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Estate al Mamv 2018: al museo Archeologico di Montereale Valcellina (Pn) un’estate ricca di storia, cultura e divertimento nel segno di “Palmira, la sposa del deserto”. Mostra fotografica di Elio Ciol, serata Palmira con film di Castellani su Khaled al Asaad. E poi archeo teatro con i Papu ed escursione al castello

La via Colonnata a Palmira in uno scatto del fotografo Elio Ciol del 1996, protagonista a Montereale Valcellina

Esposizioni, percorsi, cinema e teatro: è l’Estate al Mamv 2018, il museo Archeologico di Montereale Valcellina (Pn), un’estate ricca di storia, cultura e divertimento nel segno di “Palmira, la sposa del deserto”. Le iniziative si svolgono sia nel museo, sia nella corte interna del tardoseicentesco Palazzo Toffoli, sede anche della biblioteca civica e della biblioteca archeologica, nonché perno delle attività culturali del territorio. Il cinema e il teatro archeologico (quest’ultimo proposto da I Papu, duo comico di enorme ironia e bravura, che ogni anno produce uno spettacolo inedito dedicato ud una grande scoperta archeologica della storia) si svolgono all’aperto, incorniciati dalle prealpi pordenonesi. “Sfruttando le caratteristiche architettoniche della corte”, spiega Luca Marigliano, direttore del museo Archeologico di Montereale Valcellina, “quest’anno abbiamo allestito anche una spettacolare foto-installazione con 5 gigantografie del maestro fotografo Elio Ciol, dedicate a Palmira, foto scattate dal grande fotografo nel 1996. corredate da altre 50 foto dell’autore dedicate allo stesso sito siriano nonché ad altri contesti archeologici libici, mostrate ad altissima definizione in video. L’obiettivo è proporre una riflessione sulla tutela del patrimonio archeologico, tema portante di gran parte degli incontri 2018”. E allora vediamo meglio il programma.

La via colonnata di Palmira chiusa dal monumentale arco trionfale (distrutto dall’Isis) in una foto di Elio Ciol del 1996

Palmira, il focus 2018. Fino al 30 settembre 2018 (sabato e domenica, dalle 16.30 alle 19.30. Aperture straordinarie: 14 e 15 agosto, dalle 16.30 alle 19.30. Ingresso libero), nella corte di Palazzo Toffoli, la grande mostra “Palmira, sposa del deserto”, in ricordo di Khaled al-Asaad, l’archeologo, direttore-custode del sito Unesco, trucidato dall’Isis il 18 agosto 2015: la mostra, a cura di Eupolis studio associato, è una foto-installazione dedicata allo splendido sito archeologico di Palmira in Siria. Cinque spettacolari immagini in grandissimo formato del maestro Elio Ciol, esposte con altre foto proiettate a video. A un anno dalla mostra fotografica “Sguardi su Palmira” nella Domus e Palazzo Episcopale di Aquileia (Ud) (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/07/01/archeologia-ferita-ad-aquileia-gli-eventi-collaterali-alla-mostra-volti-di-palmira-ad-aquileia-apre-morandi-bonacossi-sulla-distruzione-della-memoria-in-iraq-e-si/), Elio Ciol torna sul tema dell’archeologia ferita, proponendo alcuni scatti eseguiti in bianco e nero 29 marzo 1996, quindi quasi vent’anni prima della violenza subita da Palmira . “Elio Ciol, che della fotografia europea è riconosciuto protagonista”, scrive Fulvio Dell’Agnese, “da oltre mezzo secolo si misura con gli antitetici poli della sua arte: istantaneità e permanenza. Le scene di vita popolare fissate negli scatti degli anni Cinquanta parlavano dell’emozione umana in presa diretta, mentre lo sguardo di Ciol si è spinto oltre il quotidiano in memorabili serie di immagini dedicate al paesaggio e all’idea del sacro. L’immediatezza del reale e la sua trasfigurazione poetica si fondono anche nelle fotografie che l’autore scattò a Palmira nel 1996. I soggetti sono architetture e sculture, segnacoli di permanenza secolare contemplati da uno sguardo che li rispetta quali opere d’arte, ma contemporaneamente ne ricompone e fa proprie le geometrie nella metafisica libertà del chiaroscuro, proiettandole contro incombenti cieli cinerei. L’addensarsi di un presagio? Fatto sta che i monumenti vengono ripresi pochi anni – istanti, in termini storici – prima del loro ritorno a una fragilità del tutto quotidiana, vittime dell’opaca violenza di una bestialità distruttiva”.

La distruzione del tempio di Baal Shimin a Palmira, patrimonio dell’Unesco, da parte dei miliziani dell’Isis

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Serata Palmira. Venerdì 28 settembre 2018, nell’ultimo week end della mostra “Palmira. Sposa del deserto”, serata omaggio al grande archeologo Khaled Asaad. Alle 18.30, nella sala conferenze “Roveredo” a Palazzo Toffoli, il giornalista Graziano Tavan, curatore dell’archeoblog archeologiavocidalpassato, interverrà su “Siria in fiamme. Il caso Palmira. Da Zenobia all’Isis”: sarò un “viaggio” nella storia e nel tempo dai fasti di Palmira nell’antichità, divenuta famosa per una sua regina speciale, Zenobia, all’attuale situazione seguita alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti simbolo da parte delle milizie dell’Isis. L’incontro introduce alla visione del film di Alberto Castellani, “Khaled al-Asaad, Quel giorno a Palmira (Italia, 2015; 24’). Il documentario raccoglie le immagini e le impressioni di un viaggio alla volta di Palmira effettuato dal regista nei primi anni del 2000 e riporta tra l’altro l’intervista rilasciatagli allora da Khaled al-Asaad, responsabile del sito e del locale museo, impegnato nella difesa di un patrimonio archeologico che è fra i più importanti e preziosi al mondo, assassinato dai miliziani dell’Isis nel 2015.

La corte di Palazzo Toffoli sede degli spettacoli estivi a Montereale Valcellina

Archeomovies. Grazie alla collaborazione con la Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto (Tn), e alla disponibilità della Fondazione Museo Civico Rovereto, è stato possibile inserire nel programma dell’Estate al Mamv, due serate all’insegna dell’archeologia, spaziando tra avventura, paesaggi straordinari e attualità. La prima l’11 luglio 2018, con il film “Tesori in cambio di armi / Des tresors contre des armes” di Tristan Chytroschek (Francia, 2014; 51’; doppiato in italiano). Il commercio di antichi tesori d’arte finanzia la guerra e la violenza, secondo quanto riferito da Interpol e FBI. La documentazione dimostra come i profitti derivanti dal mercato dell’antiquariato sostengano la fornitura di armi a gruppi terroristici. Ma da dove vengono questi tesori? Mentre in Afghanistan vengono depredate alcune tombe in un tempio buddista, la città siriana di Palmira viene sistematicamente saccheggiata. La seconda serata mercoledì 25 luglio 2018, alle 21.30, con il film “Petra, perduta città di pietra” di Gary Glassman (2015, 52’; doppiato in italiano). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del Mondo Antico, Petra rappresenta un formidabile enigma: da chi, come e perché è stata costruita in quel luogo remoto? Oggi gli studi internazionali avviati da più di 20 anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono, emerge un’autentica capitale del deserto. Per chi lo desidera, in occasione di Archeomovies, dalle 20.30 alle 21.30, ingresso ridotto al museo per tutti, con percorso assistito incluso.

Il duo comico I Papu

Teatro archeologico et alia. Venerdì 14 settembre 2018, alle 21, in Corte di Palazzo Toffoli (in caso di maltempo sarà indicata una sede alternativa). Archeo Papu in “Vita di Otzi (o qualcosa di Similaun)”. Nuovo esilarante appuntamento con le grandi scoperte archeologiche raccontate dai Papu, questa volta l’avventura sarà tra i ghiacci delle Alpi. Ingresso libero allo spettacolo, posti limitati fino a esaurimento. È necessario prenotare il posto registrandosi in http://www.eupolis.info, nella sezione “Attività in corso”. Invece venerdì 10 e venerdì 24 agosto 2018, alle 21, al Mamv, sarà la volta de “Il museo al buio”, un percorso avvolti dall’oscurità, tra antiche spade e resti di vasi: visitare al buio un museo archeologico è un’esperienza affascinante da non perdere. Ovviamente è consigliato dotarsi di una torcia elettrica.

Il castello tardo-antico e alto-medievale di Montereale Valcellina

Tutti al castello. Domenica 23 settembre 2018, alle 9, per salutare l’estate un’affascinante escursione in castello per scoprire il sito archeologico del castello d Montereale, da cui si gode un panorama unico. Al ritorno percorso al museo archeologico. L’escursione è a pagamento: 8 euro a partecipante incluso il costo del biglietto di ingresso al museo. In caso di maltempo l’escursione verrà annullata. Per info e prenotazioni: info@eupolis.info. “I resti del Castrum Montis Regalis sorgono sulla cima di un colle situato alla destra del Cellina”, si legge sul sito dell’università di Trieste (http://siticar.units.it/). “La posizione strategica permetteva il controllo della valle sottostante, percorsa dalla strada di collegamento dei diversi siti fortificati che sorgevano lungo la pedemontana pordenonese (tra i quali si possono ricordare in particolare quelli di Maniago, Meduno, Toppo e Pinzano). Nel castello si sono svolte cinque campagne di scavo sistematico tra gli anni 1983-1986 e il 1990. Tali indagini hanno permesso di verificare, dopo una prima frequentazione del sito in epoca protostorica documentata solo da reperti sporadici, una continuità di utilizzo del monte a scopo difensivo a partire dall’epoca tardo antica. In particolare è stato possibile ricostruire una prima occupazione, da datare al IV secolo d.C., e successivamente una fase, detta “delle fucine” perché caratterizzata da numerose tracce di lavorazione del ferro, che, con ogni probabilità, risale al periodo altomedievale. Le strutture del castello vero e proprio furono costruite intorno al 1200. Il complesso allora si articolava in una grande torre con cortina muraria, in alcuni edifici, forse abitativi, appoggiati alle mura e in una torre portaia che ne costituiva, probabilmente, l’accesso principale. Gli archeologi hanno, poi, riconosciuto testimonianze riconducibili all’abbandono degli occupanti ufficiali del castello, e a posteriori fasi relative a insediamenti provvisori, alla frequentazione da parte di pastori, a crolli e a spoliazioni delle strutture. Gli studiosi ritengono che l’abbandono definitivo del sito sia avvenuto in seguito ai devastanti effetti dei terremoti del 1511 e del 1575”.

Gli spazi espositivi del museo Archeologico di Montereale Valcellina

Il museo Archeologico di Montereale Valcellina

L’Estate al Mamv è anche un’occasione per visitare il museo Archeologico di Montereale Valcellina, allestito di recente nel prestigioso complesso edilizio seicentesco di Palazzo Toffoli, dove sono esposti reperti archeologici frutto di un’intensa attività di scavo e studio condotta sul territorio comunale durante l’ultimo ventennio del 1900. Le ricerche, condotte dalla soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, hanno portato alla luce una serie di reperti che testimoniano l’utilizzo dell’area in modo continuativo dal Bronzo Recente (XIV sec. a.C.) fino ad oggi, con periodi di maggiore o minore intensità. Tra le varie fasi di occupazione del sito spicca soprattutto l’abitato del V sec.a.C. con i ritrovamenti della cosiddetta Casa dei dolii. Spade e armi offerte alle acque, grandi vasi decorati, tracce di abitazioni e di attività artigianali, monili metallici sono solo alcuni dei reperti che fanno da tappa in un affascinante viaggio nel passato. Durante l’estate (da maggio a settembre) il museo è aperto la domenica dalle 16.30 alle 19.30. Invece da ottobre ad aprile ogni primo sabato del mese dalle 15 alle 18.

Al via la 7.ma edizione di Aquileia Film Festival: tre serate ad Aquileia nella prestigiosa piazza Capitolo con film della rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto e le conversazioni di Piero Pruneti con Cardini, Cereti e Manfredi

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Dal 27 al 29 luglio 2016 la 7.m edizione di Aquileia Film Festival in piazza Capitolo

Tre sere speciali per un tuffo nel passato: dal 27 al 29 luglio 2016 piazza Capitolo di Aquileia, davanti alla famosa basilica patriarcale dell’XI secolo, ospita alle 21  la settima edizione di Aquileia Film Festival, la rassegna di cinema di archeologia a ingresso libero organizzata da Fondazione Aquileia insieme ad Archeologia Viva e rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto/Fondazione Museo Civico Rovereto. Ancora una volta è l’archivio della Rassegna del cinema archeologico di Rovereto a fornire i titoli de palinsesto del festival dove spiccano due film del regista americano Gary Glassman, particolarmente interessanti e pluripremiati: uno su Santa Sofia, l’altro su Petra. Le proiezioni ogni sera sono intervallate da “conversazioni” a cura di Piero Pruneti, direttore della rivista Archeologia Viva, secondo la formula ben collaudata di Rovereto. Ad Aquileia tre ospiti di eccezione: Franco Cardini, Carlo Cereti e Massimo Manfredi.

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival

I protagonisti del film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova che apre il festival di Aquileia

Ecco il programma. Si inizia mercoledì 27, alle 21, con il film “Cercando Djehuty” di Javier Trueba e José Latova (Spagna). Tra mummie, tombe e geroglifici, la storia di tredici scavi archeologici in Egitto sulle tracce di Djehuty, il supervisore del Tesoro di Hat-shep-sut, il primo faraone donna. I loro nomi sono stati sistematicamente cancellati 3500 anni fa per eliminarne il ricordo. Oggi un team scientifico internazionale ne ricostruisce la memoria indagando la necropoli di Ora Abu el-Naga a Luxor. Segue la conversazione con Franco Cardini, storico, saggista e grande esperto di Islam e Medio Oriente, che presenterà i suoi ultimi libri editi da Laterza “L’Islam è una minaccia (Falso!) e “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia”. Quindi il film “Santa Sofia – Antichi misteri di Istanbul” di Gary Glassman (Usa). La basilica di Santa Sofia a Istanbul (oggi museo), poggia dal 537 su una faglia sismica che non cessa di destare preoccupazioni. Gli studi condotti da architetti, ingegneri e sismologi cercano soprattutto di comprendere i segreti della resistenza ai sismi della sua gigantesca cupola e sperano di scoprirne le debolezze nascoste.

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

La mostra "Leoni e tori dall'antica Persia ad Aquileia": ne parla Carlo Cereti

La mostra “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”: ne parla Carlo Cereti

La seconda giornata giovedì 28 luglio inizia (sempre alle 21) con il film “Petra – la città perduta di pietra” di Gary Glassman (Usa). Perduta al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, Petra rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre venti anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Quindi in programma c’è la seconda conversazione del Festival. Ospite Carlo Cereti, addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, che in occasione della mostra sull’Iran “Leoni e tori dall’antica Persia ad Aquileia”, allestita al museo Archeologico nazionale di Aquileia, traccerà un quadro dell’Iran di oggi e di una cultura che ha avuto molti contatti col mondo occidentale. Chiude la serata “Il mistero del relitto del Baltico e la battaglia navale del 1712” di Florian Dedio (Germania). Il punto dove ebbe luogo una battaglia navale tra Svezia e Danimarca e il numero delle navi affondate sono rimasti ignoti per 300 anni. Nel 2011, un team di archeologi e storici ha battuto le acque del Baltico e scavato negli archivi navali di Svezia e Danimarca, scoprendo così diversi relitti della battaglia e documenti che descrivono l’accaduto. Con le riprese dei lavori e le ricostruzioni digitali dei relitti, il film rivela i segreti di una delle più grandi battaglie navali del Baltico.

L'archeologo Valerio Massimo Manfredi

L’archeologo Valerio Massimo Manfredi

Terza e ultima giornata venerdì 29 luglio. Alle 21 si apre con il film “Guerrieri rubati” di Wolfgang Luck (Germania). Come può una statua del tempio più famoso della Cambogia finire in un catalogo d’asta di Sotheby? Il documentario narra la storia di un caso spettacolare di trafugamento d’arte. Seguiamo la rotta della scultura di un guerriero sottratta da un tempio Khmer fino ad arrivare a un’elegante casa d’aste a New York. Un viaggio investigativo nel torbido mondo del commercio di antichità. Quindi incontro con lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi, per la terza conversazione a cura di Piero Pruneti. Chiude la 7. Edizione di Aquileia Film Festival l’assegnazione al film più votato dal pubblico nel corso delle tre serate del Premio Aquileia, un pregiato mosaico realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli.

Dai misteri di Petra alle palafitte del Basso Garda ai primi Homo sapiens in Australia: la XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto ha decretato i film vincitori

La premiazione della regista iraniana Mahvash Sheikholeslami, vincitore del concorso Paolo Orsi del 2011

La premiazione della regista iraniana Mahvash Sheikholeslami, vincitore del concorso Paolo Orsi del 2011 col film “Kool Farah”

Gli organizzatori della XXVI rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto hanno aspettato che si svegliasse, dall’altra parte dell’oceano, per dargli la buona notizia: il suo film “Petra. Lost city of stone” aveva vinto il premio Città di Rovereto – Archeologia Viva del pubblico. E lui, il regista Gary Glassman, visibilmente soddisfatto, da Rhode Island, nell’East coast degli Stati Uniti, ha ringraziato con un videomessaggio la platea roveretana. Anche questo è la Rassegna di Rovereto che si è chiusa sabato 10 ottobre 2015 con le premiazioni dei migliori film in concorso. Secondo e terzo classificato “Australie: l’aventure des premiers hommes. Les grands nomades/Australia: l’avventura dei primi uomini. I grandi nomadi” e “Les génies de la grotte Chauvet/I grandi maestri della grotta Chauvet”. Invece il premio biennale “Paolo Orsi”, assegnato da una qualificata giuria internazionale, è stato assegnato ex aequo ad “Australie: l’aventure des premiers hommes” e a “Carpentieri e falegnami nell’età del bronzo. Tecniche costruttive, strutture abitative di una popolazione vissuta migliaia di anni fa nei Siti Unesco di Bande di Cavriana e Castellaro Lagusello”, dunque alle case di produzione Contact Films e Zefiro Film-Museo Archeologico Alto Mantovano. La menzione speciale Archeoblogger 2015 e la menzione speciale CinemAMoRe 2015, novità di quest’anno, sono andate rispettivamente a “Tà gynaikeia. Cose di donne” di Lorenzo Daniele e a “Mustang – The hidden kingdom/Mustang, il regno nascosto” di Patrice Landes. La presenza, nella giuria internazionale, della regista iraniana Mahvash Sheikholeslami, ha permesso finalmente agli organizzatori – a distanza di quattro anni – di consegnarle il premio “Paolo Orsi” che le era stato assegnato appunto nel 2011 per il film “Kool Farah” ma non aveva mai avuto la possibilità di ricevere.

Ma vediamo meglio i film premiati. “Petra – Lost city of stone. Petra – perduta città di pietra” di Gary Glassman, prodotto da Providence Pictures nel 2015, descrive la città perduta di Petra al confine di tre grandi deserti e ricca di monumenti tra i più spettacolari e più misteriosi del mondo antico, città che rappresenta un formidabile enigma. Oggi gli studi internazionali avviati da oltre vent’anni cominciano a dare frutti sorprendenti: dalle sabbie e dalle leggende che l’avvolgono emerge un’autentica capitale del deserto. Due i vincitori del XII premio Paolo Orsi. “Australie: l’aventure des premiers hommes” di Martin Butler e Bentley Dean, prodotto nel 2013 da Contact Films. 60mila anni fa, un ostinato gruppo di Homo Sapiens, dopo aver percorso la costa sud dell’Asia, compie la prima grande traversata oceanica e giunge in Australia. Al lago Mungo sono stati scoperti il più vecchio sito di incinerazione, la più vecchia ascia lucidata e la più vecchia mappa del mondo. Mutate condizioni climatiche causano condizioni di vita estremamente dure a cui il gruppo risponde con un’esplosione di arte e di progresso tecnologico. La giuria lo ha premiato per “le qualità tecniche di quest’opera che sommate al forte valore di testimonianza ci consegnano eccellente e toccante film”. Ex aequo il film “Carpentieri e falegnami nell’età del bronzo. Tecniche costruttive, strutture abitative di una popolazione vissuta migliaia di anni fa nei Siti Unesco di Bande di Cavriana e Castellaro Lagusello” di Mario Piavoli, prodotto nel 2015 da Zefiro Film-Museo Archeologico Alto Mantovano. Sulla base di quanto rinvenuto e documentato nel corso degli scavi condotti sulla palafitta di Bande di Cavriana e nell’abitato lacustre di Castellaro Lagusello (di recente inseriti nel patrimonio Unesco), il film illustra le fasi di lavoro, le tecniche costruttive e la fedele ricostruzione di alcuni elementi delle strutture abitative di una popolazione vissuta nell’entroterra meridionale del lago di Garda migliaia di anni fa. La giuria ha apprezzato proprio le immagini di questo film italiano: “Alcuni uomini costruiscono una casa come se non avessero mai fatto altro… e noi gli siamo accanto, migliaia di anni fa”.

Archeologia sperimentale a Roma. Ricostruito per un film un “montabelve” del Colosseo, uguale ai 28 montacarichi originali che portavano le bestie feroci nell’arena. Sarà la nuova attrazione dell’anfiteatro flavio, e valorizzerà l’arena coperta

L'imponente montacarichi per le belve realizzato come l'originale nelle viscere del Colosseo

L’imponente montacarichi per le belve realizzato come l’originale nelle viscere del Colosseo

Per l'inaugurazione del Colosseo l'imperatore Tito diede cento giorni di giochi

Per l’inaugurazione del Colosseo l’imperatore Tito diede cento giorni di giochi

Le belve, per fortuna, non ci sono più. Ma il montacarichi è proprio uguale a quello che quasi duemila anni fa, da Domiziano in poi, dai sotterranei del Colosseo portava le bestie feroci nell’arena per gli spettacoli di caccia (le venationes). Una grande gabbia di 1 metro e 80 per 1.40, alta un metro, che un sofisticato meccanismo di carrucole e tornio, azionato dalla forza di 8 uomini, riesce a far salire per 7 metri, dai bui sotterranei alla luce abbacinante dell’arena. Ricostruito con esattezza filologica dagli ingegneri Umberto Baruffaldi e Heinz Beste, che hanno lavorato al prototipo per 15 mesi con la supervisione della soprintendenza, torna a vivere nel Colosseo uno dei 28 montacarichi, di fatto stupefacenti macchine sceniche, che dall’epoca dell’imperatore Domiziano a Macrino assicuravano il sollevamento delle belve dai sotterranei per offrire uno spettacolo unico e sorprendente come in nessun altro anfiteatro dell’impero romano, funzionando anche come una straordinaria macchina del consenso.

Mosaico romano con raffigurati i giochi gladiatori nell'anfiteatro

Mosaico romano con raffigurati i giochi gladiatori nell’anfiteatro

La "damnatio ad bestias"

La “damnatio ad bestias”

All’inizio le venationes (combattimenti tra e con animali) si tenevano al mattino, come introduzione e complemento ai giochi gladiatori, che iniziavano nel pomeriggio: all’ora di pranzo invece andavano in scena le condanne a morte, cioè l’uccisione di condannati da parte di animali feroci (damnatio ad bestias). C’erano elefanti, orsi, tori, leoni, tigri: bestie feroci catturate in tutto l’impero, trasportate a destinazione e custodite in appositi luoghi chiamati vivaria sino al giorno dello spettacolo. Il numero di animali uccisi era stupefacente: per l’inaugurazione del Colosseo, ad esempio, l’imperatore Tito diede giochi per cento giorni, durante i quali morirono circa 2mila gladiatori e 9mila animali. Nel Colosseo gli animali feroci non potevano però accedere nell’arena dalle normali entrate, pertanto venivano portati nell’anfiteatro poco prima dello spettacolo e tenuti nei locali sotterranei dentro gabbie che poi erano sollevate da argani sino ai cubicoli posti tutt’intorno al podium, corrispondenti a botole che si aprivano sul piano dell’arena. Possiamo immaginare queste decine di belve sollevate simultaneamente sull’arena, una vera macchina dello spettacolo che proiettava in scena non solo bestie feroci, ma anche lupi, struzzi, cervi e felini animando spettacoli di caccia, e utilizzando la sua struttura anche per le condanne a morte. E se le bestie si rifiutavano di entrare nell’arena, alcuni inservienti (magistri) usavano delle torce per farle uscire. In caso di attacco da parte degli animali, questi inservienti potevano ritirarsi dentro alcune gabbie poste contro il muro del podio.

Per alzare la gabbia con le belve serviva la forza coordinata di otto uomini

Per alzare la gabbia con le belve serviva la forza coordinata di otto uomini

Il ministro Dario Franceschini  al Colosseo

Il ministro Dario Franceschini al Colosseo

Ora il “montabelve” – come già qualcuno chiama questo esempio di archeologia sperimentale – torna nei sotterranei del Colosseo, ricostruzione di una delle 28 strutture utilizzate dagli imperatori dell’Antica Roma per gli spettacoli nell’arena. C’è da scommettere che la struttura, ricostruita con materiali e meccanismi uguali a quelli usati dai romani, sarà la nuova attrazione dei visitatori. Il montacarichi è stato presentato nei giorni scorsi dal ministro dei Beni Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, dalla direttrice del Colosseo, Rossella Rea, dal soprintendente speciale per il Colosseo e l’area archeologica di Roma, Francesco Prosperetti, e dal regista Gary Glassman, presente in veste di promotore della Providence Pictures che ha finanziato il progetto. “Sono molto contento di questa giornata”, afferma Franceschini. “Il Colosseo in tutta la sua grandiosità e maestosità non è solo simbolo di Roma, ma dell’Italia nel mondo. L’inaugurazione di questo bellissimo montacarichi aiuterà a capire la bellezza straordinaria di questo luogo. Oggi le nuove tecnologie consentiranno, senza interventi invasivi, di valorizzarlo fino in fondo. La positiva collaborazione tra il pubblico e il privato nella ricostruzione di uno dei più complessi apparati scenografici dell’antichità, dimostra quanto ancora si possa fare per la valorizzazione del Colosseo. La suggestione di questa macchina scenica potrà essere colta appieno quando sarà restituita l’arena all’anfiteatro Flavio, tra cinque anni” (per il progetto di copertura dell’arena, vedi il post https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/05/19/roma-il-colosseo-avra-di-nuovo-larena-come-era-fino-allottocento-franceschini-coi-diritti-tv-degli-eventi-si-pagheranno-i-restauri-dellarea-archeologica/).

La ricostruzione dell'arena coperta con la botola da cui uscivano le bestie feroci

La ricostruzione dell’arena coperta del Colosseo con la botola da cui uscivano le bestie feroci

Una scena del film "Colosseum. Roman Death trap"

Una scena del film “Colosseum. Roman Death trap”

Circa 200mila euro, spiega il direttore del monumento Rossella Rea, il costo dell’operazione del montacarichi delle belve nata dalla collaborazione tra la soprintendenza speciale per il Colosseo, il museo nazionale Romano, e l’Area archeologica di Roma e la Providence Pictures, che nel 2013 propose la ricostruzione di un montacarichi per la realizzazione del documentario “Colosseum – Roman death trap”, del regista Gary Glassman, assumendosi i costi dell’intera operazione. La proposta venne colta dalla soprintendenza. Misurarsi con un manufatto che corrisponda ai segni sopravvissuti sulle murature del sotterraneo, avrebbe potuto contribuire a far luce su aspetti ancora non completamente indagati dagli studiosi e sconosciuti al pubblico. Rossella Rea rilanciò con due proposte, chiedendo che il dispositivo scenico doveva essere fedele all’originale, e funzionare e durare oltre la realizzazione del film a beneficio di studiosi e visitatori. “Si tratta di un intervento di archeologia sperimentale unico al mondo – afferma Rea – un manufatto posizionato con estrema precisione nella collocazione originale, senza neanche sfiorare le strutture antiche. Per il Colosseo un’ulteriore attrazione che andrà ad arricchire l’esperienza offerta ai visitatori del monumento simbolo di Roma”.

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi

La complessa struttura lignea che sorreggeva il montacarichi

Sotto la direzione di Rea, il progetto è stato realizzato dall’ingegnere Umberto Baruffaldi con la consulenza scientifica dell’ingegnere Heinz Beste, dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, e dall’architetto Barbara Nazzaro. Il documentario “Colosseum – Roman death trap”, già divulgato in America e ora in distribuzione nel resto del mondo, segue passo dopo passo la progettazione del macchinario. “È un importante intervento di archeologia sperimentale che porta un valore aggiunto all’anfiteatro – sottolinea Prosperetti – svelandoci in concreto cosa potessero essere gli spettacoli al Colosseo. In questi anni ci stiamo sforzando di cambiare la percezione che i visitatori hanno di questo luogo. Vogliamo far parlare questo monumento, e parte della sua storia. La ricostruzione dell’intera arena, su cui stiamo lavorando, dovrà restituire in chiave contemporanea questa grandiosa macchina scenica, che dal III secolo è arrivata ad avere ben 60 ascensori, oltre 20 piani inclinati utilizzati per sollevare le scenografie”.

La gabbia sollevata dal montacarichi misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna

La gabbia sollevata dal montacarichi misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna

La gabbia misura 180 cm per 140, con un metro di altezza interna. L’ascensione, di circa 7 metri, è ottenuta, invece, con 15 giri di argano. Per far funzionare il montacarichi delle belve, dal peso complessivo di 3300 kg, sono necessari 8 uomini schierati nella parte inferiore del montacarichi, più tre manovratori posizionati sul piano superiore della struttura. Dopo la messa in onda del documentario di Glassman, la macchina scenica sarà resa visibile a tutti i visitatori, entrando a far parte dei percorsi didattici e delle visite guidate al Colosseo, mostrando tutti i meccanismi anche se per il momento senza “movimentazione”. “Una cosa davvero straordinaria e unica”, commenta Franceschini. Realizzato in legno (il prototipo fu mostrato anche al presidente Usa Obama, durante la sua visita all’anfiteatro Flavio) il “montabelve” poteva sollevare fino a 300 chili di carico “cervi, antilopi, cinghiali”, dice Rea, ma anche leopardi, struzzi, lupi, persino orsi, le cui ossa sono state trovate nelle fogne del Colosseo.