Padova. Ai musei Eremitani la conferenza “Un legame inaspettato tra Padova, Venezia…e il giovane Pigorini studioso di numismatica” con Michele Asolati (unipd), quinto appuntamento del ciclo “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)” a cura di Michele Cupitò e Silvia Paltineri (unipd). E a Palazzo Zuckermann la mostra “Medaglie incomparabili…di…sublime antichità” curata da Asolati
Giovedì 13 novembre 2025, alle 17.30, in sala del Romanino, ai Musei Eremitani di Padova, la conferenza “Un legame inaspettato tra Padova, Venezia…e il giovane Pigorini studioso di numismatica” con Michele Asolati, numismatico del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, quinto appuntamento del ciclo di conferenze “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)”, organizzato dalle cattedre di Preistoria e Protostoria ed Etruscologia e antichità italiche, del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova, in collaborazione con il Comune e i Musei Civici di Padova e con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.
Luigi Pigorini è stato il padre fondatore della Paletnologia in Italia tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del XX secolo, guadagnandosi in questo modo fama internazionale e anche la nomina a Senatore del Regno nel 1912. “Meno noto”, spiega Asolati, “è il fatto che, accanto agli studi preistorici, in giovane età aveva coltivato un vivo interesse anche in campo numismatico. Tale interesse era indirizzato sia alle serie antiche, in particolare romane, sia soprattutto verso la moneta moderna di produzione emiliana, specie della famiglia Farnese. Esito di questa attenzione dedicata alla moneta e ad altre categorie di manufatti di interesse numismatico, quali per esempio i sigilli, sono state numerose pubblicazioni monografiche e su riviste italiane, date alle stampe soprattutto durante il periodo in cui fu direttore del regio museo d’Antichità di Parma che conservava una ricca collezione di monete antiche, medievali e moderne. Non a caso il Catalogo generale del regio museo d’Antichità di Parma, del quale Pigorini pubblicò innanzi tutto nel 1868 l’Appendice I, esordisce proprio con il repertorio delle monete italiane: la recensione del volume, apparsa sul Bullettino di Numismatica Italiana edito nel giugno del 1868, plaude all’Egregio Conservatore del R. Museo d’antichità di Parma, il sig. D. L. Pigorini, già noto come valente nummografo, e al Catalogo stesso, terminando con l’augurio che l’egregio signor Dott. Luigi Pigorini trovi degli imitatori negli altri Conservatori dei Musei Nazionali”.

Monete conservate nel Medagliere del museo Archeologico dii Parma, nel Complesso della Pilotta (foto complesso pilotta)
“I suoi lavori in questo campo e la sua funzione al museo di Parma”, continua Asolati, “gli permisero di prendere e coltivare contatti con molti dei più importanti studiosi italiani della moneta antica e post-antica, contatti dei quali si conserva traccia nell’epistolario conservato presso il Fondo Pigorini dell’università di Padova, nonché in molti altri epistolari dei suoi corrispondenti. Proprio da questa documentazione emerge come Pigorini abbia avuto relazioni significative anche con l’ambiente dei numismatici veneti, specie veneziano e padovano. A Venezia fu in contatto con Vincenzo Lazari, direttore del museo Correr e notissimo studioso di moneta veneziana e italiana in genere, mentre a Padova fu in relazione epistolare con la dirigenza dell’allora neonato museo Bottacin, una istituzione civica con una spiccata vocazione numismatica. Conobbe in questo modo sia il fondatore del Museo, Nicola Bottacin, sia il primo conservatore, Carlo Kunz. Tale legame con il museo Bottacin ha ancora oggi un riscontro materiale che va oltre lo scambio epistolare, perché Pigorini, secondo il costume dell’epoca, cedette a questo istituto molte monete romane repubblicane e medievali e moderne di zecche italiane del museo d’Antichità di Parma. Di queste è possibile rintracciare ancora oggi la connessione con il Pigorini numismatico grazie ai registri e agli inventari del museo Bottacin di Padova. Per questo motivo – conclude Asolani – una parte è di questi esemplari è stata esposta alla mostra dedicata al collezionismo numismatico padovano, intitolata “Medaglie incomparabili…di…sublime antichità. La cultura della moneta antica a Padova tra Cinquecento e Novecento” (Padova, Palazzo Zuckermann, 26 settembre-16 novembre 2025)”.
Mostra “Medaglie incomparabili…di…sublime antichità. La cultura della moneta antica a Padova tra Cinquecento e Novecento”. Da uno straordinario tesoro antico disperso al collezionismo numismatico del XIV secolo, fino alle collezioni che ancora oggi alimentano e rendono preziose le raccolte delle istituzioni cittadine. È forte il legame di Padova con il mondo della moneta antica. Ed oggi a testimoniarlo, portando alla luce anche preziosi documenti e reperti inediti, sono tre pilastri culturali della città: il Comune di Padova con i Musei civici, l’università di Padova con il dipartimento dei Beni culturali e la Biblioteca del Seminario vescovile di Padova. Insieme presentano la mostra “Medaglie incomparabili…di…sublime antichità. La cultura della moneta antica a Padova tra Cinquecento e Novecento”, realizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. L’esposizione, ospitata a Palazzo Zuckermann fino al 16 novembre 2025, propone di ripercorrere la tradizione numismatica del territorio illustrando con monete, medaglie, coni, manoscritti, fotografie e libri a stampa, non solo le collezioni ancora oggi presenti a Padova, ma anche il rapporto con la cultura padovana e veneta, ancora oggi radicata e vitale.
Padova. Ai Musei Eremitani la conferenza “La preistoria e la protostoria a Padova ai tempi di Pigorini: dal Paleolitico all’Età del Bronzo” con Michele Cupitò (unipd), terzo appuntamento del ciclo “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)” a cura di Michele Cupitò e Silvia Paltineri (unipd)
Martedì 3 giugno 2025, alle 17.30, in sala del Romanino, ai Musei Eremitani di Padova, la conferenza “La preistoria e la protostoria a Padova ai tempi di Pigorini: dal Paleolitico all’Età del Bronzo” con Michele Cupitò, archeologo del dipartimento dei Beni culturali dell’università di Padova, terzo appuntamento del ciclo di conferenze “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)”, organizzato dalle cattedre di Preistoria e Protostoria ed Etruscologia e antichità italiche, del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova, in collaborazione con il Comune e i Musei Civici di Padova e con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.
La conferenza mira a delineare la particolare traiettoria di sviluppo che lo studio della preistoria e della protostoria seguì a Padova tra gli anni ’60 dell’‘800 e i primi anni ‘20 del ‘900, focalizzandosi soprattutto sul ruolo che in questo processo ebbero da un lato l’Università, dall’altro il Museo Civico. “Se, infatti, il primo interesse per le più remote fasi della storia dell’uomo nel territorio si deve alla figura di Pietro Paolo Martinati, fondatore della paletnologia veronese ma strettamente legato a Padova per ragioni di carattere familiare”, spiega il prof. Cupitò, “fu solo con Giovanni Canestrini, insigne naturalista, protagonista delle prime, pionieristiche ricerche sulle terramare dell’Emilia e primo traduttore di Darwin in Italia, che, a partire dal 1869, la nuova scienza ebbe spazio nell’ambiente accademico patavino. L’attività di Canestrini a Padova, tuttavia, non si concretizzò, come negli anni modenesi, in ricerche sul campo, ma, attraverso la creazione di una collezione didattica di reperti pre-protostorici, ebbe il chiaro obiettivo di includere organicamente anche lo studio dell’antichità dell’uomo nel percorso formativo degli studenti di Scienze naturali.
“La prematura morte di Martinati e la scelta di Canestrini di puntare sulla didattica e di concentrarsi, per quel che riguarda le ricerche innovative, essenzialmente su quella che oggi chiamiamo archeozoologia – sottolinea Cupitò -, è forse la ragione principale del notevole ritardo con cui Padova si affacciò sul palcoscenico della paletnologia militante. Fu infatti solo nel 1885-1886 che, grazie all’interesse e al sostegno economico del Museo Civico, Federico Cordenons, studioso di formazione né archeologica, né naturalistica, ma ottimo conoscitore della letteratura paletnologica contemporanea – e, in primo luogo, delle opere di Paolo Lioy, scopritore fin dai primi anni ’60 delle palafitte di Fimon, sui Berici, e di altri siti preistorici vicentini –, intraprese un sistematico lavoro di ricognizione sui Colli Euganei; lavoro che portò all’identificazione dei primi siti preistorici e protostorici di questo territorio e allo scavo di quelli che ancora oggi sono due contesti chiave per l’età del Bronzo dell’Italia settentrionale, cioè la palafitta del Lago della Costa di Arquà e il sito di Marendole.
“La metodologia di ricerca e le riflessioni interpretative di Cordenons non possono essere certo annoverate tra i prodotti migliori della letteratura paletnologica dell’epoca e, non a caso, le urbane ma aspre critiche di Luigi Pigorini non tardarono a manifestarsi. È tuttavia senz’altro in Cordenons – il quale, tra l’altro, con gli inizi del ‘900, grazie probabilmente al magistero di Gherardo Ghirardini, migliorò decisamente il suo approccio alla pre-protostoria – che dobbiamo riconoscere il padre della paletnologia patavina. Una paletnologia – conclude Cupitò – che, tuttavia, nonostante l’interesse mostrato per la materia anche da Enrico Tedeschi, successore di Canestrini come docente di Antropologia all’Università, non ebbe statuto di disciplina accademica fino al 1925 – anno di morte di Pigorini, casualmente –, allorquando un giovane Raffaello Battaglia tenne il primo corso di Paletnografia. Ma questa è un’altra pagina della storia”.
Padova. Ai Musei Eremitani la conferenza “Pigorini e le ‘selci strane’ di Breonio” con Massimo Tarantini (Sabap Firenze), secondo appuntamento del ciclo “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)” a cura di Michele Cupitò e Silvia Paltineri (unipd)
Martedì 6 maggio 2025, alle 17.30, in sala del Romanino, ai Musei Eremitani di Padova, la conferenza “Pigorini e le selci strane di Breonio (Verona). Una storia di falsi nell’archeologia preistorica della fine dell’800” con Massimo Tarantini, archeologo della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e per le province di Prato e Pistoia, secondo appuntamento del ciclo di conferenze “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)”, organizzato dalle cattedre di Preistoria e Protostoria ed Etruscologia e antichità italiche, del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova, in collaborazione con il Comune e i Musei Civici di Padova e con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Tarantini, uno dei principali studiosi italiani di storia della Paletnologia, il cui contributo principale in questo senso è il volume del 2012, “La nascita della paletnologia in Italia (1860-1877)”, edito dall’Insegna del Giglio, parlerà della nascita dell’archeologia preistorica e protostorica in Italia al terzo quarto dell’Ottocento.
“Si trattò di un fenomeno intellettuale di grande rilevanza”, anticipa Tarantini, “che contribuì in modo decisivo a mettere in crisi la visione tradizionale sulle origini e la più antica storia dell’uomo. Non stupisce dunque che questi studi siano stati allora oggetto di accese polemiche e di un’attenzione diffusa. In questo contesto fiorì anche un vero e proprio mercato di oggetti preistorici e, con esso, la produzione di falsi che trassero talora in inganno gli stessi studiosi e suscitarono vivaci controversie. Tra queste, una delle più intense e durature fu quella che interessò le cosiddette ‘selci strane’ rinvenute da Stefano De Stefani sui Monti Lessini, e in particolare a Breonio. La controversia scoppiò nel 1885 e coinvolse due tra i maggiori protagonisti dell’archeologia preistorica europea, il francese Gabriel de Mortillet e il nostro Luigi Pigorini. Ripercorrere questa controversia attraverso gli articoli scientifici e le corrispondenze private offre una prospettiva privilegiata per osservare una disciplina all’epoca ancora in costruzione, illuminando questioni che erano (e spesso sono ancora) al centro della pratica scientifica: la presenza degli archeologi sul campo, il valore dei disegni dei materiali archeologici, la serialità della produzione materiale preistorica, le modalità di discussione e amministrazione delle prove scientifiche, il ruolo del nazionalismo e il valore di classificazioni universali. Discutere di Breonio, in sintesi, significa discutere dei modi in cui l’archeologia preistorica si è definita come scienza”.
Padova. Al via il ciclo di conferenze “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)”, in programma tra aprile e dicembre 2025 allo Stabilimento Pedrocchi e ai Musei Eremitani. Aprono i promotori Michele Cupitò e Silvia Paltineri del DBC dell’università di Padova

Al via martedì 8 aprile 2025 a Padova il ciclo di conferenze “Padova per l’archeologia preistorica e protostorica a 100 anni dalla morte di Luigi Pigorini (1925-2025)”, organizzato dalle cattedre di Preistoria e Protostoria ed Etruscologia e antichità italiche, del dipartimento di Beni culturali dell’università di Padova, in collaborazione con il Comune e i Musei Civici di Padova e con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, in programma tra aprile e dicembre 2025 allo Stabilimento Pedrocchi e ai Musei Eremitani di Padova.
Perché commemorare Luigi Pigorini a Padova? Nel 1923, Luigi Pigorini, fondatore dell’archeologia preistorica e protostorica italiana, lasciò Roma, dove aveva svolto la parte più importante della sua carriera scientifica, accademica e politica, e si trasferì a Padova presso il figlio Luciano, dal 1919 direttore della locale Stazione Bacologica, e ivi morì il 1° aprile 1925. Le esequie dello studioso furono un vero evento per la città e tutte le istituzioni vi parteciparono ai massimi livelli. L’Università, tuttavia, ebbe un ruolo particolare. Carlo Anti, infatti, di lì a poco Magnifico Rettore dell’Ateneo patavino, fu non solo allievo diretto di Pigorini alla Scuola di Archeologia Italiana di Roma ma, per diverso tempo, anche suo assistente al museo Preistorico ed Etnografico, al tempo ospitato presso il Collegio Romano, come responsabile delle collezioni africane. E lo stretto legame tra Pigorini e Anti è anche la ragione per la quale, dopo la morte dello studioso, gli eredi donarono il suo grande e preziosissimo archivio privato all’allora Istituto di Archeologia dell’Università (https://pigorini.beniculturali.unipd.it). Queste vicende, tutto sommato casuali, non rappresentano però l’unico legame tra Pigorini e Padova. L’intensa corrispondenza intercorsa tra lo studioso e le grandi personalità dell’archeologia preistorica e protostorica patavina della seconda metà dell’’800 e i degli inizi del ‘900 – da Giovanni Canestrini, a Gherardo Ghirardini, a Federico Cordenons – dimostra infatti che egli nutrì un profondo e costante interesse per le fasi più antiche della storia della città e del suo territorio e prova ne sia il fatto che prima stratigrafia e i primi materiali riguardanti Padova preromana – cioè quelli recuperati nel 1874 durante lo scavo delle fondazioni per il nuovo Palazzo delle Debite, progettato da Camillo Boito – furono pubblicati nel Bullettino di Paletnologia Italiana del 1877 proprio da Pigorini.
IL PROGRAMMA
8 aprile 2025, Stabilimento Pedrocchi, Sala Rossini, alle 17: saluti, Francesca Veronese, direttrice dei Musei Civici di Padova; Giovanna Valenzano, direttrice del dipartimento dei Beni culturali, università di Padova; Vincenzo Tiné, soprintendente ABAP per la Città Metropolitana di Venezia e per le Province di Belluno Padova e Treviso. Conferenza “La nascita dell’archeologia preistorica e protostorica in Italia e il ruolo di Luigi Pigorini” con Michele Cupitò e Silvia Paltineri del dipartimento dei Beni culturali, università di Padova.
6 maggio 2025, Musei Eremitani, Sala del Romanino, alle 17.30: conferenza “Pigorini e le ‘selci strane’ di Breonio (Verona). Una storia di falsi nell’archeologia preistorica della fine dell’800” con Massimo Tarantini, della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e per le province di Prato e Pistoia.
3 giugno 2025, Musei Eremitani, Sala del Romanino, alle 17.30: conferenza “La preistoria e la protostoria a Padova ai tempi di Pigorini: dal Paleolitico all’Età del Bronzo” con Michele Cupitò del dipartimento dei Beni culturali, università di Padova.
7 ottobre 2025, Musei Eremitani, Sala del Romanino, alle 17.30: conferenza “L’archeologia del Veneto preromano e del mondo italico a Padova ai tempi di Pigorini” con Silvia Paltineri del dipartimento dei Beni culturali, università di Padova.
13 novembre 2025, Musei Eremitani, Sala del Romanino, alle 17.30: conferenza “Un legame inaspettato tra Padova, Venezia… e il giovane Pigorini studioso di numismatica” con Michele Asolati del dipartimento dei Beni culturali, università di Padova.
2 dicembre 2025, Musei Eremitani, Sala del Romanino, alle 17.30: conferenza “Pigorini e la preistoria dell’Egeo: i rapporti con Heinrich Schliemann e con la Missione Archeologica Italiana a Creta” con Massimo Cultraro dell’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Catania; e Nicola Cucuzza del dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, università di Genova.

Ritratto di Luigi Pigorini ormai anziano (foto unipd)
Chi era Pigorini? Luigi Pigorini, nato a Fontanellato (Parma) il 10 gennaio 1842, può essere a buon diritto considerato il fondatore dell’archeologia preistorica e protostorica italiana. Numismatico di formazione, iniziò giovanissimo la sua attività scientifica sotto la guida di Pellegrino Strobel, insigne geologo e naturalista parmense, e, in pochi anni, grazie alle sue straordinarie capacità tanto di studioso, quanto di organizzatore, assunse un ruolo centrale nella nascente comunità scientifica dei paletnologi italiani ed europei: fu infatti tra i principali organizzatori di due eventi chiave per l’affermazione della nuova disciplina, cioè la mostra di oggetti preistorici allestita all’interno dell’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e il V Congresso di Antropologia e Archeologia Preistoriche – fortemente voluto da Cesare Correnti, allora ministro della Pubblica istruzione – svoltosi a Bologna nel 1871. Fu tuttavia tra il 1875 e il 1877 che Pigorini, anche in virtù della comunanza di vedute con Ruggero Bonghi, nuovo ministro della Pubblica istruzione, pose le basi per la realizzazione del suo ampio e lungimirante disegno di politica culturale, disegno che, tra l’altro, identificava nella ricostruzione della più remota storia dell’Italia un passaggio fondamentale anche per il consolidamento della nuova coscienza nazionale.

Una rara immagine del museo Preistorico ed Etnografico ospitato al Collegio Romano (foto archivio muciv)
Nel 1875, infatti, assieme a Strobel e a Don Gaetano Chierici, altra figura determinate per l’affermazione della pre-protostoria in Italia, fondò il Bullettino di Paletnologia Italiana, prima rivista scientifica specializzata a livello europeo, e inaugurò, presso il Collegio Romano, il Regio Museo Preistorico ed Etnografico del quale fu direttore fino all’uscita dal ruolo; nel 1877, invece, attivò, all’università di Roma, la prima cattedra – anche in questo caso a livello europeo – di Paletnologia. La straordinaria carriera pigoriniana, svoltasi prevalentemente nella Capitale, si mosse sempre sul triplo binario della ricerca, della didattica universitaria e della musealizzazione come strumento chiave sia per la formazione dei giovani studiosi di preistoria e protostoria – e, quindi, con essi, anche i quadri universitari e ministeriali –, sia, come detto, per educare gli Italiani alla storia della Nazione. Fu membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dal 1912 Senatore del Regno e, infine, Vicepresidente del Senato.
Padova. Prorogata di un mese la grande mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”: 150 opere da tutta Europa, disegni e racconti per conoscere la vita, la storia e l’Egitto di un personaggio sui generis, il padovano Giovanni Battista Belzoni, esploratore, attore, ingegnere esperto di idraulica, scopritore dei templi di Abu Simbel, della tomba di Seti I, dell’accesso alla piramide di Chefren

La locandina della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova fino al 28 giugno 2020: prorogata al 26 luglio 2020
Un altro mese, ancora un altro mese per una full immersion nell’Antico Egitto sulle orme del padovano Giovanni Battista Belzoni. La grande mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” curata da Francesca Veronese e da Claudia Gambino, con la quale la sua città natale ha voluto celebrare i 200 anni dal suo ritorno dall’Egitto esponendo al Centro Culturale Altinate San Gaetano di Padova reperti originali, disegni e racconti che narrano l’epopea di questo personaggio sui generis, avrebbe dovuto chiudere il 28 giugno 2020. La mostra dedicata all’esploratore Giovanni Battista Belzoni rimarrà aperta fino al 26 luglio 2020. L’evento è promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, dal Consorzio Città d’Arte del Veneto, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e organizzata dall’agenzia di comunicazione gruppo Icat. Turisti e cittadini di Padova e Provincia hanno quindi qualche settimana in più per conoscere le gesta eroiche di un personaggio straordinario che la mostra ha contribuito a far conoscere in tutta Italia e in Europa grazie all’afflusso di persone da ogni angolo del Paese e dall’estero. Fino al 26 luglio 2020 ci sarà la possibilità di visitare la mostra al Centro Culturale Altinate San Gaetano con particolari sconti e con un’offerta pensata per tutti (famiglie, bambini, gruppi): il biglietto intero sarà a 12 euro invece che 16 euro e i ridotti (quindi i ragazzi dai 6-17 anni, gli studenti universitari dai 18 ai 25 con presentazione documento appropriato, over 65, persone disabili dai 18 anni e convenzionati) saranno a 10 euro invece che 14 euro. La mostra sarà aperta giovedì e venerdì dalle 10 alle 18, sabato e domenica dalla 10 alle 20. È possibile, inoltre, prenotare visite guidate per i gruppi in qualsiasi giorno e orario di apertura; le visite guidate per singoli o gruppi inferiori a 10 persone sono attivate ogni venerdì alle 16, sabato e domenica alle 11 e alle 17. Informazioni e prenotazioni gruppi@legittodìbelzoni.it

Francesca Veronese curatrice della mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi” a Padova (foto Graziano Tavan)
“La possibilità di prorogare di un mese la chiusura”, dichiara Andrea Colasio, assessore alla Cultura del Comune di Padova, “è un evento eccezionale, soprattutto perché non era scontato che i prestigiosi musei prestatori concedessero le loro opere. Turisti e visitatori potranno così fare esperienza ancora per qualche settimana della straordinaria vicenda umana e storica di Belzoni in un contesto di sicurezza. È anche un segno importante di ripartenza e di rinascita culturale per Padova e per tutti gli appassionati di storia e dell’Egitto”. E Claudio Capovilla, presidente di Gruppo Icat, anticipa: “Stiamo lavorando anche per ipotizzare un proseguo che coinvolga tutta la città. L’Egitto di Belzoni, infatti, è un progetto che ha vissuto in simbiosi con Padova, coinvolgendo ristoratori, aziende, istituzioni: su questo concept stiamo sviluppando delle idee che potranno prendere vita nei prossimi mesi. Pur avendo subito una chiusura prolungata, dovuta alla pandemia, la mostra è rimasta nei cuori delle persone e questo ci spinge a trovare nuovi modi per coinvolgere turisti e cittadini”.
Il padre della moderna egittologia. Un personaggio fuori dagli schemi che ha avuto il merito di far conoscere l’Egitto in Italia e in tutta Europa. Il padovano Giovanni Battista Belzoni (1778-1823) è stato esploratore, attore, ingegnere esperto di idraulica: è difficile racchiudere in una definizione una personalità esuberante che in pochi conoscono ma che ha contribuito in modo significativo a “importare” nel Vecchio Continente le meraviglie della terra dei Faraoni. Il percorso della mostra racconta la vita del “grande Belzoni” alternando sistemi di visita tradizionali, con teche e pannelli esplicativi, a momenti di grande impatto emotivo con il ricorso a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediale a effetto immersivo. Ricostruzioni ambientali e ricostruzioni evocative di oggetti di grandi dimensioni in scala reale suggeriscono l’entità delle imprese belzoniane anche dal punto di vista tecnico.
Il percorso espositivo diventa a tratti uno spazio scenico che coinvolge il visitatore in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali; uno spazio in cui l’alternarsi di passaggi stretti e labirintici, evocativi del percorrere cunicoli all’interno delle sepolture, e di spazi più ampi suscita continuamente il desiderio vedere che cosa accadrà dopo. Il percorso è arricchito da postazioni multimediali interattive, con monitor touch screen, per approfondimenti su temi specifici. Una grande mostra con la ricostruzione fedele degli ambienti grazie ad affascinanti effetti speciali e innovative tecnologie digitali. Tema i tre viaggi compiuti lungo il Nilo agli inizi dell’Ottocento, molti i preziosi reperti presenti provenienti da diversi musei italiani ed esteri, alcuni dei quali esposti per la prima volta al pubblico. Un impatto emozionale forte, rappresentato dall’immersione del visitatore negli scenari che Belzoni si ritrovò davanti ai suoi occhi, per rivivere così, in una sorta di diretta, le esplorazioni e i ritrovamenti di allora. Grazie infatti alle inedite soluzioni tecnologiche creative e multimediali proposte dal team di artisti di DrawLight, scientificamente ideate, “costruite e allestite” per veicolare messaggi ed emozioni, il pubblico si trasforma magicamente in infiniti Belzoni. Si addentra nelle straordinarie tombe, nei meravigliosi templi, nel buio delle Piramidi, lottando per le fatiche e assimilando al tempo stesso il piacere della scoperta.

Giovanni Battista Belzoni nel ritratto del pittore Vincenzo Gazzotto conservato nei musei civici di Padova (foto Graziano Tavan)
Fino agli inizi dell’Ottocento nella vecchia Europa l’Egitto e la sua cultura millenaria erano una realtà pressoché sconosciuta. Le prime, importanti conoscenze iniziarono a diffondersi con la campagna napoleonica del 1798-1801: al seguito di Napoleone era partita, infatti, anche una folta commissione di studiosi con il compito di raccogliere e censire dati sull’archeologia, la storia e la natura di quelle terre lontane e misteriose. Dati poi destinati a confluire nella poderosa Description de l’Égypte pubblicata in più volumi a partire dal 1809. Il processo era solo all’inizio. Uno straordinario avanzamento nella conoscenza di tante realtà che oggi costituiscono mete ben note dei viaggi turistici in Egitto si deve a un padovano, un personaggio tanto eccezionale e ‘fuori dagli schemi’, quanto poco ricordato: Giovanni Battista Belzoni. Nato nel borgo del Portello nel 1778, Belzoni fu uomo dall’intelligenza acuta ed esploratore infaticabile; una figura che, per lo spirito di avventura e le ‘missioni impossibili’ affrontate, ha finito con l’ispirare perfino il mondo del cinema. Non molti sanno, infatti, che George Lucas, il regista di Guerre Stellari, quando nel 1981 creò l’Indiana Jones dei Predatori dell’arca perduta, lo fece pensando proprio alla vita del padovano Belzoni. Figlio di un barbiere, Giovanni Battista fin da giovane si sentì imprigionato in un mondo dagli orizzonti troppo angusti e, sedicenne, riuscì a lasciare l’ambiente padovano per avviarsi a Roma, la città eterna. Qui intraprese la via degli studi, dedicando particolare attenzione al settore dell’idraulica.
La seconda vita: attore e uomo di spettacolo. Dopo aver vissuto a Parigi, e poi in Olanda, nel 1803 approdò in Inghilterra, dove sposò una giovane donna di Bristol, Sarah Banne, ed entrò nel mondo dello spettacolo nella compagnia teatrale di Isac Dibdin. Era infatti divenuto un uomo dall’eccezionale altezza – era un gigante alto 2 metri e 10 – che si faceva notare anche per la bellezza. Avvenenza e prestanza fisica lo portarono a perfezionare sul palcoscenico un numero di abilità, la cosiddetta ‘piramide umana’, nel corso del quale, grazie a un’apposita cintura, riusciva a tenere sulle proprie spalle ben 11 persone. In questo ruolo divenne un personaggio molto popolare e si guadagnò l’epiteto di ‘Sansone Patagonico’. Spesso poi gli spettacoli si concludevano con giochi d’acqua di sua invenzione, molto apprezzati dal pubblico. Ma di questa fase della sua vita successivamente non andò fiero.
Il primo contatto con l’Egitto. Nel 1813 intraprese un viaggio in Spagna in compagnia di Sarah e del domestico James Curtin; di qui si spostò poi in altre zone del Mediterraneo. L’anno successivo, mentre si trovava a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione utile a risolvere la siccità che affliggeva il paese. Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, sia pure con qualche disavventura iniziale, ma il progetto finì con il naufragare a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina. Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di una cultura tanto antica, quanto ancora quasi sconosciuta. In poco tempo conobbe diversi personaggi di rilievo: primo fra tutti Gian Luigi Burckhardt, studioso e noto orientalista svizzero, a cui lo legò una sincera amicizia. Conobbe poi Henry Salt, console inglese al Cairo e appassionato ricercatore di antichità, con cui i rapporti non furono sempre facili. Conobbe, infine, Bernardino Drovetti, console francese al Cairo, di origini piemontesi. Personaggio determinato, ex soldato napoleonico, anche Drovetti era un appassionato di antichità egizie. Inizialmente i rapporti tra i due furono buoni, poi finirono per guastarsi in modo irrimediabile.
Le scoperte archeologiche. Nel 1816 Belzoni decise quindi di intraprendere un viaggio lungo il Nilo, nel corso del quale rimase letteralmente abbagliato da ciò che andava vedendo. Primo a mettere piede in luoghi inesplorati, Belzoni si sottopose a sforzi fisici enormi, si adattò a vivere in condizioni estreme all’interno di tombe usate come riparo di fortuna, a soffrire il caldo, la sete e la fame. Ma il desiderio di scoprire, di comprendere e di documentare ebbe sempre il sopravvento. Al primo viaggio ne seguirono altri due, nel 1817 e nel 1818 e Sarah fu sempre al suo fianco. La sua arguzia, l’intelligenza e la forza fisica si unirono a una straordinaria capacità di dialogo con le popolazioni locali, da cui riuscì a ottenere l’aiuto necessario per compiere imprese al limite dell’impossibile. A lui si deve il trasporto del busto colossale del ‘giovane Memnone’ – in realtà Ramses II, dal peso di circa 7 tonnellate – da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, dove oggi campeggia al British Museum. A lui si deve anche il disseppellimento delle strutture templari di Abu Simbel, nella Nubia: voluti da Ramses II, i due templi, scavati nella roccia, nel corso dei secoli erano stati completamente ricoperti dalla sabbia. Dopo un lavoro estenuante, condotto a temperature al limite della sostenibilità fisica e con la riluttanza della manodopera, Belzoni riuscì ad entrare nel tempio principale il 1° agosto del 1817. Qui, sul muro settentrionale del santuario, appose la sua firma: un segnale indispensabile, vista la corsa alle antichità che si stava mettendo in moto, senza esclusione di colpi da parte dei partecipanti.

La sala dedicata alla scoperta di Abu Simbel con la sfinge a testa di falco conservata British museum di Londra (foto Graziano Tavan)
Ancora a Belzoni si deve il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File, oggetto di un’aspra contesa con Drovetti: un monumento alto quasi 7 metri, oggi esposto Kingston Lacy nel Dorset, che si rivelerà fondamentale per la decifrazione dei geroglifici. E ancora sono opera di Belzoni gli scavi nel tempio di Karnak e la scoperta di numerose tombe faraoniche nella Valle dei Re. Tra queste, la tomba Seti I, padre di Ramses II: una tomba sotterranea “grande e magnifica”, come egli stesso la definì, lunga circa 140 metri, dotata di 11 stanze, tutta rivestita di decorazioni e contente uno splendido sarcofago in alabastro. È ancora merito dell’esploratore padovano la scoperta del varco d’accesso alla piramide di Chefren, ritenuta fino ad allora impenetrabile. Dopo giorni di indagini, di osservazioni e tentativi, riuscì finalmente a capire dove scavare per entrare, per poi strisciare lungo cunicoli e corridoi fino alla camera sepolcrale. Anche qui egli pose la sua firma, a scanso di equivoci e rivendicazioni sulla scoperta: “Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818”. E a lui si deve anche la scoperta di Berenice, ricca città carovaniera affacciata sul mar Rosso, di cui nei secoli era andata perduta la memoria.

Una delle due statue colossali della dea Sekhmet donate da Belzoni alla sua Padova (foto musei civici)
Il ritorno in Europa. Alla fine del 1818 Belzoni decise di rientrare in Europa a causa di dissidi e spiacevoli incidenti con Drovetti. Nel frattempo, per amore nei confronti della sua città natale, inviò a Padova due colossali statue in diorite raffiguranti la dea leontocefala Sekhmet, rinvenute durante gli scavi nell’antica Tebe: inizialmente collocate nel Salone del Palazzo della Ragione, oggi le due statue accolgono il visitatore nella sala dedicata a Belzoni del museo Archeologico. Rientrato in Europa, nel 1819 giunse a Padova, dove venne accolto con grande festa da cittadini e notabili padovani ed entrò in amicizia con l’architetto Giuseppe Jappelli, che si lasciò forse in parte suggestionare dai racconti belzoniani sull’Egitto quando progettò la sala egizia al piano nobile del Caffè Pedrocchi. Di seguito tornò a Londra e nel 1820 pubblicò in inglese il Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, una sorta di reportage delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia da cui emergono la grande conoscenza acquisita sull’antico Egitto, ma anche osservazioni e considerazioni di notevole rilievo.
Di nuovo in Africa per scoprire le sorgenti del Niger. Divenuto un personaggio assai celebre, ma sempre inquieto e alla ricerca di nuovi orizzonti, nel 1823 decise di partire nuovamente per l’Africa. Questa volta ad attirarlo fu il versante occidentale. Molto si favoleggiava sulle sorgenti del Niger, allora sconosciute, e sulla città di Timbuctu: tutti gli esploratori che si erano addentrati lungo il corso del fiume, non avevano fatto più ritorno. Organizzata la spedizione, alla quale non prese parte la moglie Sarah, Belzoni sbarcò nel possedimento britannico di Cape Coast, con il commerciante John Houtson, il 22 novembre. Di lì, con un salvacondotto del Re del Benin, si avviò verso l’interno, ma il 3 dicembre morì a Gwato (Regno del Benin, oggi Ughoton, Nigeria), a 45 anni, in circostanze non del tutto chiare: forse un avvelenamento, ufficialmente una malattia tropicale. La notizia della sua morte arrivò in Europa 5 mesi dopo. La moglie Sarah gli sopravvisse per 47 anni e trascorse tutta la vita nel ricordo del marito, coltivandone la memoria.

La coppa d’oro di Djehuti conservata al Louvre di Parigi, già parte della collezione Droveti (foto Graziano Tavan)
A Padova reperti dal Louvre e dal Bristish Museum. La storia e le scoperte di Belzoni hanno avuto una grande eco in Europa. Prova ne è il fatto che sono esposte in prestigiosi musei a Londra e a Parigi. Dal British Museum, infatti, è arrivata a Padova una sfinge a testa di falco rinvenuta da Belzoni ad Abu Simbel: in mostra si possono vedere, accoppiati, sia il disegno che l’esploratore fece della sfinge sia il reperto vero e proprio. Dal Louvre, invece, è arrivata una coppa in oro, decorata a sbalzo, che faceva parte di un corredo funerario, e oggi parte della collezione Drovetti, il grande amico e nemico di Belzoni. Da Bristol arrivano invece alcuni disegni, realizzati a mano da Belzoni e da Alessandro Ricci, altro collega esploratore del padovano, che rappresentano le decorazioni della tomba di Seti I. Sempre appartenenti alla tomba di Seti I sono le statuette in legno da Bruxelles, mentre dalla Cambridge University Library sono in mostra alcuni disegni di Johann Ludwig Burckhardt, grande studioso e amico di Belzoni. Di Burckhardt c’è inoltre un interessante quaderno di grammatica araba, utilizzato all’epoca per comunicare con gli egiziani.
Le 150 opere esposte – fra scritti, disegni, tavole e reperti – riscostruiscono un panorama suggestivo e inedito dell’Egitto: è, appunto, l’Egitto di Belzoni, quindi quello di inizio ‘800, territorio ancora tutto da esplorare e da conoscere che è stato luogo di amicizie e collaborazioni, ma anche di dispute fra i vari archeologi e personaggi che gravitavano nell’area del Nilo. In mostra, infatti, ci saranno sia reperti che raffigurano il grande culto delle divinità in Egitto, come la statuetta di Thot in forma di Ibis o il rilievo della dea Maat, ma anche alcuni frammenti che raccontano, per esempio, la centralità della musica nella cultura egizia. Infine, le tavole e i disegni che arricchivano il Narrative scritto da Belzoni con le raffigurazioni delle sue “imprese impossibili”: una graphic novel ante litteram, che ha di fatto reso famoso nel mondo, più che in Italia, la figura di Giovanni Battista Belzoni.

Il modello della piramide di Chefren in scala 1:15 realizzato per la mostra “L’Egitto di Belzoni” (foto Icat)
Al San Gaetano la ricostruzione della piramide di Chefren. È la sorpresa finale di tutto il percorso espositivo: nel grande atrio del San Gaetano è riprodotta in scala 1 a 15 la grande piramide di Chefren, alta circa 10 metri e con base di 15 metri. Fra le principali piramidi dell’area di Giza, e all’epoca di Belzoni ritenuta ancora impenetrabile, l’esploratore riuscì, dopo lunghi giorni di tentativi, a scoprire un varco di accesso. Una volta entrato, scavando e strisciando lungo i cunicoli e i corridoi arrivò alla camera sepolcrale dove pose la sua firma: “Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818”.
Cura riparum, Archeologia e memoria del fiume Bacchiglione: giornate di studi, attività e avventure al museo archeologico del fiume Bacchiglione a Cervarese S.Croce nel Padovano

“Cura riparum”: tre giornate di studio sull’archeologia e non solo del fiume Bacchiglione a Cervarese S. Croce
Gli antichi la chiamavano “cura riparum”: era la cura in senso lato del fiume, inteso come bene e risorsa da mantenere nelle migliori condizioni perché non si risolvesse in forza distruttiva dell’ambiente e causa di dolori per la popolazione. Ancora oggi, dopo ogni alluvione, queste scene negative e queste considerazioni si ripetono e si rincorrono. Di qui il progetto “Cura riparum. Archeologia e memoria del fiume Bacchiglione”, destinato a costituire la prima fase di un più ampio percorso pluriennale di ricerca, scandito da indagini archeologiche di superficie e subacquee, tutela del paesaggio, sicurezza ambientale e valorizzazione culturale, all’interno del dibattito sulla rivitalizzazione del rapporto Uomo-Acqua. “I recenti episodi alluvionali, che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica locale e nazionale”, ricordano in soprintendenza, “costituiscono il naturale effetto di una malattia di lunga durata, contro la quale al momento non si intravvedono soluzioni definitive. L’abbandono dei fiumi e delle acque interne, legato ai profondi cambiamenti avvenuti nella società e nell’economia sporadicamente già a partire dal primo trentennio del Novecento ma esplosi in forma endemica dopo gli anni ’50, assomiglia in modo impressionante a uno dei tanti processi di scarto indotti dal consumismo. Nel caso dei fiumi, però, insieme all’oggetto liquido viene scartata un’intera civiltà, vanificando secoli di saperi costruiti proprio sul rapporto vitale tra Uomo e Acqua”.
La soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, in collaborazione con l’università degli Studi di Padova, Studio D, Ecofficina e Terra di Mezzo, e con il patrocinio della Provincia di Padova e del Comune di Cervarese S. Croce, dirige e coordina un gruppo di lavoro finalizzato alla realizzazione di una serie di giornate di studio e didattica focalizzate sul recupero della memoria del paesaggio fluviale del Bacchiglione. E c’è già un primo risultato. Dal 27 al 29 giugno, al museo Archeologico del fiume Bacchiglione (Castello di S. Martino, Cervarese S. Croce), si terrà “Cura riparum, Archeologia e memoria del fiume Bacchiglione – Giornate di studi, attività e avventure in ricordo di Nicola Galiazzo”, dedicato alla vita dell’uomo lungo il fiume, dai dati archeologici agli aspetti ambientali e storico-antropologici (info e prenotazioni: curariparum@gmail.com – evento facebook “Cura riparum”).
Le Giornate di studio e didattica sono progettate in modo da costituire l’occasione di presentare lo status quo nell’ambito dei “cantieri” di studio e ricerca legati al fiume Bacchiglione. “Il luogo altamente simbolico scelto per lo svolgimento dei lavori, l museo archeologico de fiume Bacchiglione, una sorta di roccaforte della memoria quasi in alveo, sarà la sede di sessioni multidisciplinari, fortemente incentrate sul ruolo dell’archeologia nel processo di recupero della memoria. Tuttavia, l’archeologia -intesa come ricostruzione del passato (non solo remoto) e custode della stessa memoria- è un metodo di lavoro che, con spirito e sensibilità moderni, ha necessità di essere sostenuta da una forte componente sensoriale, senza la quale trova scarso appeal all’interno della società. Si è posto dunque come valore aggiunto l’inserimento di iniziative legate alla vista (mostre), al tatto (laboratori didattici), al gusto (degustazione prodotti locali), all’olfatto e all’udito (percorsi naturalistici)”.

La sede del museo archeologico del fiume Bacchiglione dove si tengono le tre giornate del progetto “Cura riparum”
Lo “scheletro” delle giornate è infatti costituito da 4 sessioni di studio, articolate per argomenti e scansioni cronologiche. La prima sessione è dedicata alla trattazione di problematiche di interesse generale, incentrate sul ruolo propulsore dell’archeologia (subacquea e terrestre), sulla tutela del paesaggio e sicurezza ambientale, sulle prospettive politico-amministrative per una efficace gestione territoriale. Gli interventi, coordinati dalla soprintendenza, vedranno la partecipazione dei principali enti di riferimento (Regione del Veneto – Genio Civile di Padova, Consorzio di Bonifica Bacchiglione, Provincia di Padova, Comune di Cervarese S. Croce). La seconda, terza e quarta sezione sono dedicate rispettivamente all’archeologia pre-protostorica, all’archeologia romana, all’archeologia medievale e post-medievale (con appendice dedicata al tema dell’Uomo moderno e del suo rapporto con il fiume, ivi compreso il tema della promozione dei musei locali tematici). Nel programma generale sarà incastonata una mostra fotografica dedicata alle imbarcazioni tradizionali delle acque interne padovane. La domenica è dedicata alle attività sul fiume e attorno ad esso; le visite guidate al Museo saranno accompagnate da laboratori di archeologia per ragazzi, escursioni in bicicletta e/o a piedi, immersioni a scopo dimostrativo/ricreativo, percorsi in canoa. Le giornate sono scandite da pause-pranzo con rinfreschi forniti da aziende e operatori gastronomici locali e costituiscono occasione di promozione anche per il panorama degli agriturismi locali.















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