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Ercolano. Quarto appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Camardo scopriamo il modo di lavorare degli antichi romani grazie a delle scoperte rinvenute sul banco tufaceo nel cantiere dell’antica spiaggia

Francesco Sirano e Domenico Camardo sul cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano, tra il banco tufaceo e la rampa per le Terme Suburbane (foto paerco)

Per il quarto appuntamento della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano la passeggiata continua alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano. Il direttore Francesco Sirano e l’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo raccontano alcune curiosità sul modo di lavorare degli antichi romani grazie a delle scoperte rinvenute sul banco tufaceo.

La passeggiata ci porta di fronte alle Terme Suburbane dove si vedono degli incassi nel banco tufaceo. “Quando abbiamo ripulito tutta quanta l’area”, spiega Camardo, “sono emersi tutti questi incassi che hanno delle inclinazioni molto chiare all’interno che servivano per ricevere dei pali di legno inclinati su cui erano poste delle carrucole che permettevano di sollevare i pesanti blocchi di tufo man mano che si procedeva con l’estrazione. È infatti qui che si vede ancora benissimo un’impronta quadrangolare di un grosso blocco che è stato staccato e sollevato: quindi questo è ciò che resta di un cantiere edile dell’antichità. In pratica vediamo al negativo l’estrazione dei blocchi”. L’area di ricerca è di fronte alla rampa di accesso delle Terme Suburbane, un ingresso secondario forse usato per portare legna per farle funzionare. “Vediamo che ci sono dei dislivelli”, fa notare Sirano. “A cosa è dovuto questo cambio di livello delle fondazioni? In realtà anche in questo caso siamo di fronte ai segni e alle tracce di una oscillazione della terra: quando la terra si abbassava, il mare si avvicinava alla città. Sono chiare le tracce dell’erosione della base della scala, ma anche della base dell’edificio che quindi è stato esposto a un certo punto all’azione delle mareggiate. E infatti basta guardare le finestre del Samovar per vedere che i romani sono stati costretti a restringerle con dei muretti e dei pannelli di cocciopesto per proteggersi dal mare”. Quindi – conclude Camardo – nel giro di pochi anni la città ha dovuto reagire a una serie di trasformazioni e di fenomeni naturali. “Erano eventi molto veloci, come quelli che succedono oggi nella vicina Pozzuoli dove nel giro di pochi anni il mare gonfia la terra anche di un metro per poi abbassarsi”.

Ercolano. Secondo appuntamento con “Magma”, la serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e gli archeologi Camardo e Sirleto scopriamo i dettagli dei ritrovamenti all’interno del flusso piroclastico che ricoprì l’antica città

Francesco Sirano, Domenico Camardo e Rosaria Sirleto al cantiere dell’antica spiaggia di Ercolano (foto paerco)

Seconda puntata della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano che torna a raccontare il fermento di attività in corso nell’area archeologica. Col direttore Francesco Sirano, l’esperto dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo e l’archeologa Rosaria Sirleto continua la passeggiata alla scoperta del cantiere dell’antica spiaggia: stavolta scopriamo i dettagli dei ritrovamenti all’interno del flusso piroclastico che ricoprì l’antica città di Herculaneum durante l’eruzione del 79 d.C.

“Nelle sezioni si intravede la furia con cui si è abbattuta l’eruzione”, spiega Camardo. “Si legge bene la violenza dell’eruzione e anche la ricchezza di questi diversi livelli per circa 2 metri e mezzo di altezza lungo tutta la sezione di scavo”. È davvero impressionante la quantità di materiale archeologico che è stato trascinato durante l’eruzione. Lo spiega bene Rosaria Sirleto, archeologa del parco archeologico di Ercolano, impegnata nel bellissimo cantiere dell’antica spiaggia. “Come dicevo anche agli operai”, illustra Sirleto, “questa è proprio l’istantanea di quello che è avvenuto in quel momento. La leggiamo chiaramente. La parte alta conserva il crollo degli edifici. Si leggono chiaramente pezzi di murature, ma anche le tegole dei tetti. E quindi questo ci dà proprio la percezione di quello che deve essere stato l’urto del flusso piroclastico contro i tetti degli edifici della città. E invece nella parte bassa ci sono gli elementi che sicuramente appartenevano in parte – come alcune travi – all’orditura dei tetti, e in parte sono sicuramente elementi relativi ad alberi: si vedono proprio degli alberi trascinati. Rispetto ad altri contesti dove solitamente siamo abituati a rinvenire ceramica, e poi anche dopo a processare questi dati, invece qui abbiamo proprio immediata la restituzione di quella che è stata la tragedia. Proprio un fotogramma”.

Ercolano. Primo appuntamento con “Magma”, la nuova serie video del parco archeologico: con il direttore Sirano e l’archeologo Camardo scopriamo i lavori di scavo e pulizia sull’antica spiaggia

Il direttore Francesco Sirano discute con l’archeologo Domenico Camardo sull’antica spiaggia (foto paerco)

Prima puntata della nuova serie video “Magma” del parco archeologico di Ercolano che torna a raccontare il fermento di attività in corso nell’area archeologica. Insieme al direttore Francesco Sirano e all’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo entriamo nel cantiere dell’antica spiaggia per scoprire il “dietro le quinte” che ha recentemente portato alla scoperta dell’ultimo fuggiasco di Herculaneum (vedi Ercolano. Ritrovati sull’antica spiaggia i resti di un fuggiasco, sotto un muro pietrificato alto 26 metri: morto travolto da una tempesta di fuoco e cenere ardente. “Eccezionale scoperta. Porterà nuova luce sugli ultimi momenti di vita della cittadina sepolta dall’eruzione del Vesuvio” | archeologiavocidalpassato).

Sull’antica spiaggia di Ercolano sono in corso nuovi scavi archeologici che riprendono quelli iniziati nel 1980 e andati avanti fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. “Ora stiamo ripulendo l’area”, annuncia Sirano, “soffermandoci su quelle parti che allora non furono scavate completamente. E in questo contesto sono emersi dei segni di cava”. Lo spiega Camardo: “Questa è una conferma importante di una fase di vita della città. Siamo sopra un bancone di tufo preistorico creato da un’eruzione del Vesuvio di 8mila anni fa, che costituisce la base, la piattaforma su cui si sviluppa sia la spiaggia ma anche quello che troviamo sotto le case della città di Ercolano. E su questo bancone si possono notare tutta una serie di tagli, orizzontali paralleli  ma in alcuni casi anche più articolati, che non sono altro che i resti dei tagli realizzati probabilmente nel I sec. a.C. per estrarre blocchi di tufo, usati poi dai romani in città per costruire le abitazioni ma anche, per esempio, i bordi di tutti i marciapiedi della città”. Quindi in un certo momento, nell’antichità, questo “bancone” emerse dal mare. “Questa è una tra le più importanti acquisizioni fatte negli ultimi anni, grazie anche all’apporto dei geologi”, continua Camardo. “Abbiamo capito che negli anni precedenti l’eruzione tutta la zona antistante la città è sottoposta a un fenomeno di bradisismo locale: la terra si alza e si abbassa gradualmente. E questo comporta che nel momento in cui si abbassa il mare si avvicina al fronte della città, danneggia anche le facciate degli edifici, dove noi troviamo molti interventi di restauro realizzati in antico. E depone delle sabbie su questo banco di tufo. Quindi quando la terra è più bassa, la cava non può essere utilizzata. Si depongono queste sabbie che nascondono parzialmente queste tracce”. E la sabbia era nera, come quella vulcanica. “È esattamente uguale a quella che si ha oggi sul litorale davanti a Ercolano, davanti a Portici. È una sabbia vulcanica scura, caratterizzata dalla presenza di tanti cristalli”.

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, vicino ai fornici dell’antica spiaggia di Ercolano dove sono stati trovati i resti dei fuggiaschi (foto Paerco)

È in questo tratto di spiaggia che negli anni ’80 furono trovati molti scheletri, in particolare di fronte all’ultimo fornice. E poi altri sparsi un po’ sulla spiaggia, fino alla zona davanti alle terme dove è stata trovata la famosa barca di Ercolano. E poi ci sono i calchi degli altri fuggiaschi che stavano aspettando probabilmente il loro turno per la partenza. Interessante è anche la presenza di una fogna, che dalla prospettiva dell’antica spiaggia si vede molto bene. “Questo dimostra come era articolato il sistema di scarico delle acque di Ercolano. Questa è una fogna che raccoglie tutte le acque del quarto cardo e le porta, passando sotto la terrazza dell’area sacra, direttamente sulla spiaggia. I romani avevano una fruizione della spiaggia diversa da quella che noi facciamo oggi. Quindi per loro non era strano scaricare direttamente le immondizie o gli scarichi fognari sulla spiaggia, e poi chiaramente il mare provvedeva a ripulire tutto”.

L’antica spiaggia di Ercolano è interessata da lavori di scavo e pulizia per essere aperta al pubblico (foto paerco)

Alla fine degli scavi e delle ricerche, la spiaggia sarà aperta al pubblico. “Il fine ultimo del progetto è ripotare il livello di sabbia vulcanica esattamente come era al momento dell’eruzione. E questo permetterà una circolazione libera sull’area della spiaggia, e quindi di eliminare le passerelle che oggi ancora esistono, perché appunto c’è il problema dell’acqua che sorge. Invece l’acqua sarà messa tutta quanta sotto controllo con un tipo di intervento ingegneristico. E quindi si riporterà esattamente il livello che c’era, permettendo di visitare i fornici e l’area della spiaggia liberamente”. E andare poi verso la Villa dei Papiri. E vedere il fronte a mare della città che è una cosa unica. Ercolano è l’unica città del mondo antico romano che ha conservato direttamente l’intero fronte a mare. Addirittura ora si vede una rampa, riportata in luce benissimo dagli scavi. “Questa rampa permetteva di scendere dal terzo cardo sulla spiaggia – continua Camardo. “È stata ripulita dalla vegetazione che la sommergeva, che nemmeno noi avevamo mai potuto osservare in tutti i suoi dettagli. Alla fine il pubblico avrà un’immagine doppia – si può dire: guardando verso il Vesuvio si vede il fronte della città, guardando invece alle spalle c’è l’impressionante sezione di tutti gli oltre venti metri di materiale piroclastico che nel corso dell’eruzione hanno seppellito e a sigillato completamente la città”.

Parco archeologico del Castello di Lettere. Si presenta “Il Castello di Lettere. La rocca il villaggio la cattedrale”, la prima guida archeologica  del sito medievale, frutto della collaborazione tra il parco archeologico di Pompei e dell’amministrazione comunale

Copertina della guida archeologica “Il Castello di Lettere. La rocca il villaggio la cattedrale” (Eidos edizioni)

Il castello medioevale di Lettere rientra tra i siti di competenza scientifica del Parco archeologico di Pompei.  Ubicato sulla collina di Lettere il Castello fu edificato dal Ducato Amalfitano nel corso del X secolo per difendere i suoi confini settentrionali ed era parte di una rete di fortificazioni che assicurava agli amalfitani il controllo dei due versanti dei monti Lattari. Venerdì 15 ottobre 2021, alle 12, il parco archeologico di Lettere presenta “Il Castello di Lettere. La rocca il villaggio la cattedrale”, la prima guida archeologica  del sito medievale, a firma di Domenico Camardo, Paola Marzullo e Mario Notomista pubblicato da Eidos. Alla presentazione interverranno il direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel; il consulente archeologo del parco archeologico del Castello di Lettere, Domenico Camardo; il funzionario responsabile del parco archeologico di Pompei, Luana Toniolo. Porteranno il loro saluto Sebastiano Giordano (sindaco di Lettere); Anna Lauriello (assessore alla Cultura Comune di Lettere); Francesco Mosca (dirigente Comune di Lettere); Pasquale D’Avino (dirigente scolastico I.C. Pellico); Paola Marzullo (direttore parco archeologico del Castello di Lettere). La pubblicazione della Guida è parte integrante di un processo di valorizzazione intrapreso sin dalla costituzione del Parco Archeologico del Castello di Lettere e frutto del protocollo d’intesa tra l’amministrazione comunale e il Parco archeologico di Pompei nell’ottobre del 2018.

La splendida posizione panoramica del Castello di Lettere a dominare il golfo di Napoli (foto parco archeologico di pompei)

Il sito è tuttora in una splendida posizione panoramica che permetteva di controllare l’area dal porto di Castellammare fino alla foce del Sarno e tutto il golfo di Napoli, ma anche la Valle del Sarno dominata dal Vesuvio e dai monti di Sarno fino a Pagani. Durante i numerosi scavi condotti presso il castello e il suo villaggio è stato rinvenuto vasellame, ossa animali, che ci consentono di ricostruire l’alimentazione degli abitanti del villaggio nel XII sec., oltre a reperti in ferro, tra cui alcune punte di lance utilizzate nel castello. I reperti sono oggi esposti in un percorso museale, che racconta la vita nel castello in età medievale. L’allestimento delle sale consistente nella ricostruzione storica del 1528, con reperti riprodotti di epoca cinquecentesca è stata realizzata dal Comune di Lettere, con la supervisione scientifica del Parco archeologico di Pompei.​​ “Il Castello di Lettere, tra i siti posti sotto la competenza scientifica del Parco,”, interviene Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, “è con il suo percorso museale esempio di come le Istituzioni siano in grado di portare avanti progetti di valorizzazione e fruizione attraverso una stretta collaborazione, nell’ambito delle rispettive competenze. La guida completa questo processo di valorizzazione, fornendo informazioni storico scientifiche e immagini che ne esaltano le caratteristiche paesaggistiche e architettoniche”.

L’allestimento museale all’interno del Castello di Lettere (foto parco archeologico di Pompei)

“La consapevolezza dell’attrattività territoriale e culturale, e della conseguente intrinseca potenzialità che il sito medievale riveste nel territorio”, dichiara Paola Marzullo, direttore del parco archeologico del Castello di Lettere, “ha innescato una significativa attenzione verso la necessità di realizzare piani strategici di sviluppo e promozione mediante interventi che favoriscano l’incremento di un turismo di qualità. Sin dall’inizio dell’istituzione del parco archeologico del Castello di Lettere, ogni iniziativa intrapresa è stata finalizzata non solo alla tutela e alla valorizzazione del sito, ma soprattutto alla divulgazione del ruolo sociale e aggregativo che esso riveste per le popolazioni locali. Ogni sforzo intrapreso in questi anni ha avuto l’obiettivo di implementare ed evidenziare tale peculiarità, ricostruendo e riscoprendo il rapporto tra il Castello ed il territorio, vero punto di riferimento, di aggregazione e di appartenenza per un’intera collettività, che supera i confini locali, e guarda con rinnovato interesse all’intera valle del Sarno sino a tutto il bacino del Mediterraneo”.

Il castello e le aree archeologiche del castello di Lettere (foto parco archeologico di Lettere)

“Sin dal 2014, con il progetto di adeguamento funzionale del sito monumentale, l’amministrazione comunale ha investito in maniera significativa e prioritaria risorse economiche ed umane nel rilancio di quello che è diventato Parco Archeologico del Castello di Lettere”, ricorda il sindaco di Lettere, Sebastiano Giordano. “Il rapporto istaurato tra il parco archeologico di Pompei e il Comune di Lettere ha favorito la nascita di un’intensa collaborazione tecnico-scientifica finalizzata all’attuazione di una politica comune di fruizione e valorizzazione del sito monumentale, ripercorrendone la vocazione storica di riferimento territoriale e urbano avuto sin dall’origine della sua edificazione. La pubblicazione della Guida del Castello di Lettere rappresenta la sintesi delle attività di promozione e valorizzazione sin qui intraprese dall’amministrazione comunale di Lettere, il più importante strumento di divulgazione delle tradizioni e degli usi e costumi del territorio”. 

“Lapilli sotto la cenere”: la sesta clip del parco archeologico di Ercolano ci fa scoprire la Basilica di Ercolano, ripercorrendo gli antichi cunicoli borbonici

Nella sesta clip dei Lapilli sotto la cenere del Parco Archeologico di Ercolano, il direttore Francesco Sirano in compagnia dell’archeologo dell’Herculaneum Conservation Project Domenico Camardo ci accompagna alla scoperta della Basilica di Ercolano, ripercorrendo gli antichi cunicoli borbonici che mostrano in ogni angolo le meraviglie dell’antico edificio. Secondo le più recenti ricerche il foro di Ercolano si dovrebbe trovare proprio qui alle nostre spalle, all’incrocio tra il cardo terzo e il decumano massimo. Indagando sui resti di un arco che è caduto in crollo sul terzo cardo, attraverso cunicoli, è stata scoperta la Basilica. “La Basilica – ricorda Sirano – era un edificio molto simile alla nostra Borsa valori ma che aveva anche delle funzioni legate alla discussione di cause per lo più di tipo civile nel cosiddetto tribunal. Il nome deriva proprio dalla basilichè aulè: cioè la sala del re che era una delle principali sale dei palazzi dei monarchi ellenistici. A questo modello si ispirarono gli edifici romani”. L’interno della basilica era costituito da una grande sala che aveva colonne su tutti i lati. Sul fondo del lato Sud della basilica c’era una sorta di piccolo sacello, un ambiente nel quale si trovavano statue di imperatori qui venerati come delle divinità. Andando attraverso i cunicoli borbonici si può esplorare quello che si trovava alle spalle del muro di fondo della basilica. “Un piccolo cunicolo borbonico”, interviene Camardo, “costeggia il perimetro di questo sacello che era sul lato di fondo della basilica, e permette però di ricostruire quasi completamente quello che era l’apparato decorativo di questa stanza. In basso si vede che per oltre un metro di altezza vi erano delle lastre di marmo che sono state staccate in epoca borbonica. Subito sopra inizia la parete affrescata per la quale i Borbone hanno tagliato un piccolo quadro, si vede molto bene il distacco. Probabilmente questo è uno dei quadri che oggi sono conservati al museo Archeologico nazionale di Napoli dove appunto confluivano tutti questi materiali. Invece nella parte di fondo della stanza c’è ancora un quadretto, conservato nella posizione originaria perché era lesionato nella parte centrale, e quindi nel Settecento decisero di non staccarlo. La stanza era illuminata probabilmente da una finestra che si trovava più in alto. Questo lo possiamo affermare per la presenza in alto dei resti di una grata di legno intrecciata, come quelle che nelle case di Ercolano si trovano appunto a chiusura delle finestre. Si vedono emergere appena appena gli elementi in legno dalla massa di materiale vulcanico che ancora riempie la parte alta della stanza”.

Ricostruzione assonometrica della basilica di Ercolano (foto Paerco)

L’interno della basilica di Ercolano si raggiunge con un cunicolo borbonico realizzato alla metà del XVIII secolo. Uno corre lungo il lato meridionale della basilica. “Esplorando questi cunicoli”, continua Camardo, “abbiamo potuto determinare con certezza le dimensioni di questa grande sala. Si tratta di un’aula di 16 metri di larghezza per oltre 30 metri di lunghezza: quindi un grande rettangolo con delle colonne addossate lungo tutte le pareti. Presso queste colonne abbiamo rinvenuto anche numerose basi di statue che attestano anche la ricchezza dell’apparato decorativo della stessa basilica. In epoca borbonica sappiamo che furono recuperate cinque statue dalla stessa basilica. E tre appartenevano a Marco Nonio Balbo, la madre e il padre, quindi erano una vera e propria Galleria Balba come veniva chiamata in epoca borbonica. Quindi in basilica si celebrava anche la famiglia di Marco Nonio Balbo che era stato proprio il personaggio che aveva donato alla città questo edificio. E infatti la basilica è stata costruita intorno al 20 a.C., quindi quasi un secolo prima dell’eruzione; e poi ha subito modifiche dal punto di vista architettonico. E anche le pitture della stessa basilica – ne abbiamo le prove – sono state quasi tutte rifatte nel corso dei decenni. Il dato interessante è che noi all’interno dei cunicoli abbiamo potuto riscontrare la presenza di almeno otto basi di statue, il che significa praticamente che, oltre alle cinque statue recuperate in epoca borbonica, nella parte di fango vulcanico sicuramente ci sono altre statue da recuperare  nel giorno in cui si riuscirà a scavare completamente a cielo aperto questo edificio”. Le colonne erano realizzate con mattoni di terracotta ed erano rivestite di stucco che imitava il marmo. Quanto erano alte le colonne? “L’edificio era altissimo: era alto circa 15 metri”, conclude Camardo. “Noi lo sappiamo grazie a una porzione della facciata che è crollata sul terzo cardo. Quindi abbiamo proprio potuto rinvenire le diverse parti dell’alzato conservate. Sappiamo che c’erano queste colonne con capitello ionico, poi un alto fregio dove erano dipinte alcune scene dalle fatiche minori di Ercole, e infine un secondo ordine di colonne con capitello corinzio sul quale poggiava il tetto a capriate che era rivestito con tegole”.

“1528 assedio al castello di Lettere”: inaugurazione dell’allestimento museale in stile realizzato nel Torrione della Rocca al parco archeologico del Castello di Lettere (Na)

Una delle sale riallestite nel Torrione della Rocca del Castello di Lettere (foto parco archeologico di Pompei)

Il castello e le aree archeologiche del castello di Lettere (foto parco archeologico di Lettere)

1528, assedio al castello di Lettere: è il titolo evocativo dato all’inaugurazione delle nuove sale museali al Mastio. Appuntamento mercoledì 16 settembre 2020 alle 10 al Parco Archeologico del Castello di Lettere, alla presenza del governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca e di Massimo Osanna, già direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, ora direttore generale dei Musei Italiani, del sindaco del Comune di Lettere Sebastiano Giordano e del direttore del castello, Paola Marzullo. L’allestimento delle sale propone la ricostruzione storica del 1528 con reperti riprodotti di epoca cinquecentesca, realizzata dal Comune di Lettere, con la supervisione scientifica del Parco archeologico di Pompei,  a cura di Domenico Camardo e Mario Notomista. L’iniziativa rafforza il progetto ambizioso del sindaco, grazie al supporto del Parco archeologico di Pompei, di inserire il Castello di Lettere in un percorso di valorizzazione e promozione del patrimonio storico-culturale locale in ambito regionale e nazionale. Tale percorso è stato intrapreso già alla fine del 2018 con la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra il Comune di lettere ed il Parco Archeologico di Pompei che ha di fatto trasformato il Castello in luogo di interesse culturale e storico dell’intera Regione.

Pompei. Eccezionale scoperta nella lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana, saccheggiata dai tombaroli: nella stalla trovato un terzo cavallo di razza da parata con bardature militari. Osanna: “Nel 2019 fondi per esproprio terreni, completare lo scavo e aprire il sito al pubblico”

Nella stalla della lussuosa villa suburbana di Civita Giuliana scoperto un terzo cavallo di razza con bardature militari (foto parco archeologico di Pompei)

I carabinieri esplorano i cunicoli clandestini nel sito archeologico di Civita Giuliana

I danni provocati dai tombaroli purtroppo non hanno permesso di realizzarne il calco, ma la scoperta annunciata nella villa suburbana di Civita Giuliana, nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei, è di quelle che solleticano l’immaginario collettivo: nella stalla di Civita Giuliana scoperto un terzo cavallo di razza con ricca bardatura militare appartenuto a qualche comandante. La scoperta conferma l’importanza del sito che sta venendo alla luce dopo anni di saccheggi ad opera dei tombaroli. Proprio lo scorso marzo un’operazione congiunta del parco archeologico di Pompei con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata (con il procuratore capo Alessandro Pennasilico e il procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli), il Comando gruppo carabinieri di Torre Annunziata e il Nucleo tutela patrimonio culturale di Napoli aveva dato avvio a un importante intervento di scavo allo scopo di arrestare l’attività illecita di tombaroli a danno del patrimonio archeologico dell’area (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/05/11/pompei-osanna-contro-le-fake-news-ecco-la-descrizione-scientifica-delle-eccezionali-scoperte-nella-villa-suburbana-di-civita-giuliana-nel-settore-per-fortuna-non-danneggiato-irrimediabilme/).

Una veduta zenitale della stalla della villa suburbana di Civita Giuliana con i resti dei tre cavalli di razza (foto parco archeologico di Pompei)

La stalla della villa suburbana di Civita Giuliana dove sono stati trovati i resti di tre cavalli di razza (foto parco archeologico di Pompei)

L’intervento a Civita Giuliana aveva portato alla luce una serie di ambienti di servizio di una grande villa suburbana conservata in maniera eccezionale, con diversi reperti (anfore, utensili da cucina, parte di un letto in legno di cui è stato possibile realizzare il calco). Tra gli ambienti era stata individuata la stalla della tenuta dove si era potuto realizzare il calco di un cavallo di razza. Nella prima fase di scavo era stata identificata una mangiatoia lignea di cui è stato possibile realizzare un calco, la sagoma integra di un cavallo e le zampe di un secondo animale. Le attuali operazioni di scavo, avviate nel mese di luglio, hanno messo in luce integralmente tale ambiente e hanno individuato la parte restante del secondo cavallo e un terzo equide con i resti di una ricca bardatura di tipo militare. Dei due, l’uno giace riverso sul fianco destro, con il cranio ripiegato sulla zampa anteriore sinistra. Presumibilmente legato alla mangiatoia, non era riuscito a divincolarsi. L’altro giace riverso sul fianco sinistro, e sotto la mandibola conserva il morso in ferro. La realizzazione dei tunnel da parte dei tombaroli e la conseguente cementificazione delle cavità, non hanno permesso di realizzare il calco del terzo cavallo.

Il direttore generale Massimo Osanna tra i resti dei cavalli riemersi a Civita Giuliana (foto di Cesare Abbate, Ansa)

Uno dei finimenti di pregio, parte di una bardatura militare, da un cavallo di Civita Giuliana

“I tre cavalli, come forse il primo rinvenuto ed analizzato, dovevano far parte della razza più nobile, animali di rappresentanza, per la loro imponenza dimensionale, probabilmente frutto di accurate selezioni, e per i finimenti di pregio, in ferro e bronzo”, sottolinea il direttore generale Massimo Osanna. “Lo studio della sella è a cura dell’archeologo Domenico Camardo, mentre le ricerche sul campo sono seguite dall’archeologa Paola Serenella Scala. Questi eccezionali ritrovamenti confermano che si trattava di una tenuta prestigiosa, con ambienti riccamente affrescati e arredati, sontuose terrazze digradanti che affacciavano sul golfo di Napoli e Capri, oltre a un efficiente quartiere di servizio, con l’aia, i magazzini per l’olio e per il vino, e ampi terreni fittamente coltivati, anche stando a le prime indagini di inizio Novecento”. I tre cavalli probabilmente erano pronti per essere montati. Ma sono stati sorpresi dagli effetti nefasti dell’eruzione del Vesuvio. Non si può quindi escludere – un’ipotesi, ma anche una speranza degli archeologi impegnati nelle ricerche – che all’esterno della stalla si possano trovare i resti del carro, forse una biga, per la fuga e, magari, i resti di quanti abitavano quella lussuosa villa e che si apprestavano a scappare per salvarsi. Lo scavo non resterà “ristretto” agli esperti. Lo assicura Osanna: “Nel 2019 saranno stanziati due milioni di euro, dai fondi ordinari del Parco archeologico, per procedere all’esproprio dei terreni che appartengono alla famiglia Russo e per proseguire le indagini di scavo, al termine delle quali sarà possibile l’apertura al pubblico”. E per quel giorno, il sogno del direttore generale è poter ristrutturare il casolare Russo, dove realizzare un centro accoglienza per i visitatori, con un polo didattico per raccontare Pompei dopo l’eruzione, alla luce del rinvenimento della tomba di un pompeiano morto tra fine I e II secolo d.C.”.

Ricostruzione dei finimenti e della sella cosiddetta “a quattro corni” in base ai ritrovamenti nella stalla della villa suburbana di Civita Giuliana (foto parco archeologico di Pompei)

Reperti in legno di conifera rivestiti di lamina bronzea di forma semilunata: appartenevano a una sella a quattro corni (foto parco archeologico di Pompei)

Ricostruzione delle giunzioni ad anello che collegavano le cinghie di cuoio della sella (foto parco archeologico di Pompei)

Durante la fasi di scavo del corpo sono venuti alla luce anche cinque reperti bronzei. Sulle coste della gabbia toracica, fortemente rimaneggiate, si sono individuati quattro reperti in legno di conifera rivestiti di lamina bronzea di forma semilunata ; un quinto oggetto, sempre in bronzo, è stato recuperato sotto il ventre, in prossimità degli arti anteriori, formato da tre ganci con rivetti collegati da un anello a un disco. La forma di questi elementi e i confronti in letteratura fanno ipotizzare che appartengano a un tipo particolare di sella definita a quattro corni, formata da una struttura di legno rivestita con quattro corni, due anteriori e due posteriori, ricoperta da placche di bronzo che servivano per dare stabilità al cavaliere, in un periodo in cui non erano state inventate le staffe. Selle di questo tipo sono state utilizzate nel mondo romano a partire dal I secolo d.C. ed in particolare in ambito militare. Le giunzioni ad anello erano quattro per ogni bardatura e servivano a collegare diverse cinghie di cuoio per bloccare la sella sul dorso del cavallo . Si tratta sicuramente di bardature militari da parata. Ulteriori elementi riferibili agli “ornamenta” del cavallo sono documentati dietro la schiena, dove tracce di fibre vegetali lasciano ipotizzare la presenza di un drappo/mantello e nello spazio tra le zampe posteriori ed anteriori, in cui un ulteriore calco suggerisce la presenza di una sacca. “È probabile che parte dei mancanti finimenti siano stati trafugati dai tombaroli”.