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“Le Passeggiate del Direttore” sono al finale di stagione: col 28.mo appuntamento il direttore del museo Egizio, Christian Greco ci parla delle statue della dea Sekhmet e quella di Horemheb nella famosa Galleria dei Re. E poi invita tutti al museo Egizio di Torino dal vivo

Siamo al finale di stagione. Come tutte le serie Tv, anche le “Passeggiate del direttore” con il 28.mo appuntamento, dedicato alla dea Sekhmet e a Horemheb, sono arrivate all’ultimo episodio. “Insieme abbiamo viaggiato attraverso millenni di storia”, ricorda il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, “conosciuto più da vicino gli oggetti della collezione e la cultura degli antichi Egizi. Ora tocca a voi passeggiare nelle sale… dal vivo! Vi ringraziamo per averci seguito e sostenuto in questi mesi. Continuate a seguirci perché abbiamo in serbo altre sorprese”.

La sala del museo Egizio di Torino con la teoria di statue delal dea Sekhmet, stanti e sedute (foto Graziano Tavan)

Nella sala della Galleria dei Re in cui è conservato Thutmosi III c’è una serie di Sekhmet. Chi è la dea Sekhmet? Sekhmet significa “la potente”. Sekhmet è legata a uno dei miti cosmogonici dell’inizio dell’Egitto quando il dio sole Ra, adirato con il genere umano perché non lo rispetta, manda il suo occhio che prende la forma della potente leonessa per punire gli uomini stessi. E la leonessa prende sul serio l’incarico che le viene dato e anzi diventa molto avida di sangue e quindi uccide gli uomini per berne il sangue. Il dio Ra si rende conto che se la lasciasse andare il genere umano verrebbe a finire. Ed ecco quindi che le fa bere con l’inganno della birra colorata di rosso. Alcune fonti dicono del vino. Così lei si addormenta e si ammansisce. Quindi il genere umano è salvo. Da dove provengono così tante Sekhmet? “Provengono dal tempio di Kom el-Hettan, il tempio di milioni di anni, fatto costruire da Amenofi III”, spiega Greco. “Abbiamo visto come nel Nuovo Regno vi siano dei templi che vengono costruiti dai sovrani perché il loro culto possa essere portato avanti, che vengono appunto definiti templi di milioni di anni. Il culto quindi viene trasferito dalla tomba a un tempio che si trova a valle. Perché? Perché la modalità di sepoltura si è diversificata, i sovrani non vengono più sepolti in una piramide. Abbiamo visto come la piramide fosse un complesso in cui c’è il tempio della valle, cioè la via processionale, c’è il tempio mortuario e quindi vi sono tutti i luoghi in cui il culto del sovrano può essere portato avanti. Adesso il tempio staccato è dedicato alla prosecuzione del culto”. Il tempio di Amenofi III di milioni di anni si trova a Tebe: è il tempio dei colossi di Memnone. All’interno di quel tempio vengono fatte una serie di corti e in queste corti vengono poste su tutti i lati le statue della dea Sekhmet, come si vede al museo Egizio nella bella riproduzione fatta dall’egittologo Simon Connor. “E perché tutto ciò? Miguel John Versluys dell’università di Leiden l’ha definita una splendida litania di pietra. Di fronte a ogni Sekhmet deve essere fatto un rituale, si portano delle offerte, si dice una preghiera in modo che la Sekhmet possa essere mansueta e possa rimanere docile e spargere concordia e amore nell’Egitto e non più guerra e pestilenza”. Nella Galleria dei Re le Sekhmet accompagnano la sala e sembrano quasi riprodurre nella loro cadenza, nell’alternanza tra Sekhmet stanti e Sekhmet sedute, quello che appunto si vedeva all’interno del tempio di Kom el-Hettan. “Sappiamo poi che in età ramesside il tempio stesso venne usato come una cava di pietra”.

Il grupo scultoreo con il faraone Horemheb e il dio Amon al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Le “Passeggiate del Direttore” si chiudono con un gruppo scultoreo molto importante che al contempo parla dell’attività di ricerca che il museo Egizio di Torino sta facendo in questo momento. “È una diade, quindi un gruppo composto da due elementi. La statua stante rappresenta un faraone, Horemheb: indossa il cosiddetto gonnellino shendit, il busto è nudo. E mostra una leggera pancetta. Nella letteratura specialistica è definita beer belly, pancetta dovuta alla birra bevuta. Se lo confrontiamo con Thutmosi III, visto precedentemente, vediamo infatti che la resa del corpo non è così idealizzato, non è così snello come il sovrano precedente. Ma questo è un tipico elemento dell’epoca di transizione post-amarniana, di quella parte artistica che va da Tutankhamon fino al regno di Horemheb e che ci fa vedere come da quelle forme esagerate tipiche di Akhenaten si ritorni via via alle forme snelle idealizzate con cui vengono presentati i sovrani. Questo sovrano abbraccia un dio, e il dio è il dio Amon. Il volto del dio ha dei tratti assolutamente fanciulleschi. I geroglifici ci dicono: figlio del dio sole, signore delle apparizioni, Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Dall’altra parte, in modo assolutamente speculare, leggiamo buon dio, signore delle due terre, Djeserkheperure Setepenre, ovvero il nome di Horemheb, amato da Amom Ra dotato di vita. Ai lati del trono c’è il simbolo usuale che abbiamo imparato a conoscere, il sema tawi, l’unione dell’alto e del basso Egitto. Anche qui, come nella statua di Thutmosi III, vi è l’epigrafe che ci ricorda che la statua è stata scoperta nel 1818 da Rifaud a Tebe, e che Rifaud era al servizio del signor Bernardino Drovetti. Ci sono altri elementi che abbiamo imparato a conoscere nelle altre statue, come ad esempio la coda che vediamo qui tra le gambe del sovrano Amon. La coda legata all’epiteto ka nekhet, ovvero toro potente”.

L’inizio della campagna di scavo congiunta museo Egizio di Torino – museo delle Antichità di Leiden a Saqqara (foto museo Egizio)

Perché questa statua di Horemheb è particolarmente importante per il museo Egizio di Torino? “Il museo Egizio a partire dal primo maggio 2015 ha cominciato la sua attività sul campo a Saqqara”, racconta Greco. “Lavoriamo circa 200 metri a Sud della piramide a gradoni di Djoser e lavoriamo nella necropoli dove i grandi funzionari della diciottesima dinastia si fecero seppellire. Tra loro, Horemheb. Pensate che lo scavo è iniziato 44 anni or sono, perché il museo nazionale delle Antichità di Leiden aveva una serie di rilievi che provenivano dalla tomba di Horemheb, e aveva tre statue, una diade e due statue singole che provengono dalla tomba di Maya. Maya era il responsabile del tesoro del faraone. Ebbene nel 1975 il museo di Leiden insieme all’Egypt Exploration Society decide di andare in Egitto per ritrovare i monumenti da cui provenivano le statue e i rilievi che avevano in museo. E l’idea era di riuscire a trovare la tomba di Maya perché su una carta redatta da Karl Richard Lepsius, uno dei pionieri della nostra disciplina, era indicato dove era la tomba di Maya. All’epoca, negli anni Quaranta dell’Ottocento, era ancora visibile, ma negli anni Settanta del secolo scorso non più. E allora la spedizione dell’Epypt Exploration Society e di Leiden, diretta da Geoffrey Martin, parte per l’Egitto alla ricerca della tomba di Maya, che non troveranno nel 1975 ma ben undici anni dopo, nel 1986. Perché nel 1975 si trovano a scavare leggermente più a Sud della tomba di Maya e scoprono la tomba di Horemheb. Colui che era stato il generale di dell’esercito egizio, e che poi diventerà faraone dopo il breve regno di Ay. Ebbene dopo quella tomba furono trovate un’altra serie di tombe, quella di Maya nell’86, la tomba di Tya e Tya, nel 2001 fu trovata la tomba di Meryneith (o Meryre), intendente del tempio dell’Aton ad Akhetaten (Amarna) e a Men Nefer (Menfi). E da allora in poi quindi più di 15 tombe sono venute alla luce. Nel 2015 il museo Egizio di Torino si è unito al museo nazionale delle Antichità di Leiden e assieme ogni anno torniamo in Egitto per imparare a comprendere e a capire questa necropoli, dove gli altissimi funzionari si sono fatti seppellire e dove poi in epoca Tarda c’è stato un riuso della necropoli per arrivare fino agli anacoreti del deserto, quando l’Egitto si converte alla cristianità e questi monaci trovano rifugio lontano dalla vita comunitaria nel deserto, per pregare, per conoscere dio”. “L’importanza per noi di essere tornati sul campo”, conclude Greco, “è quella di riuscire a dare un contesto ai monumenti. Molti mi chiedono se adesso quando andiamo in Egitto riportiamo i monumenti in Italia, se riportiamo oggetti. Assolutamente no. L’Egitto, come l’Italia del resto, ha sottoscritto la convenzione Unesco nel 1970, quindi tutti gli oggetti che vengono ritrovati rimangono in Egitto, come è giusto che sia. Ma andare a scavare ci permette di avere nuove informazioni e di ricostruire la storia di oggetti importanti come questa statua che è di provenienza tebana ma che ci parla di un personaggio, Horemheb, che ha avuto un cursus honorum molto importante, e che prima di diventare sovrano si era fatto costruire per lui e per la moglie Mutnedjemet una tomba monumentale, cosiddetta tomba a tempio, con una serie di porte monumentali che davano accesso a delle corti proprio a Saqqara”.

Padova. Prorogata di un mese la grande mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”: 150 opere da tutta Europa, disegni e racconti per conoscere la vita, la storia e l’Egitto di un personaggio sui generis, il padovano Giovanni Battista Belzoni, esploratore, attore, ingegnere esperto di idraulica, scopritore dei templi di Abu Simbel, della tomba di Seti I, dell’accesso alla piramide di Chefren

La locandina della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova fino al 28 giugno 2020: prorogata al 26 luglio 2020

Un altro mese, ancora un altro mese per una full immersion nell’Antico Egitto sulle orme del padovano Giovanni Battista Belzoni. La grande mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” curata da Francesca Veronese e da Claudia Gambino, con la quale la sua città natale ha voluto celebrare i 200 anni dal suo ritorno dall’Egitto esponendo al Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova reperti originali, disegni e racconti che narrano l’epopea di questo personaggio sui generis, avrebbe dovuto chiudere il 28 giugno 2020. La mostra dedicata all’esploratore Giovanni Battista Belzoni rimarrà aperta fino al 26 luglio 2020. L’evento è promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, dal Consorzio Città d’Arte del Veneto, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e organizzata dall’agenzia di comunicazione gruppo Icat. Turisti e cittadini di Padova e Provincia hanno quindi qualche settimana in più per conoscere le gesta eroiche di un personaggio straordinario che la mostra ha contribuito a far conoscere in tutta Italia e in Europa grazie all’afflusso di persone da ogni angolo del Paese e dall’estero. Fino al 26 luglio 2020 ci sarà la possibilità di visitare la mostra al Centro Culturale Altinate San Gaetano con particolari sconti e con un’offerta pensata per tutti (famiglie, bambini, gruppi): il biglietto intero sarà a 12 euro invece che 16 euro e i ridotti (quindi i ragazzi dai 6-17 anni, gli studenti universitari dai 18 ai 25 con presentazione documento appropriato, over 65, persone disabili dai 18 anni e convenzionati) saranno a 10 euro invece che 14 euro. La mostra sarà aperta giovedì e venerdì dalle 10 alle 18, sabato e domenica dalla 10 alle 20. È possibile, inoltre, prenotare visite guidate per i gruppi in qualsiasi giorno e orario di apertura; le visite guidate per singoli o gruppi inferiori a 10 persone sono attivate ogni venerdì alle 16, sabato e domenica alle 11 e alle 17. Informazioni e prenotazioni gruppi@legittodìbelzoni.it

Francesca Veronese curatrice della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova (foto Graziano Tavan)

“La possibilità di prorogare di un mese la chiusura”, dichiara Andrea Colasio, assessore alla Cultura del Comune di Padova, “è un evento eccezionale, soprattutto perché non era scontato che i prestigiosi musei prestatori concedessero le loro opere. Turisti e visitatori potranno così fare esperienza ancora per qualche settimana della straordinaria vicenda umana e storica di Belzoni in un contesto di sicurezza. È anche un segno importante di ripartenza e di rinascita culturale per Padova e per tutti gli appassionati di storia e dell’Egitto”. E Claudio Capovilla, presidente di Gruppo Icat, anticipa: “Stiamo lavorando anche per ipotizzare un proseguo che coinvolga tutta la città. L’Egitto di Belzoni, infatti, è un progetto che ha vissuto in simbiosi con Padova, coinvolgendo ristoratori, aziende, istituzioni: su questo concept stiamo sviluppando delle idee che potranno prendere vita nei prossimi mesi. Pur avendo subito una chiusura prolungata, dovuta alla pandemia, la mostra è rimasta nei cuori delle persone e questo ci spinge a trovare nuovi modi per coinvolgere turisti e cittadini”.

Una sala della mostras “L’Egitto di Belzoni” (foto Icat)

Il padre della moderna egittologia. Un personaggio fuori dagli schemi che ha avuto il merito di far conoscere l’Egitto in Italia e in tutta Europa. Il padovano Giovanni Battista Belzoni (1778-1823) è stato esploratore, attore, ingegnere esperto di idraulica: è difficile racchiudere in una definizione una personalità esuberante che in pochi conoscono ma che ha contribuito in modo significativo a “importare” nel Vecchio Continente le meraviglie della terra dei Faraoni. Il percorso della mostra racconta la vita del “grande Belzoni” alternando sistemi di visita tradizionali, con teche e pannelli esplicativi, a momenti di grande impatto emotivo con il ricorso a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediale a effetto immersivo. Ricostruzioni ambientali e ricostruzioni evocative di oggetti di grandi dimensioni in scala reale suggeriscono l’entità delle imprese belzoniane anche dal punto di vista tecnico.

Il percorso espositivo diventa a tratti uno spazio scenico che coinvolge il visitatore in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali; uno spazio in cui l’alternarsi di passaggi stretti e labirintici, evocativi del percorrere cunicoli all’interno delle sepolture, e di spazi più ampi suscita continuamente il desiderio vedere che cosa accadrà dopo. Il percorso è arricchito da postazioni multimediali interattive, con monitor touch screen, per approfondimenti su temi specifici. Una grande mostra con la ricostruzione fedele degli ambienti grazie ad affascinanti effetti speciali e innovative tecnologie digitali. Tema i tre viaggi compiuti lungo il Nilo agli inizi dell’Ottocento, molti i preziosi reperti presenti provenienti da diversi musei italiani ed esteri, alcuni dei quali esposti per la prima volta al pubblico. Un impatto emozionale forte, rappresentato dall’immersione del visitatore negli scenari che Belzoni si ritrovò davanti ai suoi occhi, per rivivere così, in una sorta di diretta, le esplorazioni e i ritrovamenti di allora. Grazie infatti alle inedite soluzioni tecnologiche creative e multimediali proposte dal team di artisti di DrawLight, scientificamente ideate, “costruite e allestite” per veicolare messaggi ed emozioni, il pubblico si trasforma magicamente in infiniti Belzoni. Si addentra nelle straordinarie tombe, nei meravigliosi templi, nel buio delle Piramidi, lottando per le fatiche e assimilando al tempo stesso il piacere della scoperta.

Giovanni Battista Belzoni nel ritratto del pittore Vincenzo Gazzotto conservato nei musei civici di Padova (foto Graziano Tavan)

Fino agli inizi dell’Ottocento nella vecchia Europa l’Egitto e la sua cultura millenaria erano una realtà pressoché sconosciuta. Le prime, importanti conoscenze iniziarono a diffondersi con la campagna napoleonica del 1798-1801: al seguito di Napoleone era partita, infatti, anche una folta commissione di studiosi con il compito di raccogliere e censire dati sull’archeologia, la storia e la natura di quelle terre lontane e misteriose. Dati poi destinati a confluire nella poderosa Description de l’Égypte pubblicata in più volumi a partire dal 1809. Il processo era solo all’inizio. Uno straordinario avanzamento nella conoscenza di tante realtà che oggi costituiscono mete ben note dei viaggi turistici in Egitto si deve a un padovano, un personaggio tanto eccezionale e ‘fuori dagli schemi’, quanto poco ricordato: Giovanni Battista Belzoni. Nato nel borgo del Portello nel 1778, Belzoni fu uomo dall’intelligenza acuta ed esploratore infaticabile; una figura che, per lo spirito di avventura e le ‘missioni impossibili’ affrontate, ha finito con l’ispirare perfino il mondo del cinema. Non molti sanno, infatti, che George Lucas, il regista di Guerre Stellari, quando nel 1981 creò l’Indiana Jones dei Predatori dell’arca perduta, lo fece pensando proprio alla vita del padovano Belzoni. Figlio di un barbiere, Giovanni Battista fin da giovane si sentì imprigionato in un mondo dagli orizzonti troppo angusti e, sedicenne, riuscì a lasciare l’ambiente padovano per avviarsi a Roma, la città eterna. Qui intraprese la via degli studi, dedicando particolare attenzione al settore dell’idraulica.

La seconda vita: attore e uomo di spettacolo. Dopo aver vissuto a Parigi, e poi in Olanda, nel 1803 approdò in Inghilterra, dove sposò una giovane donna di Bristol, Sarah Banne, ed entrò nel mondo dello spettacolo nella compagnia teatrale di Isac Dibdin. Era infatti divenuto un uomo dall’eccezionale altezza – era un gigante alto 2 metri e 10 – che si faceva notare anche per la bellezza. Avvenenza e prestanza fisica lo portarono a perfezionare sul palcoscenico un numero di abilità, la cosiddetta ‘piramide umana’, nel corso del quale, grazie a un’apposita cintura, riusciva a tenere sulle proprie spalle ben 11 persone. In questo ruolo divenne un personaggio molto popolare e si guadagnò l’epiteto di ‘Sansone Patagonico’. Spesso poi gli spettacoli si concludevano con giochi d’acqua di sua invenzione, molto apprezzati dal pubblico. Ma di questa fase della sua vita successivamente non andò fiero.

Modellino della macchina idraulica realizzata da Belzoni in Egitto (foto Graziano Tavan)

Il primo contatto con l’Egitto. Nel 1813 intraprese un viaggio in Spagna in compagnia di Sarah e del domestico James Curtin; di qui si spostò poi in altre zone del Mediterraneo. L’anno successivo, mentre si trovava a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione utile a risolvere la siccità che affliggeva il paese. Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, sia pure con qualche disavventura iniziale, ma il progetto finì con il naufragare a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina. Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di una cultura tanto antica, quanto ancora quasi sconosciuta. In poco tempo conobbe diversi personaggi di rilievo: primo fra tutti Gian Luigi Burckhardt, studioso e noto orientalista svizzero, a cui lo legò una sincera amicizia. Conobbe poi Henry Salt, console inglese al Cairo e appassionato ricercatore di antichità, con cui i rapporti non furono sempre facili. Conobbe, infine, Bernardino Drovetti, console francese al Cairo, di origini piemontesi. Personaggio determinato, ex soldato napoleonico, anche Drovetti era un appassionato di antichità egizie. Inizialmente i rapporti tra i due furono buoni, poi finirono per guastarsi in modo irrimediabile.

Le scoperte archeologiche. Nel 1816 Belzoni decise quindi di intraprendere un viaggio lungo il Nilo, nel corso del quale rimase letteralmente abbagliato da ciò che andava vedendo. Primo a mettere piede in luoghi inesplorati, Belzoni si sottopose a sforzi fisici enormi, si adattò a vivere in condizioni estreme all’interno di tombe usate come riparo di fortuna, a soffrire il caldo, la sete e la fame. Ma il desiderio di scoprire, di comprendere e di documentare ebbe sempre il sopravvento. Al primo viaggio ne seguirono altri due, nel 1817 e nel 1818 e Sarah fu sempre al suo fianco. La sua arguzia, l’intelligenza e la forza fisica si unirono a una straordinaria capacità di dialogo con le popolazioni locali, da cui riuscì a ottenere l’aiuto necessario per compiere imprese al limite dell’impossibile. A lui si deve il trasporto del busto colossale del ‘giovane Memnone’ – in realtà Ramses II, dal peso di circa 7 tonnellate – da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, dove oggi campeggia al British Museum. A lui si deve anche il disseppellimento delle strutture templari di Abu Simbel, nella Nubia: voluti da Ramses II, i due templi, scavati nella roccia, nel corso dei secoli erano stati completamente ricoperti dalla sabbia. Dopo un lavoro estenuante, condotto a temperature al limite della sostenibilità fisica e con la riluttanza della manodopera, Belzoni riuscì ad entrare nel tempio principale il 1° agosto del 1817. Qui, sul muro settentrionale del santuario, appose la sua firma: un segnale indispensabile, vista la corsa alle antichità che si stava mettendo in moto, senza esclusione di colpi da parte dei partecipanti.

La sala dedicata alla scoperta di Abu Simbel con la sfinge a testa di falco conservata British museum di Londra (foto Graziano Tavan)

Ancora a Belzoni si deve il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File, oggetto di un’aspra contesa con Drovetti: un monumento alto quasi 7 metri, oggi esposto Kingston Lacy nel Dorset, che si rivelerà fondamentale per la decifrazione dei geroglifici. E ancora sono opera di Belzoni gli scavi nel tempio di Karnak e la scoperta di numerose tombe faraoniche nella Valle dei Re. Tra queste, la tomba Seti I, padre di Ramses II: una tomba sotterranea “grande e magnifica”, come egli stesso la definì, lunga circa 140 metri, dotata di 11 stanze, tutta rivestita di decorazioni e contente uno splendido sarcofago in alabastro. È ancora merito dell’esploratore padovano la scoperta del varco d’accesso alla piramide di Chefren, ritenuta fino ad allora impenetrabile. Dopo giorni di indagini, di osservazioni e tentativi, riuscì finalmente a capire dove scavare per entrare, per poi strisciare lungo cunicoli e corridoi fino alla camera sepolcrale. Anche qui egli pose la sua firma, a scanso di equivoci e rivendicazioni sulla scoperta: “Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818”. E a lui si deve anche la scoperta di Berenice, ricca città carovaniera affacciata sul mar Rosso, di cui nei secoli era andata perduta la memoria.

Una delle due statue colossali della dea Sekhmet donate da Belzoni alla sua Padova (foto musei civici)

Il ritorno in Europa. Alla fine del 1818 Belzoni decise di rientrare in Europa a causa di dissidi e spiacevoli incidenti con Drovetti. Nel frattempo, per amore nei confronti della sua città natale, inviò a Padova due colossali statue in diorite raffiguranti la dea leontocefala Sekhmet, rinvenute durante gli scavi nell’antica Tebe: inizialmente collocate nel Salone del Palazzo della Ragione, oggi le due statue accolgono il visitatore nella sala dedicata a Belzoni del museo Archeologico. Rientrato in Europa, nel 1819 giunse a Padova, dove venne accolto con grande festa da cittadini e notabili padovani ed entrò in amicizia con l’architetto Giuseppe Jappelli, che si lasciò forse in parte suggestionare dai racconti belzoniani sull’Egitto quando progettò la sala egizia al piano nobile del Caffè Pedrocchi. Di seguito tornò a Londra e nel 1820 pubblicò in inglese il Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, una sorta di reportage delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia da cui emergono la grande conoscenza acquisita sull’antico Egitto, ma anche osservazioni e considerazioni di notevole rilievo.

Giovanni Battista Belzoni ritratto in una stamoa nelle fogge arabe dell’epoca

Di nuovo in Africa per scoprire le sorgenti del Niger. Divenuto un personaggio assai celebre, ma sempre inquieto e alla ricerca di nuovi orizzonti, nel 1823 decise di partire nuovamente per l’Africa. Questa volta ad attirarlo fu il versante occidentale. Molto si favoleggiava sulle sorgenti del Niger, allora sconosciute, e sulla città di Timbuctu: tutti gli esploratori che si erano addentrati lungo il corso del fiume, non avevano fatto più ritorno. Organizzata la spedizione, alla quale non prese parte la moglie Sarah, Belzoni sbarcò nel possedimento britannico di Cape Coast, con il commerciante John Houtson, il 22 novembre. Di lì, con un salvacondotto del Re del Benin, si avviò verso l’interno, ma il 3 dicembre morì a Gwato (Regno del Benin, oggi Ughoton, Nigeria), a 45 anni, in circostanze non del tutto chiare: forse un avvelenamento, ufficialmente una malattia tropicale. La notizia della sua morte arrivò in Europa 5 mesi dopo. La moglie Sarah gli sopravvisse per 47 anni e trascorse tutta la vita nel ricordo del marito, coltivandone la memoria.

La coppa d’oro di Djehuti conservata al Louvre di Parigi, già parte della collezione Droveti (foto Graziano Tavan)

A Padova reperti dal Louvre e dal Bristish Museum. La storia e le scoperte di Belzoni hanno avuto una grande eco in Europa. Prova ne è il fatto che sono esposte in prestigiosi musei a Londra e a Parigi. Dal British Museum, infatti, è arrivata a Padova una sfinge a testa di falco rinvenuta da Belzoni ad Abu Simbel: in mostra si possono vedere, accoppiati, sia il disegno che l’esploratore fece della sfinge sia il reperto vero e proprio. Dal Louvre, invece, è arrivata una coppa in oro, decorata a sbalzo, che faceva parte di un corredo funerario, e oggi parte della collezione Drovetti, il grande amico e nemico di Belzoni. Da Bristol arrivano invece alcuni disegni, realizzati a mano da Belzoni e da Alessandro Ricci, altro collega esploratore del padovano, che rappresentano le decorazioni della tomba di Seti I. Sempre appartenenti alla tomba di Seti I sono le statuette in legno da Bruxelles, mentre dalla Cambridge University Library sono in mostra alcuni disegni di Johann Ludwig Burckhardt, grande studioso e amico di Belzoni. Di Burckhardt c’è inoltre un interessante quaderno di grammatica araba, utilizzato all’epoca per comunicare con gli egiziani.

Il rilievo della dea Maat conservato al museo Egizio di Firenze (foto Maf)

Le 150 opere esposte – fra scritti, disegni, tavole e reperti – riscostruiscono un panorama suggestivo e inedito dell’Egitto: è, appunto, l’Egitto di Belzoni, quindi quello di inizio ‘800, territorio ancora tutto da esplorare e da conoscere che è stato luogo di amicizie e collaborazioni, ma anche di dispute fra i vari archeologi e personaggi che gravitavano nell’area del Nilo. In mostra, infatti, ci saranno sia reperti che raffigurano il grande culto delle divinità in Egitto, come la statuetta di Thot in forma di Ibis o il rilievo della dea Maat, ma anche alcuni frammenti che raccontano, per esempio, la centralità della musica nella cultura egizia. Infine, le tavole e i disegni che arricchivano il Narrative scritto da Belzoni con le raffigurazioni delle sue “imprese impossibili”: una graphic novel ante litteram, che ha di fatto reso famoso nel mondo, più che in Italia, la figura di Giovanni Battista Belzoni.

Il modello della piramide di Chefren in scala 1:15 realizzato per la mostra “L’Egitto di Belzoni” (foto Icat)

Al San Gaetano la ricostruzione della piramide di Chefren. È la sorpresa finale di tutto il percorso espositivo: nel grande atrio del San Gaetano è riprodotta in scala 1 a 15 la grande piramide di Chefren, alta circa 10 metri e con base di 15 metri. Fra le principali piramidi dell’area di Giza, e all’epoca di Belzoni ritenuta ancora impenetrabile, l’esploratore riuscì, dopo lunghi giorni di tentativi, a scoprire un varco di accesso. Una volta entrato, scavando e strisciando lungo i cunicoli e i corridoi arrivò alla camera sepolcrale dove pose la sua firma: “Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818”.

#iorestoacasa: la seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore” del museo Egizio di Torino ci fa conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto

Il museo Egizio di Torino è chiuso dall’8 marzo 2020 per decreto come tutti i musei in Italia

La seconda puntata delle “Passeggiate del Direttore”, nel rispetto delle disposizioni governative che hanno portato alla chiusura del museo e all’iniziativa #iorestoacasa, ci porta a conoscere la dea Sekhmet, i colossi di Memnon e la Iside di Copto. Il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, parte dalla figura di Vitaliano Donati, professore di Botanica alla regia università di Torino, che nel 1759 viene mandato dal re Carlo Emanuele III in Egitto alla ricerca di antichità in grado di spiegare le peculiarità della Mensa Isiaca (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/03/19/iorestoacasa-il-museo-egizio-di-torino-ufficializza-le-passeggiate-con-il-direttore-christian-greco-ogni-giovedi-e-sabato-su-yuotube-si-inizia-con-legitto-e-i-s/). Da questa missione arrivano a Torino (dove Donati non farà più rientro, perché muore su una nave diretta a Calcutta) circa seicento oggetti, alcuni ancora oggi oggetto di studio, tra i quali sicuramente c’erano tre statue monumentali: quella di Ramses II (vista nella prima Passeggiata), quella di Sekhmet, e quella della dea Iside ritrovata a Copto. Il museo Egizio conserva ben 21 statue della dea Sekhmet.

I Colossi di Memnone i resti più significativi del tempio funerario di Amenofi III a Tebe Ovest

Quella trovata da Vitaliano Donati è una Sekhmet assisa che proviene dal cosiddetto Tempio di Milioni di Anni di Amenofi III. Questo tempio è noto a tutti gli appassionati di Egittologia, ma con un altro nome: il tempio dei colossi di Memnon, che era un principe etiope, ricordato da Omero, che muore durante la guerra di Troia. “Che ruolo ha Memnon con l’Egitto?”, si chiede Greco. “Assolutamente nessuno. Infatti quel nome venne dato a quei colossi durante l’età greco-romana per un particolare fenomeno: queste statue monumentali al mattino, quando arrivava la prima luce dell’alba, emettevano un sibilo dovuto all’alterazione della pietra per l’escursione termica tra la notte e il giorno. Gli antichi pensavano che fosse la dea Eos, la dea dell’Aurora, che lamentava la morte del figlio, Memnon. Quindi è un mito greco applicato a una statua egizia che tuttora dà il nome a uno dei siti più importanti che si visita quando si va a Tebe”. All’interno di quel tempio il faraone Amenofi III fece erigere una serie di leonesse, simbolo della dea Sekhmet che significa “la Potente”.

La statua della dea Sekhmet, proveniente dal tempio funerario di Amenifi III, parte del nucleo di antichità egizie recuperato da Vitaliano Donati (foto museo Egizio)

“La dea Sekhmet ci riporta ad alcuni miti cosmogonici iniziali dell’Antico Egitto. Ci raccontano che il dio Ra invia il suo occhio per punire il genere umano, e questo occhio prende la forma di leone, che inizia a uccidere gli uomini che non sono riconoscenti nei confronti degli dei. Ma il dio Sole (Ra) si rende conto che così facendo il genere umano potrebbe estinguersi. La dea Sekhmet, la leonessa, dea solare legata quindi al dio Sole/Ra, è diventata molto assetata di sangue umano e quindi uccide gli uomini per berlo. “Il dio Ra per placarla decide di ingannarla: le fa bere – secondo alcune fonti – della birra colorata di rosso, secondo altri del vino, che Sekhmet beve avidamente pensando sia sangue. Così si ubriaca e si addormenta, e in questo modo si placa. Ma perché la sua forza potrebbe tornare, specie in estate quando la temperatura si alza: è allora che Sekhmet potrebbe ancora spargere pestilenze, malattie, guerre. Per questo è importante placarla. E Amenofi III fa qualcosa di meraviglioso: fa erigere una statua della dea Sekhmet, alcune sedute altre in piedi, per ogni giorno dell’anno, e fa sviluppare un rituale per rendere mansueta la Sekhmet: ogni giorno si portano offerte davanti a una statua, cosicché la dea non infierisca più sul genere umano”.

La statua della dea Iside da Copto recuperata da Vitaliano Donati per il museo Egizio di Torino (foto museo Egizio)

La terza statua importante che Vitaliano Donati porta dall’Egitto è quella di Iside proveniente da Copto. Presenta tutti gli elementi tipici della XVIII dinastia, dalla fronte ribassata al naso ricurvo agli occhi a mandorla alle labbra carnose. In mano tiene lo scettro che indica la stabilità. Grazie a Vitaliano Donati, il museo Egizio nel 1759, quarant’anni prima della spedizione napoleonica in Egitto, poteva già contare su un nucleo di seicento antichità egizie, tra le quali le tre statue monumentali – appena descritte – tutte appartenenti al Nuovo Regno: la statua di Ramses II (1250 a.C.), la statua di Sekhmet (dell’epoca di Amenofi III, XVIII dinastia), e la statua di Iside (datata alla XVIII dinastia), che rappresenta il volto della regina Tiy, moglie di Amenofi III, nonna di Tutankhamon.

La donna al tempo dei faraoni: al museo Egizio di Torino visita guidata speciale nel giorno della Festa della donna, con ingresso gratuito a tutte le donne

La maschera funeraria di Merit conservata al museo Egizio di Torino (foto Graziano Tavan)

Una versione del logo del Museo Egizio

Statua della dea Sekhmet, conservata al museo Egizio di Torino

Dea, sposa, madre, regina, e talora anche faraone. Ma sempre donna. E nell’Antico Egitto, come scrive Edda Bresciani, “la donna godette di un grado di autonomia e di importanza sociale e giuridica superiore alla maggior parte dei popoli antichi. Sposata o no, essa deteneva il diritto di proprietà (che conservava durante il matrimonio), poteva essere soggetto giuridico e disporre liberamente dei propri beni. Ci furono donne che arrivarono a regnare e donne che furono divinizzate”. Venerdì 8 marzo 2019, nel giorno della Festa della Donna, il museo Egizio di Torino propone una visita guidata speciale, oltre che a garantire l’ingresso gratuito a tutte le donne che si presenteranno alla biglietteria del museo. Alle 16.10 parte la speciale visita guidata dal titolo “La donna al tempo dei faraoni”. La visita, prevista per un pubblico di adulti, permetterà di riscoprire la vita delle donne nell’antico Egitto: dalla quotidianità fino al ruolo ricoperto nei riti funerari, attraverso una dettagliata analisi dei corredi privati rinvenuti nelle tombe. Il percorso, di circa due ore, permetterà di apprezzare gli equilibri tra la sfera maschile e femminile nelle differenti situazioni di vita e terminerà al cospetto di una delle divinità femminili più note: la dea leonessa Sekhmet, simbolo di forza e potere, femminilità e maternità. La prenotazione è obbligatoria, telefonando al 011 4406903 o scrivendo a info@museitorino.it. Per partecipare, è richiesto un contributo di 7 euro, oltre al biglietto di ingresso (necessario solamente per gli uomini).

Egitto Pompei. Seconda tappa del progetto: alla Palestra Grande di Pompei si materializza la dea Sekhmet. Itinenario egizio negli scavi: dal tempio di Iside alle domus con affreschi egittizzanti

Questa statua della dea Sekhmet, proveniente da Karnak e conservata al museo Egizio di Torino, è protagonista agli scavi di Pompei

Questa statua della dea Sekhmet, proveniente da Karnak e conservata al museo Egizio di Torino, è protagonista agli scavi di Pompei

Tre sedi diverse (Torino, Pompei, Napoli) e tre enti diversi (Museo Egizio, soprintendenza speciale di Pompei, museo Archeologico nazionale – Mann) – si era detto – per un unico grande progetto espositivo (Egitto Pompei) con un unico comun denominatore: l’Antico Egitto (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/ È questo infatti il tema di una prestigiosa mostra, articolata in tre luoghi e quattro tempi, che racconta influssi e innesti spirituali, sociali, politici e artistici originati da culti ed elementi di stile nati o transitati per la terra del Nilo, che si inserisce in una più ampia riflessione di approfondimento sulle relazioni di Pompei con le grandi civiltà affacciate sul Mediterraneo. La prima tappa al museo Egizio di Torino dove dal 5 marzo e fino al 4 settembre c’è la mostra “Il Nilo a Pompei. visioni d’Egitto nel mondo romano”. E ora siamo arrivati alla seconda tappa. Da Torino agli scavi di Pompei dove dal 20 aprile al 2 novembre per il progetto “Egitto Pompei” si riaprono gli spazi recentemente restaurati della Palestra Grande a cura di Massimo Osanna e Marco Fabbri con Simon Connor.

https://youtu.be/7OVs66lwVdQ

La Palestra Grande di Pompei sede della mostra del progetto Egitto Pompei

La Palestra Grande di Pompei sede della mostra del progetto Egitto Pompei

Una volta entrati nella Palestra Grande dall’ingresso di Porta Anfiteatro, siamo accolti da sette monumentali statue raffiguranti Sekhmet, esaltate dallo scenografico allestimento di Francesco Venezia. Le sette riproduzioni della divinità egizia dalla testa leonina sono insieme alla magnifica statua seduta del faraone Thutmosi I, tutte appartenenti ad uno dei periodi di massimo splendore della storia dell’antico Egitto: la XVIII dinastia (XVI-XIV sec. a.C.). Gli eccezionali prestiti, provenienti dalla collezione permanente del museo Egizio di Torino, suggellano e ribadiscono l’unità di intenti e di collaborazione tra il museo torinese, la soprintendenza Pompei e il museo Archeologico nazionale di Napoli (Mann). Le imponenti sculture in granito, oltre a rappresentare il potere faraonico al tempo della XVIII dinastia, sono una testimonianza straordinaria del mondo della mitologia egizia. Sekhmet, come altre divinità femminili, ha una natura ambivalente, contraddistinta da forze contrapposte. Figlia del sole, propaga sulla terra calore, distruzione e malattie, ma allo stesso tempo, se placata con rituali e preghiere, è in grado di garantire la pace e la prosperità.

Il tempio di Iside a Pompei sarà inserito in un "itinerario egizio"

Il tempio di Iside a Pompei sarà inserito in un “itinerario egizio”

La mostra continua con un’emozionante video-installazione originale di Studio Azzurro che evoca gli scambi culturali, religiosi ed economici intercorsi tra Pompei e l’Egitto dalla fine del II sec. a.C. Il percorso espositivo si arricchisce inoltre di un “itinerario egizio”: dal tempio di Iside, tra i maggiori e meglio conservati edifici pompeiani – oggetto per l’occasione di un intervento di riallestimento con postazioni multimediali di realtà immersiva – alle numerose domus decorate con motivi egittizzanti, come quella di Loreio Tiburtino tornata di recente a risplendere e quella dei Pigmei riaperta in occasione della mostra. Il 28 giugno, al Museo Archeologico di Napoli, la terza tappa del progetto con l’inaugurazione di una nuova sezione del percorso di visita delle collezioni permanenti con reperti archeologici, affreschi e capolavori di artigianato ispirati alla cultura egizia.

Egitto-Pompei. Al museo Egizio di Torino la prima tappa del progetto con la mostra “Il Nilo a Pompei” nella nuova sala Asaad Khaled. Per la prima volta gli affreschi del tempio di Iside e della domus del Bracciale d’oro di Pompei

La mostra "Il Nilo a Pompei" nella nuova sala del museo Egizio di Torino intitolata a Khaled Asaad, l'archeologo siriano ucciso dall'Isis

La mostra “Il Nilo a Pompei” nella nuova sala del museo Egizio di Torino intitolata a Khaled Asaad, l’archeologo siriano ucciso dall’Isis

Il logo del progetto-ricerca "Egitto Pompei"

Il logo del progetto-ricerca “Egitto Pompei”

L’onda lunga del Nilo si ferma alle acque del Po, dopo aver invaso il Mediterraneo e lambito l’area vesuviana e i colli di Roma. Ecco “Il Nilo a Pompei”, la grande esposizione che si è aperta al museo Egizio di Torino, come già annunciato da archeologiavocidalpassato (https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/03/01/egitto-passione-antica-da-torino-a-pompei-a-napoli-tre-sedi-per-un-grande-progetto-espositivo-egitto-pompei-grazie-alla-collaborazione-inedita-tra-enti-diversi-legizio/), la prima di un grande progetto espositivo e di ricerca “Egitto Pompei” che nell’arco dell’anno vedrà coinvolti anche il museo Archeologico nazionale di Napoli e la soprintendenza di Pompei. Fino al 4 settembre 332 pezzi, tra pitture, vasellame e sculture, provenienti da venti musei italiani (più dalla metà da Napoli e Pompei) e stranieri, testimoniano l’influenza della cultura egizia su quella greca e romana, in un viaggio ideale dall’Egitto faraonico all’Italia romana con il Mediterraneo come sfondo. E per l’Egizio di Torino sono tante le “prime” legate a questo progetto: “Il Nilo a Pompei” è la prima mostra temporanea promossa dal nuovo corso dell’Egizio dopo la sua inaugurazione il 1° aprile del 2015; è la prima volta nel nuovo spazio riservato alle mostre temporanee al primo piano del palazzo di via dell’Accademia, sala che è stata intitolata a Khaled Asaad, l’eroico direttore del museo e del sito Unesco di Palmira, giustiziato nell’agosto 2015 dall’Isis; è la prima volta anche per opere straordinarie, esposte a Torino, come gli affreschi del tempio di Iside o della casa del Bracciale d’Oro, entrambi a Pompei.

Il manifesto della mostra "Il Nilo a Pompei" aperta fino al 4 settembre 2016 al museo Egizio di Torino

Il manifesto della mostra “Il Nilo a Pompei” aperta fino al 4 settembre 2016 al museo Egizio di Torino

La mostra vuole rispondere a due domande precise: quanto la cultura egizia ha influenzato l’Italia del periodo romano? Quali sono stati i risultati di questa contaminazione in ambito artistico e quali effetti ha avuto sulla vita quotidiana a partire dall’epoca ellenistica fino alla Roma imperiale? Per avere una risposta a questi interrogativi il visitatore è accompagnato in un viaggio che ha come sfondo il Mediterraneo e come protagonisti oggetti e immagini che dalle rive del Nilo hanno toccato nuove terre, incontrato culture diverse e sono giunti sino a noi. Partendo da Alessandria d’Egitto, passando dalla greca Delo e approdando a Pozzuoli in Campania si possono così seguire l’evoluzione di culti e motivi iconografici egizi, soffermandosi in particolare sui siti campani di Pozzuoli, Cuma e Benevento, con un approfondimento su Pompei e Ercolano.

Un affresco proveniente dalla Casa del Bracciale d'Oro di Pompei

Un affresco proveniente dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei

Affresco proveniente dal tempio di Iside a Pompei

Affresco proveniente dal tempio di Iside a Pompei

I culti isiaci si sono diffusi dall'Egitto al Mediterraneo

I culti isiaci si sono diffusi dall’Egitto al Mediterraneo

Il percorso della mostra “Il Nilo a Pompei” si snoda attraverso nove sezioni partendo dalla ricezione dell’Egitto nel mondo greco (1. L’Egitto e il mondo greco: l’influenza dell’Egitto, prima nelle civiltà minoica e micenea e poi nel mondo greco, nella madrepatria e nel mondo coloniale), passando per la grecizzazione degli dei egiziani sotto i Tolomei (2. Osiride, Iside e la leggenda osiriaca: la devozione a Osiride, Iside, Horus e i loro dei ancillari nell’Egitto faraonico, prima che questi culti siano rivisitati ad Alessandria e poi a Roma), e la diffusione dei culti egizi nel Mediterraneo (3. Serapide e Iside: la rielaborazione del culto di Osiride-Api e Iside ad Alessandria è il presupposto della loro fortuna oltre i confini dell’Egitto) e in particolare in Italia (4. L’Iseo di Benevento: l’Iseo di Benevento, tempio dedicato alla dea Iside, noto per le sue decorazioni in stile faraonico). Ci si concentra sui culti egiziani nei siti vesuviani grazie a reperti di straordinaria bellezza, come gli affreschi dell’Iseo Pompeiano (5. Il culto di Iside a Pompei: il tempio di Iside a Pompei, l’unico ben conservato fuori dall’Egitto, nel quale i temi egiziani abbondano negli affreschi e negli arredi) o della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei (6. La casa del Bracciale d’Oro: in mostra le pitture provenienti dal triclinio estivo, ambiente all’aperto destinato alla convivialità, di una casa patrizia pompeiana che godeva di una meravigliosa vista sul Golfo di Napoli). Si passa poi ad ammirare alcuni tesori da domus pompeiane (7. La casa di Octavius Quartio a Pompei: sezione dedicata alle sculture provenienti dal giardino della casa di Octavius Quartio, una delle abitazioni più grandi di Pompei) e decorazioni in abitazioni private (8. Altre case pompeiane: sezione in cui vengono esibiti due affreschi con tema nilotico, alcune statue ispirate al pantheon egizio e alla fauna della valle del Nilo, una lastra in pietra che riporta un’iscrizione geroglifica). L’allestimento si conclude con una sezione dedicata alla diffusione dei culti isiaci in Piemonte con gli splendidi bronzi del sito di Industria (9. Iside in Piemonte: il sito di Industria, importante snodo commerciale nell’Italia del Nord noto per le officine di lavorazione del bronzo). Il serrato dialogo tra le due sponde del Mediterraneo è valorizzato dalla ricostruzione in 3D delle case pompeiane del Bracciale d’Oro e di Loreio Tiburtino, decorata con statue che rimandano all’Egitto.

Statue di Sekhmet da Tebe Karnak Tempio di Amenhotep III (riempiegate nel Tempio di Mut?) Diorite, Nuovo Regno / XVIII dinastia, Amenhotep III (1388 – 1351 a.C.) Torino, Museo Egizio

Statua di Sekhmet da Tebe
Karnak Tempio di Amenhotep III conservata all’Egizio di Torino

Una grande mostra – come si diceva – in tre luoghi, Torino, Napoli e Pompei. Proprio a Pompei la seconda tappa: nella Palestra Grande, uno scenografico allestimento di Francesco Venezia riunirà dal 16 aprile sette monumentali statue con testa di leone della dea Sekhmet e la statua seduta del faraone Tutmosi III che per la prima volta escono dalle sale della collezione permanente del museo Egizio. I monoliti di granito prestati dal museo torinese marcano la centralità del culto solare: un ritorno alle origini di una secolare storia di sincretismi religiosi, in cui l’adorazione della dea Sekhmet riconduce il racconto della mostra alla fase costitutiva del cosmo e all’ordine imposto dagli dei. Il rapporto tra la divinità e il mondo, e la necessità di mantenere un equilibrio tra forze contrapposte, si manifesta attraverso una serie di rituali di cui le imponenti statue sono testimoni. Una emozionante videoinstallazione di Studio Azzurro accompagnerà l’esposizione delle opere. All’interno degli scavi verrà tracciato, inoltre, un percorso egizio a partire dal tempio di Iside, interessato da un intervento multimediale di realtà immersiva, per arrivare alle numerosissime domus che riportano motivi decorativi egittizzanti, come quella di Loreio Tiburtino.

Skyphos di ossidiana da Stabiae con scene di culto egiziano in mostra al museo Archeologico di Napoli

Skyphos di ossidiana da Stabiae con scene di culto egiziano in mostra al museo Archeologico di Napoli

Dal 28 giugno il terzo capitolo dell’esposizione al museo Archeologico nazionale di Napoli. L’inaugurazione di una nuova sezione del percorso di visita delle collezioni permanenti servirà a focalizzare l’attenzione sull’insieme di culti che, nati o arrivati dall’oriente attraverso l’Egitto, hanno trovato in Campania un terreno fertile di ricezione e diffusione nel resto d’Italia. Questo settore del museo andrà a integrare e completare la narrazione della sala in cui sono attualmente ricomposti gli arredi dell’Iseo di Pompei. Troveranno finalmente una collocazione le coppe di ossidiana da Stabia, capolavori dell’artigianato alessandrino che seppe tradurre modelli di epoca faraonica in un linguaggio apprezzatissimo e diffuso all’indomani della conquista romana dell’Egitto (31 a.C.), e i due affreschi provenienti da Ercolano con scene di cerimonie isiache, che sembrano illustrazioni del testo di Apuleio. Nell’esposizione di opere che attestano la diffusione di culti e religioni orientali (da Sabazio a Dusares a Mitra) praticate e seguite per secoli, non mancheranno i riferimenti al giudaismo, presente a Napoli, e al nascente cristianesimo. E dall’8 ottobre l’intero progetto si concluderà con la riapertura della collezione egiziana del museo di Napoli. Negli stessi spazi individuati fin dal 1864 come naturale sede delle raccolte Borgia e Picchianti, e nel totale rifacimento dell’allestimento del 1989, saranno riesposti gli oltre 1200 oggetti che fanno di quella del museo Archeologico nazionale di Napoli una delle più importanti collezioni egizie d’Italia, il cui nucleo principale si è formato prima della spedizione napoleonica. Per facilitare la lettura al pubblico il nuovo percorso è stato articolato per temi. Dopo una sala introduttiva sul formarsi della raccolta, ognuna delle cinque sale sarà dedicata a un argomento: Uomini e Faraoni, La Tomba e il Corredo Funerario, La Mummificazione, Il Mondo magico e religioso, La Scrittura, i Mestieri e l’Egitto in Campania. Un’aggiornata segnaletica, realizzata con l’università L’Orientale, completerà l’allestimento arricchito da supporti multimediali e da un percorso dedicato ai bambini.

I tesori del museo Egizio di Torino esposti per la prima volta in Germania nella mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” mentre procede il progetto del “grande museo Egizio” pronto per la primavera 2015

La mostra "Egitto. Dei, uomini e Faraoni" nelle ex fonderie di Volklingen in Germania

La mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni” nelle ex fonderie di Volklingen in Germania

I faraoni del museo Egizio di Torino “padroni” delle fonderie tedesche.  Sono 250 i capolavori del museo Egizio di Torino esposti all’interno della mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” aperta fino al 22 febbraio 2015 alle ex fonderie Völklingen Ironworks, della città di Völklingen nello stato federale del Saarland in Germania, sito dichiarato dall’Unesco Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1994. L’importante polo museale tedesco accompagnerà i suoi visitatori per 6 mesi nell’affascinante mondo dell’antico Egitto, un viaggio di circa 4mila anni alla scoperta di una delle civiltà più straordinarie e importanti dell’intera umanità, attraverso l’esposizione di alcuni tra i più celebri reperti della collezione del museo Egizio di Torino, che vanta la seconda collezione di antichità egizie del mondo nonché la più importante e ricca al di fuori dell’Egitto.

In Germania per la prima volta esposti alcuni tesori provenienti dal museo Egizio di Torino

In Germania per la prima volta esposti alcuni tesori provenienti dal museo Egizio di Torino

La città tedesca di Völklingen, poco distante dal confine con Francia e Lussemburgo, è nota per le sue storiche fonderie. Oggi questi spazi sono adibiti a eventi e mostre. Dopo le due importanti esposizioni, che hanno messo in dialogo questi spazi industriali con le grandi civiltà degli Inca e dei Celti, ecco la mostra “Egitto. Dei, uomini e Faraoni. Tesori del Museo Egizio di Torino” che presenta divinità, uomini e faraoni dell’Antico Egitto, attraverso le collezioni del Museo Egizio di Torino. Dall’istituzione sabauda arriverà infatti la parte più ampia dei reperti esposti, ben 250, che approderanno per la prima volta nei territori della Grande Regione tedesca. “Assicurare i tesori egizi ha comportato cifre da capogiro”, confessano gli organizzatori comunque fermamente convinti che l’opportunità di vederli esposti in un uno spazio simile sia impagabile. La mostra è stata realizzata con il contributo della soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Potranno essere ammirati tra gli altri gli splendidi sarcofagi lignei risalenti al Terzo Periodo Intermedio e una statua monumentale della dea Sekhmet del Nuovo Regno. “Così alle ex fonderie di Völklingen”, spiega Meinrad Maria Grewenig, direttore generale del sito Unesco di Völklingen: “due capitoli della storia umana, come l’industrializzazione e la civiltà dell’antico Egitto, si incontrano in un luogo unico, semplicemente incomparabile!”. E aggiunge: “Per celebrare il ventennale dell’iscrizione di Völklingen nella lista dei siti Unesco, è stato aperto un nuovo e più confortevole Visitor Center che offre un mix di informazioni audio e tecnologia spettacolare in un’atmosfera particolare che ne fa un’esperienza straordinaria. Inoltre – conclude-, proponiamo anche la mostra “25 anni dalla riunificazione tedesca” con le 40 fotografie chiave del celebre fotografo Helmut R. Schulze sulla riunificazione delle due Germanie dopo la caduta del muro di Berlino”.

Il nuovo allestimento negli spazi ipogei del museo Egizio di Torino

Il nuovo allestimento negli spazi ipogei del museo Egizio di Torino

Verso il nuovo museo Egizio 2015. Mentre un consistente nucleo di tesori dell’istituzione sabauda sono in Germania, il museo Egizio di Torino è al centro di un grande progetto di trasformazione il cui termine dei lavori è fissato per i primi mesi del 2015 (si parla di aprile 2015, cioè un mese prima dell’inaugurazione di Expo Milano). Nonostante il cantiere, il museo è comunque sempre aperto al pubblico. Da quasi un anno, con l’apertura al pubblico dei nuovi ambienti ipogei e l’inaugurazione di un allestimento temporaneo di grande suggestione, pensato per valorizzare un migliaio di reperti tra i più rappresentativi della collezione museale, è attivo un nuovo percorso museale dal titolo “Immortali. L’Arte e i Saperi degli antichi Egizi”: è in questo nuovo spazio ipogeo che si descrive la varietà e la ricchezza tecnica ed artistica raggiunta dagli Egizi per soddisfare i vari aspetti della loro vita quotidiana e religiosa.

 

“Il vino nell’antico Egitto. Il passato nel bicchiere”: in mostra ad Alba per la prima volta la mummia di Merano

Un calice a forma di fiore di loto risalente al Nuovo Regno esposto ad Alba

Un calice a forma di fiore di loto risalente al Nuovo Regno esposto ad Alba

Al via la mostra ‘Il vino nell’Antico Egitto. Il passato nel bicchiere” approfondisce un tema inedito: l’uso e la diffusione del vino nell’Antico Egitto, tema che unisce la cultura egizia a quella della nostra penisola. L’esposizione, ideata e curata da Sabina Malgora – archeologa ed egittologa – è ospitata nella chiesa di San Domenico ad Alba (Cuneo) dal 22 marzo al 19 maggio e offre al pubblico un percorso articolato in cui si ammirano reperti archeologici dal 2686 a.C., la riproduzione in scala reale di una tomba con pitture parietali, un sarcofago con una mummia e la ricostruzione tridimensionale del suo volto, oltre a documenti fotografici. La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale Mummy  Project in collaborazione con il Comune di Alba Assessorato alla Cultura, patrocinata da Regione Piemonte e Provincia di Cuneo e sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco, Consorzio Turistico Langhe e Roero, ACA. I 50 reperti archeologici esposti risalgono al periodo compreso tra l’Antico Regno e il periodo Romano, e uniti alla documentazione fotografica, descrivono le tematiche della mostra: l’alimentazione, la viticoltura, la vinificazione, l’uso del vino nella mummificazione e la correlazione con il misticismo e le divinità.

Il sarcofago di epoca tarda proveniente dal museo di Merano

Il sarcofago di epoca tarda dal museo di Merano

Due sezioni speciali approfondiscono la storia e la cultura nell’Antico Egitto. La prima è dedicata allo studio della mummia di Epoca Tarda e al suo sarcofago, entrambi provenienti dal Museo di Merano ed esposti al pubblico per la prima volta. In esclusiva è inoltre presente la testa ricostruita a tutto tondo della mummia esposta di cui si individuano i caratteri somatici, grazie al complesso lavoro condotto in questi mesi dall’équipe  multidisciplinare italiana Mummy Project nei laboratori americani della Pennsylvania, attraverso diversi procedimenti tra cui la tomografia assiale e la microanalisi.

La tomba TT290 di Irynefer a Deir el Medina: ad Alba è riprodotta in scala 1:1

La tomba TT290 di Irynefer a Deir el Medina: ad Alba è riprodotta in scala 1:1

La seconda sezione avvicina alla vita degli antichi egizi tramite la ricostruzione in scala reale della tomba TT290 di Irynefer con volta a botte (m. 5,10×2,20×2,10), il cui originale si trova a Deir el Medina nel villaggio dove vivevano coloro che costruivano le tombe nella valle dei Re e delle Regine. All’entrata è raffigurato il dio Anubi in forma di sciacallo che protegge l’ingresso e sulle pareti si osservano diverse scene didascaliche tra cui “la confessione negativa” fatta dal defunto alla presenza di 42 divinità, che formano il tribunale divino presieduto da Osiride, per poter essere ammesso nell’aldilà.

Tralci di vite nelle raffigurazioni della tomba di Nakht nella necropoli tebana di Sheikh Abd el Qurna

Tralci di vite nelle raffigurazioni della tomba di Nakht nella necropoli tebana di Sheikh Abd el Qurna

Significative sono le fotografie scattate in Egitto appositamente per l’esposizione, alcune delle quali ritraggono le rappresentazioni parietali della tomba di Nakht, TT52 della necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna e raffigurano in modo dettagliato momenti di vita legati alla lavorazione della terra; in particolare la raccolta dell’uva e la spremitura, la conservazione del vino nelle anfore e la preparazione di un banchetto con grappoli offerti al defunto.

L'imponente statua in quarzo-diorite della dea Sekhmet dal museo egizio di Firenze

L’imponente statua in quarzo-diorite della dea Sekhmet dal museo egizio di Firenze

Il vino, elemento simbolico in ambito religioso, era annoverato fra i doni dei corredi funebri, come viene illustrato nella Stele di Senbi (Medio Regno, XII dinastia) presente in mostra. Tra gli oggetti legati al vino come simbolo di rinascita è esposta la statuetta in bronzo del dio Osiride che rinasce dopo la morte e l’imponente scultura di tre metri in quarzo-diorite raffigurante la dea Sekhmet con la testa di leonessa, il cui nome significa “la potente”. Curiosi sono, inoltre, gli elementi per collare “usekh” in fayence, che, portati da uomini e donne, erano tra gli ornamenti personali più diffusi in Egitto; la loro forma a “grappolo d’uva” si ritrova anche in lunghe file di inserti parietali di palazzi e templi, come motivo decorativo a simboleggiare la rigenerazione. In mostra spiccano inoltre una serie di anfore rivestite internamente da materiale impermeabilizzante per conservare il vino, con forme diverse a seconda delle fasi di fermentazione e di invecchiamento.

La piccola tomba di Irynefer ricostruita in scala 1:1 ad Alba

La piccola tomba di Irynefer ricostruita in scala 1:1 ad Alba

I reperti esposti provengono da tre importanti musei italiani, il Museo Egizio di Torino, secondo di importanza mondiale dopo il Museo Egizio del Cairo, il Museo di Merano e il Museo archeologico nazionale di Firenze. La mostra, con aperture anche serali, si inserisce nel ricco calendario di eventi che caratterizzeranno la primavera di Alba ed è arricchita da eventi collaterali, degustazioni, conferenze, serate di poesia, performance di teatro danza e concerti. Accompagna l’evento un corposo catalogo edito da Ananke edizioni con testo critico di Sabina Malgora e saggi di importanti studiosi internazionali: Federico Bottigliengo, Alida Dell’Anna, Jonathan Elias, Maria Rosa Guasch-Jané, Maria Cristina Guidotti, Edoardo Guzzon, Patrick McGovern, Gilberto Modonesi, Marco Mozzone, Poo Mu-Chou, Dominic Rathbone.