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“Quattro chiacchiere con i Celti”: al museo civico di Montebelluna si presenta il libro “I Celti e il Veneto” illustrato dalle autrici, Gambacurta e Ruta, che poi faranno rivivere le armi e i gioielli celtici esposti nella sezione archeologica del Museo

La sezione dedicata ai Veneti antichi nel museo civico di Storia Naturale e di Archeologia di Montebelluna (foto archeoveneto)

Logo del museo di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna

L’obiettivo dello studio è restituire un quadro aggiornato e, per quanto possibile, completo delle dinamiche dell’occupazione e della gestione del territorio da parte dei Veneti, che devono confrontarsi con le nuove presenze, trovare soluzioni per il controllo e la ridefinizione dei confini e inventarsi forme innovative di integrazione degli elementi stranieri. Parliamo di “I Celti e il Veneto. Storie di culture a confronto” (Sav – Archeologia Veneta, supplemento XL – 2017) che le due autrici, Giovanna Gambacurta e Mariangela Ruta, illustreranno venerdì 8 novembre 2019, alle 20.45, al museo civico di Storia naturale e Archeologia di Montebelluna (Tv), nell’incontro “Quattro chiacchiere con i Celti”, speciale conferenza/visita/conversazione in cui sarà protagonista l’antico popolo dei Celti. Le due autrici del recentissimo volume “I Celti e il Veneto” saranno a disposizione del pubblico per far rivivere le armi e i gioielli celtici esposti nella sezione archeologica del Museo. Ingresso libero e gratuito. Consigliato per ragazzi e adulti.

Il libro “I Celti e il Veneto. Storie di culture a confronto” di Giovanna Gambacurta e Mariangela Ruta

La questione della dinamica e discussa relazione tra influenza di modelli celtici nella moda o nelle usanze e delle effettive presenze di genti celtiche nel Veneto a partire dal V secolo a.C. fino al I secolo a.C. è stata oggetto negli ultimi decenni di diversi contributi, da parte delle stesse autrici e non solo, ma non è mai stata affrontata in maniera esaustiva in un unico studio di sintesi. L’indagine viene condotta mediante l’analisi dei documenti archeologici, epigrafici e numismatici, distribuiti attraverso otto tempi nell’arco di quasi 500 anni, dando risalto alle caratteristiche più evidenti e macroscopiche di ciascun periodo e coniugando gli indicatori di celtismo già noti con le informazioni provenienti dalle nuove scoperte che si susseguono nel territorio regionale. Il volume illustra tempi e modi della diffusione della cultura celtica nel Veneto preromano. A tal scopo vengono identificati una serie di indicatori selezionati e organizzati in modo gerarchico per attestare le diverse sfumature tra diffusione di modelli culturali e presenze di gruppi di individui o di singole unità. La dinamica della gestione del territorio e delle problematiche di difesa dei confini emergono attraverso l’elaborazione di carte tematiche diacroniche.

“Figlio del lampo, degno di un re”: al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo (Tv) una tre giorni per “riscoprire” la sepoltura di cavallo con una preziosa bardatura di 2500 anni fa: archeologi, restauratori e storici a confronto sul rapporto tra i veneti antichi e i cavalli, prima dell’inaugurazione del nuovo allestimento per la Tomba 49

Cavallino in bronzo dei veneti antichi (V-IV sec. a.C.) conservato al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo (foto G. Benedetti)

I veneti “dai bei cavalli” bianchi: proprio l’allevamento dei cavalli di razza aveva reso famosi i veneti antichi in tutto il mondo allora conosciuto. Li ricorda Omero nell’Iliade (“Èneti, stirpe delle mule selvagge”). Li cita un altro grande poeta greco, Esiodo (“Gli Iperborei dai bei cavalli che la terra dai molti pascoli aveva generato numerosi presso le rapide correnti dell’Eridano profondo”, dove per Iperborei si intendono le popolazioni dell’Alto Adriatico e per Erìdano il fiume Po). E il poeta lirico Alcmane per cantare la bellezza della sua amata ricorda quella dei destrieri veneti (“Àgido ci appare così bella, come se qualcuno ponesse in mezzo al gregge un cavallo vigoroso, vincitore di tornei, dagli zoccoli risonanti di sogni alati. Non vedi? Lei è un corsiero enetico”). Non stupisce quindi che gli archeologi di Oderzo davanti alla scoperta di una tomba dei veneti antichi con un’eccezionale sepoltura di cavallo abbiano brindato: era il marzo 2005 quando, proprio a pochi passi dal museo Archeologico “Eno Bellis”, nell’area dell’Opera Pia Moro, dove lungo il tratto interno della Postumia romana è stata individuata una necropoli dei veneti antichi, era venuta alla luce la Tomba 49 con la sepoltura di un cavallo impreziosita da una eccezionale bardatura di 2500 anni fa.

Le sepolture 11 e 49, le uniche equine, dalla necropoli preromana Opera Pia Moro di Oderzo (da Gambacurta)

La locandina della tre giorni opitergina “Figlio del lampo, degno di un re”

A tredici anni dalla scoperta, la bardatura del cavallo della Tomba 49, sottoposta in questi ultimi mesi a nuovi e approfonditi studi, ritorna ora agli occhi del pubblico in un nuovo allestimento al museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo. Ma non è l’unico motivo per andare a Oderzo in questo fine settimana. La fondazione Oderzo Cultura dedica infatti tre giorni al ritorno e alla riscoperta di uno dei più importanti reperti della collezione archeologica. Dal 23 al 25 novembre 2018, con l’evento “Figlio del lampo, degno di un re”, realizzato in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso e l’università Ca’ Foscari di Venezia, il museo Archeologico “Eno Bellis” ospita un fitto programma culturale incentrato sulla “riscoperta” della bardatura del cavallo: una giornata di studi (venerdì 23), l’inaugurazione del nuovo allestimento (sabato 24) e un laboratorio didattico per bambini (domenica 25). “Le ricerche archeologiche”, spiegano al museo, “hanno messo in rilievo l’importanza del cavallo nella cultura veneta, come testimoniano le evidenze funerarie, le rappresentazioni di cavalli nelle decorazioni di vasi e in numerosi oggetti e, non ultimo, le fonti storiche. La relazione tra l’animale e il ruolo politico e sociale del suo proprietario è testimoniata infine dai numerosi ritrovamenti di sepolture equine. La necropoli dell’Opera Pia Moro a Oderzo, attiva tra la fine del VI e il IV secolo a.C., ha restituito, oltre a numerosi tumuli, due tombe di cavalli: il cavallo della tomba 49 era deposto con la bardatura in ferro e bronzo. I recenti studi dedicati a questo straordinario ritrovamento, insieme al nuovo allestimento, sono l’occasione per celebrarne la riscoperta”. E il presidente della fondazione, Carlo Gaino: “È per noi l’occasione per riaffermare il valore delle scoperte conservate nel museo di Oderzo Cultura, un patrimonio che ci riempie di orgoglio, ma anche di responsabilità. Con questa tre-giorni, non solo si torna ad approfondire il tema della scoperta risalente al 2005, ma per l’intera città sarà il motivo per rivivere l’entusiasmo di quando il reperto riaffiorò dagli scavi nell’area che sorge proprio accanto al parco di Museo e Palazzo Foscolo”. E il soprintendente Andrea Alberti sottolinea: “La giornata di studi approfondisce un tema puntuale, quale il ruolo del cavallo nell’immaginario funerario dei Veneti di tremila anni fa a partire da un reperto unico come la bardatura rinvenuta nella tomba 49 di Oderzo, ed è l’occasione per ribadire la collaborazione scientifica e istituzionale tra la soprintendenza e la fondazione Oderzo Cultura”.

Lo scheletro del cavallo della tomba 49
Oderzo dalla necropoli dell’Opera Pia Moro esposto al museo Archeologico di Oderzo (foto C. Bugna)

L’ingresso del museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo

Il nuovo allestimento del museo Archeologico “Eno Bellis” verrà dunque presentato alla cittadinanza sabato 24 novembre 2018 alle 17.30 insieme a chi, con costanza e generosità, ha permesso il restauro e la riscoperta di questo bene: Guglielmo Marcuzzo e Maria Pia Benvegnù dello Studio Marcuzzo e Benvegnù di Oderzo (Tv). L’intervento di restauro e valorizzazione è stato infatti reso possibile anche grazie all’Art bonus, un provvedimento legislativo che consente a istituzioni come i musei di ottenere il sostegno dai privati per il raggiungimento di obiettivi coerenti con le loro funzioni e finalità. “La tomba 49 – si legge nella scheda di intervento dell’Art bonus del ministero – accoglieva, oltre allo scheletro del cavallo maschio di 12-15 anni, deposto in perfetta connessione anatomica, i finimenti, ovvero il morso e le componenti esterne della testiera. La bardatura in ferro e bronzo, per la complessità e la singolarità degli elementi che la compongono, costituisce un esemplare unico. La sepoltura si colloca, sulla base degli elementi del corredo associati alla bardatura (alcuni frammenti fittili e una fibula) alla seconda metà del V secolo a.C.”. Commenta soddisfatto il mecenate Marcuzzo: “Nel nostro caso ritengo che lo studio di un reperto archeologico contribuisca ad approfondire le nostre origini, le nostre radici e la nostra provenienza. Peraltro ritengo che se la comunità nella quale vivi ti ha consentito di raggiungere un livello di vita dignitoso, ritengo equo donare qualche risorsa a favore della stessa comunità. Infine, non è elemento trascurabile poter usufruire delle detrazioni fiscali derivanti dall’Art bonus”.

Una sala espositiva del museo Archeologico “Eno Bellis” di Oderzo

L’archeologa Giovanna Gambacurta

L’archeologa Veronica Groppo

L’inaugurazione del nuovo allestimento è preceduta da una giornata di studi venerdì 23 novembre 2018. Archeologi, restauratori e storici si incontreranno dalle 10 alle 17, con l’obiettivo di fare il punto sugli studi dedicati alla necropoli preromana dell’Opera Pia Moro di Oderzo (Giovanna Gambacurta, università Ca’ Foscari di Venezia; e Mariangela Ruta, già dirigente soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto) e ai finimenti del cavallo della tomba 49, oggi presentati secondo una nuova interpretazione e alla luce dei rari confronti individuati, dall’archeologa Veronica Groppo, che ne ha curato lo studio. Completeranno il quadro opitergino l’analisi dell’intervento di restauro, eseguito da Martino Serafini della ditta Ar.Co di Padova e lo studio dello scheletro dell’animale, effettuato da Paolo Reggiani, Paleostudy. Con uno sguardo al quadro più ampio della realtà veneta seguiranno, con Fiorenza Bortolami, università Ca’ Foscari di Venezia, gli approfondimenti sulle sepolture equine e le strutture funerarie nelle necropoli venete, senza tralasciare le fonti letterarie antiche dedicate al cavallo, con l’intervento di Annica Pezzelle, università di Padova, passando attraverso l’iconografia dei morsi di equini nell’arte delle situle, con l’archeologo Luca Zaghetto. Approfondimenti dedicati ad alcuni esempi di sepolture e morsi al di fuori dell’area veneta chiuderanno i lavori della giornata: una nuova lettura del morso della tomba S/4 24588 di Santa Lucia insieme a Giuliano Righi, già Civici musei di storia ed arte di Trieste, il sito di culto di Bizjakova hiša a Kobarid, Slovenia occidentale, con Teja Gerbec dal museo provinciale di Nova Gorica e Miha Mlinar dal museo di Tolmino. A chiudere la giornata di studi l’affascinante storia delle sepolture dei cavalli morti nella battaglia di Himera, presentata da Stefano Vassallo della soprintendenza per i Beni Ambientali e Culturali di Palermo.

Ultime ricerche a Fimon, la pittura romana, la Padova di Tito Livio, le tombe di via Tiepolo, il collezionismo archeologico: cinque incontri promossi dalla soprintendenza nella propria sede di Padova e nell’area archeologica di Montegrotto aperte eccezionalmente al pubblico

La locandina dell’incontro con Elodia Bianchin Citton a Palazzo Folco di Padova sulle nuove ricerche nelle valli di Fimon

L’area archeologica Le Fratte vicino al lago di Fimon

Cinque occasioni per parlare di archeologia in due luoghi speciali: a Padova, Palazzo Folco, in via Aquileia 7, sede della soprintendenza; e a Montegrotto, l’area archeologica di via Neroniana. Il ciclo di conferenze, presentazioni di libri e aperture straordinarie tra settembre e ottobre promosso dalla soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso rientra nel piano di valorizzazione del ministero dei Beni e attività culturali e del Turismo per l’ano 2017. Il primo appuntamento è in programma venerdì 29 settembre 2017 alle 16.30 a Palazzo Folco, che per l’occasione sarà aperto al pubblico con ingresso gratuito dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Il soprintendente Andrea Alberti introdurrà la presentazione del volume “Nuove ricerche nelle Valli di Fimon. L’insediamento del tardo Neolitico de Le Fratte di Arcugnano”, a cura di Elodia Bianchin Citton, già della soprintendenza, che descrive la densa attività di ricerca, condotta tra il 2008 e il 2011, nell’importante sito del Neolitico, cui sono seguite analisi sui materiali rinvenuti e approfondite ricerche col coinvolgimento degli specialisti della soprintendenza e professionisti esterni. All’incontro interverranno Simonetta Bonomi e Vincenzo Tiné, già soprintendenti Archeologia del Veneto. Le Fratte di Arcugnano è un insediamento perilacustre del Tardo Neolitico – Età del Rame che presenta una successione sedimentaria, con stratigrafia pollinica e macroresti vegetali. “I dati archeobotanici ricavati da focolari e depositi naturali dell’area di Fratte di Fimon”, scrive Elodia Bianchin Citton, “ci permettono di ricostruire l’ambiente e le attività umane durante la prima metà del IV millennio a.C.”. A un ambiente più antico, intorno al VI-V millennio, dominato dalle foreste latifoglie decidue, è seguito un impaludamento dovuto a una fase di ridotto livello lacustre e di espansione delle aree umide paludose vicine al bacino con presenza di ontani e salici. Sopra questa fase, inizia la frequentazione antropica con ritrovamento di focolari: siamo nella prima metà del IV millennio. “In accordo con i dati di scavo”, conclude l’archeologa, “le informazioni archeobotaniche supportano l’ipotesi di un utilizzo domestico dei focolari. I focolari venivano approntati mescolando dapprima sterco, strame e materiali esterni al bacino (come, ad esempio, terre rosse reperibili sui versanti dei Colli Berici) e poi alimentati in prevalenza con legna (combustibile primario). È possibile che lo sterco venisse usato anche come combustibile secondario. La presenza di cariossidi (come sono ad esempio le graminacee, ndr) carbonizzate nei livelli dei focolari 1 e 5 suggerisce l’accidentale combustione di cereali durante le fasi di preparazione del cibo”.

Incontro a Montegrotto sul giardino nella pittura romana

Il secondo appuntamento, “Se son rose, fioriranno 2.0. La parola all’esperta”, a cura della soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso, in collaborazione con l’associazione Lapis, domenica 1° ottobre 2017 a Montegrotto Terme nell’area archeologica di via Neroniana, con apertura al pubblico dell’area archeologica dalle 16 alle 20, con possibilità di visite accompagnate. Alle 17, intervista alla prof.ssa Monica Salvadori dell’università di Padova, autrice del volume “Horti picti. Forme e significato del giardino dipinto nella pittura romana“. Iniziativa collegata con “La Fiera delle Parole”.

Copertina della guida archeologica “Padova. La città di Tito Livio”

Venerdì 6 ottobre 2017, si torna a Palazzo Folco, a Padova, che sarà aperto al pubblico con ingresso gratuito dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate, e utilizzo dei visori per la realtà aumentata. Alle 16.30, conferenza dal titolo “Nel bimillenario di Tito Livio” con Elena Pettenò (soprintendenza), Jacopo Bonetto, Caterina Previato, Arturo Zara (università di Padova). In occasione delle celebrazioni culturali organizzate per il bimillenario della morte di Tito Livio, lo storico nato e morto a Padova, sono stati organizzati una serie di eventi e attività mirati alla valorizzazione del patrimonio culturale della città e rivolti soprattutto ai cittadini (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2017/06/26/tito-livio-superstar-padova-celebra-il-bimillenario-della-morte-del-grande-storico-latino-col-progetto-livius-noster-convegni-incontri-spettacoli-musica-proiezioni-visite-guidate-reading-e-mol/). Si è anche realizzato il volume “Padova. La città di Tito Livio” (a cura di J. Bonetto, E. Pettenò, F. Veronese), una guida archeologica a carattere divulgativo. L’evento prevede la presentazione, in forma di “passeggiata archeologica” illustrata da immagini e relativa spiegazione, dei contenuti del testo, ovvero l’aspetto e le caratteristiche della Patavium di età romana quotidianamente vissuta, osservata e abitata da Tito Livio.

La necropoli preromana e romana di via Tiepolo a Padova

Venerdì 13 ottobre 2017, ancora a Palazzo Folco di Padova, che sarà aperto al pubblico gratuitamente dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Alle 16.30, Giovanna Gambacurta (università Ca’ Foscari, Venezia) e Mariangela Ruta (già soprintendenza Archeologia del Veneto) presentano il libro “Ritorno alle tombe di via Tiepolo”. Tra il 1990 e il 1991 sono venuti alla luce, a Padova in via Tiepolo, numerosi contesti funerari dallo scavo di una necropoli preromana e romana. Parte di queste tombe sono state scavate, restaurate e studiate; parte sono conservate entro cassoni che devono ancora essere scavati. Quest’anno ha preso avvio una limitata campagna di scavo, mirata a rivalutare lo stato complessivo di conservazione dei materiali conservati nei cassoni, con lo scopo di elaborare un nuovo progetto per approfondire la conoscenza della Padova antica. L’evento prevede la comunicazione dei nuovi dati di scavo, delle tecniche adottate e delle prospettive di studio e valorizzazione di questo importante contesto archeologico.

Approfondimento a Padova sul fenomeno del collezionismo archeologico

Ultimo incontro venerdì 20 ottobre 2017, sempre a Palazzo Folco di Padova, aperto al pubblico dalle 16 alle 20, con possibilità di visite guidate. Alle 16.30, Roberto Tasinato e Elena Pettenò (soprintendenza) e Monica Salvadori (università di Padova) intervengono su “Elogio di una amabile follia. Collezionismo e collezionisti del XX secolo”. Il collezionismo di oggetti antichi è un fenomeno che attraversa il periodo che va dall’Umanesimo all’Ottocento, con forme diverse e perseguito da soggetti diversi (artisti, re, “cultori delle patrie memorie”, canonici, avvocati, medici, ovvero borghesi, ricchi, che arricchiscono le loro dimore con manufatti acquistati o sul mercato antiquario o da privati). Meno nota è la sua evoluzione nella seconda metà del 1900, nell’immediato dopo guerra. L’attività di tutela svolta dalla Soprintendenza, in relazione a raccolte o collezioni in possesso di soggetti privati, ha evidenziato una serie di questioni che hanno portato a specifici approfondimenti per comprendere l’attuale approccio all’antico. L’evento intende illustrare una preliminare riflessione circa questo fenomeno, mai approfondito prima d’ora. Per comprenderne il significato esso va contestualizzato nel contemporaneo alla luce dell’evoluzione della legislazione in materia e va considerato da un punto di vista archeologico, storico artistico e demoetnoantropologico.

“Celti sui monti di smeraldo”: nella mostra di Zuglio, l’antica Iulium Carnicum, per la prima volta la storia dei Celti nelle Alpi Orientali con reperti da Veneto, Friuli Venezia Giulia, Carinzia e Slovenia

Visitatori alla mostra "Celti sui monti di smeraldo" aperta al museo civico archeologico di Zuglio in Carnia

Visitatori alla mostra “Celti sui monti di smeraldo” aperta al museo civico archeologico di Zuglio in Carnia

zuglio_Logo_titolo_mostra_celti_Museo_ZuglioLa storia dei Celti nell’arco alpino orientale: una storia complessa, per certi versi ancora da scrivere che viene ora affrontata per la prima volta attraverso le testimonianze più significative del territorio compreso tra Veneto, Friuli Venezia Giulia, Carinzia e Slovenia occidentale. Dove? Nella straordinaria mostra “Celti sui Monti di Smeraldo”, a Zuglio, l’antica Iulium Carnicum, in provincia di Udine, ideata per per celebrare i venti anni di apertura al pubblico del museo. Dopo il fortunato successo della mostra “In viaggio verso le Alpi. Itinerari romani dell’Italia nord-orientale diretti al Norico” del 2013, il piccolo ma attivissimo museo Archeologico di Zuglio si cimenta in un’esposizione di sicura rilevanza culturale proponendo – fino al 31 ottobre 2015 – appunto una nuova, importante mostra dall’affascinante titolo “Celti sui monti di smeraldo”, frutto della sinergia tra il Comune di Zuglio, la soprintendenza Archeologia del Friuli Venezia Giulia, la soprintendenza Archeologia del Veneto e numerosi musei italiani ed esteri. L’allestimento, curato e pensato per offrire contenuti di qualità anche ad un pubblico non esperto del settore, è stato realizzato con il sostegno di numerosi enti pubblici e privati.

In mostra a Zuglio reperti da Cividale, Udine, Trieste, Montebelluna, Montecchio Maggiore, Klagenfurt, Pieve di Cadore, Pordenone, Ljubijana, Tolmino

In mostra a Zuglio reperti da Cividale, Udine, Trieste, Montebelluna, Montecchio Maggiore, Klagenfurt, Pieve di Cadore, Pordenone, Ljubijana, Tolmino

Un reperto proveniente dal Marc in mostra a Zuglio

Un reperto del Marc in mostra a Zuglio

Il titolo della mostra “Celti sui monti di smeraldo”, interviene la curatrice Angela Ruta, “evoca il paesaggio della Carnia, dove l’archeologia ha acquisito negli ultimi anni dati che hanno cambiato il panorama degli studi. Sappiamo che fu percorsa da guerrieri transalpini, che si soffermarono sulle alture più strategiche, in posizione dominante rispetto ai corsi d’acqua”. Armi celtiche provenienti da rilievi e altipiani carnici sono infatti gli indicatori preziosi della penetrazione, a partire dalla fine del IV-III secolo a.C., di gruppi in movimento dall’area danubiana verso la penisola balcanica (Taurisci, Scordisci). “Ma fin dal V secolo a.C. la documentazione archeologica suggerisce la presenza di stranieri abbigliati alla maniera celtica, inseriti all’interno delle comunità locali”. Numerosi gli studiosi coinvolti e di grande rilievo l’elenco delle istituzioni che hanno collaborato all’esposizione, appoggiata e sostenuta da enti pubblici e privati. Il museo di Zuglio ha realizzato questo importante progetto in collaborazione con la soprintendenza Archeologia del Friuli Venezia Giulia e la soprintendenza Archeologia del Veneto e con numerosi musei: i civici musei e gallerie di Storia e arte di Udine, i civici musei di Storia e arte di Trieste, il Landesmuseum für Kärnten di Klagenfurt, il museo Archeologico nazionale di Cividale, il museo di Storia naturale e Archeologia Città di Montebelluna (TV), il museo di Archeologia e Scienze naturali “Giuseppe Zannato” di Montecchio Maggiore (VI), il museo Archeologico della Magnifica Comunità di Cadore di Pieve di Cadore (BL), il museo Archeologico del Friuli Occidentale – Castello di Torre di Pordenone, il Narodni muzej Slovenije di Ljubljana e il Tolminski muzej di Tolmin in Slovenia.

Il gancio di cintura traforato in ferro trovato a Montebello Vicentino e conservato al museo Zannato di Montecchio

Il gancio di cintura traforato in ferro trovato a Montebello Vicentino e conservato al museo Zannato di Montecchio

Il percorso espositivo è stato pensato per offrire una sintesi ragionata e aggiornata della presenza celtica. Nella sezione “Primi Celti a Nordest (V-IV secolo a.C.)” viene dato risalto a materiali rinvenuti a Montebello Vicentino, Montebelluna e Paularo-Misincinis: la composizione dei corredi tombali suggerisce una mobilità non solo individuale ma anche di gruppi di stranieri, che via via si integrarono con la popolazione locale, dando vita così a nuove produzioni originali, come le fibule tipo Paularo. È in questa sezione che si può osservare il “Gancio di cintura traforato in ferro”, databile tra la metà del V e gli inizi del IV secolo a.C., trovato a Montebello Vicentino (Vicenza) e conservato al museo di Archeologia e Scienze naturali “G. Zannato” di Montecchio Maggiore. Si tratta di una placca traforata di forma triangolare allungata, che termina a uncino, con fascetta rettangolare ribattuta alla base e chiodo per il fissaggio alla cintura. Raffigura tre coppie di animali sovrapposti: e affrontati, dal basso: uccelli acquatici, dragoni, cavallucci marini. “I ganci da cintura traforati”, spiega Ruta, “costituiscono l’elemento di chiusura del sistema di sospensione che assicurava il fissaggio dell’arma (spada o coltellaccio) al corpo del guerriero. L’avvolgimento delle cinghie di cuoio (non conservate), raccordate da anelli (di solito associati ai ganci), avveniva al fianco o sul torace”.

Morso di cavallo proveniente dalla necropoli di Caporetto/Kobarid

Morso di cavallo proveniente dalla necropoli di Caporetto/Kobarid

La seconda sezione è dedicata ai luoghi di culto tra Cadore e alto Isonzo. I due principali contesti esposti, la straordinaria deposizione di armi e cavalli scoperta di recente a Kobarid/Caporetto e il luogo di culto militare di Monte Sorantri di Raveo, rientrano nei casi di aree consacrate dove venivano conservate le spoglie di nemici vinti o venivano dedicate offerte di armi alle divinità. Va sottolineato che tra Carnia e valli del Natisone risultano ormai numerosi i luoghi di offerta o sacrificio di armi, che trovano confronto in Gallia ed Europa centrale danubiana. Il Monte Sorantri di Raveo, altura che controlla le vallate del Degano e del Tagliamento, è il sito più importante per l’archeologia celtica della Carnia. Sulla sommità del monte, a circa 900 metri di altitudine e sul pendio sudoccidentale, all’esterno di un vasto insediamento cinto da una muraglia, con case in muratura attribuibili, per le parti finora indagate, all’età romana, sono stati raccolti tra il 1995 ed il 1997 numerosi reperti metallici di ambito celtico, databili tra il III ed il I secolo avanti Cristo. Le armi, sia di offesa (spade, cuspidi di lancia) che di difesa (umboni di scudo, elementi di elmi) dovevano in origine far parte di trofei o altre installazioni cultuali collocate probabilmente in un’area sacra, secondo un uso attestato in molti santuari della Gallia. Le armi presentano spesso tracce di defunzionalizzazione rituale. Le pratiche cultuali sono proseguite fino alla prima età imperiale romana.

Una spada piegata ritualmente dalla necropoli di Brezec di San Canzian

Una spada piegata ritualmente dalla necropoli di Brezec di San Canzian

Da ultima la sezione dedicata alle necropoli in uso tra il III e I secolo a.C., rappresentata da diversi corredi funerari, emblematici del Celtismo finale, da Montebelluna a S. Floriano di Polcenigo a Dernazzacco,. a Socerb/San Servolo e Škocjan/S. Canziano del Carso fino a Reka presso Cerkno, Idrija di Bača, Most na Soči /S. Lucia di Tolmino e Kobarid/Caporetto. Le lunghe spade e le lance, spesso ritualmente ripiegate caratterizzano i personaggi maschili, preziosi ornamenti d’argento spiccano nelle tombe femminili. Nè mancano i famosi torques intrecciati che tanto hanno contributo al fascino del Celtismo, tra il Veneto orientale e il golfo di Trieste. Il percorso si conclude con una piccola ma preziosa sezione numismatica.

Il museo civico archeologico "Iulium Carnicum" di Zuglio

Il museo civico archeologico “Iulium Carnicum” di Zuglio

Il foro romano dell'antica Iulium Carnicum

Il foro romano dell’antica Iulium Carnicum

La visita “Celti sui monti di smeraldo” offre l’opportunità di apprezzare anche il museo civico Archeologico “Iulium Carnicum”: inaugurato nel 1995, espone i numerosi reperti provenienti dalle indagini finora effettuate a Zuglio, piccolo centro della Carnia situato a pochi chilometri da Tolmezzo. Il materiale era precedentemente conservato in un antiquarium locale che, come risulta da una serie di documenti manoscritti, esisteva già agli inizi dell’Ottocento, epoca in cui ebbero luogo i primi scavi regolari per iniziativa del Commissario di guerra del Regno d’Italia. Il Museo, che ha sede in un edificio storico di proprietà comunale restaurato dopo il terremoto del 1976, dà al visitatore una panoramica dello stato attuale della ricerca archeologica in Carnia, con particolare riguardo alla realtà di Zuglio, dove le indagini archeologiche hanno consentito di portare alla luce importanti monumenti dell’antica Iulium Carnicum.La superficie espositiva si sviluppa in un percorso che ha lo scopo di far conoscere il territorio gravitante nell’antichità su Zuglio. Una serie di pannelli didattici ed alcune cartine di distribuzione dei siti archeologici accompagnano i reperti che da diverse località della Carnia sono confluiti nella raccolta civica. Si tratta di materiale di notevole interesse, frutto di ritrovamenti occasionali e di scavi sistematici, che si riferisce ad un ampio arco cronologico compreso tra l’età preistorica e quella altomedioevale.