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Roma. Forum Pass SUPER, riapre il percorso di visita unitario per Foro Romano/Palatino e Fori Imperiali: dal 1° marzo di nuovo attivo il biglietto unico per la visita integrata all’area archeologica centrale di Roma

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Il parco archeologico del Colosseo visto dalla colonna Traiana (foto PArCo)

Dal 1° marzo 2022 torna il Forum Pass SUPER, il biglietto unico che consente – tutti i giorni, dal lunedì alla domenica – la visita integrata delle aree archeologiche dei Fori Imperiali, del Foro Romano e del Palatino, incluse le mostre in corso. “Ritornano oggi nuovamente fruibili in un unico percorso di visita il Palatino, il Foro Romano e i Fori Imperiali”, dichiara il direttore del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, “ricostituendo un unico racconto lungo 3000 anni. Si riconferma la collaborazione tra il ministero della Cultura e Roma Capitale con un unico obiettivo condiviso: restituire ai romani il cuore pulsante della città, quale luogo da vivere e non solo come spazio musealizzato”.  “La possibilità di poter di nuovo acquistare, grazie alla collaborazione con il Ministero della Cultura, un biglietto unico con il quale poter visitare il cuore archeologico della Roma classica”, prosegue l’assessore alla Cultura di Roma Capitale, Miguel Gotor, “è una notizia bellissima, un segno tangibile del fatto che il cammino verso una fruibilità nuova del nostro immenso patrimonio storico e artistico è ricominciato. È un primo passo del grande lavoro che abbiamo in mente di portare avanti in quest’area della città e non solo”. Dopo una prova a Capodanno 2016 (vedi Capodanno speciale a Roma: fori senza confini. Aperti gratuitamente i fori imperiali (del Comune) e il foro romano (dello Stato) in un’unica passeggiata grazie a un accordo tra sovrintendenza capitolina e soprintendenza ministeriale. Prova generale per il futuro? | archeologiavocidalpassato), il Forum Pass SUPER è nato nel 2019 dalla collaborazione tra ministero della Cultura e Roma Capitale, attraverso un importante protocollo d’intesa siglato tra la sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali (che gestisce l’area dei Fori Imperiali) e il parco archeologico del Colosseo (che ricomprende tra l’altro anche il Foro Romano e il Palatino), ma è stato successivamente sospeso a causa dell’emergenza sanitaria. Da oggi, 1° marzo 2022, il biglietto unico è dunque riattivato: con un solo ticket da 16 euro (12 euro per i possessori di MIC Card) valido per l’intera giornata, si potrà accedere nuovamente al percorso che, in circa due ore, consente di visitare il cuore archeologico di Roma.

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Veduta generale dal Campidoglio del foro romano e dei fori imperiali

Il percorso di visita nei Fori Imperiali, seguendo la passerella presente nel sito, è privo di barriere architettoniche. Attraversa una parte del Foro di Traiano, passa sotto via dei Fori Imperiali percorrendo le cantine delle antiche abitazioni del Quartiere Alessandrino e, dopo aver attraversato il Foro di Cesare per la sua intera estensione, in prossimità del Foro di Nerva raggiunge la Curia Iulia nel parco archeologico del Colosseo, per entrare nel Foro Romano. L’accesso all’area è consentito anche dai varchi della via Sacra/Arco di Tito, via di S. Gregorio e, a breve, via del Tulliano, di fronte al Carcere Mamertino: in questo caso il percorso terminerà alla biglietteria della Colonna Traiana in piazza della Madonna di Loreto.

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La “Stanza delle Maschere” nella Casa di Augusto sul Palatino, con decorazione pittorica in tardo secondo stile, che evoca la facciata di una scena teatrale (foto PArCo)

Inclusa nel biglietto anche la visita dei siti SUPER nel Foro Romano e sul Palatino, luoghi unici al mondo la cui visita speciale permette di entrare nel vivo dell’arte e della civiltà romana, anche attraverso tecnologie immersive e narrazioni virtuali. Così il visitatore sarà condotto alla scoperta della pittura antica dall’età augustea, con la casa di Augusto (dal martedì alla domenica), a quella tardo antica e alto medievale, con il Tempio di Romolo, Santa Maria Antiqua e l’oratorio dei Quaranta Martiri. Sabato, domenica e lunedì sarà anche possibile accedere alla Curia Iulia, l’antica sede del Senato Romano.

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Veduta generale dell’area archeologica centrale di Roma dal Campidoglio al Colosseo

Gli accessi ai siti SUPER sono contingentati, in quanto conservano preziose pitture che potrebbero risentire dell’eccessivo affollamento. Fino al 30 aprile 2022 sarà aperta al pubblico anche la mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” che include anche la sezione permanente ospitata nella sede di Santa Maria Nova. Il biglietto può essere acquistato sia nella biglietteria presso la Colonna Traiana sia online su https://parcocolosseo.it e www.coopculture.it. Per i giovani sono previste particolari agevolazioni: ingresso gratuito per i cittadini dell’Unione Europea fino ai 18 anni e biglietto a 2 euro dai 18 ai 25 anni. Servizi museali a cura di Zètema Progetto Cultura e Electa – CoopCulture. Maggiori informazioni ai numeri 060608 (tutti i giorni dalle 9 alle 19) e 06 39967700 (tutti i giorni dalle 10 alle 15).

Roma. Con gli esperti del parco archeologico del Colosseo alla scoperta dei mosaici presenti tra Foro Romano e Palatino: quarta e ultima tappa nella Casa delle Vestali con i mosaici a tessere disposte a stuoia

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Foro Romano, Casa delle Vestali, rampa metallica lungo il lato ovest dell’abitazione: mosaico a tessere bianche disposte a stuoia intervallate da inserti marmorei policromi (foto archivio PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo propone un nuovo itinerario on line tra Foro Romano e Palatino, a cura di Federica Rinaldi, Alessandro Lugari e Francesca Sposito, per scoprire che cosa state si sta calpestando in una visita, per capire in quale edificio e ambiente vi state muovendo, per riconoscere i pavimenti antichi in marmi policromi e in mosaico che decoravano gli edifici pubblici, ma anche e soprattutto le case private e i palazzi. In questo quarto appuntamento, l’itinerario digitale chiude il percorso all’interno della Casa delle Vestali alla scoperta dei suoi pavimenti. Dopo aver passeggiato attorno al cortile della Casa delle Vestali, aver visitato la nuova esposizione permanente ospitata presso gli ambienti che si aprono lungo il versante meridionale dell’abitazione, aver proseguito in direzione del braccio occidentale, si giunge all’uscita del percorso interno alla Casa delle Vestali. Proseguendo lungo la rampa metallica che supera il dislivello con il tempio rotondo nel lato ovest, guardando proprio sotto la rampa è possibile notare un piccolo ma prezioso frammento di mosaico che risale ad una delle prime sistemazioni della Casa, databile ad epoca tardo-repubblicana.

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Foro Romano, Casa delle Vestali, rampa metallica lungo il lato ovest dell’abitazione: mosaico bianco con tessere disposte a stuoia e inserti marmorei policromi, particolare (foto archivio PArCo)

“Il mosaico – spiegano gli archeologi del PArCo – è completamente diverso da quelli che abbiamo visto all’interno della Casa e che abbiamo datato alla piena età imperiale: è un tessellato bianco, realizzato con tessere di forma quadrangolare e rettangolare, queste ultime disposte a creare il motivo di una stuoia o di una intelaiatura a canestro. La superficie è impreziosita da inserti di marmi policromi tra i quali si riconoscono l’africano, il cipollino, il porfido verde, il greco scritto. Rinvenuto nel corso degli scavi realizzati da Giacomo Boni agli inizi del Novecento, venne delimitato da mattoni disposti a coltello e le parti mancanti sono state integrate con una malta cementizia rossa”.

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Palatino, Casa dei Grifi, piano superiore: mosaico bianco con tessere disposte a stuoia e inserti policromi, particolare (foto archivio PArCo)

“Il motivo delle tessere rettangolari disposte a formare una stuoia impreziosita da frammenti di marmi colorati – continuano gli archeologi del PArCo – è tipico dell’età tardo-repubblicana e dal II-I secolo a.C. si ritrova sul Palatino all’interno della Casa dei Grifi e nella cosiddetta Casa repubblicana accanto alla Scalae Caci, di cui vi mostriamo in foto alcuni interessantissimi particolari”.

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Palatino, Casa repubblicana accanto alle Scalae Caci: mosaico bianco con tessere disposte a stuoia e inserti policromi, particolare (foto archivio PArCo)

“A testimonianza di come anche nell’antichità il gusto fosse assai mutevole, questo tipo di mosaico sparisce completamente già a partire dal I secolo d.C.: la moda cambia, e il mosaico verrà soppiantato da pavimentazioni marmoree, spesso disposte a formare combinazioni geometriche, come quella che abbiamo visto nella sala di rappresentanza della Casa delle Vestali (i cosiddetti sectilia pavimenta). Questo dato – concludono – è molto importante perché consente agli specialisti di datare in maniera abbastanza puntuale i mosaici con tessere cosiddette a stuoia“.

Roma. Con gli esperti del parco archeologico del Colosseo alla scoperta dei mosaici presenti tra Foro Romano e Palatino: terza tappa, verso l’uscita della Casa delle Vestali

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Casa delle Vestali al Foro Romano: corte centrale, braccio occidentale. Pavimento tessellato nero bordato da una fascia di tessere bianche, a filari paralleli, in fase con il muro in laterizio, originariamente rivestito da lastre marmoree, di cui si intravedono alcune porzioni della parte inferiore (foto Archivi PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo propone un nuovo itinerario on line tra Foro Romano e Palatino, a cura di Federica Rinaldi, Alessandro Lugari e Francesca Sposito, per scoprire che cosa state si sta calpestando in una visita, per capire in quale edificio e ambiente vi state muovendo, per riconoscere i pavimenti antichi in marmi policromi e in mosaico che decoravano gli edifici pubblici, ma anche e soprattutto le case private e i palazzi. In questo terzo appuntamento, l’itinerario digitale prosegue all’interno della Casa delle Vestali alla scoperta dei suoi pavimenti e, Dopo aver passeggiato attorno al cortile della Casa delle Vestali ed aver visitato la nuova esposizione permanente ospitata presso gli ambienti che si aprono lungo il versante meridionale dell’abitazione, la passeggiata prosegue verso l’uscita in direzione del braccio occidentale. Prima di uscire utilizzando la rampa che supera il dislivello tra la Casa e l’area del tempio rotondo di Vesta, non si può non notare, in fase con un muro in opera laterizia, una porzione di pavimento a mosaico a tessere nere decorato da un’ampia fascia a tessere bianche.

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Casa delle Vestali al Foro Romano: corte centrale, braccio occidentale. Pulitura del pavimento tessellato bianco-nero propedeutica alle operazioni di restauro (foto Archivi PArCo)

“La fattura irregolare delle tessere, molto simili a quelle nere di basalto della corte”, raccontano gli archeologi del PArCo, “assegna il pavimento all’avanzata età imperiale. Anche questo mosaico rientra tra le scoperte effettuate da Giacomo Boni agli inizi del XX secolo, e anche in questo caso, come abbiamo imparato a vedere, il perimetro del pavimento e della sua preparazione, ancora visibile, è stato cordolato da mattoni disposti a coltello. Più recenti e datati al 2018 sono gli interventi di manutenzione condotti dal PArCo nell’ambito della Carta del Rischio dei mosaici e pavimenti marmorei interventi che hanno ripristinato il livello conservativo del pavimento garantendone l’integrità”.

Roma. Con gli esperti del parco archeologico del Colosseo alla scoperta dei mosaici presenti tra Foro Romano e Palatino: seconda tappa, il vano quadrangolare della Casa delle Vestali

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Casa delle Vestali, nel Foro romano: ambulacro, pavimento a lastre marmoree con disposizione irregolare (foto Archivi PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo propone un nuovo itinerario on line tra Foro Romano e Palatino, a cura di Federica Rinaldi, Alessandro Lugari e Francesca Sposito, per scoprire che cosa state si sta calpestando in una visita, per capire in quale edificio e ambiente vi state muovendo, per riconoscere i pavimenti antichi in marmi policromi e in mosaico che decoravano gli edifici pubblici, ma anche e soprattutto le case private e i palazzi. In questo secondo appuntamento, l’itinerario digitale prosegue all’interno della Casa delle Vestali alla scoperta dei suoi pavimenti e, dopo aver visto i mosaici nella corte o giardino della casa, stavolta arriviamo fino di fronte al grande vano quadrangolare che si trova sul lato breve orientale del cortile, rialzato rispetto all’area circostante.

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Casa delle Vestali nel Foro Romano: il cosiddetto tablino. Veduta d’insieme dell’opus sectile in marmi policromi decorato da uno schema geometrico con quadrati entro quadrati sulla diagonale e piccole “punte di lancia” sulla diagonale (foto Archivi PArCo)

“L’ingresso dell’ambiente”, spiegano gli archeologi del PArCo, “è rivestito da un pavimento a lastre marmoree policrome con disposizione irregolare, di età tardo-imperiale. Scoperto da Giacomo Boni agli inizi del XX secolo, il lastricato è stato inglobato in un massetto in cementizio in epoca moderna, oggetto di continue manutenzioni. Saliamo ora i pochi gradini che separano il lastricato dal grande ambiente di rappresentanza, che era sontuosamente rivestito da marmi policromi, sia a parete che a terra. Di essi purtroppo oggi non rimangono che esigui frammenti, che rappresentano tuttavia una testimonianza importante dell’originaria decorazione dell’ambiente”.

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Casa delle Vestali nel Foro Romano: il cosiddetto tablino con opus sectile marmoreo. Particolare della decorazione geometrica difficilmente leggibile a causa della fratturazione delle lastre, avvenuta già a seguito del rinvenimento nel 1884 (foto Archivi PArCo)

“Il pavimento – continuano – è costituito da un opus sectile realizzato con l’uso di marmo portasanta, pavonazzetto, cipollino, breccia corallina e giallo antico, combinati assieme per formare un disegno geometrico con quadrati entro quadrati sulla diagonale e piccole “punte di lancia” sulla diagonale. Il tipo di disegno e la qualità dei marmi datano il pavimento tra il I ed il II secolo d.C. Il pavimento è stato manomesso già in antico, probabilmente a partire dall’età severiana o comunque dopo il grande incendio del 192 d.C.: i vari tratti conservati infatti non rispettano lo schema decorativo originario, e presentano grandi rappezzi realizzati con lastrame marmoreo”.

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Casa delle Vestali al Foro Romano: il cosiddetto tablino. Veduta dei frammenti in opus sectile marmoreo allettati nel moderno massetto in cocciopesto (foto Archivi PArCo)

“Diversamente dagli altri ambienti della casa, questo pavimento non venne mai indagato da Giacomo Boni, ma fu scoperto dal Lanciani, che lo riportò in luce nel 1884. Oggi le porzioni di pavimentazione superstite – concludono – sono state inglobate in un moderno pavimento in cocciopesto e vengono protette dai nostri restauratori quando le temperature, sia in estate che in inverno, raggiungono un livello di allerta”.

Roma. Il parco archeologico del Colosseo propone un percorso on line tra Foro Romano e Palatino alla scoperta dei mosaici presenti nei templi, nelle basiliche civili, nelle domus e nei palazzi: si inizia con la Casa delle Vestali

Un bellissimo pavimento musivo presente nel percorso di visita tra Foro Romano e Palatino (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo propone un nuovo itinerario on line tra Foro Romano e Palatino, a cura di Federica Rinaldi, Alessandro Lugari e Francesca Sposito, per scoprire che cosa state si sta calpestando in una visita, per capire in quale edificio e ambiente vi state muovendo, per riconoscere i pavimenti antichi in marmi policromi e in mosaico che decoravano gli edifici pubblici, ma anche e soprattutto le case private e i palazzi. Appuntamento ogni lunedì sera sui canali social del PArCo. “Spazieremo dal II-I sec. a.C. fino al VI-VII secolo d.C. per imparare a riconoscere le tecniche di decorazione pavimentale presenti nei templi, nelle basiliche civili, nelle domus e nei palazzi”, spiegano gli archeologi del PArCo. “Al termine del percorso pubblicheremo una mappa interattiva agganciata al nostro sistema webGIS per la manutenzione dei mosaici e sulla quale sono disegnati i “poligoni” dei mosaici e dei pavimenti visibili dal nostro pubblico: cliccando su ogni poligono in prossimità di uno di questi, apparirà una scheda che vi aiuterà a individuare il pavimento e a leggerne un po’ di storia”.

Casa delle Vestali, veduta di un tratto della corte centrale e delle vasche: mosaico a tessere nere di basalto disposte su file parallele (Archivio Parco archeologico del Colosseo)

La prima puntata del nuovo itinerario online ci porta nella Casa delle Vestali, situata nel cuore del Foro Romano, che fu la dimora delle vergini Vestali, sacerdotesse dedite al culto della dea Vesta. “I rivestimenti pavimentali all’interno della Casa”, spiegano gli archeologi del PArCo, “sono collocati sia in ambienti all’aperto, come la corte, sia in spazi chiusi, come la sala di rappresentanza ad est, e abbracciano un lungo periodo cronologico dal I al IV secolo d.C. almeno, testimoniando i numerosi restauri che l’edificio ha conosciuto nel corso del tempo. Nel quartiere in cui insiste la dimora si conserva inoltre anche un importante lacerto di pavimento, tra i più antichi perché ancora di età Repubblicana”.

Casa delle Vestali, mosaico a tessere nere della corte centrale: particolare in cui si distinguono i mattoni disposti a coltello a delimitare i bordi del frammento musivo e la graniglia nera disposta recentemente lungo il perimetro per impedire la ricrescita della vegetazione infestante (Archivio Parco archeologico del Colosseo)

“Seguendo il percorso di visita – continuano -, appena entrati nella corte o giardino della casa, dove sono state recentemente riattivate le vasche, si riconoscono porzioni di un mosaico a tessere nere di basalto, piuttosto grandi e di taglio irregolare, disposte su file parallele. La fattura grossolana, unita alla conoscenza delle grandi ristrutturazioni documentate nel cortile della casa, consentono di datare il tessellato al III-IV secolo d.C., in epoca costantiniana, insieme al rivestimento in tessellato bicromo dell’ambulacro che scopriremo lungo il percorso. Il tessellato nero si conserva in 5 porzioni, ma originariamente doveva rivestire l’intero cortile. A seguito del ritrovamento, effettuato da Giacomo Boni nel 1902, i lacerti pavimentali sono stati delimitati da mattoni disposti a coltello e le parti mancanti integrate con malta cementizia. Questi tratti di mosaico sono stati restaurati tra il 2018 e il 2019 e attorno ai loro bordi è stata distribuita della breccia grigio-nera per impedire la ricrescita della vegetazione infestante”.

Roma. Una mongolfiera sopra il Foro Romano annuncia la grande mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità”. La vita e la personalità dell’archeologo e architetto viene raccontata attraverso quattro sezioni, nei luoghi dove ha principalmente operato e di cui ha definito l’attuale fisionomia: il Foro Romano e il Palatino

La mongolfiera si innalza dal Foro Romano per ricordare le imprese pionieristiche di Giacomo Boni e al contempo promuovere la mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” (foto Simona Murrone)
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Una foto del Foro Romano realizzata da Giacomo Boni col pallone frenato (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)

Questa mattina una mongolfiera si è alzata dal Foro Romano, davanti alla Basilica di Massenzio, attirando l’attenzione dei turisti presenti nell’area archeologica e su via dei Fori Imperiali (vedi Facebook). Una nuova attrazione turistica? Non proprio. O, meglio, un modo per promuovere la grande mostra che il Parco archeologico del Colosseo dal 15 dicembre 2021 dedica alla figura di Giacomo Boni (Venezia, 1859 – Roma, 1925) e al tempo stesso ricordare le imprese proprio dell’archeologo Giacomo Boni che nei primi anni del Novecento fotografò l’area archeologica centrale con l’innovativa tecnica del pallone frenato. In questi primi giorni di apertura della mostra, si parla di una settimana, salendo sulla mongolfiera (l’installazione è stata resa possibile con il contributo di Q8) si potrà provare l’ebrezza di vedere dall’alto i fori, il Palatino, il Colosseo, ricordando l’utilizzo che ne ha fatto Boni. Anche in questo pioniere di innovazioni tecnologiche nel campo della ricerca e del restauro, Giacomo Boni impiega il pallone frenato per scattare delle vedute aeree del Foro e restituire in questo modo una visuale d’insieme delle tracce archeologiche che stavano emergendo dagli scavi, creando così le basi per una nuova modalità di documentazione e comunicazione dello scavo archeologico. 

L’archeologo Giacomo Boni al tavolo di lavoro (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)
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Locandina della mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” al Foro Romano e al Palatino dal 15 dicembre 2021 al 30 aprile 2022

La mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” (15 dicembre 2021 – 30 aprile 2022), curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Andrea Paribeni con Patrizia Fortini, Alessio De Cristofaro e Anna De Santis, con l’organizzazione e la promozione di Electa, rappresenta un ricordo di Giacomo Boni, convinto sostenitore della necessità di tutelare e valorizzare l’insieme degli straordinari monumenti che caratterizzano l’area archeologica centrale di Roma e ha, dunque, posto le premesse per l’istituzione del Parco archeologico del Colosseo. Il catalogo Electa, edito in occasione della mostra, riunisce numerosi saggi che ripristinano tutta la poliedrica e moderna personalità di Giacomo Boni, facendo il punto sulla ricezione e l’eredità della sua figura ripercorrendo anche il contesto politico, culturale e artistico nel quale è cresciuto e si è affermato.

Il sepolcreto arcaico, una delle importanti scoperte di Giacomo Boni (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)

Autodidatta, con una formazione di disegnatore nei cantieri veneziani, col tempo diviene archeologo e architetto sviluppando metodi innovativi di scavo – a cominciare da quello stratigrafico – di restauro, di documentazione e di valorizzazione. Comprende l’importanza di condividere con il grande pubblico il valore delle scoperte che hanno ridisegnato l’aspetto del Foro Romano ricorrendo a un linguaggio nuovo, non accademico, e alla fotografia. Tra le scoperte si ricordano quelle del Tempio di Vesta; il complesso della fonte sacra di Giuturna; la chiesa medievale di Santa Maria Antiqua con il ciclo pittorico bizantino; il sepolcreto arcaico, che ha consentito di stabilire una vita protostorica nell’area del Foro Romano; il Lapis Niger, luogo che gli autori antichi riferiscono alla saga di Romolo. Per il Palatino approfondisce i temi della flora, interesse che lo accompagna tutta la vita e di cui resta traccia nell’ordinamento del giardino degli Horti farnesiani, e in quel roseto che porta ancora il suo nome e dove è sepolto.

Giacomo Boni nel suo studio presso le Uccelliere Farnesiane nel 1923 (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)

Giacomo Boni è stato anche un colto rappresentante dell’ambiente intellettuale e cosmopolita dell’epoca, illustrato da eccellenti prestiti in mostra che favoriscono la narrazione degli aspetti meno conosciuti della sua personalità. Già in giovane età, il credito acquisito presso eminenti figure della cultura anglosassone, a cominciare da John Ruskin e William Morris, le stimolanti e influenti amicizie veneziane e milanesi – in particolare Primo Levi e Alberto Carlo Pisani Dossi – e, grazie a quelle, l’ingresso nei circoli intellettuali sostenitori di Francesco Crispi lo portano a Roma. In un contesto culturale in cui si intrecciano la passione per l’archeologia e l’interesse per la contemporanea arte inglese, risulta incoraggiata dall’operato di Boni una nuova visione dell’Antico che l’arte simbolista porta al pieno sviluppo all’inizio del Novecento. Il progetto museografico realizzato in quegli anni per il Foro Romano e il Palatino da Giacomo Boni è pertanto il risultato di una molteplicità di interessi e incontri, e si presenta straordinariamente attuale e innovativo: forse il primo esperimento di parco archeologico in cui natura, resti antichi, ricostruzioni filologiche, rievocazioni e divulgazione tendono a fondersi in armonia.

Mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità”: l’allestimento della sezione al Tempio di Romolo (foto Simona Murrone)

Le sezioni: Tempio di Romolo. Vengono ripercorsi gli anni della formazione e i rapporti con la cultura anglosassone durante il periodo veneziano (1879–1888), l’arrivo a Roma con l’incarico presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti (1888–1898) e i successivi all’ufficio scavi del Foro Romano che portano a grandi scoperte. E ancora dal 1907 quando il Palatino viene accorpato al Foro, fino all’anno della morte. Oltre a opere di De Carolis e Cambellotti, al centro del tempio è esposto il pallone frenato utilizzato con straordinaria intuizione da Boni per effettuare le vedute fotografiche degli scavi dall’alto.

Mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità”: l’allestimento della sezione al museo forense (foto Marco Cremascoli)

Le sezioni: Complesso di Santa Maria Nova. La sezione della mostra è dedicata in generale all’attività archeologica di Boni al Foro Romano e in particolare al museo forense, da lui voluto e inaugurato nel 1908. Si inscrive nel racconto di questa figura atipica di archeologo, anticipatrice per molti versi, che ha trasformato lo studio dell’archeologia. Sono stati messi in luce i suoi criteri espositivi, riproposti dei contesti di scavo come il sepolcreto arcaico di cui aveva fatto realizzare un plastico – adesso restaurato e in mostra – e come l’insieme delle sculture che decoravano la fontana di Giuturna. Sono anche esposte delle teche disegnate dallo stesso Boni e con l’organizzazione dei reperti da lui disposta. Risulta in questo modo evidente il suo principio: rispettare l’integrità dei complessi riportati alla luce. Tutti i materiali sono ugualmente fondamentali: che si tratti di manufatti, resti antropologici, botanici, faunistici. Un metodo che ha sviluppato lo studio dei reperti anche da un punto di vista etnoantropologico. Importante sottolineare anche il luogo scelto da Boni per istituire l’Antiquarium: all’interno del chiostro quattrocentesco del complesso di Santa Maria Nova. I restauri di allora, avviati proprio per consentire l’esposizione dei reperti, portano alla luce non solo le trasformazioni dal trecento al settecento del chiostro stesso, ma anche parte della pavimentazione del pronao della cella dedicata alla dea Roma. Tutti elementi che il percorso di mostra oggi ripropone, grazie anche a un recente intervento di manutenzione del complesso e di ristrutturazione delle sale espositive che restituisce al grande pubblico questi spazi, chiusi al pubblico da più di dieci anni.

La chiesa settecentesca di Santa Maria Liberatrice prima del suo abbattimento (foto Archivio Fotografico Storico PArCo)

Le sezioni: Santa Maria Antiqua e rampa domizianea. Si racconta il ritrovamento della chiesa e del ciclo pittorico altomedievale di matrice bizantina, dopo l’abbattimento della chiesa secentesca di Santa Maria Liberatrice. Una scoperta, riccamente documentata dal gruppo di lavoro di Boni, e da cui prende avvio un filone neo-bizantino che investe le arti e l’architettura dell’epoca.

Mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità”: l’allestimento della sezione alle Uccelliere farnesiane (foto Simona Murrone)

Le sezioni: Uccelliere farnesiane. È in questa sezione che emerge con forza l’aspetto meno noto del grande archeologo e architetto: il ruolo avuto negli ambienti culturali italiani ed europei degli inizi del Novecento. Ben introdotto nei circoli mondani e culturali della capitale – si ricordano i rapporti con il socialismo umanitario romano, costanti dopo il primo incontro nella redazione della “Nuova Antologia” con Giovanni Cena, Sibilla Aleramo, Duilio Cambellotti – e definito poeta, e profeta, da Eleonora Duse, Ugo Ojetti e Benedetto Croce per la capacità di ricostruire il mito delle origini dell’antica Roma. Le scoperte che ridisegnano il Foro e il suo pensiero suggestionano il simbolismo romano, la cui onda lunga penetra nel Novecento, alimentando il Liberty della capitale e arrivando almeno al 1913, con l’affermarsi delle Secessioni e delle Avanguardie. L’approccio al mondo classico fatto di simboli, rievocazioni, allusioni cifrate è evidente nelle opere esposte di Bottazzi, Cambellotti, Dalbono, Discovolo, Grassi, Maldarelli, Netti e Sartorio, molte delle quali provenienti da collezioni private. Spicca la tela “Gli archeologi” di Giorgio de Chirico, segno della memoria storica sempre presente. Boni dal 1910 si ritira a vivere nelle Uccelliere, e lo ricorda l’esposizione di una selezione di arredi originali della sua casa-studio. A completamento della narrazione della vita di Giacomo Boni, oltre alle quattro sezioni della mostra nel Foro Romano sono posizionati dei totem nei luoghi di maggior intervento e di scoperte, che hanno consentito una nuova lettura dell’area archeologica centrale e della storia dell’antica Roma.

Roma. Tra il Foro romano e il Palatino fervono i lavori per completare l’allestimento della mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” promossa dal parco archeologico del Colosseo

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Locandina della mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” al Foro Romano e al Palatino dal 15 dicembre 2021 al 30 aprile 2022

Al parco archeologico del Colosseo, dal complesso di Santa Maria Nova che sarà aperta per la prima volta al pubblico alle Uccelliere Farnesiane, fervono i lavori per completare l’allestimento della mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” (vedi https://www.facebook.com/parcocolosseo/videos/583617956072135): dal 15 dicembre 2021 al 30 aprile 2022 il parco archeologico del Colosseo dedica una grande mostra alla figura di Giacomo Boni (Venezia, 1859 – Roma, 1925) nei luoghi in cui l’archeologo e architetto operò principalmente: il Foro Romano e il Palatino. Curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Andrea Paribeni con Patrizia Fortini, Alessio De Cristofaro e Anna De Santis, organizzazione e promozione di Electa editore, la mostra “Giacomo Boni. L’alba della modernità” si articola in quattro sezioni: l’attività archeologica e il museo forense, nel Complesso di Santa Maria Nova; la vita di Boni, al Tempio di Romolo; la scoperta della chiesa e del ciclo pittorico bizantino, a Santa Maria Antiqua e nella rampa domizianea; il contesto culturale e artistico del primo Novecento, nelle Uccelliere farnesiane. Ne scaturisce la visione complessiva di un uomo che autodidatta, con una formazione di disegnatore nei cantieri veneziani, col tempo diviene archeologo e architetto sviluppando metodi innovativi di scavo – a cominciare da quello stratigrafico –, di restauro e di valorizzazione. Attento divulgatore delle proprie scoperte archeologiche che rivelano una Roma prerepubblicana e medievale, si dimostra precursore anche nel campo della documentazione degli scavi e della comunicazione nell’utilizzo delle fotografie dall’alto, con l’uso del pallone aerostatico.

Roma. Riprende “Canti di pietra” al Foro Romano, finalmente in presenza: Franco Nero legge Gabriele Tinti alla fonte di Giuturna nel giorno in cui gli antichi romani celebravano i Tiberinalia per il dio Tevere

Riparte il ciclo Canti di Pietra, promosso dal parco archeologico del Colosseo e curato dallo scrittore e poeta Gabriele Tinti, in collaborazione con Hotel Splendide Royal Roma della Roberto Nardi Collection. L’appuntamento si terrà l’8 dicembre 2021, ricorrenza dell’antica festività romana Tiberinalia, dedicata al fiume, il dio Tevere: alle 11, alla Fonte di Giuturna, nel Foro Romano, l’ospite d’eccezione, l’attore Franco Nero, leggerà le poesie di Gabriele Tinti ispirate alle opere d’arte, ai miti e alle leggende di una tra le più importanti sorgenti d’acqua presenti nel contesto arcaico del Foro Romano. L’evento è aperto a tutto il pubblico in possesso di biglietto di accesso al PArCo. “In questo contesto del Foro Romano, così ricco di storia e di mito, riparte il ciclo di Canti di Pietra”, commenta Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. “Dopo un lungo periodo in cui si sono avvicendati Alessandro Haber, Michele Placido, James Cosmo, Stephen Fry, Marton Csokas e Robert Davi che nel corso del 2020 hanno prestato la loro arte per celebrare le antiche divinità del Pantheon romano e alcuni dei più celebri monumenti del PArCo, sempre in modalità online, ripartiamo finalmente in presenza, offrendo ai nostri visitatori l’emozione della lettura di Franco Nero che farà rivivere la storia e la statuaria un tempo presente nel Foro Romano”.

La fonte di Giuturna al Foro Romano (foto PArCo)

Al centro del bacino quadrato della fonte, monumentalizzato con un rivestimento di marmo, vi era un piedistallo destinato a sostenere il gruppo statuario dei Dioscuri, proprio in questi giorni in fase di nuovo allestimento. Parte del reading sarà ispirato a quest’opera, ancora oggi il simbolo dell’amore fraterno. Ulteriori statue decoravano il complesso architettonico posto dietro la fonte, più volte rimaneggiato e rifatto: una di essa rappresenta Esculapio, il dio della medicina, forse per ricordare le virtù medicamentose delle acque, e un’altra rappresentava Apollo. La lettura evocherà queste divinità e la statuaria un tempo presente in questa area del Foro.

Roma. Tramonti al Foro Romano: eccezionale apertura con visite libere alla Casa delle Vestali. Disponibile anche una visita guidata

La piscina della Casa delle Vestali al Foro Romano al tramonto (foto PArCo)

Giovedì 30 settembre 2021, a partire dalle 18.30 per gruppi di massimo 20 persone, entrando al Foro Romano dall’Arco di Tito e percorrendo la via Sacra sarà possibile raggiungere la Casa delle Vestali all’imbrunire. Questa eccezionale apertura è possibile grazie alla conclusione di lavori di conservazione con l’allestimento degli ambienti della casa delle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città.

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Ambiente D della Casa delle Vestali al Foro Romano: frammenti di catillus e di due metae pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica (foto PArCo)

Gli spazi adesso visitabili – tra cui spicca la stanza della macina in pietra lavica, interpretata subito dopo la scoperta come la stanza in cui le sacerdotesse di Vesta realizzavano la mola salsa, una focaccia sacra per i culti legati ai riti cui officiavano – circondano il cortile del complesso dove si erge il tempio circolare che custodiva il fuoco sacro. Visite libere alle 18.45, 19, 19.10, 19.20 con il solo accompagno alla Casa delle Vestali. Alle 18.40 è disponibile anche una visita guidata con CoopCulture della durata di 1 ora al costo di 5 euro + 1 euro prenotazione. Per i possessori di Membership card prenotazione gratuita e visita guidata ridotta al costo di 4 euro. Si accede con qualunque biglietto di ingresso in corso di validità (24h Colosseo – Foro Romano – Palatino e Full Experience, valido 48h), previa prenotazione al costo di 1 euro. Prenotazione obbligatoria per un massimo di 20 persone a turno di visita. Clicca qui per prenotare. / 06.39967700 (call center attivo tutti i giorni dalle 10 alle 15).

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quindicesimo e ultimo appuntamento il viaggio parte dal Tempio dei Dioscuri, al Foro Romano, e arriva sulla via Appia, seguendo la famiglia dei Metelli

Panorama del Foro Romano con il Tempio dei Dioscuri in primo piano (foto PArCo)

I “Percorsi fuori dal PArCo” sono giunti all’ultima tappa. È stato un lungo viaggio ideale proposto dal parco archeologico del Colosseo che ci ha dato la possibilità di scoprire monumenti e luoghi significativi per l’evoluzione della civiltà romana… e non solo! Siamo dunque al quindicesimo e ultimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, Palazzo Farnese a Caprarola (Vt), le gallerie nazionali Barberini Corsini, la loggia di Galatea nella Villa Farnesina, il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora una volta dal Foro Romano, esattamente come nella prima tappa dello scorso aprile, dal Tempio dei Castori, per giungere sulla via Appia, seguendo la famiglia dei Metelli.

Il portico di Ottavia come lo vediamo oggi dopo il restauro da parte di Ottaviano Augusto (foto graziano tavan)

“La storia è formata da luoghi, da eventi ma anche da persone”, spiegano gli archeologi del Parco archeologico del Colosseo. “Per questo vogliamo concludere questo ciclo parlando di una delle famiglie più importanti della Roma repubblicana: i Metelli. La famiglia romana della gens Caecilia diede alla vita militare e politica romana numerosi esponenti protagonisti di avvenimenti importanti. Lucio Cecilio nel 250 a.C. riportò una vittoria significativa contro i Cartaginesi a Panormo. Quinto Cecilio Macedonico combatté la quarta guerra macedonica e ridusse la Macedonia a provincia romana nel 146 a.C. Inoltre, dopo il grandioso successo riportato, commissionò la Porticus Metelli, oggi meglio conosciuta come Portico di Ottavia dal nome della sorella di Augusto a cui fu dedicata dopo il restauro da parte del princeps”.

Le tre colonne ancora in situ risalgono alla ricostruzione di Tiberio del 6 d.C. Invece l’alto podio su cui sorgevano le colonne fu consolidato durante il rinnovamento finanziato da L. Cecilio Metello Dalmatico anche se fu nuovamente restaurato da Augusto a causa dei numerosi problemi statici dell’edificio (foto PArCo)

“La grandiosa costruzione rappresentava una novità assoluta nel panorama romano”, continuano gli archeologi del PArCo, “e riprendeva il modello della stoà greca, divenendo contenitore di opere d’arte di eccezione. Vogliamo ricordare infine Lucio Cecilio Metello Dalmatico, console dal 119 a.C., che prese il suo cognomen dalle vittorie riportate sui Dalmati. Con il bottino di guerra, nel 117 a.C., finanziò uno dei primi restauri del Tempio dei Castori nel Foro Romano, dandogli la struttura che ancora oggi possiamo in parte osservare”.

Via Appia, il Mausoleo di Cecilia Metella dall’alto. In base a confronti con monumenti funerari simili sappiamo che in origine il cilindro doveva essere sormontato da un tumulo di terra ricoperto da vegetazione. Visibile anche l’oculus, l’apertura posta sulla sommità della camera sepolcrale (foto PArCo)

La famiglia dei Metelli restaurò ed eresse nuovi monumenti anche fuori dall’Urbe: “Uno dei più emblematici”, ricordano gli archeologi del PArCo, “è il Mausoleo di Cecilia Metella sulla Via Appia nel parco archeologico dell’Appia Antica che riveste grande importanza nell’ambito dell’architettura funeraria romana e testimonia il prestigio della famiglia dei committenti che potevano finanziare costruzioni simili sulla Regina Viarum. Il Mausoleo è uno degli edifici funerari più rappresentativi della via Appia Antica, vero e proprio monumento-simbolo che si staglia al III miglio della strada consolare. Si tratta di una tomba monumentale costruita fra il 30 e il 20 a.C. per ospitare le spoglie di Cecilia Metella, esponente dell’aristocrazia romana”.

L’epigrafe, ancora visibile sulla parte alta del monumento, ricorda che Cecilia era figlia del console Quinto Cecilio Metello (foto PArCo)

“L’epigrafe, ancora visibile sulla parte alta del monumento”, sottolineano gli archeologi del PArCo, “ci svela che Cecilia era figlia del console Quinto Cecilio Metello, noto come ‘Cretico’ per aver conquistato l’isola di Creta. Il termine “Crassi” con cui si conclude l’iscrizione si riferisce al marito che era con ogni probabilità Marco Licino Crasso, distintosi al seguito di Cesare nella spedizione in Gallia tra il 57 e il 51 a.C. La tomba, che impressiona ancora oggi il viaggiatore per la sua imponenza ed eleganza, era un omaggio alla defunta ma anche e soprattutto una celebrazione delle glorie, delle ricchezze e del prestigio delle famiglie di appartenenza. Era costituita da un imponente cilindro, che si presenta ancora rivestito dalle originarie lastre di travertino, poggiante su un basamento a pianta quadrata di cui si conserva il solo nucleo cementizio in scaglie di selce. Sulla sommità del tamburo è un fregio marmoreo decorato con teste di bue e ghirlande di fiori e frutta da cui deriva il termine ‘Capo di Bove’ che a partire dal medioevo indica il monumento stesso e tutta la tenuta circostante”.

Mausoleo di Cecilia Metella. Sulla destra, il mausoleo costituito da un imponente cilindro ancora rivestito dalle originarie lastre di travertino; poggia su un basamento a pianta quadrata di cui si conserva il solo nucleo cementizio in scaglie di selce. Ben visibile sulla sommità del tamburo il fregio marmoreo decorato con teste di bue e ghirlande di fiori e frutta (foto PArCo)

“Nel 1303, con l’aiuto di papa Bonifacio VIII, il mausoleo venne acquisito dalla famiglia Caetani e fortificato con un castrum formato da una cinta muraria, un palazzo e un torrione che si ergeva sulla mole della tomba romana. All’interno del villaggio fortificato – concludono – era anche la chiesa gotica di San Nicola, ancora oggi visibile di fronte al mausoleo”. Il Mausoleo di Cecilia Metella è in via Appia Antica 161. Aperto dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19 con ultimo ingresso alle 18.30. Come arrivare: Metro A (Arco di Travertino) e poi autobus 660 oppure 118. Ingresso con La Mia Appia Card. Per sapere di più sulle modalità di accesso: http://www.parcoarcheologicoappiaantica.it/…/prepara…/