Gobi” del 1992, ispirata dalle spedizioni in Mongolia finanziate dal Centro Studi e Ricerche, grazie all’intermediazione di Giancarlo presentò per la prima volta in Occidente molti scheletri completi di dinosauro, facendo registrare oltre 120mila visitatori. Un numero sorprendente se si pensa che nel decennio precedente la media era attestata attorno ai 20mila visitatori l’anno.

L’esploratore Giovanni Miani

Oggi la prima sala del museo di Storia Naturale di Venezia divenuto, con i suoi 80mila visitatori annui, uno dei più visitati in laguna – una sala di grande effetto scenico, portale d’accesso alla sezione paleontologica – è dedicata proprio alla spedizione che Giancarlo Ligabue organizzò nel deserto del Ténéré e ai due giganteschi, straordinari reperti che hanno resa famosa quell’avventura, celebrata dalla stampa internazionale e di tutto il mondo. Quindi, nella sezione del museo dedicata agli “esploratori veneziani, racconti di viaggi, ricerche e spedizioni”, la figure di Giancarlo è ricordata in un’apposita sala, accanto a grandi protagonisti delle ricerche di fine Ottocento-inizi Novecento, come Giovanni Miani e Giuseppe de Reali. L’intitolazione ora del ma Giancarlo Ligabue segna la definitiva consacrazione di un legame di affetto e il riconoscimento di una generosità e di un impegno fondamentali, mai sopiti.

Il Fontego dei Tedeschi, sede del museo di Storia Naturale di Venezia, con la piroga proveniente dalla Nuova Guinea conservata nell’affaccio del palazzo

Un uovo di dinosauro della Collezione Ligabue

La collezione Giancarlo Ligabue, conservata al museo di Storia Naturale di Venezia, conta oltre 2000 reperti di paleontologia, etnografia, archeologia, scienze naturali, frutto di campagne di scavo e spedizioni scientifiche in tutto il mondo. La maggior parte dei reperti si può ammirare lungo il percorso espositivo, in particolare nella sezione paleontologica “sulle tracce della vita” e nella sala dedicata al Centro Studi e Ricerche Ligabue della sezione “Raccogliere per stupire, raccogliere per studiare”. Tra i reperti più significativi – come si diceva – lo scheletro di Ouranosaurus nigeriensis con i reperti provenienti dalla spedizione nel deserto del Ténéré; un ricca collezione di uova dinosauro e icnofossili, la piroga proveniente dalla Nuova Guinea che caratterizza l’affaccio sul Canal Grande del museo; gli affascinanti crani degli antenati Asmàt; una raccolta di divinità antropomorfe; una serie di asce e strumenti delle diverse età dei metalli; uccelli, insetti e molluschi esotici.

L’esemplare di Ouranosaurus nigeriensis scoperto da Giancarlo Ligabue e simbolo del museo di Venezia

Ouranosaurus nigeriensis Gli ouranosauri, particolari iguanodonti ritrovati solamente a Gadoufaoua nel deserto del Ténéré, raggiungevano una lunghezza di sette metri, un’altezza di tre metri e un peso di forse due tonnellate. Il loro scheletro è massiccio, con zampe adatte a un’andatura fondamentalmente quadrupede, ma con la possibilità di utilizzare la postura eretta per raggiungere le parti più alte della vegetazione o per porsi in posizione di difesa. Le zampe posteriori sono fornite di tre dita con unghie a forma di zoccolo mentre quelle anteriori, a cinque elementi, presentano sia un “mignolo” estremamente flessibile e funzionale forse per la raccolta del cibo sia un “pollice” modificato in una struttura prominente appuntita, usata forse come arma o come strumento di richiamo sessuale. La bocca è caratterizzata dalla presenza di una sorta di becco privo di denti, utilizzato per afferrare e strappare vegetali; posteriormente si trovano due file di denti adatti a triturare il cibo. Caratteristica della specie è la presenza di lunghe spine neurali sulle vertebre dorsali e su parte di quelle caudali, probabilmente ricoperte dalla pelle in modo continuo a formare una lunga cresta rigida, una specie di “vela” le cui funzioni sono solamente ipotizzabili. È possibile che fosse usata come regolatore termico, per assorbire o rilasciare il calore a seconda delle necessità. Altre possibili funzioni potrebbero essere legate alla riproduzione (richiamo sessuale) o alla difesa (per sembrare più grande ai predatori).

Il fossile di Sarcosuchus imperator scoperto da Giancarlo Ligabue e conservato al museo di Venezia (foto da http://www.boneclones.com)

Sarcosuchus imperator Il sarcosuco è considerato la specie di coccodrillo più grande mai esistita: poteva raggiungere una lunghezza di 12 metri e pesare 8 tonnellate. Possedeva un centinaio di denti lunghi fino a 10 centimetri, robusti, lisci e arrotondati, adatti ad afferrare grosse prede e a frantumarne le ossa. I suoi denti superiori e inferiori, a differenza di quelli dei coccodrilli piscivori, non venivano a trovarsi intervallati a fauci serrate, poiché probabilmente non si nutriva solo di pesci di grossa taglia ma anche di animali terrestri come piccoli dinosauri. Come in tutti i coccodrilli, gli occhi e le narici situati sulla sommità del cranio gli permettevano di nuotare quasi completamente nascosto sotto il pelo dell’acqua, tendendo imboscate alle prede sulle rive dei fiumi per poi trascinarle in acqua e ucciderle. Il corpo era ricoperto dorsalmente da file di piastre ossee sovrapposte a formare una sorta di armatura, estesa dal collo a circa metà lunghezza della coda che, assieme alla forma delle vertebre, limitava la flessibilità del corpo e la velocità dei movimenti. All’estremità del muso è presente una grossa protuberanza ossea arrotondata, simile a quella degli attuali gaviali indiani in cui, probabilmente, alloggiava un’ampia cavità nasale sferica denominata “bulla”. Gli studiosi ritengono che potesse migliorare l’olfatto e forse consentirgli di emettere richiami impressionanti analogamente a quanto fanno gli attuali gaviali in particolare durante gli accoppiamenti.

Icnofossili: tracce fossili lasciate dal passaggio di animali

Gli icnofossili Sono chiamati icnofossili le tracce fossili lasciate da antichi organismi nel loro ambiente come orme del passaggio di un animale, escrementi, resti di una tana o di un nido e molte altre tracce conservate nella roccia. Gli icnofossili sono di grande importanza per gli studi etologici sugli organismi estinti; grazie a essi si possono infatti ricostruire il loro comportamento, l’ambiente in cui essi si muovevano, il modo in cui si nutrivano, cacciavano, o più semplicemente si spostavano. I numerosi icnofossili esposti nel Museo, appartenenti alla collezione Ligabue, costituiscono una raccolta unica in Italia. Tra i reperti esposti in apposite teche trasparenti nel pavimento delle sale si possono notare le orme lasciate dai trilobiti nei loro spostamenti su un fondale marino del primo Paleozoico, le impronte dei primi vertebrati come quelle dell’Eryops, un grande anfibio che visse circa 300 milioni di anni fa, e quelle lasciate da un pelicosauro, un rettile sinapside del Permiano caratterizzato da una grande vela dorsale. Particolarmente interessanti sono l’ultimo percorso di un limulo sui sedimenti di una laguna del Giurassico e l’orma di un celurosauro, dinosauro carnivoro che visse in Istria nel Mesozoico, e la pista lasciata da un uccello nel fango eocenico della Provenza.

Inti Ligabue e Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi che promosse la spedizione scientifica nel deserto del Tenerè con Giancarlo Ligabue

Il ritrovamento dell’Ouranosaurus nigeriensis nel deserto del Teneré dalal spedizione di Giancarlo Ligabue

La prima impresa scientifica giacimento di Gadoufaoua – deserto di Ténéré. Nel febbraio del 1973 fu organizzata da Philippe Taquet del museo nazionale di Storia Naturale di Parigi e da Giancarlo Ligabue una spedizione nel deserto del Ténéré (Niger orientale) alla ricerca dei dinosauri. Il giacimento individuato si estendeva su una superficie di circa 175 chilometri per 2 di larghezza con una potenza (spessore) calcolata in 60 metri, le qui rocce erano prevalentemente formate dal grés. Il periodo geologico, a cui il giacimento appartiene, è riferibile all’Aptiano-Albiano (circa 100 milioni di anni fa). È considerato uno dei giacimenti di dinosauri più vasti al mondo ed è costituito dall’antico letto di un grande fiume che nasceva dalle alte montagne allora esistenti nella vicina Nigeria. Nella parte a monte, le acque scendevano in modo impetuoso per poi calmarsi; a valle scorrevano tranquille in una vasta pianura formando ampie paludi, meandri, laghi, dove le continue alluvioni depositavano sabbie e finissimi sedimenti argillosi, creando così le condizioni ideali per la presenza di una folta e varia vegetazione, costituita prevalentemente da foreste di Araucaria e di felci. Il clima presente allora era di tipo caldo temperato. In questo ambiente si sono rinvenute, allo stato fossile, alcune presenze vegetali di Crittogame come le Felci e le prime Fanerogame con fiore (piante caratterizzate dal fiore e dal seme). Nella parte a valle del fiume, vivevano i Lepidotes, di grandi pesci che superano il metro di lunghezza. Si sono rinvenute diverse grosse conchiglie Unio, Lamellibranchi caratteristici delle acque dolci a lento scorrimento, alimento ricercato dei pesci presenti allora nel fiume. La spedizione ha rinvenuto carapaci di tartaruga e altri resti di piccoli rettili, nonché la mandibola di un gigantesco coccodrillo Sarcosuchus imperator, rassomigliante al Gaviale del Gange, lungo oltre 12 metri, esposto al museo naturale di Venezia, che è considerato uno dei più grandi coccodrilli mai esistiti. Il solo cranio misura un metro 60 di lunghezza circa. Per la sua vastità il giacimento fossilifero di Gadoufaoua, prima impresa scientifica del Centro studi Ligabue, potrebbe riservare nuove straordinarie scoperte.

“Le Mummie a Rovigo”: per la prima volta in mostra a Palazzo Roncale la collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini che 140 anni fa portò all’Accademia dei Concordi oltre 500 pezzi. Il restauro delle due mummie, Meryt e Baby, dopo gli esami diagnostici, sarà aperto al pubblico

Stele lignea della collezione egizia Giuseppe Valsè Pantellini all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In Veneto c’è una collezione con più di 500 reperti egizi comprese due mummie. È la collezione Valsè Pantellini, la più importante e consistente della regione, terra di Giovanni Battista Belzoni e di figure come il rodigino Giovanni Miani, esploratore delle sorgenti del Nilo. Ma ai più questa collezione è sconosciuta, come il luogo in cui è conservata: l’Accademia dei Concordi a Rovigo che dal 13 aprile al 1° luglio 2018 presenterà per la prima volta al grande pubblico la collezione egizia nella mostra “Mummie a Rovigo” nel prestigioso palazzo sanmicheliano Roncale, dove le star saranno ovviamente le due mummie, cui sono stati attribuiti due nomignoli, “Meryt” e “Baby”.

Frammento della collezione egizia di Giuseppe Valsè Pantellini all’Accademia dei Concordi a Rovigo

L’imprenditore rodigino Giuseppe Valsè Pantellini

Centoquarant’anni fa, tra il 1878 e il 1879, arrivarono a Rovigo 5 capienti cassoni zeppi di reperti egizi, provenienti da Alessandria d’Egitto, frutto di una fortunata coincidenza, oltre che della volontà dei responsabili dell’Accademia di arricchire le collezioni della loro istituzione. Il rodigino Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo 1826 – Fiesole 1890), in esilio per aver partecipato ai moti d’insurrezione del Polesine nel 1848, aveva trovato rifugio al Cairo dove aveva preso in gestione, e poi in possesso, il Grand Hotel. La struttura, rinominata New Hotel, diventò presto, per la posizione strategica e per le doti organizzative di Valsè Pantellini , un punto di riferimento per i viaggiatori del tempo, nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo. Al Grand Hotel del Cairo si aggiunse presto l’elegante Hotel d’Europe, altra meta fondamentale per i viaggiatori in arrivo o transito e, soprattutto, per alcuni egittologi di grande fama, quali Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero. In occasione dei festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez, Valsè Pantellini venne scelto dal Vicerè d’Egitto per alloggiare e assistere gli illustri ospiti internazionali. Era tale la fama dell’imprenditore, che, nel 1877, l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, Lorenzoni, si rivolse a Valsé Pantellini per cercare di realizzare un museo egizio nella sua città natale, Rovigo. Pantellini accolse l’invito e, tra il 1878 e il 1879, inviò a Rovigo i preziosi reperti tanto ambiti. In Accademia, alla donazione Valsè Pantellini se ne sono poi aggiunte altre di minore consistenza: un numero imprecisato di reperti dal Basso Egitto da parte di Lodovico Bassani, sette frammenti di statuette donate dall’ingegner Eugenio Piva nel 1893 e sette reperti appartenuti alla famiglia Silvestri.

La mummia di donna, detta “Meryt”, fu sbendata al suo arrivo a Rovigo

Le due mummie, una di giovane donna (“Meryt”) e l’altra di un ragazzo (“Baby”), reperti di punta della donazione Valsè Pantellini, vennero conservate in una teca nella posizione che avevano al loro arrivo dall’Egitto: “Baby” adagiato su “Meryt”, quasi come se la donna, anche nell’Oltretomba, volesse proteggere il cucciolo d’uomo. All’arrivo a Rovigo, i due sono stati “separati” e Baby adesso riposa ai piedi di Meryt. Entrambi pronti ad essere separatamente esaminasti e studiati. È “probabile” che, dopo il loro arrivo a Rovigo, la mummia di Meryt sia stata manomessa. Tutto fa pensare che sia stata interamente sbendata, forse per cercare gli amuleti che venivano frapposti tra i resti corporei e le bende. Queste ultime sono srotolate sul fondo della teca, in ordine che appare casule. I resti della ragazza sono ridotti a poco più che uno scheletro contornato da resti di pelle mummificata. Dalle poche tracce visibili sulle dita delle mani e dei piedi è chiaro che Meryt venne fasciata con cura e le sue braccia incrociate sul  petto. A conservarsi meglio è il volto di Meryt, volto intorno al quale molto lavoreranno gli esperti. Baby conserva ancora la forma di piccola mummia. Verosimilmente non lo si è ritenuto così importante da nascondere dei tesori e non lo si è violato. Il piccolo è ancora completamente bendato e coperto da un leggero sudario che non nasconde però la posizione delle braccia e i fragili polsi; due fiocchi, forse in origine rossi, gli cingono le spalle e le gambe.

Emanuele Ciampini (Università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (Università di Padova) davanti alla teca con le due mummie all’Accademia dei Concordi di Rovigo

In previsione della mostra le due mummie saranno per la prima volta separate per poter essere sottoposte a una precisa campagna diagnostica che prevede la loro la datazione col metodo del carbonio C14, la tomografia computerizzata (TAC), la scansione con laser scanner 3D. Il prelievo dei campioni sarà effettuato negli ambienti dell’Accademia da personale specializzato; subito dopo le mummie saranno trasferite all’ospedale rodigino di Santa Maria della Misericordia, per la TAC. L’importanza dell’operazione è evidente ed errori non sono concessi. Perciò per gli interventi sulle due mummie sono stati mobilitati i maggiori specialisti. La curatela scientifica è stata affidata al gruppo di lavoro Egitto Veneto (Claudia Gambino, Giulia Deotto e Martino Gottardo), con il coordinamento di Emanuele Ciampini (università Ca’ Foscari) e Paola Zanovello (università di Padova), che ha studiato e catalogato, negli anni passati, il fondo archeologico dell’Accademia dei Concordi di Rovigo. Partner del progetto sono l’università di Padova e l’università Ca’ Foscari di Venezia, che assicurano il supporto scientifico nei vari settori di competenza: medicina e antropologia, in particolare, essendo due corpi umani l’oggetto di studio. L’operazione “Mummie di Rovigo” è stata integralmente finanziata, in stretto accordo con l’Accademia dei Concordi, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Alla ricostruzione tridimensionale dei corpi provvederanno gli specialisti dell’ateneo patavino. Mentre sui tessuti delle bende che avvolgono il corpo e su quelli che lo accompagnano, andrà fatta una campagna diagnostica che comprenda la datazione al carbonio e che sarà eseguita dal laboratorio di riferimento del museo Egizio di Torino. Nel frattempo l’equipe del professor Raffaele De Caro, della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ Università di  Padova, sui dati emersi dalla tac e su altri dati, ricostruirà le vere sembianze dei due.

La mummia di bambino, detta “Baby”, ancora con le bende originali

Alla conclusione di questi esami, sarà avviato il restauro di Meryt e Baby. L’intervento è stato affidato a Cinzia Oliva, tra i massimi esperti in Italia del settore, attiva presso il Museo Egizio di Torino e con una pregressa esperienza molto importante: in particolare ad inizio del 2017 ha curato il restauro aperto della Mummia di Usai presso i Musei Civici di Bologna, riscuotendo un importante successo di pubblico e critica. Per scelta di Accademia dei Concordi e di Fondazione Cariparo, che per questo importante evento si sono avvalse della collaborazione tecnica di Arcadia Arte, il restauro sarà aperto al pubblico e avverrà in Palazzo Roncale dove diverrà il fulcro attivo di una esposizione che presenterà ai visitatori l’intera Collezione Egizia rodigina. La visita alla mostra “Le Mummie a Rovigo” diventa quindi una esperienza davvero unica alla scoperta di una città e di un territorio dalle mille sorprese culturali, paesaggistiche e gastronomiche. Rovigo Convention & Visitors Bureau, in occasione dell’evento, promuove IDEEweekend per scoprire quel patrimonio artistico culturale presente nella città di Rovigo e nel Delta del Po, dove storia e natura, tradizione e innovazione sono espressione della ricchezza delle piccole destinazioni turistiche italiane.