Cinquecento milioni in 6 anni per musei e parchi archeologici del Sud: musei di Napoli e Reggio Calabria. E poi fondi per Aquileia e il Colosseo. In dettaglio tutti gli interventi previsti e finanziati dal ministero
C’è tanta archeologia – soprattutto, se non esclusivamente del Sud d’Italia – nei “Grandi progetti dei Beni culturali” finanziati dal ministero: sono 570 milioni di euro, di cui 490 per il periodo 2014-2020 destinati a cinque regioni del Mezzogiorno, e 80, per il biennio 2015-2016, per il centro-Nord, anche se in realtà di “nord” c’è ben poco, poiché il Colosseo fa la parte del leone. Ma vediamo meglio nei dettagli. Il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha presentato al Consiglio superiore dei Beni culturali il piano strategico “Grandi Progetti Beni culturalì” previsto dalla legge Art Bonus. “80 milioni di euro di investimenti nel biennio 2015-2016”, ha spiegato Franceschini illustrando il Piano, “per progetti di completamento dei grandi musei nazionali di rilevante interesse culturale, così da evitare di avviare nuovi cantieri prima di aver concluso quelli in corso”. Il Piano ha ottenuto il parere favorevole all’unanimità da parte del massimo organo consultivo del ministero ed è stato adesso trasmesso per il parere alla Conferenza unificata. Si tratta di “progetti di portata nazionale e internazionale concentrati nelle regioni del centro-Nord”, ha aggiunto il ministro, “che si sommano ai 490 milioni di euro di investimenti a favore delle cinque regioni del mezzogiorno (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) previsti dal Programma Operativo Nazionale Cultura e Sviluppo in cui sono presenti, tra gli altri, gli interventi per il museo archeologico di Napoli, il museo archeologico di Reggio Calabria, la Reggia di Caserta, il Real sito di Carditello, il museo e parco archeologico di Sibari, i Castelli Svevi di Bari e Trani.

Tra le istituzioni di valenza internazionale finanziate dal ministero c’è il museo archeologico nazionale di Napoli
I grandi musei e parchi archeologici del Meridione. Il Programma Operativo Nazionale (PON) “Cultura e Sviluppo” 2014 – 2020 è destinato, come si diceva, a 5 regioni del Sud Italia (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) e ha come principale obiettivo la valorizzazione del territorio attraverso interventi di conservazione del patrimonio culturale, di potenziamento del sistema dei servizi turistici e di sostegno alla filiera imprenditoriale collegata al settore. Nel dettaglio, 360 milioni sono per la tutela e la valorizzazione dei 60 “poli” presenti nelle cinque regioni, così divisi: 55 milioni a interventi con progettazione avanzata (Campania: museo Archeologico nazionale di Napoli, Certosa di Padula, aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Stabia; Puglia: area archeologica di Manduria, complesso di S. Maria della Giustizia di Taranto; Calabria: museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, museo e parco archeologico di Sibari); 54 milioni invece saranno destinati a interventi con progettazione preliminare (Calabria: parchi archeologici di Kaulon e Scolacium; Puglia: i Castelli Svevi di Bari e Trani, l’area archeologica di Egnazia; Basilicata: museo Archeologico nazionale di Melfi, il Polo Museale del Materano, le aree archeologiche di Grumento e Metaponto; Campania: Reggia e Real Bosco di Capodimonte, parco archeologico di Velia, Reggia di Caserta e Real Sito di Carditello); 77 milioni saranno infine destinati a interventi già definiti, selezionati e finanziati nel PON ma non ancora conclusi (Campania: Palazzo Reale e Reggia di Caserta; Puglia: Castello di Carlo V a Lecce, museo nazionale Archeologico di Manfredonia, il museo Archeologico di S. Scolastica a Bari, l’ex convento di S. Antonio a Taranto, il Castello Svevo e il Complesso di S. Chiara a Bari; Calabria: castello di Carlo V a Crotone, il museo Archeologico di Locri; Sicilia: convento di S. Maria del Gesù a Ragusa). “Tra Pon e nuovi finanziamenti del piano strategico Grandi progetti”, conclude Franceschini, “si tratta di un intervento complessivo di oltre mezzo miliardo di euro da cui emerge una strategia unitaria di rafforzamento degli interventi di tutela del patrimonio e di promozione dello sviluppo della cultura in attuazione dell’articolo 9 della Costituzione. Finalmente si torna ad investire sui beni culturali”.
Investimenti al centro-Nord: Colosseo e Grandi Uffizi. Fra i 12 progetti coperti dagli 80 milioni quelli che beneficiano del maggiore stanziamento sono gli Uffizi di Firenze, con 18 milioni di euro per completare il progetto dei “Grandi Uffizi” che incrementa gli spazi espositivi del museo più visitato d’Italia, e il Colosseo, con 18,5 milioni di euro. “Grandi Uffizi” rientra nel completamento dei musei di rilevante interesse nazionale, voce sotto la quale rientrano anche i 7 milioni di euro per il Polo Reale di Torino, per la valorizzazione del circuito museale e il miglioramento della fruizione del sistema Museale del Polo Reale di Torino intervenendo sulla Cappella della Sindone, sul percorso dei Giardini reali, sul collegamento piano interrato percorso museale. Altri 7 milioni di euro vanno al museo nazionale dell’Ebraismo e della Shoah di Ferrara istituito dalla legge 17 aprile 2003 n. 91, per il suo completamento, in quanto “di eccezionale significato culturale e storico, la cui realizzazione deve essere accelerata per rispondere ad una domanda in costante crescita”; 5 milioni euro vanno al completamento del museo delle Navi di Pisa dove saranno esposte le famosissime “navi romane” finora sottratte alla pubblica fruizione per la complessità dell’intervento di restauro e allestimento. “Il completamento del Museo -specifica il Mibact- contribuisce a rafforzare il polo di attrazione di Pisa, “alleggerendo” la pressione sulla piazza dei Miracoli ed incrementando notevolmente l’attrattività della città”.
Al Nord attenzione solo per Aquileia. Il Museo di arte contemporanea di palazzo Ardinghelli all’Aquila è destinatario di 2 milioni di euro per la realizzazione di un polo per l’arte contemporanea; 1,5 milioni di euro vanno al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, per il suo restauro e valorizzazione, “a completamento di un percorso culturale di grande potenzialità e straordinaria capacità attrattiva”; 1 milione di euro è stato destinato alla villa romana di Spello, per il completamento dello scavo e l’allestimento dell’area archeologica, “rafforzando l’attrattività a livello nazionale di un’area ricca di patrimonio culturale diffuso”. I restanti fondi sono stati destinati ai Poli di attrazione a partire dal Colosseo che grazie ai 18,5 milioni euro dedicati vedrà un intervento di tutela e valorizzazione volto al ripristino dell’Arena del Colosseo “al fine di consentirne un uso sostenibile per manifestazioni di altissimo livello culturale, permettendo nel contempo ad una ‘domanda’ mondiale di fruire di una nuova esperienza di visita di straordinario valore”. 7 milioni di euro vanno poi alla Certosa di Pavia, per il suo restauro e valorizzazione, finalizzate “all’incremento della attrattività di un territorio di grandi potenzialità turistico-culturali”. Altri 7 milioni di euro sono destinati all’Arsenale Pontificio di Roma, per “realizzare un polo per l’arte contemporanea e le performance di giovani artisti italiani da destinare anche alle attività espositive della Quadriennale di Roma e creare residenze per giovani artisti italiani”. Per il Ponte degli Alpini di Bassano del Grappa, nell’anno in cui si celebrano i 100 anni dall’inizio della prima guerra mondiale, sono stati stanziati 3 milioni di euro, destinati al restauro di “un monumento di grandissimo valore culturale e storico, con rilevanti potenzialità attrattive in un territorio caratterizzato da una presenza di patrimonio diffuso”. Infine 3 milioni di euro vanno al museo archeologico dei Giganti di Mont’e Prama a Cabras, per “realizzare un polo di attrazione di rilevanza nazionale ed internazionale», prevedendo «un modello di gestione condiviso tra Mibact e enti locali”. Una scelta di obiettivi apprezzata da Giuliano Volpe «A nome del consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggisti che presiedo, esprimo grande apprezzamento e soddisfazione per la destinazione di nuove risorse che consentono alcuni interventi strategici di alto profilo, sia con il completamento di lavori in corso che finalmente vedranno la conclusione in tempi brevi sia per la realizzazione di operazioni fortemente innovative come la ricostruzione dell’arena del Colosseo o il recupero dell’arsenale pontificio o il museo dei giganti di Mont’e Prama”. E conclude: “Il consiglio superiore ringrazia il ministro Franceschini per l’impegno messo in atto tanto per questi interventi quanto per l’acquisizione di maggiori risorse anche per gli interventi “ordinari” su tutela e valorizzazione del patrimonio culturale”.
Roma. Il Colosseo avrà di nuovo l’arena, come era fino all’Ottocento. Franceschini: coi diritti Tv degli eventi si pagheranno i restauri dell’area archeologica

L’interno del Colosseo di Roma: al centro si vedono gli ambienti di servizio che erano sotto l’arena
Il Colosseo è il più importante anfiteatro romano, il più imponente monumento della Roma antica che sia giunto fino a noi, conosciuto in tutto il mondo come simbolo della città di Roma e uno dei simboli d’Italia. Giusto lasciarlo allo stato di “rudere”? È quanto si chiede e chiede il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini nel lanciare una sfida “storica”: “La copertura dell’arena del Colosseo non è più solo un’idea, la copertura si farà”. Del resto quello che oggi centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo ogni anno ammirano è in qualche modo lo “scheletro” dell’anfiteatro flavio, più noto dal Medioevo come “Colosseo”: quello che duemila anni di storia – fatti di interventi, ma anche di saccheggi, degrado, abbandono – ci hanno restituito. Eppure quando fu realizzato nel I secolo d.C. in epoca flavia (la sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 72 d.C. ed inaugurato da Tito nell’80, con ulteriori modifiche apportate durante il regno di Domiziano) l’arena ellittica (86 × 54 m) si presentava con una pavimentazione parte in muratura e parte in tavolato di legno, ricoperta da sabbia, costantemente pulita, per assorbire il sangue delle vittime dei giochi (ludi) gladiatori. Era separata dalla cavea tramite un alto podium di circa 4 metri, decorato da nicchie e marmi e protetto da una balaustra bronzea, oltre la quale erano situati i sedili di rango. Sotto l’arena erano stati realizzati ambienti di servizio (che sono quelli che oggi vediamo a cielo aperto, probabilmente in un rifacimento di III-IV secolo), articolati in un ampio passaggio centrale lungo l’asse maggiore e in dodici corridoi curvilinei, disposti simmetricamente sui due lati. Qui si trovavano i montacarichi che permettevano di far salire nell’arena i macchinari o gli animali impiegati nei giochi e che, in numero di 80, si distribuivano su quattro dei dodici corridoi.
“Ricostruiremo l’arena del Colosseo, com’è stata fino all’Ottocento. È un modo per tutelare il monumento”. Lo ha ribadito Dario Franceschini intervenendo al XIX convegno del Fai, Fondo Ambiente Italiano. Nel Colosseo, con l’arena ricostruita, ha sottolineato Franceschini si “potrebbero ospitare delle rappresentazioni adatte a quel luogo. Rappresentazioni uniche al mondo che potrebbero raccogliere una quantità di diritti televisivi sufficienti per restaurare tutta l’area archeologica centrale”. Dopo l’ok arrivato alla fine di dicembre dalla commissione paritetica Mibact- Roma Capitale, la soprintendenza archeologica di Roma sta ora lavorando concretamente alla definizione di un progetto fattibile che procede e supera le tante polemiche che accompagnarono il primo annuncio nel novembre 2014 quando Franceschini aveva lanciato l’idea sposando una suggestione dell’archeologo Daniele Manacorda.

Il Colosseo è al centro della grande area archeologica di Roma di cui sarà un polo vivo per la città
Prima del ministro, sulla questione dell’area archeologica centrale di Roma era intervenuto il presidente del consiglio superiore dei beni culturali Giuliano Volpe, a capo della commissione paritetica Mibact-Roma capitale, che si è detto contrario all’idea di trasformare l’area centrale in un grande parco archeologico: “Sarebbe visitato soprattutto dai turisti e rischierebbe di diventare un non luogo che espelle i cittadini. L’area archeologica centrale romana, che è la più grande d’Italia e non solo, deve essere un luogo vitale e vivo”. Ci vuole tutela, ha detto Volpe, e “ci vuole buona comunicazione che fronteggi la cattiva comunicazione, quella del sensazionalismo, dei misteri, della fanta-archeologia. Ci vuole un racconto che renda la complessità senza banalizzare”. Anche nella tutela, ha aggiunto il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, “bisogna evitare i conservatorismi, servono ricostruzioni, anastilosi, strumenti che aiutino la comprensione e la fruizione”. Anche la ricostruzione dell’arena del Colosseo aiuterebbe a “migliorare la comprensione e la fruizione del monumento”.
All’Arena di Verona “Archeologia in diretta”: apertura straordinaria del cantiere di scavo archeologico nell’anfiteatro. In anteprima i risultati sulla “vita” dell’Arena, dalla sua fondazione in età giulio-claudia al suo riutilizzo dal Medioevo in poi
Qualche mese fa, in uno dei sopralluoghi al cantiere aperto nelle viscere dell’Arena per la realizzazione di un nuova cabina elettrica, si era gridato alla scoperta eccezionale: l’Arena è più antica del Colosseo. “Lo scavo ha messo in luce depositi stratificati ancora ben conservati e leggibili, in grado di illustrare una pluralità di vicende di grande interesse”, era intervenuto il vicesindaco di Verona, Stefano Casali, “con reperti di straordinaria importanza per conoscere le fasi edilizie del monumento e datarne con precisione il periodo di costruzione. Di fatto – aveva esultato – siamo di fronte a ritrovamenti straordinari, che nessuno si aspettava. Ringrazio la soprintendenza per la preziosa collaborazione che permette, attraverso un confronto costruttivo e continuo con il Comune, di utilizzare e valorizzare al meglio il nostro anfiteatro”. Una notizia di per sé per nulla inedita – se si considerano le conclusioni – visto che già negli anni Sessanta del secolo scorso tutti i più autorevoli archeologi e storici dell’arte antica, dal Beschi in giù per intenderci, erano già arrivati a questa conclusione sulla base di una comparazione stilistica e strutturale del grande edificio di spettacolo veronese. In realtà la vera scoperta è che per la prima volta la datazione dell’anfiteatro ci sono riscontri archeologici precisi, trovati appunto durante lo scavo. “L’analisi dei reperti ritrovati”, aveva spiegato il soprintendente ai Beni archeologici del Veneto, Vincenzo Tiné, “rappresenta un’opportunità unica per conoscere le fasi edilizie del monumento e le sue vicende con approccio scientifico; il rinvenimento di un sesterzio di bronzo dell’epoca dell’imperatore Claudio, consente di datare la costruzione dell’Arena intorno agli anni 41-42 d.C., confermandone l’antecedenza rispetto al Colosseo, costruito dalla dinastia dei Flavi”.
La campagna di scavi archeologici attualmente in corso ha aperto un doppio fronte di studi che riguardano da una parte, attraverso la stratigrafia, la fruizione dell’Arena in età medioevale e risorgimentale, dall’altra il momento costruttivo dell’anfiteatro stesso. Tra i reperti rinvenuti, oltre alla moneta datante, anche oggetti di uso quotidiano come il manico di un ventaglio, i resti di un pettine in osso, una piccola anfora usata per i rituali augurali in occasione dell’avvio di un cantiere, riconducibile alla prima metà del I secolo d.C. E ora, eccezionalmente, dal 9 al 19 giugno, grazie alla collaborazione della soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto e del Comune di Verona – direzione Musei e coordinamento Edilizia Monumentale – i visitatori dell’anfiteatro avranno la possibilità di osservare il lavoro in corso all’arcovolo 58 e di essere accompagnati alla visita di alcuni reperti dagli stessi archeologi impegnati nello scavo. La proiezione di un video sarà d’ausilio ai visitatori nel ricostruire sia i momenti di attività nel cantiere, sia i contesti archeologici rinvenuti nel corso delle indagini.
“Le indagini di archeologia preventiva nell’Arena di Verona, iniziate alcuni mesi fa per la realizzazione della nuova cabina elettrica dell’anfiteatro e ancora in corso”, spiega Brunella Bruno, direttore del nucleo operativo di Verona della soprintendenza archeologica veneta, “hanno fornito importanti informazioni sulle vicende strutturali e sull’uso del monumento, a partire dalla fase di fondazione – da collegare all’età dell’imperatore Claudio – fino ai secoli del Medioevo e della prima età moderna”. Le indagini archeologiche si sono concentrate negli arcovoli 58, 59 e 60. “I contesti emersi nello scavo”, continua Bruno, “hanno rivelato che tali spazi furono frequentati e utilizzati, nelle diverse fasi storiche, per finalità diverse: essi divennero zone insediative, ospitarono impianti produttivo-artigianali e spazi funerari, alternando, in alcuni momenti, un uso come immondezzai e discariche di materiali edili”. A dare concretezza alla sequenza stratigrafica il ritrovamento di una significativa quantità di reperti che ne illustrano i principali momenti: particolarmente interessante risulta la fase dell’occupazione tardo antica del monumento grazie anche alla recente scoperta di diverse centinaia di monete di IV e V secolo nell’arcovolo 58, attualmente in corso di scavo.
“È importante precisare per quanti appassionati approfitteranno dii questa apertura straordinaria”, sottolinea Bruno, “che si tratta di work in progress: i reperti, infatti, non sono stati assemblati né restaurati e i dati che si presentano, in anteprima, necessitano di essere ancora attentamente elaborati e studiati. Numerosi sono quindi i problemi e gli interrogativi sulle evidenze archeologiche venute alla luce e come tali verranno presentati ai visitatori dagli archeologi protagonisti delle indagini sul campo”. E questa è proprio la novità dell’archeologia in diretta: capire anche come gli archeologi elaborino le varie ipotesi, seguendo lo sviluppo dello scavo e lo studio dei reperti. “Un’occasione unica”, conclude Bruno, “per vivere un’esperienza ravvicinata al cantiere archeologico nel monumento più noto della città e per sottolineare come i lavori e le trasformazioni edilizie possano diventare, grazie alle buone pratiche dell’archeologia preventiva, un’opportunità per accrescere la conoscenza storica”.
La visita al cantiere di scavo e all’esposizione di materiali avverrà tutti i giorni dal 9 al 19 giugno dalle 14 alle 17. L’apertura ufficiale di “Archeologia in diretta” è fissata per il 9 giugno all’arcovolo 60 dell’Arena, alla presenza delle autorità.Tasti di scelta rapida del sito:
Al Colosseo “La biblioteca infinita”: ricostruiti I luoghi del sapere nel mondo greco-romano. Presentate le scoperte fatte a Roma al tempio della Pace ai Fori Imperiali, e agli “auditoria” di Adriano
Quando, nel mondo antico, si parla di biblioteche, il pensiero corre subito a quella più famosa di tutte, la Biblioteca di Alessandria, che nell’immaginario collettivo è “la” biblioteca. Ma nel mondo greco-romano la lettura era presente e più diffusa di quel che si possa pensare. Di qui l’esistenza di luoghi deputati alla conservazione dei volumi (cioè i rotoli con i testi su pergamena o papiro: in latino “volumen” significa proprio rotolo) e luoghi deputati alla loro lettura, come gli “auditoria” dove si leggevano testi a voce alta: oggi diremmo ambienti riservati al “reading”. Proprio la scoperta degli “auditoria” di Adriano in piazza Madonna di Loreto a Roma nel 2008, durante gli scavi preventivi alla costruzione della linea C della metropolitana, nonché l’esigenza di dare una lettura organica ai risultati delle indagini archeologiche finora eseguite, e tuttora in corso, nel “templum Pacis”, lungo via dei Fori Imperiali, considerato una delle meraviglie di Roma, scavi che hanno restituito inediti reperti, hanno fatto nascere l’idea della mostra “La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico” allestita fino al 5 ottobre nel più famoso monumento del mondo antico, il Colosseo. Nei suggestivi ambulacri dell’anfiteatro flavio 120 opere tra statue, affreschi, rilievi, strumenti e supporti di scrittura, alcune delle quali – come quelle provenienti dal “templum Pacis” – presentate per la prima volta, raccontano l’evoluzione del libro e della lettura nel mondo greco-romano dall’età ellenistica al tardo antico, ma descrivono anche i luoghi pubblici e privati dove si scambiava e si custodiva il sapere. Così, per l’occasione, i monumentali ambulacri del Colosseo sono stati “rivestiti” di “armaria”, le antiche scaffalature, e di immagini degli spazi dedicati alla cultura in un inedito allestimento scenografico.

Gli “armaria”, le scaffalature delle biblioteche greco-romane, ricostruite negli ambulacri del Colosseo
Dopo “Roma caput mundi, una città tra dominio e integrazione” (2012) e “Costantino 313 d.C.” (2013), la rassegna prosegue, idealmente, il viaggio alla scoperta della cultura ellenistica e romana. In questo caso, spiegano i curatori Roberto Meneghini e Rossella Rea, “l’idea di indagare i luoghi del sapere a Roma e nei territori di cultura ellenistica conquistati dai romani è nata da due fattori contingenti: la scoperta a Roma, a partire dal 2008, degli “Auditoria” di Adriano a piazza Madonna di Loreto, e l’esigenza di ricomporre in un contesto unitario i risultati delle indagini archeologiche finora eseguite, e tuttora in corso, nel templum Pacis”. L’evento è promosso dalla soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e dalla soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Electa, superando di fatto l’incredibile situazione gestionale dei Fori di Roma, divisi tra le due amministrazioni, statale e comunale.

Al Colosseo la mostra “La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico” fino al 5 ottobre
La mostra “La biblioteca infinita. I luoghi del sapere nel mondo antico” riprende nel titolo una definizione cara allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, che nei suoi testi “La biblioteca di Babele” e “Del culto dei libri”, definisce la biblioteca “interminabile”, “illimitata” e “infinita”. “Tutte definizioni – spiegano i curatori – che sottendono un unico concetto: la biblioteca è la sede della cultura e, in quanto tale, non ha limiti perché coincide con l’universo, dunque ciò che caratterizza la cultura è la sua universalità”. La rassegna propone dunque 120 lavori, fra statue, affreschi, rilievi, strumenti e supporti di scrittura, inseriti in un allestimento scenografico che ricostruisce le antiche scaffalature delle biblioteche, le cosiddette “armaria”. Fra le opere più significative esposte negli ambulacri del Colosseo, la statuetta in avorio di Settimio Severo seduto in adlocutio, conservata al museo nazionale Romano e portata al Colosseo solo per l’inaugurazione della mostra; l’affresco con instrumentum scriptorium da Pompei (Casa di Marco Lucrezio, 45–79 d.C), oggi al museo archeologico di Napoli; e la statua di Areté (la Virtù) dalla Biblioteca di Celso ad Efeso (II secolo), proveniente dal Kunsthistorisches museum di Vienna. Ma anche gli affreschi inediti che un tempo decoravano il teatro di Nemi con gli “strumenti del mestiere”, e perfino alcuni testi che risultano leggibili, e adesso si tenterà di tradurre. E poi gli affreschi pompeiani, i busti di filosofi, letterati e imperatori, le piccole teste in avorio che riproducono Settimio Severo e di Giuliano l’Apostata, con la funzione di segnalibro negli scaffali di rotoli in papiro del “templum Pacis”. Edificato vicino ai Fori di Cesare e Augusto nel 70 d.C. dall’imperatore Vespasiano, dopo le terribili guerre civili, il “templum Pacis” fu un santuario dedicato alla pace, ma anche un centro di cultura con un’importante raccolta d’arte greca e romana e con la “bibliotheca Pacis”, attorno alla quale orbitarono numerosi intellettuali. “Si tratta di capolavori di arte antica – spiega la curatrice Rossella Rea – soprattutto il piccolo ritratto dell’imperatore, presente nella biblioteca del Tempio della Pace in qualità di scrittore”. Quel luogo del sapere venne distrutto da un incendio (ma lo splendido monumento venne fatto ricostruire), le tracce del quale sono ancora ben visibili sulla bellissima statuetta. “Il reperto – continua Rea – è troppo prezioso e delicato. Per questo dopo l’inaugurazione è tornato nel caveau climatizzato che lo protegge, per essere sostituito da una copia. La nostra speranza è comunque che, dal momento che le ricerche proseguono lungo la via dei Fori Imperiali, riemergano altri reperti di questa qualità”. Cantieri aperti anche a piazza della Madonna di Loreto, dove sono venuti alla luce gli “auditoria” di Adriano: “Fra poco dovrebbe cominciare il restauro – aggiunge Rea-, per fortuna la zona regge bene la pioggia e inoltre la Metropolitana non impatta. La costruzione si potrà ammirare dall’esterno, mentre gli interni si potranno visitare in piccoli gruppi e naturalmente su prenotazione”.
Il percorso della mostra si snoda in sette sezioni: La lettura nel mondo antico; Come leggevano gli antichi; Le biblioteche ellenistiche, centri di cultura e di trasmissione del sapere; Le biblioteche private nel mondo romano: l’esempio della Villa dei Papiri; Le biblioteche pubbliche; Il Templum Pacis e Le biblioteche dal mondo antico al mondo moderno. L’excursus storico della mostra parte dunque dal periodo ellenistico documentando le grandi biblioteche dell’antichità, prima fra tutte quella di Alessandria d’Egitto, edificata nel III secolo a.C, la più famosa e vasta con 490mila volumi. La Biblioteca di Pergamo, sua rivale, dovette subire da Tolomeo V una sorta di embargo. Il faraone vietò infatti l’esportazione di papiro per arginarne la concorrenza, ma Pergamo rispose con l’invenzione della pergamena (fogli ricavati dalla pelle di pecora). La narrazione proposta in mostra è vivace, e si sviluppa fra numerosi reperti che testimoniano l’importanza di preservare la memoria, filosofica e scientifica, attraverso la creazione di testi, da custodire all’interno di luoghi protetti, come appunto gli “auditoria”, sale destinate all’ascolto di pubbliche letture (recitationes), compiute rigorosamente ad alta voce. La rassegna illustra anche i templi e i santuari romani che cominciarono a ospitare i centri del sapere, “luoghi tutt’altro che silenziosi – conclude Rea – fatti di scambi, di dibattiti, veri centri polifunzionali per ammirare l’arte, ascoltare la musica, il teatro e la lettura”. A raccontarlo gli affreschi di Nemi, quelli pompeiani, marmi e bronzi dai maggiori musei.
Scoperto a Spalato l’anfiteatro di Diocleziano
L’anfiteatro di Diocleziano a Spalato c’è. Ma per ora resta sotto terra, in attesa di tempi migliori e di finanziamenti certi. Per anni gli archeologi lo avevano detto: Spalato (la città eletta dall’imperatore Diocleziano come sede del suo tetrarcato e dimora – dopo aver abdicato nel 305 d.C. – per trascorrervi l’ultima parte della sua vita, e dove morì nel 311 d.C.) non poteva non avere un anfiteatro. Doveva essere da qualche parte appena fuori dalle mura, secondo i dettami anche dell’urbanistica tardo-imperiale romana. Ma comunque in centro nella moderna città croata di Split, capoluogo della Dalmazia affacciato sull’Adriatico. E ora c’è la certezza: l’anfiteatro romano di Spalato è stato trovato. In centro, ovviamente. E come spesso succede in archeologia, le cronache ne sono piene, la scoperta è stata casuale: l’apertura di un cantiere per un nuovo centro commerciale.
La scoperta. A darne l’annuncio , nei giorni scorsi, gli archeologi della Soprintendenza per i Beni culturali di Spalato, diretti da Radoslav Buzancic: “Nel centro di Spalato sono stati scoperti i resti di un antico anfiteatro romano, risalente alla prima metà del IV secolo d.C., costruito molto probabilmente su volontà dell’imperatore Diocleziano” che dove oggi si trova la città dalmata fece edificare tra il 293 e il 305 d.C. il suo Palazzo, uno dei più sontuosi palazzi romani: quasi 40 mila metri quadri di superficie, che nel Medioevo divenne il nucleo della futura Spalato (Split, in croato), ed è oggi il suo centro storico protetto dalla Unesco. Gli archeologi hanno spiegato di non essere rimasti sorpresi quando alcuni mesi fa, nel corso degli scavi per la costruzione di un centro commerciale, sotto una delle vie centrali di Spalato, hanno scorto i resti di un anfiteatro. “Secondo la logica urbanistica del tardo Impero, doveva quasi per forza esserci un anfiteatro”.
L’anfiteatro romano di Spalato era un monumento maestoso – in linea con la monumentalità della città -, con un’arena di 50 metri di diametro in grado di accogliere migliaia di persone. Tanto per capirci, l’Arena di Verona misurava 140 metri, il Colosseo 187 metri (con un’arena interna di 86); quella di Pola, il più celebre dei tre anfiteatri romani ancora esistenti sulla costa adriatica croata, era di 132 metri.
Tempi lunghi. “Ci vorranno anni e molti soldi per studiare e conservare il monumento che ora, preventivamente, sarà ricoperto in attesa che venga preparata la sua conservazione e presentazione al pubblico», precisa l’archeologo Radoslav Buzancic. “Si sapeva che era da qualche parte in centro, non lontano dalle mura dell’antico palazzo” continua, “dato che nel 1647 il governatore veneziano della Dalmazia, il provveditore generale Leonardo Foscolo, ne ordinò la demolizione per evitare che nel corso della Guerra di Candia gli Ottomani non lo usassero per fortificarsi nei pressi di Spalato”.
Fondi europei. Le autorità locali sperano nell’aiuto dei fondi europei, prevedendo che l’anfiteatro, una volta aperto ai turisti, potrà diventare tra le più importanti attrazioni turistiche della città che negli ultimi due-tre anni ha visto un inatteso boom turistico, con una crescita di visitatori del 20-30 per cento all’anno.


































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