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Roma. Tramonti al Foro Romano: eccezionale apertura con visite libere alla Casa delle Vestali. Disponibile anche una visita guidata

La piscina della Casa delle Vestali al Foro Romano al tramonto (foto PArCo)

Giovedì 30 settembre 2021, a partire dalle 18.30 per gruppi di massimo 20 persone, entrando al Foro Romano dall’Arco di Tito e percorrendo la via Sacra sarà possibile raggiungere la Casa delle Vestali all’imbrunire. Questa eccezionale apertura è possibile grazie alla conclusione di lavori di conservazione con l’allestimento degli ambienti della casa delle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città.

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Ambiente D della Casa delle Vestali al Foro Romano: frammenti di catillus e di due metae pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica (foto PArCo)

Gli spazi adesso visitabili – tra cui spicca la stanza della macina in pietra lavica, interpretata subito dopo la scoperta come la stanza in cui le sacerdotesse di Vesta realizzavano la mola salsa, una focaccia sacra per i culti legati ai riti cui officiavano – circondano il cortile del complesso dove si erge il tempio circolare che custodiva il fuoco sacro. Visite libere alle 18.45, 19, 19.10, 19.20 con il solo accompagno alla Casa delle Vestali. Alle 18.40 è disponibile anche una visita guidata con CoopCulture della durata di 1 ora al costo di 5 euro + 1 euro prenotazione. Per i possessori di Membership card prenotazione gratuita e visita guidata ridotta al costo di 4 euro. Si accede con qualunque biglietto di ingresso in corso di validità (24h Colosseo – Foro Romano – Palatino e Full Experience, valido 48h), previa prenotazione al costo di 1 euro. Prenotazione obbligatoria per un massimo di 20 persone a turno di visita. Clicca qui per prenotare. / 06.39967700 (call center attivo tutti i giorni dalle 10 alle 15).

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel quindicesimo e ultimo appuntamento il viaggio parte dal Tempio dei Dioscuri, al Foro Romano, e arriva sulla via Appia, seguendo la famiglia dei Metelli

Panorama del Foro Romano con il Tempio dei Dioscuri in primo piano (foto PArCo)

I “Percorsi fuori dal PArCo” sono giunti all’ultima tappa. È stato un lungo viaggio ideale proposto dal parco archeologico del Colosseo che ci ha dato la possibilità di scoprire monumenti e luoghi significativi per l’evoluzione della civiltà romana… e non solo! Siamo dunque al quindicesimo e ultimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, Palazzo Farnese a Caprarola (Vt), le gallerie nazionali Barberini Corsini, la loggia di Galatea nella Villa Farnesina, il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte ancora una volta dal Foro Romano, esattamente come nella prima tappa dello scorso aprile, dal Tempio dei Castori, per giungere sulla via Appia, seguendo la famiglia dei Metelli.

Il portico di Ottavia come lo vediamo oggi dopo il restauro da parte di Ottaviano Augusto (foto graziano tavan)

“La storia è formata da luoghi, da eventi ma anche da persone”, spiegano gli archeologi del Parco archeologico del Colosseo. “Per questo vogliamo concludere questo ciclo parlando di una delle famiglie più importanti della Roma repubblicana: i Metelli. La famiglia romana della gens Caecilia diede alla vita militare e politica romana numerosi esponenti protagonisti di avvenimenti importanti. Lucio Cecilio nel 250 a.C. riportò una vittoria significativa contro i Cartaginesi a Panormo. Quinto Cecilio Macedonico combatté la quarta guerra macedonica e ridusse la Macedonia a provincia romana nel 146 a.C. Inoltre, dopo il grandioso successo riportato, commissionò la Porticus Metelli, oggi meglio conosciuta come Portico di Ottavia dal nome della sorella di Augusto a cui fu dedicata dopo il restauro da parte del princeps”.

Le tre colonne ancora in situ risalgono alla ricostruzione di Tiberio del 6 d.C. Invece l’alto podio su cui sorgevano le colonne fu consolidato durante il rinnovamento finanziato da L. Cecilio Metello Dalmatico anche se fu nuovamente restaurato da Augusto a causa dei numerosi problemi statici dell’edificio (foto PArCo)

“La grandiosa costruzione rappresentava una novità assoluta nel panorama romano”, continuano gli archeologi del PArCo, “e riprendeva il modello della stoà greca, divenendo contenitore di opere d’arte di eccezione. Vogliamo ricordare infine Lucio Cecilio Metello Dalmatico, console dal 119 a.C., che prese il suo cognomen dalle vittorie riportate sui Dalmati. Con il bottino di guerra, nel 117 a.C., finanziò uno dei primi restauri del Tempio dei Castori nel Foro Romano, dandogli la struttura che ancora oggi possiamo in parte osservare”.

Via Appia, il Mausoleo di Cecilia Metella dall’alto. In base a confronti con monumenti funerari simili sappiamo che in origine il cilindro doveva essere sormontato da un tumulo di terra ricoperto da vegetazione. Visibile anche l’oculus, l’apertura posta sulla sommità della camera sepolcrale (foto PArCo)

La famiglia dei Metelli restaurò ed eresse nuovi monumenti anche fuori dall’Urbe: “Uno dei più emblematici”, ricordano gli archeologi del PArCo, “è il Mausoleo di Cecilia Metella sulla Via Appia nel parco archeologico dell’Appia Antica che riveste grande importanza nell’ambito dell’architettura funeraria romana e testimonia il prestigio della famiglia dei committenti che potevano finanziare costruzioni simili sulla Regina Viarum. Il Mausoleo è uno degli edifici funerari più rappresentativi della via Appia Antica, vero e proprio monumento-simbolo che si staglia al III miglio della strada consolare. Si tratta di una tomba monumentale costruita fra il 30 e il 20 a.C. per ospitare le spoglie di Cecilia Metella, esponente dell’aristocrazia romana”.

L’epigrafe, ancora visibile sulla parte alta del monumento, ricorda che Cecilia era figlia del console Quinto Cecilio Metello (foto PArCo)

“L’epigrafe, ancora visibile sulla parte alta del monumento”, sottolineano gli archeologi del PArCo, “ci svela che Cecilia era figlia del console Quinto Cecilio Metello, noto come ‘Cretico’ per aver conquistato l’isola di Creta. Il termine “Crassi” con cui si conclude l’iscrizione si riferisce al marito che era con ogni probabilità Marco Licino Crasso, distintosi al seguito di Cesare nella spedizione in Gallia tra il 57 e il 51 a.C. La tomba, che impressiona ancora oggi il viaggiatore per la sua imponenza ed eleganza, era un omaggio alla defunta ma anche e soprattutto una celebrazione delle glorie, delle ricchezze e del prestigio delle famiglie di appartenenza. Era costituita da un imponente cilindro, che si presenta ancora rivestito dalle originarie lastre di travertino, poggiante su un basamento a pianta quadrata di cui si conserva il solo nucleo cementizio in scaglie di selce. Sulla sommità del tamburo è un fregio marmoreo decorato con teste di bue e ghirlande di fiori e frutta da cui deriva il termine ‘Capo di Bove’ che a partire dal medioevo indica il monumento stesso e tutta la tenuta circostante”.

Mausoleo di Cecilia Metella. Sulla destra, il mausoleo costituito da un imponente cilindro ancora rivestito dalle originarie lastre di travertino; poggia su un basamento a pianta quadrata di cui si conserva il solo nucleo cementizio in scaglie di selce. Ben visibile sulla sommità del tamburo il fregio marmoreo decorato con teste di bue e ghirlande di fiori e frutta (foto PArCo)

“Nel 1303, con l’aiuto di papa Bonifacio VIII, il mausoleo venne acquisito dalla famiglia Caetani e fortificato con un castrum formato da una cinta muraria, un palazzo e un torrione che si ergeva sulla mole della tomba romana. All’interno del villaggio fortificato – concludono – era anche la chiesa gotica di San Nicola, ancora oggi visibile di fronte al mausoleo”. Il Mausoleo di Cecilia Metella è in via Appia Antica 161. Aperto dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19 con ultimo ingresso alle 18.30. Come arrivare: Metro A (Arco di Travertino) e poi autobus 660 oppure 118. Ingresso con La Mia Appia Card. Per sapere di più sulle modalità di accesso: http://www.parcoarcheologicoappiaantica.it/…/prepara…/

Roma, Percorsi fuori dal PArCo. Nel tredicesimo appuntamento il viaggio parte dal Tempio di Vesta e dalla Casa delle Vestali, nel Foro Romano, e giunge alle Barberini Corsini Gallerie nazionali per scoprire la storie di queste sacerdotesse, custodi del fuoco sacro

Il cortile della Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)

Tredicesimo appuntamento col progetto “Percorsi fuori dal PArCo – Distanti ma uniti dalla storia” che vuole portare i cittadini romani e tutti i visitatori a scoprire i legami profondi e ricchi di interesse, ma non sempre valorizzati, tra i monumenti del Parco e quelli del territorio circostante, raccontando, con testi e immagini, il nesso antico che unisce la storia di un monumento o di un reperto del parco archeologico del Colosseo con un suo “gemello”, situato nel Lazio. Dopo aver raggiunto il Comune di Cori (tempio dei Dioscuri), il parco archeologico di Ostia Antica (tempio della Magna Mater), Prima Porta (villa di Livia Drusilla), il parco archeologico dell’Appia Antica (tenuta di Santa Maria Nova), piazza Navona (stadio di Domiziano), villa di Tiberio a Sperlonga (Lt), Palazzo Barberini al Quirinale, il parco archeologico di Priverno (residenze private), il parco archeologico di Ostia Antica (Sinagoga), Santa Maria Maggiore a Ninfa (Lt), il complesso di Massenzio sulla via Appia, Palazzo Farnese a Caprarola (Vt), il viaggio virtuale – ma ricco di spunti per organizzare visite reali – promosso dal parco archeologico del Colosseo riparte dal Foro Romano, più precisamente dal Tempio di Vesta, appena restaurato, e dalla Casa delle Vestali, da poco aperta al pubblico con un nuovo percorso, per giungere in via delle Quattro Fontane alle gallerie nazionali Barberini Corsini, dove approfondire la storia di queste sacerdotesse, che da sempre suscita interesse e curiosità tra gli appassionati del mondo antico.

Il tempio di Vesta nel Foro Romano a Roma (foto PArCo)

“Le sei Vestali, il cui compito principale era la cura dell’ignis perpetuus, il fuoco che ardeva giorno e notte all’interno del tempio di Vesta, simbolo del sacro focolare della città”, ricordano gli archeologi del PArCo, “costituivano l’unico sacerdozio femminile della Roma antica. Scelte tra le discendenti delle più illustri famiglie della città (in origine solo tra quelle appartenenti al patriziato), le Vestali erano reclutate tra bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, ed avevano l’obbligo di esercitare il sacerdozio vivendo nell’Atrium Vestae, ovvero la dimora situata presso il tempio, per 30 anni”.

Statua di Vestale conservata nella Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)

“Sempre vestite di bianco, con una lunga stola e un corto mantello di lana – continuano -, le Vestali legavano ogni giorno i capelli in un’acconciatura che le donne romane sfoggiavano solo nel giorno del loro matrimonio: sei trecce strette sul capo a cui si avvolgevano bende che ricadevano sui lati. Le Vestali erano le uniche donne romane a non essere sottoposte alla tutela del pater familias, potevano inoltre disporre autonomamente dei propri beni e testimoniare in giudizio senza giuramento. E se un condannato a morte incontrava una Vestale sulla sua strada era graziato”.

La piscina nella Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)
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“La Velata”, statua della vestale Tuccia, conservata a Palazzo Barberini a Roma (foto PArCo)

“Questi diritti erano bilanciati da altrettanti doveri”, spiegano gli archeologi del PArCo: “se una Vestale lasciava spegnere il sacro fuoco era punita a colpi di verga dal Pontefice Massimo; se violava il voto di castità la punizione era durissima: intoccabile perché sacra, la Vestale veniva seppellita viva in una cella sotterranea, condannata ad una morte lenta e terribile. La storia ci ricorda il supplizio di più di 15 Vestali, di frequente immolate come capro espiatorio per placare gli dei in caso di guerre, epidemie o altre situazioni di crisi. Ma le fonti ci tramandano anche i casi di Vestali scampate alla condanna: la più nota è la vergine Tuccia che, ingiustamente accusata, chiese di provare la sua innocenza raccogliendo l’acqua del Tevere in un setaccio, e ci riuscì grazie alla protezione della dea Vesta”.

La vergine Tuccia di Andrea Mantegna, tavola conservata alla National Gallery di Londra (foto PArCo)
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“La Velata” di Antonio Corradini, scultura conservata a Palazzo Barberini a Roma (foto PArCo)

“La storia di Tuccia”, spiegano gli archeologi del PArCo, “ispirò in epoca post antica numerose opere d’arte che la raffigurano spesso come simbolo di castità; famosa è la tavola di Andrea Mantegna conservata alla National Gallery di Londra. La rappresentazione più nota in scultura è invece probabilmente quella di Antonio Corradini, conservata a Palazzo Barberini e nota come “La Velata”. La statua si distingue per il velo impalpabile che la ricopre, che genera onde e viluppi su tutto il corpo e aderisce al ventre con finissime increspature. Il setaccio sul fianco sinistro ci permette di identificare la donna rappresentata con la Vestale Tuccia. Corradini ha privilegiato il punto di vista frontale mentre la parte retrostante è appena abbozzata; ciononostante, a seconda del punto di vista, la statua offre scorci sempre nuovi e suggestivi”.

“La Velata”, scultura di Antonio Corradini che rappresenta la vestale Tuccia, conservata a Palazzo Barberini a Roma (foto PArCo)

“La Velata suscitò grande ammirazione nel pubblico dell’epoca tanto da guadagnarsi più di un articolo sul “Diario ordinario”, giornale allora in voga, che il sabato pubblicava le notizie più rilevanti della città. Tra queste, nel settembre 1743, viene comunicata la visita allo scultore da parte di Giacomo III pretendente al trono d’Inghilterra. Quattro anni dopo, la scultura tornò agli onori della cronaca, messa in vendita al prezzo di 4 mila scudi. Forse a causa del prezzo elevato o per “l’invidia dei Romani” come sostiene Pier Leone Ghezzi in una caricatura, nessuno la comprò, Corradini partì per Napoli, la statua – concludono – fu trasferita al piano terra di Palazzo Barberini, e probabilmente acquistata dai Barberini stessi a un prezzo più vantaggioso dopo la morte dell’artista”. Per informazioni su Barberini Corsini Gallerie Nazionali e sulle modalità di visita si visiti il sito ufficiale https://www.barberinicorsini.org/.

Roma. Dal 6 luglio il percorso di visita al Foro Romano si arricchisce del settore SE dell’Atrium Vestae, la Casa delle Vestali, con un nuovo allestimento museale

Un suggestivo scorcio della Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano (foto PArCo)

Con il nuovo allestimento museale per gli ambienti occupati dalle vergini sacerdotesse, incaricate della custodia del focolare sacro della città e di altri riti connessi con il culto domestico, si ampliano gli spazi espositivi e si arricchisce il percorso di visita del PArCo nel Foro Romano. Dal 6 luglio 2021, dopo nuove indagini archeologiche e accurati interventi di restauro conservativo, torna a rivivere il complesso della Casa delle Vestali: diventa finalmente accessibile un nuovo percorso di visita che consentirà la fruizione del settore sud-orientale dell’Atrium Vestae, da tempo chiuso al pubblico.

Il cortile della Casa delle Vestali (Atrium Vestae) nel Foro Romano

Il settore SE della Casa delle Vestali e l’allestimento museale. La Casa delle Vestali, o Atrium Vestae, venne messa in luce da Rodolfo Lanciani nel corso degli scavi eseguiti negli anni 1882-1884. “In particolare”, ricordano gli archeologi del PArCo, “gli ambienti, ora aperti al pubblico, sono stati rinvenuti in seguito alla rimozione del grande muro di recinzione degli Orti Farnesiani e degli strati di interro, caratterizzati da uno spessore anche di venti metri rispetto al piano di calpestio antico. Subito dopo la scoperta ebbero inizio i lavori di sistemazione delle strutture e dei reperti lapidei rinvenuti, parte dei quali, successivamente esposti nell’Antiquarium forense, sono ora allestiti negli ambienti del settore SE, dopo un accurato intervento di recupero conservativo durato dal 2013 al 2020”.

La pianta della Casa delle Vestali nel Foro Romano (foto PArCo)

“Le recenti indagini archeologiche hanno consentito di acquisire nuovi dati sulle vicende che hanno interessato il complesso architettonico”, spiegano gli archeologi del PArCo. “Il rinvenimento del suolo naturale subito sotto i piani pavimentali imperiali conferma che il lato Est dell’Atrium a Sud dell’antica Via Nova, prima delle ristrutturazioni neroniane conseguenti all’incendio del 64 d.C., doveva essere verosimilmente occupato dal bosco sacro, il Lucus Vestae. Alla fase neroniana-flavia si possono ascrivere alcune strutture murarie rinvenute nel corso delle indagini più recenti nel settore SE, sia in corrispondenza del cd. mezzanino sia al piano terra e che sono state successivamente inglobate nelle strutture traianee databili intorno al 110-113 d.C. Nella fase traianea gli ambienti posti al pianterreno (A-E) dovevano avere funzioni residenziali e di rappresentanza.  Sostanzialmente fino almeno al IV secolo d.C. il piano inferiore restò pressoché immutato”.

Ambiente D della Casa delle Vestali al Foro Romano: frammenti di catillus e di due metae pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica (foto PArCo)

“Fin dal rinvenimento, l’ambiente D è stato interpretato come pistrinum, ovvero mulino, data la forma circolare e il ritrovamento (probabilmente all’interno o nei pressi) di alcuni elementi frammentari pertinenti a più di una macina a clessidra (mola versatilis) in pietra lavica: due frammenti di catillus e due metae frammentarie di diverso diametro”, raccontano gli archeologi del PArCo. “Nonostante l’opinione comunemente condivisa in letteratura, che viene in genere associata ad una delle funzioni svolte dalle Vestali, ossia la preparazione della mola salsa, composta da farina di farro e sale, alcune considerazioni di tipo tecnico-costruttivo sembrano escludere la correlazione di questa struttura con l’installazione di un mulino. Probabilmente si deve ai primi anni del XX secolo l’allestimento della meta al centro della struttura circolare”.

Una statua di vestale nel Foro Romano (foto PArCo)

La mola salsa. Secondo le fonti le tre Vestali Massime un giorno su due, durante il periodo dal 7 al 14 maggio, mettevano le spighe di farro, far, in cesti da mietitori; quindi procedevano alla tostatura, alla frantumazione e alla molitura delle spighe. Aggiungendo sale cotto e sale grezzo ai Lupercalia (15 febbraio), ai Vestalia (9 giugno) e alle Idi di settembre (13 settembre), le Vestali facevano la mola salsa, sparsa su tutti gli animali condotti al sacrificio pubblico e su ogni offerta fatta agli dei. Da questo rito preliminare del sacrificio proviene il termine immolare, letteralmente cospargere di mola.

La vita politica della Roma antica, tra il Foro e la Curia: il parco archeologico del Colosseo partecipa alla Notte europea dei Musei offrendo una passeggiata nella Storia all’interno della Curia Iulia, e sotto le stelle nel Foro Romano

Il Foro Romano illuminato offre suggestivi scorci per una passeggiata sotto le stelle (foto PArCo)

La vita politica della Roma antica, tra il Foro e la Curia. È il tema sviluppato dagli esperti del parco archeologico del Colosseo per la Notte europea dei Musei con apertura straordinaria serale del Foro Romano e della Curia Iulia, dalle 19.15 alle 21.45 (ultimo ingresso alle 21), senza prenotazione. Ingresso e uscita da Largo della Salara Vecchia. Per l’occasione il biglietto avrà il costo simbolico di 1 euro. Ulteriori informazioni sulle modalità di accesso verranno comunicate sul sito e sui canali social del PArCo. L’iniziativa, giunta alla sua diciassettesima edizione, è organizzata dal ministero della Cultura francese e patrocinata dall’Unesco, dal Consiglio d’Europa e dall’ICOM. Il parco archeologico del Colosseo partecipa aprendo i cancelli del Foro Romano e offrendo una suggestiva visita sotto le stelle, passeggiando nella Storia all’interno dello spazio della Curia Iulia sede del Senato romano.

La Curia Iulia, nel Foro Romano, era la sede del Senato di Roma (foto PArCo)

La Curia Iulia. “L’edificio”, spiegano gli archeologi del PArCo, “deve il suo nome alle assemblee dei “curiati”, i cittadini selezionati in base al censo, che si svolgevano nel Comizio; era qui infatti che si apriva la prima curia di Roma, la Curia Hostilia, edificata secondo la leggenda da Tullio Ostilio terzo re di Roma nel VI sec. a.C. Danneggiata da un incendio nel 52 a.C., Giulio Cesare rifondò la nuova Curia, modificandone l’orientamento e annettendola al suo Foro personale. Il lavoro fu terminato poi nel 29 a.C. da Augusto ma già nel 94 d.C. all’epoca di Domiziano vi fu un primo restauro, seguito da un intervento più importante dovuto a Diocleziano, conseguente al disastroso incendio del 238 d.C.: di questo restauro sono ancora visibili, all’interno, lo splendido pavimento a opus sectile e la decorazione parietale a nicchie marmoree policrome. Il grande vano interno rispettava le proporzioni consigliate da Vitruvio per le curie: l’altezza (21 m) era quindi circa la metà della somma tra lunghezza e larghezza. L’aula era divisa in tre settori, con a destra e sinistra tre gradini larghi e bassi, dove erano collocati i circa trecento seggi per i senatori”.

Giochi di riflessi sui grandi vetri della Curia Iulia, dopo i restauri del 2020 (foto Marco Graziani)

Tra il 2019 e il 2020 la Curia Iulia è stato oggetto di un importante restauro conservativo, a cura di Maria Grazia Filetici, che ne ha permesso la riapertura al pubblico come spazio di condivisione, dialogo, incontro. “I nuovi infissi – sottolineano al PArCo – forniscono un importante livello di sicurezza alla spinta del vento e i grandi vetri restituiscono giochi di riflessi e nuove trasparenze al monumento. Inoltre è stato creato un nuovo sistema di impermeabilizzazione della copertura e le nuove vetrate sono dotate di impianti meccanizzati per l’oscuramento della sala interna”.

Giornate europee dell’Archeologia 2021. Il parco archeologico del Colosseo partecipa con attività speciali, nell’ottica dell’accessibilità, per approfondire le collezioni archeologiche e il patrimonio culturale custodito

Tornano, finalmente in presenza, le Giornate Europee dell’Archeologia: appuntamento questo week-end, il 18, 19 e 20 giugno 2021. Il parco archeologico del Colosseo partecipa anche quest’anno alle Giornate Europee dell’Archeologia (GEA), istituite dall’Institut national de recherches archéologiques préventives (Inrap) in Francia e dal 2019 estese all’Europa, con attività speciali che permetteranno, nell’ottica dell’accessibilità, di approfondire le collezioni archeologiche e il patrimonio culturale custodito. Tutte le attività sono incluse nel biglietto di accesso al PArCo: per acquistare il biglietto d’ingresso al PArCo visitate la pagina dedicata del sito; i posti sono limitati, per partecipare alle attività è obbligatoria la prenotazione via mail all’indirizzo: pa-colosseo.didattica@beniculturali.it. Si ricorda l’obbligo di utilizzo durante le attività dei dispositivi di protezione individuale, dei guanti per le visite tattili, delle mascherine e del mantenimento della distanza di sicurezza.

Veduta aerea della Vigna Barberini sul Palatino dopo gli scavi recenti (foto PArCo)
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Il grandioso pilone che sosteneva l’edificio circolare ritrovato nel 2009 sullo sperone nord-orientale della Vigna Barberini, panoramico sulla valle del Colosseo. Si tratta forse della famosa “coenatio rotunda” (foto PArCo)

Venerdì 18 giugno 2021, ore 10.30, visita dello scavo della Vigna Barberini; appuntamento: alla Vigna Barberini. Durata dell’attività: 1 ora ca. Per partecipare alla visita è obbligatorio indossare scarpe da ginnastica. Con la guida di un archeologo è in programma l’apertura straordinaria dello scavo in corso sulla Vigna Barberini al Palatino, dove è stata rinvenuta una complessa struttura di età neroniana in cui va forse riconosciuta la cosiddetta coenatio rotunda della Domus Aurea. Nella visita sarà possibile conoscere la storia di questo settore del Palatino e i risultati delle più recenti indagini archeologiche, toccando con mano il metodo di indagine stratigrafico.

Guida tattile: piano Interrato del Museo Palatino (foto PArCo)
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La guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia” (foto PArCo)

Venerdì 18 giugno 2021, ore 16.30, e sabato 19 giugno 2021, ore 10, visite tattili del Museo Palatino; appuntamento: all’Arco di Tito. Durata delle attività: 2 ore ca. Il programma prevede venerdì e sabato visite tattili del Museo Palatino rivolte a persone con disabilità visiva, e loro accompagnatori, e persone normovedenti, senza limiti di età. Il carattere inclusivo delle attività permetterà ai partecipanti di approfondire l’archeologia attraverso una selezione di reperti significativi e di arricchire l’esperienza sensoriale di fruizione dei reperti e delle opere d’arte attraverso la sperimentazione della tattilità. Nel Museo Palatino l’attività didattica sarà supportata dall’utilizzo della guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma”. La lettura tattile dei reperti originali e l’esplorazione delle schede a rilievo della guida permetteranno di approfondire il tema del mestiere dell’archeologo, attraverso una reale interazione tra i partecipanti sia dal punto di vista tattile che del racconto verbale.

Panoramica sul Foro Romano visto dal Palatino (foto PArCo)

Domenica 20 giugno 2021, ore 10.30, visita tattile del Foro Romano; appuntamento: al Tempio del Divo Giulio nel Foro Romano. Durata dell’attività: 2 ore ca. La visita guidata tattile al Foro Romano è un percorso inedito per toccare con mano il paesaggio del Foro. Mediante un approccio tattile e integrato dei sensi, la visita si concentrerà sulle evidenze archeologiche dell’area e sui momenti più significativi del Foro Romano, oltre alla lettura di brani storico-letterari che ci aiuteranno a calarci nella dimensione antica. Dopo l’esplorazione in situ dei monumenti, nella Curia Iulia sarà possibile godere degli eccezionali Plutei traianei, ritrovando quindi i monumenti esplorati nel Foro rappresentati in un documento storico-artistico di eccezionale valore che restituisce in un rilievo storico il paesaggio del Foro Romano.

Le arcate severiane alle pendici meridionali del Palatino (foto PArCo / B. Angeli)

Sabato 19 e domenica 20 giugno 2021, ore 16.45, cacce al tesoro per bambini alle pendici del Palatino; appuntamento: Foro Romano, presso la Basilica Giulia, inizio del percorso lungo le pendici del Palatino. Durata: 90 minuti ca. Ai bambini dai 6 ai 12 anni sono invece dedicate le cacce al tesoro alla scoperta del patrimonio del PArCo che permetteranno di conoscere, attraverso il gioco, la storia della nascita della città, la leggenda di Romolo e Remo e della lupa, la flora e la fauna del luogo, esplorando le pendici del Palatino.

Roma. Nasce la membership card (ingresso illimitato per 12 mesi all’area del Palatino, Foro Romano e Colosseo) per diventare ambasciatori e sostenitori del Parco archeologico del Colosseo. Primo benefit: footing alle pendici del Palatino

Panoramica sul Foro Romano visto dal Palatino (foto PArCo)

roma_PArCo-membership_card_foto-PArCoDa lunedì 14 giugno 2021 sarà possibile entrare a far parte della comunità del Parco archeologico del Colosseo acquistando la membership card che offre l’ingresso illimitato per 12 mesi all’area del Palatino, Foro Romano e Colosseo, oltre a numerosi benefici riservati ai possessori. Aderire a una comunità che, da un lato, si prende cura e, dall’altro, si avvale dei servizi del monumento più iconico d’Italia e del parco archeologico centrale di Roma, vuol dire condividere un pensiero di responsabilità civica. Un segnale di reciproco sostegno per il patrimonio culturale. Il PArCo – custode di un Patrimonio Unesco che tutela e valorizza – ha utilizzato ricerche di marketing e sui pubblici condotte negli anni scorsi per mettere a punto un sistema differenziato di card tramite il quale chi aderirà, oltre a usufruire dei vantaggi tradizionalmente legati ad essa, potrà sostenere in prima persona gli studi, le ricerche e i restauri di questo complesso monumentale unico al mondo e conoscerne i risultati in anteprima. La membership card del PArCo è declinata in tre tipologie, rivolte a un pubblico ampio, eterogeneo, con interessi, riferimenti culturali e stili di vita diversi: Young (25 euro) è la card riservata a coloro cha hanno tra 18 e 30 anni compiuti; Individual (50 euro) è la card individuale dai 31 anni in su; Family&friends (80 euro) è la card dedicata a chi vuole condividere l’esperienza, riservata a due adulti, cui si possono aggiungere fino a 3 ragazzi entro i 18 anni. La membership card può essere acquistata alle biglietterie del PArCo oppure online.

La domus Tiberiana domina il colle Palatino a Roma (foto PArCo)
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Le arcate severiane alle pendici meridionali del Palatino (foto PArCo / B. Angeli)

“L’acquisto della membership card è un’azione concreta per rafforzare ancor più il rapporto dei cittadini con i tesori artistici di un bene pubblico contribuendone al rilancio”, dice Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo, “divenendone non soltanto sostenitori, ma soprattutto ambasciatori”. Il momento storico che si sta attraversando è quello più adatto alla creazione di questa nuova comunità, consentendo innanzi tutto ai residenti di godere di una ricchezza della propria città, prima esclusiva dei turisti, e divenirne attivi promotori. L’invito è quello di vivere il proprio quotidiano all’interno di un’area verde unica al mondo, e di avere un’esperienza di visita più consapevole: lenta, personale e intima. Oltre agli ingressi illimitati, la membership card include numerose agevolazioni, tra cui gratuità per visitare monumenti a ingresso contingentato all’interno dell’area archeologica, riduzioni e occasioni speciali per assistere agli eventi culturali che si svolgono negli spazi tutelati dal Parco. E si parte di corsa: per i possessori della membership card che amano correre al mattino, dal 21 giugno al 31 agosto dalle 8 alle 11 sarà riservato l’ingresso di via di San Gregorio per il footing lungo le pendici meridionali del Palatino. Il progetto della membership card del Parco archeologico del Colosseo è stato ideato in collaborazione con la casa editrice Electa, che ne cura anche la comunicazione e il marketing, e con Coopculture per la distribuzione e la vendita.

Roma. Il parco archeologico del Colosseo riapre al pubblico da lunedì 26 aprile, 7 giorni su 7. Ecco le regole per le visite in sicurezza

L’interno del Colosseo dove si vede il breve tratto di cavea ricostruita negli anni Trenta del Novecento (foto PArCo)

Il parco archeologico del Colosseo riapre al pubblico da lunedì 26 aprile 2021 tutti i giorni della settimana dalle 10.30 alle 19.15 (con ultimo accesso alle 18.15). Con le nuove disposizioni governative in fascia gialla l’apertura del Colosseo, del Foro Romano e del Palatino è adesso estesa anche al sabato e alla domenica. Le vendite dei biglietti, con prenotazione obbligatoria della fascia oraria, saranno aperte settimanalmente, dal lunedì alla domenica, a partire dal 24 aprile. Il biglietto ordinario d’ingresso è di 16 euro, ridotto 2 euro, e acquistabile online sul sito ufficiale www.parcocolosseo.it o tramite l’APP scaricabile anche in situ. Sarà attivo l’info point sulla piazza del Colosseo-tempio di Venere e Roma per garantire la necessaria assistenza al pubblico. Il biglietto, con orario d’ingresso predeterminato per la visita al Colosseo, così da garantire il necessario distanziamento dei visitatori, è collegato all’APP gratuita ParcoColosseo che contiene le mappe dei percorsi, i contenuti storici e tutte le informazioni utili alla visita. Si applicheranno le misure di sicurezza già adottate e sperimentate con successo nelle precedenti riaperture: i visitatori, preventivamente dotati di mascherina, all’ingresso si sottoporranno alla misurazione della temperatura mediante termoscanner e sarà fatta rispettare la distanza di sicurezza sul percorso di visita. In questa prima fase di riapertura non saranno ancora accessibili gli spazi chiusi del PArCo: Santa Maria Antiqua, Rampa Domizianea, Museo Palatino, Casa di Augusto e Casa di Livia, Criptoportico Neroniano e Aula Isiaca e Domus Aurea. La loro fruizione è infatti vincolata all’andamento della situazione sanitaria generale. La visita al Foro Romano e al Palatino, spazio aperto e assimilabile a parchi e giardini, sarà aperta con un unico ingresso dalla via Sacra/arco di Tito, con orario libero, ma mantenendo il costante controllo dei flussi. L’uscita sarà consentita dall’arco di Tito, da via del Foro Romano e da largo Salara Vecchia.

La mappa del percorso a senso unico da 45′ con “Il Colosseo si racconta” (foto PArCo)

La visita. Il percorso, al Colosseo, seguirà un tracciato a senso unico dall’ingresso sotto il cosiddetto Sperone Valadier fino all’uscita, senza possibilità di interferenze tra il pubblico. L’accessibilità è sempre assicurata con l’assistenza ai pubblici fragili e l’utilizzo degli ascensori, con interventi sistematici di igienizzazione. La visita del I ordine dell’anfiteatro – senza passaggio sull’arena – e con affaccio ai sotterranei porta al II ordine attraversando gli spazi dell’esposizione permanente in cui è raccontata la storia del monumento in 11 tappe, e prosegue attraverso la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”. La mostra illustra in maniera emblematica il dialogo tra i due centri, Roma e Pompei, facendo emergere il progressivo allineamento di Pompei ai modelli culturali che si impongono a Roma nel corso della formazione del suo dominio mediterraneo. La visita, poi, prosegue fino alla terrazza Valadier con il suggestivo affaccio sulla piazza del Colosseo e il percorso dell’intero anello interno dell’anfiteatro. Lungo il percorso d’uscita è visibile il dipinto murale che rappresenta Gerusalemme ideale, oggetto di un recente restauro.

Panoramica del Foro romano dal Palatino (foto PArCo)

Al Foro Romano il percorso sarà indicato da apposita segnaletica per evitare le zone di cantiere lungo la Via Sacra e invitando il pubblico ad entrare nella Casa delle Vestali, per poi raggiungere l’area dell’Arco di Settimio Severo dove è in corso un cantiere recintato da teli didattici con contenuti testuali e multimediali. Durante le chiusure di questi mesi l’attività di manutenzione ordinaria e straordinaria del Parco è rimasta costante. “Monitoraggio, cura e conservazione del patrimonio monumentale e del verde non si sono mai fermati”, dice Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. “Un intenso lavoro di cura del patrimonio che entro l’anno consentirà anche di aprire nuovi spazi di visita chiusi da decenni, come la Domus Tiberiana”. Un’attività che viene settimanalmente condivisa con il pubblico attraverso dirette sui canali social del PArCo, in cui funzionari e restauratori condividono i progressi e le novità dei cantieri in corso.

Il colle Palatino era il cuore di Roma antica con edifici pubblici e sacri fulcro della città

Al Palatino l’intera area sarà percorribile: dall’arco di Tito fino ai rinnovati Horti Farnesiani, dalle cosiddette terme di Elagabalo alla Vigna Barberini, attraversando la Domus Augustana e la Domus Flavia con il sempre suggestivo affaccio sullo Stadio Palatino.

Il ministero per gli Affari esteri con Unesco Italia lancia nel mondo “Archeo3D’Italia”, nuova video-piattaforma on line dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, realizzata con Altair4 Multimedia: mappa interattiva, video e ricostruzioni 3D

altair-multimedia_logoQuattordici siti Unesco, custodi di altrettante eccellenze archeologiche italiane, sono raccontati da Archeo3D’Italia, la nuova video-piattaforma dedicata ai siti archeologici italiani iscritti dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità, in rapporto con il loro contesto naturale, storico e culturale, promossa dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, in collaborazione con la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO attraverso le ambasciate e gli istituti di cultura. La piattaforma è stata realizzata in collaborazione con Altair4 multimedia, realtà realizzata nella ricostruzione 3D di siti dell’antichità: regia, Alessandro Furlan; curatore, prof. Vincent Jolivet; virtual 3D, Pietro Galifi, Stefano Moretti; post produzione, Luigi Giannattasio; raccolta dati scientifici, Maria Grazia Nini.

Una carta storica dell’Italia con i 14 siti archeologici inseriti nella lista Unesco del Patrimonio mondiale dell’Umanità (foto archeo3ditalia)

Attraverso una mappa interattiva e un video documentario, la piattaforma offre al pubblico internazionale la possibilità di scoprire più da vicino: Roma Antica (Fori e Colosseo); Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro); Pompei (Foro e Teatri); Ercolano; Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus); Aquileia (complesso della Basilica patriarcale); Barumini (su Nuraxi); Brescia (Capitolium Romano); Città di Verona (Arena); Necropoli Etrusche di Cerveteri; Villa Adriana di Tivoli; Paestum; Siracusa; Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). A ogni luogo sono dedicati videoclip in computer grafica 3D, che mostrano alzati e restituzioni virtuali degli scavi visitati, fruibili in italiano e in inglese. Un modo innovativo e divertente per conoscere l’assetto originario di questi affascinanti luoghi, le diverse fasi della loro evoluzione e le relazioni con il contesto naturale, storico e culturale in cui sono inseriti. Buona visione su  archeo3ditalia.it

italia_siti-unesco_logoUn portale per scoprire i Siti archeologici italiani Patrimonio mondiale Unesco. Le relazioni e gli scambi culturali internazionali sono profondamente radicati nella storia e rappresentano uno degli strumenti principali per favorire il dialogo, la comprensione e la pace tra i popoli. Le testimonianze archeologiche, storiche, artistiche e naturali rappresentano un palinsesto esteso e variegato su scala mondiale, come ben riflesso nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. L’Italia riconosce grande importanza a questo patrimonio impegnandosi nella sua tutela, conservazione e valorizzazione sia a livello nazionale che globale. Il nostro paese è uno dei principali sostenitori della cooperazione culturale multilaterale e un attivo organizzatore di missioni archeologiche, etnoantropologiche e di conservazione in tutto il mondo contribuendo a un sostanziale miglioramento delle relazioni tra gli Stati.

Il Colosseo nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma Antica (Fori e Colosseo). Il centro storico di Roma è stato riconosciuto, sin dal 1980, Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Delimitato dal perimetro delle Mura Aureliane, sovrapposizione di testimonianze di quasi tre millenni, è espressione del patrimonio storico, artistico e culturale del mondo occidentale europeo. Fondata da Romolo nel 753 a.C., secondo la tradizione, e definitivamente caduta come capitale dell’Impero romano nel 476, Roma è nata all’incrocio della strada che collegava le saline costiere con l’interno della penisola, con quella che metteva in relazione l’Etruria con la Campania. Molto presto, sulla riva sinistra del Tevere, si svilupparono luoghi di scambio cosmopoliti. Nel VI sec. a.C., con la dinastia etrusca dei Tarquini, il centro civico della città si struttura intorno al Foro grazie a un’audace opera di bonifica di terreni finora paludosi. La fine delle guerre puniche, nel 146 a.C., porta ad uno sviluppo veloce della città. La potenza della Repubblica viene celebrata dalla costruzione templi, basiliche, archi di trionfo, monumenti commemorativi, in gran parte concentrati nella zona del Foro. Molto presto, la crescita della città rese necessaria la costruzione di nuovi spazi pubblici. Si svilupparono così, durante poco più di due secoli, cinque nuovi fori, quello di Cesare, di Augusto, di Vespasiano, di Domiziano/Nerva e di Traiano, volti ad esaltare la dinastia allora al potere. Fino alla caduta dell’Impero, numerosi imperatori cercarono di attrarsi il favore del popolo romano facendo costruire edifici di spettacolo – circo, stadio, teatro, anfiteatro, odeon… -, monumenti commemorativi – archi, colonne, ninfei… -, nonché grandi complessi termali.

L’antica area del colle Vaticano con l’inserimento del complesso della Basilica di san Pietro nella ricostruzione 3D realizzata dal Altair Multimedia (foto altair4)

1980 – Roma – Area Vaticana (Circo di Caligola e Antica Basilica di San Pietro). Cuore della cristianità cattolica, l’enclave della Città del Vaticano, nel 1980 insieme al centro storico di Roma, è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sulla riva destra del Tevere, la XIV regione di Roma, Transtiberim, non fece mai veramente parte del centro della città. Nella seconda metà del III sec., il quartiere più vicino all’isola Tiberina fu incluso nel perimetro delle mura di Aureliano, fino alla sommità del Gianicolo, sia per scopi strategici che per proteggere i mulini alimentati dall’acqua dello speco dell’acqua Traiana. Dall’età tardo-repubblicana, questa parte del Trastevere si popolò sempre più densamente di artigiani e di lavoratori del vicino porto, con un’importante componente di stranieri, in particolare ebrei e siriani, che vi celebravano i propri culti. Più a Nord, al di là della porta Settimiana, si estendevano parchi con ricche ville, come quella della Farnesina, forse appartenuta ad Agrippa. La zona del Vaticano, attraversata da strade costeggiate di tombe – tra le quali, alla sua estremità orientale, il mausoleo di Adriano -, era occupata da grandi giardini, tra cui quelli di proprietà di Agrippina e di Domizia, rispettivamente nonna e zia di Nerone. La costruzione della basilica di San Pietro cambiò drasticamente l’uso e la fisionomia di questa regione di Roma.

Il Foro romano e il Campidoglio di Pompei nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Pompei (Foro e Teatri). Pompei ha origine dal IX secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri. La sua riscoperta e i relativi scavi, iniziati nel 1748, hanno riportato alla luce il sito, che nel 1997 è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Pompei era in origine un sito osco di cui Etruschi e Greci si contesero il controllo, prima di essere conquistato dai Sanniti nell’ultimo quarto del V sec., poi dai Romani all’inizio del III sec., prima di diventare Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum nell’80 a.C. Quando fu scossa da un potente terremoto, nel 62 d.C., la città contava circa 25mila abitanti; gli effetti del sisma furono così devastanti che gli edifici e le case non erano ancora completamente ricostruiti quando avvenne l’eruzione del 79 d.C. Per quattro giorni, il vulcano seppellì il sito sotto uno strato di circa tre metri di lapilli e di pietra pomice, il cui peso provocò il crollo delle costruzioni, complicando così considerevolmente il lavoro di quelli che iniziarono subito a saccheggiarne le rovine, e ben più tardi quello degli archeologi stessi. Sono noti, in seguito, due grandi risvegli del vulcano nell’Antichità, nel 203 e nel 472. Il sito costituisce oggi il più completo esempio conservato di una città romana, con i suoi monumenti pubblici, le sue case e le sue ville spesso sfarzosamente decorate, nelle quali sono stati rinvenuti in situ innumerevoli oggetti della vita quotidiana, eccezionalmente conservati.

La terrazza col monumento a Marco Nonio Balbo a Ercolano (foto mae-mic)

1997 – Ercolano. Ercolano (Herculaneum) ha origine dal XII secolo a.C. per terminare nel 79 d.C., quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta da una coltre di materiali vulcanici. Gli scavi della città, iniziati nel 1710, hanno riportato alla luce il sito, che è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1997. Fondata dagli Oschi o dagli Etruschi, Herculaneum fu successivamente conquistata dai Greci, dai Sanniti, e infine dai Romani, nel 89 a.C., diventando lo stesso anno un municipio, e rapidamente un soggiorno residenziale privilegiato dell’aristocrazia romana. Niente permette oggi di comprendere, in una zona la cui la topografia è stata completamente modificata dalle eruzioni vulcaniche, la fisionomia originaria di questo sito che occupava un promontorio situato sulla strada litoranea, ai piedi del Vesuvio. Già colpita dal terremoto del 62 d.C., la città fu sommersa nel 79 d.C. da una valanga di fango la cui solidificazione ha assicurato la conservazione eccezionale dei materiali deperibili che vi si trovavano: legno, papiro, fibre vegetali ecc. Si pensava, fino ad una data recente, che i suoi abitanti, avvisati meglio rispetto ai loro vicini Pompeiani, avessero lasciato la città prima dell’eruzione del vulcano. Invece, gli scavi realizzati alla fine del XX secolo hanno rivelato la presenza di centinaia di corpi lungo la riva: quegli abitanti che, troppo tardi, avevano cercato di fuggire dalla città, si trovarono di fronte ad un mare in tempesta e perirono asfissiati nei grandi depositi che fiancheggiavano la spiaggia.

Il tempio di Giove nella vale dei Templi ad Agrigento nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1997 – Agrigento (Acropoli e Tempio di Zeus). La Valle dei Templi corrisponde all’antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Dal 1997 l’intera zona è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi è uno dei siti archeologici più estesi del Mediterraneo. Fondata nel 582 a.C. da coloni rodi e cretesi della vicina Gela, su un sito già occupato da Greci nel VII sec. a.C., Agrigento (Akragas) fu prevalentemente governata da una successione di tiranni: dopo Falaride, vissuto nella prima metà del VI sec., la cui crudeltà rimase proverbiale, Terone, sotto il quale, alleati ai Siracusani, gli Agrigentini vinsero la battaglia contro i Cartaginesi ad Imera, nel 480, e suo figlio Trasideo il quale, rompendo l’alleanza con Siracusa, portò alla fine della sua dinastia, nel 471 a.C. Nel 406 a.C., un nuovo conflitto con Cartagine si concluse, dopo un lungo assedio, con la presa e la distruzione parziale della città, che ritrovò la sua libertà solo grazie al generale corinzio Timoleonte, nel 340 a.C. Contesa tra Cartaginesi e Romani, Agrigento fu definitivamente conquistata dai Romani nel 210 a.C. Fiorente da questa data, e fino alla caduta dell’Impero romano, la città si spopolò gradualmente fino al VII secolo: si riduceva allora ad un villaggio raggruppato sulla collina di Girgenti (sede della città attuale), che fu conquistato dagli Arabi, nel 829, e successivamente dai Normanni, nel 1086.

Dettaglio dei pavimenti musivi della Villa del Casale a Piazza Armerina (foto mae-mic)

1997 – Piazza Armerina (Villa Romana del Casale). La Villa Romana del Casale a Piazza Armerina, in Sicilia, è l’esempio supremo di villa di lusso romana tardo-imperiale, famosa per la ricchezza e la qualità dei suoi mosaici (IV secolo d.C.), che vengono riconosciuti come i mosaici romani più belli ancora in situ. Dal 1997 fa parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dopo la fine della prima guerra punica, nel 241 a.C., e la conquista di Siracusa, nel 211 a.C. l’insieme della Sicilia, a lungo contesa tra popolazioni autoctone, Greci e Cartaginesi, diventò provincia romana, uno statuto ulteriormente confermato da Diocleziano, nel 284, nel quadro della sua riforma amministrativa delle province. Straordinariamente ricca di fertili terreni agricoli, l’isola, sfruttata dai Romani tramite una rete di immensi latifondi, funse da importante granaio di Roma dalla fine della Repubblica in poi. A lungo depressa da questo sistema di sfruttamento, l’isola conobbe un nuovo periodo di prosperità all’inizio del IV sec., grazie alla sua posizione strategica sulle rotte commerciali mediterranee. Essa fu soggetta, da allora, ad una successione di conquiste da parte dei Vandali nel 440, dei Bizantini nel 535, degli Arabi nell’827, fino a quella dei Normanni, avvenuta nel 1086.

Il nuraghe Su Nuraxi a Barumini (foto mae-mic)

1997 – Barumini – Su Nuraxi. Il sito di Su Nuraxi a Barumini, in Sardegna, rappresenta il più famoso esempio di complessi difensivi dell’Età del Bronzo, caratteristici dell’isola, conosciuti come nuraghi. Costruito nel secondo millennio a.C. fu occupato fino al terzo secolo d.C. Dal 1997 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Sito a Ovest di Barumini, nella parte meridionale interna della Sardegna, il villaggio protostorico di Su Nuraxi è uno dei più rappresentativi della cultura nuragica tipica dell’isola tirrenica. I nuraghi, i cui primi esemplari compaiono nella prima età del Bronzo, nel XVII sec. sono torri che avevano la funzione di sorveglianza delle coltivazioni e dei greggi, di difesa della popolazione contro assalti nemici, e forse di osservazione astronomica. I siti nuragici, la cui datazione viene ancora largamente dibattuta, erano collegati tra di loro all’interno di un sistema che interessava l’intera isola: si stima che vi si trovava un nuraghe circa ogni 3 kmq. La civiltà nuragica è stata divisa in cinque fasi cronologiche che vedono, a partire da una struttura di clan, l’affermazione progressiva delle aristocrazie locali, compiuta nei IX-VI sec. a.C. Ben lungi dall’essere isolata, la civiltà nuragica intratteneva rapporti politici, economici e culturali con le principali civiltà mediterranee coeve.

Il complesso e gli annessi della basilica patriarcale di Aquileia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1998 – Aquileia (complesso della Basilica patriarcale). Aquileia, fondata nel 181 a.C. dai Romani, è stata una delle città più grandi e più ricche dell’Impero Romano. La città antica, ancora in gran parte sepolta, è il più completo esempio di una città dell’antica Roma nell’area del Mediterraneo, ed è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1998. A Sud della provincia di Udine, Aquileia, connessa con il mare Adriatico da una fitta rete di canali, fu fondata come colonia latina nel 181 a.C. Grazie alla sua posizione strategica e al commercio dell’ambra e del vetro, la città conobbe uno sviluppo rapido e diventò, in età augustea, capitale della X Regione, Venetia et Histria. Nei primi secoli dell’Impero, Aquileia giocò un ruolo fondamentale nelle operazioni militari condotte verso il Danubio. Dopo la promulgazione dell’editto di Milano da parte di Costantino, nel 313, la città fu sede di un vescovado che promosse la diffusione del cristianesimo verso il centro dell’Europa. Dopo la sua distruzione da parte di Attila, nel 452, Aquileia, ricostruita, fu assunta alla dignità di patriarcato nel 554, e visitata da Carlo Magno dopo la sua incoronazione a Roma, nel 800. Il patriarcato, che controllava un immenso territorio, fu abolito solo nel 1751.

L’area templare di Paestum con la cd Basilica e il cd Tempio di Nettuno nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

1998 – Paestum. Paestum è un’antica città della Magna Grecia chiamata dai fondatori Poseidonia in onore di Poseidone, e poi Paestum dai Romani che la conquistarono. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura. Nel 1998 è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco con il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ed i siti archeologici di Velia, e la Certosa di Padula. Sulla riva del Tirreno dove Giasone, con i suoi Argonauti, avrebbe edificato il santuario di Hera, alla foce del Sele, i Sibariti fondarono, verso il 600 a.C., una colonia dedicata a Poseidone, in mezzo ai terreni agricoli estremamente fertili della pianura del Sele. Poseidonia raggiunse il suo massimo splendore tra il 560 e il 440 a.C. All’inizio del V sec. a.C., i Lucani presero il controllo della città, fondendosi progressivamente con i Greci, contribuendo così alla creazione di una cultura profondamente originale. La città conservò la sua indipendenza fino alla conquista romana, nel 273 a.C., quando vi fu insediata una colonia di diritto latino; la sua prosperità nel corso della fine della Repubblica romana è testimoniata dall’edilizia pubblica e privata rivelata dagli scavi. La città era rimasta sufficientemente importante nel V sec. per diventare sede vescovile. Tuttavia, l’impaludamento progressivo dell’insediamento, che vi rendeva l’aria cattiva, e le incursioni dei pirati Saraceni, spinsero i suoi abitanti ad abbandonare definitivamente il sito nel corso del X sec.

Il teatro Marittimo di Villa Adriana a Tivoli nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

1999 – Villa Adriana di Tivoli. Villa Adriana è la sontuosa residenza fatta costruire dall’imperatore Adriano (117-138) con un ricco complesso di edifici, estesi su una vasta area. Nel 1999, Villa Adriana è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Già in età repubblicana, i membri dell’aristocrazia romana avevano preso l’abitudine di lasciare la città per soggiornare in giardini suburbani, oppure in ampie residenze situate a poca distanza di Roma, in particolare nella zona dei Colli Albani. Adriano, imperatore di Roma dal 117 fino alla sua morte nel 138, scelse di creare una villa d’ozio sui primi pendii dei Monti Tiburtini, sotto l’antica Tibur (Tivoli), una trentina di chilometri a Est di Roma. Questa straordinaria residenza, che riunisce nello stesso luogo luoghi e monumenti visitati da Adriano nel corso dei suoi viaggi – il Nilo e la città d’ozio di Canopo in Egitto, il Liceo, l’Accademia e la stoa poikilè di Atene, la vallata di Tempe in Tessaglia… – gli consentì anche di dedicarsi pienamente al suo gusto per l’architettura, a lungo contrastato dall’architetto di Traiano, Apollodoro di Damasco, che egli fece prima esiliare, e poi assassinare nel 130. Circa 130 ettari di superficie totale, più di due chilometri di lunghezza, una trentina di edifici principali, chilometri di gallerie di servizio sotterranee…Villa Adriana costituisce un complesso eccezionale, paragonabile ai grandi palazzi reali di cui quello di Versailles costituisce l’archetipo moderno.

L’Arena di Verona nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2000 – Città di Verona (Arena). Ottenuta da Giulio Cesare la cittadinanza romana nel 49 a.C., Verona diventa ben presto municipium romano, potendosi fregiare del titolo di Res Publica Veronesium. Nel 2000 Verona è stata inserita nella Lista dei Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Controllando un guado sull’Adige, punto di passaggio obbligato, da sempre, tra Oriente e Occidente, Verona, già occupata in età preromana, fu una delle principali città dell’area veneta. Colonia di diritto latino nel 89 a.C., poi municipio romano nel 49 a.C., la città fu occupata da Vespasiano nel corso della guerra civile contro Vitellio, nel 69, e più tardi da Massenzio durante quella contro Costantino, nel 312. Successivamente, per la sua posizione strategica, Verona mantenne a lungo la sua importanza, Il monumento antico più famoso di Verona è il suo anfiteatro, dove si tenevano sia giochi gladiatori che spettacoli di caccia. Nonostante il nome, l’anfiteatro non è il semplice collage di due teatri, né il prodotto di una ricerca empirica: uno studio geometrico rigoroso aveva dimostrato la superiorità della pianta ellittica, sia in termini di circolazione che di visione dello spettacolo dato nell’arena, nome che deriva dalla sabbia o rena, che assorbiva il sangue degli uomini e delle bestie.

La necropoli etrusca di Cerveteri nella ricostruzione 3D realizzata da Marco Mellace (foto marco mellace)

2004 – Necropoli Etrusche di Cerveteri. La necropoli di Cerveteri è una delle più monumentali del Mediterraneo e costituisce una rara e preziosa testimonianza del popolo etrusco, che instaurò la prima civilizzazione urbanizzata nel Mediterraneo occidentale, sopravvissuta per circa 700 anni dall’VIII al I secolo a.C. Nel 2004 è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, assieme a quella di Tarquinia. Nella parte meridionale dell’Etruria, la città etrusca di Caere, attuale Cerveteri, si trova 40 km a Nord di Roma. Si tratta di una delle principali città-stato della lega delle dodici città etrusche confederate, che controllava una larga fascia del litorale tirreno. Ancora poco affermata in età villanoviana, tra il IX e il VIII sec. a.C., la città conobbe un’espansione veloce nel VII sec., nel corso del periodo detto “orientalizzante”, grazie ai suoi contatti con i mercanti greci e fenici, che contribuirono a cambiare radicalmente la cultura e l’economia delle popolazioni locali. Queste relazioni si svolgevano in particolare nel porto della città, Pyrgi, dove diversi templi, in particolare quello di Uni/Astarte, presidiavano ai rapporti commerciali tra etruschi e mercanti stranieri. Nel corso di questo periodo, si assiste all’emergere di una classe dirigente di principi, il cui potere declinò progressivamente, dall’inizio del VI sec. a.C. in poi, per portare ad una società più egalitaria. Il legame con la vicina Roma si rafforzò progressivamente dopo il saccheggio dei Galli, nel 390 a.C., nel corso del quale le Vestali avevano trovato rifugio a Caere, ma nuovi scontri tra le due città portarono alla sconfitta della metropoli etrusca, nel 273 a.C., e alla confisca della parte costiera del suo territorio, dove Roma fondò diverse colonie marittime. In età augustea, Caere viene menzionata da Strabone solo come una “piccola città”.

Il teatro greco di Siracusa (foto mae-mic)

2005 – Siracusa. Siracusa possiede una storia millenaria: fu annoverata tra le più vaste metropoli dell’età classica, tanto da primeggiare per potenza e ricchezza con Atene. È stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 2005, congiuntamente alle Necropoli Rupestri di Pantalica. Secondo Tucidide, la colonia greca di Siracusa, a sud-ovest della Sicilia, fu fondata sull’isola di Ortigia nel 734 a.C. dal corinzio Archias. Nella prima metà del V sec. a.C., la città, dotata di un ampio porto, sia commerciale che militare, dovette la sua espansione a due tiranni della famiglia dei Dinomenidi, Gelone, che sconfisse i Cartaginesi ad Imera nel 480 a.C., ed il suo fratello Ierone, vittorioso degli Etruschi a Cuma nel 474 a.C. Nonostante il ritorno della democrazia dopo la morte di quest’ultimo, la città fu assediata invano da Atene tra il 415 e il 413 a.C. durante la guerra del Peloponneso, e conobbe una nuova fase di tirannia inaugurata nel 405 a.C. da Dionisio I. All’inizio del III sec. a.C., Ierone II scelse di allearsi con i Romani, ma dopo la sua morte, nel 213 a.C., Roma assediò la città che dovette arrendersi dopo due anni, nonostante le ingegnose macchine da guerra concepite da Archimede che perse la vita, come gran parte della popolazione della città, nel corso del saccheggio. In età romana, Siracusa conobbe un’esistenza tranquilla e prospera come capitale del granaio di Roma che era ormai divenuta la Sicilia. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la storia successiva della città è segnata da ondate successive di invasioni ad opera dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni, degli Svevi, degli Aragonesi, prima della sua incorporazione nel regno delle Due Sicilie, nel 1816, e finalmente nel Regno d’Italia nel 1861.

Il Capitolium di Brescia nella ricostruzione 3D realizzata da Altair Multimedia (foto altair4)

2011 – Brescia (Capitolium Romano). Il Foro romano di Brescia era la piazza principale del centro cittadino di Brixia a partire dal I secolo a.C. Questo complesso archeologico monumentale conserva i maggiori edifici pubblici di età romana del nord Italia, e per questo motivo è stato inserito nel 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, facente parte del sito seriale “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. Su di un sito già occupato nell’età del Bronzo e del Ferro, Brescia fu fondata all’inizio del IV sec. a.C. come capitale dei Galli Cenomani, al quale deve il suo nome antico, Brixia, che significa «l’altura», in riferimento al colle Cidneo che la domina. Sconfitti nel 197 a.C., i Cenomani diventarono alleati dei Romani, conservando tuttavia parte della loro autonomia e delle loro tradizioni. Municipio di diritto latino nel 89 a.C., la città fu integrata al territorio romano nel 49 a.C. Nel 27 a.C., la Colonia civica Augusta Brixia fu inserita nelle Regio X augustea, Venetia et Histria, diventando così un importante centro religioso e commerciale. Saccheggiata da Attila nel 452, la città fu conquistata dai Bizantini nel 561, e qualche anno dopo dai Longobardi, un popolo di origine germanica che invase l’Italia bizantina nel 568. Sotto il loro dominio, e fino al 774, Brescia conobbe un lungo periodo di prosperità.

Roma. Prime tre dirette dal cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le archeologhe Francesca Rinaldi ed Elisa Cella del Parco archeologico del Colosseo: la topografia del monumento e l’apparato figurativo dall’attico ai tondi adrianei al fregio costantiniano

L’arco di Costantino a Roma tra il Colosseo e il colle Palatino (foto PArCo)

In occasione dei recenti lavori di manutenzione straordinaria in corso sul lato Nord dell’Arco di Costantino, il Parco archeologico del Colosseo riprende le dirette dal cantiere sulle proprie pagine Facebook. Dedicato dal Senato e dal popolo romano dopo la vittoriosa battaglia del Ponte Milvio sul rivale Massenzio e inaugurato nel 315 in occasione dei Decennalia dell’imperatore (dieci anni di regno), l’arco sarà nei prossimi mesi oggetto di un intervento di manutenzione che consiste nella verifica dello stato di conservazione, nella rimozione delle piante infestanti e nella pulitura delle superfici.

Prima parte: l’attico. Con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella che introducono il ciclo di dirette dedicato a questo restauro si sale sui ponteggi del cantiere di restauro dell’Arco di Costantino a visitare l’attico: a quasi 20 metri di altezza ci troviamo accanto alle maestose statue dei Daci che decorano l’attico, 4 per ognuno dei due fronti. Tema di oggi è la topografia del monumento, l’apparato figurativo che si snoda per 21 metri di altezza: l’arco di Costantino è il più grande e imponente tra quelli che celebrano a Roma le gesta di imperatori vittoriosi. “Guardando la planimetria”, spiegano le due archeologhe, “vediamo che l’arco di Costantino veniva a collocarsi a uno dei quattro vertici della Roma quadrata nel punto di congiunzione tra la Regio II, la Regio III, la Regio IV e la Regio VII. L’arco – come sappiamo – fu dedicato dal Senato e dal Popolo romano in occasione della battaglia dell’imperatore Costantino a Ponte Milvio contro Massenzio, nel 315 in occasione dei Decennalia dell’imperatore Costantino. La grande iscrizione recita proprio la dedica del Senato e del Popolo romano all’imperatore Costantino. Ma c’è una particolarità che ha sempre interessato gli studiosi, ovvero questa ispirazione della divinità. Si legge bene INSTINCTV DIVINITATIS, “per impulso, sollecitazione divina”. Ma di quale divinità si parla? La domanda è lecita visto il contributo di Costantino alla possibilità di culto della religione cristiana. E quindi c’è chi ha voluto vedere in questa affermazione una velata anticipazione di quella che sarebbe stata una reale apertura a questa religione. In realtà va detto che non abbiamo elementi per corroborare questa visione. Al contrario, il programma figurativo ricorda spesso immagini di sacrificio a divinità pagane, come il Sole e la Luna nelle figure di Apollo e Diana, che si trovano sui lati Est e Ovest dell’arco, proprio nei medaglioni realizzati in età costantiniana. I fori che rimangono sul solco dell’iscrizione confermano l’alloggiamento delle lettere in bronzo che permettevano di leggere anche a 20 metri di distanza questa iscrizione monumentale. Tutto il programma figurativo dell’arco di Costantino nasce dal recupero di marmi e rilievi di epoca precedente e segue con molta attenzione la distribuzione di queste immagini a seconda che le scene siano in contesti di battaglia o di sottomissioni di barbari rispetto invece a contesti molto più adatti all’ambiente cittadino come le orationes, le scene di distribuzione di donativi. L’arco nasce come un recupero, un reimpiego di materiali, marmi e rilievi di epoche precedenti: Traiano (i Daci), Adriano (i tondi), Marco Aurelio (i rilievi ai lati della grande iscrizione) e Costantino (plinti delle colonne e grande fregio storico che abbraccia tutti e quattro i lati del monumento con il racconto della partenza da Milano, dell’assedio di Verona, della battaglia di Ponte Milvio, l’ingresso a Roma e la grande scena di oratione sulla piazza del Foro). Le grandi statue dei Daci sono poste in linea con le colonne che affiancano i fornici, creando un vero e proprio ritmo delle facciate quadripartite nel senso della lunghezza. La policromia era assicurata dal gran numero di marmi usati (giallo antico delle colonne, cipollino delle basi, pavonazzetto dei Daci, che però hanno testa e mani di materiali diversi). E c’è anche il porfido rosso.  I rilievi di Marco Aurelio provengono da un edificio che lo celebrava come imperatore: hanno uno stile ben diverso da quello dell’epoca traianea. E a loro volta sono diversi dai successivi di età adrianea. Su questo arco abbiamo in qualche modo un’enciclopedia del rilievo storico romano muovendoci nei vari livelli del monumento”.

Seconda parte: i tondi adrianei. Prosegue la visita al cantiere dell’Arco di Costantino con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella. Ci troviamo a circa 10 metri di altezza per guardare da molto vicino i celebri tondi dell’epoca di Adriano, modificati e riutilizzati nel nuovo monumento. In particolare, ci soffermiamo sui volti rimodellati a somiglianza di Costantino, con il nimbo a connotarne la maestà imperiale. “Ci siamo salutati poco fa parlando della policromia, del trionfo di marmi colorati di natura diversa che adornano o fanno parte costituente di questo arco”, riprendono il discorso le archeologhe del PArCo. “Due livelli più in basso dell’iscrizione monumentale e i Daci, si vedono le colonne rudentate in giallo numidico e, tra i due tondi, un frammento di porfido rosso che in origine andava a inquadrare e quindi a far meglio risaltare i due tondi di età adrianea ascrivibili a un monumento che non è ancora stato ben identificato. L’arco di Costantino non è solo un museo all’aperto per il rilievo storico, ma pone anche tantissime domande alle quali archeologi e restauratori cercano di dare risposta grazie agli interventi in atto. I tondi adrianei sono otto in tutto, quattro sul lato Sud e quattro sul lato Nord. Presentano due tipi di raffigurazioni: la scena di caccia e la scena di sacrificio.  Da una parte l’imperatore nella sua condizione eroica raffigurato nel momento dell’uccisione del cinghiale o del leone, dall’altro l’imperatore che mostra la propria pietas nei confronti delle divinità, divinità ancora una volta campestri come Silvano o Diana, o divinità più urbane come è il caso di Apollo o Ercole. Sul lato Nord, la prima coppia di tondi ha da un lato la scena di caccia al cinghiale e dall’altro la scena di pietas nei confronti di Apollo. I volti sono rilavorati. In quello dell’imperatore Costantino o del collega di governo l’imperatore Licinio. Avvicinandosi ai personaggi si vede un’incisione, un’aureola, che conferma quella che era ormai un’acclarata divinizzazione dell’imperatore. Sono passati secoli rispetto al modo di rappresentare – appunto all’inizio dell’impero – il capo come primus inter pares. All’epoca di Costantino ormai è chiaro che c’è un aspetto divino che viene esaltato. Questa semplicissima incisione è il segno di un’ideologia ben chiara e condivisa. L’altra coppia di tondi, sempre sul lato Nord: in uno la scena di caccia con a terra il leone, che ha la testa schiacciata sotto i piedi; nell’altro la scena di pietas nei confronti di Ercole. Qui il porfido rosso si è conservato molto di più e l’effetto cromatico col marmo bianco è molto più evidente. Passando sul fianco Ovest, si apprezza quella che è la resa della plastica costantiniana. Qui c’è un tondo di età costantiniana che presenta Diana nelle vesti della Luna nell’atto di immergersi nell’Oceano, contrapposta ad Apollo-Sole che si vede sul fianco Est, e corrisponde nel livello sottostante all’ingresso di Costantino a Roma. Tra i tondi adrianei e questo costantiniano ci sono trecento anni, ma il programma figurativo dell’arco è riuscito ad armonizzarli”.

Terza parte: il fregio costantiniano. Ultima tappa (per oggi) della visita al cantiere di restauro dell’Arco di Costantino con le funzionarie archeologhe Federica Rinaldi ed Elisa Cella. Osserviamo da vicino i fregi di epoca costantiniana sui lati Nord e Ovest del monumento. Al primo livello del lato Nord c’è la conclusione vittoriosa dell’imperatore Costantino sul rivale Massenzio. “Questo monumento – riprendono Federica Rinaldi ed Elisa Cella – non celebra una vittoria contro un nemico barbaro ma contro un altro imperatore. E questo, anche dal punto di vista dell’ideologia, è un aspetto che non possiamo non considerare. Sul lato Nord c’è una scena di adlocutio, cioè di orazione dell’imperatore nei confronti dei propri sudditi. Si capisce dove è ambientata questa scena perché si possono riconoscere alcuni monumenti alle spalle dei personaggi: a sinistra le arcate della basilica Iulia, l’arco di Tiberio, le basi dei Decennalia e le tre arcate del grande arco di Settimio Severo, che è stato fonte di ispirazione per l’arco di Costantino. Quindi siamo sulla tribuna dei rostra nel Foro romano. Qui il rilievo storico è ormai fortemente tardoantico. Le figure sono statiche, fisse. Si è persa quell’armonia o accenno al movimento che è tipico del classicismo, che caratterizzava anche e soprattutto i rilievi di Marco Aurelio. La differenza è lampante. C’è però un altro elemento interessante che riguarda da una parte le dimensioni dei personaggi che sono raffigurati e dall’altra la prospettiva che di fatto viene a mancare. La rappresentazione è frontale. Addirittura l’imperatore al centro della rappresentazione ha ai lati, a destra e a sinistra, quei personaggi che nella realtà sono davanti a lui, di fronte alla tribuna dei rostra. Ne esce una rappresentazione quasi coloristica di quello che era il Foro all’epoca di Costantino. Nella seconda parte del fregio, al di là del fornice centrale, c’è la scena del Congiarium, quando cioè l’imperatore nella sua munificenza distribuisce donativi alla popolazione. In questo fregio sono state individuate ben cinque diverse dimensioni, cinque diverse altezze a seconda del rango e del ruolo che i personaggi raffigurati, dal popolo che riceve donativi all’imperatore stesso, rivestono. Ed è evidente che anche questa è una concezione all’opposto rispetto alla rappresentazione naturalistica. C’è un messaggio molto chiaro: una rappresentazione gerarchica dei personaggi che diventerà un leit motiv dell’arte tardoantica che ci accompagnerà poi nell’Alto Medioevo. Quelle del lato Nord sono le ultime due puntate del lungo racconto della guerra contro Massenzio. Il fregio inizia sul lato corto Ovest con la partenza di Costantino da Milano. Questo è il momento in cui inizia la riunificazione dell’impero, in cui Costantino determinato ma ancora inconsapevole di quelle che saranno le sue sorti comincia  a confrontarsi con Massenzio”.