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L’Egitto a Oderzo. Omaggio a Tutankhamon: prorogata a grande richiesta la mostra di Palazzo Foscolo. Visita guidata con l’egittologa Avanzo. Serata speciale con i fratelli Castiglioni e il film su Adulis

Una tavola ad acquerello con soggetto sull'Antico Egitto nella mostra di Oderzo "Omaggio a Tutankhamon"

Una tavola ad acquerello ispirata all’Antico Egitto nella mostra di Oderzo “Omaggio a Tutankhamon”

Il manifesto dell'incontro a Oderzo con i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni

Il manifesto dell’incontro a Oderzo con i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni

Dovevano essere queste le ultime tre settimane di apertura della mostra “Omaggio a Tutankhamon.  L’Arte Egizia incontra l’Arte Contemporanea” prevista fino al 3 maggio a Palazzo Foscolo a Oderzo, nel Trevigiano (vedi il post su archeologiavocidalpassato https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/?s=oderzo). Invece proprio il grande e crescente successo dell’iniziativa curata da Donatella Avanzo (già quattromila visitatori) hanno convinto gli organizzatori a un’eccezionale proroga fino al 31 maggio. L’annuncio venerdì 10 aprile alle 20.30, nell’ambito degli “Incontri” collaterali alla mostra. Appuntamento imperdibile per gli esperti del settore e per tutti gli appassionati di storia e archeologia: il 10 aprile saranno infatti ospiti a Palazzo Foscolo due relatori di fama internazionale: i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni che presenteranno il loro ultimo film “Ritorno ad Adulis” sul favoloso Regno di Aksum. Un’occasione in più per andare a Oderzo e visitare la mostra “Omaggio a Tutankhamon” che propone per la prima volta la ricostruzione nelle dimensioni reali della camera funeraria del giovane faraone.

Il faraone sul carro da guerra in ceramica raku esposto nella mostra di Oderzo

Il faraone sul carro da guerra in ceramica raku esposto nella mostra di Oderzo

L'egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

L’egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo

Ancora una mostra su Tutankhamon? “Certo”, assicura l’egittologa Donatella Avanzo, “ma una mostra del tutto particolare a cominciare dal titolo: l’omaggio a un re dell’antico Egitto ha radici lontane nel tempo. Il primo a realizzarlo è stato un padovano trapiantato in Inghilterra, Giovanni Battista Belzoni, che nel 1821 a seguito della sua scoperta, la tomba di Sethi I, quattro anni prima, ne ricreò la camera sepolcrale a grandezza naturale in un allestimento per l’epoca eccezionale che riscosse una accoglienza entusiastica a Londra e a Parigi”. Da quel lontano 1821 la tecnologia dei giorni nostri ha permesso di realizzare qualcosa di totalmente innovativo che h prodotto come risultato finale la camera funeraria del faraone Tutankhamon. Il giovane re, prima che avvenisse la scoperta della sua tomba nel 1922, era uno dei sovrani meno conosciuti della storia dell’antico Egitto. Oggi il suo nome e la sua maschera sono diventati familiari a milioni di persone nel mondo contribuendo a rilanciare presso il grande pubblico la passione per l’antica civiltà egizia. Ed è proprio la “passione” di un imprenditore artigiano come Gianni Moro, spiega Avaanzo, la molla che ha permesso la realizzazione di questa mostra. Nella prestigiosa sede di Palazzo Foscolo a Oderzo è stata realizzata in dimensione reale la camera funeraria dell’ultima dimora del giovane sovrano. La ricostruzione perfetta fin nei minimi dettagli ha visto la collaborazione di egittologi, artigiani, fotografi, architetti, tecnici informatici e del colore. Ma l’omaggio a Tutankhamon non si esaurisce con la ricostruzione della sua dimora per l’eternità che, in questa mostra, viene affiancata dalle opere di importanti artisti contemporanei in costante dialogo con l’arte egizia.

 

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" a Oderzo

La ricostruzione della camera funeraria di Tutankhamon in scala 1:1 in esclusiva nella mostra “Omaggio a Tutankhamon” a Oderzo curata da Donatella Avanzo

Camera funeraria di Tutankhamon. La realizzazione della camera funeraria a grandezza reale, spiega Donatella Avanzo, è stata possibile grazie a un attento esame del materiale fotografico relativo alla struttura esterna e alle pitture presenti all’interno della tomba, fornite dai fotografi Giacomo Lovera e Sandro Vannini. Gianni Moro ha quindi progetto e realizzato una struttura portante in materiale ligneo, rivestita nelle parti interne da un intonaco innovativo sulla cui superficie è stato applicato il ciclo pittorico. Per la parte relativa al soffitto della camera funeraria sono state prese in considerazione le fotografie scattate da Howard Carter al momento della scoperta, le quali mettevano in evidenza l’irregolarità e i danni del tempo trascorso, e non quelle eseguite dopo gli integrativi restauri di consolidamento. Per la realizzazione sono stati necessari tre anni di studi e progetti e un anno per la realizzazione.

Nella mostra "Omaggio a Tutankhamon" l'arte contemporanea dialoga con l'antico Egitto

Nella mostra “Omaggio a Tutankhamon” l’arte contemporanea dialoga con l’antico Egitto

Gioielli moderni ispirati all'oreficeria dell'antico Egitto

Gioielli moderni ispirati all’oreficeria dell’antico Egitto

Tutankhamon e il suo tempo dialogano con l’arte contemporanea. Secondo Tolstoj “l’arte buona è sempre comprensibile a tutti”. “La vera arte suscita un positivo “contagio” completamente differente dagli altri, una gioia spirituale in coloro che contemplano la stessa opera”, spiega la curatrice della mostra di Oderzo. E deve essere proprio con questo spirito che molti artisti di oggi hanno voluto riannodare il sottile filo conduttore che li lega alla lunga e importante stagione dell’arte egizia. è la stessa egittologa Avanzo che ci descrive questo rapporto magico tra Antico Egitto e arte contemporanea. “La mostra accoglie le magnifiche sculture in vetro del veneziano Luciano dall’Acqua, che evocano l’antica scrittura egizia, unite a dipinti e incisioni di rara bellezza; le opere simboliste di Luca Bossaglia, moderno Efesto, che usa il metallo per forgiare i suoi alberi infiniti; E poi ancora uno scultore del legno come Fabrizio Roccatello con la sua dea Madre. Un altro aspetto della mostra è la presenza di importanti ceramisti quale il maestro Piero Della Betta con le sue porte pronte ad aprirsi su altri mondi e Giuliana Cusino con le sue grandi e raffinate opere. Altri piccoli capolavori dell’arte egizia prendono vita dalle sapienti mani Sonia Girotto, Nadia Burci, Grimm Idar Oberstein, Moroder Ortisei.E che dire delle splendide talatat di Tiziana Berrola, toccanti nella loro essenza. Un’altra opera emblematica è il mosaico del maestro Ezio Burigana, il quale riprende una testa di Tutankhamon che emerge da un fiore di loto. La figura dell’archeologo Howard Carter è evocata da una scultura di Massimo Voghera pervasa da una forte ironia. Si prosegue con una nutrita schiera di dipinti quali la grande tela di Valeria Tomasi immersa in un pulviscolo d’oro e le figure di Nefertiti e della giovane sposa del faraone ben interpretate da Silvana Alasia proseguendo con le opere materiche di Giuseppe De Bartolo passando attraverso l’opera onirica di Silvia Gariglio. Seguono due tele che sono frutto di un dialogo costante con la figura del grande artista David Roberts: l’acrilico notturno de Il Cairo di Natalia Alemanno e l’acquerello “Fantasie d’Egitto” di Attilio Dal Palù. Al mondo del divino appartiene l’opera di Nicoletta Nava, mentre l’arte della fotografia ci regala un moderno visionario come Candido Bergeretti Cavion e il rayogramma di Renzo Miglio con il suo Egitto mitologico. A Marco Casagrande e a Tin Carena spetta il compito di rappresentare il fascino senza tempo dei gioielli”.

A Saqqara, in Egitto, scoperte due nuove tombe della VI dinastia: appartenevano a due sacerdoti di 4mila anni fa

La tomba del sacerdote Ankhti, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Ankhti, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

La tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara: visse sotto il faraone Pepi II (VI dinastia)

Straordinarie incisioni con le immagini delle offerte agli dei, ricche di colori ancora incredibilmente vivaci a più di 4mila anni dalla loro creazione. Ritrovate da una missione archeologica francese nel sud della importante necropoli di Saqqara, riemergono in Egitto due nuove importanti sepolture. Si tratta, annuncia il ministro delle antichità Mamdouh El Damati, di tombe appartenenti a due sacerdoti, Ankh-ti e Sa Bi, della VI dinastia del faraone Pepi II (2240- 2150 a.C.). In entrambe sono stati ritrovati scheletri dei defunti, anche se gettati in terra, cosa che denuncia il passaggio di ladri. Molto ricche risultano però le incisioni a colori, che hanno come soggetto le offerte alle divinità: carne, pollame, verdure, frutta, pane, contenitori di latte e grandi orci con l’olio.

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Zoser

La vasta necropoli di Saqqara dominata dalla piramide di Zoser

Saqqara è una vasta necropoli situata in Egitto a 30 km a sud della città moderna del Cairo. Il monumento di maggior rilievo è la piramide a gradoni di Zoser, considerata la più antica tra le piramidi. La necropoli copre un’area di circa 7 × 1,5 km. Mentre Menfi fu la capitale del Regno Antico, Saqqara ne fu la necropoli reale almeno fino alla III dinastia. Sebbene sostituita dalla necropoli reale di Giza e, in seguito, da quella della Valle dei Re presso Tebe, rimase un importante località di seppellimento e culto per più di 3000 anni fino al periodo Tolemaico ed all’occupazione romana. Le più antiche sepolture di nobili risalgono alla I dinastia ma è solo con la II che compaiono sepolture reali tra cui quelle di Hotepsekhemwy e Ninetjer (i reperti di maggior interesse risalgono comunque alla III dinastia e comprendono appunto la piramide di Djoser).

Nella tomba del sacerdote Ankhti sono raffigurate scene con offerte alla divinità

Nella tomba del sacerdote Ankhti sono raffigurate scene con offerte alla divinità

Le due tombe dell’Antico regno, risalenti alla VI dinastia, scoperte nel sito di Tabbet al-Guesh (o Tabit El-Geish), all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara, appartengono dunque a sacerdoti dell’epoca di Pepi II (2240-2150 a.C.). Il ritrovamento è stato fatto dalla spedizione archeologica dell’IFAO (Institut Français d’archéologie Orientale), diretta dall’egittologo Vassil Dobrev. In entrambe le tombe vi sono scene e liste di offerte rituali, tra cui i cosiddetti sette oli sacri usati durante la cerimonia di apertura della bocca, un rito funerario che garantiva al defunto la vita eterna.

Intensi i colori anche nelle raffigurazioni della tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara

Intensi i colori anche nelle raffigurazioni della tomba del sacerdote Sa Bi, trovata nella necropoli di Saqqara

La prima tomba appartiene a un sacerdote chiamato “Ankhti”, dove è stato trovato un pozzo funerario profondo 12 metri, mentre nella seconda tomba, di un altro sacerdote di nome “Sabi”, il pozzo era profondo 6 metri. In entrambe le camere sepolcrali i resti umani sono stati trovati sparsi, segno di saccheggio e devastazione durante la VII o l’VIII dinastia. Sono stati recuperati alcuni vasi di alabastro, oltre ad altre offerte in ceramica. Secondo Dobrev, direttore della missione, la parte superiore delle tombe era stata costruita con mattoni di fango, mentre le camere sepolcrali erano state tagliate nel sostrato roccioso. L’egittologo, grande conoscitore della zona, scava da anni a Tabbet al-Guesh, alla ricerca della piramide perduta del misterioso faraone Userkare.

Egittomania dal Rinascimento al XX secolo: alla biblioteca Braidense di Milano la mostra “Da Brera alle piramidi”. Documenti e curiosità

La Sfinge e la grande piramide a Giza: nei secoli la pssione per l''Egitto è diventata "moda"

La Sfinge e la grande piramide a Giza: nei secoli la pssione per l”Egitto è diventata “moda”

Il manifesto della mostra "Da Brera allle piramidi"

Il manifesto della mostra “Da Brera allle piramidi”

L’Egitto ancora protagonista a Milano. Dopo la mostra all’università Statale di Milano, ecco una nuova esposizione alla Biblioteca Nazionale Braidense: dal 21 febbraio all’11 aprile, è aperta la mostra “Da Brera alle piramidi”: promossa dalla Biblioteca Nazionale Braidense e dall’università di Milano (Cattedra di Egittologia), con la partecipazione della Pinacoteca di Brera e dell’Archivio Storico Ricordi, ideata e curata rispettivamente per la Biblioteca da Anna Torterolo, esperta d’arte, e da Patrizia Piacentini, professore ordinario di Egittologia, la mostra vuole documentare l’attrazione e l’influenza, esercitata dalla civiltà egiziana sulla cultura italiana dal Rinascimento al XX secolo, sottolineando in particolar modo il gusto per l’Egitto nella storia dei diversi istituti del Palazzo di Brera e a Milano.

Molti dei documenti esposti vengono dalle collezioni dellla biblioteca Braidense

Molti dei documenti esposti vengono dalle collezioni dellla biblioteca Braidense

Sono esposte, dalle collezioni della Braidense, le tavole del Polifilo, realizzate alla fine del Quattrocento, con raffigurazioni di ispirazione egiziana riprese dai primi studi archeologici nella Roma rinascimentale, le interpretazioni dei geroglifici pubblicate nell’Horapollus,  stampate come il Polifilo da Manuzio all’inizio del XVI secolo, gli Emblemi del milanese Alciato, ideati nei primi decenni del Cinquecento ad imitazione dei geroglifici, cercando di ricreare un linguaggio figurato universale. La mostra presenta anche raffigurazioni di obelischi e piramidi utilizzati nelle architetture effimere commissionate dalla città di Milano al professore di retorica del Collegio gesuita di Brera, Emanuele Tesauro, nei primi decenni del Seicento, e le famose illustrazioni dagli studi sui misteri egiziani di Athanasius Kircher, autore di un nuovo tentativo di interpretazione della scrittura geroglifica, conosciuti attraverso le missioni orientali gesuite.

Molte le curiosità presentate allla mostra "Da Brera alle piramidi" a Milano

Molte le curiosità presentate allla mostra “Da Brera alle piramidi” a Milano

Accanto alle rarità bibliografiche, la mostra propone i bozzetti per la prima scaligera dell’Aida dell’Archivio Storico Ricordi ed alcune rare curiosità: un papiro, già parte delle raccolte di Brera, ora conservato nelle collezioni civiche di Milano e  una statua cubo che appartenne al pittore e direttore dell’accademia Giuseppe Bossi, una coppia di sfingi del XVIII secolo oggi di proprietà privata, provenienti da un antico giardino siciliano e divertenti, immaginifici oggetti di gusto egizio, creati all’inizio del Novecento, quando l’egittomania si coniuga con il Deco. Gustose copertine ed illustrazioni di riviste testimoniano della diffusione della “passione-Egitto” nell’universo del romanzo e della letteratura popolare.

Il New York Times annuncia la scoperta della tomba di Tutankhamon

Il New York Times annuncia la scoperta della tomba di Tutankhamon

Attraverso numerosi materiali d’archivio molti dei quali inediti, conservati all’università di Milano, è dedicato largo spazio alle grandi scoperte archeologiche in Egitto, da quelle effettuate da Mariette sino alla scoperta dalla tomba di Tutankhamon e a quella dei tesori della necropoli regale di Tanis, mettendo in risalto l’impatto che queste ebbero sull’immaginario collettivo dai livelli più alti sino alla sua penetrazione nella letteratura popolare. Arricchiscono il percorso alcune schede nella Pinacoteca di Brera affiancate ad opere di iconografia “egizia” (una per tutte la famosa Predica di S. Marco di Gentile e Giovanni Bellini) o provenienti dall’Egitto (i ritratti del Fayyum della collezione Vitali).

Athanasius Kircher

Athanasius Kircher

In occasione della mostra sono previste alcune conferenze in Biblioteca Nazionale Braidense, Milano, via Brera 28. Sabato 21 febbraio, alle 10.30, Umberto Eco interviene su “Athanasius Kircher e l’Egitto”. L’incontro è organizzato in collaborazione con l’Aldus Club. Lunedì 23 febbraio, alle 18, alla Mediateca di Santa Teresa in via della Moscova 28 a Milano, Jean-Marcel Humbert parla di “Egittomania: un fenomeno in continua evoluzione.

Dalle Piramidi a Luxor: l’Egitto dal cielo. Mostra all’università di Milano con le prime foto aeree realizzate da Theodor Kofler nel 1914

La piana di Giza con le Piramidi (e nessuna urbanizzazione selvaggia!) in una foto di Kofler del 1914

La piana di Giza con le Piramidi (e nessuna urbanizzazione selvaggia!) in una foto di Kofler del 1914

Dalle Piramidi a Luxor. L’Egitto dall’alto come non lo si potrà mai più vedere: dal cielo, con gli occhi delle camere fotografiche di cento anni fa. Guardare dall’alto l’Egitto, nell’anno dello scoppio della Grande Guerra, attraverso una raccolta di 21 immagini tra le prime a essere scattate da un aereo: ccco l’eccezionalità della mostra “L’Egitto dal cielo, 1914. La riscoperta del fotografo Theodor Kofler, pioniere, prigioniero, professionista” aperta all’università Statale di Milano fino al 13 marzo dopo un lavoro di ricerca decennale sui materiali conservati negli Archivi di Egittologia dell’ateneo milanese. “Lo scopo della mostra è presentare le fotografie aeree di Kofler, per lo più inedite, che rappresentano il suo capolavoro, e far conoscere tanto il pioniere della fotografia archeologica aerea, quanto il fotografo prigioniero che divenne un vero professionista tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta”, spiega Patrizia Piacentini, egittologa della Statale e curatrice della mostra. L’esposizione celebra dunque Kofler, ma vuole essere anche il ricordo di un’epoca in cui, in mezzo alle atrocità della guerra, gli uomini, individualmente, sapevano ancora rispettare gli altri uomini.

Il pilota austriaco e fotografo Theodor Kofler

Il pilota austriaco e fotografo Theodor Kofler

L’identità di Theodor Kofler, fotografo fino a oggi pressoché sconosciuto nonostante la sua abilità, è stata riscoperta grazie a una ricerca decennale della prof. Patrizia Piacentini, titolare di Egittologia del Dipartimento di Studi Letterari, Filologici e Linguistici dell’università di Milano, e del suo gruppo di ricerca internazionale condotta in vari paesi europei e africani. Theodor Kofler, pilota austriaco di Innsbruck, pioniere della fotografia aerea, nel 1914 sorvolò la zona delle piramidi di Giza e quindi risalì il Nilo fino a Karnak e Luxor. Ma durante la prima guerra mondiale Kofler fu preso prigionieri dagli inglesi e internato a Malta. In seguito riprese a volare in Africa, andando a morire in un incidente sul lago Vittoria. Queste sue foto egiziane erano finite nella raccolta privata di Alexandre VariIle, che nel 2001 la lasciò in eredità all’Università milanese.

I colossi di Memnone a Tebe Ovest nelle foto di Theodor Kofler

I colossi di Memnone a Tebe Ovest nelle foto di Theodor Kofler

L’allestimento – curato da Alessio Carpanelli – propone una lettura di luoghi – le Piramidi, i templi di Karnak e Luxor o i monumenti della riva occidentale tebana – e di tempi – correva l’anno 1914 – “ritratti” per la prima volta da un punto di vista “insolito”, come lo è stato il suo autore, quel Theodor Kofler, visionario e straordinario pioniere di un modo molto attuale di raccontare il mondo con la forza delle immagini. “Ventuno immagini eccezionali”, sintetizza Piacentini, “scattate nella prima metà del 1914 da aerei che si sono potuti identificare, riproducono le piramidi, i templi di Karnak e Luxor e alcuni monumenti della riva occidentale tebana. Si tratta di una raccolta unica, di grande valore per l’Egittologia, la Storia della fotografia e la Storia dell’aviazione, mentre il suo autore è importante anche per la microstoria della Prima Guerra Mondiale”.  E continua: “La mostra mette in luce un certo rispetto del “nemico” nei campi di prigionia che non era sempre e solo propaganda: fuori c’era la guerra, ma il valore e le capacità degli uomini potevano essere riconosciuti. Pur nella sofferenza della separazione dalle famiglie, della privazione della libertà, di condizioni di vita non facili, ma lontano dalle trincee, gli uomini potevano riuscire a conservare la loro dignità e a essere apprezzati per le loro qualità”. La ricerca ha individuato anche i fotografi con cui Kofler fu in stretto contatto, in Egitto e a Malta, e gli studi al Cairo nei quali lavorò, o di cui fu titolare, prima e dopo la  Prima Guerra Mondiale. Uno di essi fu attivo fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando Theodor lasciò per sempre l’Egitto.

Il grande complesso templare di Karnak fotografato nel 1914 da Kofler

Il grande complesso templare di Karnak fotografato nel 1914 da Kofler

La sede della mostra, l’università degli Studi di Milano, costituisce la prima tappa di un’esposizione pensata itinerante, e costituisce uno dei principali eventi nell’ambito delle celebrazioni per i 90 anni dell’Università. Sui pannelli della mostra e nel catalogo, testi esplicativi sono accompagnati da fotografie e disegni del periodo maltese di Kofler (fine 1914-1916) e da fotografie realizzate al Cairo (1916-1950), da poco acquisite dall’Associazione Per-megiat onlus per la Tutela e la Valorizzazione delle Biblioteche sull’Antico Egitto che dal 2001 sostiene la Biblioteca e gli Archivi di Egittologia milanesi. Sono previste visite guidate – su prenotazione scrivendo a egittologia@unimi.it – affidate agli studenti di Egittologia della Statale. Alla mostra è dedicata anche una guida online in italiano e inglese – accessibile con App gratuita “Egitto a Milano”.

Restaurata l’ala est del museo Egizio del Cairo che inizia a tornare agli splendori del primo Novecento. Ma alla fine perderà il tesoro di Tut e le mummie

L'ala est della galleria di Tutankhamon al museo Egizio del Cairo dopo i restauri

L’ala est della galleria di Tutankhamon al museo Egizio del Cairo dopo i restauri

Il museo Egizio del Cairo torna lentamente agli antichi splendori del primo Novecento. Questo l’obiettivo dichiarato del progetto “Egyptian Museum Revival”, partito nel 2012 con un cospicuo contributo dell’Unione Europea e, in particolare, del governo tedesco, per il restauro e il ripristino dell’allestimento del 1902. Per il momento le collezioni rimangono al loro posto, e si interviene sulla struttura. Di qui l’eliminazione degli strati di pittura più recenti delle pareti scoprendo quello bianco e rosso originale, e il tappeto di linoleum che ricopriva il pavimento. Lo ha spiegato bene qualche giorno fa il primo ministro Ibrahim Mahlab e il ministro delle Antichità Mamduh Eldamaty, in occasione della cerimonia di inaugurazione di quattro sale (30, 35, 40 e 45) dell’ala est della Galleria di Tutankhamon, rinnovata grazie al contributo dell’Ue e della Germania. “Nulla è cambiato nell’esposizione permanente dei tesori della galleria”, spiega il ministro. “Il restauro ha riguardato il pavimento e le pareti che, deteriorati dal tempo, sono tornati al verde chiaro e al rosso scuro dell’inizio del secolo scorso”. Il rinnovamento del museo comprende anche la sostituzione dei vecchi vetri delle finestre con alcuni capaci di filtrare la luce del sole, l’allestimento di nuovi sistemi antincendio, di sicurezza e di controllo dell’umidità e la demolizione dell’adiacente palazzo del Partito nazionale Democratico, che garantirà nuovi spazi espositivi.

La monumentale facciata del museo Egizio del Cairo inaugurato nel 1902

La monumentale facciata del museo Egizio del Cairo inaugurato nel 1902

Ma c’è anche un contributo italiano, quello di Italcementi, che con una donazione di 40mila euro ha consentito il rinnovo della sala n.30. Italcementi, il primo produttore di cemento in Egitto, “fornì il materiale per la costruzione del Museo” tra il 1898 e il 1902. “E ora abbiamo voluto contribuire al restauro di questo luogo simbolico, un’icona del Cairo e di tutto il Paese, anche per il legame storico che abbiamo con il museo», sottolinea l’ad di SuezCementi, Bruno Carré. “I lavori sono cominciati un anno fa, questo è il primo passo. L’idea è di rinnovare un’ala all’anno»”, aggiunge.

Il cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza: i lavori vanno a rilento

Il cantiere del Grand Egyptian Museum a Giza: i lavori vanno a rilento

L’Egitto punta molto al restauro delle sue bellezze archeologiche, culturali e turistiche nel tentativo di attirare sempre più visitatori, dopo lo stop degli ultimi anni dovuto all’instabilità della situazione politica. “La presenza costante di turisti nel museo”, commenta il premier alle tv egiziane, “dimostra che il Paese ora è sicuro”. Il completamento del progetto “Egyptian Museum Revival”, previsto per l’agosto 2015, segnerà un passaggio epocale per il museo Egizio del Cairo che perderà la sua attuale funzione di museo nazionale, per tornare all’allestimento originario precedente la scoperta della tomba di Tutankhamon e dei suoi tesori: migliaia di reperti, compreso il tesoro di Tutankhamon, verranno trasferite al Grand Egyptian Museum di Giza (quando e se riusciranno ad aprirlo), mentre le mummie reali di Nuovo Regno passeranno già quest’anno al museo nazionale della Civiltà egiziana.

L’Antico Egitto a Conegliano. Visita guidata per immagini alla mostra sull’Osireion di Abido attraverso otto video originali

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l'atmosfera magica della città sacra di Abido

Le gigantografie di Paolo Renier ricreano nella mostra di Conegliano l’atmosfera magica della città sacra di Abido

Una settimana. Rimane ancora una settimana di tempo per visitare a Conegliano la mostra “EGITTO come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE custodi di percorsi ormai inaccessibili” allestita fino al 21 dicembre (salvo proroghe) a Palazzo Sarcinelli da Paolo Renier e dall’associazione culturale Osireion. Della mostra Archelogiavocidalpassato ha parlato diffusamente. Stavolta proponiamo una visita alla mostra per immagini con otto video realizzati da Paolo Renier.

PRIMA PARTE. Il percorso della mostra inizia nell’androne di Palazzo Sarcinelli dove si può ammirare la ricostruzione in scala 1:1 dell’angolo nord-orientale della Camera Centrale dell’Osireion di Abido, con la facciata e due dei pilastri settentrionali, grazie alla ricostruzione Rexpol.

SECONDA PARTE. Saliti le scale e raggiunto il piano nobile, un breve corridoio porta alla prima sala dove si fa conoscenza del sito di Abido, con la localizzazione e le caratteristiche del territorio della città sacra a Osiride con l’esposizione del modello in scala della zona d’interesse, corredato da fotografie delle tombe reali proto dinastiche di Umm el-Qaab, del Tempio di Osiride a Kôm el-Sultan e del complesso di Shunet ez-Zebib.

TERZA PARTE. In questa sala si arriva a tu per tu con l’Osireion: le fotografie di Paolo Renier svelano i segreti della tomba di Osiride a cominciare dal corridoio ipogeo, oggi inaccessibile ai turisti. E poi l’eccezionale plastico in scala 1:20 dell’intero complesso, realizzato da Maurizio Sfiotti. Si entra così direttamente nell’Osireion, potendo toccare con mano la mole dei pilastri monolitici in granito e la profondità del canale che circonda l’isola centrale.

QUARTA PARTE. Grazie alle straordinarie immagini di Paolo Renier possiamo ammirare i rilievi del tempio di Sethi I, dove l’arte figurativa dell’Antico Egitto tocca uno dei momenti più alti. In mostra è lo stesso Renier a spiegare come è riuscito a rendere la qualità delle figure, e le notevoli difficoltà tecniche superate per raggiungere i risultati che oggi tutti possiamo apprezzare.

PARTE QUINTA. Siamo nel cuore della mostra: si entra nella stanza del Sarcofago, che conserva il famoso soffitto astronomico che qui possiamo vedere come si può osservare neppure se siamo all’interno dell’originale. Il soffitto si dipana, avvolgendo lo spettatore, in 18 tavole in scala 1:1 realizzate da Paolo Renier, che oggi non solo sono l’unica riproduzione del “tesoro” di Abido – vista le enormi difficoltà che si devono superare per accedere alla Stanza, ma anche probabilmente l’ultima poiché da quando Renier ha realizzato il servizio fotografico a oggi l’umidità ha degradato inesorabilmente i rilievi.

PARTE SESTA. Ancora con i rilievo del soffitto astronomico negli occhi, si passa alla stanza successiva dove si illustra la cosiddetta Cappella di Osiride, cioè l’ambiente più sacro del Tempio di Sethi I ad Abido, dedicato ad Osiride, la divinità protagonista della mostra. Al centro il plastico in scala 1:20 realizzato da Maurizio Sfiotti del complesso di Osiride, e sulle pareti i pannelli fotografici che ritraggono le scene sacre all’interno della cappella. Le gigantografie sottolineano il legame tra Osiride e la Regalità, il filo conduttore di tutto il percorso espositivo.

PARTE SETTIMA. Non poteva mancare, in una mostra sui tesori di Abido, uno spazio dedicato al Tempio di Ramses II, il secondo più importante santuario della città sacra a Osiride, che conserva ancora preziosi rilievi policromi. Presenti anche due pannelli realizzati con la tecnica del tattoo wall, opera di Gianni Moro della GM arredamenti, vere e proprie lastre lapidee su cui sono state stampate due scene tratte dalle pareti del complesso sacro ramesside.

PARTE OTTAVA. Il percorso della mostra si completa con la Sala multimediale, dove un monitor mostra a rotazione brevi filmati che documentano il sito e il lavoro dell’ultima missione di Paolo Renier, Maurizio Sfiotti e Federica Pancin, , ma che cercano di illustrare anche la realtà del villaggio di Abido moderno e dei suoi abitanti. A chiudere la Sala del vino, dove si approfondisce la tematica della preparazione del vino, argomento che collega l’antico Egitto al territorio trevigiano. La ricostruzione in scala 1:1 di un torchio di Antico Regno permette di capire le antiche tecniche di lavorazione delle uve e serve da spunto per descrivere quelle moderne, prerogative delle cantine di Conegliano. La spiegazione dei processi antico-egiziani di coltivazione, vendemmia, spremitura, torchiatura e vinificazione sarà affidata alle immagini delle tombe nella Valle del Nilo, riproposte fedelmente da un artista contemporaneo.

110 anni fa l’archeologo italiano Schiaparelli scoprì la più bella tomba della Valle delle Regine, la tomba di Nefertari, la Grande Sposa di Ramses II. Una mostra al museo Egizio del Cairo ricorda 110 anni di presenza italiana in Egitto

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta negli affreschi della sua tomba nella Valle delle Regine

La regina Nefertari, la Grande Sposa di Ramese II, ritratta nella sua tomba nella Valle delle Regine

La pianta della tomba di Nefertari a Tebe Ovest

La pianta della tomba di Nefertari a Tebe Ovest

“È uno dei monumenti più insigni della necropoli di Tebe che se non per ampiezza, certo per l’armonia delle sue parti e la squisitezza dell’arte, gareggia pur anco colle più belle tombe della Valle dei re”, avrebbe commentato la straordinaria scoperta della tomba della regina Nefertari l’archeologo italiano Ernesto Schiaparelli, direttore del museo Egizio di Torino dal 1894 fino alla sua morte nel 1928. Era il 1904. Schiaparelli a capo di una missione archeologica italiana scoprì nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto: la QV66, ovvero la tomba della celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramses II (1279-1212), sovrano egizio della XIX dinastia, la quale – pur non avendo regnato in modo autonomo – fu una delle regine più influenti dell’Antico Egitto, a fianco di nomi come Hatshepsut, Tyi, Nefertiti e Cleopatra VII. Ramses II la innalzò alla condizione di divinità vivente attribuendole appellativi come: “la Divina”, “la più amata”, “la Signora del fascino”, “la dolce in amore”, “Madre e Signora del dio in vita”. Non a caso il nome Nefertari letteralmente significa “la più bella”, nome inoltre quasi sempre seguito dall’attributo Mery-en mut, “amata da Mut”, la divinità tebana, sposa di Ammone. Una volta entrato, Schiaparelli si rese subito conto che l’opera dei saccheggiatori aveva lasciato ben poco del corredo originario, ma la QV66 restava ed è un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto, uno dei più completi e significativi del nuovo regno.

Il moderno ingresso alla tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Il moderno ingresso alla tomba di Nefertari nella Valle delle Regine

Il manifesto della mostra fotografica "Nefertari 1904 - 2014" al museo Egizio del Cairo

Il manifesto della mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014” al museo Egizio del Cairo

Sono passati 110 anni da quella straordinaria scoperta che parla italiano come la targa che ancora oggi campeggia sopra il cancelletto d’ingresso della tomba in fondo alla breve scala di accesso a ricordare l’opera di Ernesto Schiaparelli. E un anniversario così importante come la scoperta della tomba della regina Nefertari non poteva passare sotto silenzio. Per questo l’ambasciata d’Italia e l’Istituto di Cultura italiano al Cairo, in collaborazione con il ministero delle Antichità egiziano, hanno deciso di promuovere la mostra fotografica “Nefertari 1904 – 2014”, che celebra i 110 anni di presenza italiana in Egitto. L’inaugurazione della mostra, sponsorizzata da Alex Bank, del Gruppo Intesa SanPaolo di Torino, e da Bcube logistica di Coniolo (Al), l’8 dicembre al museo Egizio di piazza Tahrir al Cairo, alla presenza dell’ambasciatore d’Italia, Maurizio Massari, e del ministro egiziano delle Antichità, Mamdouh Eldamaty, e sarà successivamente trasferita ad Alessandria e Luxor. “È uno straordinario esempio dell’impegno e della qualità del lavoro di archeologi e restauratori italiani”, sottolinea l’ambasciatore Massari, “e soprattutto la conferma del grande valore della presenza italiana nel settore archeologico egiziano, presenza ancora oggi rilevante, con 23 missioni attualmente operative in tutto l’Egitto”.

L'interno, completamente affrescato, della tomba di Nefertari, la QV66

L’interno, completamente affrescato, della tomba di Nefertari, la QV66

Una visione assonometrica della tomba di Nefertari scavata nella roccia

Una visione assonometrica della tomba di Nefertari scavata nella roccia nella Valle delle Regine

Questa vasta tomba scoperta nel 1904 dall’egittologo Ernesto Schiaparelli, purtroppo deturpata e saccheggiata al punto da essere priva della mummia (il sarcofago in granito rosa è stato trovato aperto e spezzato), è collocata nel versante settentrionale della Valle delle Regine e presenta una pianta molto articolata. È infatti diversa rispetto alle tombe di altre regine (solitamente più semplici e dotate solo di una camera funeraria), e si ispira piuttosto alle sepolture faraoniche della vicina Valle dei Re. Sulle pareti della seconda scala discendente, la decorazione è anche a rilievo. I dipinti raggiungono apici di qualità nell’ambito dell’arte funeraria egizia soprattutto per la ricchezza di colori (verde, blu egiziano, rosso, ocra gialla, bianco e nero) e di dettagli, mentre i temi e i contenuti rispettano le indicazioni contenute nel Libro dei Morti. Le immagini descrivono il viaggio di Nefertari verso l’Aldilà, durante il quale gioca a senet (gioco da tavolo, considerato uno degli antenati del backgammon), entra nel mondo sotterraneo dove incontra molte divinità tra le quali Osiride e Iside. Al termine del ciclo pittorico, Nefertari trionfa e si tramuta in Osiride (dio dei morti), con il conseguente, auspicato raggiungimento dell’immortalità e della pace eterna. All’interno della tomba furono ritrovati resti del sarcofago in granito rosa e pochi pezzi del corredo funerario: 34 ushabti, un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti e un paio di sandali in fibra intrecciata.

La regina Nefertari al cospetto di Osiride: affresco della tomba di Nefertari

La regina Nefertari al cospetto di Osiride: affresco della tomba di Nefertari

Il nome di Nefertari, che visse più di 3500 anni fa, sin dalla scoperta della sua tomba, è stato soffuso da un alone di mistero, forse per il grande amore che le portò il suo sposo Ramses II il quale non seppe consolarsi della perdita della sua regina che morì nel 1255 a.C., sulla quarantina. Di lei venne narrata, nelle numerose iscrizioni e raffigurazioni rinvenute, la straordinaria bellezza e grazia, tanto che alcuni studiosi arrivano persino a stabilirne la parentela con un’altra famosa regina – Nefertiti – asserendo che entrambe erano figlie di Ay, il penultimo faraone della XVIII dinastia. Dal momento delle nozze, Nefertari diventò la compagna inseparabile e senza rivali del re; tutte le testimonianze dimostrano che aveva un ruolo estremamente importante nel regno per la sua intelligenza, la determinazione e la volontà che le permisero di mantenere al fianco del faraone il controllo non solo delle faccende interne, ma anche di quelle internazionali e sacre. Il comportamento di Ramses II nei confronti di Nefertari fu veramente eccezionale: egli giunse a dedicarle un tempio ad Abu Simbel, raro privilegio per una regina, e le costruì la più bella tra le tombe della Valle delle Regine sulla riva del Nilo, di fronte a Luxor, riempendola di oggetti preziosi e facendola decorare con dipinti ispirati agli “incantesimi”, o ai testi sacri del “Libro dei Morti”, per garantirle l’accesso all’eternità.

L'egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

L’egittologo Ernesto Schiaparelli scoprì la tomba di Nefertari nel 1904

Nonostante l’impegno profuso da Ramses II per assicurare l’immortalità di Nefertari, la tomba della sposa venne – come detto – saccheggiata già nell’antichità, tanto che al momento della scoperta, non fu rinvenuta la mummia della regina e si trovarono solo pochi degli oggetti del suo corredo funerario. Non solo, ma molte delle pitture murali andarono danneggiate in seguito alla precedente profanazione; e Schiaparelli stesso constatò che il processo di deterioramento era in atto da tempi antichi, degrado che subì un’accelerazione drammatica dopo l’apertura della tomba da parte dell’archeologo italiano.

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un'equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora

Il ritratto di Nefertari prima e dopo i restauri curati da un’equipe di esperti italiani diretta da Laura e Paolo Mora per conto del Getty Conservation Institute

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni

Un momento dei delicati restauri del ciclo di affreschi della tomba di Nefertari durati per cinque anni

Se italiana fu la sua scoperta, italiano è stato anche il salvataggio della preziosa tomba. Schiaparelli intervenne con un ottimo restauro sui dipinti delle pareti, ma nei decenni successivi l’impiego di cemento per nuovi restauri provocò seri danni. Data questa situazione la tomba non venne aperta al pubblico e solo nel 1987 le autorità egiziane decisero di affidarne il restauro al Getty Conservation Institute che chiamò a operare un gruppetto di restauratori italiani guidato da Laura e Paolo Mora (allora direttore dell’Istituto italiano del restauro) e formato da Franco Adamo, Giorgio Capriotti, Lorenza D’ Alessandro, Adriano Luzzi, Giuseppe Giordano e Paolo Pastorello. Un’ équipe di super specialisti tra i migliori del mondo che hanno lavorato cinque anni per stabilizzare lo strato pittorico sull’intonaco e quest’ultimo sulla roccia calcarea delle pareti. Un delicato intervento fatto con bisturi, pennellini e siringhe con cui iniettare consolidanti sotto lo strato pittorico; nessuna integrazione dei dipinti. Durante il restauro sono emersi particolari che hanno fatto “vedere” gli antichi Egizi al lavoro. Sulle pareti sono state infatti trovate annotazioni degli operai che eseguirono lo scavo della roccia (“scavare fin qui!”) e anche le tracce lasciate dalle cordicelle intrise di colore con le quali i pittori “tirarono le righe” per organizzare gli spazi da dipingere. Inoltre, sui dipinti delle pareti sono stati osservati alcuni schizzi di colore blu (il colore del soffitto) e ciò dimostra che il soffitto venne dipinto dopo che erano state eseguite le pitture delle pareti. Un sistema di procedere, questo, che potrebbe sembrare sbagliato ma che trova invece una spiegazione quando si pensa che gli antichi pittori operavano alla luce delle lampade a olio e quindi con poca luce. Per questo preferirono lasciare il soffitto bianco fino alla fine dei lavori in modo che il suo chiarore integrasse la fioca luce delle lampade. Per realizzare la tomba gli antichi egizi estrassero tonnellate di roccia scendendo fino a una profondità di 812 metri e affrescarono una superficie di circa 520 metri quadrati. Uno sforzo immane per creare un luogo degno della regina e che, nella sua stessa disposizione delle camere e nei soggetti dei dipinti, rappresenta l’itinerario rituale che la defunta percorse per unirsi con le forze cosmiche e raggiungere le Stelle Perenni.

L’Antico Egitto a Conegliano. “Il libro dei morti”: come il mondo dei faraoni concepiva l’Aldilà. Incontro con Naldoni

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull'Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti

A Conegliano in margine alla mostra di Paolo Renier sull’Osireion di Abido si parla del Libro dei Morti

In una mostra come quella allestita da Paolo Renier a Conegliano, “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli fino al 21 dicembre, dove protagonista è il dio dell’Oltretomba, Osiride, e il suo tempio nella città sacra di Abido, non poteva mancare un approfondimento sul mondo dei morti e le concezioni che gli antichi egizi avevano sull’Aldilà. Da non perdere dunque l’incontro con Franco Naldoni dell’Associazione Archeosofica, che sabato 6 dicembre, alle 18.30, nella sala Consiliare del Comune di Conegliano, parlerà de “Il libro egiziano dei morti”. Il Libro dei morti è un testo sacro egizio. Si compone di una raccolta di formule magico-religiose che dovevano servire al defunto per proteggerlo e aiutarlo nel suo viaggio verso l’Aldilà, che si riteneva irto di insidie e difficoltà. Si tratta, generalmente, di formule e di racconti incentrati sul viaggio notturno del Dio sole (nelle sue diverse manifestazioni) e della sua lotta con le forze del male (tra cui il serpente Apopi) che tentano, nottetempo, di fermarlo per non farlo risorgere al mattino. In particolare il testo doveva servire a preparare la testimonianza sulla sua condotta di vita, che il defunto doveva fornire davanti al giudizio di Osiride. Il papiro era poi posto nella tomba, o a volte direttamente nel sarcofago, assieme ai tesori e alle suppellettili ritenute necessarie per l’anima in viaggio. Inizialmente i testi venivano tracciati sulle pareti della camera sepolcrale. Nel Medio Regno si usò dipingere le formule sul sarcofago, e solo a partire dalla XVIII dinastia si impiegarono il papiro.

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all'Egizio di Torino

Il defunto al cospetto di Osiride: illustrazione del Libro dei Morti su un papiro all’Egizio di Torino

“Parlando di ciò che ci attende dopo la morte”, spiega Naldoni, che ci anticipa qualche considerazione della conferenza di Conegliano, “emerge la difficoltà di concepire per noi oggi un’indagine sul post mortem bloccati come siamo dal preconcetto tipico della nostra civiltà che “non si può” sapere cosa c’è dopo la morte. Per gli antichi egizi invece il post mortem era materia di insegnamento sin dalla più giovane età, come materia di insegnamento era la teologia e il comportamento morale da tenere in ogni istante della loro  vita. Questo antico popolo infatti in ogni atto della sua vita, in ogni sua manifestazione di civiltà e perfino nella sua arte presenta le stigmate di una profonda credenza in Dio e nell’immortalità dell’anima, non solo ma nel suo destino beato o infelice proporzionato al suo operato sulla terra”.

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Franco Naldoni della associazione Archeosofica interviene a Conegliano

Naldoni ricorda che con il termine “Kitab el Mayytun”, letteralmente “Libro del morto” gli arabi designarono qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe. “Designazione assai generica, tuttavia questa definizione è rimasta, accolta dai pionieri delle ricerche egittologiche, ma limitata a descrivere quegli scritti, una miscellanea raccolta di formule diffusasi nel nuovo impero, che trattavano di uno speciale percorso che l’anima affrontava nell’Aldilà”.

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba

Il libro dei Morti è una serie di formule che vogliono assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba

“La lettura di questo testo risulta essere molto difficile perché ci troviamo di fronte a una specie di prontuario magico. Formule che si susseguono a altre formule, tutte con il fine di assicurare, in maniera magica, il defunto contro i pericoli dell’oltretomba. Un viaggio e un pernottamento pieno di insidie, orrori e sofferenze, un mondo popolato di guardiani, ma anche affollato di ingannatori, assassini che stanno in agguato per ghermire il debole, il peccatore che non volle saperne in vita di perfezione morale e di trasmutazione del cuore, ma per alcuni, pochi come vedremo, poteva diventare anche un transito glorioso, per coloro che seguivano l’insegnamento che troviamo inciso nelle piramidi della V dinastia: Va’ affinché tu torni! Dormi, affinché tu ti svegli! Muori, affinché tu viva”.

L’Antico Egitto a Conegliano. Da Osiride a Tutankhamon: così l’incontro con Donatella Avanzo anticipa la mostra che apre a Oderzo sul famoso faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

La maschera funeraria di Tutankhamon: uno dei tesori trovati da Carter e Carnarvon nella tomba del giovane faraone

Da Conegliano a Oderzo. Da Osiride a Tutankhamon. L’Antico Egitto rimane in terra trevigiana. E stasera, 29 novembre, alle 18.30, in sala consiliare di Conegliano con l’incontro con l’egittologa Donatella Avanzo ci sarà un virtuale “passaggio di consegne” con Paolo Renier. Avanzo parlerà di “Arte e letteratura sulle sponde del Nilo”. Ma sarà anche l’occasione per presentare la mostra, da lei curata, “Omaggio a Tutankhamon: l’arte egizia incontra l’arte contemporanea” che aprirà a Palazzo Foscolo di Oderzo il 20 dicembre. Nella nuova esposizione, che rimarrà aperta fino al 3 maggio 2015, l’egittologa propone la ricostruzione a grandezza naturale della camera funeraria del giovane Re Tutankhamon.

Un dettaglio della stanza affrescata con il sarcofago all'interno della camera funeraria della tomba d Tut

Un dettaglio della stanza affrescata con il sarcofago all’interno della camera funeraria della tomba d Tut

Quando Howard Carter e lord Carnavon, nel 1922, scoprirono la tomba di Tutankhamon, videro che la camera funeraria di Tut era quasi totalmente occupata da una “cappella” (tra il soffitto della cappella e quello della camera funeraria c’erano meno di 90 cm, mentre tra le pareti di quest’ultima e quella della cappella c’erano meno di 30 cm). L’apertura della “prima cappella” ne rivelò una seconda, quindi una terza e una quarta prima di giungere al sarcofago vero e proprio, in granito, del peso di oltre 430 kg. Questo sarcofago si trova ancora oggi nella camera funeraria di KV62 (la tomba di Tutankhamon). Solo il coperchio in granito (peraltro spezzato) è stato sostituito con una lastra di vetro per permettere di vedere il sarcofago in legno e oro con la mummia di Tutankhamon. È questa l’unica camera dipinta della tomba; su una delle pareti è rappresentata una forma abbreviata della prima ora del Libro dell’Amduat (il libro di ciò che è nell’Aldilà): i dodici babbuini, che per gli antichi egizi erano gli animali che annunciavano il sorgere del sole, qui festeggiano l’arrivo del dio Sole che – “morto” col tramonto – “risorge” nell’Oltretomba. Su un’altra parete è visibile Ay, successore di Tutankhamon, che officia, sul corpo del suo giovane predecessore, la cerimonia dell’apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, il caratteristico e tipico rito dell’Antico Egitto che permetteva di rivitalizzare il defunto o la sua statua.

Un raffinato rilievo da Abido, in Egitto, in una fotografia di Paolo Renier

Un raffinato rilievo da Abido, in Egitto, in una fotografia di Paolo Renier

L'egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

L’egittologa Donatella Avanzo, curatrice della mostra di Oderzo su Tut

“Non è facile rievocare il fascino dell’Antico Egitto”, spiega l’egittologa, anticipando le linee dell’incontro dii Conegliano. “Infatti, la terra di Khemet è un paese di contrasti e forti accostamenti difficili da dimenticare. Le linee geometriche della natura sono così evidenti da risultare presenti anche all’occhio dell’osservatore più distratto e questo disegno rigoroso ha influenzato in passato la società, il pensiero filosofico, la percezione dello spazio, la religione e l’arte. La rappresentazione artistica, secondo il pensiero egizio, aveva valore di manifestazione reale: il rappresentare le offerte permetteva al defunto di avere cibo e sostentamento per l’eternità. Allo stesso modo la scrittura geroglifica rendeva reale quanto scritto”. “L’uomo moderno – conclude Avanzo -, così pragmatico, comprende questa mentalità con estrema difficoltà, legato com’è alla società d’oggi, al “qui, adesso e subito”. Tuttavia, a ben vedere, avevano ragione loro. La civiltà egizia ha dato vita ad oggetti, monumenti ed opere letterarie che per fascino e raffinatezza suscitano ancora oggi la nostra ammirazione”.

L’Antico Egitto a Conegliano. A corollario della mostra di Paolo Renier, quattro venerdì con giovani egittologi di Ca’ Foscari su Abido e i misteri di Osiride

Federica Pancin, l'egittologa di Ca' Foscari che ha curato la consulenza scientifica della mostra di Conegliano

Federica Pancin, l’egittologa di Ca’ Foscari che ha curato la consulenza scientifica della mostra di Conegliano “Egitto. Come faraoni e sacerdoti nel tempio di Osiride”

Conegliano sempre più centro di studi e approfondimenti sull’Antico Egitto. Nuova serie di incontri a corollario della mostra “Egitto. Come Faraoni e Sacerdoti NEL TEMPIO DI OSIRIDE, custodi di percorsi ormai inaccessibili”, aperta a Palazzo Sarcinelli di Conegliano fino al 21 dicembre, promossa e realizzata da Paolo Renier, direttore artistico che vanta 25 anni di esperienza in Egitto; e Maurizio Sfiotti, presidente dell’associazione culturale Osireion di Abido; con il contributo scientifico e la consulenza dell’egittologa Federica Pancin. Proprio quest’ultima promuove un secondo ciclo di incontri “informali” con giovani ricercatori egittologi, incontri che si affiancano a quelli già programmati il sabato pomeriggio. Questa nuova serie, pensata dopo l’avvio della rassegna proprio per l’interesse suscitato dalla mostra di Paolo Renier, si tengono invece il venerdì pomeriggio, tutte alle 17 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano.

Il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell'Osireion di Abido nelle eccezionali foto di Paolo Renier, cuore della mostra di Conegliano

Il soffitto astronomico della stanza del sarcofago dell’Osireion di Abido nelle eccezionali foto di Paolo Renier, cuore della mostra di Conegliano

Si inizia venerdì 28 novembre 2014 con l’intervento di Giulia Deotto (egittologa, Progetto EgittoVeneto) e Claudia Gambino (egittologa, Progetto EgittoVeneto) che si soffermeranno su “Tra Oriente ed Occidente: Osiride attraverso i reperti del Veneto”. Il venerdì successivo, 5 dicembre 2014, Federica Pancin (egittologa, Università Ca’ Foscari di Venezia) interviene su “Osiride: un dio e un re nell’Osireion di Abido”. Venerdì 12 dicembre 2014, Elettra Dal Sie (egittologa, Università Ca’ Foscari di Venezia) affronta gli studi sulla terra dei faraoni da un altro punto di vista: “Girolamo Segato: l’Egitto attraverso il disegno”. Infine, venerdì 19 dicembre 2014, Alessandro Menegazzo (antropologo, Università Ca’ Foscari di Venezia) conclude il ciclo con un tema intrigante: “Reincarnazione e antropologia: il caso studio di Omm Sety in Egitto”.