#buonconsiglioadomicilio. Con Mirco Longhi, conservatore del museo, scopriamo insieme lo stretto rapporto fra arte e potere al Castello del Buonconsiglio

Il Magno Palazzo, magnifico e unico esempio di architettura rinascimentale al castello del Buonconsiglio (foto Gianni Zotta / Provincia di Trento)
Castelvecchio, la parte più antica del Castello del Buonconsiglio, svela allo sguardo attento del visitatore una vera e propria politica per immagini: l’arte, qui più che altrove, è al servizio del potere temporale dei vescovi di Trento, che per secoli governarono il territorio. Grazie all’analisi di Mirco Longhi, conservatore del museo, scopriamo insieme lo stretto rapporto fra arte e potere al Castello del Buonconsiglio nella consueta puntata di #buonconsiglioadomicilio. Immagini e regia di Alessandro Ferrini.
“Scoprire l’arte del castello del Buonconsiglio”, spiega Longhi, “non è solo scoprire l’arte riflesso della cultura della magnificenza dei principi vescovi che si sono avvicendati nel corso dei secoli in questa residenza, ma è scoprirne il ruolo politico, il significato politico. L’illustre ospite, l’ambasciatore feudatario che dopo la metà del Cinquecento ha il privilegio di entrare in questi ambienti, deve aver provato un misto di stupore e di meraviglia nell’osservare il grande rinnovamento portato avanti nei decenni precedenti. Da un lato il principe vescovo Giovanni Hinderbach che aveva realizzato la serie di loggiati di raccordo che giungono al terzo piano fino alla loggia veneziana, ingentilendo non poco l’antica residenza dei principi vescovi di Trento. Dall’altro il fidato consigliere di Carlo V, il cardinale Bernardo Cles, che tra il III e IV decennio del Cinquecento commissionerà un magnifico e unico esempio di architettura rinascimentale, il cosiddetto Magno Palazzo, il corpo di fabbrica che si trova prossimo a Castelvecchio. Però senza dimenticare di lasciare il suo segno anche in quella che era la sede storica del potere temporale dei principi vescovi, il castello di origine medievale che era già stato in parte rinnovato da Giovanni Hinderbach qualche decennio prima, un rinnovamento che non è solo architettonico ma anche per immagini. Entrambi i presuli, infatti, sia Giovanni Hinderbach che Bernardo Cles, sono figli di una riscoperta consapevolezza di quanto la rappresentazione del potere sia strategicamente fondamentale nell’Europa delle corti, retta da sottilissime alleanze e rapporti di fedeltà. Una politica per immagini che ha la sua massima espressione proprio in Castelvecchio, centro del potere politico anche in età moderna. Ecco quindi che in questo percorso di avvicinamento al potere, pian piano che l’ospite saliva ai piani nobili di Castelvecchio, le immagini che si dipanano sotto i suoi occhi hanno un chiaro valore politico. Anche lo stesso San Vigilio, santo vescovo di Trento, assume una valenza politica, perché serve a rimarcare, a chi accedeva nella residenza dei principi vescovi, che questa era appunto la residenza dei successori alla cattedra di San Vigilio, e questa attenzione iconografica nei suoi confronti è attestata da molte altre evidenze storico-artistiche, e presenta non a caso molte analogie con la stessa attenzione riservata dalla Roma papale nei confronti dell’iconografia di San Pietro. Il richiamo all’antenato illustre – se ci pensiamo – è da sempre uno degli espedienti migliori per giustificare e legittimare il potere: lo era per gli imperatori, lo era per i papi, e lo è anche per i principi vescovi di Trento”.
“È una volta giunti al terzo piano – continua Longhi – che questa politica per immagini giunge alla sua massima espressione, sprigionando quella capacità comunicativa dell’arte al servizio del potere dei principi vescovi. Da un lato la serie di ritratti dei vescovi di Trento realizzata dagli artisti a servizio di Giovanni Hinderbach alla fine del Quattrocento, ma più volte restaurati nel corso dei secoli, rappresentava quanto di più astuto l’arte al servizio del potere potesse evocare in modo non dissimile dal principe vescovo che, sappiamo, all’epoca accoglieva tra gli eleganti archi della loggia veneziana i suoi ospiti tra ‘400 e ‘500: da una loggia fittizia si affacciano i suoi predecessori rimarcando questa idea che lui non è altro che l’ultimo di una serie di autorità che risalgono all’antichità. Dall’altro, con un altro espediente tipico di chi ricerca la legittimazione del proprio potere, il richiamo all’autorità più grande da cui questo potere discende, e nel caso dei principi vescovi di Trento è il sacro romano impero di Germania, visto che ne sono fedeli vassalli. La scelta di rappresentare Carlo Magno non è affatto casuale. Secondo la storiografia dell’epoca non è solo il fondatore del sacro romano impero di Germania, ma per la tradizione trentina è colui che più di ogni altro aveva donato territori, in particolare nell’area occidentale del Trentino, alla Chiesa trentina: quindi in qualche modo fondativo per il potere temporale dei vescovi. L’attenzione nei confronti di Carlo Magno è del resto attestata da numerose testimonianze nel territorio trentino. Basti ricordare quella di Santo Stefano di Carisolo, con l’affresco bascheniano che ci ricorda proprio del viaggio fatto nel Trentino occidentale passando attraverso la val Rendena, le valli Giudicarie fino a Riva; e poi c’è un’altra committenza dell’Hinderbach in un altro castello vescovile, castel Stenico. Questo legame tra impero e potere vescovile raggiunge la sua perfetta sintesi nella serie di ritratti di presuli trentini completamente rinnovata da Marcello Fogolino all’interno della sala, appunto dei vescovi. Qui ogni singolo volto viene caratterizzato alla perfezione dal pittore rinascimentale, ma è soprattutto un ordine gerarchico che qui prevale, perché a differenza dei presuli dipinti all’esterno qui parliamo di principi vescovi, quindi detentori sia del potere temporale che spirituale a partire dall’anno 1027 per quasi sette secoli fino alla fine del Settecento quando l’arrivo delle truppe napoleoniche metterà per sempre la parola fine al loro dominio”.
Trento, 2 giugno 2020: riaprono il Castello del Buonconsiglio, Castel Thun, Castel Beseno e Castel Stenico. Per tutto il mese di giugno a 1 euro. Si entra solo con prenotazione e rispettando le disposizioni di sicurezza
“Un euro di cultura. Un mese al Buonconsiglio”: è lo slogan usato dalla direzione del Castello del Buonconsiglio di Trento che dopo quasi tre mesi di chiusura forzata martedì 2 giugno 2020 riapre il Castello del Buonconsiglio, Castel Thun, Castel Beseno e Castel Stenico con il nuovo orario continuato dalle 11 alle 18.30, pronti ad accogliere nuovamente i visitatori. Per tutti e quattro i castelli è obbligatoria la prenotazione che si potrà fare sul sito internet del museo o telefonando allo 0461492811 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16. L’ingresso, per tutto il mese di giugno 2020, sarà alla tariffa promozionale di 1 euro. Si tratta di un’occasione eccezionale di visita che, con modalità inedite e per un periodo così ampio, apre edifici e sale affrescate, mostra opere d’arte allo scopo di offrire un’esperienza importante, fornire spunti di svago e di intrattenimento, conoscenza e costruzione di identità individuali e collettive, che aiutino e accompagnino la fase di ripresa. Proprio per questo nel corso di giugno molte iniziative promuoveranno il contatto diretto con il patrimonio custodito nei castelli. TI PRESENTO L’OPERA: alle 17.30 di ogni martedì, viene presentato al pubblico un manufatto delle collezioni, da tempo non esposto o rientrato dopo un intervento di restauro, che rimarrà visibile per l’intera settimana, e un conservatore accompagna i partecipanti nella sua lettura e nella sua storia. Davanti allo specchio: CONOSCI TE STESSO dal mercoledì al venerdì, alle 17.30 l’appuntamento è con un’opera già presente nel percorso di visita, che, in un dialogo tra operatori museali e visitatori, è destinata a stimolare riflessioni, interrogativi e dubbi da condividere in un piccolo gruppo. Per tutto il mese di giugno, ad orario fisso e connesso al sistema di turnazione tramite prenotazione on line o telefonica, i visitatori saranno accolti nei giardini da educatori museali che forniranno una dettagliata introduzione al complesso museale e al percorso interno, che poi ciascuno potrà effettuare in autonomia e in sicurezza. Nelle ampie aree verdi del Buonconsiglio, di Thun, di Beseno e di Stenico le famiglie potranno accedere anche avvalendosi dei kit autogestiti e pensati appositamente per giochi e svaghi dei più piccoli.
“Desideriamo che l’esperienza in museo sia, anche in questo momento, un’occasione di conoscenza, di crescita e di benessere per tutti, in sicurezza”. Per questo sono state definite alcune utili indicazioni. Per evitare assembramenti, l’accesso al museo è garantito a un numero definito di visitatori per fascia oraria, variabile per sede. Si deve prenotare l’ingresso, selezionando data e orario della visita. Lo si può fare on line dal sito internet del museo (www.smartbooking.it/) oppure telefonando al numero 0461492811, dal lunedì al venerdì, 9–13 e 14-16. I giardini, la caffetteria e la Bottega Buonconsiglio (book shop) sono accessibili liberamente seguendo le indicazioni. Si può passeggiare o fermarsi nei giardini utilizzando le panchine che sono quotidianamente igienizzate. Attenzione: se si vuol visitare Torre Aquila per ammirare il celebre Ciclo dei Mesi, l’accesso è limitato a una decina di persone per turno: si può prenotare con le stesse modalità indicate per la visita al museo (tariffa: 2 euro oltre il biglietto di ingresso). Per motivi di sicurezza sono stati ritirati i dispositivi per le audioguide e pertanto la traccia audio si può scaricare sul tuo smartphone prima della visita.
Disposizioni in merito a Covid-19. All’ingresso, prima di accedere alla Biglietteria, è prevista la misurazione della temperatura con apparecchi digitali come precauzione per la tua salute e quella degli altri, senza che tu debba rilasciare i tuoi dati personali. Solo in caso di riscontro positivo o in presenza di altri sintomi da COVID-19 saranno adottate misure per la tua tutela e per prevenire ogni pericolo di contagio. All’interno degli spazi del museo si chiede di: indossare la mascherina; mantenere una distanza interpersonale di almeno un metro; seguire i percorsi indicati; rispettare le indicazioni fornite dalla segnaletica e dal personale del museo; igienizzare e lavare spesso le mani; come di consueto, non toccare oggetti, vetrine e superfici. Non è possibile l’utilizzo degli armadietti portaoggetti del museo.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con lo storico dell’arte Claudio Strocchi gli affreschi e le decorazioni a stucco della Sala del Camin Nero

La Sala del Camin Nero al Castello del Buonconsiglio di Trento famosa per gli affreschi e gli stucchi (foto di A. Ceolan / Buonconsiglio)
Nel nuovo appuntamento con i video #buonconsiglioadomicilio lo storico dell’arte Claudio Strocchi parla degli affreschi e delle decorazioni a stucco della Sala del Camin Nero, sala che vide un magnifico intervento pittorico di Dosso Dossi che immortalò le sette Arti liberali, le Virtù cardinali, episodi mitologici e al centro uno stupendo affresco circolare con giocosi putti di gusto mantegnesco. Immagini e regia a cura di Alessandro Ferrini.
“Cinge la stanza un virtuoso coro di sette donne onorate e preclare”: sono queste le parole con cui Pietro Andrea Mattioli introduce la stanza nota come Camera degli Stucchi e che oggi è chiamata Camera del Camin nero. “Le donne preclare a cui allude”, spiega Strocchi, “sono le sette arti liberali che sono rappresentate da Dosso Dossi all’interno delle lunette lungo il perimetro della stanza. Si comincia con Grammatica, segue Retorica, infine Dialettica: sono le tre arti del Trivio. Seguono poi le quattro discipline del cosiddetto Quadrivio, ovvero Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica. Le sette figure delle arti liberali sono affiancate dai personaggi dell’antichità che meglio interpretarono la disciplina o arte. Le sette arti liberali erano quelle discipline che aiutavano l’uomo a diventare libero e soprattutto aiutavano l’uomo a educarsi a essere un perfetto cittadino. Agli angoli del soffitto sono invece raffigurate le quattro virtù cardinali ovvero Giustizia con bilancia e spada, Fortezza in compagnia di un leone, Temperanza che indica una tavola e con la sinistra e regge un libro, e infine Prudenza che sostiene lo specchio per vedere alle proprie spalle e con la sinistra impugna un serpente. Il centro del soffitto è occupato da un oculo in cui il cielo che si intravede è costellato di putti giocosi che sbirciano all’interno della sala. Il tema delle sette arti liberali associate alle quattro virtù cardinali trae ispirazione da un testo scritto nel V sec. d.C. da Marziano Cappella il cui titolo è le Nozze di Mercurio e Filologia, un testo utilizzato all’inizio dell’epoca rinascimentale che era la base della cultura. Non a caso venne scelto come tema da svolgere attraverso gli affreschi in quella che è la sala in cui la cultura di Bernardo Clesio raggiunge uno degli apici”.
“Nella parete breve caratterizzata dal camino in pietra di Ragoli oggi sostituito da una raffigurazione del camino risalente al 1927, le insegne di Bernardo Clesio come principe vescovo e cardinale. La decorazione plastica a stucco è costituita da una miriade di animali fantastici, vegetazione e grandi raffigurazioni di aquile al di sopra di candelabri che sorreggono i tondi entro i quali sono raffigurati i busti degli imperatori. Nelle velette il decoro a racemi dorato risaltava rispetto al fondo di colore blu. E dava una connotazione particolare a tutta la sala”.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con la storica dell’arte Elisa Colla la visita della Giunta Albertiana e la scoperta delle preziose maioliche seicentesche

La Giunta Albertiana, parte dell’antica residenza vescovile al Castello del Buonconsiglio a Trento (foto Buonconsiglio)
Le formelle originali seicentesche in maiolica azzurra e colorate, di gusto orientalizzante, che un tempo ricoprivano il pavimento nelle stanze della Giunta Albertiana al Castello del Buonconsiglio sono al centro del nuovo appuntamento di #buonconsiglioadomicilio. La storica dell’arte Elisa Colla del museo del Buonconsiglio nel video di Alessandro Ferrini illustra i molteplici motivi mutuati dalla splendida ceramica ottomana di Iznik, innumerevoli figure di uccelli, paesaggi, architetture, che popolano queste formelle, gli stessi motivi che si ritrovano nelle dimore aristocratiche, alludendo ad un dialogo tra Occidente e Istanbul unite da un filo continuo di commerci, ambascerie, rapporti politici e diplomatici.
La Giunta Albertiana è il terzo corpo di fabbrica che va a comporre l’antica residenza vescovile. “A metà del Seicento – ricorda Elisa Colla – l’allora vescovo Francesco Alberti Poia sentì la necessità di ampliare gli spazi andando a inserire un nuovo edificio tra il Castelvecchio e il Magno Palazzo. Sentiva l’esigenza di adattarsi al clima dell’epoca. Trovare quindi un nuovo spazio per sé ma anche un luogo adatto a ricevere gli ospiti virtuosi che viaggiando sulla via del Brennero si fermavano a Trento. Nacque così la Giunta Albertiana tra il 1686 e il 1688, un piccolo edificio costituito da due piani, entrambi con due stanze ciascuno, con destinazioni d’uso però diverse. Regista di questa costruzione sarà Giuseppe Alberti, l’artista di fiducia di Francesco Alberti Poia, pittore viennese che si era formato in Veneto. Entrambi erano stati a Roma, avevano quindi respirato il Barocco nella fase berniniana che portarono così a Trento realizzando questo piccolo scrigno. Lo vediamo nel tripudio degli stucchi del soffitto dove proprio gli affreschi di Giuseppe Alberti andranno a raccontare al primo piano temi politici. Questi ambienti erano destinati ad accogliere udienze. Sul soffitto della prima stanza troviamo il Trionfo della Fede cristiana contro l’impero ottomano, una vera e propria crociata voluta da papa Innocenzo XI, mentre nella seconda stanza rimane questo tema di lotta tra il Bene e il Male con l’iconografia di Minerva che scaccia i Vizi capitali all’Inferno.

Le mattonelle in maiolica policroma alla Turchesca nella Giunta Albertiana del Castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)
Al secondo piano della Giunta Albertiana gli ambienti avevano una destinazione d’uso molto diversa. “Lo capiamo attingendo agli inventari che venivano redatti alla morte di ogni presule per riuscire a registrare tutti i beni mobili presenti al castello del Buonconsiglio”, spiega Colla. “E così scopriamo, attingendo al testamento della morte di Francesco Alberti Poia, così come un altro inventario molto prezioso del 1776 registrato alla morte del vescovo Cristoforo Senso, che questi ambienti avevano una pavimentazione molto preziosa fatta di piccole piastrelle di maiolica con una resa coloristica molto varia in linea con il gusto del Barocco. Un materiale quello della maiolica che piacque molto nel Rinascimento tant’è che si diffuse. Questa tipologia di arredo di ispirazione ispanico-moresca o addirittura orientale venne quindi copiata da molti manifatture italiane, prima di tutte Faenza. E poi Venezia, Padova, Lodi, Savona e altre città. Nel caso della Giunta Albertiana troviamo una manifattura di Bassano del Grappa, la manifattura Manardi, che era nel pieno della sua produzione nel 1688 quando vennero posate le mattonelle presenti nella Giunta Albertiana: lo dimostra una formella che reca la data 1688 all’interno di un cartiglio giallo sopra la mitra vescovile”. Le piastrelle rimasero posate per circa 150 anni o poco meno perché quando la residenza vescovile venne trasformata in caserma e secolarizzato il principato di Trento nel 1803 queste piastrelle vennero rimosse. “Negli anni Cinquanta del secolo scorso furono recuperate 1338 mattonelle, un corpus che corrisponde a circa un terzo del totale, ma ci permette comunque di fare alcune osservazioni dal punto di vista artistico e stilistico. C’è una partita policroma detta alla turchesca che seguiva il gusto tipico delle città turche, le turcherie tipiche del Seicento. Il criterio delle piastrelle era quello di essere composte a cellula dipendente perché avevano una figurazione con soggetti tratti dalla fauna, dalla flora, alcuni vasi, frutti. Ma sulle parti angolari una serie di decori vegetali vanno a comporsi solo nel momento in cui vengono accostate quattro formelle”.
Oltre alle mattonelle policrome alla turchesca vi è una seconda partita che riprende il gusto della crack porcelain, la porcellana dura cinese, che era tipicamente in bianco e blu cobalto. “Anche qui la configurazione è molto ricca con diverse immagini non solo di animali ma anche piccoli edifici e città turrite sempre con gli elementi vegetali angolari che danno questo effetto a tappezzeria. Un nucleo di formelle più spesse presenta oltre alla figurazione vegetale delle figure umane che forse erano tratte da incisioni della commedia dell’arte e quindi potevano essere fruite in verticale come decorazioni di un caminetto. Alcune di queste formelle hanno delle figurazioni con dei putti al gioco e possiamo così scoprire quali fossero i giochi più in voga nel Rinascimento e nel Seicento. È grazie alle incisioni che possiamo capire come – ad esempio -un putto stia giocando con la palla insieme ad un bracciale, un gioco tipico del XVI secolo. Purtroppo – conclude Colla – non conosciamo con esattezza come fossero distribuite le piastrelle al pavimento, se fossero divise per tipologia o sapientemente mescolate ma sicuramente possiamo farci un’idea di quale resa cromatica varietà esuberanza dovessero dare questi ambienti. Un ambiente entrato nell’epoca del Barocco e degno della residenza di un principe vescovo”.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con Francesca Jurman la seconda parte del video dedicato alla Torre Aquila, alla scoperta delle stanze non accessibili al pubblico: il corpo di guardia al piano inferiore, e le stanze al terzo piano con raffinati affreschi

Torre Aquila del castello del Buonconsiglio, capolavoro del gotico internazionale (foto Buonconsiglio)
Le sale mai viste di Torre Aquila. Nel nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio molte sono le sorprese che si possono scoprire a Torre Aquila. Sopra e sotto la famosissima stanza affrescata con il Ciclo dei mesi si trovano infatti alcuni ambienti decorati, non accessibili al pubblico. Sotto la consueta regia di Alessandro Ferrini, Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi del Museo, percorrerà la ripida scala a chiocciola gotica per raggiungere la stanza del piano inferiore un tempo collegata con le mura cittadine dove vi risiedeva il corpo di guardia e le stanze superiori al terzo piano, anch’esse non visitabili e decorate da raffinati affreschi.
Il primo piano di torre Aquila, che si trovava proprio al di sopra della porta Aquila, ospitava un corpo di guardia per il controllo del passaggio di chi entrava e usciva dalla città. “Per questo motivo – spiega Jurman – troviamo sul pavimento una botola che permette proprio di controllare, di guardare dall’alto attraverso dei dispositivi che consentivano la visuale. Il corpo di guardia non doveva solo sorvegliare e controllare l’andamento attraverso la porta Aquila, ma aveva anche la possibilità di procedere lungo il camminamento di ronda: da una porta si poteva infatti percorrere il camminamento sulle mura della città e quindi controllare interamente le difese della città di Trento. Per rendere confortevole la vita del corpo di guardia di stanza in questa sala c’erano un caminetto, che doveva garantire una temperatura mite all’interno dell’ambiente, e un curioso gabinetto a scomparsa: un ambiente molto piccolo e riservato dotato di un gabinetto a caduta”.

Gruppo di nobili: dettaglio dell’affresco del maestro Venceslao al terzo piano della torre Aquila al castello del Buonconsiglio di Trento (foto Buonconsiglio)
Una scala a chiocciola in legno permette di salire all’ultimo piano di torre Aquila. A differenza del piano inferiore dove è conservato il ciclo dei mesi, questo ambiente è diviso in più camere. “Qui si può ancora vedere un lacerto di affresco – continua Jurman – realizzato dallo stesso magister Venceslao che ha eseguito il ciclo dei mesi di torre Aquila: si riconosce proprio lo stesso stile. Purtroppo la pittura si è solo parzialmente conservata. Riusciamo a individuare un gruppo di nobili dove il cavaliere mette mano alla borsa probabilmente per pagare un contadino che sembra offrirgli delle fragole. Accanto, in un angolo, si è invece conservata l’illustrazione e la descrizione di un’architettura dove – se osservata attentamente – si riesce a riconoscere Castelvecchio. Ancora una volta viene descritto il castello del Buonconsiglio come lo vedeva maestro Venceslao sul finire del ‘300. Riconosciamo proprio la mole di questo castello con le varie successioni delle finestre, il coronamento merlato, l’imponente maschio che svetta sopra l’architettura e i camminamenti di ronda, che consentivano poi di raggiungere torre Aquila, che si sviluppavano lungo le mura cittadine. Su questo affresco si è conservata un’iscrizione molto importante che risale al 1407 quando il principe vescovo di Trento Liechtenstein viene imprigionato e la cittadinanza si riappropria di questa torre come baluardo di difesa della porta orientale della città”.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone con Francesca Jurman la prima parte del video dedicato alla Torre Aquila, con il celebre ciclo dei mesi del maestro Venceslao, capolavoro del gotico internazionale

Torre Aquila del castello del Buonconsiglio, capolavoro del gotico internazionale (foto Buonconsiglio)
L’appuntamento di oggi con l’iniziativa #buonconsiglioadomicilio è dedicato al gioiello del Castello del Buonconsiglio, Torre Aquila, con il suo celebre e affascinante ciclo dei mesi, affreschi conosciuti come capolavoro del gotico internazionale. Sotto la regia di Alessandro Ferrini, Francesca Jurman responsabile dei Servizi educativi del Museo, ci porterà in questa prima parte dedicata alla Torre, alla scoperta della vita nobiliare e popolare della società di fine Trecento raccontata negli affreschi realizzati dal maestro Venceslao.
Percorrendo il camminamento di ronda sulle mura duecentesche della città di Trento, realizzate in epoca vanghiana, ci consente di raggiungere da Castelvecchio, lasciato alle spalle, Torre Aquila, costruita a difesa della porta orientale della città di Trento. Al secondo piano di Torre Aquila, sulle pareti è conservato il celebre ciclo dei mesi. “Questo affresco – spiega Jurman – venne realizzato sotto il governo del principe vescovo Georg von Liechtenstein che trasformò la torre da torre di difesa della porta orientale della città di Trento in un luogo riservato e intimo, privato, destinato allo studio. Proprio per questo motivo commissionò il ciclo di affreschi a un pittore di probabile origine boema, quel magister Venceslao che le fonti documentano a Trento nel 1397. L’opera risente fortemente dei canoni estetici dello stile proprio del gotico internazionale che si sviluppò in vari centri europei, in particolare a Praga. E Praga è uno dei luoghi della cultura di quest’epoca dove si producono beni di lusso, beni di prestigio, in particolare codici miniati. Venceslao a Trento sembra proprio guardare a queste miniature per realizzare l’affresco del ciclo dei mesi, straordinaria testimonianza del mondo all’autunno del Medioevo. Delle colonnine tortili – fa notare Jurman – ci danno la sensazione di trovarci all’interno di una loggia ma contemporaneamente dividono l’affresco in più scene ognuna delle quali rappresenta un mese dell’anno”.

Festa del calendimaggio: particolare dell’affresco del ciclo dei medi nella Torre Aquila del castello del Buonconsiglio (foto Buonconsiglio)
“Questo paesaggio in costante mutamento nel volgere delle stagioni è animato da aristocratici intenti a giocare, a divertirsi, a svagarsi, e da contadini, da gente del popolo dedicata invece a lavori agricoli e a lavori della quotidianità. Aprile con la semina: quel lavoro nei campi introduce nel mese di maggio che è invece un tripudio di fiori dedicato al calendimaggio, la grande festa aristocratica che celebra l’arrivo della bella stagione; alla mungitura del mese di giugno le donne sono intente a produrre anche il formaggio, burro, con gli strumenti propri di quell’epoca. Segue la fienagione di luglio, dove troviamo anche un cavaliere e una dama che ci introducono al tema della falconeria, uno degli svaghi più amati dalla nobiltà. Lo ritroviamo in agosto con l’addestramento del falco e a settembre con la vera e propria caccia, mentre continuano i lavori agricoli con la mietitura in agosto e con la raccolta delle rape nel mese di settembre. Nobili e contadini sembrano invece quasi unire le loro forze nel mese di ottobre dove sono tutti intenti nella vendemmia e quindi alla produzione del vino. Novembre e dicembre, i mesi invernali, sono uniti tra loro dalla città di Trento: una veduta che ci consente di apprezzare anche il castello del Buonconsiglio nel suo aspetto medievale, quindi con il solo Castelvecchio dominato dall’imponente maschio di forma cilindrica. Attorno alla città si svolgono le attività sia dei nobili sia dei contadini: la caccia all’orso e il lavoro dei boscaioli con il trasferimento in città del legname. Il mese di gennaio è forse la rappresentazione più antica di un paesaggio con la neve nella pittura occidentale. Dinanzi al castello di Stenico, descritto in ogni sua parte. un gruppo di nobili è ripreso in una battagliola a palle di neve. Il ciclo si conclude con il mese di febbraio dove il concitato torneo sembra alludere ai festeggiamenti per il carnevale. Il ciclo termina con febbraio perché il mese di marzo non c’è. Forse è andato distrutto durante un incendio che ha colpito la torre. Probabilmente si trovava sulla scala a chiocciola che porta al piano superiore o scende a quello inferiore, che nascondono altri luoghi segreti del castello”.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone un nuovo video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus: Laura Dal Prà ci svela il segreto della dama col garofano
Il nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio è dedicato a un particolare fiore: il garofano. Il direttore del museo Laura Dal Prà, attraverso alcune opere custodite nelle collezioni museali, ci racconta il significato della presenza di questo fiore nell’iconografia del passato. Scopriremo cosi che il garofano era simbolo d’amore e della promessa di fedeltà coniugale.
Nel 1981 fu donato al museo del Buonconsiglio dagli allora proprietari un piccolo affresco staccato da un palazzo di via Belenzani di Trento: è la dama col garofano che nasconde un segreto. “L’opera – spiega Dal Prà – è una splendida prova di un artista lombardo dei primissimi anno del Quattrocento. È una dama da un volto delicatissimo, giovane, con chiome bionde racchiuse all’interno di una raffinata acconciatura fatta da nastri rossi molto belli. Anche l’abbigliamento è molto ricercato con la manica che si allunga sul polso fino a coprire le dita della mano fino alle dita: un abbigliamento che rispecchia una cultura nobile. Ma è interessante soprattutto quello che la giovane dama trattiene nella sua mano: un piccolo fiore rosso, un garofano, un fiore che era già conosciuto dall’antichità ma diventa di moda nel corso del Medioevo nell’Occidente europeo quando diventa simbolo della promessa coniugale, simbolo dell’amore e dell’impegno proprio tra marito e moglie. Quindi un elemento molto interessante di una cultura cortese cavalleresca”.
Il garofano lo troviamo raffigurato – più di cento anni dopo – in un dipinto che si conserva a Castel Thun dove un’altra dama, ma ovviamente abbigliata in maniera diversa, ha lo stesso fiorellino rosso, un garofano, sull’orecchio. Per capire questo dettaglio Dal Prà ricorda un aneddoto: “Sappiamo che nel 1477 il giovanissimo Massimiliano d’Asburgo, che poi diventerà l’imperatore Massimiliano I, conosce per la prima volta la sua futura sposa Maria di Borgogna che ha due anni più di lui. Ebbene, nell’incontro, secondo il galateo fiammingo ma anche della cultura tedesca, il giovane si impegna a ricercare il fiore di garofano che Maria di Borgogna – come appunto da tradizione – ha nascosto sotto il suo corpetto. Quindi sappiamo che questo garofano è veramente al centro di una simbologia molto importante nel tardo Medioevo”.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone un nuovo video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus: gli antichi codici dei principi vescovi. Dal Sacramentario Gregoriano all’Evangelario purpureo alla Biblia Sacra
Il nuovo appuntamento con #buonconsiglioadomicilio è dedicato al prezioso fondo di manoscritti e codici miniati custoditi al Castello del Buonconsiglio che testimoniano – purtroppo solo in minima parte – la ricchezza originaria della biblioteca vescovile. Sotto l’attenta regia di Alessandro Ferrini, Giorgia Sossass dei Servi educativi del Castello del Buonconsiglio, illustra alcuni tra gli esemplari più antichi e rari del fondo di manoscritti custoditi al Castello, alcuni dei quali già esposti ai tempi dell’annessione del Trentino al Regno d’Italia per volontà di Giuseppe Gerola come testimonianza del recupero di un fondamentale tassello di storia patria. “Un ringraziamento particolare ad Alessandra Facchinelli, funzionaria della Biblioteca del Castello del Buonconsiglio, per la collaborazione”.
È una collezione che, in qualche modo, potremmo definire “segreta” perché in genere non visibile dal grande pubblico: sono i manoscritti e i codici miniati, oggetti molto delicati e allo stesso tempo molto interessanti perché testimoniano l’evoluzione della biblioteca dei principi vescovi. “I codici che hanno fatto parte della biblioteca vescovile”, spiega Sossass, “sono conservati oggi nella sala codici e purtroppo sono solo una piccola testimonianza della ricchezza originaria della biblioteca che, nel momento del suo massimo splendore, all’epoca di Bernardo Clesio, contava all’incirca mille volumi. La cospicua raccolta libraria dei principi vescovi subì purtroppo nel corso dei secoli diverse dispersioni. La più grave risale sicuramente all’inizio del 1800 quando, con la secolarizzazione del principato vescovile, i codici rimasti in castello furono prelevati e portati a Vienna. Nel 1805 lì reperì l’archivista di corte Gassler, inviato a Trento dall’imperatore Francesco II proprio per recuperare i documenti del Principato appena secolarizzato, nascosti all’interno di una stanza segreta nella Torre di Augusto.
Solo uno dei manoscritti conservati in castello è attualmente visibile nel percorso espositivo. Si tratta del Sacramentario Gregoriano che è uno dei pezzi anche simbolicamente più importanti delle collezioni vescovili. “Il Sacramentario Gregoriano è uno dei pezzi più antichi posseduti dalla Diocesi di Trento”, continua Sossass. “Sappiamo infatti che faceva parte delle raccolte del Capitolo del Duomo all’epoca di Federico Banga. È stato prodotto nel IX secolo anche se la legatura che vediamo ora non è quella originale, ma è stata sostituita nel XVI secolo riadattando una formella di avorio che probabilmente era un dittico carolingio, smembrato e utilizzato come copertina. Anche per l’attinenza del soggetto che raffigura probabilmente un evangelista nell’atto di scrivere con la penna e il libro. Oltre che documentale l’importanza del manoscritto è però simbolica perché il Sacramentario, insieme ad altri 66 volumi asportati da Trento e portati a Vienna, è diventato il vero e proprio simbolo della riconquista di questi manoscritti. Fu Giuseppe Gerola nel 1919 incaricato di recarsi a Vienna proprio per il recupero di questi preziosi documenti. Dalle trattative ne uscì vittorioso e rientrò a Trento portando questi codici. Un evento fissato da una foto conservata in castello dove Giuseppe Gerola mostra con soddisfazione e con fierezza il Sacramentario Gregoriano tenuto sotto il braccio. E proprio il Sacramentario Gregoriano fu scelto da Gerola, insieme ad altre rarità bibliografiche, per essere esposto all’epoca dell’inaugurazione del museo nel 1924”.
L’Evangelario purpureo è un rarissimo codice prodotto in Africa settentrionale tra la fine del V secolo e l’inizio del VI, che ha viaggiato molto prima di arrivare a Trento mutilo di alcune carte. La preziosità di questo manoscritto, da cui deriva anche il suo nome, è il fatto che ogni foglio di pergamena prima di essere vergato con lettere d’oro e d’argento veniva immerso in una soluzione di color rosso porpora. I codici raccolti dai principi vescovi nei primi secoli del Principato erano utilizzati soprattutto per uso personale o addirittura donati come doni preziosi. Il primo che iniziò a sistematizzare la biblioteca con un punto di vista da bibliotecario fu il principe vescovo Giovanni Hinderbach che alla fine del 1400 non si limitò a sistemare le raccolte ereditate dai suoi predecessori ma iniziò un’accurata campagna di acquisti di manoscritti. “Nella biblioteca di un colto umanista – ricorda Sossass – non potevano mancare alcuni testi fondamentali tra cui quelli dei giuristi, dei Padri della Chiesa, e dei più grandi pensatori dell’antichità. Il caso del De officiis ministrorum di sant’Ambrogio è uno dei più curiosi perché in una nota sulla prima carta del volume Giovanni Hinderbach testimonia proprio il momento dell’acquisto del volume, comprato nel 1466 da un libraio in Campo dei Fiori a Roma. Il manoscritto è impreziosito da un bellissimo frontespizio a bianchi girali dove rimane vuota la parte per lo stemma che, come era consueto in questo tipo di manoscritti, poteva anche essere completata a posteriori una volta avvenuto l’acquisto. Quella dei bianchi girali è una decorazione tipica del periodo di passaggio tra la tradizione medievale dei manoscritti e quella invece dei codici a stampa, ed era particolarmente apprezzata nei circoli umanistici dell’epoca”.
Il coltissimo principe vescovo Giovanni Hinderbach, che aveva studiato a Padova, intratteneva rapporti anche con le altre università italiane dell’epoca. In particolare proviene da Bologna, che insieme a Padova era il maggiore centro di produzione di manoscritti miniati dell’epoca medievale, la bellissima Biblia Sacra di fine 1200 realizzata nel cosiddetto primo stile bolognese che a sua volta prende ispirazione dalle Bibbie gotiche francesi. “C’è una bellissima lettera incipitaria posta all’inizio della Genesi dove nei tondi vengono raffigurati i diversi momenti della creazione fino ad arrivare alla crocifissione di Cristo. E le scene sacre come capita appunto nelle Bibbie francesi vengono intramezzate da decorazioni vegetali o animali fantastici. I manoscritti miniati più pregevoli da un punto di vista storico-artistico rimangono ancora al castello del Buonconsiglio e sono oggi consultabili solo su richiesta per motivi di studio”.
#iorestoacasa. Il Castello del Buonconsiglio a Trento propone dei video per far conoscere i segreti del castello, chiuso per emergenza coronavirus. Si comincia con la Torre di Augusto, il maschio del castello, il punto più alto della città. Realizzata nel ‘200 a difesa del principe vescovo, divenne nell’Ottocento punto di vedetta degli austriaci

La Torre di Augusto svetta dal castello del Buonconsiglio a Trento (foto Castello del Buonconsiglio)
Si chiama #buonconsiglioadomicilio: è il nuovo format del museo di Trento girato in questi giorni difficili per raccontare con brevi video il Castello del Buonconsiglio e le sue collezioni in questo triste momento dove tutti dobbiamo restare a casa per sconfiggere il virus. Ogni settimana i curatori del museo proporranno contributi per scoprire la bellezza dei manieri trentini. Il primo appuntamento con gli approfondimenti video #buonconsiglioadomicilio è dedicato a uno dei luoghi più affascinanti del maniero che per ragioni di sicurezza non è aperto al pubblico, ovvero la Torre d’Augusto. Sotto la consueta regia di Alessandro Ferrini, con Francesca Jurman, responsabile dei Servizi educativi, potremo salire le ripide scale in legno e conoscere i segreti del mastio, il nucleo più antico del castello, dove le guardie vigilavano sul maniero per proteggere il principe vescovo.
“È il 1237”, ricorda Jurman, “quando viene nominato podestà imperiale della città di Trento Sodegerio di Tito. È un momento delicato della storia dei principi vescovi di Trento. Il principe vescovo, infatti, non riesce più a esercitare i poteri amministrativi sulla città e il territorio. Così Sodegerio di Tito nell’esercizio del governo della città dà avvio alla costruzione di una fortezza sul dosso del Malconsei, in una zona sopraelevata rispetto alla città, addossata alle mura urbiche fatte costruire nel periodo di Federico Banga. Nucleo principale di questa fortificazione, denominata nei documenti come domus imperatori, la casa murata dell’imperatore, è una torre, il maschio del castello, quella che tradizionalmente è stata indicata nell’Ottocento come la torre di Augusto, perché si pensava fosse di epoca romana. In realtà questa torre risale proprio agli inizi del ‘200. È imponente nella sua forma cilindrica, nella sua altezza – svetta oltre 40 metri – e viene costruita in conci squadrati di pietra a vista”. Per accedere alla torre di Augusto bisogna alzarsi di qualche metro: gli ingressi non erano mai alla base del maschio ma più alti e vi si poteva accedere attraverso delle scale in legno o in corda che potevano essere facilmente rimosse. Il maschio infatti costituiva il nucleo principale del castello, ma costituiva anche l’ultimo baluardo di difesa all’interno dell’edificio, ed era circondato da una serie di mura a costruzione concentrica che rendevano appunto il più difficoltoso possibile l’avanzare del nemico. “Salire nel maschio è quasi un’avventura”, continua Jurman. “Il primo tratto viene compiuto all’esterno, salendo attraverso delle scale e dei passaggi che si trovano tra la cinta muraria esterna – quella realizzata ancora in epoca banghiana – e l’esterno del maschio. Ci sono scale e ballatoi, camminamenti di ronda che servivano proprio per la difesa del castello. Poi si entra all’interno della torre passando attraverso lo spessore delle mura della torre, di quasi un metro e mezzo. I collegamenti interni del maschio sono attraverso ampie sale, larghe quanto la torre, messe in comunicazione da scale in legno che salgono al loro centro. Attraverso una botola si raggiunge la sommità della torre, una piattaforma realizzata nell’Ottocento durante gli interventi di fortificazione del governo austroungarico. Il maschio originariamente aveva una copertura conica modificata nel tempo. Ma appunto gli austriaci, avendo bisogno di una piattaforma per avere una veduta sull’intero territorio vanno a demolire queste coperture e a realizzare questo piano. Da qui si gode una veduta sulla città e sulla valle. Qui siamo infatti nel punto più alto della città, oltre 43 metri dal livello del terreno”.


















Commenti recenti