“Addio Babinga, piccoli uomini della foresta”: a Bolzano mostra fotografica-denuncia di Lucio Rosa su un popolo di pigmei dell’Africa centrale cancellato dalla storia

Locandina della mostra a Bolzano “Addio Babinga. Piccoli uomini della foresta”, foto-reportage di Lucio Rosa

Il regista Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, fa capolino dietro la sua macchina fotografica

Non solo fotografie, ma una testimonianza di vita, un appello per un popolo, i Babinga, che la storia sembra ormai aver dimenticato e abbandonato alla sua estinzione. E già il titolo della mostra fotografica in programma all’Espace-La Stanza di Bolzano dal 10 al 24 settembre 2019, “Addio Babinga, piccoli uomini della foresta Repubblica Popolare del Congo. Testimoni superstiti di epoche antichissime, un’immagine di quella che probabilmente era stata la vita dei cacciatori – raccoglitori della preistoria”, dà un’idea della drammaticità del momento. A regalarci questo momento di riflessione è ancora una volta lui, Lucio Rosa, “Il ragazzo con la Nikon”, il fotografo con l’Africa nel cuore, veneziano di nascita e bolzanino di adozione, che da oltre 45 anni è impegnato nella realizzazione di film documentari, reportages anche fotografici, programmi televisivi, per televisioni nazionali ed estere.

Anna Rosa durante le riprese tra i Babinga (foto Lucio Rosa)

Sono forse 200mila i pigmei dell’Africa Centrale. Vivono distribuiti su una fascia della foresta pluviale africana, che si estende per 1800 chilometri a cavallo dell’equatore, a partire dal Camerun e Gabon per giungere fino al Lago Vittoria. “Sono, o meglio erano”, sottolinea Rosa, “gli unici ed indiscussi padroni di questa enorme foresta, ed esprimevano, probabilmente, la cultura più integra e più antica di tutto il continente nero. Tre sono le etnie predominanti: gli Mbuti, i Babinga, i Twa”. I 60 scatti – rigorosamente in bianco e nero – in mostra, che risalgono all’ottobre/novembre del 1988, hanno colto i Pigmei quando erano ancora gli unici ed indiscussi padroni della foresta. “Io, mia moglie Anna e l’amico giornalista Ermanno Ferriani Abbiamo trascorso 60 giorni in questo angolo di Africa profonda per effettuare questa documentazione fotografica e per la realizzazione del film/documento “Babinga, piccoli uomini della foresta”. Sono gli ultimi scatti possibili, le ultime testimonianze che documentano questo fragile microcosmo di cui ho voluto tentare di cogliere la sua anima originaria, oggi ormai perduta”.

Donna Babinga con il suo bimbo (foto Lucio Rosa)

I pigmei Babinga. Nella foresta del Nord della Repubblica Popolare del Congo e nel Sud-Est del Camerun vivono i pigmei Babinga. La buia ed impraticabile foresta equatoriale africana è stata da sempre un baluardo che ha protetto la vita e l’identità culturale di questa etnia. Entrare in questo mondo incuteva paura, se non terrore, e nessun estraneo osava infrangere questo confine naturale. Come altri pigmei dell’Africa equatoriale, i Babinga non conoscono l’agricoltura, né la metallurgia, non filano e non sanno lavorare l’argilla.

Vita in un accampamento Babinga (foto Lucio Rosa)

Vita all’accampamento. I pigmei, distribuiti nell’immensa foresta e costretti a spostarsi continuamente per la ricerca di cibo, non possono costituirsi in vere e proprie tribù organizzate, ma non vivono senza fondamentali regole sociali. Formano gruppi di poche famiglie, sotto l’autorità di un anziano o del più esperto in problemi di caccia. Il “capo”, tuttavia, non rappresenta una figura di autorità come generalmente questa viene intesa: nessuno, nel gruppo, è superiore agli altri per diritto, né dispone di un potere da trasmettere ai discendenti. Il legame nel gruppo è di tipo economico-sociale e ciascuna comunità risolve i propri problemi, esercita poteri giudiziari ed esecutivi, vigila sui matrimoni. Regola fondamentale è la subordinazione degli interessi del singolo a quelli del gruppo. La famiglia costituisce la base dell’organizzazione sociale dei pigmei; il matrimonio ne è il fondamento. Il pigmeo è monogamo. Tra i Babinga la donna occupa nella famiglia e nel gruppo, una posizione di rilievo, adoperandosi per ogni necessità non solo della famiglia ma di tutta la comunità.

Uomini Babinga cacciano nella foresta (foto Lucio Rosa)

La caccia. Le prime luci dell’alba trovano i Babinga già svegli. Hanno attizzato il fuoco accanto al quale si riscaldano prima di intraprendere le attività del giorno, la caccia in primis. Occupazione fondamentale è la caccia. La caccia non è per i Pigmei il semplice compito di procurarsi del cibo: è qualcosa di più. Essa rappresenta l’interesse primario della loro esistenza, la stessa loro ragione di vita. In una preghiera che i Babinga rivolgono a Komba, il loro dio, c’è tutta la loro considerazione per la madre foresta: “Komba è nostro Dio perché ci dà da mangiare – Komba è la foresta che ci dà da mangiare – noi amiamo la foresta che ci dà tutto per vivere”. La carne frutto della caccia, soprattutto di antilopi e facoceri, che eccede le necessità alimentari del gruppo, viene affumicata per la conservazione e diventa merce per il baratto con gli agricoltori Bantu. In cambio i Babinga ottengono il ferro per le asce o punte per le lance ed anche prodotti dell’agricoltura.

Le donne Babinga impegnate nella raccolta nella foresta (foto Lucio Rosa)

La raccolta in foresta. Alle donne spetta il compito della raccolta dei prodotti spontanei che la foresta offre. Lasciano l’accampamento, accompagnate dai figli, cantando a voce spiegata, sia per dare al lavoro un senso di gioia, sia per allontanare e quindi evitare brutti incontri con animali pericolosi. La foresta non offre soltanto selvaggina, ma anche una grande varietà di prodotti, come bacche, foglie commestibili, larve, radici, tuberi, funghi, con cui i Babinga arricchiscono la loro dieta alimentare. Le donne rimaste all’accampamento preparano un pasto che, in mancanza di selvaggina, è totalmente vegetariano, a base di manioca e foglie di djaboucà, una pianta che cresce spontanea nella foresta. Per la carne dovranno attendere il ritorno dei cacciatori.

La limatura dei denti per i Babinga è un segno di fierezza (foto Lucio Rosa)

La limatura dei denti incisivi risponde a tre aspetti della cultura Babinga: è una forma di abbellimento sia per i ragazzi che per le ragazze, è un segno di fierezza, ma ha anche una funzione pratica. I denti appuntiti possono essere “strumenti” utili in molte occasioni. Insostituibili anche nel mangiare la carne di facocero, di antilope o di scimmia che sia, aiutandosi con i denti a strappare “succulenti” bocconi. Antica tradizione dei Babinga, è l’abbellimento del volto e del corpo con disegni incisi in modo indelebile sulla pelle. Una usanza diffusa, comunque, a tutte le latitudini. Le scarificazioni vengono effettuate con mano esperta e sicura da una anziana del gruppo. Sono segni che distinguono i vari clan e permettono di riconoscere facilmente il clan di appartenenza di ogni pigmeo. Quando una ragazza si prepara al matrimonio, i segni vengono eseguiti per piacere di più al proprio uomo. Alla fine dell’intervento, le “ferite” vengono riempite con la cenere che servirà quale pigmento per dare maggior risalto ai segni ornamentali.

La deforestazione mette a repentaglio il futuro dei Babinga (foto Lucio Rosa)

Deforestazione e conseguenze. Dagli anni ‘80 del secolo scorso, tutto è cambiato. Le abitudini di vita dei Babinga e la loro stessa esistenza sono state radicalmente e drammaticamente messe a repentaglio. Nella repubblica popolare del Congo si è evitata una deforestazione intensiva e selvaggia. Ma anche uno sfruttamento forestale limitato comporta l’apertura di numerose piste per il recupero ed il trasporto degli alberi abbattuti fino alle segherie poste lungo i fiumi. Queste piste hanno facilitato le comunicazioni ma hanno creato anche sempre più stretti rapporti tra la fragile cultura dei Babinga e quella più forte degli agricoltori Bantu, a tutto scapito della prima, destinata a soccombere. I villaggi Bantu si sono sviluppati anche grazie all’industria forestale, raggiungendo un certo benessere. I Pigmei, lusingati da una vita che può sembrare più agevole e abbagliati dal denaro di cui non afferrano il senso, sono usciti dalla foresta per vivere accanto e con i Bantu, in un rapporto che li vede sicuramente perdenti.

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2 risposte a ““Addio Babinga, piccoli uomini della foresta”: a Bolzano mostra fotografica-denuncia di Lucio Rosa su un popolo di pigmei dell’Africa centrale cancellato dalla storia”

  1. Studiofilmtv (info) dice :

    Grazie GRANDE Graziano. Ma dimmi di te, come va…sarà lunga…ma arriverà la “primavera” che spazzerà via ogni nuvola…

    Un abbraccio.

    Lucio & Anna

  2. Italina Bacciga dice :

    Mi piace

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