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Torino. Al museo Egizio il prof. Andrea Manzo, direttore delle missioni de “L’Orientale” e dell’ISMEO ad Aksum in Etiopia e a Mersa/Wadi Gawasis in Egitto, su “Egitto e Africa. Uno sguardo dal Sudan orientale”- Conferenza on line in collaborazione con Acme

La locandina del prof. Andrea Manzo al museo Egizio di Torino

Lo studio dei rapporti tra Egitto e Africa ha avuto importanti sviluppi negli ultimi anni, ma se la nostra conoscenza delle regioni di transito è aumentata, lo stesso non si può dire delle aree più meridionali coinvolte in questi rapporti, dove molte delle risorse africane apprezzate nell’Egitto antico erano disponibili. Le missioni archeologiche de “L’Orientale” e dell’ISMEO a Mersa/Wadi Gawasis e nelle pianure tra Sudan ed Eritrea hanno contribuito notevolmente allo studio di queste dinamiche. Martedì 2 marzo 2021, alle 18, il museo Egizio di Torino in collaborazione con ACME ospita la conferenza online “Egitto e Africa. Uno sguardo dal Sudan orientale”, a cura del professor Andrea Manzo. La conferenza si terrà in lingua italiana e sarà introdotta da Christian Greco, direttore del museo Egizio. La conferenza verrà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Il prof. Andrea Manzo impegnato nella missione archeologica nel Sudan orientale (foto museo egizio)

Il rapporto con l’entroterra africano ha caratterizzato, pur con variazioni importanti nell’intensità e nelle modalità, tutta la storia faraonica. Nel corso di questa conferenza, i risultati dei due progetti di ricerca delle missioni archeologiche de “L’Orientale” e dell’ISMEO a Mersa/Wadi Gawasis, sulla costa egiziana del Mar Rosso, e nei bassopiani tra Sudan e Eritrea, saranno passati in rassegna e contestualizzati nel quadro dei più recenti sviluppi degli studi condotti in Nubia. In particolare, verranno evidenziati gli apporti che dallo studio delle aree marginali, ovvero delle regioni non immediatamente prossime la valle del Nilo, possono derivare alla nostra comprensione della storia dell’Egitto e di tutta l’Africa nordorientale. In questa prospettiva, verranno discussi alcuni recenti risultati delle ricerche condotte nel Sudan orientale.

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Il prof. Andrea Manzo dell’università “L’Orientale” di Napoli

Andrea Manzo è professore ordinario di Antichità nubiane e Archeologia e antichità etiopiche all’università “L’Orientale” di Napoli. I suoi interessi di ricerca sono l’origine e lo sviluppo delle relazioni economiche e culturali tra le popolazioni protostoriche dell’Africa nordorientale, con particolare riferimento ai contatti avvenuti lungo la valle del Nilo e il mar Rosso. Negli ultimi anni si è dedicato alle culture antiche delle aree marginali dell’Africa nordorientale, in riferimento anche al ruolo di queste regioni nei contatti tra culture e alle dinamiche d’interazione con gli Stati, con particolare attenzione al Deserto Orientale egiziano-sudanese, al Sudan sudorientale ed alla costa del mar Rosso. Ha partecipato a campagne di scavo in Italia, Egitto, Eritrea e Etiopia e dirige le missioni de “L’Orientale” e dell’ISMEO ad Aksum in Etiopia, a Mersa/Wadi Gawasis, in Egitto, e nei bassopiani eritreo-sudanesi.

A Verona la mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori” (2^ parte): focus sull’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini

Donna di etnia Hamer a Turmi nella valle dell’Omo in Etiopia (foto Carlo Franchini)

La locandina della mostra “Etiopia. La bellezza rivelata” al museo di Storia naturale di Verona dal 24 marzo al 30 giugno 2019

L’Etiopia è stata la culla dell’umanità grazie all’abbondanza di risorse minerali, animali e vegetali. La regione ha dunque rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambio sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per tale ragione, questo Paese e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Verso queste terre, a partire dal XVI secolo, iniziarono gli itinerari dei grandi viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresentano, di fatto, anche la base per la conoscenza scientifica dell’Etiopia documentata e raccontata nella mostra “Etiopia. La Bellezza rivelata. Sulle orme degli antichi esploratori”, al museo di Storia Naturale di Verona fino al 30 giugno 2019, a cura di Carlo Franchini e Leonardo Latella, mostra promossa dal museo di Storia Naturale in collaborazione con l’università di Napoli “L’Orientale”, la Società Geografica italiana, l’istituto italiano di Cultura Addis Abeba, l’ambasciata d’Etiopia a Roma e l’università di Addis Abeba. Dopo aver apprezzato i reperti della collezione etnoantropologica del museo di Storia Naturale di Verona (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/05/20/a-verona-la-mostra-etiopia-la-bellezza-rivelata-sulle-orme-degli-antichi-esploratori-1-parte-scopriamo-i-reperti-etnografici-e-faunistici-mai-visti-prima-portati-dai-missio/), oggi cerchiamo di conoscere meglio l’Etiopia attraverso le fotografie di Carlo Franchini, che costituiscono la seconda sezione della mostra veronese, e alcuni brevi video con i commenti dello stesso Franchini.

Il prof. Andrea Manzo dell’università Orientale di Napoli

“La varietà ambientale dell’Etiopia deriva in primis da un’orografia caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi, frutto di una travagliata vicenda geologica legata all’origine della Rift Valley, del Mar Rosso e ai connessi fenomeni tettonici e vulcanici”, A spiegarlo è Andrea Manzo, docente di Egittologia e Civiltà copta all’università “L’Orientale” di Napoli. “In Etiopia infatti si può -spesso rapidamente- passare dalle regioni di bassopiano o, addirittura, dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2000 m dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4550 metri. Alle differenze di altitudine si associa poi un regime climatico monsonico, caratterizzato da un’accentuata stagionalità. La combinazione di tali condizioni crea tante nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora di questa regione. Nell’arco di distanze limitate si possono attraversare tantissimi ambienti diversi, che hanno favorito l’adozione di sistemi economici diversi da parte delle popolazioni che hanno abitato e abitano l’Etiopia, contribuendo alla loro differenziazione culturale. Ma la differenziata distribuzione delle risorse ha però da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie”.

Il fiume Omo a Kolcho in Etiopia (foto Carlo Franchini)

“Nell’antichità, nei cui periodi più lontani l’Etiopia è stata la culla dell’umanità attuale proprio grazie alle tante risorse minerali, animali e vegetali che le sue diversissime parti offrono”, – continua Manzo -, “la regione ha rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambi sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per questo motivo l’Etiopia e le altre regioni del mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa, trasfigurate nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni, lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresenta poi la base anche per la conoscenza scientifica della regione”.

La chiesa monolitica di San Giorgio a Lalibela (Etiopia), sito Unesco (foto di Carlo Franchini)

Chiese nella roccia. “In nessun altro luogo della terra”, scrive Françisco Alvarez nel 1540, “l’uomo, scavando nella roccia, ha prodotto qualcosa di veramente comparabile alle chiese nella roccia d’Etiopia. Chiese nella roccia. Intendo con questa definizione chiese in grotta: chiese ricavate sotto tettoie di roccia… o all’interno di caverne; interamente o in parte costruite. Intendo chiese ipogee: chiese scavate dalla roccia, grotte artificiali più che non costruzioni, alcune chiuse nella montagna, altre con uno dei lati visibili. Intendo le vere e proprie chiese monolitiche, ricavate da un unico blocco, libera da ogni lato, chiese-sculture, radicate e sorgenti dalla roccia viva solo con il basamento, le vere meraviglie tra i monumenti a noi noti… le chiese rupestri dell’Etiopia sono uniche… Chiese rupestri con affreschi e altri tesori allo stati grezzo attendono in Etiopia chi non rifugga dalle marce o dal mulo come mezzo di trasporto e sia in grado di scalare pareti quasi verticali”.

La città sacra di Axum. “Il 9 maggio lasciammo Adua per un’escursione ad Axum, situata a circa dodici miglia di distanza in direzione Ovest”, scrive Henry Salt in Voyage to Abyssinia and Travels into the Interior of that Country (1814). “A poche miglia da Axum si apre una vasta piana coltivata dove si raccolgono numerosi esemplari di pietre dure e agate. La città di Axum è collocata in una posizione molto gradevole in un angolo della piana, riparata dalle colline adiacenti. Avvicinandosi, il primo elemento che attira l’attenzione è una piccola stele ai piedi di una collina a mano destra, in cima alla quale sorge il monastero di Abba Pantaleon, e di fronte la grande lastra con l’iscrizione in greco che avevo precedentemente decifrato. Superati questi, la città e la sua chiesa cominciano ad apparire e, dopo aver virato un poco in direzione nord, lasciando una serie di piedistalli rotti (troni, ndt) sul lato sinistro, si apre una vista completa del grande obelisco, in piedi accanto a un immenso sicomoro. Quest’opera d’arte, finemente lavorata, ricavata da un unico blocco di granito che misurava sessanta piedi di altezza, produsse la stessa forte impressione nella mia mente come la prima volta in cui la vidi, e mi sentivo ancora più incline ad ammirare l’abilità e l’ingegnosità di chi aveva realizzato un’opera così stupenda. I suoi ornamenti a rilievo, insieme allo spazio cavo che corre verso l’alto e alla patera, conferiscono all’intera opera una leggerezza ed un’eleganza probabilmente senza rivali. Diversi altri obelischi giacciono rotti a terra, a poca distanza, uno dei quali di dimensioni ancora più grandi di quello or ora descritto”.

Le meraviglie di Meroe e le ultime scoperte in Sudan alla IV Giornata di Studi Nubiani al museo Pigorini di Roma

Le famose piramidi di Meroe dell'antica Nubia, oggi in Sudan

Le famose piramidi di Meroe dell’antica Nubia, oggi in Sudan

Volete conoscere gli ultimi sviluppi delle ricerche sulla civiltà nubiana e le meraviglie di Meroe, l’antica città posta sulla riva orientale del Nilo nell’attuale Sudan, 200 chilometri a nord della capitale Khartoum, famosa per le più di duecento piramidi sparse sul suo territorio dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2011? L’appuntamento da non perdere è sabato 19 aprile a Roma, al Museo preistorico etnografico “Luigi Pigorini” dove alle 11.30, nella sala conferenze e salone delle Scienze, si aprirà la IV Giornata di Studi Nubiani, promossa dall’ambasciata del Sudan in Italia, dall’Ismeo (associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente) e dal museo Pigorini.

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV giornata di Studi nubiani al museo Pigorini di Roma si sofferma sul comprensorio di Meroe

La IV Giornata di Studi Nubiani, pur passando in rassegna numerose tematiche delle realtà archeologiche e culturali sudanesi, riserva particolari attenzioni all’epoca meroitica (III secolo a.C. – IV secolo d.C.), la cui data d’inizio coincide con lo spostamento delle sepolture reali dall’area di Napata a quella di Meroe. La parte di valle del Nilo nota come Nubia, nell’odierno Sudan, ospitò infatti in antichità tre diversi regni di Kush: il primo ebbe la capitale a Kerma e durò dal 2600 al 1520 a.C.; il secondo si trovava a Napata dal 1000 al 300 a.C., ed infine l’ultimo fu a Meroe (300 a.C.– 300 d.C.). Durante gli oltre sei secoli in cui Meroe prosperò, l’Egitto fu conquistato dai greci tolemaici e dai romani, mentre il Sudan non è mai stato invaso da potenze straniere. Nel 340 d.C. Meroe fu conquistata dal re cristiano Ezana di Axum (Etiopia). Prima di Meroe, e prima del periodo di Napata, almeno tre re nubiano-sudanesi sono citati nella Bibbia. A quei tempi, i re nubiani della XXV dinastia governavano tutto l’Egitto e furono alleati con Israele contro gli Assiri. Meroe fu un importante centro metallurgico per l’utilizzo del ferro destinato alla realizzazione di armi e attrezzi, tanto che ancor oggi si possono vedere enormi cumuli di scorie di ferro. E sempre a Meroe si sviluppò un sistema unico di scrittura alfabetica che è ancora indecifrabile. Inoltre Meroe esportò al mondo classico dei Greci e dei Romani molti prodotti inclusi elefanti da guerra per scopi militari. Come riporta anche la Bibbia qui si annovera uno dei primi convertiti al cristianesimo sudanesi, uno schiavo eunuco che ha servito la Candace o regina guerriera di Meroe.

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Il gruppo di archeologi e personale sudanese impegnato nella missione ad Abu Erteila

Gli interventi della IV Giornata di Studi nubiani alterneranno alla presentazione dei risultati di due missioni archeologiche italiane attualmente operanti in Sudan, l’analisi di fonti antiche e moderne relative alla geografia e al popolamento di questa vasta e variegata realtà africana. Nel corso della conferenza, alla quale sarà presente una vasta rappresentanza del corpo diplomatico africano accreditato in Italia, verrà presentato il volume: “Atti della IV Giornata di Studi Nubiani”, a cura di Eugenio Fantusati e Marco Baldi; edito da Scienze e Lettere nella collana Serie Orientale Roma. Proprio Eugenio Fantusati dell’università di Roma La Sapienza fa parte con la moglie architetto Rita Virriale e i suoi studenti, Eleonora Kormysheva dell’Oriental Institute di Moscow, Richard Lobban del Rhode Island College, della missione archeologica Abu Erteila Project nel sito di Abu Erteila nel comprensorio di Meroe nella parte orientale del deserto di Butana del Sudan. Qui, dopo quattro anni di ricerca, la missione ha scoperto un tempio perduto dell’impero meroitico, la cui esistenza finora era stata solo ipotizzata. “Dal sito di Abu Erteila – raccontano – si possono anche vedere alcune delle tante piramidi meroitiche in Sudan. Anche se più tarde e più piccole che le più famose piramidi egizie, in Sudan ci sono ancora più piramidi che in Egitto”. Lo scavo archeologico di Abu Erteila è iniziato nel 2008, ma è stata dalla quarta campagna che gli archeologi sono riusciti a individuare il tempio meroitico.

L'architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

L’architrave del tempio meroitico creduto perduto ad Abu Erteila

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila in Sudan

Ceramica meroitica dal sito di Abu Erteila

Nella nostra quarta stagione”, ricordano gli archeologi dell’Ismeo, “abbiamo continuato lo scavo del kom I (collina artificiale), dove sono state trovate molte pareti di mattoni di fango in situ e un gran numero di mattoni rossi cotti sparsi in grande disordine fino ai livelli di fondazione. Nelle stanze inferiori abbiamo trovato le pentole abbiamo trovato camere con molti strumenti a smeriglio usati per la preparazione del cibo e un’altra camera che aveva gran numero di ossa di animali macellati. Nel corso dello scavo abbiamo trovato anche altri due scheletri adulti e uno di un figlio anche del periodo paleocristiano. In questa stessa campagna abbiamo aperto un nuovo saggio e qui abbiamo avuto i risultati più sorprendenti fino a oggi. In kom II abbiamo portato alla luce due belle anfore, quasi complete, in ceramica a collo stretto per lo stoccaggio di liquidi. Abbiamo anche trovato due rocchi di colonne in arenaria con iscrizioni in geroglifico. Tra le iscrizioni leggibili c’è il riferimento a “neb-Tawi” o ‘Il Signore delle Due Terre”, riservata esclusivamente alla regalità e nobiltà. È ben visibile il dio Hapy della fertilità del Nilo e la combinazione di Nekhbet e Wedjat (avvoltoio e cobra), simbolo della regalità per valle del Nilo. Avevamo la conferma che avevamo individuato un antico tempio meroitico con strutture edilizie orientate coerenti con i vicini templi solari a Meroe, Awlib, Awatib, Naqa e Musawwarat es-Sufra. Infatti, a questa latitudine, questo orientamento il sole si riversa direttamente nel tempio due volte l’anno: e il dio Sole – Amon o Mashil è stato il più celebre nel pantheon enoteistico nubiano”.

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Un rocco di colonna istoriato del tempio perduto di Abu Erteila

Ecco il programma della IV Giornata di Studi Nubiani. Alle 11.30, saluti e introduzione con Francesco di Gennaro, soprintendente del Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “Luigi Pigorini”, e S.E. Amira Hassan Daoud Gornass, ambasciatore del Sudan in Italia. Alle 12, Eugenio Fantusati (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “La missione archeologica di Abu Erteila: un resoconto sulle attività svolte”. Alle 12.30, Jaffar Mirghani (Khartoum, Museo Etnografico) in “Musawwarat identified with Meroe”. Alle 13, Mostra fotografica. Alle 14, Luisa Bongrani (Università di Roma “La Sapienza” – ISMEO) in “Considerazioni sull’Africa di Erodoto: geografia e genti”. Alle 14.30, Andrea  Manzo (Università di Napoli “L’Orientale” – ISMEO) in “Sudan ed Egitto nel II millennio a.C.: nuove evidenze”. Alle 15, Marco Baldi (Università di Pisa  – ISMEO) in “Il Complesso di Awlib. Alcune osservazioni”. Alle 15.30, Adriano Rossi (ISMEO) presenta il volume degli atti. Saluti finali. Organizzazione a cura dell’Associazione Il Cuore.