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L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi rivive nell’incontro al museo Egizio di Torino con Paolo Matthiae che presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale”

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La locandina dell’incontro con l’archeologo Paolo Matthiae al museo Egizio di Torino

L’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla

L’appassionante racconto delle campagne archeologiche dell’antico Oriente da metà Ottocento a oggi, dalla decifrazione delle due scritture più antiche dell’umanità alle prime epiche imprese alla ricerca di Ninive, alle grandi scoperte nella Valle dei Re a Tebe, da Ebla, Qatna e Aleppo in Siria a Nimrud e Sippar in Mesopotamia, a Troia e Hattusa in Anatolia, ad Abido e Amarna in Egitto, fino a Gerusalemme in Palestina. Sarà un incontro particolarmente appassionante quello con Paolo Matthiae, il noto archeologo del Vicino Oriente, che mercoledì 20 marzo 2019, alle 12, nella sala conferenze del museo Egizio di Torino, nell’ambito del ciclo “Incontro con gli autori”, presenta il suo ultimo libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” (Einaudi). Come il titolo del volume fa intendere, Matthiae parte dalle evidenze archeologiche (e anche dalle fonti testuali) per ricostruire la storia culturale, politica ed economica dell’intera area vicino orientale: Anatolia, Siria, Mesopotamia e Levante, e anche l’Egitto. Il volume è suddiviso in dodici capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad un sito chiave; la scelta di questi siti non è casuale, ma si tratta di luoghi che sono stati al centro di grandi scoperte archeologiche e continuano ad essere oggetto di nuove analisi e studi anche recenti. Tre siti sono egiziani, rispettivamente Abido, Avaris e Amarna, tre si trovano in Siria, Ebla, Qatna e Aleppo, due sono anatolici, Hattusa e Troia, uno è nel Levante, Gerusalemme, e tre si riferiscono all’area mesopotamica, Nimrud, Babilonia e Sippar. Ingresso libero in sala conferenze fino a esaurimento posti. Al termine della conferenza sarà possibile acquistare il libro “Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale” di Paolo Matthiae.

Il sito di Ebla in Siria: dal 2011, con lo stop alle missioni archeologiche a causa della guerra, non c’è più manutenzione. La città del III millennio a.C. si sta distruggendo

Miliziani dell’Is si accaniscono su un lamassu della città assira di Nimrud in Iraq

Il cosiddetto Grande diadema con pendenti dal Tesoro di Priamo, oggi al museo Puskin di Mosca

Dialogheranno con Paolo Matthiae il direttore Christian Greco, il prof. Stefano de Martino e la prof.ssa Clelia Mora. Paolo Matthiae è accademico dei Lincei, già professore di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente all’università di Roma “La Sapienza”. Dal 1963 ha diretto lo scavo nel sito siriano di Tell Mardikh, l’antica città di Ebla. Matthiae è autore di moltissimi volumi e saggi scientifici. Dopo le distruzioni operate dall’Isis in Siria e Iraq, Matthiae si è molto impegnato sul tema della protezione del patrimonio culturale in aree di guerra, pubblicando recentemente anche il volume “Distruzione, Saccheggi e Rinascite”, o organizzando mostre e convegni. Stefano de Martino è professore ordinario al dipartimento di Studi storici dell’università di Torino, dove insegna Ittitologia e Civiltà dell’Anatolia preclassica. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. È coordinatore del dottorato dell’università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for the Cultural Heritage”. È autore di saggi e volumi sulla storia, la civiltà e la lingue degli Ittiti e dei Hurriti; fa parte del team internazionale che studia e pubblica le tavolette in lingua hurrita rinvenute nel sito di Ortaköy (Turchia). Clelia Mora è professore ordinario al dipartimento di Studi umanistici dell’università di Pavia, dove insegna Storia del Vicino Oriente antico e Storia, epigrafia e sistemi di scrittura nel Vicino Oriente antico. Dal 2000 al 2010 ha collaborato con la missione archeologica francese attiva a Terqa in Siria e dal 2010 è responsabile del Progetto Kinik Höyük, nell’ambito del quale sono condotte indagini archeologiche in Cappadocia in sinergia con la New York University.

Il famoso busto della regina Nefertiti, scoperto ad Amarna, conservato al Neues Museum di Berlino

Locandina della mostra sulle scoperte a Qatna, promossa dall’università di Udine a Homs (Siria)

La ricostruzione di Ninive in una stampa antica dà un’idea della magnificenza della capitale assira

Uno dei maggiori protagonisti dell’archeologia orientale rievoca origini, sviluppi e risultati delle più affascinanti imprese degli ultimi decenni. Sempre attento a rilevare, nel passaggio suggestivo dalla terra dello scavo all’interpretazione della storia, l’inestimabile contributo che le scoperte recano alla ricostruzione di un lontano passato fondamentale per lo sviluppo della civiltà umana, che vide il sorgere e l’affermarsi delle prime città, dei primi stati territoriali, dei primi imperi a vocazione universale nella storia mondiale. “Le scoperte rievocate e illustrate nelle pagine di questo libro hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo, sono il frutto, in modi certo diversi, di esplorazioni archeologiche sistematiche di lungo periodo. In secondo luogo, sono state realizzate, approssimativamente, nell’ultimo mezzo secolo. In terzo luogo, a un giudizio oggettivo e di nuovo in modi diversificati, hanno avuto un significato rivoluzionario. Il loro valore leggendario dipende, da un lato, dal forte impatto di innovazione che è tipico di tutte e, dall’altro, dal loro carattere inatteso e sorprendente. La notevole varietà di queste scoperte, in ambiti differenziati della ricerca storica, ha inciso, volta a volta, sulla storia politica, sulla storia religiosa, sulla storia sociale, sulla storia economica, sulla storia artistica, sulla storia letteraria e, in diversi casi, su più di una di esse…Se è vero che non v’è nulla di più concreto e reale di una scoperta archeologica, è altrettanto vero che le interpretazioni prime di quella scoperta, che sono un’esperienza esaltante, non hanno nulla di definitivo perché esse sono solo un contributo, primario e fondamentale, alle innumerevoli valutazioni storiche future. Le interpretazioni che per ciascuna delle scoperte raccolte in questo saggio sono qui presentate, spesso già oggetto di accesi dibattiti negli ambienti scientifici, nella maggior parte dei casi sono di questo tipo ed esprimono solo una parte iniziale del lungo loro tragitto, di fatto inesauribile, dalla terra alla storia”.

“Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”: in mostra a Venezia per la prima volta tavolette e sigilli con iscrizioni in caratteri cuneiformi della collezione Ligabue

Tavoletta in argilla con scrittura cuneiforme e lingua accadica della collezione Ligabue, in mostra a Venezia

Tavoletta in argilla con scrittura cuneiforme e lingua accadica della collezione Ligabue, in mostra a Venezia

Sono piccoli segni incisi con lo stilo nell’argilla morbida. All’occhio inesperto sembrano tanti piccoli cunei. Li trovi su migliaia di tavolette di argilla, sui sigilli, sulle pareti di montagne o di palazzi. Perché quei segni rappresentano una delle più antiche scritture al mondo, il cuneiforme, nata intorno al 3200 a.C. in Mesopotamia, quasi in contemporanea con il geroglifico in Egitto. E durata ben 3500 anni. La nostra scrittura, tanto per fare un paragone, ne ha “solo” 2500. Proprio la nascita della scrittura, che segna uno dei capitoli più affascinanti e rivoluzionari della storia della civiltà, fondamentale per le dinamiche di trasmissione del sapere e per la conoscenza dell’antichità, è al centro della mostra “Prima dell’alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura”, a Palazzo Loredan a Venezia,  una delle sedi dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, dal 20 gennaio al 25 aprile 2017.  Quasi 200 reperti della Collezione Ligabue esposte per la prima volta – tra cui tavolette e straordinari sigilli risalenti a oltre 5000 anni or sono – rievocano le grandi civiltà dell’Antica Mesopotamia, un territorio oggi praticamente inaccessibile per le continue guerre. A impreziosire l’esposizione, tra reperti e apparati multimediali, anche testimonianze delle esplorazioni di Paul Emile Botta e Austen Henry Layard nel XIX secolo, con prestiti dai musei archeologici di Venezia e Torino.

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Tavoletta in argilla con pittogrammi proveniente dalla Mesopotamia meridionale (collezione Ligabue)

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue presieduta da Inti Ligabue, e curata dal professore Frederick Mario Fales, dell’università di Udine, uno tra i più noti assiriologi e studiosi del Vicino Oriente Antico, la mostra ci conduce in un viaggio indietro nel tempo, quasi 6000 anni or sono, nella Terra dei Due Fiumi, un universo di segni, simboli, incisioni ma anche di immagini e racconti visivi che testimoniano la nascita e la diffusione travolgente della scrittura cuneiforme, rivelandoci nel contempo l’ambiente sociale, economico e religioso dell’Antica Mesopotamia. Culla di civiltà straordinarie, oggi martoriata e saccheggiata dalla guerra e dal terrorismo che hanno reso inaccessibile il suo patrimonio di bellezza e conoscenza, la terra di Sumeri, Accadi, Assiri e Babilonesi ci viene raccontata e svelata grazie all’esposizione (patrocinata dalla Regione del Veneto e dalla Città di Venezia, main sponsor Ligabue SpA e Hausbrandt, con il contributo di DM Informatica, La Giara e Scattolon Renato) per la prima volta al pubblico, di quasi 200 preziose opere della Collezione Ligabue. “Una collezione di altri tempi”, come ama sottolineare F. Mario Fales, “quella messa insieme da Giancarlo Ligabue, imprenditore ma anche archeologo, paleontologo e grande esploratore scomparso nel gennaio 2015. Collezione straordinaria non solo per entità, qualità e per l’importanza storica di questi e altri materiali, ma in quanto testimonianza di un collezionismo slow, rispettoso dei luoghi che pure Giancarlo studiava e delle istituzioni, della ricerca e del sapere; un collezionismo appassionato, diretto a preservare la memoria e non a defraudare le culture con altri fini”.

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Frammento di un bassorilievo assiro con il ritratto di re Sargon II dal palazzo di Sargon a Khorsabad in Iraq (museo delle Antichità di Torino)

Dai primi pittogrammi del cosiddetto proto-cuneiforme, rinvenuti a Uruk – annotazioni a sostegno di un sistema amministrativo e contabile già strutturato – all’introduzione della fonetizzazione (dai “segni-parola” ai “segni-sillaba”) la scrittura cuneiforme, con le sue evoluzioni, si sviluppò e si diffuse con estrema rapidità anche in aree lontane: dalla città di Mari sul medio Eufrate a Ebla nella Siria occidentale, a Tell Beydar e Tell Brak nella steppa siro-mesopotamica settentrionale. Abili scribi verranno formati per redigere documenti grazie a segni ormai classificati e vere e proprie scuole saranno istituite nei diversi centri, per insegnare a nuovi funzionari a leggere e scrivere. Centinaia di migliaia di tavolette di argilla – la materia prima della terra mesopotamica – hanno dato vita ad autentici archivi e biblioteche, in un mondo che aveva compreso il valore e il potere della scrittura: tavolette con funzioni contabili-amministrative, tavolette giuridiche, storiografiche, religiose e celebrative, o addirittura letterarie, racchiudono le storie, i lavori, i pensieri e i ritratti di uomini e re vissuti tremila anni prima di Cristo; miti e leggende di dei ed eroi. Si tratta soprattutto di tavolette cuneiformi e di numerosi sigilli cilindrici o a stampo ma anche sculture, placchette, armi, bassorilievi, vasi e intarsi provenienti da quell’antico mondo. A questi oggetti in mostra si affiancano, come detto, importanti prestiti del museo Archeologico di Venezia e del museo di Antichità di Torino: dal primo, bellissimi frammenti di bassorilievi rinvenuti dallo scopritore della mitica Ninive, Austen Henry Layard, che nell’ultimo periodo della sua vita si era ritirato proprio a Venezia, a Palazzo Cappello Layard (donò i suoi oggetti alla città nel 1875); dal secondo un frammento di bassorilievo assiro raffigurante il re Sargon II, scoperto nel 1842 da Paul Emile Botta – console di Francia a Mosul – e da lui donato al re Carlo Alberto.

Sigillo cilindrico paleobabilonese con iscrizione in cuneiforme e raffigurazioni: al centro la cosiddetta "dea nuda" e a fianco "l'uomo-toro"

Sigillo cilindrico paleobabilonese con iscrizione in cuneiforme e raffigurazioni: al centro la cosiddetta “dea nuda” e a fianco “l’uomo-toro”

Accanto alle tavolette, placchette e intarsi, in osso, in conchiglia, in oro o in avorio, bassorilievi e piccole figure, raffinati oggetti artistici e d’uso comune, ma soprattutto tanti importanti sigilli, straordinari per le figurazioni e le narrazioni, per il pregio artistico delle incisioni realizzate da abili sfragisti (bur-gul) e i diversi materiali usati. Creati per registrare diritti di proprietà e apposti fin dal periodo Neolitico sulle cerule – sorta di ceralacca a garanzia della chiusura di merci e stoccaggi – i sigilli, con l’avvento della scrittura, vengono apposti sulle tavolette o sulle buste di argilla (utilizzate fino al I millennio) per autenticare il documento, garantendo la proprietà di un individuo, il suo coinvolgimento in una transazione, la legalità della stessa. Come spiega l’archeologa Roswitha Del Fabbro “essi prima indicavano l’amministrazione, come oggi il timbro di un Comune, e col tempo vennero a rappresentare il singolo individuo, riportandone il nome, giungendo magari a presentare l’iscrizione di una preghiera”. Fino ad allora (cioè fino alle decifrazioni di Georg Friedrich Grotefend (1775 – 1853) e all’impresa di Henry Creswicke Rawlinson (1810 – 1895), che sospeso a 70 metri dal suolo copiò l’iscrizione trilingue di Dario I sulla parete rocciosa di Bisotun in Iran) furono soprattutto la Bibbia, debitrice di tanti racconti e suggestioni dell’antica Mesopotamia, e gli storici greci, latini e bizantini a tramandare in una luce più o meno leggendaria i nomi di luoghi come “il Giardino dell’Eden” o le maestose città di Ninive e Babele e quelli di personaggi come Nabucodonosor II, che distrusse Gerusalemme, o la regina Semiramide. In mostra le preziose tavolette raccontano di commerci di legname o di animali (pecore, capre, montoni o buoi), di coltivazioni di datteri e di orzo per la birra, di traffici carovanieri tra Assur e l’Anatolia, di acquisti di terreni e di case con i relativi contratti e le cause giuridiche; celebrano Gudea signore possente, principe di Lagash, promotore di grandi imprese urbanistiche e architettoniche; prescrivono le cure per una partoriente afflitta da coliche, con incluso l’incantesimo da recitare al momento del parto, o testimoniano l’adozione di un bimbo ittita da parte di una coppia o, ancora, le missive tra prefetti di diverse città-stato.

Placchetta circolare in argento del periodo neo-assiro con la rappresentazione del dio Assur

Placchetta circolare in argento del periodo neo-assiro con la rappresentazione del dio Assur

Ma il valore intrinseco dei sigilli cilindrici, già sostitutivi di quelli a stampo intorno alla metà del IV millennio, è dato dal fatto che essi erano generalmente realizzati in pietre semipreziose provenienti da luoghi molto lontani: i lapislazzuli (importati dal lontano Badakhshan, nell’odierno Afghanistan nord orientale, celebre per le miniere descritte anche da Marco Polo), l’ematite, la cornalina, il calcedonio; ma anche agata, serpentino, diaspro rosso o verde, cristallo di rocca. Per questo i sigilli furono spesso riutilizzati, diffondendosi anche come amuleti con valore apotropaico, ornamenti, oggetti votivi: veri status symbol talvolta indossati dai proprietari con una catenina o montati su spilloni. Nei sigilli cilindrici, in pochi centimetri, accanto alle iscrizioni venivano realizzati motivi iconografici sempre più raffinati, differenziati per periodi e aree geografiche. Sfilate di prigionieri davanti al re, scene di lotta tra eroi e animali, processioni verso il tempio, raffigurazioni di guerra e di vita quotidiana, donne-artigiane accovacciate, grandi banchetti, racconti mitologici: l’evoluzione stilistica, la raffinatezza delle incisioni diventano nel tempo sempre più evidenti. In epoca accadica gli intagliatori di sigilli prestano attenzione alla resa naturalistica del corpo umano e di quello animale, curano la narrazione, la simmetria, l’equilibrio, la drammatizzazione. Si individuano e si susseguono nel tempo stili e tecniche anche con l’introduzione del trapano e della ruota tagliente, a scapito della manualità. I sigilli rappresentano insomma un unicum artistico, prima delle gemme greche e romane.

È morto a Roma lo storico e filologo biblista Giovanni Garbini: grande esperto di lingue semitiche, studiò fenici, ebrei e arabi preislamici. Scoprì omissioni storiche e manipolazioni del testo della Bibbia

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Un selfie del prof. Giovanni Garbini con colleghi e allievi

Per lui fenici, ebrei e arabi preislamici non avevano segreti. Lo storico e filologo Giovanni Garbini, illustre orientalista studioso delle lingue semitiche che ha affrontato con una nuova metodologia i problemi della filologia biblica legati all’Antico Testamento, è morto a Roma il 2 gennaio 2017 all’età di 85 anni, come ha reso noto l’Accademia dei Lincei, di cui era socio dal 1990, nel giorno dei suoi funerali. Nato a Roma l’8 ottobre 1931, Garbini aveva iniziato la carriera accademica all’istituto universitario Orientale di Napoli (oggi università “L’Orientale” di Napoli), per passare poi alla Scuola Normale di Pisa e infine, fino al pensionamento, all’università di Roma “La Sapienza”, di cui era professore emerito di filologia semitica.  È stato anche componente della sua fondazione Leone Caetani per gli studi musulmani.

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Giovanni Garbini, grande esperto di lingue semitiche, è morto a 85 anni

Garbini ha dedicato la sua vita di studioso alle lingue semitiche da un punto di vista storico-comparativo e si è dedicato all’interpretazione dei diversi aspetti della cultura di fenici, ebrei e arabi preislamici. Ma è nell’ambito della filologia biblica che il semitista ha offerto studi innovativi, rivelando omissioni storiche e manipolazioni presenti nel testo sacro che hanno condotto Garbini a interpretare differentemente la vicenda biblica e a contestualizzarla maggiormente nel quadro della storia del Vicino Oriente.  Secondo Garbini, l’origine del popolo ebraico andrebbe ricercata in quella parte del deserto siriano collocata tra il Tigri e l’Eufrate, a ovest dei monti Kashia. Di qui alcune tribù aramaiche si sarebbero stanziate nel territorio di Damasco e poi sarebbero scese verso il sud, verso l’attuale territorio palestinese. La vicenda di Mosè e dell’esodo dall’Egitto sarebbero invece un mito ancora più antico, autonomo rispetto a quello di Abramo e dei patriarchi. Un regno unitario davidico-salomonico, quindi, sarebbe stato soltanto una creazione leggendaria in quanto il popolo aramaico stanziato in Palestina avrebbe costituito il Regno di Israele, sotto la dinastia degli Omridi, solo intorno al 900 a.C. In precedenza, il beniaminita Saul, avrebbe costituito un regno locale nella Palestina centrale che, progressivamente, sarebbe stato riassorbito dai filistei. David sarebbe stato una specie di capitano di ventura del IX secolo al servizio dei Filistei e Salomone un personaggio assolutamente mitico. Garbini avrebbe inoltre accertato l’esistenza, a Gerusalemme, tra il regno di Ezechia e quello di Giosia, di un lungo regno ammonita, cancellato dagli scribi ebrei. Le ricostruzioni storiche della Bibbia, frutto di gruppi spesso in contrasto tra loro, si sarebbero formate solo dopo la caduta del regno di Giuda e dopo il rientro degli esiliati, cioè durante la dominazione persiana.

"Storia e ideologia nell'Israele antico" di Giovanni Garbini (1986)

“Storia e ideologia nell’Israele antico” di Giovanni Garbini (1986)

Vasta la produzione bibliografica di Garbini, gran parte della quale pubblicata dalla casa editrice Paideia di Brescia: “Storia e ideologia nell’ Israele antico” (1986); “Il semitico nordoccidentale” (1988); “La religione dei fenici in Occidente” (1994); “Introduzione alle lingue semitiche” (1994); “Note di lessicografia ebraica” (1998); “Il ritorno dall’esilio babilonese” (2001); “Storia e ideologia nell’Israele antico” (2001); “Mito e storia nella Bibbia” (2003); “Introduzione all’epigrafia semitica” (2006); “Scrivere la storia d’Israele. Vicende e memorie ebraiche” (2008); “Cantico dei cantici. Testo, traduzione, note e commento” (2010); “Letteratura e politica nell’Israele antico” (2010); “Dio della terra, dio del cielo. Dalle religioni semitiche al giudaismo e al cristianesimo” (2011); “I Filistei. Gli antagonisti di Israele” (2012); “Il Poema di Baal di Ilumilku” (2014); “Vita e mito di Gesù” (2015). Nel 2007 è stato pubblicato da Paideia in suo omaggio il volume “L’opera di Giovanni Garbini. Bibliografia degli scritti 1956-2006”, catalogo di oltre cinquanta anni di produzione scientifica.

A Karkemish, città-stato ittita al confine tra Turchia e Siria, torna a risuonare al voce di Sargon II zittita da Nabucodonosor II. La missione italo-turca guidata da Nicolò Marchetti dell’università di Bologna ha scoperto in fondo a un pozzo tre tavolette del grande re assiro fatte sparire dal sovrano babilonese

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Un leone in marcia scolpito su un ortostato della città-stato ittita di Karkemish, al confine tra Turchia e Siria

Sargon II, grande re assiro

Sargon II, grande re assiro

Nabucodonosor II lo sapeva. La conquista di Karkemish, la potente città in posizione strategica tra l’Anatolia ittita e la Mesopotamia assira, non sarebbe bastata a cancellare il ricordo del grande re assiro Sargon II (721-705 a.C.) che più di cento anni prima, sul finire dell’VIII sec. a.C., aveva costruito un impero in Vicino Oriente, nella Mezzaluna Fertile, conquistando Samaria, Damasco, Gaza e, nel 717, anche Karkemish, città-stato ittita che sorgeva sul corso dell’Eufrate, dove oggi corre il confine tra Siria e Turchia. Lo spettro di Sargon aleggiava ancora. Le sue parole sembravano ancora vive nella memoria della gente. Lui che sintetizzava così la sua vita: “Io sono Sargon, re forte, re di Akkad. Mia madre era una sacerdotessa; mio padre non lo conosco; era uno di quelli che abitano le montagne. Il mio paese è Azupiranu sull’Eufrate. La sacerdotessa mia madre mi concepì e mi generò in segreto; mi depose in un paniere di giunco, chiuse il coperchio con del bitume, mi affidò al fiume che non mi sommerse. I flutti mi trascinarono e mi portarono da Aqqui, l’addetto a raccogliere acqua. Aqqui, immergendo il suo secchio, mi raccolse. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi adottò come figlio e mi allevò. Aqqui, l’addetto a raccogliere l’acqua, mi fece suo giardiniere. Durante il periodo in cui ero giardiniere la dea Ishtar mi amò. Per… anni io fui re”. Quella voce doveva essere spenta. Così Nabucodonosor fece distruggere tutti i documenti di Sargon affidandoli all’oblio del tempo. Fino all’arrivo degli archeologi. E la voce di Sargon è tornata a risuonare.

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell'università di Bologna a Karkemish

Una delle tavolette di argilla con testi in cuneiforme celebrativi di Sargon II trovata dalla missione archeologica dell’università di Bologna a Karkemish

Tre preziosi frammenti di tavolette d’argilla, che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro Sargon II, sono stati scoperti in fondo a un pozzo (a 14 metri di profondità), nel sito di Karkemish, dalla missione archeologica italo-turca avviata nel 2011 dall’università di Bologna insieme agli atenei turchi di Gaziantep e Istanbul. Le tavolette furono gettate in fondo a un pozzo su ordine del re babilonese Nabucodonosor II, per essere per sempre dimenticate. Scrive Sargon: “Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione di grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti. E ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso”.

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Karkemish studiato dalla missione archeologica italo-turca guidata dall’università di Bologna

Spesso paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, Karkemish è stato un centro di straordinaria importanza. Abitato almeno dal VI millennio a.C., a partire dal 2300 acquista un ruolo centrale nella regione e diviene contesa da ittiti, assiri e babilonesi. Solo con l’impero romano inizia il suo declino, che termina nell’Alto Medioevo, attorno al X secolo, quando la città viene definitivamente abbandonata e dimenticata. Ricompare solo alla fine dell’800. Fu allora che una serie di campagne esplorative promosse dal British Museum (ci lavorò anche Lawrence d’Arabia) riportarono per la prima volta alla luce le tracce del suo grande passato. Un’opera di riscoperta che oggi è passata nelle mani dell’Alma Mater, con un progetto di scavo guidato dal prof. Nicolò Marchetti che, al suo quinto anno di attività, è finito – letteralmente – in fondo a un pozzo. Per riemergere con le parole ritrovate del re Sargon II.

L'archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

L’archeologo Nicolò Marchetti, direttore della missione a Karkemish

Tre frammenti di tavolette d’argilla”, ricorda Marchetti, “che riportano incisi in caratteri cuneiformi gli scritti del sovrano assiro. Frasi autocelebrative, che esaltano le vittorie militari e le misure a favore della popolazione. Frasi che, proprio per il loro carattere propagandistico, furono fatte sparire, gettate in fondo a un pozzo su ordine di Nabucodonosor II, il re babilonese che nel 605, dopo un lungo assedio, strappò Karkemish al controllo assiro. Cancellare le tracce e i simboli del nemico sconfitto è una pratica che attraversa tutta la storia dell’umanità e che ancora oggi, purtroppo, viene praticata”.

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo di Karkemish in fondo al quale sono stati trovati i frammenti di tre tavolette con testi celebrativi di Sargon

Il pozzo è stato rinvenuto dalla missione italo-turca nell’area dove un tempo sorgeva il palazzo di re Katuwa, costruito attorno al 900 a.C. e ampliato e modificato da Sargon II. Gli archeologi dell’Alma Mater si sono calati nella stretta imboccatura, scendendo fino a 14 metri sotto al livello del suolo. Lì, sul fondo, è stata trovata una fitta serie di oggetti e utensili di ambito amministrativo, letterario e decorativo: gettoni d’argilla (tokens) per la contabilità, recipienti di bronzo e di pietra, un’armatura di ferro e i tre frammenti di tavolette d’argilla con le parole di Sargon II. Oltre al pozzo, i lavori della missione archeologica dell’Alma Mater hanno portato alla luce anche tre ortostati, lastre di pietra con funzioni sia di sostegno che decorative, in ottime condizioni. In uno è rappresentato un leone in marcia, mentre nelle altre due sono incisi un toro alato e un dio-ibex alato, con un volto umano. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta un caso unico nel campo dell’arte neo-ittita. Puliti e restaurati, gli ortostati sono stati lasciati nell’area del palazzo di re Katuwa, ed è stato inoltre completata la rilevazione digitale ad alta precisione della mappa dell’antica città. Tutti interventi che puntano a far nascere un parco archeologico che possa attirare turisti e visitatori a Karkemish, coinvolgendoli in un’esperienza immersiva tra storia e attualità.

 

Gerusalemme. Per la prima volta gli archeologi hanno trovato in situ una moneta romana: aureo di Nerone del 56-57 d.C.

Sul Monte Sion che guarda ka Città Vecchia di Gerusalemme trovato un aureus di Nerone

Sul Monte Sion che guarda ka Città Vecchia di Gerusalemme trovato un aureus di Nerone

Un aureo dell'imperatore Nerone

Un aureo dell’imperatore Nerone

Una rara, e ben conservata, moneta d’oro con l’immagine dell’imperatore Nerone è stata ritrovata da ricercatori americani dell’università di Charlotte (North Carolina) in un recente scavo sul Monte Sion, fuori la Città Vecchia di Gerusalemme. Ne ha dato notizia il sciencedaily.com. La scoperta della moneta, coniata nel 56-57 d.C., “è eccezionale” hanno spiegato Shimon Gibson, James Tabor e Rafael Lewis, condirettori dello scavo, “perché è la prima volta che un conio di questo tipo è rinvenuto a Gerusalemme in un scavo scientifico. Monete di questo tipo sono di norma rintracciabili solo in collezioni private di cui però non conosciamo l’esatta provenienza”. Secondo gli scienziati, questa moneta potrebbe essere appartenuta a un sacerdote giudeo, la cui casa sarebbe stata saccheggiata nel VI-VII sec. d.C. Sul bordo della moneta è ben visibile la scritta: NERO CAESAR AVG IMP (Imperatore Cesare Nerone Augosto). Sul retro c’è la scritta: EX SC (ex Senatus consulto) e PONTIF MAX TR P III (Pontefice massimo, terzo anno di tribunicia potestas). Il fatto che Nerone sia ricordato come Pontefice massimo (titolo avuto nel 55 d.C.), secondo il numismatico britannico David Jacobson permette di datare l’aureo al 56-57 d.C.

Israele. Un vaso ricomposto da centinaia di cocci, trovato nel 2012 nella valle di Elah, restituisce una rara iscrizione cananea di tremila anni fa con il nome del proprietario di un’azienda agricola che ricorda quello di un eroe biblico

L'archeologo israeliano Saar Ganor indica la posizione dell'iscrizione cananea sul vaso ritrovano in centinaia di cocci nel 2012

L’archeologo israeliano Saar Ganor indica la posizione dell’iscrizione cananea sul vaso ritrovano in centinaia di cocci nel 2012

Una rara iscrizione del tempo di re David (XI-X sec. a.C.) con il nome di Eshbaal Ben Badà è stata trovata nella valle di Elah in Israele. Ma per giungere a questa importante scoperta ci sono voluti anni di paziente lavoro per ricostruire i cocci di un vaso di argilla vecchio di tremila anni. Il vaso in argilla fu infatti portato alla luce a Khirbet Qeiyafa (la antica Shearaim) nella valle di Elah (fra Gerusalemme e Ashqelon), in numerosi frammenti, ancora nel 2012 durante gli scavi effettuati dal prof. Yosef Garfinkel dell’istituto di Archeologia dell’università Ebraica e Saar Ganor della Israel Antiquities Authority.

Dettaglio dell'iscrizione di Eshbaal Ben Badà sotto il collo del vaso

Dettaglio dell’iscrizione di Eshbaal Ben Badà sotto il collo del vaso

Fu in quell’occasione che la presenza di alcune lettere scritte su alcuni frammenti, in antica scrittura cananea, scatenò la curiosità dei ricercatori. Il restauro, condotto nei laboratori dell’Israel Antiquities Authority, durante il quale sono stati incollati insieme centinaia di frammenti di ceramica fino a ricomporre l’antico vaso, ha alla fine risolto l’enigma. Sul vaso fu fatto incidere il nome Eshbaal Ben Badà, decifrato dall’equipe diretta da Mitka Golub e Haggai Misgav. Secondo Garfinkel e Ganor “questa è la prima volta che il nome Eshbaal appare su un’antica iscrizione in Israele”. Finora il nome Eshbaal compariva solo sulla Bibbia, mentre ora c’è anche un riscontro nella documentazione archeologica, durante il regno di re Davide, nella prima metà del X secolo a.C. Questo nome non è stato utilizzato in seguito nel periodo del Primo Tempio. La correlazione tra la tradizione biblica e i reperti archeologici indica che questo era un nome comune solo in quel periodo, mentre il nome Beda è unico e non si hanno riscontri in antiche iscrizioni o nella tradizione biblica”.

La posizione del sito israeliano di Khirbet Qeiyafa, l'antica Shearaim

La posizione del sito israeliano di Khirbet Qeiyafa, l’antica Shearaim

L’iscrizione con il nome Eshbaal Ben Badà non è la prima che restituisce il sito di Khirbet Qeiyafa. Durante le stagioni di scavo dirette dal Garfinkel e Ganor, in questa città fortificata, due porte, un palazzo e magazzini, abitazioni e locali di culto, sono stati scoperti manufatti unici. Ad esempio, nel 2008 è stata trovata l’iscrizione ebraica più antica del mondo. E ora questa nuova iscrizione. “Fino a cinque anni fa non si conoscevano iscrizioni del periodo del Regno di Giuda (X sec. a.C.). Ora ne sono state pubblicate ben quattro: due da Khirbet Qeiyafa, una da Gerusalemme, e una da Bet Shemesh. Questa cambia completamente le nostre conoscenze sulla distribuzione della scrittura sotto il Regno di Giuda e ormai è chiaro che la scrittura era molto più diffusa di quanto si pensasse in precedenza, collegata anche all’organizzazione del regno che necessitava di impiegati e scribi”.

Il prof. Saar Ganor archeologo della Israel Antiquities Authority

Il prof. Saar Ganor archeologo della Israel Antiquities Authority

Ma chi c’era dietro questo nome? Ora si parla del nome di un eroe biblico: Eshbaal Ben Badà, il comandante di una unità di élite composta da 30 coraggiosi, fedelissimi al re Davide nelle sue lotte con i filistei. Ma secondo i ricercatori, il fatto che il nome Eshbaal sia stato inciso su un vaso suggerisce che si trattava di una persona importante, quasi sicuramente il proprietario di una grande azienda agricola la cui produzione veniva raccolta e trasportata in contenitori – vasi – che portavano il suo nome. Questa è la prova evidente della stratificazione sociale e della creazione di una classe economica consolidata che si è verificata al momento della formazione del Regno di Giuda”.

L’imperatore Adriano torna a Gerusalemme dopo 18 secoli. In mostra al museo di Israele gli unici tre busti in bronzo dell’ideatore del “vallo” in Britannia e del distruttore della Giudea. Collaborazione con il Louvre e il British Museum

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

C’è il busto dell’imperatore Adriano forgiato molto probabilmente in Egitto o in Asia Minore e oggi al museo del Louvre di Parigi. C’è quello ritrovato nel Tamigi nel 1834 e oggi al British Museum di Londra che probabilmente fu realizzato per commemorare la visita di Adriano in Britannia (l’odierna Gran Bretagna) nel 122 d.C. (anno in cui iniziò nel nord del paese la fortificazione del confine con la costruzione del famoso “vallo”). E poi c’è il busto, sempre dell’imperatore Adriano, vestito militarmente con una splendida armatura sul petto molto ben conservata, proveniente dall’accampamento della Sesta Legione romana a Tel Shalem vicino Beth Shean nel nord di Israele, all’incrocio tra la valle del Giordano e la valle di Jezreel, e oggi esposto nel Museo di Israele. Cosa hanno di particolarmente interessante questi tre reperti? Sono gli unici tre busti in bronzo sopravvissuti fino a noi dell’imperatore Adriano, nato nel 76 d.C. a Italica, cittadina della penisola iberica vicino all’odierna Siviglia, e morto a Baia, vicino a Napoli, nel 138. E fino al 30 giugno 2016 si possono vedere per la prima (e probabilmente unica) volta insieme nella mostra “Hadrian: an Emperor Cast in Bronze”, curata da David Mevorah e Rachel Caine Kreinin (Museo di Israele) e Thorsten Opper (British Museum), e allestita nella Galleria “Samuel e Saidye Bronfman” del museo di Israele a Gerusalemme. Così si può dire che dopo più di diciotto secoli l’imperatore Publio Elio Traiano Adriano è tornato a Gerusalemme, la città di David, che lui chiamo Aelia Capitolina in un estremo tentativo di sradicarvi l’ebraismo.

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall'antichità

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall’antichità

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La mostra “Hadrian: An Emperor Cast in Bronze” completa le celebrazioni per i 50 del Museo di Israele ma soprattutto ripropone il confronto tra la massima autorità romana e il mondo ebraico dell’epoca. Un rapporto assai problematico: Adriano, ellenista convinto, non solo tentò di paganizzare Gerusalemme costruendo sul Monte del Tempio, al posto del Santuario ebraico, un luogo dedicato a Giove, ma dopo aver represso nel sangue la rivolta di Simon Bar Kochba (Simone figlio della Stella) con 580mila ebrei uccisi, nel 135 d.C. cambiò il nome della regione da Giudea a Siria Palestina. Un fatto che ha avuto ripercussioni sino ad oggi. Nelle fonti ebraiche quando si parla di Adriano segue sempre un epitaffio: “Possano essere le sue ossa frantumate”. Espressione che, ad esempio, non viene proposta quando le stesse si riferiscono a Tito o al figlio Vespasiano che pure distrussero il Secondo Tempio a Gerusalemme. Adriano resta in ogni caso legato alla storia della città: come dimostra la monumentale iscrizione votiva – mai presentata prima di questa mostra – eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C. Una parte dell’iscrizione fu scoperta nel 1903 mentre la seconda è stata portata alla luce nel 2014 nel corso di scavi in città da parte della Israel Antiquities Authority: ora per la prima volta sono state messe assieme grazie alla concessione in prestito dalla Israel Antiquities Authority e dal Museo Franciscanum Studium Biblicum di Gerusalemme.

Il busto in bronzo dell'imperatore Adriano trovato nell'accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Il busto in bronzo dell’imperatore Adriano trovato nell’accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Apparentemente simili, anche se ognuno con caratteristiche proprie, i tre ritratti mettono in evidenza i molteplici e contraddittori aspetti del carattere di Adriano. Con la sua grande energia, l’intelletto acuto, e i vasti interessi, Adriano è considerato uno dei sovrani più illuminati dell’impero romano. Tuttavia, la soppressione spietata della rivolta di Bar Kochba e la successiva distruzione della Giudea fanno di lui una figura tanto detestata nella storia ebraica. Come per molti suoi predecessori, Adriano fu immortalato in statue di bronzo e di marmo, ma delle prime, a parte i tre esemplari presentati a Gerusalemme, non ce ne sono altri. Mentre molte sono invece le statue in marmo rimaste: effigi inviate ai quattro angoli dell’impero a dimostrazione del potere di Roma e che divennero in molti casi oggetto di culto rappresentante la divinità. “La visione di questi tre bronzi – assicurano dal Museo – stimola la discussione su due percezioni diametralmente opposte di Adriano: da una parte l’imperatore visto come uomo di pace e protettore che costruì il Vallo nella nord della Britannia; dall’altra, la visione contraria: colui che distrusse la Giudea”.

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano

“In chiusura delle celebrazioni del 50° anniversario di fondazione del museo di Israele”, interviene il direttore James S. Snyder, “siamo particolarmente grati per le importanti partnership che abbiamo con il Louvre e il British Museum, i cui prestiti rappresentano una grande dimostrazione dei collegamenti internazionali e inter-culturali che hanno favorito da sempre la storia del Museo”. E aggiunge: “Il dialogo con il nostro Adriano creato dalla vicinanza di questi capolavori in mostra è straordinario, e non vediamo l’ora, soprattutto nei tempi complessi in cui oggi viviamo, di continuare questa collaborazione culturale con istituzioni consorelle a livello internazionale, che permette di mostrare lo sviluppo della cultura nella storia, come oggi la conserviamo, di condividerla”. E Jean-Luc Martinez, presidente e direttore del Musée du Louvre: “Dopo aver concesso in prestito nel 2011 il sarcofago della principessa Elena di Adiabene (regina di un ricco reame della Mesopotamia settentrionale, convertitasi al giudaismo insieme al figlio Izates, venuta in pellegrinaggio a Gerusalemme dove rimase vent’anni e dove fu inumata in una tomba grandiosa), sarcofago che non aveva mai lasciato la Francia in precedenza, la presenza in questa mostra del ritratto in bronzo di Adriano del Louvre indica la collaborazione tra il Musée du Louvre e il Museo di Israele e dimostra la volontà di sviluppare anche legami più forti”.

L’archeologia in zone di guerra protagonista a Rovereto alla rassegna del cinema archeologico e poi un “intrigo biblico” e i segreti sotterranei di Verona romana

Savino Di Lernia, docente alla Sapienza di Roma, protagonista della conversazione a Rovereto

Savino Di Lernia, docente alla Sapienza di Roma, protagonista della conversazione a Rovereto

L’archeologia in zone di guerra. Giovedì 8 ottobre 2015, nel terzo giorno di programmazione la rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto con la conversazione alle 17.45 affronta con Savino di Lernia, docente all’università La Sapienza di Roma al lavoro nel deserto libico, il tema della salvaguardia del patrimonio storico nelle zone di conflitto con particolare riguardo per l’archeologia attuale nel Sahara, dove numerose sono le spedizioni di squadre di studiosi italiani.

"Mustang, il regno nascosto", film di Patrice Landes, in programma a Rovereto

“Mustang, il regno nascosto”, film di Patrice Landes, in programma a Rovereto

La conversazione chiude un pomeriggio molto intenso aperto con la proiezione di “Mustang, il regno nascosto”. Si tratta di un viaggio attraverso una regione isolata del Tibet, un museo all’aria aperta nel grande ventre del paese, popolato da settemila abitanti che continuano a vivere come per secoli hanno fatto i loro antenati. Da quando la Cina ha invaso il Tibet, nel 1950, i nuovi governanti hanno bandito molte delle antiche usanze, distruggendo tanta parte di una cultura unica. Il documentario, incredibilmente raro ed eccezionale, mostra quella che è la dura e quotidiana sfida della popolazione per mantenere vive le proprie identità culturali nel mondo moderno. A seguire, “La grotta dipinta di Pont d’Arc: vers un fac-similé”: interessante contributo anche per quanto riguarda gli aspetti tecnici legati alla ricostruzione. dedicato a un tesoro di recente entrato nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. A partire da quest’anno il grande pubblico ha l’opportunità di scoprirne i pregi visitando la sua replica costituita da una ventina di pannelli.

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

La ricostruzione del Capitolium di Verona e del triportico, dove erano collocate le tavole catastali

Un “intrigo biblico” attira l’interesse degli appassionati nel programma del mattino: “Biblical conspiracies: secrets of the crucifixion” si interroga sulle modalità della crocifissione a seguito della scoperta archeologica a Gerusalemme dei resti fisici di Mattathiah figlio di Giuda e dell’analisi scientifica di una mano crocefissa: lo studio di questo reperto – si chiedono i registi – potrà dirci come è stato crocefisso Gesù? Invece il programma della serata valorizza il lavoro di Stefania Casini, attrice,conduttrice, ma anche regista delle “Acque segrete di Palermo”. Il documentario svela il volto della capitale del Mediterraneo precedente la cementificazione,quando Palermo era un enorme giardino alimentato da canali sotterranei di origine araba. Merita di essere menzionato pure il lavoro “Alla scoperta di Verona sotterranea. Il sito archeologico di Corte Sgarzerie”, che sviluppa un tema poco noto – quello della Verona Romana – valendosi di tre tipi di tecnica cinematografica: il documentario, il docudramma, la ricostruzione virtuale. In chiusura di serata, un affondo sui “Segreti del Colosseo”. Archeologi e storici svelano i retroscena di questo autentico strumento mediatico del potere imperiale: un contributo quanto mai attuale, alla luce delle moderne polemiche sulla destinazione d’uso del monumento.

Sulle tracce di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme: nuovo ambizioso progetto tra archeologia biblica e storia del regista veneziano Alberto Castellani per un film in due puntate

Maria e Giuseppe in viaggio verso Betlemme: il regista Alberto Castellani ne seguirà le orme per un nuovo film

Maria e Giuseppe in viaggio verso Betlemme: il regista Alberto Castellani ne seguirà le orme per un nuovo film “Storia di Myriam e Yoseph: in cammino nella terra dei Padri”

Scrive l’evangelista Luca: “Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide , chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa , che era incinta”. Tutto è iniziato da queste poche parole, spiega Alberto Castellani, il regista veneziano in partenza l’8 luglio per Israele e la Palestina, con un nuovo ambizioso progetto: seguire il viaggio di Maria e Giuseppe da Nazaret a Betlemme. “In questa laconicità di informazione sta proprio il fascino della mia ricerca che ho voluto sviluppare in fase di sceneggiatura e che intendo ora sperimentare direttamente sul territorio”. Due settimane di riprese, un gruppo di lavoro collaudato, il sostegno della Cei (Conferenza episcopale italiana) e dell’ambasciata di Palestina a Roma, la consulenza di professori di grande valenza, come Pietro Kaswalder, SBF Jerusalem (scomparso recentemente) e Danilo Mazzoleni , PIAC Pontificio Istituto di Archeologia, e il contributo di esperti del calibro del biblista il card. Gianfranco Ravasi, di Alberto Bobbio di Famiglia Cristiana e dell’egittologo Alberto Elli: ecco in sintesi il progetto del film “Storia di Myriam e Yoseph: in cammino nella terra dei Padri”, programma che, nelle intenzioni di Castellani, dovrebbe essere suddiviso in due puntate da mandare in onda sul canale 28-TV 2000 e su un gruppo di emittenti europee e statunitensi. “Sarà un’indagine sul campo per cercare di dar voce al misterioso silenzio evangelico”.

Mappa della Palestina in epoca erodiana (I sec. a.C. - I sec. d.C.)

Mappa della Palestina in epoca erodiana (I sec. a.C. – I sec. d.C.)

Dopo aver seguito le orme dello svizzero Johann Ludwig Burckhardt che duecento anni fa scoprì Petra, la capitale dei Nabatei, in Giordania, da cui è scaturito il fortunato film “Sulla via di Petra” (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2013/11/28/a-bologna-petra-inedita-nel-film-di-castellani/), ora il regista veneziano che da più di vent’anni rivolge la sua attenzione all’archeologia del Medio Oriente, cerca di indagare su quello che può ragionevolmente essere accaduto duemila anni fa in terra di Palestina quando una coppia di sposi , destinati ad entrare ben presto nella storia, si accinsero a compiere un viaggio che da Nazareth si sarebbe concluso a Betlemme. Ponendosi subito una domanda: quale via può aver percorso dalla Galilea verso Betlemme di Giuda, Giuseppe, della casa di Davide e la sua giovanissima sposa prossima al parto, allorché l’editto di Augusto ordinò il censimento delle genti di Palestina? A venire in “soccorso” di Castellani è stato Pietro Kaswalder, eminente studioso di geografia biblica, recentemente scomparso, che ha tracciato una ipotesi di lavoro: “Più che la Valle del Giordano, che si estendeva lungo la parte orientale della Palestina alla sinistra del fiume, o della romana Via Maris, tra la piana dello Sharon e la costa del Mediterraneo, plausibile è apparso il percorso della cosiddetta Via Centrale o della Montagna che nella tradizione dei primi pellegrini cristiani , ma non solo, era chiamata Strada della Fede o anche Via dei Patriarchi”. E su tale itinerario che Castellani e la sua troupe hanno deciso di orientare i loro passi programmando più di due settimane di presenza in Israele. Punto di partenza non poteva essere, ovviamente, che il villaggio di Nazareth.

I due attori che interpretano Maria e Giuseppe nel film di Castellani

I due attori che interpretano Maria e Giuseppe nel film di Castellani

È lo stesso Castellani a raccontarci come si muoverà sulle orme di Maria e Giuseppe. “Dopo una indagine accurata sui locali reperti archeologici custoditi nella Basilica della Annunciazione, sugli scavi della cosiddetta Casa di Giuseppe fino alla più recente scoperta archeologica sulla presunta Casa di Gesù, ci sposteremo lungo la valle di Esdrelon, percorrendola in gran parte. Qui toccheremo il villaggio di Taanich, che conserva il ricordo della biblica Deborah, giungendo successivamente a Jenin, l’antica Betulia nota per l’episodio di Giuditta ed Oloferne. Da qui a Dotan, località non lontana da Jenin, per rivivere sul crinale di un piccolo tell apparentemente anonimo il racconto dell’Antico Testamento di Giuseppe venduto dai fratelli”.

Un pellegrino percorre lentamente le strade della Samaria

Un pellegrino percorre lentamente le strade della Samaria

Sarà quindi la volta di Samaria/Sebaste in cui missioni archeologiche italiane, francesi ed israeliane stanno cercando di portare alla luce il passato di questa città attraverso una attività scavo e conservazione dei reperti fino ad ora rinvenuti . E poi la mitica Nablus , l’antica Neapolis della famiglia Flavia, e il rinnovarsi del ricordo di Giuseppe figura legata a tante storie della Bibbia e del Corano. “Mi auguro di poter documentare anche la sua tomba venerata in cui ancor oggi converge la popolazione locale per richieste di buon raccolto, di fertilità e di amore: questo soprattutto da parte delle donne”. A Nablus non mancherà una indagine sul sito di Tel Balata uno dei più importanti della Cisgiordania tra i biblici monti Ebal e Garizin e, se possibile , un contatto con la antichissima comunità Samaritana. “La vicina Shiloh, la città di Giosué e dell’Arca dell’Alleanza – continua -, ci propone uno dei luoghi più emozionanti del mondo ebraico e della sua fede millenaria, già attivo, prima della costruzione del Santuario di Gerusalemme”. Tappa obbligata l’altopiano sassoso di Bethel dove, secondo tradizione, Abramo piantò le sue tende ed eresse un altare e Giacobbe uno dei tre padri del popolo ebraico, ebbe il misterioso sogno su una discendenza destinata a diffondersi “ come polvere della terra” ( Gn 28,14). Pochi chilometri ed ecco la attuale capitale dello stato palestinese, la moderna Ramallah e la vicina Tell en Nasbeh con il ricordo del profeta Samuele e la testimonianza dei risultati delle missioni archeologiche statunitensi che hanno portato alla luce una imponente raccolta di documenti dal calcolitico all’età del ferro fino alle indagini accurate operate verso la metà del secolo scorso dal francescano padre Bagatti. “Infine ecco una Gerusalemme insolita, quasi nascosta: la valle della Geenna, le mitiche piscine di Salomone, l’ eccezionale testimonianza delle preziose lamine di Ketef Hinom, oggi conservate all’Israel Museum. Una certificazione incisa con caratteri paleo ebraici e scritta attorno al 600 prima di Cristo, conferma della fondatezza e della esistenza del testo biblico quattrocento anni prima della scoperta dei rotoli nelle grotte di Qumram nel Mar Morto”.

La grotta della Natività a Betlemme come oggi la vedono i pellegrini

La grotta della Natività a Betlemme come oggi la vedono i pellegrini

Con il sito di Kathisma, sul crinale dell’ultima collina alla periferia di Gerusalemme, che fa riferimento ad una sosta richiesta da Maria ormai prossima al parto e la documentazione di ciò che resta, a detta degli archeologici israeliani, di una chiesa che doveva essere addirittura più bella e maestosa di quella del Santo Sepolcro costruita al tempo di Costantino , l’itinerario si conclude nell’ormai vicina Betlemme. “E anche qui sarà l’archeologia ad aiutarci per dare spessore storico ad un evento ed a una sua localizzazione tuttora dibattuta. Dietro solitarie pietre di vallate deserte, dietro eventi ancestrali che soltanto la toponomastica di villaggi sperduti o addirittura scomparsi è ancora in grado di richiamare – conclude Castellani -, cercherò di offrire lo spaccato di un mondo che di lì a poco si sarebbe aperto al cristianesimo prima che secoli di storia, di sovrapposizioni o di leggende nascondessero in parte l’ immagine autentica di una terra che i piedi di Gesù, di lì a poco avrebbero cominciato a percorrere. Per rivivere idealmente quel lontano cammino che mi condurrà verso quella debole luce che appena rischiara una grotta dove ogni giorno sostano in preghiera migliaia di fedeli”.

A Gerusalemme al Museo dei Rotoli esposta la più antica copia dei Dieci Comandamenti e la Nano Bibbia, la più piccola in ebraico al mondo

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

Il minuscolo manoscritto dai Rotoli di Qumran con la più antica copia dei 10 Comandamenti in mostra a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

La caratteristica cupola del Museo di Israele a Gerusalemme

Il più antico e completo documento con una versione integrale dei Dieci comandamenti è eccezionalmente esposto a Gerusalemme nell’ambito della mostra “Una breve storia dell’umanità” che si tiene da maggio 2015 a gennaio 2016 nel museo d’Israele di Gerusalemme per festeggiare insieme con altre mostre il cinquantenario del Museo. Durante l’esposizione, il minuscolo manoscritto di 45,7×7,6 centimetri, che ha oltre duemila anni ed è la più antica copia che sia mai stata ritrovata, scritta in ebraico, del Decalogo contenuto nel libro biblico del Deuteronomio, parte dei famosi Rotoli del Mar Morto (scoperti casualmente, in fasi successive, tra il 1947 ed 1956, vicino alle rovine dell’antico insediamento di Qumran), viene protetto da una teca climatizzata: normalmente il documento è custodito presso le strutture dell’Antiquities Authority israeliana, in condizioni di conservazione particolarmente attente. E qui tornerà entro giugno: la miniatura, dopo neppure un mese di esposizione, verrà infatti sostituita da “un originale su copia” realizzato dalle stesse autorità israeliane che l’hanno in custodia. “Sono più di 20 anni”, spiega Tania Coen Uzielli curatrice dell’evento, “che la copia non viene mostrata in pubblico a causa della sua delicatezza. Ma è conservata benissimo ed è perfettamente leggibile. Direi in maniera stupefacente: come se dovesse giungere per forza fino a noi. In quel manoscritto sono contenute le regole della nostra civiltà, non solo religiose ma morali”.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti tra il 1947 e il 1956 vicino a Qumran, in Israele

Della mostra “Breve storia dell’umanita”, ispirata al bestseller di Yuval Noah Harari, fanno parte tutta una serie di oggetti (15) che rappresentano altrettante tappe storiche della civiltà: dai primi segni dell’uso del fuoco circa 800mila anni fa ai primi utensili fatti dall’uomo (tra questi alcuni per la caccia all’elefante), passando attraverso i vari progressi in agricoltura, l’invenzione della scrittura (con tavolette mesopotamiche risalenti a 5mila anni fa), le prime monete fino ai manoscritti di Einstein sulla Relatività.

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra

La Nano Bibbia, che sta sulla punta di un dito, è esposta alla mostra “Breve storia dell’umanità” a Gerusalemme

“The Shrine of the Book” al museo di Israele di Gerusalemme

In concomitanza con le celebrazioni per i 50 anni del Museo – che prevede altre mostre oltre a “Breve storia dell’umanità” – vi sono due speciali esposizioni nello “Shrine of the Book” dove sono appunto conservati i Rotoli del Mar Morto, aperto al pubblico nel mese di aprile 1965, come preludio all’inaugurazione dell’intero campus del Museo. In mostra è un display dedicato che esamina la storia del Santuario stesso. Come contrappunto contemporaneo alla storia antica dei Rotoli del Mar Morto sarà esposto per la prima volta il più piccolo esempio al mondo di Bibbia ebraica, la Nano Bibbia creata dal Russell Berrie Nanotechnology Institute dell’Istituto Technion-Israel of Technology.