Archivio tag | Gaio Giulio Cesare

#iorestoacasa. Il museo Archeologico nazionale di Altino ci fa conoscere un sesto reperto “imperdibile”: una collana d’oro di produzione tarantina della fine II-I sec. a.C.

Vado al Parco archeologico di Paestum per vedere la Tomba del Tuffatore. E vado ad Altino per vedere…? È la sesta “provocazione” del museo Archeologico nazionale per presentare il sesto reperto “imperdibile”: una collana d’oro (fine II-I sec. a.C.) da un rinvenimento sporadico del 1985 presso la via Claudia Augusta Altinate. Nel video di Francesca Farroni Gallo, il testo e la voce narrante sono di Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e dell’area archeologica di Altino.

La collana d’oro di produzione tarantina (fine II-I sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Altino (foto SABAP-Veneto)

La collana d’oro ci porta ad Altino in un periodo turbolento della Repubblica romana. “Erano tempi duri”, ci racconta Marianna Bressan “Giulio Cesare era appena stato assassinato a Roma. Dopo il colpo di Stato si erano scatenate le lotte per il potere: Antonio, Lepido, Ottaviano, tra i principali contendenti, sorretti dai rispettivi eserciti, avevano stretto un patto, ma continuavano a lottare per la supremazia. In quegli anni Antonio teneva la Cisalpina. Il suo esercito era guidato dal generale Asinio Pollione. Veniva sempre in città per cercare uomini da reclutare e soldi per finanziare le proprie imprese di guerra. Avevamo un piccolo tesoro in famiglia, una collana d’oro arriva a noi da chissà da quale progenitrice. Era antica. Era stata fatta almeno cento anni prima da un artigiano di Taranto che aveva imparato la tecnica dai greci, o era greco lui stesso, chissà. La lavorazione era raffinatissima, una fascia che aderiva perfettamente al collo composta da due coppie di catenelle collegate da elementi biconici cavi. Sulle clavicole cadevano una trentina di pendaglietti a forma di foglia. Il fermaglio a gancio era preceduto da due cordoncini con la superficie zigrinata. La indossavamo per le grandi occasioni, ci sentivamo delle regine. Ma erano tempi duri. Non potevamo di cedere questo tesoro di famiglia agli appetiti che finiranno per distruggere la Repubblica. Così un giorno chiudemmo la collana d’oro in uno scrigno e lo sotterrammo fuori città, vicino alla strada che saliva verso il Sile. Non la rivedemmo mai più”.

“Le Passeggiate del Direttore”: col 25.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci porta nel nuovo Egitto, quello successivo alla conquista di Alessandro Magno: con l’epoca greco-romana è l’Egitto di Cleopatra e dei Tolomei

Nel 332 a.C., con l’esercito di Alessandro Magno che conquista la terra dei faraoni, l’Egitto entra in una nuova fase che affronta il 25.mo appuntamento con le “Passeggiate del direttore”. Christian Greco ci spiega “Cleopatra e l’Egitto dei Tolomei”. Al museo Egizio di Torino c’è un reperto molto interessante che introduce questa nuova fase: è un elmo macedone, probabilmente appartenuto a uno dei soldati che erano al seguito di Alessandro Magno nella conquista del Paese. “Questo elmo a pilos”, spiega Greco, “ha un’iscrizione sulla parte frontale in cui leggiamo “Alexandrou tou Nikanoros”, ovvero “di Alessandro, il figlio di Nikanore” dove il nome con il patronimico indica appunto il soldato a cui questo elmo apparteneva”. Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno entra in Egitto, conquista il Paese, va all’Oasi di Siwa e si fa dichiarare figlio del dio Amon. “E lui stesso si farà raffigurare poi come vero faraone, nella cappella della barca al tempio di Luxor dove, come un vero faraone, fa l’offerta al dio Amon. Sappiamo che nella conquista di Alessandro Magno di quello che allora era il mondo conosciuto, la conquista procede a tappe forzate, ma Alessandro morirà nel 323 a.C. Coloro che poi avranno il potere in Egitto saranno i diadokoi, i suoi successori, e nella fattispecie la famiglia dei Tolomei”.

Tolomeo II Filadelfo nelle fattezze di faraone e in quelle ellenistiche: teste conservate al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Il nuovo Egitto è ben rappresentato da due teste di Tolomeo II Filadelfo, quello che rimane di due statue. “È interessante perché vediamo le modalità in cui esse potevano essere rappresentate”, fa notare Greco: “Da una parte la testa del faraone con la corona nemes con l’ureo al centro, quindi qui Tolomeo II si mostra come il vero faraone d’Egitto. Il faraone – ricordiamolo – dalla IV dinastia è “sa Ra”, figlio del dio Sole, è l’intermediario tra gli dei e gli uomini, è colui che è responsabile del mantenimento del maat, dell’ordine sulla terra. Nell’altra testa invece sempre Tolomeo Filadelfo è rappresentato con fattezze ellenistiche: sono le due culture che diventano ibride e che si influenzano l’una con l’altra”.

Particolare del busto della principessa tolemaica (Cleopatra?) al museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La principessa tolomaica: è la famosa Cleopatra? Vicino alle due teste di Tolomeo Filadelfo, vi è un busto di una principessa del quale si è molto parlato negli ultimi anni. “Nella didascalia”, sottolinea Greco, “scriviamo semplicemente “regina tolemaica” senza sbilanciarci. Perché? Perché alcuni ritengono che essa possa essere identificata come Cleopatra VII, la famosa Cleopatra, l’ultima regina tolemaica, colei che ebbe una relazione con Cesare e, dopo la morte di Cesare nel 44 a.C., con Marco Antonio. Colei che con Marco Antonio aveva un disegno importante di egemonia del Mediterraneo, disegno che venne a finire con la battaglia di Azio del 31 a.C. e la vittoria di Ottaviano. Momento che segna definitivamente la fine di qualsiasi forma di indipendenza dell’Egitto. Perché l’attribuzione è controversa? Si gioca tutto sul copricapo dove vediamo sembrano essere raffigurati tre urei. In realtà non siamo sicuri che si tratti di tre urei o di tre cobra perché forse quello centrale potrebbe essere stato la parte iniziale del volto di un avvoltoio. Infatti vediamo che ai lati della parrucca ci sono le piume di un avvoltoio. Ebbene, se fossero tre urei probabilmente questa statua potrebbe essere identificata con Cleopatra VII, o Cleopatra I o Arsinoe II. Quelle principesse e regine tolemaiche che avevano portato territori aggiuntivi all’Egitto stesso. Però su questo non siamo certi e vi è anche un altro elemento che pone alcuni dubbi: la resa del busto, con una veste molto attillata che invece sembrerebbe dare come indicazione cronologica l’inizio del regno dei Tolomei e non la fine. Però anche su questo elemento non c’è unanimità: una statua identificata come Cleopatra, conservata oggi all’Ermitage di San Pietroburgo, presenta una veste molto aderente, molto simile a quella che vediamo a Torino. Allora studi aggiuntivi sono necessari per capire se qui davanti a noi abbiamo Cleopatra VII o un’altra regina tolemaica. In ogni caso di sicuro abbiamo una rappresentante di questi diadokoi, di questi successori di Alessandro Magno che dominano nel Paese”.

Il direttore Christian Greco indica la figura di Cleopatra sulla stele cosiddetta di Callimaco (foto museo Egizio)

Un altro elemento interessante che ci attesta questo periodo è la cosiddetta stele di Callimaco, in cui da una parte è rappresentata Cleopatra VII, e dall’altra parte una rappresentazione di Cesarione, il figlio che lei ebbe con Cesare: Cleopatra fa un’offerta a Ra-Horakhti, mentre Cesarione fa un’offerta ad Amon. “Ebbene anche questo è un pezzo molto interessante. La superficie della stele non è omogenea: una parte è levigata invece una parte arretra. Che cosa è successo? Semplicemente questa era una stele più antica che è stata poi riutilizzata. È stata ridecorata dove sono state aggiunte le raffigurazioni di Cesarione e di Cleopatra, e dove è stata abbassata la superficie è stato aggiunto un testo in greco e in demotico. C’è dunque un’iscrizione bilingue e al contempo però c’è anche un’iscrizione geroglifica che si riferisce alle offerte votive che vengono fatte agli dei e che sono di un’età precedente. Ecco un tipo di esempio di come un oggetto possa raccontarci diverse storie, di come racchiude in sé la sua biografia che ci parla anche di un’evoluzione cronologica. Ci parla di un Egitto faraonico che entra in una nuova fase, in quella fase che noi chiamiamo greco-romana, interessantissima perché ci sono vari elementi di ibridazione con quella che è la cultura dominante, che è la cultura greca, e di cui l’Egitto diventerà uno dei centri propulsori, perché sarà proprio Alessandria, la nuova capitale, a diffondere la cultura greca in tutto il mondo”.

“Etiam periere ruinae”: Tivoli con una mostra dedicata a Khaled Asaad denuncia le devastazioni subite da Palmira e il legame tra le due città. La regina siriana Zenobia terminò i suoi giorni proprio a Tivoli

Zenobia, regina di Palmira, sconfitta dall'imperatore Aureliano, morì a Tivoli

Zenobia, regina di Palmira, sconfitta dall’imperatore Aureliano, morì a Tivoli

Il manifesto della mostra di Tivoli "Etiam periere ruinae"

Il manifesto della mostra di Tivoli “Etiam periere ruinae. Tivoli ricorda Palmira”

“Etiam periere ruinae”, scriveva nel I sec. d.C. Il poeta latino Marco Anneo Lucano nella sua “Pharsalia” conosciuta anche come “De bello civili”: “Sono morte perfino le rovine”, distruzione totale, completa, alludendo a una frase detta da Giulio Cesare visitando le rovine di Troia. Paragone non poteva essere più appropriato parlando di una distruzione dei nostri giorni: Palmira. E proprio mentre dalla martoriata Siria giungono nuove notizie drammatiche sulle sorti della “sposa del deserto”, che sarebbe di nuovo caduta nelle mani dei miliziani dell’Isis, Tivoli con una mostra-lampo “Etiam periere ruinae: Tivoli denuncia le devastazioni a Palmira”, alle Gallerie Estensi fino al 23 dicembre 2016, richiama l’attenzione su Palmira e le violenze subite, interpreta quanto è avvenuto negli ultimi mesi a Palmira e racconta il legame profondo che c’è tra le due città. La regina siriana Zenobia terminò i suoi giorni proprio a Tivoli. Alla caduta di Palmira per mano delle legioni di Aureliano, Zenobia – era il 274 d.C. – legata con catene d’oro,  fu esibita come trofeo per il trionfo dell’imperatore. Sul suo destino poi ci sono due racconti, che finiscono entrambi a Tivoli. Il primo sostiene che Zenobia sarebbe morta poco dopo il suo arrivo a Roma, per malattia, sciopero della fame o decapitazione, essendosi rifiutata di riconoscere Aureliano imperatore. E poi sarebbe stata sepolta nella Villa Adriana a Tivoli. L’altro racconto, invece, più a lieto fine, riferisce che Aureliano, colpito dalla sua bellezza e dignità e dal desiderio di grazia, liberò Zenobia e le concesse un’elegante villa a Tibur (l’odierna Tivoli), dove si suppone sia vissuta nel lusso e divenuta una filosofa influente.

Un'opera elaborata per la mostra di Tivoli che denuncia le devastazioni di Palmira

Un’opera elaborata per la mostra di Tivoli che denuncia le devastazioni di Palmira

L'archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall'Isis il 18 agosto 2015

L’archeologo siriano Khaled Asaad, decapitato dall’Isis il 18 agosto 2015

Ad esporre sono otto artisti, Annaluce Aglietto, Giovanni di Carpegna Falconieri, Lucio Castagneri, Paolo Garau, Francesco Grizi, Massimiliano Kornmüller, Nino La Barbera, Andrea Tudini, che denunciano le devastazioni nella città siriana.  “La comunità tiburtina”, spiega l’assessore alla Cultura e al Turismo, Urbano Barberini, “con questa mostra sulla magnifica e martoriata Palmira vuole significare la sua vicinanza allo straziato popolo siriano. Tivoli sempre attenta al recupero e alla valorizzazione delle sue radici e del suo patrimonio culturale non può essere sorda alle grida di dolore che provengono della città sorella Palmira”. La mostra, continua Barberini, “arricchisce il fitto calendario di eventi che anche quest’anno hanno reso le Scuderie Estensi protagoniste del panorama culturale del nostro territorio. È indubbia la valenza artistica dell’iniziativa, che vede coinvolti sia volti storici nell’ambito artistico nazionale, sia interessanti novità. Soprattutto mi preme sottolineare la valenza etica nel voler commemorare la città di Palmira, storicamente legata a quella di Tivoli, e nuovamente straziata dalla guerra. Con questa mostra si vuole tenere vivo il ricordo di uno dei siti archeologici patrimonio dell’Unesco, che nel 2015 è stato parzialmente distrutto dallo stato islamico, lasciandoci orfani di meravigliosi reperti archeologici, come un arco di trionfo e delle torri funerarie romane. Non possiamo non rivolgere un pensiero di gratitudine profonda all’archeologo martire a cui dedichiamo la mostra. La decapitazione di Khaled Asaad rappresenta l’annientamento del nemico attraverso l’assassinio della memoria e di chi la difende al costo della vita. Questi atti di orrore vengono condannati da tutta la comunità tiburtina che, profondamente solidale al destino di Palmira, auspica, dopo la recente rioccupazione da parte dell’Isis, il ritorno alla pace e ad una Siria unita”.

Al museo Egizio di Torino in scena nella Galleria dei Re a grande richiesta lo spettacolo “Cleopatra, la mia regina” con Elena Ferrari

Elena Ferrari nella Galleria dei re del museo Egizio di Torino protagonista dello spettacolo "Cleopatra, la mia regina"

Elena Ferrari nella Galleria dei re del museo Egizio di Torino protagonista dello spettacolo “Cleopatra, la mia regina”

A grande richiesta, dal 2 al 7 agosto 2016 al museo Egizio di Torino va nuovamente in scena lo spettacolo “Cleopatra, la mia regina”. Il monologo, di e con Elena Ferrari, è uno degli eventi collaterali che hanno accompagnato la mostra “Il Nilo a Pompei”, prima tappa del grande progetto “Egitto Pompei”, frutto della collaborazione tra il museo Egizio, la soprintendenza Pompei e il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann), che mira ad indagare i rapporti tra la cultura egizia e quella grecoromana (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/09/egitto-pompei-al-museo-egizio-di-torino-la-prima-tappa-del-progetto-con-la-mostra-il-nilo-a-pompei-nella-nuova-sala-asaad-khaled-per-la-prima-volta-gli-affreschi-del-tempio-di-isid/). Nella Galleria dei Re, l’attrice ripercorre attraverso gli occhi e la voce di Carmiana, fedele ancella e inseparabile amica di Cleopatra, la vita della famosa regina d’Egitto: partendo dalla sua infanzia, passando per l’esilio, fino all’incontro segreto con Giulio Cesare, per poi arrivare all’incontro successivo con Antonio, e giungere alla guerra contro Ottaviano e alla sconfitta e morte dei due amanti. Tra avvenimenti storici realmente accaduti e leggende tramandate, lo spettatore incontra in un brillante monologo alcuni dei personaggi che più hanno segnato la sua esistenza. Lo spettacolo, incluso nel biglietto, è ad ingresso libero, fino a esaurimento posti e non è possibile prenotarsi.

Il De Bello Gallico ha detto il vero: Giulio Cesare raggiunse la Gallia Belgica (Olanda) e qui nel 55 a.C. massacrò le tribù germaniche di Usipeti e Tencteri. Scoperto il luogo della battaglia, armi e resti umani del I sec. a.C.

Armi e ossa umane: è quanto è rimasto a testimoniare la battaglia di Cesare contro Usipeti e Tencteri (Università di Vrije di Amsterdam)

Armi e ossa umane: è quanto è rimasto a testimoniare la battaglia di Cesare contro Usipeti e Tencteri (Università di Vrije di Amsterdam)

Se non fosse per Giulio Cesare che ne parla esplicitamente nel suo De Bello Gallico il massacro di Usipeti e Tencteri sarebbe caduto nell’oblio insieme al luogo dove quel massacro di consumò. Ma ora l’archeologia ha recuperato un’altra tessera del mosaico della storia: i reperti ritrovati dimostrano che la battaglia si combatté in Olanda. Una scoperta importante perché così gli archeologi dell’università di Vrije di Amsterdam diretti dal professor Nico Roymans non solo hanno stabilito che la battaglia fu combattuta nel sito di Kessel, oggi nella provincia di Brabant, nel sud dell’Olanda, ma hanno anche dimostrato per la prima volta che il console romano arrivò negli odierni Paesi Bassi, dove nel 55 a.C. le sue legioni massacrarono due tribù germaniche nel corso di una battaglia che provocò 150mila morti. Anche se Cesare infatti sostiene nel suo De Bello Gallico di aver visitato la Gallia Belgica, finora non si conoscevano siti nei Paesi Bassi che potessero essere collegati alla presenza di Cesare o a un massacro ad opera dei romani. Numerosi scheletri, insieme a migliaia di punte di lance, spade e caschi in bronzo erano stati trovati sul sito di Kessel negli ultimi trenta anni dagli archeologi dell’università. Ma solo ora la datazione con il carbonio 14 e altre analisi storiche e chimiche hanno permesso di datare al primo secolo avanti Cristo i reperti rinvenuti negli scavi.

La planimetria della battaglia del 55 a.C. tra le legioni romane di Cesare e le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri

La planimetria della battaglia del 55 a.C. tra le legioni romane di Cesare e le tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri

Vediamo dunque così scrive Giulio Cesare. Nel libro IV capitolo I del De Bello Gallico il console parla di due tribù germaniche, i Tencteri e gli Usipeti, che a causa della pressione degli Svevi (Suebi), nel 55 a. C. (cioè quando erano consoli Gneo Pompeo e Marco Crasso) si erano insediati sulla riva destra del corso finale del Reno, appena oltre l’estremo confine nord del territorio romano: “Ea quae secuta est hieme, qui fuit annus Cn. Pompeio, M. Crasso consulibus, Usipetes Germani et item Tencteri magna [cum] multitudine hominum flumen Rhenum transierunt, non longe a mari, quo Rhenus influit”. Le due tribù chiesero di trattare ma attaccarono a tradimento i romani. La vendetta di Giulio Cesare non si fece attendere. “Germani post tergum clamore audito cum suos interfici viderent, armis abiectis signisque militaribus relictis se ex castris eiecerunt et, cum ad confluentem Mosae et Rheni pervenissent, reliqua fuga desperata magno numero interfecto reliqui se in flumen praecipitaverunt atque ibi timore lassitudine vi fluminis oppressi perierunt”. Il giorno dopo, come spiega nel capitolo XV, Cesare ordinò l’attacco. Giunti alla confluenza tra Mosa e Reno, le due tribù non avevano più speranza di salvezza e fu il massacro: «Molti vennero uccisi, gli altri si gettarono nel fiume e, vinti dalla paura, dalla stanchezza e dalla forte corrente, morirono». E a questo punto su Usipeti e Tencteri scese l’oblio.

La cartina dei territori occupati dalle tribù germaniche, tra cui gli Usipeti, nel I sec. a.C.

La cartina dei territori occupati dalle tribù germaniche, tra cui gli Usipeti, nel I sec. a.C.

Negli ultimi anni Roymans ha cercato di dimostrare l’arrivo dei Romani nei Paesi Bassi, basandosi però soprattutto su prove indirette, come tesori sepolti per essere nascosti ai saccheggiatori, informazioni su spopolamento o su sepolture rituali di armi. Ma finora nessuna traccia archeologica dei campi di entrambe le tribù germaniche, né dei soldati romani. In compenso le fonti ci davano qualche indizio interessante. In alcuni manoscritti medievali del De Bello Gallico, leggiamo nelle glosse che la confluenza della Mosa col Reno era a ottanta miglia romane (120 chilometri) dal mare. “Quel ramo del Reno è oggi chiamato Waal”, spiega l’archeologo, “e scorre ormai vicino alla Mosa a Kessel-Lith. In realtà siamo a circa 90 km dal Mare del Nord, ma se si prendono in considerazione i meandri, la misura di 120 chilometri ci può stare”.

Un elmo con i segni della battaglia ritrovato nel sito di Kessel in Olanda

Un elmo con i segni della battaglia ritrovato nel sito di Kessel in Olanda

Un riferimento suggestivo che avvalorava i molti ritrovamenti in zona, dragati dall’acqua nel corso dell’ultimo quarto del XX secolo e raccolti da dilettanti. “Grandi quantità di spade di ferro, punte di lancia, fibule, ganci cintura e ossa per la maggior parte databili al I sec. a.C.”, ricorda Roymans. “I ganci di cintura sono tipici dell’abito delle donne germaniche e offrono un primo indizio per l’identificazione delle persone che li indossavano. La ricerca antropologica ha poi dimostrato che le ossa appartengono a uomini, donne e bambini. Sono stati identificati almeno un centinaio di individui. La datazione al radiocarbonio dimostra che tre quarti di loro appartengono al I sec. a.C. E su molte di quelle ossa sono ancora ben visibili i segni di traumi da violenza, come la donna il cui occhio era stato trafitto da una lancia”. La location, le armi, le ossa con traumi violenti, la datazione: sembravano dati più che sufficienti per affermare di avere le prove per dichiarare che quello era il luogo del massacro delle due tribù germaniche da parte delle legioni di Giulio Cesare. Ma Roymans non era ancora del tutto convinto. Così ha chiesto un ulteriore test alla bioarcheologa Lisette Kootker dell’università di Amsterdam: indagare gli isotopi di stronzio dello smalto nei denti di tre individui. E Kootker ha spiegato: “Queste indagini ci aiutano a identificare l’area in cui un individuo è nato. Le tre persone non erano certo dalla zona del fiume olandese. Come ulteriore controllo, abbiamo confrontato i dati con quelli di un osso datato al VII secolo a.C., e che è noto essere di qualcuno che è nato in questa zona”. Quindi questi corpi potrebbero veramente appartenere alle tribù germaniche venute dall’ltra sponda del Reno. A suggellare la scoperta anche il parere dello storico Jona Lendering, autore di Edge of Empire e redattore di storia antica Magazine: “In quei giorni, ci sono stati più scontri tra tribù germaniche e romani, o tra le tribù stesse. Tuttavia, la posizione dei reperti studiati da Roymans, così vicino alla confluenza della Mosa e Waal, è veramente suggestivo e sono tentato di credere che sia giusto”.

Gli archeologi dell’università di Bologna dopo oltre 80 anni tornano a scavare in Albania nell’antica Butrinto, centro ellenistico e colonia romana dell’Epiro che sorge a pochi chilometri dal confine con la Grecia

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell'Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Il teatro romano di Butrinto, antica città dell’Epiro, oggi in Albania davanti a Corfù

Secondo Virgilio venne fondata dal profeta troiano Eleno, figlio del re Priamo, che dopo la caduta di Troia sposò Andromaca e si spostò a occidente. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda invece che lo stesso Enea visitò la città dopo che anche lui era fuggito dalla distruzione di Troia. Parliamo dell’antica città di Butrinto, centro ellenistico e romano a pochi chilometri dal confine con la Grecia in quella regione che in antico si chiamava Epiro e oggi appartiene all’Albania.  È qui che da settembre scaveranno gli archeologi italiani dell’università di Bologna: il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania ha infatti approvato il progetto dell’ateneo felsineo per lo studio e lo scavo di un importante edificio sacro della città ellenistica e romana di Butrinto. Qui aveva condotto ricerche importanti e molto fruttuose, fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, un altro “bolognese”: Luigi Ugolini, laureato in Archeologia proprio a Bologna nel 1921. Poi la seconda guerra mondiale pose fine a quei lavori, ripresi successivamente da archeologi albanesi, inglesi e americani.

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell'isola di Corfù

Il sito archeologico di Butrinto posto in posizione strategica nel braccio di mare dell’isola di Corfù

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell'epoca: risale al VI secolo

Il battistero paleocristiano di Butrinto, uno dei più grandi dell’epoca: risale al VI secolo

Butrinto in origine era una città dell’Epiro, con contatti con la colonia greca di Corfù e le tribù dell’Illiria a nord. I resti archeologici più antichi datano ad un periodo compreso fra il X e l’VIII secolo a.C. Dal IV secolo a.C. crebbe in importanza: di questo periodo sono un teatro, un tempio ad Asclepio ed un’agorà. Nel 228 a.C. Butrinto divenne protettorato romano insieme a Corfù, e successivamente divenne parte della provincia dell’Illyricum. Nel 44 a.C. Cesare designò Butrinto come colonia per ricompensare i soldati che avevano combattuto per lui contro Pompeo, tuttavia il proprietario terriero locale Tito Pomponio Attico si oppose al suo corrispondente Cicerone, che stava agendo nel Senato romano, contro il piano. Come risultato, pochi coloni si spostarono a Butrinto. Nel 31 a.C. L’imperatore Augusto, fresco vincitore della Battaglia di Azio contro Marco Antonio e Cleopatra, rimise in vigore il piano per fare di Butrinto una colonia di veterani. I nuovi residenti espansero la città e, fra l’altro, costruirono un acquedotto, le terme, un foro e un ninfeo. Nel III secolo d.C. gran parte della città venne distrutta da un terremoto, che rase al suolo parecchi edifici del foro e dei dintorni. Gli scavi archeologici hanno rivelato che la città era già in declino e stava diventando un centro manifatturiero, anche se la città sopravvisse comunque e divenne un porto molto importante. All’inizio del VI secolo Butrinto divenne un vescovato e vennero costruiti nuovi edifici come il battistero (uno dei più grandi dell’epoca paleocristiana) e la basilica. L’imperatore Giustiniano rafforzò le mura della città, che però venne saccheggiata nel 550 dagli Ostrogoti guidati dal re Totila. Gli scavi evidenziano che le importazioni di beni dal Vicino Oriente continuarono fino agli inizi del VII secolo, quando i Bizantini persero il controllo della zona. Butrinto segue così la stessa sorte di gran parte delle città balcaniche dell’epoca, dove la fine del VI e l’inizio del VII secolo sono uno spartiacque fra l’età romana e il medioevo.

Le cosiddette "porte scee" di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

Le cosiddette “porte scee” di Butrinto scavate da Luigi Ugolini tra il 1928 e il 1936

La basilica romana della colonia di Butrinto

La basilica romana della colonia di Butrinto

I primi scavi archeologici cominciarono nel 1928 quando il governo fascista di Mussolini mandò una spedizione verso Butrinto. Gli scopi oltre che scientifici avevano anche ragioni geopolitiche, puntando ad estendere l’egemonia italiana nella zona. La spedizione era condotta da un archeologo italiano, Luigi Maria Ugolini, che fece un ottimo lavoro. Ugolini morì nel 1936, ma gli scavi continuarono fino al 1943, quando furono fermati dalla seconda guerra mondiale. Vennero riportate alla luce la città romana e la città ellenistica, comprese la porta dei leoni e le porte scee, chiamate così da Ugolini in ricordo delle famose porte di Troia nominate nell’Iliade di Omero. Dopo che il governo comunista di Enver Hoxha prese il potere nel 1944, le missioni archeologiche straniere vennero bandite. Il lavoro venne proseguito da archeologi albanesi, fra i quali Hasan Ceka. Negli anni Settanta l’Istituto Albanese di Archeologia intraprese una campagna di scavi su larga scala. A partire dal 1993 un’equipe di archeologi inglesi, guidati dal prof. Richard Hodges (University of East Anglia, Penn Museum) ha ripreso le ricerche archeologiche all’interno della città di Butrinto e nel vicino suburbio di Vrina. Gli scavi hanno riportato alla luce i resti del Triconch Palace, l’area capitolina e forense, una torre tardoantica riusata nel periodo altomedievale come residenza, numerosi cimiteri urbani tra cui si segnala quello presso il pozzo di Junia Rufina, assieme a numerose altre strutture. Le indagini presso la pianura di Vrina hanno dimostrato l’esistenza di una colonia romana databile ad età augustea, attraversata da un imponente acquedotto che riforniva la città.

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l'università di Bologna

La mappa del sito archeologico di Butrinto dove da settembre torna l’università di Bologna

La necropoli di Phoinike in Albania

La necropoli di Phoinike in Albania

Gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater, in continuità ideale con quelle passate ricerche, tornano dunque in questo sito importante e bellissimo, visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, soprattutto meta delle visite dei passeggeri delle molte crociere in navigazione nel mar Ionio che approdano all’isola di Corfù. La missione dell’Alma Mater è diretta da Sandro De Maria, ordinario di Archeologia Classica al Dipartimento di Storia Culture Civiltà, che da quindici anni lavora con i suoi collaboratori in un altro importante sito archeologico albanese: Phoinike (Fenice), città sorta nel IV secolo a.C. e abbandonata al tempo della conquista turca dell’Albania, nella prima metà del XVI secolo. I risultati ottenuti con le ricerche di Phoinike sono stati numerosi e importanti: scavi all’agorà della città ellenistica, al teatro antico, in quartieri di case ellenistiche e romane, nella basilica paleocristiana, nelle necropoli, nei siti minori del territorio. Grazie a questi lunghi anni di intenso lavoro il progetto dell’Alma Mater, che ha come partner l’Istituto Archeologico Albanese di Tirana, si estende ora alla vicina Butrinto, centro santuariale importantissimo in età ellenistica (destinato al culto di Asklepios/Esculapio) e colonia romana dell’età di Augusto.

L'area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

L’area a ridosso del teatro sarà oggetto degli scavi degli archeologi italiani

La nuova zona archeologica a Butrinto sarà oggetto di un progetto di studio e recupero di un’area sacra che sorge al di sopra del teatro, fino ad oggi mai indagata a fondo. Le attività si estenderanno poi a progetti di ricerca, scavo e valorizzazione di più ampio respiro. Gli scavi a Butrinto partiranno il prossimo settembre, in contemporanea con quelli di Phoinike, dove nel corso degli anni sono già passati diverse centinaia di studenti dell’Alma Mater, assieme a loro colleghi albanesi e di altre nazionalità europee, in un progetto di ricerca e formazione specialistica che fin dall’inizio ha goduto del sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano, nell’ambito delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero. Proprio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, assicura il sostegno finanziario alla campagna di scavo, a cui si aggiunge il contributo dell’Università di Bologna e del suo Campus di Ravenna, che agevola la partecipazione degli studenti iscritti ai corsi legati alla conservazione dei beni culturali.

A Rimini week end con il Festival del Mondo Antico nel segno di Augusto: passato e presente a confronto, tra cultura e potere. Incontri, visite guidate, laboratori

L'Arco di Augusto a Rimini durante una visita organizzata dal Festival del Mondo antico

L’Arco di Augusto a Rimini durante una visita organizzata dal Festival del Mondo antico

Da queste parti Augusto, il divo Augusto, l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto, è di casa: a Rimini è un cittadino illustre. Figlio adottivo di un altro illustre romano, Gaio Giulio Cesare, la cui statua – a ricordo del passaggio del Rubicone – campeggia nella piazza centrale di Rimini, quella piazza Tre Martiri che altro non è che il prestigioso foro della romana Ariminum, colonia latina fondata già nel 268 a.C. in una posizione strategica all’inizio della pianura, che poi sarebbe diventata testa-terminale di altrettante strategiche vie consolari (la Flaminia, nel 220 a.C., da Roma ad Ariminum; la Emilia, nel 187 a.C., da Ariminum a Piacenza; la Popilia-Annia, 132 a.C., da Ariminum a Trieste via Ravenna-Adria-Padova-Altino-Aquileia). Ma Augusto qui è di casa per aver impreziosito la città con monumenti che ancora oggi possiamo ammirare, come il grande Arco (di Augusto, appunto) e il ponte di Tiberio (che completò il progetto iniziato dal primo imperatore romano).

Una famosa statua dell'imperatore Cesare Ottaviano Augusto

Una famosa statua dell’imperatore Cesare Ottaviano Augusto

Non stupisce quindi che proprio nel bimillenario della morte di Augusto (14 d.C. – 2014) Rimini abbia impostato la 16. Edizione del Festival del Mondo Antico (dal 20 al 22 giugno) nel segno di Augusto: passato e presente a confronto tra cultura e potere. Al centro della manifestazione, dal titolo “Un ponte oltre gli imperi: 14-2014, duemila anni di storia”, che affronta trasversalmente i grandi temi del sapere umano con un occhio al turismo culturale del territorio ricco di testimonianze antiche (non dimentichiamo il complesso archeologico della Domus del Chirurgo, del III secolo d.C..), c’è il ponte sul fiume Marecchia, costruito – come si diceva -, per volontà di Augusto nel 14 d.C., anno della sua morte, e terminato dal suo successore Tiberio: il titolo del festival è eloquente, con un impegnativo sottotitolo “un ponte sul porto collega mari e terre, crea più varchi sul confine, traccia i passaggi e dispone gli approdi, riduce le distanze sopra lo scorrere del tempo”.

Il manifesto della XVI edizione del Festival del Mondo antico

Il manifesto della XVI edizione del Festival del Mondo antico

“Tre giorni densi di appuntamenti”, assicura Luigi Malnati, direttore generale per le Antichità del Mibact, “per vivere pienamente l’archeologia, come scienza storica seria non come spettacolo, divulgandola con un approccio corretto: né in modo esotico né solo per addetti ai lavori”. Tomaso Montanari, Sandro De Maria, Claudio Strinati, Maurizio Bettini ma anche Michele Mirabella, Lia Celi, Giovanni Brizzi e Ivano Marescotti sono solo alcuni dei nomi presenti, in una kermesse che coniuga il dibattito ai concerti, il reading alle tavole rotonde, senza contare le visite al Museo della città di Rimini, con l’allestimento della nuova sezione archeologica. Accanto a studiosi di varie discipline ed esperti del mondo greco e romano, presenza tra le più attese è quella del soprintendente ai Beni culturali di Roma Umberto Broccoli, che sarà al Festival domenica 22 per “parlare di Augusto cercando da un lato di non santificarlo, dall’altro di non renderlo troppo umano, ma dando il senso del presente”. Un’occasione dunque per tessere legami tra ieri e oggi, nel tentativo di trovare nella storia significati e suggestioni ancora attuali. Ne è convinto Massimo Pulini, assessore alla Cultura di Rimini, che con l’Istituto per i Beni artistici dell’Emilia Romagna organizza il Festival: “Il mondo antico è sorgente di simboli e pensieri, così come lo è il ponte di Augusto con i suoi 2000 anni che rimanda all’idea di cucitura, ed è molto più di un collegamento tra due rive, ma un passaggio, un modo per comunicare”.

Previste visite guidate all'area archeologica della Domus del Chirurgo risalente al III secolo d.C.

Previste visite guidate all’area archeologica della Domus del Chirurgo risalente al III secolo d.C.

Arricchisce il Festival del Mondo antico la sezione “Vacanze romane”, che propone visite guidate ai tesori antichi del territorio. Sabato 21 e domenica 22 giugno alle ore 11, 17, 21 si possono visitare La Domus del Chirurgo e le domus di Ariminum, visita guidata al sito archeologico di piazza Ferrari e alle testimonianze delle abitazioni di età imperiale raccolte al Museo della Città. Sempre sabato 21 e domenica 22 giugno ma alle ore 10.30 e 16.30 c’è “Le pietre raccontano”, visita guidata al lapidario romano a cura degli studenti del Liceo Classico “G. Cesare”. Sabato 21 e domenica 22 giugno alle ore 16, 17, 18, 19 e alle 21, 22, 23 con “Rimini in barchetta …” si può “visitare” il ponte di Tiberio a bordo di un catamarano a motore passando tra le arcate del bimillenario Ponte di Tiberio per ammirare pietre, simboli, possenza e fascino senza tempo del monumento riminese più amato dai viaggiatori. Posti disponibili 10. In caso di un numero di partecipanti inferiore a 6 l’uscita verrà effettuata con barche a remi. A cura dell’Associazione Marinando. È richiesta prenotazione telefonica (tel. 0541.704415 e 329.2103329). Offerta libera. Sabato 21 alle 21 si va alla scoperta del Museo della Città con “Augusto e la sua Rimini”: nelle sale del Museo si incontra Ottaviano Augusto rappresentato nel ritratto marmoreo che lo identifica con i suoi caratteri fisiognomici. Da lì inizia il percorso che attraversa anche le testimonianze della Città profondamente modificata da Augusto e monumentalizzata. A cura di Monia Magalotti.

L'arco di Augusto a Rimini è il simbolo del glorioso passato della città

L’arco di Augusto a Rimini è il simbolo del glorioso passato della città

Anche quest’anno il Festival può contare sulla collaborazione della casa editrice Il Mulino: l’idea è quella di passare dal libro al dialogo diretto con gli autori, in un continuo scambio di informazioni non solo a fini divulgativi ma anche dispensando qualche curiosità. E quindi accanto a temi relativi al rapporto tra il potere e la cultura, o il potere e le donne, o ancora sul mutamento degli imperi, ci sono incursioni su questioni più leggere, come la cucina ai tempi di Augusto. Ultimo ma non meno importante tassello della manifestazione, il Piccolo Mondo Antico Festival, la sezione dedicata ai più piccoli: qui bambini e ragazzi incontreranno il fascino della storia attraverso archeologia sperimentale, giochi e racconti animati.

Idi di marzo: alla curia di Pompeo a Roma rievocazione storica dell’assassinio di Giulio Cesare

L'assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo del 44 a.C. nella curia di Pompeo

L’assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo del 44 a.C. nella curia di Pompeo a Roma

“Tu quoque!”: quante volte lo abbiamo sentito pronunciare per sottolineare la delusione o l’amarezza di fronte al comportamento di un amico dal quale ci sentiamo in qualche modo traditi. In realtà quell’espressione ha duemila anni di storia ed è la contrazione della frase “Tu quoque, Brute, fili mi!” (Anche tu, Bruto, figlio mio!), espressione latina attribuita a Giulio Cesare. Secondo la tradizione – ma non ci sono certezze a riguardo – infatti sarebbero state queste le ultime parole pronunciate da Cesare quando, in punto di morte (alle Idi di Marzo del 44 a.C.), sotto i colpi delle coltellate dei congiurati, avrebbe riconosciuto fra i volti dei suoi assassini quello di una persona a lui cara come un figlio, Decimo Bruto Albino.

Gaio Giulio Cesare

Gaio Giulio Cesare

Lo storico Svetonio (I-II sec. d.C.) autore delle “Vite dei Cesari” racconta in greco che Cesare morì sotto i colpi di ventitré pugnalate, avvolgendosi compostamente la tunica addosso ed “emettendo un solo gemito al primo colpo, senza una parola”. Poi aggiunge che “alcuni però hanno raccontato che, a Bruto che gli si avventava contro, egli disse: “καὶ σύ, τέκνον;” (kai su, teknon?, cioè “anche tu, figlio?”): parole che riporta anche un altro storico, Cassio Dione (III sec. d.C.), nell’opera “Storia romana” scritta in greco. Da qui poi nasce la traduzione latina più poetica (la più conosciuta): Tu quoque, Brute, fili mi! (“Anche tu Bruto, figlio mio?”). E millecinquecento anni dopo, il grande drammaturgo inglese William Shakespeare nella tragedia “Giulio Cesare” fa dire al dittatore nelle sue ultime parole rivolte a Bruto, con un inserimento in latino nel testo originale in inglese: “Et tu, Brute? Then fall, Caesar” (“Anche tu, Bruto? Cadi, allora, Cesare”).

La curia di Pompeo nell'area sacra di largo di Torre Argentina a Roma

La curia di Pompeo nell’area sacra di largo di Torre Argentina a Roma

Quelle parole più pesanti di una condanna risuoneranno domani (15 marzo, cioè le Idi di Marzo secondo il calendario romano) nell’Area sacra di largo di Torre Argentina, proprio dove sorgeva la Curia di Pompeo e dove, alle Idi di marzo del 44. a.C., veniva assassinato Gaio Giulio Cesare per mano di un gruppo di congiurati con a capo Bruto, suo figlio adottivo. Il Gruppo Storico Romano rievoca quel drammatico evento nello stesso posto e alla stessa ora del tragico assassinio, alle 11. La manifestazione, frutto di un’attenta ricostruzione filologica realizzata con la supervisione della soprintendenza Capitolina e il dipartimento di Scienze storiche, filosofiche – sociali, dei beni culturali e del territorio dell’Università di Roma “Tor Vergata”, ricorda la figura straordinaria di Cesare e quell’atto violento che rappresentò un momento epocale nella storia di Roma e del mondo antico, segnando infatti il passaggio dall’età repubblicana a quella imperiale.

La rievocazione storica dell'assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo

La rievocazione storica dell’assassinio di Giulio Cesare alle Idi di Marzo

La rievocazione sarà incentrata su tre scene. “Nella prima – spiegano gli organizzatori – verrà rappresentata la riunione del Senato nella quale Cesare, alla presenza di Marco Antonio, Catone, Cicerone, senatori e tribuni della plebe, venne dichiarato nemico pubblico di Roma, se non avesse sciolto le sue legioni prima di tornare a Roma”. I congiurati (una sessantina di persone) furono a lungo incerti se trucidarlo in Campo Marzio mentre faceva l’appello delle tribù in occasione delle votazioni, oppure se aggredirlo sulla via Sacra o all’ingresso del teatro. Ma quando il Senato venne convocato per le Idi di marzo (15 marzo del 44 a.C.) nella Curia di Pompeo, preferirono quel tempo e quel luogo. I congiurati portarono in Senato delle casse con le armi, facendo finta che fossero documenti. Inoltre appostarono un gran numero di gladiatori nel teatro di Pompeo, a poca distanza dalla Curia.

L'uccisione di Giulio Cesare nella rievocazione del Gruppo Storico Romano

L’uccisione di Giulio Cesare nella rievocazione del Gruppo Storico Romano

“La seconda scena – continuano – riproporrà l’arrivo di Cesare presso la Curia il giorno delle Idi e l’incontro con l’indovino Spurinna, che lo aveva messo in guardia con il famoso monito: “Cesare, guardati dalle Idi di Marzo!”. Entrato nella Curia Giulio Cesare verrà circondato dai cospiratori, che lo colpiranno con ventitre coltellate uccidendolo”. Il giorno delle Idi – ricordano gli storici –  Cesare non si sentiva bene. Calpurnia, sua moglie, aveva avuto dei tristi presentimenti e lo scongiurava di non andare in Senato. Gli indovini avevano fatto dei sacrifici e l’esito era stato sfavorevole. Cesare pensò di mandare Marco Antonio ad annullare la seduta del Senato. Fu allora che i congiurati decisero di mandare Decimo Bruto, l’amico fedelissimo, addirittura nominato da Cesare suo secondo erede, per esortarlo a presentarsi in Senato “perché i senatori erano già da tempo arrivati e lo stavano aspettando”. Cesare credette a Decimo Bruto. Verso l’ora quinta, circa le undici del mattino (proprio come sarà nella rievocazione storica a Roma), Cesare si mise in cammino. Era senza la guardia del corpo perché poco tempo prima aveva deciso di abolirla. Solo senatori e cavalieri erano i suoi accompagnatori. Appena si fu seduto, i congiurati lo attorniarono come volessero rendergli onore. Cimbro Tillio prese a perorare una sua causa. Cesare fece il gesto di allontanarlo per rinviare la discussione. Allora Tillio lo afferrò per la toga. Era il segnale convenuto per l’assassinio. Publio Servilio Casca colpì Cesare alla gola. Cesare reagì, afferrò il braccio di Casca e lo trapassò con lo stilo. Tentò di alzarsi in piedi, ma venne colpito un’altra volta. Cesare vide i pugnali avvicinarsi da ogni parte. Allora si coprì la testa con la toga e con la mano sinistra la distese fino ai piedi. Voleva che la morte lo cogliesse dignitosamente coperto. Ricevette 23 ferite. Solo al primo colpo si era lamentato. Poi solo silenzio. Tre schiavi deposero il cadavere su di una lettiga e lo riportarono a casa. Cesare aveva 56 anni.

L'orazione di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare

L’orazione di Marco Antonio ai funerali di Giulio Cesare

“La terza e ultima scena – concludono – è incentrata sull’orazione di Marco Antonio durante il funerale di Cesare, nel Foro Romano, che ispirò Shakespeare per il suo Giulio Cesare”. Davanti ai Rostri, nel Foro, fu costruita un’edicola dorata, che riprendeva le forme del tempio di Venere Genitrice. All’interno su di un trofeo venne esposta la toga insanguinata che Cesare indossava al momento dell’assassinio. Su di un cataletto d’avorio coperto di porpora e d’oro, portato a spalla dai magistrati, venne portato il corpo di Cesare davanti ai Rostri e deposto all’interno dell’edicola. Antonio fece leggere il senatoconsulto con cui i senatori si erano impegnati per la salvezza di Cesare. Poi tenne il discorso funebre. La Curia dove era avvenuto l’assassinio venne murata. Le Idi di marzo presero il nome del “Giorno del parricidio”. Venne proibito di convocare il Senato in quel giorno. Nel Foro venne innalzata una colonna di marmo con la scritta “Parenti Patriae”, al Padre della Patria.

Al termine della rievocazione, secondo un costume riservato ai grandi della patria caduti, il Gruppo Storico Romano deporrà una corona d’alloro sul luogo dell’uccisione.