Napoli. Al museo Archeologico nazionale riapre, dopo il restauro e il riallestimento, la sezione Numismatica, oltre seimila monete cui si aggiungono centotrenta gioielli e quattro rarissimi tessuti aurei. Il direttore Francesco Sirano: “Raccontiamo un viaggio nel tempo e nello spazio dall’antica Grecia alle grandi corti rinascimentali”

Al museo Archeologico nazionale di Napoli c’è un museo nel museo: la sezione Numismatica. Curata da Renata Cantilena e Floriana Miele, con la collaborazione scientifica di Lucia Amalia Scatozza per la sezione dedicata alle antiche gioiellerie, la Numismatica riapre al pubblico il 25 maggio 2026, alle 11.30, dopo un lungo intervento di restauro e riallestimento, grazie a un finanziamento straordinario del ministero della Cultura (PON Cultura e Sviluppo 2014-2020, integrato da fondi ordinari 2024 e 2025): oltre seimila monete, medaglie, coni e punzoni, insieme a tanti altri materiali archeologici conducono il visitatore alla scoperta dell’economia nel mondo greco, romano, medievale, rinascimentale e moderno, aprendo uno spaccato su temi ancora attuali, come gli interessi sui prestiti e l’inflazione. In vista della riapertura, si è lavorato anche al risanamento degli arredi storici e alla pulitura e restauro di tutti gli esemplari esposti, così come all’aggiornamento dell’illuminazione e del sistema di videosorveglianza nelle vetrine.

“La riapertura della sezione Numismatica corona le rigorose attività di studio e ricerca nel ricchissimo Medagliere del museo Archeologico nazionale di Napoli, collezione eccezionale non solo per il numero di esemplari conservati (circa 160mila), ma anche per l’estensione temporale e la varietà delle zecche emittenti”, commenta il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Francesco Sirano. “Quella che raccontiamo non è una semplice raccolta di monete, ma un vero e proprio viaggio sorprendente per la sua multiformità, un viaggio nel tempo e nello spazio che ci porta dall’antica Grecia all’Italia e alle altre regioni dell’Impero romano, dai mercati popolari alle grandi corti rinascimentali. Un viaggio, infine, anche nella storia stessa del Museo: non a caso l’allestimento è aperto simbolicamente dal busto di Giuseppe Fiorelli, principale ordinatore della sezione numismatica dell’Istituto. Presentiamo una collezione rinnovata e più accessibile, con apparati bilingue, resa ancora più affascinante dall’approfondimento sugli antichi gioielli, che restituiscono uno spaccato di estremo interesse sul gusto e sul design del passato. E, a conclusione del percorso, ci aspettano i tessuti d’oro dall’area sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. che lasciano senza parole per la loro rarità. La riapertura della Numismatica segna un ulteriore tassello nella strategia di valorizzazione per incrementare l’offerta culturale destinata ai cittadini e a tutti i visitatori”.

L’ampliamento più significativo della sezione riguarda centotrenta gioielli in oro, metalli preziosi e gemme, esposti nuovamente dopo cinquant’anni: i raffinati esemplari (greci, italici, magno-greci, etruschi, romani e tardo-antichi), sono presentati in un percorso diacronico e, ove possibile, per contesti di ritrovamento; i gioielli testimoniano manifatture dall’alto valore artistico e socioculturale. Di eccezionale rilevanza i rarissimi tessuti aurei provenienti dagli scavi nell’area seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: si ripresentano al pubblico dopo un meticoloso restauro, realizzato in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Gli studi effettuati hanno messo in evidenza l’altissimo livello delle lavorazioni, con trame che intrecciano fili d’oro e seta selvatica; sono innovative anche le modalità di conservazione e presentazione al pubblico di queste testimonianze uniche di stoffe preziose di età imperiale.Tra le novità espositive, oltre i gioielli, figurano un prezioso ripostiglio di monete dalla Caupona di Salvius a Pompei e un’importante iscrizione funeraria di un nummularius (una sorta di cambiavalute in ambito romano).


La moneta rappresenta per tutti unità di valore, status symbol e mezzo di scambio per acquistare beni di prima necessità o durevoli e di lusso, fare investimenti e sognare acquistando un biglietto di lotteria o compilando una schedina. Benché oggi sia sempre più smaterializzata, la moneta ricopre ancora un ruolo che va ben oltre la sfera economica: si pensi all’Euro e al suo valore simbolico nella prospettiva dell’UE. La moneta ha una lunghissima storia fatta di tecnologia, controlli da parte di un’autorità, sistemi di cambio, scale di valore, simboli e immagini che diventano in alcuni casi capolavori d’arte. La moneta è sempre stata, inoltre, un vero e proprio mass medium ante litteram, di enorme importanza già prima dell’affermarsi dei moderni sistemi di comunicazione. Dal 25 maggio 2026 il luogo dove andare per conoscere il mondo della moneta dall’antichità greca fino alle collezioni rinascimentali e agli studi dell’età moderna è la sezione Numismatica del Mann.


Il “Medagliere” conserva monete, singole e associate in ripostigli, prodotte da zecche antiche greche, magno-greche, italiche, etrusche e romane, nonché dei Goti e Bizantini, di epoca longobarda e carolingia, normanna, angioina e aragonese, e ancora pertinenti alle dominazioni austro-spagnola e borbonica, e infine coniate da varie zecche estere, compresa quella pontifica. Nel loro complesso esse documentano la circolazione monetale nel Mezzogiorno d’Italia per un arco cronologico di oltre due millenni e mezzo di storia. Alle unità propriamente monetali si aggiungono, inoltre, medaglie e contorniati, sigilli, tessere e piombi dell’antichità e di epoche successive, nonché coni e punzoni della zecca reale dei Borbone. Conservata dal Cinquecento a Roma e poi a Parma, la famosa raccolta pervenne nella prima metà del Settecento nella capitale partenopea grazie a Carlo di Borbone, figlio di Elisabetta Farnese e sovrano del Regno di Napoli dal 1734 al 1759. Questo originario fondo collezionistico fu ulteriormente accresciuto dalla dinastia borbonica, tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, in seguito agli straordinari rinvenimenti avvenuti nel corso degli scavi condotti nei territori del Regno: nelle aree vesuviana e flegrea, nel Sannio e in Campania, nell’Italia meridionale, nonché in Sicilia. Alle già cospicue raccolte borboniche si aggiunsero nel tempo altri nuclei derivanti da acquisti operati già nell’Ottocento di importanti collezioni numismatiche: quella del Duca Carafa di Noja, quella della famiglia Borgia, quella di Francesco I di Borbone, oltre al Medagliere del monastero di Monteoliveto; nonché donazioni avvenute nel Novecento delle collezioni di Emilio Stevens e di Giustino Fortunato. Notevole importanza per entità, rarità e varietà dei suoi esemplari riveste anche il fondo di monete, sigilli, tessere e medaglie, composto di oltre 35.000 unità, appartenute alla collezione Santangelo, la più grande raccolta privata costituita a Napoli tra il Settecento e l’Ottocento dal giureconsulto Francesco, incrementata dalla sua autorevole famiglia, in particolare dal figlio Nicola, Ministro dell’Interno sotto Ferdinando II, e infine ceduta nel 1864 da suo fratello, Michele, ultimo erede e appassionato numismatico, al Comune di Napoli grazie alla mediazione di Giuseppe Fiorelli, primo Direttore del Museo Nazionale di Napoli dal 1863 al 1875. Questi riuscì, con apposito Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1865, a fare affidare la custodia permanente dell’intera collezione all’Istituto partenopeo, esponendola nel 1867 in tre sale separate al primo piano dell’edificio.
Napoli. Nell’atrio del museo Archeologico nazionale presentazione dell’allestimento “L’eco di Artemide”, frutto della collaborazione tra il Mann e il Museo e Real Bosco di Capodimonte

Mercoledì 13 maggio 2026, alle 11.30, nell’atrio del museo Archeologico nazionale di Napoli, sarà inaugurato l’allestimento “L’eco di Artemide”, frutto della collaborazione tra il Mann e il Museo e Real Bosco di Capodimonte. L’esposizione, che sarà visibile sino all’8 giugno 2026, mette in dialogo la statua dell’Artemide Efesia con un biscuit appena acquisito da Capodimonte. Interverranno Francesco Sirano (direttore del Mann) e Eike Schmidt (direttore di Capodimonte).
Napoli. A Palazzo Gravina presentazione del libro “MANN. Architettura, storie, restauro” a cura di Bianca Gioia Marino
Martedì 5 maggio 2026, alle 15.30, nell’aula magna di Palazzo Gravina in via Monteoliveto 3 a Napoli, sede del dipartimento di Architettura dell’università “Federico II”, presentazione del libro “MANN. Architettura, storie, restauro” a cura di Bianca Gioia Marino (Paparo edizioni, 2024), che accoglie gli esiti e le attività di studio e di terza missione maturate nell’ambito di una indagine interdisciplinare che ha coinvolto diversi dipartimenti dell’Ateneo federiciano, di Suor Orsola Benincasa, istituti di ricerca come il CNR IRISS e ITC, in cooperazione con il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann). Relazionano Cettina Lenza, prof. ordinario di Storia dell’Architettura, università della Campania “Luigi Vanvitelli”; Andrea Mazzucchi, prof. ordinario di Filologia letteratura italiana, direttore dipartimento di Studi umanistici dell’università di Napoli “Federico II”; Renata Picone, prof. ordinario di Restauro. dipartimento di Architettura, università di Napoli “Federico II”; Francesco Sirano, direttore museo Archeologico nazionale di Napoli. Modera Alessandro Castagnaro, presidente ANIAI, vicedirettore DiARC università di Napoli “Federico II”. Saranno presenti la curatrice e gli autori. L’iniziativa è stata patrocinata da SIRA – Società Italiana per il Restauro dell’Architettura.
MANN. Architettura, storie, restauro. L’edificio del Mann, registro materiale di molteplici trasformazioni culturali e testimone di avvicendamenti che hanno segnato la storia urbana e sociale della città di Napoli, ha orientato uno studio a più dimensioni riguardo a diversi ambiti tematico-interpretativi, come l’edificio nelle sue componenti materiche e strutturali nonché storiche, il complesso di relazioni urbane e storico-sociali che hanno contribuito, nel corso del tempo, a stratificare l’identità dell’edificio museale. L’obiettivo della ricerca MAN.TRA – grazie a una convenzione tra il dipartimento di Architettura (DiARC) dell’università di Napoli “Federico II” e il museo Archeologico nazionale di Napoli – è stato uno studio multidimensionale di un edificio che, prima sede pubblica dell’università di “Federico II”. Studium fondato e voluto a Napoli, nel 1224, da Federico II di Svevia per formare la classe dirigente dello Stato, fu poi, dopo alterne vicende, destinato a funzione museale.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale con la conferenza “L’oro di Napoli. Devozione, moneta e fiducia” si apre il ciclo di tre incontri “L’avventura della moneta. Lo scambio infinito”, organizzato in collaborazione con Banca d’Italia e MUDEM, propedeutico alla riapertura a maggio della Sezione Numismatica

Al lavoro nei laboratori del museo Archeologico nazionale di Napoli per la riapertura della Sezione Numismatica (foto mann)
La conferenza “L’oro di Napoli. Devozione, moneta e fiducia”, venerdì 24 aprile 2026, alle 11, all’Auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli, apre il ciclo di conferenze “L’avventura della moneta. Lo scambio infinito”, organizzato in collaborazione con Banca d’Italia e MUDEM (museo della Moneta della Banca d’Italia) e con il patrocinio della Città Metropolitana e del Comune di Napoli, nato per esplorare la moneta non solo come oggetto fisico, ma come fulcro di uno “scambio infinito” tra culture, tecnologie e società. Uno spazio dove la moneta e la finanza dialogano apertamente con il mondo della cultura, affrontando temi cruciali come l’oro, la statistica e l’archeologia. Il Mann sarà palcoscenico di un dialogo inedito tra economia, storia e innovazione attraverso uno sguardo trasversale capace di tenere insieme: passato e presente, istituzioni e comunità, strumenti antichi e tecnologie contemporanee. La scelta di Napoli e del Mann per un ciclo di incontri di rilevanza nazionale dedicato al ruolo e alla forma della moneta dall’antichità ad oggi non è casuale, ma si lega alla prossima riapertura, a maggio 2026, della Sezione Numismatica del museo Archeologico nazionale di Napoli.
Il primo incontro, venerdì 24 aprile 2026, alle 11, “L’oro di Napoli. Devozione, moneta e fiducia” si propone come una riflessione profonda sul ruolo dell’oro come garanzia di valore e stabilità nei sistemi monetari del passato, la sua funzione strategica nella finanza odierna e il suo profondo valore simbolico e devozionale nella Storia. Introducono Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli; Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia; Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli. Intervengono Renata Cantilena, presidente dell’Istituto Italiano di Numismatica; mons. Vincenzo de Gregorio, Abate Prelato della Cappella del Tesoro di San Gennaro; Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera.
Gli altri due appuntamenti del ciclo sono in programma il 18 maggio e il 22 giugno 2026. Nel secondo appuntamento del 18 maggio, Domenico Piccolo (professore emerito di Statistica all’università di Napoli Federico II) dialogherà con Giovanni Iuzzolino (progetto Museo della Moneta della Banca d’Italia) sul tema “Giocare con i numeri. La statistica come sesto senso finanziario”. Il pubblico è invitato a scoprire la statistica come strumento quotidiano. L’incontro mostrerà come i numeri aiutino a interpretare l’incertezza, riconoscere i rischi e prendere decisioni più consapevoli, in piena sintonia con la vocazione educativa del MUDEM. Nell’ultimo incontro, il 22 giugno 2026, dedicato a “Fiducia e registrazione: dall’Archivio dei Sulpici alla blockchain”, si confronteranno la vice direttrice generale della Banca d’Italia Chiara Scotti e il direttore del MANN Francesco Sirano. Sarà dunque un affascinante confronto tra l’Archivio dei Sulpici — straordinaria testimonianza archeologica delle pratiche creditizie romane — e le più moderne tecnologie di registrazione digitale come la blockchain.
Napoli. A Palazzo Du Mesnil (UniOr) l’incontro “Il culto solare nell’antico Egitto. Dalle origini all’epoca romana alla luce delle più recenti ricerche” con Rosanna Pirelli (università di Napoli L’Orientale) e Massimiliano Nuzzolo (università di Torino)
Martedì 14 aprile 2026, dalle 16 alle 18, nella sala Conferenze di Palazzo Du Mesnil (UniOr) a Napoli, l’università L’Orientale e il Touring Club Italiano promuovono l’incontro “Il culto solare nell’antico Egitto. Dalle origini all’epoca romana alla luce delle più recenti ricerche” con Rosanna Pirelli (università di Napoli L’Orientale) e Massimiliano Nuzzolo (università di Torino). Dopo gli indirizzi di saluto di Roberto Tottoli, magnifico rettore università di Napoli L’Orientale; Roberta Giunta, direttrice del dipartimento Asia Africa e Mediterraneo; Andrea Manzo, professore ordinario di Antichità nubiane e Archeologia della Valle del Nilo; introducono Antonio Buonajuto, presidente comitato scientifico Touring Club Italiano; Francesco Sirano, direttore museo Archeologico nazionale di Napoli – comitato scientifico Touring Club Italiano. Nessun culto ha influenzato la civiltà dell’antico Egitto quanto il culto solare. Pur declinandosi nel corso del tempo in forme diverse e sotto differenti appellativi — come nel caso della riforma religiosa in senso monoteistico promossa dal faraone Akhenaton nella seconda metà del II millennio a.C. — il dio sole permeò la religione egiziana fin dalle sue origini, attraversando fasi di straordinario splendore, come l’epoca delle piramidi, e mantenendo un ruolo centrale fino alla tarda età romana. Questa conferenza si propone di offrire un excursus sulle nostre conoscenze di un tema fondamentale per la comprensione della civiltà dei faraoni, presentando al contempo i risultati delle più recenti ricerche e scoperte relative al periodo di massimo sviluppo della religione solare: la V dinastia (metà del III millennio a.C.). Fu infatti in questa fase che i sovrani egiziani costruirono per la prima volta dei monumenti specificamente dedicati al suo culto, i Templi Solari. Da oltre quindici anni una missione archeologica italiana è impegnata nello scavo del più grande di questi santuari, il tempio solare del re Nyuserra ad Abu Ghurab. I risultati eccezionali emersi dalle indagini sul campo e le nuove prospettive di ricerca che ne derivano saranno illustrati nel corso della conferenza dai due co-direttori della missione.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale aperta la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” che conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità
Il 21 dicembre 2025 si sono celebrati i 2500 anni dalla fondazione di Neapolis, avvenuta nel 475 a.C. Ma sulla collina che oggi chiamiamo di Pizzofalcone dall’VIII secolo c’è già un insediamento, fondato dai Cumani, che prende il nome dalla sirena Parthenope sepolta sulla spiaggia sottostante, dove c’è Castel dell’Ovo. A Napoli Parthenope era venerata come protettrice. E ancora oggi i napoletani sono anche partenopei! Dal 3 aprile al 6 luglio 2026, al museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” intende costruire una sorta di summa per immagini sul mito della sirena. Il percorso, curato da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, conduce il visitatore alla scoperta delle Sirene e della sirena cara ai napoletani, Parthenope: oltre 250 opere, dall’VIII sec. a.C. sino alla contemporaneità, tracciano un percorso suggestivo che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli dedicati (come Barbie Sirena). Allo stesso tempo, i manufatti esposti permettono di ricostruire storie e tradizioni legate alle origini della città di Napoli: emblematica, in tal senso, la presenza in mostra di reperti, in alcuni casi inediti, provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come l’eccezionale concessione in prestito del busto in argento di Santa Patrizia (significativamente, l’opera lascerà la mostra per la prima settimana di maggio in occasione della processione in onore di San Gennaro, per poi ritornare al Mann dopo i festeggiamenti).

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Dall’VIII secolo a.C. un legame indissolubile ha connesso Napoli a questa creatura, prima uccello con testa femminile, poi donna con coda di pesce; se, inizialmente, le Sirene erano pericolose ammaliatrici, ben presto divennero protettrici benevole. Parthenope, in particolare, è entrata a far parte della vita quotidiana napoletana: dalle monete dell’antica Neapolis ai rilievi, dalla fontana di Spinacorona detta “delle zizze” (dove si recavano ancora nell’800 le donne del popolo per chiedere protezione per il parto) alle decorazioni su edifici pubblici come il Teatro San Carlo o la Galleria Vittorio Emanuele, per giungere, infine, ai murales disseminati nella città.
La mostra “Parthenope. La Sirena e la città” è dedicata allo straordinario e lunghissimo rapporto della Sirena Parthenope con la città di Napoli, il cui nome greco più antico, Parthenope appunto, rimanda a quello della mitica creatura che morì nel golfo di Napoli. Tra miti, archeologia, e antropologia culturale, l’esposizione ripercorre le origini e le trasformazioni di questo essere dalla profonda potenza simbolica. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Parthenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. A fare da introduzione alla mostra, il visitatore trova nell’Atrio monumentale del Museo, davanti allo scalone, un grande telo bianco, della superficie di 45 metri quadri, con la rappresentazione del tuffo suicida della Sirena: l’opera è concepita e realizzata dall’artista argentino Francisco Bosoletti proprio per questa occasione e offerta in dono al Mann.

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, co-curatore della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al Mann (foto mann)
“Grazie a un prestigioso Comitato scientifico”, commenta il direttore del Mann, Francesco Sirano, “le Sirene e Parthenope emergono oltre gli stereotipi, cogliendo le mille sfumature del mito e presentandone le rielaborazioni, anche grottesche e surreali. Napoli è lo scenario indispensabile per questo: e alla città dedichiamo un settore dell’esposizione dove molti materiali sono esposti per la prima volta, provenienti dagli scavi della metropolitana o da collezioni private, frutto dell’eccellente collaborazione con la soprintendenza di Napoli e della generosità dei proprietari (gli eredi Caputi). Mi piace pensare a Parthenope come a una mostra in divenire che esce necessariamente dalle sale del Mann per invitare tutti ad un affascinante viaggio nella nostra città alla scoperta dei tanti luoghi consacrati alla Sirena (come la fontana di Spinacorona o la cosiddetta tomba di Parthenope nella bellissima chiesa di San Giovanni Maggiore a Mezzocannone) o dove la Sirena è rappresentata. Questo progetto nasce anche grazie ad una rete virtuosa di collaborazioni con tante istituzioni del ministero (soprintendenza di Napoli, direzione regionale Musei della Campania, Biblioteca dei Girolamini e tanti altri Musei autonomi in tutta Italia) e la Regione Campania. L’apertura al presente e al futuro è inoltre simboleggiata, nell’Atrio del Museo, da un’opera concepita proprio per questo evento dall’artista Francisco Bosoletti che ha lavorato in un cantiere aperto al pubblico”.

Inaugurazione della mostra “Parthenope. La Sirena e la città”: da snistra, Francesco Sirano, Gaetano Manfredi, Alfonsina Russo, Luigi La Rocca, Massimo Osanna (foto livia pacera / mann)
“Sono lieto di inaugurare questa mostra”, dichiara il direttore generale Musei, Massimo Osanna, “esito di un progetto a cui ho lavorato durante il periodo della mia direzione del Mann e sviluppato attorno a uno dei temi più affascinanti e profondi dell’identità culturale di Napoli: il legame tra la città e la figura della Sirena, che attraversa i secoli e continua a vivere nella memoria e nell’immaginario collettivo. Il percorso mette in relazione archeologia, storia e linguaggi contemporanei, mostrando come il mito non sia un elemento statico, ma una narrazione in continua evoluzione, capace di rigenerarsi e di mantenere intatta la propria forza simbolica. È un progetto che coniuga ricerca e capacità narrativa, restituendo al pubblico la complessità di un racconto che attraversa il tempo”.

Urna con Odisseo e le Sirene, rilievo in alabastro da Volterra (metà II sec. a.C.) conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto mann)
“La mostra Parthenope. La Sirena e la città”, sottolinea Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del MiC, “rappresenta un’importante occasione di valorizzazione del patrimonio culturale, capace di mettere in luce il profondo legame tra mito, storia e identità territoriale. L’esposizione offre l’opportunità di rileggere un simbolo identitario in chiave contemporanea, mettendo in dialogo reperti, contesti e strumenti multimediali, valorizzando al contempo il ruolo delle istituzioni coinvolte nella tutela e nella ricerca. Ritengo particolarmente rilevante la capacità del progetto di attivare reti, anche internazionali, e di restituire al pubblico materiali inediti, ampliando le possibilità di conoscenza e accesso. Iniziative come questa confermano l’importanza di una strategia culturale che investa sulla qualità dei contenuti e sulla capacità di coinvolgere pubblici diversi, contribuendo allo sviluppo culturale e sociale dei territori. In questa prospettiva, il Dipartimento sostiene con convinzione progetti che rendono accessibili contenuti di alto valore e che rafforzano il legame tra patrimonio e comunità, promuovendo una fruizione consapevole e partecipata”.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
“Era finora mancata a Napoli una mostra che indagasse il mito e l’iconografia di Parthenope, una figura ancora vivissima nell’immaginario collettivo della città”, dichiara Luigi La Rocca, capo dipartimento Tutela del patrimonio Culturale del MiC, “e mi pare significativo che essa sia potuta nutrire delle testimonianze materiali e delle nuove conoscenze sulla città antica derivate dalle intense indagini archeologiche condotte dalla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il comune di Napoli. Tra tutte direi, la scoperta del santuario dei Giochi Isolimpici nell’area di piazza Nicola Amore, in cui, in epoca romana, la pratica della corsa con fiaccole, la lampadoforia, teneva viva la memoria del culto delle Sirena, una chiara forma di persistenza rituale della corsa istituita nel 425 a.C. dal navarca ateniese Diotimo. Ciò testimonia, ancora una volta, quanto siano fondamentali la tutela e la ricerca ai fini della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e quanto sia necessaria la continua interazione tra i diversi uffici del nostro Ministero”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
La mostra è realizzata in cofinanziamento con fondi del ministero della Cultura e della Regione Campania (fondi di coesione 21/27) e di Scabec/Campania Artecard; Intesa Sanpaolo ha sostenuto il catalogo in pubblicazione per i tipi della casa editrice Allemandi; l’Azienda Napoletana Mobilità- ANM – e la compagnia di navigazione Snav hanno siglato appositi accordi di partenariato con il Mann per veicolare la conoscenza dell’allestimento, rispettivamente nella metropolitana e con i ticket integrati e a bordo degli aliscafi e delle navi. “Con la mostra su Parthenope”, sostiene Onofrio Cutaia, assessore alla Cultura e agli eventi della Regione Campania, “la Regione Campania non solo rinnova il proprio impegno nella valorizzazione del patrimonio culturale, ma afferma con chiarezza una visione: fare della cultura un’infrastruttura stabile di sviluppo, capace di generare identità, conoscenza e nuove forme di attrattività. Attraverso i Fondi di Coesione 2021–2027 e il Sistema Mostre, stiamo costruendo una programmazione organica e pluriennale che supera la logica dell’evento singolo e restituisce centralità ai luoghi della cultura come presìdi permanenti di crescita civile ed economica. In questo percorso, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si conferma protagonista, capace di attivare narrazioni che mettono in relazione il patrimonio con la contemporaneità e con il territorio. Parthenope è, in questo senso, più di una mostra: è un racconto che si estende dalla dimensione museale alla città e ai suoi paesaggi culturali, contribuendo a definire un modello di fruizione integrata e diffusa. È su questa direzione che la Regione Campania intende continuare a investire, consolidando un sistema culturale solido, connesso e sostenibile, all’altezza delle sfide e delle opportunità dei prossimi anni”.

Dettaglio dell’oinochoe con Odisseo e le Sirene, in ceramica attica a figure nere (525-500 a.C.) conservata allo Staatlische Museen di Berlino (foto mann)
“Il nome Parthenope evoca un’immediata connessione tra la città e i suoi abitanti”, afferma Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. “Un legame inscindibile, da raccontare alle nuove generazioni. La mostra del Mann, una delle istituzioni culturali più rappresentative della città, mette in relazione elementi mitici e reali, rappresentazioni archetipiche e testimonianze materiali inedite, come i frammenti derivanti dagli scavi recenti della Metropolitana. La varietà dell’esposizione riflette la particolarità e la ricchezza simbolica della Sirena Parthenope. Ad arricchire il progetto, un gran numero di prestiti nazionali e internazionali che ritrovano, nelle sale del Mann, una location unica. La collaborazione tra musei nazionali, internazionali e collezioni private contribuisce a rendere la mostra un’eccezionale occasione di confronto, nonché un ulteriore tassello dell’offerta culturale della città sempre più articolata per i napoletani e per i turisti che avranno l’opportunità di visitarla”.

Allestimento della mostra “Parthenope. La Sirena e la città” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Il percorso è diviso in tre macrosezioni – ciascuna individuata da un colore (celeste, giallo e rosso porpora) – a loro volta articolate in sette sale, il cui allestimento è curato dallo studio di architettura di Gregorio Pecorelli. La mostra parte dalla forma delle Sirene e indaga la progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri vivono nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello per diventare, nel Medioevo, donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes. Un articolato apparato multimediale accompagna l’esposizione dei materiali, per comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. La mostra accompagna il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova”, fondata a poca distanza da Parthenope alla fine del VI secolo a.C., e del permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.

Anforetta con sirene, galli e motivi floreali, in ceramica calcidese a figure nere, dalla necropoli del Vadabillo di Massa Lubrense (550-500 a.C.) conservata al museo Archeologico della Penisola Sorrentina “George Vallet” di Piano di Sorrento (foto mann)
Tanti i prestiti importanti provenienti dalle istituzioni coinvolte, come il celebre cratere del naufragio dal museo di Villa Arbusto, che apre il percorso di visita, con un rimando alle difficoltà della navigazione verso l’ignoto; dal museo Archeologico della penisola sorrentina “Georges Vallet” proviene l’anfora calcidese con sirene, galli e motivi floreali, scelta come immagine guida della mostra; dai Musei di Berlino è giunta l’oinochoe attica a figure nere che raffigura Odisseo con un doppio paio di braccia, quasi a rendere il movimento frenetico provocato dal canto ammaliatore delle sirene; dal British Museum arrivano lo stamnos a figure rosse con il tuffo in picchiata della Sirena dopo il passaggio di Odisseo e l’affresco pompeiano in cui sono rappresentate le ossa dei naviganti caduti nel tranello delle Sirene; significativa, infine, la presenza in allestimento di sarcofagi di età imperiale e paleocristiana, in cui il re di Itaca è rappresentato mentre resiste alla tentazione (non a caso nel sarcofago del museo nazionale Romano, presente in mostra, la scena è affiancata a una conversazione filosofica, come prova di equilibrio e saggezza). Tra le curiosità dell’allestimento, una matrice apparentemente informe, riferibile alle officine bronzistiche operanti a Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua romana), tra I sec. a.C. e I sec. d.C.: qui le indagini tomografiche hanno permesso di rilevare la forma di un oggetto, una piccola sirena, che poteva decorare lucerne, arredi o grandi vasi.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
Ricca la sezione dedicata all’insediamento di Parthenope, su cui hanno gettato luce anche i recenti scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana: in un viaggio diacronico, che parte dall’VIII sec. a.C., è possibile non solo ricostruire, anche tramite il supporto video, l’antica configurazione del paesaggio, ma soprattutto raccontare quanto il culto della sirena diventi un filo conduttore che unisce le diverse aree della città, tra acropoli (Sant’Aniello a Caponapoli) e fascia costiera (piazza Nicola Amore), dove sarebbe sorto in età augustea il Santuario dei Giochi Isolimpici.

Il busto seicentesco di Santa Patrizia, in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero (foto mann)
L’esposizione traccia anche un viaggio significativo tra opere che vanno dal Basso Medioevo alla contemporaneità: due rilievi, l’uno rinvenuto presso la cattedrale di Bari (fine XI sec.), il secondo ritrovato presso la chiesa di san Pietro di Alba Fucens (XII secolo), testimoniano il passaggio dall’iconografia della Sirena uccello a quella della Sirena pesce; tra i pezzi più interessanti di fine Cinquecento figura una sirena in bronzo della collezione Del Monte e Barberini; nel passaggio fra Ottocento e Novecento, la Sirena acquista un aspetto seducente e ammaliatore, come testimoniano il nudo della figlia Giuseppina come Sirena (1911) di Vincenzo Gemito, la Sirena in legno dorato (1915) di Guido Balsamo Stella e la Sirenetta in gesso policromo (1917) di Hendrik Christian Andersen. Chiude il percorso una sala dedicata alla Sirena in città, con il busto seicentesco di Santa Patrizia (in argento dal tesoro di San Gennaro, attribuito a Leonardo Carpentiero), che assorbe alcuni attributi della Sirena, e una carrellata di fotografie, scattate da Sabrina De Gaudio, che fissa alcune trasposizioni contemporanee del mito (tra queste, la celebre Sirena murales di Trallalà e la Sirena Lilith negli stencil LSD Alisei).

Sirene: dettaglio del libro “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, conservato nella Biblioteca del Mann (foto livia pacera / mann)
In mostra sono esposti anche alcuni pregevoli volumi provenienti dal fondo antico della biblioteca del museo Archeologico nazionale di Napoli: la “Fondazione di Partenope” (1769) di Antonio Silla, che ritrova, nella tradizione mitologica, il fondamento della costruzione identitaria della città; le “Historiae neapolitanae…” di Giulio Cesare Capaccio (edizione del 1771), che consolida il nesso tra mito, topografia e memoria civica; i “Monumenti antichi inediti spiegati…” (edizione del 1821) – di Johann Joachim Winckelmann, in cui figura una splendida incisione sulla sirena in forma d’uccello; la guida “Un mese a Napoli “ – di Achille de Lauzieres, edita da Gaetano Nobile (1850), volume che restituisce l’immagine di una città in trasformazione, documentandone il fermento ottocentesco.

Mostra “Parthenope. La sirena e la città”: video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C. (foto mann)
Tra i supporti multimediali presenti in mostra si segnala un video che ricostruisce l’aspetto del paesaggio del Golfo di Napoli negli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., agli albori della colonizzazione greca in Occidente. Il video, basato su un rigoroso studio scientifico e su un’approfondita ricerca bibliografica, è stato realizzato in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per il comune di Napoli. Il “volo” dello sguardo parte dalla penisola sorrentina, corre parallelo alla foce del Sarno, incontra un Vesuvio molto diverso da come lo conosciamo oggi. Dopo aver attraversato la piana del Sebeto, si raggiungono il promontorio del Pendino, su cui sorgerà Neapolis, quello di Pizzofalcone e, sormontata la collina di Posillipo, i Campi Flegrei, Ischia, dove si trovano la necropoli e il quartiere artigianale di Mazzola, fino a raggiungere l’acropoli di Cuma, sede della prima colonia della Magna Grecia.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale è partita “l’operazione Parthenope”. Nell’atrio l’artista Francisco Bosoletti ha iniziato l’installazione di “Parthenope” partecipata col pubblico, in dialogo da aprile con la mostra “Parthenope. La Sirena e la città” con oltre 250 opere dall’VIII sec. a.C. all’epoca contemporanea

L’artista Francisco Bosoletti al lavoro nell’atrio de Mann per l’opera site specific “Parthenope” (foto mann)

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, con l’artista Francisco Bosoletti nell’atri del Mann (foto mann)
Al museo Archeologico nazionale di Napoli è partita “l’operazione Parthenope”. Martedì 24 marzo 2026, alle 11.45, l’artista Francisco Bosoletti, nell’Atrio del MANN, ha iniziato l’installazione di “Parthenope”: fino al 3 aprile 2026, in una dimensione partecipata con il pubblico, Bosoletti lavorerà su 45 mq di tela bianca per costruire la propria visione creativa della Sirena. È un’opera site specific dedicata al tuffo suicida di Partenope, evento generativo della città. L’installazione di Bosoletti dialogherà con “Parthenope. La Sirena e la città”, la grande mostra che, dal 3 aprile al 6 luglio 2026, presenterà al Museo oltre 250 opere dall’VIII sec. a.C. all’epoca contemporanea. Il visitatore andrà alla scoperta delle Sirene e di una sirena in particolare, Parthenope: le opere esposte rappresenteranno un mito che ha attraversato secoli e luoghi, rigenerandosi continuamente sino ai film di animazione e ai giocattoli.

Lucerna con Sirena su manico (fine VII-inizi VI sec. a.C.) dalla Collezione Borgia, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
Il progetto espositivo conta su più di 250 opere, datate dall’VIII secolo a.C. all’età contemporanea. Di grande rilevanza e prestigio sono i prestiti concessi da più di quaranta Musei non solo italiani, ma anche europei e americani. La mostra si avvale di un Comitato scientifico multidisciplinare e ha potuto contare sul fattivo coinvolgimento delle Soprintendenze e degli Atenei presenti sul territorio campano. L’idea della mostra nasce da una riflessione sul radicamento plurisecolare della figura della Sirena nell’immaginario collettivo napoletano: tutti sanno che Partenope è la mitica fondatrice della città e si riconoscono nel legame con questo essere ibrido, connesso al mare e alla navigazione, alla musica e alla seduzione. Come spesso accade quando un personaggio o un tema diventa patrimonio comune, però, la sua conoscenza si sfuma e si perde in rivoli e varianti. Il percorso espositivo si propone dunque in primo luogo di fare chiarezza sulla forma delle Sirene e sulla progressiva e straordinaria metamorfosi che questi esseri attraversano nel corso dei secoli: da uccelli con testa umana a donne con zampe di uccello e poi, nell’Alto Medioevo, a donne con coda di pesce. Prendendo le mosse dall’episodio archetipico dell’incontro con Odisseo narrato da Omero, si illustrano le vicende mitiche di cui le Sirene sono protagoniste, e la loro trasformazione funzionale da pericolose ammaliatrici a benevole accompagnatrici, génies des passes.

Stipe votiva di Sant’Aniello a Caponapoli, in terracotta, conservata al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto livia pacera / mann)
Un articolato apparato multimediale accompagnerà l’esposizione dei materiali, al fine di comunicare in modo più immediato ed efficace i racconti mitici e le caratteristiche dei riti. Ampio spazio sarà dato alla storia dell’abitato di Partenope sul promontorio di Pizzofalcone, con la presentazione di materiali fino ad ora mai esposti, in parte provenienti da collezione privata e in parte restituiti dai recenti scavi per la Metropolitana, che permettono di datare la fondazione del sito all’VIII secolo a.C. e di precisare la rete di scambi commerciali e culturali in cui questo era inserito. La mostra accompagna poi il visitatore alla scoperta della funzione rituale e politica della Sirena a Neapolis, la “Città Nuova” fondata a poca distanza da Partenope alla fine del VI secolo a.C., e il permanere di questo personaggio nella storia, nella produzione artistica, musicale e audiovisiva, nella religione della città moderna e contemporanea.
Pechino. Aperte al museo nazionale della Cina le mostre “Pompei. Un’eterna scoperta” (con 88 reperti dal Mann) e “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo” a conclusione delle celebrazioni per il 55° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina. Gli interventi di Giuli e Sirano

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli inaugura al museo nazionale di Pechino la doppia mostra “Pompei Palladio” (foto mic)

Rilievo votivo attico, originale greco degli inizi del IV sec. a.C., da Pompei, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Ottantotto reperti dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli sono in mostra al National Museum di Pechino: il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha infatti inaugurato il 4 febbraio 2026 le mostre “Pompei. Un’eterna scoperta” e “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo”, ospitate eccezionalmente in contemporanea al museo nazionale della Cina in programma sino ad ottobre 2026, a conclusione delle celebrazioni per il 55° anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina, e rappresentano uno dei principali progetti di cooperazione culturale tra i due Paesi. “Queste due mostre sono la brillante affermazione della condivisione della conoscenza e rappresentano uno splendido esempio di diplomazia culturale”, ha affermato il ministro Giuli durante la cerimonia inaugurale, alla presenza del ministro della Cultura e del Turismo cinese, Sun Yeli, e del direttore del museo nazionale, Luo Wenli. “Pur nella loro diversità, le esposizioni dialogano tra loro come due capitoli di un unico grande racconto: quello della civiltà italiana nel suo continuo confronto con il mondo. Il racconto degli scavi di Pompei e il genio di Andrea Palladio sono tasselli del grande mosaico dell’identità culturale italiana. Siamo orgogliosi di presentarli in questo prestigioso museo al pubblico di Pechino e della Cina”.

Coppa profonda da vino (Kantharus) con centauro e amorino, dalla Casa dell’Argenteria, conservata al museo Archeologico naziomale di Napoli (foto mann)
La mostra “Pompei. Un’eterna scoperta” (4 febbraio – 10 ottobre 2026) ricostruisce la storia degli scavi della città vesuviana dal 1748 alle più recenti campagne archeologiche. Promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei, è organizzata in collaborazione con l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e il museo nazionale della Cina, con il supporto dell’Ambasciata d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino. “Il Mann promuove questa esposizione non soltanto prestando numerosi reperti, ma anche cooperando, dal punto di vista scientifico, a un percorso suggestivo sulla perenne attualità del mito di Pompei ed Ercolano”, commenta il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Francesco Sirano. “Il viaggio culturale intrapreso non finisce qui: è allo studio un nuovo progetto espositivo che, presso il nostro Museo, sarà ancora una volta dedicato ai rapporti culturali tra Oriente e Occidente”. L’esposizione propone una selezione significativa di opere provenienti da Pompei ed Ercolano, con particolare attenzione alle più recenti scoperte archeologiche e ai risultati degli studi condotti negli ultimi anni. Attraverso affreschi, sculture, elementi decorativi e materiali della vita quotidiana, la mostra offre una lettura articolata del mondo romano, soffermandosi sull’organizzazione degli spazi urbani e sulle dinamiche sociali, economiche e culturali delle città vesuviane.

Guido Beltramini (Palladio Museum Vicenza) illustra la mostra “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo” al museo nazionale di Pechino (foto mic)
La mostra “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo” (4 febbraio – 16 maggio 2026) presenta per la prima volta al pubblico asiatico un progetto unitario dedicato ad Andrea Palladio, raccontando la diffusione dell’architettura palladiana, in dialogo con l’architettura cinese. Con la curatela congiunta italiana – del Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio – e cinese, è realizzata dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di Pechino, in collaborazione con il museo nazionale della Cina, il Palladio Museum di Vicenza e Treccani.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale, in presenza e on line, presentazione pubblica del “Centro per l’Archeologia Alfonso De Franciscis e Mario Napoli”, un nuovo spazio dedicato alla memoria e all’eredità di due grandi figure dell’archeologia italiana
Lunedì 19 gennaio 2026, alle 16, all’Auditorium del museo Archeologico nazionale di Napoli, presentazione pubblica del “Centro per l’Archeologia Alfonso De Franciscis e Mario Napoli”, un nuovo spazio – con sede a Palazzo De Franciscis a Caserta – dedicato alla memoria e all’eredità di due grandi figure dell’archeologia italiana, con l’obiettivo di promuovere la formazione di giovani archeologi, europei e internazionali, favorendo l’adozione di tecniche avanzate e approcci multidisciplinari. Inoltre, si propone di valorizzare e tutelare le realtà archeologiche meno conosciute nel territorio campano e oltre, rafforzando i legami tra arte, storia e società, in linea con la visione dei due maestri. Alfonso de Franciscis e Mario Napoli, compagni di studi e stimati colleghi, sono stati due pilastri dell’archeologia nel secondo dopoguerra. La loro attività ha segnato un punto di svolta nel modo di approcciare lo studio, lo scavo e la conservazione dei reperti archeologici, distinguendosi per rigore metodologico e visione innovativa. Entrambi hanno formato generazioni di giovani studiosi, lasciando un’eredità che oggi il nuovo Centro intende perpetuare e rinnovare.
Alla presentazione, che si può seguire in streaming sul canale YouTube del Mann, saranno presenti Francesco Sirano, direttore del Mann; Vittorio de Franciscis, presidente del Centro; Stefano De Caro, già soprintendente archeologo di Napoli e Caserta; Angela Pontrandolfo, professore emerito dell’università di Salerno; e Carlo Rescigno, membro del CNR e docente all’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Modera l’incontro Antonio Ferrara, giornalista di “Repubblica”.
Ercolano. Francesco Sirano ripercorre per archeologiavocidalpassato.com i suoi 8 anni (2017-2025) alla direzione del parco archeologico che chiude il 2025 con un +6,2% di visitatori. Molte soddisfazioni ma anche qualche rimpianto

Foto di gruppo ricordo del personale del parco archeologico con il direttore Francesco Sirano (foto paerco)

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, premiato con una targa di fine mandato (foto paerco)
Otto anni intensi: 2017-2025, “un’esperienza bellissima, professionalmente e umanamente” l’ha sintetizzata Francesco Sirano a bilancio della sua direzione del parco archeologico di Ercolano il cui secondo mandato si è concluso nella primavera 2025. Da ottobre 2025 è alla guida del museo Archeologico nazionale di Napoli. E mentre il parco archeologico di Ercolano rende noto gli ottimi risultati raggiunti nel 2025 con una crescita dei visitatori del 6,2% rispetto al 2024, essendo passati gli ingressi da 521.426 a 553.611 (+32.185), “numeri che testimoniano una crescita solida e coerente, frutto di una strategia di comunicazione, promozione e valorizzazione del patrimonio e di apertura al territorio, che continua a produrre effetti positivi in termini di partecipazione e interesse del pubblico”; Francesco Sirano ripercorre per archeologiavocidalpassato.com i suoi anni di gestione a Ercolano, dove ha costruito “da zero” il parco archeologico: “insieme a tutto il personale, perché io lavoro sempre in maniera collettiva” ribadisce. Sirano parla dei risultati raggiunti (apertura di nuove domus, apertura dell’antica spiaggia; programmazione della manutenzione – ordinaria, straordinaria e grandi restauri; realizzazione con la Fondazione Packard dei nuovi uffici direzionali e dei laboratori di restauro, progetto che comporterà la demolizione di edifici incongrui con il sito come la biglietteria e l’antiquarium). Molte soddisfazioni ma anche qualche rimpianto (“per me che sono un perfezionista ci saranno sempre”): su tutti quello di non essere riuscito a individuare il tipo di museo di sito da poter realizzare.
“La mia esperienza a Ercolano”, ricorda Francesco Sirano ad archeologiavocidalpassato.com, “è stata un’esperienza bellissima, professionalmente e umanamente. Ercolano era un ufficio periferico della soprintendenza, oggi parco di Pompei. E quindi abbiamo dovuto costruire un ufficio direzionale, che non c’era proprio, e questo è stato un grande lavoro anche dal punto di vista gestionale, di cui sono particolarmente contento. Un risultato portato avanti insieme a tutto il personale, perché io lavoro sempre in maniera collettiva, poi mi assumo le mie responsabilità; ma a me piace ricevere stimoli da altre persone: e questa impostazione ha dato grandi risultati. Me ne sono accorto quando stavo preparando le mie lettere per poter concorrere per il Mann.
“Ad Ercolano – continua – abbiamo speso 58 milioni di euro in 8 anni. Non male. E abbiamo raccolto varie candidature a progetti che saranno finanziati nei prossimi anni per 76 milioni di euro. E quindi chi arriva a Ercolano troverà una bella indicazione su dove e come poter proseguire, ovviamente andranno fatti i progetti, poi sicuramente farà di meglio. E deve fare meglio. E i risultati di questa impostazione si vedono: oggi Ercolano è un luogo dove abbiamo oggettivamente più superficie visitabile, oltre a quella visibile, e a breve finiranno tutti i progetti delle sei domus che stavamo restaurando. Quindi ci saranno sei domus in più che insieme alla Casa della Gemma, alla Casa del Bicentenario, avranno implementato ulteriormente il numero delle domus visitabili di Ercolano. Quindi è davvero cambiato il volto del sito.
“A Ercolano abbiamo applicato quello che ora applico al Mann, cioè la manutenzione programmata. Per cui attraverso interventi di manutenzione ordinaria e di manutenzione straordinaria oltre ai grandi interventi di restauro abbiamo dato una svolta gestionale, e chi visita Ercolano si trova in un luogo che è ben tenuto. Si capisce che è ben curato. Tra le cose che abbiamo aperto c’è l’antica spiaggia, 3mila mq di spazio dove si guardano i monumenti di Ercolano con gli occhi degli antichi. Abbiamo ricostruito il livello dell’antica spiaggia, anche cercando di suggerire proprio la materia dell’antica spiaggia.
“Certamente ci sono rimpianti. Ce ne sono sempre. Poi per me che sono un perfezionista ci saranno sempre. Avrei voluto sicuramente fare altre cose, come per esempio consolidare l’apertura al pubblico del teatro. Oppure riuscire con Packard ad individuare anche il tipo di museo di sito da poter realizzare. Lo porterà avanti qualcun altro, però guardiamo a quello che abbiamo fatto con la Fondazione Packard a Ercolano: in un terreno che sta a Sud dell’attuale area demaniale e che ci è stato donato, la Fondazione Packard sta realizzando nuovi uffici direzionali e un deposito con laboratori di restauro all’avanguardia. E questo è uno dei principali risultati di cui mi fregio. L’iter per poterci arrivare è durato 8 anni. Abbiano già tutte le autorizzazioni perché tutti coloro che devono dare le autorizzazioni – la Regione, la Città metropolitana, il Comune di Ercolano – hanno aderito in maniera entusiasta. È stata una cosa corale perché è abbastanza raro, e deve essere enfatizzato, che un privato ci metta più di 50 milioni di euro per fare un intervento del genere. E queste nuove facilitazioni cambieranno completamente il volto di Ercolano, perché si creeranno le condizioni per poter eliminare una serie di edifici realizzati nel tempo che si trovano in posizioni completamente incongrue come l’attuale biglietteria che dal punto storico-archeologico si trova sulle banchine del porto dell’antica Ercolano. Oppure sono troppo incombenti rispetto al sito archeologico. Sfido chiunque va a Ercolano, quando si trova sul Cardo IV, a guardare verso quello che doveva essere il mare e cosa vede? Un enorme edificio di cemento armato che è l’antiquarium e l’attuale sede degli uffici. Quelli saranno tutti eliminati e i nuovi uffici dirigenziali così come i nuovi depositi si troveranno più indietro di 150 metri, con degli alberi davanti che li schermeranno, e quindi – conclude – sarà davvero un miglioramento enorme”.

Il direttore Francesco Sirano accompagna gli abitanti di via del Mare in una visita guidata serale (foto paerco)
“Altra cosa che volevo ricordare”, spiega Francesco Sirano, “è il bellissimo progetto di rigenerazione urbana che abbiamo fatto insieme al Comune di Ercolano, alla Fondazione Packard e al Packard Humanities Institute, per la creazione di una nuova piazza panoramica nella zona Nord-Ovest del sito archeologico e per la nuova recinzione su via del Mare, una strada che confina a Ovest con gli scavi. Non è solo un bel progetto dal punto di vista architettonico perché mette ordine in quest’area subito affacciata sugli scavi dove prima c’erano macerie di edifici solo parzialmente demoliti dall’epoca dei grandi scavi condotti da Amedeo Maiuri. Si pensava infatti che dopo la guerra si sarebbe proseguito a tirare fuori tutta l’antica Herculaneum. La città di Ercolano moderna doveva essere spostata molto più a monte. Ma in realtà è chiaro che dal punto di vista sia sociale sia metodologico non era una delle scelte migliori perché lì ci sono edifici che partono dal ‘600 e continuano. C’è tutto il tessuto urbano della città di Ercolano, Resina come si chiamava fino al 1969, dall’età medievale fino ai giorni nostri. E quindi è chiaro che cancellare pagine di storia importantissime, che costituiscono l’identità del luogo a favore solo di una, con tutto l’amore per l’archeologia – e io sono archeologo – oggi non si sostiene. E questo bellissimo progetto, accompagnato da tante azioni immateriali, con tutte le associazioni locali, associazioni di volontariato, e soprattutto con la comunità tutto intorno, sta dando risultati economici, sociali, sul tessuto comunitario davvero importantissimi. E ricordo a me stesso che lì sono zone socialmente complesse dove c’è una presenza pervasiva ancora oggi della criminalità organizzata. E quindi sì sono contento”.














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