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Napoli, al Mann tre giorni di eventi: dopo “Paideia” e il passaggio della fiaccola della Universiade, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” con preziosi reperti dall’estero e i calchi ottocenteschi dei rilievi di Ninive e Nimrud

Vaso attico a figure nere (VI sec. a.C.) con soggetto sportivo nella mostra “Paideia” al Mann (foto Mann)

Il museo Archeologico nazionale di Napoli protagonista di un’intensa tre giorni nella vita del capoluogo partenopeo. Lunedì primo luglio 2019, in omaggio alla 30.ma universiade Napoli 2019 (dal 3 al 14 luglio 2019) il commissario Gianluca Basile inaugura la mostra “Paideia. Giovani e sport nell’antichità”, in programma fino al 4 novembre 2019: durante il vernissage esibizione in un’antica danza greca delle coreute ufficiali di Olimpia, ospiti dell’associazione Amarthea – Isolimpìa, cui è affidato tradizionalmente il compito dell’accensione della fiaccola olimpica (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/06/29/benvenuta-universiade-napoli-torna-a-essere-olimpica-e-il-mann-dove-dormira-la-torcia-delle-universiadi-partecipa-con-la-mostra-paideia-giovani-e-sport-nella/). Dopo l’ultimo passaggio napoletano (2 luglio 2019) della Torcia, mercoledì 3 luglio 2019 (alle 11) la fiaccola sarà nella Sala dei Tirannicidi, nel percorso espositivo di “Paideia”, prima di essere consegnata, dal direttore del Mann Paolo Giulierini, al Comitato organizzatore Universiade Napoli 2019.

Ma non è finita. Mercoledì 3 luglio, alle 17.30, apre la mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio”, che punterà simbolicamente i riflettori sulla regione dell’Assiria, che rappresentava la fascia territoriale dell’alto Tigri in corrispondenza della parte settentrionale dell’odierno Iraq. Il progetto scientifico, promosso dal Mann e dall’università di Napoli “L’Orientale”, ha selezionato reperti provenienti, tra l’altro, da British Museum, Ashmolean Museum, Musei Vaticani, Museo Barracco, Musei Civici di Como e Musei Reali di Torino: fulcro dell’allestimento, i calchi ottocenteschi, appartenenti alle collezioni del MANN e non esposti da molti anni, che riproducono i rilievi originari rinvenuti a Ninive e Nimrud. Peculiarità dell’esposizione sarà l’allestimento di una ricca sezione tecnologica, per approfondire contenuti scientifici e coinvolgere il visitatore in un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo.

Il 2019 è l’anno del nuovo museo Archeologico nazionale di Napoli con grandi mostre in programma: Canova e l’antico, Pompei e gli Etruschi, Gli Assiri all’ombra del Vesuvio, e infine Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia

Il museo Archeologico nazionale di Napoli prepara un grande 2019

“Il 2019 è l’anno del nuovo Mann”, si è detto alla presentazione dell’ambizioso programma 2019-2020 (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/01/21/mann-at-work-il-museo-archeologico-nazionale-di-napoli-forte-dei-risultati-del-2018-presenta-la-programmazione-2019-2020-grandi-mostre-il-restyling-delle-collezioni-e-degli-spaz/). E allora vediamo più nel dettaglio le grandi mostre a partire da Canova fino a Thalassa.

“Atto sesto: gigli rossi”, un’opera di Cai Guo Qiang (foto di Tatsumi Masatoshi)

Dal 22 febbraio 2019, “Nel vulcano”. Cai Guo-Qiang a Napoli e Pompei. Dopo il successo dell’esposizione “Mortali Immortali. I tesori del Sichuan nell’antica Cina (in programma al Mann sino all’11 marzo 2019), il museo Archeologico nazionale di Napoli continua il proprio percorso di indagine sulla cultura orientale, affidandosi, stavolta, alle suggestioni delle opere di Cai Guo Qiang, uno degli artisti cinesi contemporanei più noti nell’entourage internazionale, insignito del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999: sky ladder conosciuto per le sue emozionanti performance con il fuoco, Guo Qiang esporrà al Museo una selezione di lavori frutto della sua “officina dell’esplosione”. Le opere, create dopo un evento con fuochi d’artificio, immaginato per l’Anfiteatro di Pompei, saranno in mostra al Mann ed entreranno in dialogo con le collezioni permanenti del museo: Cai Guo Qiang stabilirà, infatti, un gioco di assonanze e dissonanze tematiche con sculture, mosaici ed affreschi antichi, coinvolgendo il visitatore in un affascinante e labirintico viaggio di scoperta tra passato e presente.

“Le Tre Grazie”, il famosissimo gruppo scultoreo di Antonio Canova esposto all’Ermitage di San Pietroburgo (foto Graziano Tavan)

Canova e l’antico (dal 28 marzo 2019). Tra le collaborazioni avviate nel 2017 con il museo statale Ermitage, vi è anche la realizzazione di una mostra inedita dedicata a Canova, con prestiti eccezionali dal museo di San Pietroburgo, che conserva il maggior numero dei capolavori in marmo del Maestro. Un evento di caratura internazionale, che metterà in relazione, per la prima volta, l’arte sublime di Antonio Canova con l’arte antica e con i modelli che lo seppero ispirare, nelle loro massime espressioni: una novità scientifica, occasione per fare ricerca, collaborando, allo stesso tempo, con importanti musei prestatori; un’opportunità unica per ammirare insieme capolavori dell’arte plastica di tutti i tempi. Il percorso espositivo – curato da uno dei maggiori esperti in materia, Giuseppe Pavanello, affiancato da autorevoli studiosi e dalla direzione dei due musei promotori – prevedrà la presentazione di marmi e gessi di Canova, di nuclei importanti di bozzetti, disegni, monocromi e tempere del grande Artista, provenienti da musei internazionali, posti accanto a capolavori delle raccolte del Mann. Nell’ambito della sinergia con l’Ermitage, dal 5 aprile 2019, sarà realizzata a San Pietroburgo l’esposizione “Pompei. Uomini, dei ed eroi”, in cui saranno presentati importanti reperti provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal Parco Archeologico di Pompei.

Nella Palestra Grande degli scavi di Pompei la mostra “Pompei e gli Etruschi” (foto Graziano Tavan)

Pompei e gli Etruschi (dal 30 maggio 2019). Il progetto, nato dalla collaborazione tra il museo Archeologico nazionale di Napoli e il parco archeologico di Pompei, prevede la realizzazioni di due grandi momenti espositivi, nella Palestra Grande dell’antica città vesuviana distrutta nel 79 d.C. e al Mann. Seguendo le tappe dedicate a “Pompei e l’Europa”, “Pompei e gli Egizi” e “Pompei e i Greci”, il suggestivo passaggio dedicato all’Etruria campana riscoprirà non soltanto le opere possedute dai musei a Napoli, Pontecagnano, Salerno e Santa Maria Capua Vetere, ma anche i reperti che oggi sono al British Museum, al Petit Palais, a Berlino ed a Monaco. Frutto di un’intensa attività di ricerca, la mostra ricostruirà contesti che contribuiscono a definire la presenza etrusca in Campania tra l’VIII ed il V secolo a.C., individuando le diverse acquisizioni che hanno introdotto nelle collezioni del Museo materiali chiaramente afferenti al mondo Etrusco (tra questi, bronzi, terrecotte architettoniche, epigrafi, ceramica, armi, oggetti d’uso e d’ornamento).

Uno dei famosi rilievi assiri conservati al British Museum di Londra (foto Graziano Tavan)

Gli Assiri all’ombra del Vesuvio (dal 6 giugno 2019). Nel patrimonio del museo, sono presenti tredici calchi in gesso di rilievi neoassiri da Ninive e Nimrud, i cui originali appartengono alle collezioni del British Museum di Londra e sono esposti nel cosiddetto Assyrian Basement. La mostra “Gli Assiri all’ombra del Vesuvio” avrà non soltanto la finalità di raccontare le caratteristiche di una grande civiltà del passato, creando un percorso divulgativo accessibile anche grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ma anche di porre in evidenza la straordinaria dimensione del laboratorio culturale partenopeo a fine Ottocento. I calchi del Mann, infatti, sono giunti a Napoli, tra l’altro, grazie anche ai rapporti intensi fra Giuseppe Fiorelli (1823-1896) e Henry Austin Layard (1817-1894), che volle omaggiare l’archeologo napoletano con un frammento di rilievo assiro proveniente dalla sua collezione privata. Eccezionale la presenza, nel percorso espositivo, di ventotto reperti provenienti dal British Museum di Londra e di undici pezzi dell’Ashmolean Museum.

Una sala espositiva del museo di Archeologia subacquea di Bodrum (Turchia)

Thalassa. Il mare, il mito, la storia, l’archeologia (dal 25 settembre 2019). Il mare nostrum in esposizione, tramite reperti di archeologia subacquea, provenienti da importanti istituzioni museali internazionali (Londra, Boston, Parigi, San Pietroburgo, Atene, Bodrum): grazie alla mostra “Thalassa”, il Mann si configurerà, sempre più, come centro di cultura euromediterranea, capace di tracciare, in un iter dotto e divulgativo al tempo stesso, i percorsi che hanno fatto grande la nostra storia. Tra Vecchio Continente e nuovi mondi, il mare dell’antichità sarà presentato come luogo reale di integrazione, in cui il melting-pot culturale ha garantito la dimensione sempreverde di un patrimonio da valorizzare: diverse le sezioni in cui sarà articolata la mostra, per collegare il mare al mito ed al sacro, all’esplorazione ed alla navigazione, al commercio, alla guerra, all’otium, alle risorse marine ed alla vita di bordo. Il percorso espositivo nasce dalla collaborazione scientifica con l’assessorato alla Cultura e all’Identità Siciliana della Regione Sicilia e con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

A tu per tu con gli artisti delle tombe della Valle dei Re e delle Regine nel villaggio di Deir el-Medina. Nella mostra a Jesolo “Egitto. Dei, faraoni, uomini” l’eccezionale ricostruzione della tomba di Pashed, caposquadra degli artigiani all’epoca di Ramses II

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018: prorogata al 30 settembre 2018

Il nostro viaggio alla scoperta dell’Antico Egitto sta per concludersi. Abbiamo attraversato il Mediterraneo incrociando le navi di quei popoli che trafficavano con la terra dei faraoni. Abbiamo solcato il Nilo ammirando le grandi città che erano sorte lungo le sue sponde. Abbiamo fatto la conoscenza con i signori di queste terre, i faraoni, e con le divinità che sovrintendevano a questo mondo. Infine, con gli imbalsamatori, ci siamo inoltrati nel mondo dell’aldilà, il regno di Osiride. È tempo di conoscere chi ha permesso agli antichi egizi di raggiungere nel modo migliore l’Oltretomba, con la realizzazione di tombe che nella maggioranza dei casi sono anche dei capolavori artistici: stiamo parlando degli artigiani specializzati in grado di esaudire i desiderata dei loro committenti. Siamo nella sesta sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta non più fino al 15 ma fino al 30 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo.

Vetrinetta con materiali che ricordano oggetti provenienti da Deir el-Medina (foto Graziano Tavan)

Le tombe dei sovrani del Nuovo Regno furono costruite da manodopera specializzata che risiedeva nel villaggio circondato da mura di Deir el-Medina, sulla riva occidentale del Nilo, di fronte alla città di Luxor, in una piccola valle del deserto roccioso. L’attuale nome arabo significa “il monastero della città”, retaggio dell’occupazione copta che trasformò il tempio della dea Hator in un luogo sacro al cristianesimo. Ma il villaggio, come suggerito dai dati archeologici, risale al tempo del faraone Thutmosi I (1504 – 1492 a.C.), e si sviluppò notevolmente 150 anni più tardi con Horemheb (1323 – 1245 a.C.), quando aumentò vistosamente il numero degli artigiani richiesti dalle nuove tecniche decorative applicate alle tombe reali. Il sito fu poi abbandonato sotto il regno di Ramses XI (1099 – 1069 a.C.), ma non venne meno il suo valore sacro, come dimostrano i riusi di tombe e l’occupazione copta.

Deir el-Medina, il villaggio degli artigiani dei faraoni cintato da mura

Il villaggio di Deir el-Medina in età ramesside era fiancheggiato ad Ovest, sul crinale roccioso, dalla necropoli principale, e a Est, sul pendio della collina di Gurnat Murrai, da un altro cimitero, probabilmente secondario. Qui vissero gli artigiani impiegati nella costruzione delle tombe reali nelle vicine valli dei Re e delle Regine. Il villaggio era chiamato dai suoi abitanti in diversi modi: pa-demi (“il villaggio”), set-maat (“il luogo della Verità”), o ancora pa-kher (“la necropoli”), espressioni che indicavano le necropoli reali, includendo il villaggio come unità amministrativa.

Un dettaglio delle pareti affrescate della tomba di Pashed ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“Gli artigiani chiamati a realizzare le monumentali sepolture della XVIII, XIX e XX dinastia, facevano parte della cosiddetta Squadra della Tomba”, spiega l’egittologa Elisa Fiore Marochetti. “La squadra era divisa in due equipaggi, chiamati di destra e di sinistra, secondo delle modalità mutuate dalla nautica. Ogni equipaggio era comandato da un capo, designato dal visir o dal re stesso su sua proposta. Il caposquadra rappresentava la squadra dinanzi alle autorità, doveva sorvegliare il lavoro degli operai ed era incaricato di distribuire loro le razioni di cibo, che costituivano la paga. Si occupava dell’attrezzatura e dei materiali necessari ai lavori. Presiedeva inoltre le questioni legali nella corte, dirimeva le dispute. Conosciamo il nome di almeno 31 capisquadra dalla XIX alla XXI dinastia, cioè in un arco di tempo di 270 anni. Tra questi capisquadra a noi noti c’è Pashed, il cui nome significa il Salvatore, il quale visse nel XIII secolo a.C. Pashed – continua Marochetti – fu caposquadra dell’equipaggio di sinistra durante la prima parte del regno di Ramses II (XIX dinastia). La carica di caposquadra in realtà l’assunse in età avanzata, dopo essere stato Servitore della sede della Verità dell’Ovest, un lungo titolo per dire che aveva iniziato come artigiano a Deir el-Medina; e prima ancora, Servitore nel recinto di Amon nella città meridionale, cioè Tebe”.

L’esploratore ed egittologo scozzese Robert Hay

Pashed possedeva una tomba al limite del villaggio (quella che oggi conosciamo come la Tomba 3), e una seconda cappella (la numero 326). La tomba affrescata di Pashed fu individuata nel 1834 da un gruppo di soldati di leva dell’esercito egiziano: quindi ben settant’anni prima che il grande egittologo italiano Ernesto Schiaparelli portasse alla luce – era il 1905 – il villaggio di Deir el-Medina. La ricostruzione di quella tomba, che l’artista scozzese Robert Hay visitò subito dopo la scoperta nel 1834 e ne riportò su tavole di disegno le ricche pareti affrescate, è ora possibile vederla nella mostra di Jesolo.

L’archeologa Francesca Benvegnù dentro la tomba di Pashed, ricostruita a Jesolo (foto Graziano Tavan)

“La ricostruzione della tomba di Pashed, presentata da Cultour Active”, spiega l’archeologa Francesca Benvegnù, “è un vero e proprio capolavoro, progettato e realizzato dalle mani sapienti di Gianni Moro, artigiano di Motta di Livenza (Tv) che ha lavorato accanto a egittologi del Cairo e del museo Egizio di Torino. Essa riproduce fedelmente, con una struttura di 5 metri per 2,50 metri, la camera sepolcrale, il relativo corridoio di accesso e i minuziosi dipinti nelle pareti, rinvenuti nella necropoli di Deir el-Medina. Dal corredo funerario rinvenuto nella sua sepoltura si conservano un papiro-libro dei morti oggi al British Museum di Londra, una stele al museo del Cairo e un rilievo al museo Egizio di Firenze“.

La volta della tomba di Pashed con le formule in geroglifico del LIbro dei Morti (foto Graziano Tavan)

Nella mostra di Jesolo una gigantografia riproduce l’ambiente e l’ingresso della tomba di Pashed a Deir el-Medina, cosicché il visitatore ha l’impressione/emozione di trovarsi proprio nel villaggio degli artisti dei faraoni e di varcare la soglia che porta alla tomba. A questo punto – come fanno notare gli archeologi che curano le visite guidate – bisogna immaginare di scendere una ripida scala (che ovviamente non poteva essere riprodotta nel contenitore jesolano) la quale porta all’appartamento sotterraneo. “Dopo un’anticamera non decorata”, chiarisce Benvegnù, “si accede alla camera sepolcrale con le pareti in mattoni crudi rivestiti di stucco e dipinti a tempera”. È questa piccola meraviglia che abbiamo la possibilità di ammirare a Jesolo. La tomba è famosa non solo per i suoi colori vivaci e brillanti, ma anche per il contenuto spirituale e religioso delle formule del Libro dei Morti, illustrate nella volta della tomba, dove “si allude alla unione di Osiride e Ra – spiega Marochetti – secondo una concezione religiosa funeraria che si afferma tra la fine della XVIII e l’inizio della XIX dinastia”.

Pashed rappresentato nella sua tomba inginocchiato sotto una palma dum beve l’acqua del Nilo (foto Graziano Tavan)

La tomba è decorata con magnifiche pitture parietali che raffigurano il viaggio dell’artigiano verso l’Aldilà e Osiride, ma anche scene domestiche dove il defunto è rappresentato con sua moglie, i figli, i nipoti, suoceri e perfino gli amici più cari. “Nella tomba sono ben rappresentati i genitori di Pashed, Menna e Huy”, fa notare Benvegnù. “Con loro c’è un altro artigiano, Nefersekheru, forse amico di Menna. Sulla parete Nord possiamo vedere la figlia di Pashed. È ritratta nuda, ha la treccia tipica delle bambine. È raffigurata ai piedi del padre in atto di adorazione. Il titolare della tomba lo troviamo inginocchiato sotto una palma dum, mentre beve l’acqua del Nilo: un gesto simbolico, come fa capire il capitolo 62 del Libro dei Morti, contenuto nel testo in geroglifico che vediamo alle sue spalle, dove è spiegata la formula per bere l’acqua nell’Aldilà”.

(6 – continua; precedenti post 12 e 17 aprile, 23 maggio, 22 giugno, 5 luglio 2018)

I reperti dell’antica Agrigento sono tornati a casa: a Villa Aurea, la residenza di sir Hardcastle, nel cuore della Valle dei Templi, la mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum”

Il manifesto della mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum” aperta a Villa Aurea, nella Valle dei Templi

In mostra un’anfora a figure nere della bottega di Nikosthenes, singolare figura di vasaio che opera ad Atene intorno alla metà del VI secolo avanti Cristo, con scene di lotta tra atleti. E poi lo straordinario vaso attribuito al Gruppo di Polignoto. E ancora il Rilievo di Paride, Pelope o Ierone I, che costituisce ancora oggi un vero e proprio giallo archeologico. Sono solo alcuni dei “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum” in mostra a Villa Aurea, la residenza di sir Hardcastle, nel cuore della Valle dei Templi, fino al 13 ottobre.  “La mostra vuole riallacciare il filo che già in passato ha legato la Valle dei Templi ed il suo patrimonio al Regno Unito”, spiega il direttore del parco archeologico della Valle dei Templi, Giuseppe Parello, “che si è estrinsecata nella sua forma più alta attraverso la presenza dell’ammiraglio inglese, sir Alexander Hardcastle, ad Agrigento a cui la città deve un degno riconoscimento per la preziosa attività sostenuta a favore della ricerca e della conservazione del patrimonio della città antica”. Ma sono esposti anche i disegni originali fatti nel 1812 sull’architettura greca di Akragas con uno studio specifico sul tempio di Zeus olimpico per capire come dovevano essere inseriti i telamoni. “Sono disegni importantissimi”, interviene l’archeologa del parco Maria Concetta Parello, “perché costituiscono il punto di partenza degli studi fatti sui telamoni e sulla loro collocazione nella struttura architettonica del tempio”.

Un prezioso cratere esposto nella mostra “Tesori di Akragas. Le collezioni del British Museum”

“Nella politica di promozione del Parco”, sottolinea Parello, “la realizzazione della mostra rappresenta un’occasione importante per ampliare la nostra offerta culturale. La diffusione di una conoscenza sempre più ampia del patrimonio del Parco, anche attraverso quella parte che nei secoli passati è stata trasferita in importanti istituzioni culturali straniere, rappresenta un’opportunità di crescita, sviluppo e visibilità della Valle dei Templi”. La ventina di reperti provenienti dagli scavi della Valle e presenti in mostra erano stati riportati alla luce e venduti al British Museum dove ora sono conservati. Ma non sono gli unici provenienti da Akragas: al dipartimento di arte Greca e Romana risultano presenti 157 opere d’arte di cui 154 provenienti proprio dagli scavi di Akragas. Tra questi alcuni di quelli esposti adesso a Villa Aurea: una testa in marmo raffigurante la dea Hera o Giunone del periodo romano, copia dell’originale greco del 420 avanti Cristo, acquistata dal British Museum nel 1875 dall’antiquario romano Alessandro Castellani e un’anfora trovata ad Agrigento del 550 avanti Cristo, raffigurante due lottatori durante un combattimento. Inoltre sempre al British Museum si può ammirare la famosa patera d’oro trovata a Sant’Angelo Muxaro ed acquistata nella seconda metà del Settecento da Sir William Hamilton ambasciatore inglese nel Regno di Napoli e tornata ad Agrigento (a tempo determinato) lo scorso anno.

“Defacing the Past”: una mostra al British Museum di Londra illustra la particolare applicazione della “damnatio memoriae” sulle monete imperiali romane confrontate con esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia. Ne parla l’archeologo numismatico Dario Calomino

Il cosiddetto “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo con il ritratto del figlio Geta cancellato

Ritratti scalpellati e violentati, statue distrutte, monumenti danneggiati: quando si voleva cancellare il ricordo di un personaggio pubblico non si rispettava niente e nessuno. In ogni epoca, in ogni luogo. È la cosiddetta Damnatio memoriae, termine non presente nel diritto latino, ma che nel diritto latino si concretizzava nella pena della cancellazione della memoria di una persona e la distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se quella persona non fosse mai esistita. In Egitto, ad esempio, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari, a Tebe, sulla sponda ovest del Nilo, è forse uno dei casi più famosi: statue rimosse, frantumate o sfigurate. Alla morte della regina-faraone infatti Thutmosi III prima e il figlio Amenofi II poi procedettero alla sistematica cancellazione di Hatshepsut dai monumenti, eliminando la sua figura e i suoi cartigli. E nel mondo romano sono stati molti gli imperatori colpiti dalla damnatio memoriae. Ricordiamo, tra gli altri, Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano. Ma la stessa condanna non risparmiò neppure uomini e donne di spicco, come Seiano, il braccio destro dell’imperatore Tiberio, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far sì che se ne perdesse ogni traccia. Emblematico proprio il caso di Geta: sul famoso “tondo severiano” che raffigura la famiglia dell’imperatore Settimio Severo il volto di Geta appare cancellato. Il nome di Geta, invece, è stato fatto “sparire” sempre da Caracalla dall’arco del padre Settimio Severo nel foro a Roma, sostituito dalle parole optimis fortissimisque principibus, mentre la sua figura è stata abrasa dall’arco severiano di Leptis Magna, il Libia.

Il manifesto della mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome” allestita al British Museum di Londra

Dario Calomino, archeologo numismatico

Ma la damnatio memoriae non interessò solo i monumenti: l’immagine del personaggio caduto in disgrazia fu cancellato qualche volta anche dal dritto delle monete circolanti. Lo spiega bene la mostra “Defacing the past. Damnation and desecration in imperial Rome”, allestita nella sala 69 del British Museum di Londra fino al 7 maggio 2017, che affronta la storia romana da una prospettiva diversa, quella delle monete con immagini abrase per condannare la memoria di imperatori romani deceduti o per minare il potere di quelli ancora viventi. La mostra presenta una selezione di monete, iscrizioni, sculture e papiri che mostrano immagini e simboli di potere cancellati nell’antichità. Ci sono esempi da Egitto, Mesopotamia e Grecia, a dimostrazione che i romani continuarono una consuetudine molto antica. “L’abitudine di cancellare dalle iscrizioni i nomi dei governanti e leader politici caduti in disgrazia”, spiega Dario Calomino, archeologo numismatico al British Museum, “così come di deturpare o distruggere le loro immagini, esisteva in Egitto e nel Vicino Oriente, come nel mondo greco. Nell’antica Roma si consolidò tra il II sec. a.C. e il III sec. d.C. Le monete però sono state abrase solo raramente. Ciò dipende dal fatto che, poiché le monete continuavano a circolare anche dopo la damnatio memoriae, la gente temeva che un’alterazione del conio potesse minarne la sua validità. Per questo le monete sono state cancellate solo in circostanze eccezionali”.

L’eccezionale Cameo Blacas con l’effige del divo Augusto conservato al British Museum di Londra

Uno dei pezzi più pregiati in mostra è il famoso Cameo Blacas, al British Museum dal 1867, quando fu acquisita la famosa collezione di antichità che Luigi, duca di Blacas, aveva ereditato dal padre, tra cui il Tesoro dell’Esquilino. Il cameo romano antico, in sardonica con quattro strati alternati di bianco e marrone, insolitamente grande (quasi 13 centimetri), mostra la testa di profilo del divo Augusto, realizzato probabilmente dopo la sua morte avvenuta nel 14 d.C. “La damnatio memoriae scattava più frequentemente quando gli imperatori avevano fretta di essere divinizzati prima della morte”, spiega Calomino. “Molti gli imperatori divinizzati dopo la loro morte, ma questo non era sufficiente per alcuni che, come Caligola, voleva essere venerato come un dio in vita. Altri imperatori erano considerati non meno pericolosi perché volevano cambiare la religione della tradizione romana. Come è il caso di Elagabalo. Una delle sue monete è in mostra: non è stata abrasa, ma presenta l’imperatore come sommo sacerdote del dio siriano Sole-Elagabal, che voleva porre al di sopra di Giove”. Da questo momento il potere imperiale è diventato sempre più transitorio e, nella prima metà del III sec. d.C. assistiamo a una sequenza di generali che vengono acclamati e deposti a tempo di record dalle diverse legioni dell’impero. “Ci sono due esempi interessanti di monete coniate da Massimino il Trace, imperatore per un brevissimo periodo dal 235 al 238, deturpate in modo diverso: una mostra il volto graffiato dell’imperatore, mentre l’altra ha un lato interamente abraso, su cui è stata stampata una H (maiuscola della eta, lettera dell’alfabeto greco), che in greco indicava il numero 8, per registrare il valore della moneta. Ma è stato lasciato leggibile il nome e il simbolo della città di emissione”.

“L’ombra degli etruschi”: a Prato una mostra ricostruisce le radici etrusche dei popoli a nord dell’Arno, tra pianura e collina

Le stele esposte nella mostra "L'ombra degli Etruschi" nel museo di Palazzo Pretorio a Prato

Le stele esposte nella mostra “L’ombra degli Etruschi” nel museo di Palazzo Pretorio a Prato

Trenta reperti, alcuni mai visti, una produzione di pregio tra cippi, stele e bronzetti per raccontare una storia ricca di suggestioni, che ricostruisce le lontane radici etrusche di Prato, un tesoro archeologico da Fiesole ad Artimino passando per Gonfienti. La mostra “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina”, allestita negli spazi a piano terra del museo pratese di Palazzo Pretorio, in programma fino al 30 giugno, è dedicata alle popolazioni etrusche stanziate a Nord del fiume Arno, lungo la direttrice della piana di Firenze-Prato-Pistoia, del Mugello/Val di Sieve e del Montalbano. Una produzione unica. L’allestimento, curato dall’architetto Francesco Procopio, punta a catturare l’attenzione del visitatore evocando suggestioni di altre epoche: un gioco di luci e ombre per esaltare il nucleo dei materiali pratesi (bronzetti e coppa attica) e il profilo austero ed elegante delle “pietre fiesolane”. E per orientare meglio il visitatore in questo viaggio nel tempo e nello spazio c’è una gigantesca mappa che mostra la collocazione geografica dei reperti, ricostruendo al tempo stesso i principali collegamenti etruschi. I monumenti sepolcrali esposti provengono in buona parte dalle collezioni del museo Archeologico di Firenze (come lo straordinario cippo di Settimello o la stele di via di Camporella) oltreché dal museo di Casa Buonarroti di Firenze (stele di Larth Ninie), dal museo Archeologico di Artimino, dal museo di Fiesole, dal museo di Dicomano e dalla Villa Medicea di Cerreto Guidi.

Bronzetto etrusco votivo dalla collezione Guasti Badiani esposto nella mostra di Prato

Bronzetto etrusco votivo dalla collezione Guasti Badiani esposto nella mostra di Prato

“La maggior parte dei bronzetti votivi – spiegano gli organizzatori – proviene da una collezione privata, cui si affianca un inedito che arriva dagli scavi di Gonfienti (area Interporto) e mai esposto prima. Questi reperti erano destinati a un ceto medio “allargato” piuttosto che all’aristocrazia etrusca; venivano prodotti in loco e rappresentavano la dedica dell’offerente alla divinità. Due esemplari si distinguono per l’alta qualità artistica e per la ricchezza dei dettagli: l’Offerente di Pizzidimonte conservato al British Museum di Londra dalla fine dell’Ottocento, di cui si espone una riproduzione e il giovane nudo, forse proveniente dalla stessa area, che faceva parte delle collezioni più antiche del museo Archeologico nazionale di Firenze. La seconda sezione (Figure di pietra) illustra la produzione delle “pietre fiesolane”, parte integrante dei tumuli sacri che costellavano le grandi vie di comunicazione fluviali e terrestri lungo il corso dell’Arno e dei suoi affluenti. Terre di viaggio e luoghi sacri per gli etruschi che non di rado si fermavano lungo il cammino per pregare”.

La kylix attica a figure rosse del pittore ateniese Douris conservata a Prato

La kylix attica a figure rosse del pittore ateniese Douris conservata a Prato

Per chi desidera approfondire i temi affrontati dalla mostra come la distribuzione sul territorio, l’iconografia e la storia degli studi, delle iscrizioni e dei collegamenti culturali, è disponibile il catalogo (edito da Edifir – Edizioni Firenze) in cui per la prima volta viene pubblicato l’intero repertorio aggiornato delle “pietre fiesolane” (circa cinquanta esemplari) con le ultime scoperte. Preziosa la collaborazione dell’etruscologo Adriano Maggiani sulle iscrizioni etrusche presenti sulle pietre e dell’archeologo Gregory Warden per una nuova scoperta dall’area di Vicchio.

L’imperatore Adriano torna a Gerusalemme dopo 18 secoli. In mostra al museo di Israele gli unici tre busti in bronzo dell’ideatore del “vallo” in Britannia e del distruttore della Giudea. Collaborazione con il Louvre e il British Museum

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano esposti in mostra al museo di Israele a Gerusalemme

C’è il busto dell’imperatore Adriano forgiato molto probabilmente in Egitto o in Asia Minore e oggi al museo del Louvre di Parigi. C’è quello ritrovato nel Tamigi nel 1834 e oggi al British Museum di Londra che probabilmente fu realizzato per commemorare la visita di Adriano in Britannia (l’odierna Gran Bretagna) nel 122 d.C. (anno in cui iniziò nel nord del paese la fortificazione del confine con la costruzione del famoso “vallo”). E poi c’è il busto, sempre dell’imperatore Adriano, vestito militarmente con una splendida armatura sul petto molto ben conservata, proveniente dall’accampamento della Sesta Legione romana a Tel Shalem vicino Beth Shean nel nord di Israele, all’incrocio tra la valle del Giordano e la valle di Jezreel, e oggi esposto nel Museo di Israele. Cosa hanno di particolarmente interessante questi tre reperti? Sono gli unici tre busti in bronzo sopravvissuti fino a noi dell’imperatore Adriano, nato nel 76 d.C. a Italica, cittadina della penisola iberica vicino all’odierna Siviglia, e morto a Baia, vicino a Napoli, nel 138. E fino al 30 giugno 2016 si possono vedere per la prima (e probabilmente unica) volta insieme nella mostra “Hadrian: an Emperor Cast in Bronze”, curata da David Mevorah e Rachel Caine Kreinin (Museo di Israele) e Thorsten Opper (British Museum), e allestita nella Galleria “Samuel e Saidye Bronfman” del museo di Israele a Gerusalemme. Così si può dire che dopo più di diciotto secoli l’imperatore Publio Elio Traiano Adriano è tornato a Gerusalemme, la città di David, che lui chiamo Aelia Capitolina in un estremo tentativo di sradicarvi l’ebraismo.

I tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall'antichità

I tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano in mostra a Gerusalemme sono gli unici pervenutici dall’antichità

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La monumentale iscrizione votiva eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C

La mostra “Hadrian: An Emperor Cast in Bronze” completa le celebrazioni per i 50 del Museo di Israele ma soprattutto ripropone il confronto tra la massima autorità romana e il mondo ebraico dell’epoca. Un rapporto assai problematico: Adriano, ellenista convinto, non solo tentò di paganizzare Gerusalemme costruendo sul Monte del Tempio, al posto del Santuario ebraico, un luogo dedicato a Giove, ma dopo aver represso nel sangue la rivolta di Simon Bar Kochba (Simone figlio della Stella) con 580mila ebrei uccisi, nel 135 d.C. cambiò il nome della regione da Giudea a Siria Palestina. Un fatto che ha avuto ripercussioni sino ad oggi. Nelle fonti ebraiche quando si parla di Adriano segue sempre un epitaffio: “Possano essere le sue ossa frantumate”. Espressione che, ad esempio, non viene proposta quando le stesse si riferiscono a Tito o al figlio Vespasiano che pure distrussero il Secondo Tempio a Gerusalemme. Adriano resta in ogni caso legato alla storia della città: come dimostra la monumentale iscrizione votiva – mai presentata prima di questa mostra – eretta dalla Decima Legione Romana a Gerusalemme in occasione del viaggio fatto dall’imperatore nel 130 d.C. Una parte dell’iscrizione fu scoperta nel 1903 mentre la seconda è stata portata alla luce nel 2014 nel corso di scavi in città da parte della Israel Antiquities Authority: ora per la prima volta sono state messe assieme grazie alla concessione in prestito dalla Israel Antiquities Authority e dal Museo Franciscanum Studium Biblicum di Gerusalemme.

Il busto in bronzo dell'imperatore Adriano trovato nell'accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Il busto in bronzo dell’imperatore Adriano trovato nell’accampamento della Sesta Legione Romana in Israele

Apparentemente simili, anche se ognuno con caratteristiche proprie, i tre ritratti mettono in evidenza i molteplici e contraddittori aspetti del carattere di Adriano. Con la sua grande energia, l’intelletto acuto, e i vasti interessi, Adriano è considerato uno dei sovrani più illuminati dell’impero romano. Tuttavia, la soppressione spietata della rivolta di Bar Kochba e la successiva distruzione della Giudea fanno di lui una figura tanto detestata nella storia ebraica. Come per molti suoi predecessori, Adriano fu immortalato in statue di bronzo e di marmo, ma delle prime, a parte i tre esemplari presentati a Gerusalemme, non ce ne sono altri. Mentre molte sono invece le statue in marmo rimaste: effigi inviate ai quattro angoli dell’impero a dimostrazione del potere di Roma e che divennero in molti casi oggetto di culto rappresentante la divinità. “La visione di questi tre bronzi – assicurano dal Museo – stimola la discussione su due percezioni diametralmente opposte di Adriano: da una parte l’imperatore visto come uomo di pace e protettore che costruì il Vallo nella nord della Britannia; dall’altra, la visione contraria: colui che distrusse la Giudea”.

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell'imperatore Adriano

La sala del Museo di Israele a Gerusalemme che ospita i tre ritratti in bronzo dell’imperatore Adriano

“In chiusura delle celebrazioni del 50° anniversario di fondazione del museo di Israele”, interviene il direttore James S. Snyder, “siamo particolarmente grati per le importanti partnership che abbiamo con il Louvre e il British Museum, i cui prestiti rappresentano una grande dimostrazione dei collegamenti internazionali e inter-culturali che hanno favorito da sempre la storia del Museo”. E aggiunge: “Il dialogo con il nostro Adriano creato dalla vicinanza di questi capolavori in mostra è straordinario, e non vediamo l’ora, soprattutto nei tempi complessi in cui oggi viviamo, di continuare questa collaborazione culturale con istituzioni consorelle a livello internazionale, che permette di mostrare lo sviluppo della cultura nella storia, come oggi la conserviamo, di condividerla”. E Jean-Luc Martinez, presidente e direttore del Musée du Louvre: “Dopo aver concesso in prestito nel 2011 il sarcofago della principessa Elena di Adiabene (regina di un ricco reame della Mesopotamia settentrionale, convertitasi al giudaismo insieme al figlio Izates, venuta in pellegrinaggio a Gerusalemme dove rimase vent’anni e dove fu inumata in una tomba grandiosa), sarcofago che non aveva mai lasciato la Francia in precedenza, la presenza in questa mostra del ritratto in bronzo di Adriano del Louvre indica la collaborazione tra il Musée du Louvre e il Museo di Israele e dimostra la volontà di sviluppare anche legami più forti”.

“L’epopea dei re Traci”: per la prima volta i favolosi tesori dell’antica Tracia, patria di Orfeo e di molti re ricordati da Omero, nella mostra allestita al Louvre di Parigi con le recenti scoperte in Bulgaria sul regno degli Odrisi

Nella mostra al Louvre per la prima volta esposti i tesori dei re dell'Antica Tracia, il regno di Odrisi

Nella mostra al Louvre per la prima volta esposti i tesori dei re dell’Antica Tracia, il regno di Odrisi

È un viaggio alla scoperta di una terra ancora inesplorata, anche se nel cuore dell’Europa, quello proposto dalla mostra “L’epopea dei re Traci. Scoperte archeologiche in Bulgaria” aperta fino al 20 luglio al museo del Louvre di Parigi, in quattro sale dell’ala Richelieu: 1628 reperti provenienti da 17 musei bulgari e una ventina prestati dal museo del Louvre, dal British di Londra, dal Prado di Madrid e dai musei archeologici di Napoli e Bari, scelti da un nutrito gruppo di curatori: Jean-Luc Martinez, coordinatore, con i francesi Alexandre Baralis, Néguine Mathieux; e con i bulgari: Totko Stoyanov, Miléna Tonkova. Per la prima volta sono presentati al pubblico gli importanti corredi tombali, spesso inediti, che permettono un confronto con i coevi reperti rinvenuti nelle città-stato greche della costa. “L’antica Tracia è ancora oggi associata principalmente al mito di Orfeo e ai re traci, come Rheso e Tereo, noti dalla mitologia greca”, spiegano i curatori. “Eppure questa regione è ben altro. Qui ha visto la nascita un potente regno, quello degli Odrisi, che ha avuto un ruolo chiave nei conflitti regionali che infiammarono l’Europa sud-orientale a partire dal V secolo a.C. in poi. Il regno degli Odrisi, influenzato dai numerosi scambi con Greci, Macedoni, Persiani e Sciti, forgiò la propria identità su un’aristocrazia guerriera e turbolenta, che i recenti scavi archeologici stanno riportando alla luce attraverso eccezionali tombe che trasmettono la ricchezza economica, sociale, culturale e artigianale degli Odrisi”. La mostra “L’epopea dei Re Traci” si propone di far scoprire la realtà e la complessità di questo regno. Per offrire una lettura storica della Tracia dal V al III secolo a.C., la mostra ha scelto come chiave di lettura la nascita e l’affermazione degli Odrisi. In una regione segnata dalla pluralità di centri politici e sociali, questa dinastia sviluppò una propria identità peculiare, e la mostra la presenta “nel contesto globale e contemporaneo del mondo antico”. “Noi possediamo veri e propri capolavori. Siamo un popolo erede di  diverse culture. Dovremmo essere fieri del nostro patrimonio ed esserne più orgogliosi”, ha sottolineato all’inaugurazione il ministro della Cultura Vejdi Rashidov.

Il regno degli Odrisi si reggeva su una aristocrazia ricca che aveva contatti con Greci, Macedoni, Persiani e Sciti

Il regno degli Odrisi si reggeva su una aristocrazia ricca che aveva contatti con Greci, Macedoni, Persiani e Sciti

Patria di Orfeo e di molti re leggendari citati da Omero, la Tracia dunque è una regione per alcuni versi ancora sconosciuta che a poco a poco, grazie alle scoperte archeologiche, svela il suo splendore. Situato al confine tra il mondo greco e l’impero persiano, il regno degli Odrisi emerge come una nuova potenza regionale durante il periodo classico. Numerose tombe di re e nobili, portate alla luce negli ultimi decenni, rendono testimonianza, con i loro reperti in ceramica, bronzo e oro, della ricchezza della Tracia. “Questa zona tra il mar Nero e il l’Egeo prosperava grazie ai numerosi scambi che intratteneva con le civiltà che la circondavano. Fonte di ispirazione del mondo mitologico greco, la Tracia ha rappresentato un orizzonte geografico e immaginario, che si è riflesso nelle opere pittoriche, classiche e moderne, nonché in manoscritti medievali che illustrano la trasmissione e l’elaborazione di questi miti”.

L'eccezionale testa-ritratto di re Seute III scoperta nel 2004: è uno dei pezzi più preziosi in mostra

L’eccezionale testa-ritratto di re Seute III scoperta nel 2004: è uno dei pezzi più preziosi in mostra

Il regno degli Odrisi è presentato attraverso i ricchi corredi funebri degli aristocratici traci rinvenuti nelle necropoli di Duvanli, Kaloianovo-Chernozem e Malomirovo-Zlatinitsa, che illustrano la formazione del regno, il suo potere economico e quello dei suoi governanti. La parte centrale della mostra è dedicata a quella che è ritenuta la tomba del sovrano dei traci Seute III, nella necropoli Kosmatka nei pressi di Shipka: è questo il clou dell’esposizione parigina che presenta come mai era stato fatto prima i tesori della tomba reale di Seute III tra cui la splendida testa in bronzo. La folta barba e i lunghi ricci scolpiti nel bronzo, lo sguardo dritto davanti a sé, qualche ruga d’espressione sui lati: è il volto di Seute III, che regnò sui Traci dal 331 al 300 a.C. dalla città di Seutopoli, ancora sommersa in fondo al lago Koprinka. Fu il più longevo dei re di Tracia. La testa bronzea del sovrano, rinvenuta nella sua sepoltura a Kuzanlak nel 2004, è uno dei prestiti eccezionali del Museo e Istituto di archeologia di Sofia al Louvre per la mostra “L’epopea dei re Traci”. Con la testa-ritratto in bronzo del re Seute III, fanno parte del tesoro della sua tomba reale una corona d’oro, una coppa d’oro, le decorazioni per bardature di cavalli, casco, utensili con dediche a Seute e la spada di ferro intarsiata con ornamenti d’oro.

Un prezioso rhyton in oro tra i tesori dell'Antica Tracia in mostra a Parigi

Un prezioso rhyton in oro tra i tesori dell’Antica Tracia in mostra a Parigi

Il famosissimo tesoro d'oro di Panagyurishte fu scoperto nel 1949 nella Bulgaria nord-occidentale

Il famosissimo tesoro d’oro di Panagyurishte fu scoperto nel 1949 nella Bulgaria nord-occidentale

Oltre che su ricchi e significativi complessi funebri, per la prima volta l’accento cade anche sulla cultura urbana. In mostra al Louvre sono presentati i due principali centri della terra degli Odrisi: la città di Vetren conosciuta come Emporion Pistiros, centro commerciale e artigianale, abitato da Traci e Greci, e Seutopoli, la capitale di Seute III, un esempio di ricezione della architettura ellenistica nella pianificazione urbana in Tracia. Un posto speciale è dedicato anche alle città greche sulla costa del mar Nero, parte integrante del territorio e della cultura della Tracia. Sono presentati diversi artefatti provenienti dalle necropoli di Odessos (Varna), Mesambria (Nessebar) e Apollonia (Sozopol). Sculture, terracotte, vasi greci, gioielli in oro, finiture d’avorio su sarcofagi racconteranno la vita multiforme delle colonie greche ed i loro rapporti con l’entroterra trace.
Un’altra sezione importante, infine, focalizza le idee religiose e le pratiche rituali dei traci, rappresentate sui vasi del tesoro di Rogozen e sulle decorazioni del tesoro di Letnitza. Sarà esposto anche il famosissimo tesoro d’oro di Panagyurishte, rinvenuto dai tre fratelli bulgari Pavel, Petko e Michail Deikovs l’8 dicembre 1949, nei pressi della cittadina di Panagyurishte, nella Bulgaria nord-occidentale. Il tesoro è uno dei massimi esempi di oreficeria tracia. Probabilmente venne sepolto all’arrivo dei Celti, nei primi decenni del III secolo a.C. Il tesoro consiste di sette rhyton (bicchieri a protome di animale), un’anfora e una phiale tutti in oro a 23 carati, per un totale di 6,164 kg. Probabilmente vennero eseguiti da artisti traci nei pressi di Lampsaco, dal momento che sulla phiale c’è una misura usata in quella città, e risalirebbero al IV-III secolo a.C. La lavorazione è una combinazione di stile greco e tracio, e fu molto probabilmente una commissione, in quanto i greci non facevano uso di rhyton con simili caratteristiche, bensì i traci. Vista la fattura, probabilmente appartennero ad un re odrisio, forse a Seute III.

Mostra kolossal a Firenze. “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”: capolavori per la prima volta insieme. Poi andranno a Los Angeles e Washington

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

Statua equestre in bronzo di Alessandro Magno dal museo Archeologico di Napoli

La mostra "Potere e pathos" a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

La mostra “Potere e pathos” a Palazzo Strozzi di Firenze dal 14 marzo al 21 giugno

Una mostra unica e irripetibile: si potranno vedere affiancati l’Apoxyomenos di Vienna in bronzo e la versione in marmo degli Uffizi utilizzata per il suo restauro; due Erme di Dioniso, una proveniente da Tunisi (firmata dallo scultore del II secolo a.C. Boeto di Calcedonia), l’altra dal J. Paul Getty Museum di Malibu; i due Apollo-Kouroi, arcaistici conservati al Louvre e a Pompei.  Ma anche la Minerva di Arezzo o la testa in bronzo di cavallo Medici-Ricciardi, o il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Sono più di cinquanta i capolavori in bronzo, che dal 14 marzo al 21 giugno saranno esposti a Palazzo Strozzi di Firenze alla mostra-colossal “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell’età ellenistica (IV-I secolo a.C.), periodo in cui, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, si affermarono nuove forme espressive che, insieme a un grande sviluppo delle tecniche, rappresentano la prima forma di globalizzazione di linguaggi artistici del mondo allora conosciuto. L’utilizzo del bronzo, grazie alle sue qualità specifiche, permise di raggiungere livelli inediti di dinamismo nelle statue a figura intera e di naturalismo nei ritratti, in cui l’espressione psicologica divenne un marchio stilistico. Così, in un clima di cosmopolitismo, l’arte si internazionalizzava. Questa di Palazzo Strozzi a Firenze sarà la prima sede della grande mostra concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l’esposizione si sposterà al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio al 1° novembre 2015 per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington, dal 6 dicembre 2015 al 13 marzo 2016.

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo

Curata da Jens Daehner e Kenneth Lapatin, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la mostra offrirà una panoramica del mondo ellenistico attraverso il contesto storico, geografico e politico. Lo sterminato impero ellenistico fondato da Alessandro Magno si estendeva dalla Grecia e dai confini dell’Etiopia all’Indo e comprendeva la Mesopotamia, la Persia, l’Egitto: la straordinaria produzione artistica, letteraria e filosofica ebbe così un vastissimo bacino di circolazione. Statue monumentali di divinità, atleti ed eroi saranno affiancate a ritratti di personaggi storici e a sculture di marmo e di pietra, in un percorso che condurrà il visitatore alla scoperta delle affascinanti storie dei ritrovamenti di questi capolavori, la maggior parte dei quali avvenuti in mare (Mediterraneo, Mar Nero), oppure attraverso scavi archeologici, che pongono i reperti in relazione ad antichi contesti. Dai Santuari, dove venivano utilizzati come «voti», agli Spazi pubblici, dove commemoravano persone ed eventi, alle Case, dove fungevano da elementi decorativi e ai Cimiteri, dove rappresentavano simboli funerari.

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

La Minerva di Arezzo dal museo Archeologico di Firenze

“Queste importanti collaborazioni confermano la reputazione di eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi”, sottolinea orgoglioso il soprintendente ai Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina. La rassegna vedrà infatti riuniti, per la prima volta a Firenze, alcuni tra i maggiori capolavori del mondo antico, provenienti dai più importanti musei archeologici italiani e internazionali come il museo Archeologico nazionale di Firenze, il museo nacional del Prado di Madrid, il museo Archeologico nazionale di Napoli, il British Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il museo Archeologico nazionale di Atene, il museo Archeologico di Herakleion (Creta), il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il museo Archeologico di Salonicco, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani, i Musei Capitolini di Roma.