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Roma. Aperto il nuovo ingresso per la Domus Aurea, con un percorso che suggerisce un viaggio alla ricerca della volta celeste che si apre nella volta della Sala Ottagona. Il progetto propedeutico all’apertura della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”

La nuova passerella pedonale che porta nel cuore della Domus Aurea (foto PArCo)

Aperto il nuovo ingresso per la Domus Aurea. E a poco più di tre settimane dall’inaugurazione (11 marzo 2021, speriamo sia la volta  buona) della grande mostra-evento “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, evento espositivo dedicato al tema delle grottesche, con straordinari apparati interattivi e multimediali, questo era un passaggio cruciale per consentire un accesso in sicurezza in tempi di coronavirus (vedi Cosa ci porta il 2021. Finalmente una data per l’attesa mostra-evento alla Domus Aurea “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: è l’11 marzo. Quindi un anno dopo la prima programmazione | archeologiavocidalpassato).

Il rendering della Sala Ottagona per la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” realizzato da dotdotdot.it
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Il nuovo accesso pedonale alla Domus Aurea è stato disegnato da Stefano Boeri Architetti (foto PArCo)

“Il progetto del nuovo ingresso alla Domus Aurea e della passerella pedonale di accesso alla Sala Ottagona disegnato da Stefano Boeri Architetti, è un’occasione straordinaria”, spiegano al parco archeologico del Colosseo che l’ha promossa, e in Electa editore che l’ha prodotta, “per restituire alla città una delle realtà più suggestive della storia romana, permettendo ad ogni visitatore di scendere nel cuore del palazzo neroniano. La galleria, in cui la passerella pedonale si inserisce, è concepita come uno spazio scuro e contenuto, in cui il progetto disegna una direttrice di luce che accompagna il visitatore attraverso un racconto storico delle rovine, suggerendo la suggestiva idea di un viaggio alla ricerca della volta celeste che si apre, con un grande oculo, nella volta della Sala Ottagona, meta conclusiva dell’itinerario. Il percorso, a seguito del portale d’ingresso, si suddivide in tre ambienti – denominati Vestibolo, Via Lattea e Approdo – che rendono possibile il collegamento tra il parco di Colle Oppio e l’antico piano di calpestio della Sala Ottagona, quasi sei metri più in basso”.

Cosa ci porta il 2021. Finalmente una data per l’attesa mostra-evento alla Domus Aurea “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: è l’11 marzo. Quindi un anno dopo la prima programmazione

L’avviso mette in guardia gli interessati: per l’emergenza sanitaria mondiale le date della mostra sono in corso di aggiornamento. Ma finalmente c’è un’indicazione: 11 marzo 2021 – 30 ottobre 2021. E questo potrebbe essere l’eredità che si porta in dote il nuove anno: la grande mostra-evento “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” che quindi verrebbe aperta nella Domus Aurea esattamente un anno dopo la prevista programmazione. L’8 marzo 2020, pochi giorni dopo la vernice della grande mostra su Raffaello alle Scuderie del Quirinale, per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520), doveva aprire a Roma negli spazi della Domus Aurea (sala Ottagona e ambienti limitrofi), un evento espositivo dedicato al tema delle grottesche, con straordinari apparati interattivi e multimediali. Ma lo scoppio della pandemia e il conseguente lockdown hanno cancellato la mostra prima ancora di aprire. Si era poi parlato di agosto 2020, quando si ipotizzava che la situazione sanitaria potesse essere migliorata. E ora finalmente una data. Sarà la volta buona?

Rendering della Sala Ottagona nella mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: allestimento di dotdotdot.it
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La sala Ottagona della Domus Aurea di Nerone (foto PArCo)

Il progetto, curato dal professor Vincenzo Farinella con Stefano Borghini e Alessandro D’Alessio, promosso da Parco archeologico del Colosseo e prodotto da Electa, intende narrare l’eccezionale storia della riscoperta della pittura antica sepolta nelle “grotte” dell’originaria Domus Aurea di Nerone. Una storia che comincia intorno al 1480, quando alcuni pittori, tra i primi Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli, si calano nelle cavità del colle Oppio – definite appunto grotte – per recarsi, a lume di torce, ad ammirare le decorazioni pittoriche di antichi ambienti romani. La mostra si svilupperà nella Sala Ottagona, vero e proprio capolavoro dell’architettura romana imperiale, e nei cinque ambienti limitrofi, oltre alle Stanze di Achille a Sciro e di Ettore e Andromaca ancora preziosamente affrescate e dove si possono ammirare tracce delle cosiddette “grottesche”.

Particolare di una “grottesca” della Stanza delle Maschere nella Domus Aurea (foto parco archeologico del Colosseo)

Il linguaggio multimediale si alterna tra videomapping immersivi che ricostruiscono opere di Raffaello, animazioni, scenografie digitali che raccontano aneddoti sugli artisti del ‘500, arte generativa e morphing, archivi e collage digitali di elementi decorativi grotteschi e d’ispirazione surrealista. Il progetto dell’allestimento interattivo e multimediale è curato dallo studio milanese di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot. Alla mostra si accompagna il catalogo edito da Electa, che ripercorre la riscoperta della Domus Aurea e l’invenzione delle grottesche grazie allo straordinario impulso di Raffaello.

Roma. Chiudono per Dpcm i quattro siti del parco archeologico del Colosseo: Foro Romano, Palatino, Colosseo e Domus Aurea. Sospesa la mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”, in programma dal 5 novembre. Resta aperto il sito web: dirette dai cantieri di restauro, nuove rubriche ed eventi speciali. Ecco il programma

“Chiudiamo temporaneamente le mostre, i musei e i nostri quattro siti: Foro Romano, Palatino, Colosseo e Domus Aurea. Ma il ‘quinto sito’ del Parco archeologico del Colosseo resta sempre aperto: continuiamo con le dirette dai cantieri di restauro, le nuove rubriche e gli eventi speciali”. Così la direzione del Parco archeologico del Colosseo ha annunciato il provvedimento adottato: “A seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo Decreto del Presidente del Consiglio in vigore dal 5 novembre 2020 al 3 dicembre 2020 viene disposta la chiusura temporanea dei luoghi della cultura e la sospensione delle mostre in programma. Oltre alla chiusura temporanea – come detto – dei quattro siti, Foro Romano, Palatino, Colosseo e Domus Aurea, sono sospese le attività in corso relativamente alla mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana”, la cui inaugurazione era prevista proprio il 5 novembre 2020. Rimane aperto e attivo il ‘quinto sito’ del Parco archeologico del Colosseo, ovvero il sito web e tutto il comparto digitale online degli account social ufficiali (Facebook, Twitter, Instagram e YouTube) che continuerà a dialogare, interagire, costruire relazioni con il pubblico”.

Sempre attivo il sito web del parco archeologico del Colosseo (foto PArCo)

Ricco e come sempre variegato il programma web in arrivo. Da segnare in agenda l’appuntamento con la Notte dei Musei del 14 novembre 2020: sarà l’occasione per entrare nel Colosseo in notturna, ascoltando il racconto dei quasi 2000 anni di storia del monumento icona mondiale. Nel trecentenario dalla nascita di Giambattista Piranesi sarà presentata la nuova App “Il PArCo di Piranesi” realizzata dal PArCo in collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica e con il fondamentale contributo di Kuwait Petroleum Italia. L’APP celebra il famoso incisore e architetto che ha immortalato per sempre i monumenti e le vedute più emozionanti del nostro PArCo. Continueranno le consuete “Passeggiate nel PArCo“, con la rubrica “Abitare sul Palatino“, un approfondimento arricchito da immagini e video, dalla Casa Romuli – abitazione del mitico fondatore della città – fino alle signorili abitazioni delle famiglie aristocratiche che dal Rinascimento in poi occuparono il Colle.

L’home page della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” sul sito del parco archeologico del Colosseo (foto PArCo)

La sospensione della mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” sarà limitata alla visita on-site: partirà infatti il racconto online della storia che ha legato le due città di Roma e Pompei attraverso gli elementi distintivi e caratteristici dei due centri, rintracciabili nelle relazioni economico-sociali e negli aspetti artistici e culturali, documentabili attraverso l’archeologia. Alcuni dei 100 reperti in mostra faranno da sfondo alla narrazione della specificità pompeiana prima e del suo allineamento all’Urbs poi. Continueranno le dirette Facebook del mercoledì mattina dai cantieri di restauro e manutenzione: il tempio di Vesta, l’Arco di Settimio Severo, il tempio di Venere e Roma, il Colosseo, ma anche lo straordinario patrimonio offerto dai pavimenti musivi e marmorei dell’area, tra cui il sectile di VI secolo d.C. della taberna della Basilica Emilia che sarà presentato in anteprima.

Andrea Carandini

L’archeologo prof. Andrea Carandini, presidente del Fai

Calendario delle pubblicazioni online (work in progress): 11 novembre 2020, ore 11, diretta Facebook dal cantiere del Tempio di Vesta (qui sopra nel video la seconda puntata, con la funzionaria archeologa del PArCo Giulia Giovanetti e Dimosthenis Kosmopoulos, archeologo e collaboratore del PArCo, che in diretta dal Foro Romano raccontano il cantiere di restauro del Tempio di Vesta); 11 novembre 2020 (tutti i mercoledì), ore 21, pillole dalla mostra “Pompei 79 d.C. Una storia romana” sulla pagina Facebook e sugli account Instagram e Twitter; 14 novembre 2020, Notte dei Musei, ore 21 sul canale YouTube e pagina Facebook; 17 novembre 2020 (tutti i martedì), “Abitare sul Palatino”, ore 21, rubrica sulla pagina Facebook e sugli account Instagram e Twitter; 18 novembre 2020, “Un giorno in cantiere al Colosseo”, maratona sulla pagina Facebook; 20 novembre 2020, avvio presentazione della nuova App “Il PArCo di Piranesi”, sulla pagina Facebook, sull’account Instagram e sul canale YouTube (ho aggiunto YouTube per via del video); 23 novembre 2020, Lezioni di archeologia del prof. Andrea Carandini, trasmesse sulla pagina Facebook, sull’account Instagram nella sezione IGTV e sul canale YouTube; 25 novembre 2020, ore 11, diretta Facebook dalla Basilica Emilia, presentazione del sectile della taberna VIII.

Come è nato il termine “grottesche”? ne parlano gli archeologi del PArCo in attesa della grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” alla Domus Aurea di Roma

Un bell’esempio di “grottesca” da una parete della Domus Aurea (foto PArCo)

Non c’è ancora la data. Ma è vicina. Almeno questo sembra far trasparire l’annuncio da parte del parco archeologico del Colosseo sull’attesa mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: “Il Parco Archeologico del Colosseo si unirà alle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Raffaello con una mostra interattiva unica nel suo genere, che permetterà di rivivere in prima persona la storia della scoperta della Domus Aurea e delle grottesche, a partire dalla loro fortuna nel Rinascimento”. E con l’occasione gli archeologi del PArCo tornano sul tema centrale della mostra: le grottesche. “La definizione di “grottesche” non è semanticamente riconducibile ai temi decorativi che questi dipinti rappresentavano”, spiegano gli archeologi, “bensì al modo in cui gli artisti tra la fine Quattrocento e i primi anni del Cinquecento le avevano riscoperte, “immergendosi” nelle “grotte oscure” all’interno della Domus Aurea di Nerone, all’epoca completamente sotterrata. Fu proprio Raffaello il principale artefice dell’esplosiva diffusione di questo genere decorativo”. Lo ricorda Benvenuto Cellini, scultore, orafo, scrittore, argentiere e artista italiano, considerato uno dei più importanti artisti del Manierismo, nella sua autobiografia (“Vita” – cap. XXXI, p. 154): “Queste grottesche hanno acquistato questo nome dai moderni, per essersi trovate in certe caverne della terra in Roma dagli studiosi, le quali caverne anticamente erano camere, stufe, studii, sale e altre cotai cose. Questi studiosi trovandole in questi luoghi cavernosi, per essere alzato dagli antichi in qua il terreno e restate quelle in basso, e perché il vocabulo chiama quei luoghi bassi in Roma, grotte; da queste si acquistarono il nome di grottesche”.

Domus Aurea, in attesa della grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, gli archeologi del PArCo presentano la splendida decorazione della reggia di Nerone realizzata dal leggendario pittore Fabullus

La decorazione pittorica e a stucchi della sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea (foto PArCo)

La grande mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”, prevista da marzo 2020, quindi in pieno lockdown, dovrebbe aprire presto. Lo annunciano gli organizzatori del parco archeologico del Colosseo, che per prepararci meglio alla mostra, ci stanno offrendo un viaggio alla (ri)scoperta della Domus Aurea. Oggi parliamo della decorazione pittorica della Domus Aurea di Nerone che fu realizzata, secondo quanto ci racconta Plinio, dal pittore Fabullus. Secondo lo storico, il pittore passò talmente tanto tempo lavorando alla Domus Aurea di Nerone che si trasformò “nel suo carcere”. Ecco le sue parole nella “Naturalis Historia”, XXXV, 120: “Anche Fabullus visse poco: grave e severo e al tempo stesso pittore florido e rigoglioso per i colori vivi. Di lui c’era una Minerva che guardava sempre lo spettatore da qualsiasi direzione costui la osservasse. Dipingeva poche ore al giorno e con grande solennità sempre vestito in toga, anche sulle impalcature. La Domus Aurea fu come la prigione dell’arte sua: fuor di là non esiste gran che di lui”.

La sala di Achille a Sciro nella Domus Aurea decorata dal pittore Fabullus: al centro il riquadro con Achille rifugiatosi a Sciro tra le figlie del re Licomede (foto PArCo)

Ma torniamo a seguire le parole di Svetonio che nella “Vita di Nerone”, XXXI, scrive: “Nel resto della costruzione [Domus Aurea], ogni cosa era ricoperta d’oro e abbellita con gemme e madreperla. Il soffitto dei saloni per banchetti era a tasselli di avorio mobili”. Nella stupenda decorazione superstite della volta della sala di Achille a Sciro, il leggendario pittore Fabullus (citato da Plinio) realizzò una decorazione ispirata al ciclo troiano: nel riquadro centrale è infatti immortalato il momento in cui Achille, rifugiatosi a Siro tra le figlie del Re Licomede, svelò la sua vera identità, cadendo nel tranello di Ulisse. “Questi capolavori pittorici”, spiegano gli archeologi del PArCo, “che hanno influenzato gli artisti di ogni epoca storica, saranno parte integrante del percorso espositivo della mostra “Raffaello e la Domus Aurea”, che aprirà le sue porte al pubblico molto presto!”.

“Sulle tracce di Nerone”: sesta e ultima tappa dell’itinerario proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone. La destinazione finale non poteva essere che una: la Domus Aurea, la reggia di Nerone

La sala Ottagona della Domus Aurea di Nerone (foto PArCo)

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

Siamo arrivati alla sesta e ultima tappa del percorso “Sulle tracce di Nerone”, proposto dal parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone. Non poteva che essere una la destinazione finale: la Domus Aurea, la reggia di Nerone. “Per concludere la nostra passeggiata dal Palatino al colle Oppio”, intervengono gli archeologi del PArCo, “non possiamo non ricordare la celebre frase pronunciata dall’Imperatore all’indomani del completamento del cantiere della Domus Aurea, “finalmente comincio ad abitare in un casa degna di un uomo”!”.

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

Volendo dare un po’ di numeri, di quanti metri quadrati stiamo parlando? E di quanti padiglioni sparsi tra i colli di Roma? “La Domus Aurea si estendeva complessivamente su una superficie di circa 80 ettari, non del tutto edificata ovviamente, ma che inglobava per intero il Palatino e la Velia, il Celio, la valle del (successivo) Colosseo e il Colle Oppio. Proprio qui sono i maggiori e più spettacolari resti della reggia neroniana, il gigantesco padiglione estivo che tutti oggi identifichiamo con la Domus Aurea. Sepolto dalle gallerie di sostruzione delle Terme di Traiano, esso si sviluppa su una superficie di circa 16mila mq (più o meno 3 campi di calcio!) e comprende oltre 150 sale alte più di 10 metri e ancora diffusamente rivestite da meravigliosi affreschi in tardo III e IV Stile pompeiano, per un totale della decorazione pittorica e in stucco pari a circa 30mila mq. Per avere un’idea generale dell’impatto della Domus Aurea nello scenario urbano di Roma, dovremmo immaginare un edificio grande quanto Villa Adriana al centro della città!”.

“Fiori e profumi erano sparsi sui convitati”: l’effetto descritto nella sala da pranzo di Nerone sarà ricreato nella sala Ottagona con la mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” prossimamente aperta al pubblico

Rendering della Sala Ottagona nella mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche”: allestimento di dotdotdot.it

Scrive Svetonio nella “Vita di Nerone” (XXXI): “Il soffitto dei saloni […] perforati, in modo da poter spargere fiori e profumi sui convitati. La sala principale era circolare e ruotava su se stessa tutto il giorno e la notte, senza mai fermarsi, come la terra”. Anche se Svetonio non si riferisce in questo passo proprio alla Sala Ottagona, spiegano gli archeologi del parco archeologico del Colosseo, “possiamo immaginare l’ambiente descritto come molto simile a quello che oggi vediamo, seppur spoglio di fasti decorativi originali. Questa sala sarà il cuore della mostra “Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche” che sarà aperta prossimamente al pubblico, dopo il rinvio per il lockdown: attraverso gli allestimenti immersivi di dotdotdot.it vedremo alternarsi immagini astrologiche e cadute di petali di rosa, per ricreare l’affascinante immagine descritta da Svetonio.

La sala Ottagona della Domus Aurea di Nerone (foto PArCo)

“Sulle tracce di Nerone”: quinta delle sei tappe dell’itinerario proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: oggi scopriamo il Colosso e lo stagnum Neronis, che oggi non ci sono più. Al loro posto c’è il Colosseo

La piazza del Colosseo, un tempo occupata dallo stagnum Neronis e dal Colosso (Foto Simona Murrone / PArCo)

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

La quinta tappa del percorso in sei tappe “Sulle tracce di Nerone”, proposto dal parco archeologico del Colosseo, ci porta a soffermarci su due elementi neroniani, il Colosso e lo stagnum Neronis, che ora non ci sono più: i Flavi modificarono la statua ed eliminarono il lago per sostituirlo proprio con un anfiteatro, il Colosseo appunto. Dalle propaggini settentrionali di Vigna Barberini si percepisce una vista impareggiabile sulla Valle del Colosseo: “Ma se da questa cartolina cancellassimo l’Anfiteatro”, spiega Alessandro d’Alessio, archeologo del PArCo, “troveremo al suo posto il Colosso e lo stagnum Neronis”.

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

Moneta di Gordiano III con l’Anfiteatro Flavio e il Colosso (Foto PArCo)

Quali erano le funzioni del Colosso e dello stagnum Neronis e come si inserivano nell’organizzazione della Domus Aurea? “Questi due elementi”, interviene Federica Rinaldi, archeologa del PArCo, “si inseriscono nella ricerca di Nerone di emulare i modelli dei palazzi dei sovrani ellenistici: due passi per la divinizzazione del sovrano in vita e per la creazione di un microcosmo che doveva travalicare i confini del Palatino, facendo di Roma la sua casa. Al centro lo stagno, il lago artificiale su cui Nerone progetta di far convergere i padiglioni del “palazzo”, fulcro della nuova Roma di cui doveva essere ripensato tutto l’impianto urbanistico e architettonico. Ma questo modello di potere centrato su un solo uomo viene stravolto, di lì a pochissimo, dalla morte dello stesso Nerone e dall’avvento al potere della nuova dinastia dei Flavi: ciò che era di uno solo, viene restituito a tutti. Il Palazzo si ritira di nuovo sul Palatino; al posto dello stagno viene costruito, a beneficio di tutta la città e poi di tutto l’impero, il più grande luogo per spettacoli che Roma avesse mai avuto: l’Anfiteatro Flavio”.

“Sulle tracce di Nerone”: quarta delle sei tappe dell’itinerario proposto dagli archeologi del parco archeologico del Colosseo tra Palatino, valle del Colosseo e Colle Oppio alla ricerca dei resti della “nuova Roma” voluta da Nerone: oggi scopriamo la famosa “coenatio rotunda”, la famosa sala da pranzo girevole di Nerone

I probabili resti della coenatio rotunda di Nerone scoperti nell’area di Vigna Barberini sul Palatino (foto PArCo)

La locandina dell’iniziativa “Sulle tracce di Nerine” promossa dal parco archeologica del Colosseo

La sala da pranzo girevole di Nerone, ovvero la famosa coenatio rotunda, è l’oggetto della quarta tappa del percorso in sei tappe “Sulle tracce di Nerone”, proposto dal parco archeologico del Colosseo. “La sala da pranzo rotonda e rotante voluta da Nerone è leggenda o realtà?”, si chiedono gli archeologi del PArCo. Svetonio ci ha tramandato la presenza, all’interno della Domus Aurea, di coenationes (sale da pranzo) dotate di “soffitti coperti da lastre di avorio, mobili e forate in modo da permettere la caduta di fiori e profumi”, e più in particolare di una, la coenatio rotunda appunto, “che perpetuamente di giorno e di notte veniva girata secondo il movimento del mondo [alias cosmo]”.

Il percorso con le sei tappe “Sulle tracce di Nerone” tra il Palatino e il colle Oppio (foto PArCo)

I probabili resti della coenatio rotunda di Nerone scoperti nell’area di Vigna Barberini sul Palatino (foto Mibact)

“Si è a lungo pensato si trattasse della sala Ottagona del padiglione di Colle Oppio”, spiegano, “ma più di recente è stata riconosciuta in un’alta e possente struttura in opera laterizia scoperta dagli archeologi dell’Ecole française de Rome presso il margine settentrionale dell’area di Vigna Barberini sul Palatino. Questa struttura, davvero impressionante, è costituita da un cilindro contenente una scala a chiocciola, collegato a un cerchio più grande ed esterno tramite serie di archi disposti su più ordini (8 per ciascuno), a sua volta circondato da un terzo cerchio ancora più ampio. Nei pressi è stato individuato anche un probabile meccanismo idraulico, cosa che ha fatto ipotizzare agli scopritori che sia appunto questa la ‘sala rotante’ descritta da Svetonio, ma dove a muoversi sarebbe stata non la volta, bensì un pavimento in legno. Una sorta di Fungo dell’EUR insomma! Si tratta però solo di un’ipotesi e molte altre interpretazioni potrebbero essere avanzate per la struttura di Vigna Barberini”.

Paestum, XXIII Borsa mediterranea del Turismo archeologico: ecco le 5 scoperte archeologiche (in Cambogia, Iraq, Israele e due in Italia) candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Anche il pubblico può votarle su Facebook per lo “Special Award”

La locandina della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”

Le cinque scoperte archeologiche del 2019, candidate alla vittoria della sesta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Cambogia, la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; Iraq, nel Kurdistan presso il sito di Faida, a 50 km da Mosul, dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia; Israele, a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; Italia, a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; Italia, nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Lo hanno annunciato la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo che hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali, tradizionali media partner della Borsa: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology. Il direttore della Borsa Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale. Il Premio sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. La cerimonia di consegna si svolgerà venerdì 20 novembre 2020 in occasione della XXIII BMTA, a Paestum dal 19 al 22 novembre 2020. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico nel periodo 1° giugno – 30 settembre 2020 sulla pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico).

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto-rodrigo-pacheco-ruiz)

Edizioni precedenti. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne; nel 2019 a Jonathan Adams, responsabile del Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), per la scoperta nel mar Nero del più antico relitto intatto del mondo, alla presenza di Fayrouz, la figlia archeologa di Khaled al-Asaad.

Il direttore di Palmira, Khaled Asaad, e il tempio di Baal prima della sua distruzione

L’archeologo Paolo Matthiae, scopritore di Ebla in Siria

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla sesta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira, che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Così lo ricorda l’archeologo Paolo Matthiae: “Khaled al-Asaad è stato per quarant’anni il direttore degli scavi archeologici di Palmira. Era l’archeologo della città, ha collaborato con missioni di ogni Paese: dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera all’Olanda, dagli Stati Uniti alla Polonia e da ultimo anche con l’Italia, con la missione statale di Milano. Era uno studioso completo, ma soprattutto era una persona tipica delle famiglie delle città del deserto. Questo tipo di uomini, come i beduini di un tempo, sono caratterizzati da una amabilità, da una cortesia e da un’ospitalità straordinaria che per loro è del tutto naturale. Non eccessiva, ma misurata e discreta, Khaled al-Asaad era una persona di grandissima amabilità, misura e gentilezza d’animo. Anche archeologi che non si occupano di quel periodo, cioè di antichità romane, andavano di frequente a Palmira in visita e la disponibilità di Khaled era totale. Era una personalità fortemente radicata nella città, ma per il carattere internazionale del sito che gestiva era una sorta di cittadino del mondo. In varie occasioni il suo nome era stato proposto per il ruolo di direttore generale delle antichità a Damasco, ma credo che lui preferisse rimanere a Palmira, una città con la quale si identificava”. E conclude: “Khaled era talmente sicuro di fare soltanto il suo mestiere che non riteneva di avere motivo di fuggire. E per come lo ricordo non era persona che temesse per la propria vita. Pur essendo in pensione, aveva quasi 82 anni, ha preferito rimanere nella sua città proprio perché ha capito che le antichità correvano dei rischi. E probabilmente ha immaginato che la sua indiscussa autorevolezza morale potesse proteggere maggiormente quello che c’era e c’è tuttora a Palmira: le rovine di un sito archeologico assolutamente straordinari per tutto il Mediterraneo e per tutto il mondo”.

Scoperta in cambogia la città perduta di Mahendraparvata, capitale dell’impero Khmer (foto Bmta)

Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor. Grazie alla tecnica di telerilevamento laser aviotrasportata (LIDAR) e spedizioni sul campo, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della ADF Archaeology & Development Foundation di Londra è riuscito a far emergere nella sua interezza la spettacolare città perduta di Mahendraparvata, che nel IX secolo d.C. si estendeva per ben 50 kmq, tratteggiandone una mappa dettagliata e scoprendo numerosi altri siti nascosti. La Fondazione sin dal 2008 è impegnata nel “Phnom Kulen Program” a stretto contatto con la National Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap (APSARA National Authority) e i colleghi dell’Ecole Française d’Extreme-Orient di Parigi. Jean-Baptiste Chevance assieme a Damian Evans dell’University of Sydney’s Overseas Research Centre a Siem Reap-Angkor, fu il primo a scoprirla sepolta sotto la foresta della Cambogia per secoli, incastonata sul massiccio collinare di Phnom Kulen, a nord-est del sito archeologico di Angkor. L’antica città perduta fu una delle prime capitali del potente Impero Khmer, che dominò tra IX e il XV sec. nel Sud-Est asiatico. La sua influenza si estese oltre l’attuale Cambogia, abbracciando anche una porzione estesa del Vietnam, del Laos e della Thailandia. Benché fiorente, Mahendraparvata non durò a lungo come capitale dell’Impero Khmer. I regnanti decisero, infatti, di spostare rapidamente la capitale ad Angkor, che si trovava in un luogo più pianeggiante e dunque decisamente più favorevole per la coltivazione dei prodotti alimentari e l’allevamento del bestiame.

Scoperti in Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri con gli antichi dei delal Mesopotamia (foto Bmta)

Iraq: nel Kurdistan dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia. Presso il sito archeologico di Faida, 20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul 10 rilievi rupestri assiri dell’VIII-VII secolo a.C. portati alla luce, dal team di archeologi “Land of Nineveh Archaeological Project”, coordinato da Daniele Morandi Bonacossi dell’università di Udine con la direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2019/12/10/grandi-dei-e-sovrani-scolpiti-nella-roccia-lungo-un-imponente-canale-dirrigazione-la-grande-scoperta-delluniversita-di-udine-nel-kurdistan-iracheno-illustrata-a-roma-il-team-di-dan/). Si tratta di pannelli imponenti, grandi 5 mt e larghi 2 mt, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo quasi 7 km, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, oggi sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti, rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero. La mitologia assira raffigurata sulla roccia è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone.

A Motza in Israele è stata scoperta una metropoli neolitica di 9mila anni fa (foto Bmta)

Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9mila anni fa. È la prima volta che in Israele si scopre un sito di questa portata, circa 4.000 mq, risalente al periodo neolitico, dove vivevano 2/3.000 residenti e per gli standard dell’epoca possiamo parlare di una vera e propria metropoli. Grandi edifici residenziali con pavimenti in gesso, strutture pubbliche, spazi dedicati al culto e sepolture, con la presenza di vialetti, testimonianza di un livello di pianificazione architettonica e urbanistica avanzata e ariosa. Le case erano costruite con mattoni di terra, disintegrati da molto tempo, ma le fondamenta degli edifici in grandi mattoni di pietra sono ancora visibili. Dai reperti si evince che gli abitanti avevano relazioni commerciali e culturali con popolazioni dell’Anatolia, dell’Egitto e della Siria. Alla luce luoghi di sepoltura, che si trovavano dentro e tra le case, nei quali erano collocate varie offerte funerarie, strumenti utili o preziosi: oggetti di ossidiana (vetro vulcanico nero) proveniente dall’Anatolia e di conchiglie dal Mediterraneo e dal Mar Rosso, braccialetti in pietra calcarea e in madreperla, medaglioni e monili d’alabastro lunghi 2,5 cm provenienti, probabilmente, dal vicino antico Egitto. I resti del villaggio indicano anche la presenza di magazzini contenenti una grande quantità di semi di legumi, soprattutto lenticchie in buono stato di conservazione, che prova il ricorso a pratiche di agricoltura intensiva. Le ossa di animali domestici, essenzialmente capre, evidenziano che la popolazione locale si era sempre più specializzata nell’allevamento, a scapito della caccia. La scoperta del sito è avvenuta in occasione di importanti lavori stradali, per cui il progetto è stato finanziato dalla Società Israeliana delle Infrastrutture e dei Trasporti “Netivei Israel” con la direzione di Hamoudi Khalaily e Jacob Vardi dell’IAA Israel Antiquities Authority.

La Sala delal Sfinge scoperta nella Domus Aurea a Roma (foto Bmta)

Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge. Sontuosa e interamente decorata torna alla luce dopo 2000 anni, durante il restauro della volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 dell’immensa dimora diffusa che l’imperatore Nerone si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all’altro della capitale dell’Impero Romano (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/04/22/iorestoacasa-gli-artisti-del-rinascimento-tra-cui-raffaello-scoprirono-le-pitture-della-domus-aurea-attraverso-unapertura-lo-stesso-e-capitato-anche-agli-archeologi-moderni/). La scoperta è il frutto della strategia dedicata alla tutela e alla ricerca scientifica, e messa a punto dal Direttore del Parco Archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo. Larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch’essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell’odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, in quanto per ragioni di stabilità non è prevista per il momento la rimozione della terra. Quello che emerge racconta già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco, sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro. In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all’epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa. Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.

Scoperta a Vulci una statua di un leone alato del VI sec. a.C. di produzione etrusca (foto Bmta)

Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C. Vulci, una delle più grandi città-stato dell’Etruria con un forte sviluppo marinaro e commerciale nel territorio di Canino e di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale, regala una nuova scultura durante l’ultima campagna di scavo alla necropoli dell’Osteria. Gli archeologi hanno rinvenuto una statua raffigurante un leone alato risalente al VI secolo a.C. La scoperta è avvenuta durante la fase di evidenziazione della stratigrafia orizzontale del terreno, in prossimità di alcune strutture funerarie sepolte nella necropoli. Il leone per il popolo etrusco era considerato fiero, possente e apotropaico, ossia aveva la funzione di allontanare dalle tombe profanatori, gli dei avversi e il fato. La scultura è una raffinata testimonianza di quella che fu una tradizione propria della produzione artistica vulcente del VI secolo a.C. In questo periodo botteghe vulcenti scolpirono sfingi, leoni, pantere, arieti, centauri e mostri marini, vigili guardiani della quiete eterna dei morti. Ma già intorno al 520 a.C. la produzione di queste statue venne a cessare, forse nel tentativo di porre un limite alle ostentazioni di lusso ormai ritenute inopportune. I lavori di scavo diretti da Simona Carosi della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale si sono svolti presso l’area della necropoli dell’Osteria, dove a fine 2011 fu trovata la Sfinge di Vulci.