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Torino. Il tempio di Ellesiya 50 anni dopo: il museo Egizio celebra l’anniversario del salvataggio dei tempi nubiani con due conferenze online. Nella seconda si ricostruiscono i rapporti tra Nubia e Egitto all’epoca della costruzione del tempio di Ellesiya

Il tempio di Ellesiya ricostruito al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Negli anni Sessanta, a seguito della costruzione della diga di Assuan, il museo Egizio di Torino fu chiamato a contribuire alla campagna per il salvataggio dei tempi della Nubia, che rischiavano di essere sommersi dalle acque del lago Nasser. Il governo egiziano decise di donare all’Italia il tempio di Ellesiya come riconoscimento per la partecipazione del Paese alla vasta operazione di salvataggio: il reperto, dopo una complessa operazione di trasporto e ricostruzione all’interno del museo Egizio, fu presentato a Torino alla presenza delle autorità italiane ed egiziane nell’autunno del 1970.

La locandina dell’incontro con Paolo Del Vesco e Johannes Auenmüller su “Ellesiya, 50 anni dopo”

Ellesiya, 50 anni dopo. Cinquant’anni dopo il museo Egizio ha voluto celebrare questo importante anniversario con due conferenze egittologiche curate da curatori del museo. La prima si è tenuta lunedì 14 dicembre 2020, con l’incontro “Il salvataggio e il trasferimento del tempio a Torino”, a cura di Beppe Moiso e Alessia Fassone, che hanno ripercorso la storia dell’arrivo del tempio a Torino. La seconda lunedì 18 gennaio 2021, alle 18, in una conferenza trasmessa in diretta streaming: Paolo Del Vesco e Johannes Auenmüller, curatori del Museo, presentano la conferenza “Ancient Nubia and Egypt: a story of mutual exchange and interaction”. La conferenza sarà in lingua inglese e verrà trasmessa in streaming sul canale Youtube e sulla pagina Facebook del museo Egizio. L’antica Nubia e l’Egitto condividono infatti una lunga storia di contatti economici, politici e culturali: il dialogo metterà in luce le relazioni e le influenze reciproche che caratterizzano queste due regioni durante il Nuovo Regno, quando fu costruito il tempio di Ellesiya.

Torino. Conferenza egittologica con Enrico Ferraris curatore del museo Egizio su “Ritorni celesti nel firmamento d’Egitto: i due orologi stellari del museo Egizio” con la presentazione di un nuovo frammento inedito di tavola stellare diagonale

La locandina della conferenza on line di Enrico Ferraris al museo Egizio di Torino

L’osservazione del moto apparente del firmamento ha dato forma, in Egitto, ad una peculiare concezione circolare del tempo che permea la tradizione religiosa e funeraria egizia. Se ne parla giovedì 14 gennaio 2021, alle 18, al museo Egizio che ospita la conferenza egittologica online “Ritorni celesti nel firmamento d’Egitto: i due orologi stellari del Museo Egizio” tenuta dal curatore Enrico Ferraris. Nel corso della conferenza saranno analizzate due tavole stellari diagonali presenti nella collezione del museo Egizio (Mereru e Iqer) e sarà presentato un nuovo frammento inedito che porta così a 28 il numero complessivo dei documenti, interi o frammentari, esistenti al mondo. La conferenza si terrà in italiano e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Tavola stellare diagonale conservata al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

L’osservazione del moto apparente del firmamento ha dato forma, in Egitto, a una peculiare concezione circolare del tempo che permea la tradizione religiosa e funeraria egizia. La prima chiara evidenza di un processo di registrazione e traduzione grafica dei moti delle stelle è documentata dalle cosiddette tavole stellari diagonali che decorano i coperchi di sarcofagi datati tra la fine del Primo Periodo Intermedio e l’inizio del Medio Regno (ca. 2000 a.C.) e provenienti principalmente dalla necropoli di Assiut. Una tavola stellare diagonale ha l’aspetto di una griglia nella quale trovano posto i nomi di 36 stelle appositamente selezionate per scandire, con il loro sorgere, le dodici ore della notte nel corso dell’anno; la loro sequenza, si rinnova così idealmente con la levata di Sirio che, a fine luglio, annunciava l’arrivo della piena del Nilo, l’avvio del nuovo anno agricolo e la promessa di rinascita per gli spiriti dei defunti.

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L’egittologo Enrico Ferraris, curatore del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Enrico Ferraris si è laureato in Egittologia all’università di Torino e poi ha conseguito il dottorato di ricerca a Pisa con una tesi intitolata: “Oggetti celesti e culti stellari nella documentazione figurativa e testuale egiziana”. Ha lavorato per la missione di scavo dell’università di Torino ad Alessandria d’Egitto (2001-2007) e per il ministero degli Affari Esteri italiano al museo Egizio del Cairo nell’ambito del progetto “GEM – Grand Egyptian Museum” (2004). Dal 2013 è curatore al museo Egizio di Torino ed è responsabile del programma di analisi archeometriche dei reperti della tomba intatta di Kha e Merit, denominato TT8 Project (2018-2023). Ha curato la mostra temporanea “Archeologia Invisibile” (attualmente in corso).

Archeologia in lutto. È morta la grande egittologa Edda Bresciani, “l’ultimo dei giganti del Novecento”. Aveva 90 anni. Prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, accademica dei Lincei, ha diretto missioni ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum. Autrice di molte pubblicazioni sull’Antico Egitto. L’ultimo suo contributo nel 2020: seguire un progetto editoriale sui siti del Medio Egitto

L’egittologa Edda Bresciani in missione nel sito di Medinet nell’oasi del Fayyum

“È morta. Abbiamo perso l’ultimo esponente di una generazione di giganti del Novecento”. Al telefono sento una voce rotta dalla commozione, non la nomina ma purtroppo non lasciano spazio all’immaginazione quelle poche parole: Edda Bresciani è morta. Tra i massimi esperti al mondo di Egittologia, archeologa, accademica dei Lincei, aveva 90 anni, compiuti da poco. A chiamarmi è Maurizio Zulian, conservatore onorario per l’Egitto della Fondazione Museo Civico di Rovereto, autore dell’Archivio Fotografico dei siti del Medio Egitto regolamentato da un protocollo siglato dal ministero delle Antichità della Repubblica araba d’Egitto. Edda Bresciani si è spenta il 29 novembre 2020 nella clinica Barbantini di Lucca, dove era ricoverata per una grave patologia. Era nata a Lucca il 23 settembre 1930, città dove è cresciuta e ha sempre vissuto. Prima laureata in Egittologia in Italia e prima donna di ruolo in cattedra per l’Egittologia, creata per lei nel 1968 dall’università di Pisa, di cui era poi diventata professore emerito, si era specializzata in archeologia e filologia, e nelle lingue antiche come ieratico e demotico, copto e aramaico, studiando a Parigi, a Copenaghen, al Cairo.

L’egittologa Edda Bresciani con Maurizio Zulian alla rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto del 2013 (foto Zulian)

Zulian l’aveva sentita al cellulare solo una decina di giorni fa. Un’abitudine che si era consolidata nell’ultimo anno e mezzo, da quando la professoressa aveva accettato – con l’entusiasmo di una giovane ricercatrice davanti a una potenziale scoperta archeologica – di seguire lo sviluppo di un progetto editoriale di Zulian (con la collaborazione di chi scrive) sui siti archeologici del Medio Egitto, che Zulian aveva avuto modo di visitare, fotografare e studiare negli ultimi trent’anni, anche se molti di essi sono chiusi al pubblico da anni, se non da sempre. Ed era proprio nel suo girovagare per l’Egitto che Maurizio Zulian aveva avuto modo di conoscere Edda Bresciani “al lavoro”, impegnata in prima linea nelle ricerche archeologiche. Per poi ritrovarla in tempi più recenti ospite speciale nella “sua” Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico. “Ho avuto l’onore di godere della stima e dell’amicizia della professoressa che non ha mai fatto pesare la sua straordinaria statura scientifica e cultura quando parlavo con lei di ricerche o scoperte, o le chiedevo dei chiarimenti su qualche problematica della civiltà dei faraoni”, ricorda commosso Zulian. “Anzi, ha sempre mostrato una disponibilità rara”.

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Edda Bresciani nel deserto egiziano


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L’egittologa Edda Bresciani a Medinet Madi

Dalla metà degli anni ’60 Bresciani ha diretto diverse campagne di scavo in Egitto: ad Assuan, Tebe, Saqqara e nel Fayum, con scoperte di grande rilievo scientifico. Ha anche coordinato alcuni progetti di cooperazione italo-egiziana nel sito di Saqqara, che ha posto l’università di Pisa tra i pionieri dell’applicazione delle tecnologie informatiche all’archeologia e alla conservazione dei monumenti antichi. Infatti proprio per conto dell’ateneo pisano ha diretto il progetto Issemm, finanziato dal ministero italiano per gli Affari esteri – Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, destinato a dare un supporto tecnico e scientifico per il monitoraggio e la gestione dei siti archeologici egiziani, in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Grazie all’Issemm sono stati realizzati il Parco archeologico e il Visitor Centre di Medinet Madi nel Fayum in Egitto, inaugurato l’8 maggio 2011 (vedi Medinet Madi, nel cuore dell’Egitto un parco archeologico unico, tutto da visitare | archeologiavocidalpassato). Nel 1965 l’egittologa lucchese ha preso parte alle operazioni di salvataggio dei monumenti della Nubia (le missioni erano dirette da Sergio Donadoni, di cui sarebbe diventata l’allieva prediletta) prima che venissero sommersi con la creazione della diga di Assuan. Lei aveva approfondito l’architettura proto cristiana, e per l’Unesco aveva studiato le iscrizioni demotiche. Dal 1966 è stata alla direzione degli scavi del Fayum, per conto dell’università Statale di Milano, per poi passare negli anni Settanta del Novecento a dirigere gli scavi ad Assuan (dove portò alla luce il tempio di Iside).

Letteratura e poesia nell’Antico Egitto di Edda Bresciani, edito da Einaudi
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La consegna del “Campano d’Oro” a Edda Bresciani

Fondatrice della rivista “Egitto e Vicino Oriente” nel 1978, fu autrice di numerose pubblicazioni sull’Antico Egitto: da “L’Antico Egitto di Ippolito Rosellini nelle tavole dai monumenti dell’Egitto e della Nubia” (De Agostini, 1993) a “Grande Enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto (a cura di E. Bresciani) (De Agostini, 1998, 2005, 2020); da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi” (Einaudi Tascabili, 2007) a “La porta dei sogni. Interpreti e sognatori nell’Egitto antico” (Einaudi Saggi, 2005), vincitore del Premio nazionale letterario Pisa per la Saggistica. Ad esprimere lutto per la sua morte tra gli altri Maria e Francesca Fazzi della casa editrice lucchese Pacini Fazzi: “Con tanto affetto ricordiamo l’amica Edda Bresciani, grande egittologa, grande studiosa, ma soprattutto amante della vita in tutte le sue espressioni: dall’arte alla cucina. Mancherà la sua ironia intelligente, la sua grande curiosità indagatrice e mai scontata”. E il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini: “Lucca perde una grande studiosa, una delle sue donne più conosciute in ambito internazionale. Edda Bresciani, già ordinaria di Egittologia nell’università di Pisa, è stata archeologa, storica, filologa, e in particolare specialista dell’Egitto di epoca achemenide e dello studio del demotico. Con le sue competenze, con la sua profonda passione ha trasmesso l’amore per la conoscenza in tante generazioni di studenti e, grazie ai suoi testi, ha divulgato la storia dell’antico Egitto, della sua letteratura e società, fra tanti italiani. La ricordo con affetto e stima. Nell’aprile del 2019 le consegnammo la medaglia della città di Lucca: fu una cerimonia molto partecipata da amici ed estimatori che confermò la sua spontanea sobrietà, la sua natura di donna schiva ed acuta”. Nel 1996 era stata insignita della medaglia d’oro del presidente della Repubblica per la scienza e la cultura. Nell’aprile 2004 aveva ricevuto il prestigioso premio “Firenze-Donna“, mentre nel settembre 2014 a Pisa le era stato assegnato il premio “Campano d’Oro”, istituito come riconoscimento in onore di ex allievi dell’Ateneo pisano particolarmente distintisi nella cultura, nella scienza e nelle professioni (vedi A Edda Bresciani, egittologa di fama mondiale e professore emerito dell’università di Pisa, il premio “Campano d’Oro” riservato ai migliori ex allievi dell’ateneo pisano | archeologiavocidalpassato).

Il progetto editoriale “Nella terra di Pakhet” con prefazione di Edda Bresciani, in attesa di pubblicazione

Nonostante l’età, Edda Bresciani era molto attiva. Esattamente un anno fa – raccontano le cronache – aveva tenuto anche la prolusione inaugurale all’apertura dell’anno accademico dell’Accademia lucchese di scienze, lettere e arti, di cui era socia, parlando dell’antico Egitto e della sua esperienza di una vita tra scavi e ricerca scientifica. Era socia del Soroptimist di Lucca. E così arriviamo al progetto editoriale sui siti del Medio Egitto, sicuramente uno degli ultimi cui si è dedicata la professoressa Bresciani. E la ricordiamo come professoressa, prima ancora che grande egittologa, perché è proprio in questa veste che abbiamo avuto modo di conoscerla e apprezzarla. Prima solo qualche consiglio, piccoli suggerimenti. Poi la decisione di voler seguire passo passo la nascita di questo studio, leggendo ogni scheda, ogni racconto di viaggio, esaminando ogni fotografia (ingrandendo le immagini di Zulian è riuscita anche a decifrare alcune iscrizioni in demotico presenti in sepolture del periodo tardo, restituendo per la prima volta il nome dei titolari – anzi delle titolari – delle tombe). “E quando prendeva in esame i testi lasciava da parte tutta la bonomia, la simpatia e l’ironia che la contraddistinguevano, e assumeva il ruolo della professoressa”, ricorda Zulian con grande rispetto. “Per lei era come essere tornata in cattedra per seguire dei giovani allievi nella stesura della tesi. Una volta me lo ha anche detto: mi avete fatto tornare l’entusiasmo di un tempo”. Senza risparmiarci i “doppi segni blu e rosso”. Ma alla fine il regalo: non solo le è piaciuto il titolo del libro “Nella terra di Pakhet. Carnet de voyage nelle province centrali dell’Alto Egitto Appunti di trent’anni di viaggi” di Maurizio Zulian con la collaborazione di Graziano Tavan. Ma ha anche accettato di farci la prefazione. “E non vedeva l’ora di poter tenere in mano quello che lei definiva amabilmente il nostro librone”, chiude Zulian. Purtroppo l’emergenza da coronavirus ha bloccato tutto il progetto. “Se mai vedrà la luce, glielo porteremo, perché la possa accompagnare nel suo viaggio nell’Aldilà o nei Campi Iaru”.

Egitto. Nella necropoli di Saqqara la missione egiziana scopre 100 sarcofagi inviolati e sigillati di 2500 anni fa, 40 statue dorate di Ptah Soker, 20 scatole di legno di Horus, e poi statuette, amuleti, ushabti e 4 maschere in cartonnage dorato. I sarcofagi andranno tra il Grand Egyptian Museum, il National Museum of Egyptian Civilization, il museo della Nuova Capitale Amministrativa e il museo Egizio di piazza Tahrir. Le mummie al National Museum of Egyptian Civilization

I sarcofagi in legno inviolati e sigillati, risalenti a 2500 anni fa, scoperti dalla missione egiziana nella necropoli di Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)
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Il ministro al Turismo e alle Antichità Khaled el Anani parla davanti alla distesa di sarcofagi scoperti a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

Cento sarcofagi in legno di 2500 anni fa, inviolati e sigillati, ancora in ottime condizioni, contenenti mummie ben conservate, alcune accompagnate con ricchi ornamenti all’interno di pozzi funerari; quaranta statue (alcune dorate) di Ptah Soker, dio della necropoli di Saqqara, venti scatole di legno del dio Horus, due statue di “Phnomus “, una alta 120 cm e l’altra 75 cm, in legno di acacia. Oltre a numerose statuette, amuleti, ushabti e 4 maschere in cartonnage dorato. I ritrovamenti risalgono all’epoca delle dinastie dal VI al IV secolo a.C. e alla dinastia dei Tolomei (IV-I sec. a.C.). È l’ultima scoperta archeologica della missione egiziana dalla necropoli di Saqqara annunciata dal ministro al Turismo e alle Antichità Khaled el Anani alla presenza del maggiore generale Ahmed Rashid, governatore di Giza; l’ambasciatore Badr Abdel Aty, assistente ministro degli Affari Esteri per gli Affari Europei; Mostafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità; il maggiore generale Atef Moftah, supervisore del Grand Egyptian Museum e l’area circostante, e Ahmed Ghoneim, CEO del National Museum of Civilization; Al-Tayeb Abbas, viceministro per gli Affari archeologici presso il Grand Egyptian Museum, e un certo numero di funzionari del ministero, oltre ad alcuni personaggi pubblici e artisti egiziani.

Le statue dorate di Ptah Soker, dio della necropoli di Saqqara, trovate dalla missione egiziana a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

L’area di Saqqara – nota al mondo per la piramide a gradoni di Djoser – non finisce mai di stupire. “È la terza grande scoperta fatta negli ultimi tre anni di campagna di scavo nella stessa zona da archeologi egiziani nell’ambito di una missione egiziana”, ha sottolineato con un certo orgoglio il segretario dello Sca, Mostafa Waziri. “Un’area già nota per i ricchi ritrovamenti in passato, come le tombe dei nobili, in cui è stata ritrovata la sacra necropoli di gatti, animali e uccelli. Senza dimenticare la grande scoperta fatta questa primavera della tomba di Wahty, un sacerdote della V dinastia, che ha fatto il giro del mondo”.

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La pulitura delle statue di Ptah Soker scoperte a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

È toccato al ministro Khaled el Enani introdurre la scoperta con la proiezione di un cortometraggio sui momenti del ritrovamento. “Questa nuova scoperta rappresenta una continuazione dell’ultima scoperta annunciata lo scorso ottobre, e non siamo certo alla fine della ricerca. Altri ritrovamenti saranno annunciati a breve. Ma prima dobbiamo completare l’estrazione dei sarcofago già individuati per poter poi continuare l’esplorazione dei pozzi al momento ostruiti proprio dalle casse di legno”. I cento sarcofagi appena scoperti saranno distribuiti tra il  Grand Egyptian Museum, il National Museum of Egyptian Civilization, il museo della Nuova Capitale Amministrativa e il museo Egizio di piazza Tahrir. Quelli che saranno trasferiti in quest’ultimo museo arricchiranno la mostra di sarcofagi aperta per celebrare il 118° anniversario della fondazione del museo.

La pulitura di un sarcofago scoperto a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

“La scoperta che oggi illustriamo”, ha ribadito il ministro, “non sarà l’ultima nel 2020. Il dottor Zahi Hawass mi ha informato pochi giorni fa di un nuovo ritrovamento a Saqqara. Ma ci vorranno alcune settimane per poterlo presentare al mondo. Lo faremo entro la fine di dicembre o l’inizio del 2021. Ed entro l’anno – ha continuato – apriremo le gallerie Centrale e delle Mummie nel museo nazionale della Civiltà Egizia: evento che sarà accompagnato da una grande parata per trasportare le mummie reali dal museo Egizio di Tahrir alla loro nuova sede”.

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I tecnici procedono alla radiografia della mummia durante la presentazione della scoperta archeologica a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

Durante la presentazione della scoperta archeologica, è stato aperto un sarcofago e la mummia al suo interno è stata scansionata con una radiografia. Il segretario dello Sca, Mostafa Waziri, ha sintetizzato il risultato dell’esame radiografico: “Si tratta di un maschio, la sua altezza oscillava tra 165 e 175 cm, era in buona salute durante la sua vita e probabilmente è morto tra i 40 anni e 45 anni”.

Egitto. La missione archeologica egiziana nella necropoli di Saqqara conferma l’eccezionalità della scoperta in tre pozzi sacri. Il ministro: “Siamo arrivati a 59 sarcofagi in legno ancora sigillati, di 2500 anni fa; 28 statue del dio Ptah Sokar e un gran numero di amuleti e ushabti. E non è finita”

L’impressionante distesa dei sarcofagi scoperti dalla missione archeologica egiziana a Saqqara alla presentazione agli ambasciatori e ai media (foto Ministry of Tourism adn Aniquities)

Cinquanta sarcofagi, tutti integri. E la ricerca non è ancora finita! Da quando, ai primi di settembre, il ministro delle Antichità e del Turismo,  Khaled el-Anani, aveva annunciato l’eccezionale scoperta nell’area della necropoli di Saqqara di un pozzo sacro con una decina di sarcofagi inviolati da parte della missione archeologica egiziana diretta da Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, è stato tutto un susseguirsi di nuove scoperte all’interno di pozzi funerari nell’area delle antichità di Saqqara: 59 bare di legno chiuse ancora nelle loro condizioni iniziali della loro deposizione 2500 anni fa; 28 statue del dio della necropoli di Saqqara, Ptah Sokar e un gran numero di amuleti, statue ushabti e reperti archeologici. Numeri impressionanti presentati dal ministro egiziano al-Anani in un affollato incontro sotto un tendone nell’area della necropoli di Saqqara dove, davanti una sessantina di ambasciatori stranieri, arabi e africani al Cairo e delle loro famiglie, e di numerose agenzie di stampa locali e straniere, giornali e canali televisivi, sono stati distesi i sarcofagi in legno colorati scoperti dalla missione archeologica  egiziana accatastati uno sull’altro in tre pozzi sepolcrali a diverse profondità che vanno dai 10 ai 12 metri.

Uno dei sarcofagi in legno dipinto risalente all’epoca tarda trovati in un pozzo sacro a Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

“Questo è un giorno importante per l’Egitto”, ha esordito el-Anani: “Questa scoperta conferma l’unicità dell’Egitto riconosciuta da tutto il mondo. E la partecipazione oggi di tanti ambasciatori di 43 Paesi amici dell’Egitto e di media stranieri ne è la conferma”. Il ministro ha ricordato le tappe delle ricerche della missione egiziana in un’area, quella di Saqqara, particolarmente importante, Patrimonio dell’Umanità dal 1979, famosa per la piramide a gradoni di Djoser, che è stata riaperta al pubblico proprio nel marzo 2020 dopo un lungo restauro, iniziato nel 2006 e interrotto nel 2011 e completato nuovamente con un finanziamento egiziano di 150 milioni di sterline: “Inizialmente, tra la fine di agosto e il primi di settembre 2020 sono stati scoperti 3 pozzi contenenti 13 bare; due settimane dopo sono state trovate altre 14 bare, e ad oggi siamo arrivati a 59 (vedi https://archeologiavocidalpassato.com/2020/09/21/egitto-la-missione-archeologica-egiziana-nella-necropoli-di-saqqara-ha-scoperto-27-sarcofagi-di-epoca-tarda-risalenti-a-2500-anni-fa-ancora-sigillati-il-ministro-el-anani-una-scoperta-mo/). Ma non è ancora finita. Abbiamo trovato altri strati di bare che verranno illustrati più avanti”. Khaled el-Anani ha spiegato che i sarcofagi trovati sono in buone condizioni di conservazione e conservano ancora i loro colori originali: “I primi studi effettuati dagli archeologi rivelano che risalgono alla XXVI dinastia e che appartengono a un gruppo di sacerdoti, diplomatici anziani e personalità di spicco nella società”. E poi l’annuncio ufficiale: “Questi sarcofagi saranno trasferiti al Grand Egyptian Museum per essere esposti nella sala di fronte a quella dedicata alla presentazione del nascondiglio di Al-Asasif, vicino al tempio della regina Hatshepsut (riva occidentale dell’odierna Luxor), trovato dalla missione archeologica egiziana nel 2019, dove sono state scoperte circa 32 bare chiuse ancora perfettamente integre di sacerdoti, alcune donne e bambini risalenti alla XXI-inizio XXII dinastia”.

Khaled el-Anani, ministro del Turismo e delle Antichità dell’Egitto, alla presentazione della scoperta degli oltre 50 sarcofagi di 2500 anni fa nell’area archeologica di Saqqara (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

“Questa è la prima scoperta archeologica annunciata in piena crisi da coronavirus”, ha sottolineato el-Anani, che ha ringraziato i suoi colleghi che lavorano nel Consiglio Supremo delle Antichità guidato da Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio, soprattutto per il loro lavoro in circostanze difficili e ardue, il che conferma comunque che le ripercussioni del Covid-19 non hanno impedito il completamento del loro lavoro, nel rispetto di meticolose misure precauzionali per garantire la sicurezza a tutti gli archeologi, restauratori, lavoratori e partecipanti nella missione. “Oggi la maggior parte delle scoperte archeologiche egiziane sono nelle mani degli egiziani, archeologi dipendenti del Consiglio supremo delle antichità”, orgoglioso di far parte di questa squadra in cui è entrato dal 2016. “E un grazie anche alla Banca Nazionale d’Egitto per aver sponsorizzato questo evento”.

Il ministro Khaled el-Anani e il segretario dello Sca Mostafa Waziri (foto Ministry of Tourism and Antiquities)

Le fasi della scoperta sono state ricordate anche da Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità: “La missione ha iniziato i lavori di scavo lo scorso agosto, quando sono state trovate 13 bare e con il proseguimento degli scavi, gli archeologi hanno scoperto altre 14 bare, fino a quando il numero di bare è arrivato a  59. Trovate anche 28 statue in legno del dio Ptah Sokar, che è il dio principale della necropoli di Saqqara, oltre a un gran numero di statue e amuleti ushabti in maiolica, nonché una statua in bronzo del dio Nefertum, adorato a Memfi, dove era considerato figlio di Ptaḥ e di Sakhmis. La statuetta, intarsiata con pietre preziose, come agata rossa, turchese e azzurro, è alta 35 cm, e sulla base c’è un’iscrizione che porta il nome del suo proprietario, il sacerdote Badi-Amon”.

Alla presentazione della scoperta archeologica è intervenuto anche il famoso egittologo Zahi Hawass, che ha descritto l’emozione provata all’apertura di un sarcofago che conteneva ancora la mummia (come si vede nel cortometraggio sulla scoperta mostrato al pubblico presente, e qui sopra riprodotto), apertura avvenuta in occasione del suo sopralluogo a Saqqara su invito del ministro del Turismo e delle Antichità: “Il momento dell’apertura della bara per la prima volta non può essere descritto: lo si vede nei giovani archeologi egiziani che partecipano a queste missioni. E sono particolarmente felice del successo della missione archeologico guidata da Mostafa Waziri”. E ha aggiunto: “Queste scoperte archeologiche sono avvenute non in un’area qualsiasi: qui si trovano alcune tra le tombe più famose, tra cui la tomba di Maya “nutrice del re Tutankhamon”, la tomba del primo ministro durante il regno di re Amenhotep III, o la tomba di Pay e Raia”.

#iorestoacasa. “Passeggiate del Direttore”: con il settimo appuntamento su “Rituali e sepolture nel Predinastico” il direttore Greco inizia il viaggio nell’Antico Egitto: dalla mummia di Gebelein al sarcofago di Duaenra alle mastabe

“Rituali e sepolture nel Predinastico” sono il tema del settimo appuntamento con le “Passeggiate del Direttore” con cui il direttore del museo Egizio di Torino, Christian Greco, inizia il viaggio nell’Antico Egitto, dai primi esempi di mummificazione alle grandi sepolture dell’Antico Regno. “Uno dei fenomeni che più ci affascinano dell’Antico Egitto”, esordisce Greco, “è quello della preservazione del corpo. Preservare il defunto, si legge nel capitolo 151 del libro dei Morti, fare in modo che il corpo sia “intatto” di modo che la morte non costituisca un punto finale ma un punto di partenza. La morte infatti viene definita nuova nascita”. La prima mummia che si incontra nel rinnovato percorso del museo Egizio di Torino è la mummia di Gebelein, del periodo Predinastico: si tratta della mummia di un uomo vissuto circa 5600 anni fa che ben introduce il tema della mummificazione. “Il corpo è posto in posizione fetale”, spiega Greco. “Il defunto quindi nella sua nuova dimora, in questa cavità sotto la sabbia, riprende la stessa posizione che aveva nel grembo della madre. La morte quindi in toto viene messa in relazione con la nuova nascita. Questo è un esempio di mummificazione naturale: il corpo è stato avvolto in stuoie, posizionato in una buca sotto la sabbia che, ricca di natrum (un sale naturale), ha portato alla disidratazione del corpo”. Il defunto era accompagnato da alcuni oggetti, il suo corredo, che lui avrebbe potuto utilizzare nell’Aldilà. Ma alcuni, come gli intrecci di vimini accanto alla testa, non possono essere coevi alla sepoltura perché la modalità di intreccio è di epoca romana. Come si può spiegare questo fatto? “Probabilmente perché questa mummia non è stata scavata da Schiaparelli, ma è stata comprata al mercato antiquario e qualcuno ha aggiunto degli oggetti per alzarne il valore”. Dalla mummificazione naturale si arriverà a quella artificiale. “Gli egizi, osservando il corpo che veniva disidratato in modo naturale, hanno sviluppato delle procedure che permettevano la disidratazione artificiale del corpo, e la sua conservazione. Poi il corpo fu messo a dimora in un contenitore che ne potesse garantire la preservazione nel lungo periodo. Ecco quindi che da questa prima fase iniziale arriviamo alle grandi sepolture che riusciamo già a vedere nell’Antico Regno”.

Il direttore Christian Greco mostra il sarcofago di Duaenra, figlio di Chefren (foto museo Egizio)

I sarcofagi. Il raggiungimento della mummificazione artificiale comporta una serie di conseguenze. Tutto l’apparato teologico, religioso, mitologico viene arricchito. “Per preservare il corpo del defunto non servono solo queste operazioni che vengono applicate sul corpo stesso, ma servono anche delle divinità che si possono fare garanti di tutto ciò”. Innanzitutto Osiride, che è il sovrano dell’Oltretomba, il primo re dell’Egitto, che una volta ucciso dal fratello Seth è risuscitato, diviene colui che si fa garante dell’ordine costituito nell’Oltretomba. Ma poi ci sarà anche Anubi “colui che apre le porte dell’Aldlà”, che è la divinità sciacallo che riesce ad accompagnare il defunto nell’Aldilà. “Teniamo presente però che il corpo deve sì essere preservato, ma si deve garantirne anche la preservazione per un lungo periodo. Ecco quindi che c’è bisogno di contenitori – i sarcofagi – che possano preservare i resti umani”. Un bellissimo esempio di sarcofago monumentale dell’Antico Regno conservato all’Egizio di Torino è il sarcofago di Duaenra, figlio del faraone Chefren (IV dinastia), in granito rosa di Assuan, massiccio. “In questo periodo si sviluppano anche molti sarcofagi in legno a parallelepipedo con un coperchio bombato e sul lato la cosiddetta rappresentazione di facciata di palazzo. Il sarcofago quindi ricorda una dimora perché è esso stesso la nuova dimora del defunto, la “casa per l’eternità”. Questa, che è la prima forma di sarcofago dell’Antico Egitto, è anche la rappresentazione del geroglifico per “sepoltura”. Questa tipologia tornerà nell’VIII sec. a.C. I sarcofagi antropomorfi vengono introdotti in Egitto molto più tardi, con la XVII dinastia”.

Lo schema grafico di una mastaba dell’Antico Egitto

Le mastabe. Con i sarcofagi si sviluppano anche le tombe che dovevano ospitare non solo i faraoni ma anche l’élite. In queste tombe dovevano esserci un collegamento tra la società dei viventi e i defunti. Sono le mastabe, così chiamate per la prima volta dall’archeologo inglese Walter Bryan Emery che prese a prestito il termine dal termine arabo mastaba, che significa panchina, quella di mattoni di fango che si trovava al di fuori delle case rurali in Egitto dove le persone si sedevano soprattutto la sera. “Le tombe a mastaba hanno un aspetto dicotomico”, spiega Greco. “C’è una parte sopraelevata che può essere visitata dai viventi e che funziona nella società dei viventi, e una parte ipogea che può essere raggiunta da un pozzo che porta a delle camere sepolcrali dove viene posizionato il sarcofago con la mummia del defunto. Elemento fondamentale all’interno della tomba è una stele, la cosiddetta falsa porta. Ha tutte le fattezze di una porta, ma in realtà è una porta in pietra che non permette un passaggio fisico. Permette invece il passaggio dei cosiddetti “ba”, delle anime del defunto, che vengono rappresentati come un uccello con testa antropomorfa: questi possono viaggiare da una parte all’altra della falsa porta, possono depositarsi sul tavolo d’offerta, possono mangiare le offerte e ritornare nel regno dei morti. Ecco quindi la cerniera che permette ai morti e ai viventi di entrare in contatto”.

Egitto. Riaperta al pubblico, dopo quasi vent’anni di restauri, la piramide a gradoni a Saqqara, realizzata dall’architetto Imhotep per il faraone Djoser (III dinastia) 4700 anni fa

Dal 2002 sono stati portati avanti i restauri della grande piramide a gradoni di Saqqara, la più antica dell’Egitto: riaperta al pubblico nel 2020

La planimetria del complesso della necropoli di Saqqara con la piramide di Djoser

Quasi vent’anni anni, tanto è stata lunga l’attesa. Ma ora la buona notizia: la piramide a gradoni di Djoser a Saqqara, costruita 4700 anni fa durante la III dinastia per il faraone Djoser dall’architetto Imhotep, è stata riaperta al pubblico. Iniziato nel 2002, il progetto di ristrutturazione fu interrotto nel 2011, per le primavere arabe, per poi riprendere nel 2013. I lavori di restauro, in questo vasto complesso funerario che sorge a 30 chilometri a sud del Cairo, hanno riguardato la facciata esterna della struttura, i corridoi interni che conducono alla camera funeraria, il sarcofago in pietra e le scalinate dei due ingressi. Il complesso funerario di Djoser (o Zoser), più conosciuto con il generico nome di piramide a gradoni è una struttura funeraria eretta nella necropoli di Saqqara, a Nord-Est dell’antica città di Menfi. La piramide è la struttura principale di un vasto complesso funerario costituito da una grande corte circondata da strutture cerimoniali e da strutture decorative con innovazioni realizzate per la prima volta, quali i padiglioni, le colonne scanalate, le edicole, i portici, i propilei, le lesene e il capitello a foglie pendule mai più usato. Considerata la più antica tra quelle egizie, consiste di sei mastabe (di dimensioni decrescenti) costruite una sull’altra a dimostrazione di come il progetto si sia modificato in itinere. L’edificio originale aveva un’altezza di 62 metri ed una base di 109 × 125 metri, per la sua edificazione venne usata pietra calcarea ed è considerato la più antica struttura egizia, di grandi dimensioni, edificata interamente in pietra. Il muro che recintava, come una fortezza, “la dimora di eternità” del sovrano Djoser, è la replica funeraria del Muro Bianco di Narmer ma realizzato in versione semplificata. Alto più di 10 metri, ha una lunghezza totale di circa 1 chilometro e mezzo racchiudendo una superficie di circa 15 ettari con 211 bastioni e 14 false porte oltre all’unico varco d’ingresso situato vicino all’angolo di sud-est che consente l’accesso al corridoio ove inizia il colonnato. Era rivestito con bianchi blocchi calcarei di Tura accuratamente disposti in quello che successivamente diventerà il motivo decorativo a facciata di palazzo.

Al “Children’s Day” al museo Egizio del Cairo presentazione ufficiale, alla presenza del ministro El-Enany e dell’ambasciatore Cantini, del libro per bambini “Egitto, terra del Nilo” curato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, in italiano e arabo, con le foto di Maurizio Zulian

L’invito del ministero delle Antichità egiziano al “Children’s Day” al museo Egizio del Cairo

Evento speciale al museo Egizio del Cairo con la Fondazione Museo civico di Rovereto protagonista. Nel giorno del “Children’s Day at the Egyptian Museum in Cairo”, il 21 dicembre 2019, è stato presentato nella prestigiosa sede del museo Egizio al Cairo il libro per bambini “Egitto, terra del Nilo” (ed. Osiride), dedicato alla storia dell’antico Egitto e curato dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto. “Il libro – ricordano alla Fondazione – è stato selezionato dall’Istituto Italiano di Cultura quale esempio di eccellenza nella didattica museale e presentato al Cairo in un evento promosso dal ministero delle Antichità egiziano: racconta in due lingue, italiano e in arabo, la storia d’Egitto”. Il “Children’s Day” è iniziato all’una del pomeriggio con un “Viaggio speciale tra i tesori dell’Antico Egitto”, gioco didattico per i bambini. Quindi, all’1.30, il momento clou: la presentazione del libro per bambini “Egitto, terra del Nilo”, promosso dal ministero delle Antichità della repubblica d’Egitto, con la partecipazione del ministro, H.E. Khaled el-Enany; dell’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini; di Cristina Azzolini, vicesindaco di Rovereto; Giovanni Laezza, presidente della Fondazione Museo Civico di Rovereto Foundation; e Maurizio Zulian, conservatore onorario del museo di Rovereto.

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo” (ed. Osiride) curato dalla Fondazione Museo Civico Rovereto

In rappresentanza della Fondazione Museo Civico, il presidente Giovanni Laezza ha illustrato il progetto del libretto destinato a bambini e ragazzi tra gli 8 e i 12 anni. Scritto in italiano e in arabo, il volumetto è curato dall’archeologa del museo Barbara Maurina con i testi di Giuseppina Capriotti Vittozzi, direttore del Centro Archeologico Italiano al Cairo (che ha promosso l’evento all’interno dell’evento al museo del Cairo). All’opera ha collaborato anche Maurizio Zulian, che ha fornito le foto pubblicate, le quali fanno parte dello straordinario patrimonio confluito nell’Archivio fotografico della Fondazione MCR. Il libro traccia in modo semplice ed essenziale la storia della terra dei Faraoni ma è stato concepito come un libro-gioco e contiene una serie di tavole da colorare, per favorire l’assimilazione delle informazioni di base attraverso il momento ludico.

Foto ufficiale davanti al mueo Egizio del Cairo con il libro “Egitto, terra del Nilo”: da sinistra, Maurizio Zulian, Giovanni Laezza, Giampaolo Cantini, Khaled el-Enany, e Cristina Azzolini

“Siamo molto felici di questo importante riconoscimento”, commenta Laezza, “che riconosce competenze e potenzialità della Fondazione Museo Civico ben al di là del contesto in cui opera. Da sempre siamo impegnati nel proporre la migliore qualità nei programmi didattici mirati, nelle visite, nei laboratori, nell’aggiornamento per gli insegnanti. Il fatto che tutto questo sforzo sia riconosciuto a livello nazionale e anche internazionale ci riempie di orgoglio e non può che motivarci a migliorare ancora”. Il libretto, che potrà essere utilizzato nelle scuole sia in Italia che in Egitto, sarà messo a disposizione delle scuole primarie di Rovereto che ne faranno richiesta, come chiarisce Cristina Azzolini: “Il Comune è disponibile a stampare e distribuire il libretto nelle scuole primarie di Rovereto perché crediamo non sia solo utile per la conoscenza storica ma, date le sue caratteristiche e il fatto che sia scritto sia in italiano che in arabo, può rappresentare uno strumento di confronto e di arricchimento culturale”.

Antico Egitto. A Dra Abu el-Naga (Tebe Ovest) una missione archeologica spagnola ha trovato un giardino funerario con semi di 4mila anni fa. È il primo scoperto, e conferma quanto finora dedotto solo dall’iconografia. Il prof. Josè Manuel Galan, direttore dello scavo, ne parla al museo Egizio di Torino

Il giardino funerario trovato a Dra Abu el-Naga (Tebe Ovest, Egitto) dalla missione spagnola diretta da Josè Manuel Galan (foto Project Djehuty)

È un piccolo rettangolo di 3 metri per 2, sollevato da terra di circa mezzo metro, e diviso in spazi/aiuole di 30 centimetri quadrati. È il primo giardino funerario scoperto da una missione archeologica in Egitto. Finora infatti non ne era mai stato trovato nessuno, anche se dell’esistenza di giardini funebri gli archeologi sapevano dalle illustrazioni presenti in alcune tombe. José Manuel Galán, l’archeologo che dirige la missione spagnola sulla collina di Dra Abu el-Naga, a Tebe Ovest, lo ha scoperto in un cortile aperto, all’ingresso di una tomba scavata nella roccia, risalente forse al 2000 a.C. (Medio Regno). I diversi riquadri in cui era diviso il giardino contenevano probabilmente tipi diversi di piante e fiori, mentre al centro, in due “lettucci” rialzati rispetto agli altri dovevano essere ospitati piccoli alberi o arbusti. “È la prima volta che si è trovato un giardino, fisicamente, ed è quindi la prima volta che l’archeologia può confermare ciò che era stato dedotto dall’iconografia“ spiega Galan, che martedì 15 ottobre 2019, alle 18, al museo Egizio di Torino parlerà di “The Djehuty Project in Egypt: a funerary garden in Dra Abu el-Naga”, conferenza promossa in collaborazione con ACME (Associazione Amici e collaboratori del Museo Egizio). José Manuel Galán, direttore del Progetto Djehuty, è professore di Egittologia al dipartimento di Lingue e culture del Vicino Oriente e del Mediterraneo del Consejo Nacional de Investigaciones Científicas (CSIC, Madrid). L’incontro, a ingresso gratuito in base alla disponibilità della sala, sarà introdotta dal direttore Christian Greco e si terrà in inglese. Per chi desidera, in sala sarà disponibile un servizio di traduzione simultanea. La conferenza sarà inoltre trasmessa in streaming sulla pagina Facebook del Museo.

Il giardino funerario di Dra Abu el-Naga è il primo trovato in Egitto (foto Djehuty Project)

L’egittologo Josè Manuel Galan

Una missione archeologica spagnola, coordinata dal Consiglio Nazionale Spagnolo delle Ricerche di Madrid, lavora dal gennaio 2002 a Dra Abu el-Naga, all’estremità settentrionale della necropoli di Tebe sulla riva occidentale di Luxor. La missione ha iniziato a concentrarsi sulle cappelle funerarie scavate nella roccia di Djehuty e Hery, due alti funzionari che hanno servito rispettivamente sotto Hatshepsut e la Regina Madre Ahhotep (ca. 1520-1460 a.C.). L’area era in precedenza occupata da pozzi funerari e cappelle in mattoni di fango che appartenevano ai membri della famiglia reale e all’élite tebana durante la diciassettesima dinastia, tra il 1600 e il 1520 a.C. A loro volta, questi ultimi dovettero trovare uno spazio libero tra le grandi tombe scavate nella roccia costruite quattrocento anni prima dell’undicesima e della dodicesima dinastia. Due di esse condividono un cortile aperto, e davanti a uno degli ingressi è stato portato alla luce il modellino di un piccolo giardino funerario. L’analisi dei semi e dei resti di 4mila anni fa che si trovano all’interno del giardino può contribuire alle nostre conoscenze sulla coltivazione di piante per scopi funerari e territoriali.

Tentativo di riproduzione del giardino funerario di Dra Abu el-Naga (foto Djehuty Project)

Ipotesi di riproposizione virtuale del giardino funerario di Dra Abu el-Naga (foto Djehuty Project)

“Il giardino – continua Galan – fornirà anche informazioni sulle credenze e le pratiche religiose, così come sulla cultura e la società al momento della XII dinastia, quando Tebe divenne per la prima la capitale del regno unificato dell’Alto e del Basso Egitto“. La palma, il sicomoro e la Persea (l’Albero dell’Egitto, un lontano parente dell’avocado), secondo gli egittologi, erano piante associate alla forza della resurrezione, mentre la lattuga era legata alla fertilità. Galan è prudente: “Dobbiamo aspettare, per vedere quali piante si possono individuare, analizzando i semi che abbiamo raccolto. Si tratta di un ritrovamento spettacolare e più unico che raro, che apre molteplici strade di ricerca”.

Paestum, XXII Bmta: annunciate le 5 scoperte archeologiche candidate alla vittoria della 5ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”. Sono: il più antico relitto intatto del mondo (Mar Nero, Bulgaria); un laboratorio per la mummificazione (Saqqara, Egitto); il più antico pane del mondo (Deserto Nero, Giordania); iscrizione e dimore di pregio (Pompei, Italia); la più antica mano in metallo in Europa (lago di Bienne, Svizzera)

La XXII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo archeologico si tiene a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019

Quinta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” alla Bmta 2019

Le “nomination” sono state rese note. Il voto è aperto. La proclamazione del vincitore della 5ª edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” venerdì 15 novembre 2019 in occasione della XXII Borsa Mediterranea del Turismo archeologico in programma a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019. Le cinque scoperte archeologiche del 2018, candidate alla vittoria della quinta edizione dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, sono: Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo; Egitto: a Saqqara a sud del Cairo un antico laboratorio di mummificazione; Giordania: nel Deserto Nero il pane più antico del mondo; Italia: l’iscrizione e le dimore di pregio scoperte a Pompei; Svizzera: la più antica mano in metallo trovata in Europa. L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto – come si diceva – alla quinta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Con questo Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), la Borsa Mediterranea del Turismo archeologico e Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche. Il direttore della Bmta Ugo Picarelli e il direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”.

Omar Asaad, figlio di Khaled, consegna l’International Archaeological Discovery Award a Benjamin Clément alla Bmta 2018 (foto Bmta)

Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale e cooperazione tra i popoli. Nel 2015 il Premio è stato assegnato a Katerina Peristeri, responsabile degli scavi, per la scoperta della Tomba di Amphipolis (Grecia); nel 2016 all’INRAP Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Francia), nella persona del presidente Dominique Garcia, per la scoperta della Tomba celtica di Lavau; nel 2017 a Peter Pfälzner, direttore della missione archeologica, per la scoperta della città dell’Età del Bronzo presso il villaggio di Bassetki nel nord dell’Iraq; nel 2018 a Benjamin Clément, responsabile degli scavi, per la scoperta della “piccola Pompei francese” di Vienne, alla presenza di Omar, uno dei figli archeologi di Khaled al-Asaad. Il Premio 2019 sarà assegnato alla scoperta archeologica prima classificata, secondo le segnalazioni ricevute da ciascuna testata. Inoltre, sarà attribuito uno “Special Award” alla scoperta, tra le cinque candidate, che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa (www.facebook.com/borsamediterraneaturismoarcheologico) nel periodo 17 giugno-30 settembre 2019. Allora cerchiamo di conoscere meglio le cinque scoperte “candidate” al Premio.

Il più antico relitto intatto del mondo (risale a 2400 anni fa) scoperto nelle acque del mar Nero (Bulgaria) (foto Rodrigo Pacheco Ruiz)

Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo. A 2 km di profondità nel mar Nero, al largo della costa della Bulgaria, è stata scoperta dal Black Sea Maritime Archaeology Project (MAP), grazie all’insolita composizione chimica dell’acqua del mar Nero e alla mancanza di ossigeno al di sotto dei 180 mt, una nave di legno risalente a 2400 anni fa, con gli elementi strutturali, fra cui l’albero e i banchi per i rematori, mai prima d’ora rinvenuti intatti in navi così antiche, attestandolo come il più antico relitto completo conosciuto trovato in mare (le barche rituali egizie ritrovate negli scavi, come quelle di Cheope, sono però molto più antiche). L’esplorazione durata 3 anni ha portato alla scoperta di più di 60 relitti storici. La nave, lunga circa 23 mt, documentata grazie a un sottomarino a comando remoto (ROV, remotely operated vehicle) dotato di telecamere, appare simile alle navi mercantili raffigurate su antichi vasi greci. Un piccolo frammento del relitto è stato estratto e analizzato con il metodo del radiocarbonio, risultando risalente al V sec. a.C., epoca in cui le città-stato greche intrattenevano frequenti rapporti commerciali fra il Mediterraneo e le loro colonie lungo la costa del mar Nero.

Un antico laboratorio di mummificazione scoperto nella necropoli di Saqqara in Egitto (foto Reuters / Mohamed Abd-el-Ghany)

Egitto: a Sud del Cairo un laboratorio di mummificazione. La missione archeologica egiziano-tedesca del Supremo Consiglio delle Antichità e dell’università di Tübingen ha rinvenuto a Sud della piramide di Unas, nella necropoli di Saqqara (a 30 km a Sud del Cairo) a 30 metri di profondità, un antico laboratorio di mummificazione (risalente alla XXVI e XXVII dinastia, VI-V sec. a.C.) con 5 sarcofagi e una maschera funeraria in argento dorato, 35 mummie, una bara di legno, un notevole numero di statuette di ushabti e vasi per gli oli. Il lavoro di scavo della missione continua, in quanto bisognerà dissotterrare almeno 55 mummie. La piramide di Unas è l’ultima delle piramidi edificate nella V dinastia. Nonostante le sue piccole dimensioni, è considerata una delle più importanti piramidi egizie, in quanto è la prima struttura in cui sono stati iscritti i Testi delle Piramidi, formule di carattere funerario e religioso che avrebbero permesso la resurrezione del defunto tra le stelle imperiture. La scoperta fornirà nuove informazioni sui segreti dell’imbalsamazione degli antichi egizi. Infatti i vasi di ceramica, che contengono ancora i resti di oli e prodotti usati nel processo di imbalsamazione, riportano scritti i nomi dei prodotti sopra i contenitori.

La struttura in pietra nel Deserto Nero della Giordania dove è stato trovato il pane più antico del mondo (foto Alexis Pantos)

Giordania: il pane più antico del mondo. A Shubayqa 1 nel Deserto Nero della Giordania, Nord-Est del Paese, è stato rinvenuto da un gruppo di ricercatori delle università di Copenaghen, di Cambridge e University College di Londra il pane più antico mai ritrovato finora, di circa 14mila anni. Si tratta di una focaccia di pane azzimo carbonizzata. Quindi i nostri antenati impastavano e cucinavano ancor prima del Neolitico, e prima dell’avvento dell’agricoltura, collocata 4mila anni più tardi. Si ipotizza che grazie al consumo del pane le popolazioni iniziarono a coltivare le piante necessarie per realizzarlo, contribuendo alla rivoluzione agricola nel Neolitico. Dalle analisi dei frammenti di pane con il microscopio elettronico è emerso che si tratta di cereali selvatici: antenati dei moderni cereali come l’orzo, il farro e l’avena, che prima di essere cotti sono stati macinati, setacciati e impastati. Secondo i ricercatori sarebbe stato prodotto da una popolazione di cacciatori-raccoglitori perlopiù sedentaria, chiamati Natufiani, e, a causa della difficoltà per la sua realizzazione, il pane era considerato un cibo di lusso e quindi destinato solo a eventi importanti.

L’iscrizione scoperta nella V Regio di Pompei che avvalorerebbe la datazione dell’eruzione a ottobre del 79 d.C. (foto parco archeologico Pompei)

Italia: iscrizione e dimore di pregio scoperte a Pompei. Due dimore di pregio con preziose decorazioni vengono alla luce dalla Regio V di Pompei, grazie agli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo previsti dal Grande Progetto Pompei: la Casa con giardino con il bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie e la Casa di Giove con le pitture in primo stile e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni senza precedenti. Iscrizioni e ulteriori resti delle vittime aggiungono, inoltre, dettagli alla storia dell’eruzione e della città antica. Un’iscrizione a carboncino, in particolare, traccia tangibile di un momento di vita quotidiana, supporta la teoria che la data dell’eruzione fosse a ottobre e non ad agosto: un’ipotesi già avanzata dagli studiosi da tempo (vedi: https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/10/16/pompei-la-scoperta-di-uniscrizione-a-carboncino-nella-casa-con-giardino-sposterebbe-la-datazione-delleruzione-del-vesuvio-del-79-d-c-da-agosto-a-ottobre-lannuncio-durante/). Il grande intervento che sta interessando gli oltre 3 km di fronti, che costeggiano i 22 ettari di area non scavata, ha lo scopo di riprofilare i fronti, rimodulandone la pendenza e mettendoli in sicurezza, al fine di evitare la minacciosa pressione dei terreni sulle strutture già in luce. Gli scavi hanno anche svelato una pittura parietale, che si aggiunge a quelle splendide di Venere e Adone della Casa con giardino e a quelle della Casa di Giove: si tratta del mito di Leda e il cigno, rappresentato in un affresco rinvenuto in un cubicolo (stanza da letto) di una casa di via del Vesuvio. La scena erotica rappresenta il congiungimento tra Giove, trasformatosi in cigno, e Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta. Il ritrovamento è estremamente particolare per la fattura del soggetto “diverso da tutti gli altri fino ad oggi ritrovati in altre case” per l’iconografia decisamente sensuale.

La più antica mano in bronzo in Europa (risale a 3500 anni fa) scoperta in Svizzera, vicino al lago di Bienne (foto adb / ph, Joner)

Svizzera: la più antica mano in metallo ritrovata in Europa. Vicino al lago di Bienne, nella zona occidentale del Cantone di Berna, è stata rinvenuta, grazie al metal detector in occasione di una bonifica ambientale, la riproduzione di una mano in bronzo, leggermente più piccola del normale di circa ½ kg, che è la più antica rappresentazione in metallo di una parte del corpo umano mai trovata in Europa e risalente a circa 3500 anni fa. Presenta una sorta di polsino in lamina d’oro e una cavità interna che, si pensa, potesse permettere di montarla su un bastone o una statua. La datazione al radiocarbonio di una piccola porzione della colla organica usata per attaccare lo strato di lamina d’oro sul “polso” della scultura ha permesso di verificare che l’oggetto era molto antico, risalente all’età del Bronzo medio, tra il 1500 e il 1400 a.C.. Gli oggetti metallici nelle sepolture dell’età del Bronzo sono rari e ancora più raro l’oro. E quindi la scoperta è unica in Europa e forse anche oltre i confini europei. La cavità interna suggerisce che avrebbe potuto adornare una statua, essere stata montata su un bastone e impugnata come uno scettro o addirittura indossata come una protesi durante un rituale, tutte teorie che potrebbero non avere conferme.