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“ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”: a Bolzano la mostra fotografica di Lucio Rosa, reportage sui gruppi etnici (molti a rischio estinzione) che popolano la bassa valle del fiume Omo

La locandina della mostra fotografica di Lucio Rosa “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

La galleria civica di Bolzano (foto Lucio Rosa)

L’Africa resta nel suo cuore, perché quella vera per ora è irraggiungibile. Così Luco Rosa, il regista fotografo, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, da quasi mezzo secolo impegnato nella realizzazione di film documentari, reportage anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere, l’Africa ha deciso di portarla nella sua Bolzano con la mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume” alla Galleria civica di piazza Domenicani dal 9 al 28 gennaio 2020 (vernice l’8 gennaio, alle 18). “È un’Africa profonda, quella del sud della valle dell’Omo”, sintetizza Lucio Rosa. “Il tempo resta sospeso, quasi voltando le spalle. Si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce tuttora vivide”. Nella bassa valle del fiume Omo, in Etiopia, esistono ancora dei luoghi che conservano, in una dimensione senza tempo, un incredibile mosaico di razze e di gruppi etnici, vive tracce di antiche tradizioni, una commistione tra le radici dell’uomo e la natura. Natura e uomo, indissolubilmente intrecciati, danno forma a razze e gruppi etnici adagiati su un mosaico multiforme. Un microcosmo fragile e compatto preserva i tratti dei Dassanech, dei Karo, dei Borana, dei Konso, degli Hamer, degli Arbore, dei Mursi. “Per potersi avvicinare a questo mondo, cercare di comprendere l’anima originaria delle tribù che qui vivono”, spiega il regista, “dobbiamo abbandonare le nostre certezze ed ogni pregiudizio occidentale. Solo così si può cogliere la ricchezza di culture di un mondo da noi così distante e cogliere l’autentica Africa, l’anima originaria di genti “lontane”. Eppure, perfettamente visibili, queste isole arcaiche non si sottraggono del tutto alla vista delle nostre presunte civiltà globalizzate”. La minaccia resta intatta e la distruzione di queste fragili e preziose culture è sempre una previsione per taluni fin troppo facile. “Sarà così?” è l’emblematica domanda-denuncia che Lucio Rosa lancia attraverso la mostra a quanti sono in potere di fare qualcosa.

La cartina della bassa valle dell’Omo in Etiopia con i gruppi etnici presenti

Etiopia “Land Grabbing”. È dal 2008 che in tutta la bassa valle dell’Omo si sta verificando un rapido cambiamento delle condizioni di vita a scapito dei deboli della Terra, come sono i gruppi etnici che qui cercano di sopravvivere. Il governo etiope disbosca ampi territori sottraendoli brutalmente ai gruppi tribali distruggendo i loro pascoli. E il bestiame è l’unica fonte di sostentamento di questa gente. Questi vastissimi territori vengono dati in concessione ad imprese multinazionali malesi, finlandesi, turche, olandesi, italiane, coreane, specializzate nella coltivazione della canna da zucchero, cotone, palma da olio, mais per produrre biocarburanti. I gruppi etnici che vivono nella bassa valle dell’Omo e che non dispongono più degli spazi necessari per la vita dei loro armenti, sono destinati a scomparire. O diventano braccianti agricoli, perdendo la loro identità, costretti ad accettare salari da sfruttamento imposti dalle multinazionali, oppure sono costretti ad andarsene, non si sa dove. Chi si oppone e fa resistenza rischia il carcere o l’isolamento in villaggi “riserva”. E così sparirà da questi luoghi anche il turismo, culturale o non che sia, che ancora oggi è attratto da questo mondo “antico” e da queste “lontane” culture.

Una donna del gruppo etnico Dassanech (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Dassanech. Nella parte più meridionale della valle dell’Omo, in un territorio semi arido, non lontano dal delta del fiume Omo che si spinge in Kenya verso il lago Turkana, vivono i Dassanech, il “Popolo del delta”. Sono una popolazione di circa 30mila individui. Originariamente erano stanziati in Kenya, lungo entrambe le rive del lago Turkana, ma negli ultimi 60 anni, sono stati esclusi da questi territori e quindi, avendo perso la maggior parte delle loro terre tradizionali, una gran parte dei Dassanech è migrata nella bassa valle dell’Omo. Nonostante l’influenza del fiume e del lago, il territorio è estremamente secco, un deserto. I Dassanech sono tradizionalmente dediti alla pastorizia, ma negli ultimi anni praticano anche una agricoltura di sussistenza, lottando contro un ambiente a loro ostile.

Donne del gruppo etnico Karo (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Karo. Lungo le rive dell’Omo inferiore si trovano i villaggi dei Karo, una popolazione di poco più di 1000 individui la cui sopravvivenza è seriamente minacciata. Nonostante le incertezze che colpiscono la loro dura esistenza, un innocente entusiasmo sembra coinvolgere i Karo nel “vestire” i loro corpi con pitture eseguite con il gesso. Sono motivi elaborati che non hanno un significato simbolico ma un carattere puramente estetico. Un tempo vivevano su entrambe le sponde del fiume ma, a causa dei conflitti sanguinosi degli anni tra il 1980 ed il 1990 con la tribù dei Nyangatom, loro storici avversari, sono stati costretti a migrare sulla riva orientale. ll popolo dei Karo è comunque destinato ad estinguersi e nei pochi villaggi ancora esistenti sopravvivono solo alcune centinaia di individui. Basterebbe una epidemia per causare l’estinzione dell’etnia. Inoltre sono molte le giovani Karo che preferiscono sposare uomini di un gruppo etnico più forte che offra maggior sicurezza, vedi gli Hamer, e che lasciano il villaggio paterno per formare una nuova famiglia nel villaggio del futuro marito. Nel villaggio Karo tutto ciò determina una crisi demografica senza fine che porterà all’estinzione dell’etnia e all’assimilazione di un intero popolo.

Un uomo del gruppo etnico Borana (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Borana. I Borana (“genti del mattino”) sono un gruppo etnico che vive distribuito tra il Sud dell’Etiopia (Oromia) e l’arido Nord del Kenya. Appartengono al vasto gruppo degli Oromo, di cui ritengono essere “l’etnia primigenia” e di essere gli unici a vivere ancora secondo le antiche tradizioni. Si stima siano tra i 400 e i 500mila individui, sparsi nei due Paesi e divisi in più di un centinaio di clan. Sono un popolo semi-nomade di pastori. Allevano zebù, mucche, cammelli, capre, pecore, asini. Recentemente hanno iniziato a dedicarsi anche all’agricoltura e sono diventati sempre più sedentari. La religione tradizionale è fondata sulla concezione del Dio unico, Waaka. Parlano un dialetto della lingua Oromo, l’afaani Boraana. I Borana sono provetti ingegneri idraulici. Nelle loro aride terre in cui vivono, l’acqua non è sempre disponibile. Per procurarsela i Borana hanno scavato profondi pozzi a gradoni che arrivano a superare anche i 30 metri di profondità e che ancora oggi utilizzano nei periodi di siccità. Nella stagione secca, i giovani Borana si calano lungo il pozzo nelle viscere della terra per prelevare l’acqua che, formando una vera catena umana, con la tecnica del passamano, portano in superficie in recipienti ricolmi. Il lavoro è accompagnato dal loro canto da cui il nome di “pozzi cantanti”. Il canto dà al lavoro un senso di gioia e aiuta a mantenere il ritmo nel ripetersi dei gesti.

Un villaggio del gruppo etnico Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso. Tra le colline a Sud del lago Chamo, in un territorio montagnoso che si estende lungo il margine orientale della valle dell’Omo a una altezza intorno ai 1500 metri, vivono i Konso, un popolo di agricoltori sedentari, un gruppo etnico di lingua cuscitica. I villaggi dei Konso, a scopo difensivo, sono arroccati sulle falesie che dominano le ampie vallate. Legno e pietra sono gli elementi che caratterizzano questi insediamenti. Strade e stradine, delimitate da muretti in pietra a secco, intersecano i villaggi che si presentano come un fitto labirinto di recinti. I vicoli si fanno sempre più stretti mano a mano che salgono verso la sommità della falesia. Un vero dedalo per disorientare e rendere difficile l’accesso al villaggio ad eventuali nemici. I Konso sono una popolazione di circa 20mila individui. Possono essere di religione cattolica, cristiana-ortodossa o musulmana, ma effettuano ancora riti pagani propri della religione animista. La loro abitazione è una capanna circolare con il tetto di paglia. Sulla sommità un vaso di terracotta, privato della base, ne sigilla l’apertura. La sua forma, sempre diversa, identifica la famiglia che ci abita. Al centro del villaggio si trova un alto “totem” (olahita), l’albero delle generazioni. È costruito con tronchi di juniper, un legno molto duraturo. Ogni 18 anni si aggiunge un nuovo tronco per segnare l’inizio di una nuova generazione. Diventa quindi una sorta di calendario tradizionale, un indicatore dei passaggi generazionali.

Le Wagas, caratteristiche statute in legno dei Konso (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Konso: le Wagas. Suggestive, enigmatiche appaiono queste nude figure in legno, corrose dalla pioggia e dal tempo, che vogliono essere espressione delle imprese dell’uomo. Sono chiamate Wagas nella lingua dei Konso, cioé “qualche cosa dei padri”. Sono statue commemorative dedicate a un defunto dal passato importante, un uomo che ha protetto la sua gente, che ha ucciso un nemico o un animale feroce, come un leone o un leopardo. Si trovavano presso la sua tomba, spesso, con accanto la Wagas della moglie. Il culto degli antenati, attraverso le sembianze di questi Totem, ha per i Konso una grande importanza, perché tramanda la vita e la storia personale di un eroe, di un uomo importante. Tale usanza è solo un ricordo ed è affidata a vecchie fotografie come questa che mostriamo scattata nel 1905 da Renato Biasutti, geografo, etnologo. Fortunatamente, questi Totem vengono ora protetti e tutelati in un museo.

Un giovane del gruppo etnico Hamer (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Hamer. Hamer è un gruppo etnico indigeno che vive nel sud dell’Etiopia, nel bacino della valle del fiume Omo. Il censimento del 2007 ha contato 46.532 individui di etnia Hamer. Sono pastori, ma praticano anche una agricoltura di sussistenza. Nella popolazione dei pastori Hamer, sia le donne che gli uomini sono molto “ambiziosi” e prestano molta cura al proprio corpo. Le donne Hamer, altere e bellissime, sono infaticabili. Impegnate nell’allevare i figli, nel preparare i pasti per la famiglia, nell’accudire all’abitazione. Ma tutto ciò non impedisce loro di dedicarsi anche alla cura della bellezza. Una caratteristica estetica, un segno inconfondibile delle donne Hamer, è l’elaborata pettinatura, sfoggiata con fierezza. La tipica acconciatura, chiamata “goscha”, è ottenuta dall’intreccio di sottilissime treccine spalmate di burro, ocra, polvere di ferro e argilla. Le donne indossano strette collane di ferro, gli “ensente”. Si tratta del dono di fidanzamento che la donna porterà per tutta la vita. Al momento del matrimonio, e se si tratta della prima moglie, la donna può portare un secondo collare di ferro, chiamato “bignere”, che presenta una protuberanza fallica e che viene aggiunto ai collari del fidanzamento. Gli uomini che abbiano ucciso un nemico oppure un animale feroce, pericoloso come un leone o un leopardo, si fregiano di una particolare acconciatura sul capo. Con l’argilla, che viene impastata direttamente sulla testa, formano una originale crocchia, una specie di caschetto che viene dipinto con ocra. Un piumaggio, preferibilmente di struzzo, completa l’acconciatura. È un segno di riconoscimento per il coraggio dimostrato. Come in molte altre culture, anche tra gli Hamer vige un complesso sistema di classi sociali. Un evento chiave della cultura di tutte le comunità che abitano nel cuore della valle dell’Omo, è il rito che celebra il passaggio di classe d’età dei giovani adolescenti. Uno dei riti più radicati e controversi della cultura Hamer è la cerimonia del “salto dei tori”, Uklì Bulà, rito che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. I giovani Hamer sono chiamati a dimostrare forza e coraggio saltando e correndo sui dorsi dei tori senza cadere, il che li farebbe risultare “sconfitti”. Superata la prova, i giovani diventano “adulti” e potranno sposarsi, possedere del bestiame ed avere dei figli. La cerimonia inizia con un “prologo” che agli occhi di noi occidentali può apparire arcaico e cruento. Le giovani Hamer, per mostrare che il loro coraggio è pari a quello degli uomini, si lasciano fustigare dai Maza, cioè da giovani che hanno già superato la prova del salto in anni precedenti, ma che sono ancora da sposare. Le giovani Hamer non subiscono questa che a noi appare una violenza. Anzi, per dimostrare la loro fierezza sfrontatamente affrontano i Maza per invitarli a colpirle. Questo atto violento lascerà sui corpi delle ragazze profonde cicatrici che verranno ostentate con orgoglio.

Una giovane del gruppo etnico Arbore (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Arbore. Un popolo fiero, quello degli Arbore, che ora non supera i 4000 individui. Vivono nei pressi del lago Chew Bahir (ex lago Stefania) nella pianura ad ovest del fiume Woito. Sono di religione islamica, ma sono ancora molto presenti credenze tradizionali che riconoscono un unico Dio creatore, chiamato Waaqa. Grazie all’acqua presente nel loro territorio, si dedicano ad una piccola agricoltura. Ma sono anche pastori. Dal collo delle donne scendono a grappoli numerose collane. Donne molto belle con un portamento fiero e deciso, quasi di sfida. Si ritiene che gli Arbore provengano da lontane terre orientali e che, quasi certamente, il loro sangue sia misto. La loro discendenza li pone tra i popoli che anticamente abitavano la valle dell’Omo e gli altopiani di Konso, come i Borana e i Dassanech.

Donne di etnia Mursi con il caratteristico piattello labiale (foto Lucio Rosa)

Gruppo etnico Mursi. “Queste tribù selvagge hanno tendenze detestabili e abitudini bestiali, eppure non mostrano l’indole feroce”. Così appuntavano, nel 1896, nel loro diario di viaggio Lamberto Vannutelli e Carlo Citerni al seguito della spedizione condotta da Vittorio Bottego alla scoperta del fiume Omo e della sua foce, primi occidentali ad incontrare questo popolo. L’incontro dei primi esploratori con una donna Mursi non può non averli lasciati sbalorditi. Il piattello labiale altera le sembianze del volto e può sembrare una usanza, come hanno riportato Vannutelli e Citerni, “detestabile e bestiale”. L’usanza del piattello labiale, per alcuni antropologi, pare abbia avuto origine nel periodo della tratta degli schiavi. Il volto così sfigurato poteva essere un deterrente, un modo per deprezzare la donna e quindi utile a dissuadere gli schiavisti dal portarla via e una opportunità di salvezza per lei. Il piattello labiale è un segno di prestigio per la donna che lo porta ma è anche un segno di ricchezza. Sicuro è il valore economico del piattello. Più grande è, maggiore sarà il numero di capi di bestiame che la sua famiglia chiederà al pretendente per cederla in sposa. I Mursi, o Murzu, sono pastori nomadi, in continuo movimento alla ricerca di pascoli e acqua per il loro bestiame. Per proteggersi da attacchi di possibili nemici, i Mursi, donne e uomini, presidiano armati con armi automatiche i loro villaggi. Le mandrie di bovini rappresentano la ricchezza di questa gente, ma fanno anche gola a molti altri e l’abigeato è un male assai comune, qui. Secondo il censimento del 2007 i Mursi costituiscono una comunità di circa 7500 persone. Ma il loro numero diminuisce sempre più a causa delle condizioni sanitarie estremamente precarie, dei prolungati periodi di siccità e del loro spostamento forzato verso le terre aride dell’Est.

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

“Questo mio “viaggio” è finito”, chiude Lucio Rosa. “Sono 115 le immagini che propongo. Immagini che non si limitano a mostrare le genti che vivono in questo estremo angolo d’Africa nel sud dell’Etiopia. Sono immagini che indagano, scrutano i loro volti, i loro sguardi, ogni loro atteggiamento, le loro fattezze e che “raccontano” a volte fierezza, a volte gioia, a volte tristezza. Genti “lontane” di un mondo che, forse, è giunto alla fine del suo “viaggio” e che inevitabilmente stiamo perdendo”. A corollario della mostra fotografica “ETIOPIA. “Lontano”, lungo il fiume”, il museo civico di Bolzano propone, nella sala delle Stufe, la proiezione di alcuni film del regista Lucio Rosa: mercoledì 15 gennaio 2020, alle 18, “BILAD CHINQIT” (59’); giovedì 16 gennaio 2020, alle 18, “IL SEGNO SULLA PIETRA” (59’); venerdì 17 gennaio 2020, alle 18, “BABINGA, piccoli uomini della foresta” (25’) e, a seguire, “IL “RAGAZZO” CON LA NIKON” (30’).

Il regista Lucio Rosa regala un messaggio di speranza al 2019 con il nuovo film “Il ragazzo con la Nikon”, realizzato assemblando migliaia di foto di antichi villaggi, antiche dimore, antichi magazzini berberi: omaggio d’amore alla Libia che oggi per lui è “irraggiungibile”

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Dietro il grande obiettivo della sua Nikon fa capolino “un giovane” che lancia un messaggio di speranza in questo inizio di 2019: il suo occhio è vivace, curioso, ma anche pieno di amore per quella terra che ha nel cuore, l’Africa. Ma ormai da un lustro Paesi come la Libia sono irraggiungibili. Quel giovane, alla faccia dell’anagrafe, è il regista veneziano Lucio Rosa che non vuole arrendersi all’idea che gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini berberi, memoria degli Imazighen berberi di Libia, stiano lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia e dall’oblio. E allora potendo contare su migliaia di fotografie realizzate nelle sue moltissime missioni in Libia, da Est a Ovest, da Nord a Sud, si è chiesto: “Perché non dare vita alle fotografie, farle “parlare” e raccontare una storia antica quella dei Berberi Imazighen e di quello che hanno lasciato in Libia di tangibile, come le sublimi architetture?”. Nasce così l’ultima produzione di Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, un film di 30 minuti, rigorosamente in bianco e nero, senza riprese ma montato con le fotografie da lui realizzate in Libia nel corso degli anni. “Ultima nell’aprile 2013… poi il buio per questo splendido Paese”, ricorda amaro lasciandosi andare a un’ennesima dichiarazione d’amore e di speranza: “Ma verrà la luce e ritornerò da te, cara Libia”. Era infatti il 23 aprile 2013 quando il regista veneziano era a Tripoli al ministero del Turismo e cultura per firmare il contratto di un film su Ghadames, la grande oasi ai margini occidentali del Sahara libico nel punto dove si incontrato i confini di Libia, Algeria e Tunisia. “Ma un attentato all’ambasciata francese ha bloccato Tripoli… fuggi fuggi… imbarco sul primo aereo per riornare in Patria, e film con la sceneggiatura e storyboard approvati, è finito nel cassetto. In attesa… Ad oggi è ancora lì, ricoperto dalla polvere del tempo… ma ancora vivo nelle mie intenzioni e speranza… ma verrà il giorno…”, la voce rotta dalla commozione.

Gli Imazighen sono gli antichi berberi di Libia con la bandiera tricolore (foto Lucio Rosa)

Con il film “Il “ragazzo” con la Nikon”, le antiche architetture berbere, gli antichi villaggi, le antiche dimore, gli antichi magazzini fortezza sembrano tornare a nuova vita, esaltate dal bianco e nero delle riprese, mentre la colonna sonora, solenne e dal ritmo lento come il passa di un viaggiatore, rende la gravità del momento ben descritto dal testo dello stesso Lucio Rosa, speakerato da Mimmo Strati, che descrive i luoghi, i monumenti e ne ricostruisce la storia con il susseguirsi dei popoli che li hanno frequentati. Unica nota di colore è rappresentata bandiera tricolore degli Imazighen, dove il blu evoca il mare, il verde la terra coltivata, il giallo la sabbia del deserto. Al centro la lettera yaz dell’alfabeto tifinag, l’antica lingua dei berberi, simbolo della resistenza e della vita.

Un suggestivo scorcio delle architetture di Ghadames (foto Lucio Rosa)

L’occhio del “giovane” Rosa scivola sulle pareti candide delle architetture, entra nelle antiche dimore, ne incontra gli abitanti, si inerpica sulle torri, sempre con delicatezza e rispetto: ogni scatto sembra più un’amorevole carezza. Ecco Ghadames, la romana Cydamus, crocevia del commercio sahariano, luogo privilegiato d’incontri di culture diverse che seppe mescolare senza timori, partorendo quella civiltà berbero-araba di cui ancora oggi se ne assapora lo spirito. Le prime notizie storiche della città risalgono all’epoca romana, al Regno di Augusto. Era l’anno 19 a.C. quando Ghadames fu occupata dalle legioni di Lucio Cornelio Balbo e divenne uno stabile avamposto fortificato contro i nomadi Getuli e i Garamanti, rappresentando l’estremo punto meridionale dell’impero romano. Nel VI secolo i bizantini sconfissero i vandali e si estesero nel Nord Africa. Anche Ghadames si sottomise alla dominazione bizantina convertendosi al cristianesimo. Era imperatore d’oriente Giustiniano I. Per quasi due secoli, cioè sino all’arrivo degli arabi, i bizantini esercitarono il loro dominio. E Ghadames stessa divenne anche sede di un vescovado. Nel VII secolo, con la disgregazione degli ultimi presidi libici di Giustiniano, anche Ghadames, dopo strenua resistenza, fu presa dagli arabi.

Antiche architetture dell’oasi di Ghadames (foto Lucio Rosa)

“L’oasi di Ghadames”, racconta Rosa, “è sopravvissuta alle insidie del tempo e della storia, mantenuta viva dall’amore della sua gente e dalla saggezza dei suoi vecchi. Qui è stato conservato l’intricato labirinto di vicoli coperti che offrono intatta l’antica atmosfera di una città berbera, disordinata ma armonica al tempo stesso, plasmata col fango e dalla luce donata da una sapiente architettura. Si cammina al buio, quasi in mistica penombra, in quello che pare un gigantesco termitaio; si prova quasi imbarazzo a profanare questo luogo che invita a rimanere in silenzio e a camminare in punta dei piedi”. L’oasi di Ghadames era divisa in sette quartieri racchiusi dalle antiche mura. Ognuno autonomo con propri pozzi, piazze, mercati, moschee e madrasse. Il tutto raccordato dal quel labirinto caotico delle stradine che è la caratteristica di Ghadames. Le abitazioni sono generalmente a tre piani, ognuno con funzioni diverse. Il piano terreno è destinato a magazzino, a deposito degli attrezzi. “Il primo piano – continua il regista – è dedicato alla vita familiare, una ampia stanza soggiorno colma di nicchie e armadi a muro… un alternarsi confuso di ingannevoli finestre che non si aprono al sole ma nascondono mensole e ripostigli. È la sala soggiorno, tamanhat, il fulcro della casa, dove si consumano i pasti, si riunisce la famiglia e si accolgono gli ospiti. Vetri colorati, oggetti in ottone, specchi disposti sulle pareti avevano la funzione di moltiplicare la debole luce che veniva fornita dalle lampade a olio. Sulle pareti, bianche di calce, sono tracciati disegni geometrici. Immagini stilizzate cariche di antichi simbolismi. Segni e decorazioni di lontane superstizioni, simboli esoterici, disegni caratteristici dell’arte berbera del nord Africa. Una scala conduce ai piani superiori: il secondo è destinato alla vita intima della padrona di casa. Sotto la volta del cielo, le terrazze, il regno delle donne”.

La città di Fursta, abbandonata da tempo, è ormai un ammasso di rovine (foto Lucio Rosa)

Il viaggio continua. Il villaggio di Fursta, è ignorato, dai percorsi “turistici”, e solo qualche viaggiatore desideroso non solo di vedere ma spronato dal voler scoprire, conoscere, approfondire, dove, cosa, chi, arriva fin quassù. Si sale lungo stretti viottoli da cui si accedeva alle abitazioni. Ora sono solo case diroccate, ormai abbandonate da decenni. Le porte sono spalancate. Non c’è più nulla da conservare e da proteggere. Ma pure nella desolazione si conserva ancora qualche traccia del modello di vita degli Imazighen che qui abitavano. Tra le macerie, un frantoio, quasi un sussulto di vita, ma non è che una illusione, a Fursta tutto è morto. “Bianca, candida, isolata, la moschea di Fursta si stacca dal brullo Jabel Nafusah. Una architettura semplice, sobria, in perfetta armonia con l’austerità e lo spirito ascetico, caratteristiche dell’Islàm sahariano delle origini. All’interno, un susseguirsi armonioso di colonne sostengono la volta dell’oratorio. L’ambiente tutto, immerso in una luce soffusa, raccoglieva il dialogo tra i fedeli e il dio clemente e misericordioso”.

L’impressionante Gsar al-Haj non è una fortezza ma un centro di stoccaggio (foto Lucio Rosa)

Del villaggio Imazighen di Gsar al-Haj sono rimaste poche testimonianze di quelle che furono, un tempo, le loro abitazioni. Colpisce, invece, una costruzione che probabilmente è la più sorprendente di tutta l’antica architettura berbera in Libia. È nota come “castello berbero”. Fu eretta nel XIII secolo da Abdallah Abu Jatla, ma non è una fortezza, come si potrebbe pensare guardando il complesso dall’esterno, ma una struttura di stoccaggio creata per proteggere il raccolto della popolazione che viveva nel villaggio adiacente. “Si presenta come un anello circolare, un piccolo Colosseo”, descrive Rosa. “Nelle alte mura che circondano il cortile sono ricavate 114 cellette con funzione di magazzino, simili a grotte e disposte su più livelli. Le cavità dei livelli superiori, che si potevano raggiungere a mezzo di scale e passaggi aerei, servivano principalmente per conservare e proteggere i prodotti della terra. Il livello più basso, che si trova parzialmente interrato, veniva utilizzato per conservare il bene più prezioso, l’olio, che era anche una importante moneta di scambio”.

L’oasi di Derdj gestiva il traffico delle merci tra Africa nera e Mediterraneo (foto Lucio Rosa)

Anche dell’antico villaggio, della bella e ricca vecchia oasi berbera di Derdj, non rimangono che poche rovine. Mura crollate, passaggi ostruiti dalle macerie e la sabbia che si riprende la città, lentamente ma inesorabilmente. Silenziosa, dimenticata, Derdj ha vissuto, come altre oasi del Jabel Nafusha, l’esodo dei suoi abitanti. Un labirinto di viottoli si insinua tra case diroccate, ma pure nella distruzione quasi totale qualche cosa emerge dalle rovine. Si possono scorgere le tracce di quelle che furono sontuose dimore, veri palazzi, un segno di prosperità e di ricchezza che antichi mercanti donarono a questa città oasiana. Una imponente fortezza, arroccata sul bordo della falesia, sovrasta il vecchio villaggio. Posta a guardia della frontiera sia meridionale che occidentale, testimonia l’importanza di questo insediamento che permetteva la vigilanza sul territorio e la gestione del traffico delle merci tra l’Africa nera e le coste del Mediterraneo.

Lo stupefacente granaio di Nalut (foto Lucio Rosa)

Il Gsar Nalut, posto a 600 metri d’altezza nel Jebel Nafusah, è forse il più interessante tra gli insediamenti berberi della Libia. In epoca romana si chiamava Taburmati ed era sede di un presidio a difesa del Limes tripolitanis. Abbarbicato sulla scarpata, l’antico villaggio berbero, ormai in rovina, appare come una fortezza. “Ancora ben conservato è, invece, lo stupefacente granaio, dove gli abitanti di Nalut depositavano i propri raccolti, gli approvvigionamenti di ogni famiglia mettendoli al sicuro. Il formidabile granaio è come “un palazzo” che gli Imazighen fortificarono negli anni più duri della repressione turca, di quattro secoli fa. Gli abitanti di Nalut vi conservavano ogni cosa, ma soprattutto le granaglie e l’olio, che rappresentavano tutta la ricchezza in natura della famiglia berbera”.

L’interno di un’abitazione di Gsar Gharyan (foto Lucio Rosa)

Il viaggio di Lucio Rosa termina a Gsar Gharyan “il castello delle grotte” nella lingua dei berberi, a 600 metri di quota, che rispecchia uno degli usi più comuni delle tribù berbere che abitavano nell’altopiano di Nafusah. “Sappiamo che erano una popolazione troglodita che abitava in case scavate interamente nel terreno alla profondità dagli 8 ai 10 metri”, spiega Rosa. “All’interno delle case sotterranee si beneficia di una temperatura confortevole durante tutto l’anno, protetti dal caldo feroce dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. L’abitazione vera e propria si presenta con una serie di stanze idonee per vivere una vita confortevole. Naturalmente, pure nella semplicità delle case, non mancavano locali adibiti a magazzini”. Queste abitazioni oggi non vengono più usate per viverci, ma volentieri vi si accolgono gli amici e si aprono a qualche viaggiatore curioso di conoscere e desideroso di cogliere, con animo affascinato, nuove esperienze, nuove amicizie. “Questo mondo sta lentamente dissolvendosi nel nulla, stretto d’assedio dalla sabbia ed dall’oblio. Rimane la speranza, un desiderio, forse inconscio, che tutto ciò possa un giorno risvegliarsi, la sabbia svanire, l’uomo ritornare”. Rimane l’attesa di un ospite, un “viaggiatore” giunto da terre lontane richiamato dal misterioso fascino di queste antiche vestigia, create, un tempo, dagli Imazighen, “uomini liberi”. Queste terre berbere attendono il ritorno del “Ragazzo con la Nikon”.