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“Lo scriba scrittore”: al museo Egizio di Torino il prof. Bernard Mathieu illustra come nasce e si sviluppa la letteratura nell’Antico Egitto

“Lo scriba scrittore” al centro dell’incontro al museo Egizio di Torino

Il logo del museo Egizio di Torino

La letteratura nell’Antico Egitto sarò al centro della conferenza “Le scribe écrivain : l’émergence de la littérature dans l’Ancienne Égypte / Lo scriba scrittore: l’avvento della letteratura nell’antico Egitto” tenuta dal professor Bernard Mathieu martedì 7 maggio 2019, alle 18, al museo Egizio di Torino. L’abbondante produzione scritta dell’antico Egitto rivela a volte, dal Vecchio Regno (2700-2200), un’elaborazione formale che consente di cogliere, qui o là, un’autentica opera di scrittore. Questo è il caso, già, di certi passaggi dei Testi delle Piramidi, ma anche, naturalmente, delle grandi opere classiche del Medio Regno, prima dell’espansione letteraria del periodo Ramesside. “I testi sapienziali”, ricorda Edda Bresciani su L’Antico Egitto (DeAgostini), “avevano un fine educativo ed erano perciò letti e studiati nelle scuole; i testi biografici delle tombe private eternavano le imprese di chi li aveva fatti scrivere; i testi regali avevano una chiara funzione di propaganda; i testi religiosi e funerari servivano al culto divino e funerario”.

L’egittologo Bernard Mathieu

Dopo aver studiato letteratura classica e egittologia all’università Paul-Valéry (Montpellier 3), all’università Paris 4 – Sorbonne e all’École Pratique des Hautes Études, Bernard Mathieu ha ottenuto l’aggregazione a Lettere Classiche (1983), poi un dottorato in Egittologia dal titolo The Love Poetry of Ancient Egypt (Università Paris 3, 1989). Attualmente è professore di Egittologia all’università Paul Valéry e membro dell’UMR 5140 CNRS (“Archeologia delle società mediterranee”). Ha realizzato diverse missioni archeologiche in Egitto, Karnak, Saqqara, nel Deserto Orientale e Tebe Ovest. I suoi interessi di ricerca includono la lingua e la letteratura egiziane e i Testi piramidali. Nell’incontro di Torino, prendendo in esame alcuni tesori letterari dell’Egitto faraonico, spiegherà come, fin dai primi tempi, non è solo lo scriba che possiamo vedere al lavoro, ma lo scrittore autentico, degno di essere trasmesso ai posteri. La conferenza sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio, si terrà in lingua francese, e si potrà seguire anche in live streaming sulla pagina Facebook del museo Egizio. Ingresso libero in sala Conferenze fino a esaurimento posti.

1° Maggio speciale al museo Egizio di Torino: per la Festa dei lavoratori particolare visita guidata su “Il lavoro nell’Egitto faraonico”. Bilancio positivo degli ingressi nel lungo periodo festivo tra Pasqua e 25 Aprile

Strumenti di lavoro degli operai e degli artigiani dell’Antico Egitto conservati al museo Egizio di Torino

Primo Maggio 2019 speciale al museo Egizio di Torino: in occasione della festa dei lavoratori, alle 10:50, il museo Egizio propone la vista guidata “Il lavoro nell’Egitto faraonico”. La visita guidata porterà all’approfondimento dell’utilizzo di alcuni reperti (ceselli, bulini, martelli, compassi, trapani) e alla lettura di alcuni passi tratti da antichi papiri della collezione torinese (famoso quello che documenta il primo sciopero degli operai del faraone a Deir el-Medina). In questo modo il pubblico potrà conoscere alcune peculiarità sull’organizzazione del lavoro al tempo dei faraoni: tra curiosità ed aneddoti, i visitatori potranno conoscere i diversi lavori di questa antica civiltà, che spaziavano dall’ambito domestico e agricolo a quello commerciale, artigianale e templare.

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

“Dalla XVIII dinastia”, scrive Edda Bresciani in “L’Antico Egitto” (De Agostini), “gran parte dei manovali e degli artigiani egizi era impegnata nei grandi cantieri di Tebe, dove l’organizzazione del lavoro era fortemente gerarchizzata, con addetti alla fornitura delle materie prime, alla conduzione dei lavori e all’ispezione. Gli operai venivano ingaggiati con contratti che ne precisavano diritti e doveri: uno dei diritti fondamentali dell’uomo egizio era infatti di essere retribuito per il lavoro compiuto sia che lo svolgesse per il tempio, per lo Stato o un privato. La paga veniva fornita in natura. I lavoratori dipendenti erano protetti dalla legge, poiché godevano del diritto di reclamare giustizia in tribunale contro i loro padroni. Quando, alla fine della XX dinastia, le casse statali non furono più in grado di pagare regolarmente i lavoratori della necropoli tebana di Deir el-Medina, si verificarono numerosi episodi di protesta da parte degli operai ridotti alla fame”.

Una versione del nuovo logo del Museo Egizio

Grazie alla visita, che offre numerosi spunti di riflessione sul tema del lavoro, sarà dunque possibile delineare una giornata lavorativa tipo, riflettendo anche su alcuni luoghi comuni. La visita avrà una durata di 120 minuti, è consigliata a un pubblico adulto, e costa 7 euro oltre al biglietto di ingresso al museo. La prenotazione è obbligatoria: 011 4406903 – mail: info@museitorino.it. L’Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19; il sabato, dalle 9 alle 13. Con il 1° maggio chiude il lungo periodo festivo iniziato con le vacanze pasquali, e per la dirigenza è già tempo di bilanci. “Ha sfiorato la quota dei 60mila ingressi”, fanno sapere all’Egizio, “il flusso del pubblico che ha visitato il museo Egizio nei dieci giorni compresi fra il 19 aprile, venerdì di Pasqua, e domenica 28 aprile. Il periodo di vacanza primaverile, agevolato dal “ponte” per la Festa della Liberazione, è stato caratterizzato da una costante affluenza al Museo, il cui picco si è registrato venerdì 26 aprile, con l’emissione di 8mila biglietti, il 10% dei quali destinati alla visita durante lo speciale orario serale”.

La donna al tempo dei faraoni: al museo Egizio di Torino visita guidata speciale nel giorno della Festa della donna, con ingresso gratuito a tutte le donne

La maschera funeraria di Merit conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Una versione del logo del Museo Egizio

Statua della dea Sekhmet, conservata al museo Egizio di Torino

Dea, sposa, madre, regina, e talora anche faraone. Ma sempre donna. E nell’Antico Egitto, come scrive Edda Bresciani, “la donna godette di un grado di autonomia e di importanza sociale e giuridica superiore alla maggior parte dei popoli antichi. Sposata o no, essa deteneva il diritto di proprietà (che conservava durante il matrimonio), poteva essere soggetto giuridico e disporre liberamente dei propri beni. Ci furono donne che arrivarono a regnare e donne che furono divinizzate”. Venerdì 8 marzo 2019, nel giorno della Festa della Donna, il museo Egizio di Torino propone una visita guidata speciale, oltre che a garantire l’ingresso gratuito a tutte le donne che si presenteranno alla biglietteria del museo. Alle 16.10 parte la speciale visita guidata dal titolo “La donna al tempo dei faraoni”. La visita, prevista per un pubblico di adulti, permetterà di riscoprire la vita delle donne nell’antico Egitto: dalla quotidianità fino al ruolo ricoperto nei riti funerari, attraverso una dettagliata analisi dei corredi privati rinvenuti nelle tombe. Il percorso, di circa due ore, permetterà di apprezzare gli equilibri tra la sfera maschile e femminile nelle differenti situazioni di vita e terminerà al cospetto di una delle divinità femminili più note: la dea leonessa Sekhmet, simbolo di forza e potere, femminilità e maternità. La prenotazione è obbligatoria, telefonando al 011 4406903 o scrivendo a info@museitorino.it. Per partecipare, è richiesto un contributo di 7 euro, oltre al biglietto di ingresso (necessario solamente per gli uomini).

È morto il professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, decano degli egittologi italiani, protagonista del salvataggio dei templi egizi di Abu Simbel. Il ricordo di chi l’ha conosciuto e della sua allieva più famosa, l’egittologa Edda Bresciani

L'egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’egittologo Sergio Donadoni in una delle sue missioni archeologiche in Egitto

L’Egittologia è in lutto. Uno dei suoi più autorevoli protagonisti del Novecento è venuto a mancare: l’archeologo Sergio Donadoni, decano degli egittologi italiani, rispettato e conosciuto in tutto il mondo scientifico non solo per le sue grandi capacità di studioso-ricercatore e di insegnante-accademico ma anche per la sua umanità, protagonista del salvataggio internazionale dei templi egizi di Abu Simbel dopo la creazione della diga di Assuan, è morto a Roma il 31 ottobre 2015 all’età di 101 anni. Era professore emerito di egittologia all’Università “La Sapienza” di Roma e accademico dei Lincei, nonché insegnante all’Université Libre di Bruxelles. I funerali si sono svolti lunedì 2 novembre, alle 11, nella chiesa romana dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Nato a Palermo il 13 ottobre 1914, figlio del critico letterario Eugenio, Sergio Donadoni aveva studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era laureato nel 1935 con Annibale Evaristo Breccia. La sua formazione di egittologo la maturò alla scuola francese, studiando per due anni a Parigi dove appunto si specializzò in Egittologia, e nel 1948 nella capitale danese di Copenaghen. Donadoni ha insegnato nelle università di Milano, Pisa e infine Roma.

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Il museo Egizio al Cairo: fu fondato nel 1902

Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere e frequentare il prof. Donadoni in una occasione speciale: le celebrazioni per il centenario del Museo Egizio del Cairo. Lui era il più grande tra i grandi egittologi convenuti sulle rive del Nilo, ma non lo ha mai fatto pesare. Tanto meno con i suoi interlocutori, anche i più modesti. Il prof. Donadoni aveva una risposta per ogni domanda gli venisse rivolta, anche quando la richiesta rivelava l’assoluta mancanza delle più elementari conoscenze sull’Antico Egitto. E quando si passeggiava per le strade del Cairo era tutto un saluto reverente e riconoscente “al professore” da persone, le più disparate, che erano state al suo servizio o comunque lo avevano conosciuto nei lunghi decenni di missione archeologica in Egitto. Sergio Donadoni era uomo colto e semplice, nonostante la sua statura scientifica. Come più volte ha avuto modo di testimoniare Paolo Renier, fotografo trevigiano ammaliato dall’Egitto in generale e della città di Abido sacra a Osiride in particolare, che a Donadoni si era rivolto per un consiglio sul progetto di valorizzazione e conoscenza del sito di Abido e si ritrovò come risposta la più bella presentazione mai avuta (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2015/04/24/lantico-egitto-a-vittorio-veneto-il-tempio-del-faraone-seti-i-ad-abido-nella-mostra-di-paolo-renier-alla-rotonda/ sul suo impegno e il suo lavoro fotografico nell’Osireion.

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Una fase della ricostruzione del sito archeologico di Abu Simbel

Sergio Donadoni ha diretto scavi in Egitto (Antinoe, Qurna), in Nubia (Ikhmindi, Sabagura, Tamit) e in Sudan (Sonki Tino, Gebel Barkal). Nell’ambito della collaborazione internazionale per il salvataggio dei templi egizi dovuto alla creazione della diga di Assuan, l’Italia partecipò con nove spedizioni condotte da Sergio Donadoni tra gli anni ’50 e ’60. Nel 1964 diresse la missione archeologica in Egitto e in Sudan dell’Università di Roma con scavi e ricerche in diverse antiche località, tra cui Tebe. A queste sono da aggiungerne altre quattro organizzate dal museo Egizio di Torino. Partecipò inoltre al salvataggio del tempio rupestre di Ellesija e a quello di Abu Simbel. Dal 1958 al 1969 esplorò sistematicamente con fini archeologi e architettonici, sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia. Sergio Donadoni è autore di una vasta bibliografia, che comprende, tra gli altri titoli “La civiltà egiziana” (1940), “L’arte egizia” (1955), “Storia della letteratura egiziana antica” (1957), “Le pitture murali della chiesa di Sonki Tino nel Sudan” (1968), “L’Egitto dal mito all’egittologia”. Era dottore honoris causa della Université Libre di Bruxelles. Socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dell’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi e dell’Institut d’Egypte. È stato insignito del Premio Feltrinelli per l’Archeologia nel 1975 ed era Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica (2000).

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il professor Sergio Donadoni, fondatore della moderna egittologia in Italia

Il ricordo più intenso del professor Sergio Donadoni, fondatore dell’Egittologia moderna in Italia, è stato scritto dalla sua allieva più famosa, la professoressa Edda Bresciani, professore Emerito dell’Università di Pisa, una degli altri grandi egittologi italiani del Novecento. La biografia di questi due studiosi è strettamente incrociata e descrive molta parte della storia dell’Egittologia a Pisa e in Italia. Questa disciplina nacque infatti proprio all’Università di Pisa nel 1826, quando Leopoldo II di Lorena decise di istituire una cattedra di egittologia affidandola al ventiseienne pisano Ippolito Rosellini. Alla sua morte, nel 1843, l’insegnamento fu chiuso e per oltre un secolo tacque sia a Pisa che in Italia. Tornò quindi ad essere attivato nell’Ateneo pisano dall’anno accademico 1950-’51, con un incarico affidato proprio al professor Donadoni, allievo della Scuola Normale e laureato nel 1934 con il grande egittologo Annibale Evaristo Breccia, docente dell’Università di Pisa, di cui fu anche Rettore dal 1939 al 1941. Con il trasferimento del professor Donadoni all’Università di Milano nel 1959, la cattedra passò alla sua allieva Edda Bresciani – la prima laureata italiana in Egittologia – che nel 1968 sarebbe diventata ordinario della disciplina all’Università di Pisa. Scrive Edda Bresciani: “Ho parlato al telefono con Sergio Donadoni il 13 ottobre scorso per augurargli, come ogni anno in questo giorno, un gioioso anniversario. Mi rispose con la consueta urbanità, la voce forse un po’ fievole è vero, ma intatto l’eloquio elegante ironico ma insieme affettuoso. Perché il mio maestro ed io ci volevamo bene; anche se aveva l’abitudine di riferirsi a me come “quel diavolo di ragazza”… Adesso nessuno più mi chiamerà così. È morto nei suoi 101 anni, dopo una vita splendida dedicata alla ricerca, ricca di soddisfazioni private, scientifiche, pubbliche. Universalmente conosciuto e ammirato, la sua assenza avrà per anni avvenire il suono del dolore. Non credo che sia il caso qui che elenchi i libri, gli articoli, i contributi i Sergio Donadoni che hanno dato le linee fondamentali dell’egittologia non solo italiana ma mondiale. Io adesso non riesco a comporre altre frasi oltre all’espressione di un vuoto che non saprà essere colmato; adesso piango la grande persona che ci ha lasciati, piango il maestro, piango lo studioso. Alla famiglia, alla moglie Annamaria, antica amica, ai suoi figli ai nipoti che tanto amava, l’espressione della partecipazione sincera al loro dolore”.

A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano

L'egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell'oasi del Fayyum

L’egittologa Edda Bresciani dell’università di Pisa in missione nel sito di Medinet Madi in Egitto

Dal Cairo a Luxor, da Alessandria d’Egitto ad Assuan, da Siwa a El-Fayyum, e dici Edda ti rispondono “la professoressa Bresciani”. Edda Bresciani è un’istituzione dell’Egittologia, non solo italiana: una vita dedicata allo studio e alla conoscenza dell’Antico Egitto, partendo dall’ateneo di Pisa e approdando sulle rive del Nilo, tanto che lei “lucchese doc” si è trovata nella vita a diventare – ha sottolineato – “anche un po’ pisana e un po’ egiziana”. Nei giorni scorsi l’università di Pisa ha conferito a Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’Università di Pisa, il “Campano d’Oro” 2014, il prestigioso riconoscimento che l’Associazione laureati dell’Ateneo pisano (ALAP) assegna ogni anno a illustri personalità che si sono laureate a Pisa. La cerimonia di conferimento, che si è tenuta nei saloni del Bastione Sangallo, è stata aperta dai saluti del rettore Massimo Augello. Dopo aver ricordato che la professoressa Bresciani è la seconda donna a ricevere il Premio in 43 edizioni, il professor Augello ha ripercorso le tappe più significative della biografia scientifica della premiata, dai primi anni di insegnamento nell’Ateneo pisano alla fondazione della rivista “Egitto e Vicino Oriente”, dalle missioni archeologiche in territorio egiziano alla costituzione delle collezioni egittologiche dell’Ateneo. “Erede della grande tradizione pisana nell’Egittologia – ha concluso il rettore – la professoressa Bresciani è riuscita, con progettualità e lungimiranza, ad aggiornare e sviluppare quel glorioso passato, contribuendo a fare della Scuola egittologica un vanto per l’Università di Pisa e un punto di riferimento per gli studi del settore, sia a livello italiano che internazionale”.

La consegna del "Campano d'Oro" a Edda Bresciani

La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Il premio “Campano d’Oro” è stato istituito nel 1971 come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano che si sono distinti nel campo della cultura, della scienza, dell’industria e delle professioni. Fra gli illustri premiati delle scorse edizioni, vi sono l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, cui il “Campano” fu attribuito quando era governatore della Banca d’Italia, Carlo Rubbia, Giuliano Amato, Marcello Pera, Tiziano Terzani, Remo Bodei, Antonio Cassese, Andrea Bocelli e, lo scorso anno, Vando D’Angiolo, tra i più importanti imprenditori italiani del settore lapideo.

La professoressa Edda Bresciani alla cerimonia del Campano d'Oro al Bastiano Sangallo di Pisa

La professoressa Edda Bresciani alla cerimonia del Campano d’Oro al Bastiano Sangallo di Pisa

Nella Laudatio, la professoressa Lucia Tomasi Tongiorgi, collega di Facoltà e amica della premiata, ha descritto il profilo di Edda Bresciani anche attraverso vicende personali, ricordando “le mail che Edda sovente mi invia di prima mattina e alle quali affida pensieri, citazioni e immagini spesso riferiti al mondo egiziano cui ha brillantemente dedicato la sua vita, la sua profonda e diramata cultura e la sua viva intelligenza”. Poco prima, la professoressa Tomasi aveva sottolineato che Edda Bresciani è stata sempre «apprezzata per la statura scientifica, ma anche amata per le doti umane e morali e per la carica di simpatia, che hanno fatto sì che divenisse maestra di svariate generazioni di studenti e amica generosa di molti colleghi. In Egitto ha costantemente rappresentato un punto di riferimento, ottenendo sempre, se pure in complicati contesti politici e culturali, l’appoggio delle autorità e la stima degli archeologi che si sono spesso aggregati alle sue missioni”. La consegna del “Campano” è stata preceduta dalla relazione del vicesindaco e presidente dell’Alap, Paolo Ghezzi, che ha segnalato nella forte determinazione un aspetto peculiare del percorso compiuto da Edda Bresciani; una caratteristica che è emersa anche in occasione della cerimonia, a cui la professoressa ha partecipato pur avendo subito un recente infortunio. Subito dopo, Paolo Ghezzi ha letto le Motivazioni del conferimento e consegnato alla premiata la medaglia d’oro che raffigura la Torre del Campano, la cui campana ha scandito l’inizio e la fine delle lezioni universitarie dal Medioevo fino ad alcuni anni fa.

Letteratura e poesia nell'Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi

Letteratura e poesia dell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi

La professoressa Edda Bresciani, nata a Lucca nel 1930, si è laureata in Egittologia all’Università di Pisa nel 1955, sede in cui ha insegnato come ordinario di Egittologia dal 1968. Nel corso della carriera ha ricevuto l’Ordine del “Cherubino” ed è stata nominata professore emerito dell’Ateneo pisano. Socia dell’Accademia Nazionale dei Lincei e dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi, nel 1996 è stata insignita della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Dal 1966 la professoressa Edda Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto in siti prestigiosi per la storia e la cultura antica, ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayyum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana. La produzione scientifica di Edda Bresciani, tra articoli e libri, comprende varie centinaia di titoli, che riguardano i settori principali delle sue ricerche: la storia dell’antico Egitto, l’archeologia e la filologia. Per Einaudi ha pubblicato “Letteratura e poesia dell’antico Egitto” (1999 e 2007) e “La porta dei sogni” (2005). La professoressa Bresciani ha fondato nel 1978 e dirige la rivista scientifica “Egitto e Vicino Oriente”, oltre ad alcune collane editoriali egittologiche.

Edda Bresciani nel deserto egiziano

Edda Bresciani nel deserto egiziano

“Il racconto di una carriera non usuale, per una donna che negli anni Cinquanta si è laureata in Lettere”, ha chiosato la professoressa Edda Bresciani nell’introdurre il ricordo del suo percorso scientifico, preludio all’Omaggio musicale preparato dal Coro dell’Università di Pisa, diretto dal maestro Stefano Barandoni, che nell’occasione ha eseguito musiche di Verdi, Rossini e Orff. Al piano Chiara Mariani e come mezzosoprano solista Sarà Bacchelli.

 

Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare

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Una panoramica del parco archeologico naturalistico di Medinet Madi

C’è un parco archeologico che nel cuore della terra dei faraoni attende i turisti. Ma anche se Medinet Madi, all’oasi del Fayyum, è un unicum nell’offerta culturale dell’Egitto, gli appassionati tardano ad arrivare, direzionati su siti più famosi al grande pubblico.

La guida archeologica

La guida archeologica

Di qui l’invito accorato a visitare Medinet Madi da parte di Edda Bresciani, uno dei più grandi egittologi non solo italiani, professore emerito di Egittologia all’università di Pisa, dal 1966 impegnata ininterrottamente negli scavi archeologici nell’area del Fayyum e direttore scientifico del progetto Medinet Madi: “La Luxor del Fayyum, come viene definita, dovrebbe essere promossa maggiormente dai tour operator di qualità”, afferma decisa Edda Bresciani incontrata a Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico, dove ha presentato la guida archeologica “Medinet Madi”, un agile volumetto disponibile nella versione in italiano, inglese e arabo.

La valle delle Balene nello Wadi Rayan

La valle delle Balene nello Wadi Rayan

L’Egitto non è solo piramidi, valle dei Re e tesoro di Tutankhamon: ora la terra dei faraoni  offre anche il parco archeologico naturalistico di Medinet Madi, il primo in Egitto. È stato aperto nell’area dell’oasi del Fayyum, fertile regione a un centinaio di chilometri a sud-ovest del Cairo: “Un’oasi ancora autentica – spiega Bresciani – non intaccata dal turismo di massa e dalla cementificazione selvaggia. Il parco è collegato da una strada panoramica protetta che in 28 chilometri porta al Wadi Rayan, in cui si estende la famosa Valle delle Balene, uno dei più ricchi giacimenti di scheletri fossili di balene al mondo.

L'egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Decenni di ricerche e più di cinque anni per il progetto finanziato dalla Cooperazione Italiana sotto la direzione tecnica dell’Università di Pisa e del Supremo consiglio delle Antichità dell’Egitto hanno permesso di realizzare il primo parco archeologico lungo il Nilo con l’obiettivo dichiarato di portare nell’area del Fayyum un turismo alternativo e sostenibile. Turismo che per ora tarda ad arrivare. Solo pochi mesi dopo l’inaugurazione del parco (8 maggio 2011) è scoppiata la rivoluzione con la primavera araba che in Egitto ha portato alla deposizione del presidente Hosni Mubarak, bloccando sul nascere ogni sviluppo. Medinet Madi conserva l’unico tempio del Medio Regno con testi geroglifici e di scene scolpite presente in Egitto, e altri monumenti del periodo tolemaico, romano e copto: questa “città del passato”, come suona il nome arabo di Medinet Madi, si presenta con i suoi tre templi, la cappellina di Isis, i suoi dromoi, i leoni e le sfingi della via Processionale, la straordinaria piazza porticata, tutti consolidati dai puntuali lavori di restauro. “La visita al parco archeologico di Medinet Madi – continua l’egittologa – consente di rivivere lo sviluppo di una cittadina dell’Antico Egitto in un lungo arco di tempo che va dal II millennio a.C. all’età imperiale romana (IV sec. d.C.)”.

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Mappa dell’area sacra di Medinet Madi

Fu Ippolito Rossellini a iniziare nel lontano 1926 le ricerche nella regione del Fayyum, già esplorata dagli archeologi tedeschi nel 1910. Ma fu il papirologo Achille Vogliano dell’Università di Milano a scoprire Medinet Madi che scavò dal 1935 al 1939, quando lo scoppio della II Guerra Mondiale bloccò ogni iniziativa. Ciò che riuscì a portare alla luce, pur rappresentando circa la metà di quello che ad oggi la squadra italo-egiziana ha scoperto, fu comunque l’avvio di una nuova importante stagione di ricerca: ricordiamo  la scoperta del tempio di Isis Ermuthis (la versione greca di Renenutet) e l’individuazione del tempio del Medio Regno realizzato da Amenemhet III della XII dinastia. “Per noi ricercatori – fa presente Bresciani – è stata una fortuna che il tempio di Amenemhet III abbia subito  un importante, massiccio e significativo restauro in epoca tolemaica. Questo ha fatto sì che il tempio di Medinet Madi sia l’unico del Medio Regno giunto fino a noi in buone condizioni. I Tolomei hanno ristrutturato il tempio nel suo complesso compresa quindi l’area sacra di pertinenza con servizi e magazzini annessi”.

Medinet Madi riemerge poco a poco dalle sabbie

Medinet Madi riemerge poco a poco dalle sabbie

L’egittologa ricorda lo stupore con cui, durante la rimozione della sabbia “sono state ritrovate le cose più eclatanti, dal punto di vista archeologico”, dalle due coppie di leoni posizionate all’ingresso del dromos dedicati alla dea Ermuthis al tempietto ellenistico nel chiosco sud. E ancora: “Nel cosiddetto tempio “C” tolemaico, dedicato al culto dei due coccodrilli, in un edificio con volta a botte giustapposto al muro settentrionale, è stata trovata la cosiddetta “nursery” dei coccodrilli”. La scoperta risale al 1999: una buca profonda circa 60 centimetri conteneva più di 30 uova di coccodrillo ricoperte da uno strato di sabbia. Molte delle uova presentavano feti di coccodrillo a vari stati di evoluzione. L’ipotesi è che l’edificio avesse funzione di luogo di incubazione per coccodrilli “sacri”, prima di essere sacrificati, mummificati e venduti come ex-voto a devoti e pellegrini.  Missione dopo missione, grazie alla rilevazione satellitare è stato possibile capire l’organizzazione urbana dell’area sacra così da poterne integrare la pianta con elementi importantissimi come il castrum Narmoutheos (rinvenuto nel 2007), un campo fortificato dell’epoca di Diocleziano (IV sec. d.C.) di cui si sapeva l’esistenza grazie a fonti scritte, ma di cui si ignorava la posizione fino alla sua riscoperta con il foto rilevamento. Grazie a queste informazioni il sito è oggi importante non solo per le conoscenze delle singole strutture architettoniche, ma perché ci permette di ricostruire e quindi di apprezzare l’impianto urbanistico di una cittadina del Medio Regno.

La scultura della dea-leonessa a guardia dell'ingresso

La scultura della dea-leonessa a guardia dell’ingresso

Nel 2006 sono stati scoperti 5 nuovi leoni con zoccolo. “E stavolta siamo stati fortunati perché, diversamente dagli altri trovati nel corso degli anni, questi non erano “muti”: portavano cioè un’iscrizione – in questo caso greca – con dedica  di un fedele a Iside. L’iscrizione contiene la citazione di un fatto che ci permette di datarli esattamente al 116 a.C. (l’epoca di Tolomeo VIII – Cleopatra II)”. Eccezionale anche l’ultima scoperta fatta in ordine di tempo nel cosiddetto “chiosco nord”: la statua di una leonessa con ben evidenti le quattro mammelle a una delle quali è attaccato un leoncino che sta succhiando il latte. Una scena molto tenera che è un unicum. Ovviamente la leonessa non è altro che una divinità che protegge l’ingresso del chiosco. Un qualcosa di simile lo possiamo trovare in un rilievo rinvenuto in Nubia e riferito alla dea Tefnut dalla testa leonina: è disegnata di profilo, sempre con quattro mammelle ma senza leoncino. In entrambi i casi c’è un particolare che merita una riflessione: il felino è rappresentato con la criniera anche se è una leonessa. “Tutti sapevano, anche all’epoca, che le leonesse non hanno la criniera – prerogativa dei maschi – e portano una pelliccia molto liscia”, assicura Bresciani che si chiede: “Perché dunque questo particolare chiaramente non corrispondente all’osservazione in natura?  Aggiungendo e mostrando la criniera, l’artista credo abbia voluto dare l’idea di forza, di vigore (tipiche del maschio) a questa divinità posta a difesa dell’ingresso del chiosco nord”.

Oggi, col parco archeologico, ai visitatori è possibile rivivere tutte queste emozioni  e informazioni grazie a un percorso completo attraverso tutto il sito, preparato all’ingresso da un Visitor Center che accoglie l’ospite con tutti i servizi (dalla caffetteria al bookshop) e lo prepara alla visita. È evidente che il Parco archeologico al Fayyum è un impulso al turismo, però sempre controllato, cui si offre l’occasione di ammirare questa cittadina del Medio Regno che si sviluppa fino all’età tolemaica per arrivare all’epoca romana con la grande piazza porticata,  che è un altro unicum in Egitto.