Archivio tag | Alessandro Giuli

Pompei. Aperta nella Palestra Grande l’esposizione permanente dei calchi originali delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. e dei reperti organici (piante e animali): per la prima volta si racconta l’origine, la storia e la tecnica dei calchi di Pompei nel rispetto dell’archeologia del dolore. Parlano il direttore Zuchtriegel, il ministro Giuli e l’archeologa Bertesago

Il braccio nord della Palestra Grande di Pompei con l’esposizione permanente di 22 calchi originali delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. (foto graziano tavan)

Palestra Grande a Pompei: l’avviso ai visitatori che chiede silenzio e rispetto (foto graziano tavan)

Silenzio. E rispetto. L’avviso per i visitatori all’ingresso del braccio Nord della Palestra Grande di Pompei, di fronte all’anfiteatro, che torna a essere monumento a sé stante e non più spazio per mostre temporanee, è chiaro: chi varca quella soglia lo faccia in silenzio e nel rispetto di quei “corpi” testimoni di una morte violenta e tragica con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è un vero e proprio “memoriale”, o se si vuole “sacrario”, quello inaugurato l’11 marzo 2026 dal ministro della Cultura Alessandro Giuli nella Palestra Grande che racconta la fine di Pompei e le sue vittime per la prima volta narrata attraverso un allestimento museale permanente, aperto al pubblico dal 12 marzo 2026, che ne restituisce la storia, momento per momento, esponendo i calchi delle vittime e una selezione di reperti organici straordinariamente conservati.

Una galleria di 22 calchi di vittime dell’eruzione da percorrere col rispetto che questi corpi meritano perché, come ha spiegato il ministro Giuli, “qui vediamo ciò che vedono i medici legali, cioè cadaveri, morti di morte violenta, morte acerba – come dicevano gli antichi – che nell’antichità procurava uno shock delle anime che lasciava nel luogo in cui morivano la disperazione, la rabbia, lo sgomento per l’epilogo inatteso da placare con determinati riti. Perché non erano le ombre silenti, come ci racconta Omero, di chi ci lascia per vecchiaia, malattia”. Sono vite umane che richiedono rispetto.

Il calco di un bambino di tre anni ritrovato nella Casa del Bracciale d’Oro a Pompei (foto graziano tavan)

Calco di adulto in posizione rannicchiata ritrovato nella Palestra Grande di Pompei (foto graziano tavan)

Ecco nella nuova galleria il calco del bimbo di tre anni, ritrovato da solo, perduto, nella Casa del Bracciale d’Oro, sdraiato su un fianco, le labbra tumefatte, con i segni della sofferenza per il calore elevatissimo. Ecco la coppia, un adulto e un corpo più giovane, il sesso è incerto, trovata nel giardino della Casa del Criptoportico: la testa del giovane appoggiata nel grembo dell’adulto forse in cerca di conforto o sicurezza, un gesto di grande umanità. Ecco il calco di una vittima, un uomo adulto, ritrovato proprio nella Palestra Grande dove ora è esposto, in posizione rannicchiata con gambe e braccia piegate verso il petto, le ginocchia appoggiate sullo strato di cenere e pomici, in un tentativo estremo di proteggersi. “Sono morti da diciotto secoli”, scrive Luigi Settembrini, scrittore e patriota napoletano, subito dopo aver ricevuto la notizia da Giuseppe Fiorelli, nel 1863, che era stato realizzato il primo calco di una vittima dell’eruzione, “ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura”. I calchi non sono quindi semplici reperti, ma testimonianze dirette della tragedia che colpì Pompei. Attraverso di essi la scienza ci restituisce i volti, i gesti e l’umanità degli abitanti dell’antica città, fermi nell’attimo in cui il tempo si è interrotto. “Questo siamo noi”, ha detto il direttore Gabriel Zuchtriegel, ricordando l’espressione di un collega durante lo scavo di alcune vittime di Pompei: “era vero. Quello che vediamo è la nostra fragilità, la nostra umanità, ma anche la nostra speranza di umanità”.

“Quello che cerchiamo di raccontare in questa nuova esposizione permanente”, spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, “è quello che rende Pompei un luogo speciale. È la più grande tragedia naturale dell’antichità, ma è anche un tesoro per l’archeologia e per la storiografia. E questa ambiguità è una sfida enorme per la museografia perché da un lato abbiamo voluto dare dignità alle persone: esponiamo resti umani, sono donne bambini uomini come noi che hanno perso la vita, e dunque è un po’ un memoriale, un luogo della memoria, ma vuole anche essere un’esposizione inclusiva. Ci sono modelli tattili, ci sono vari linguaggi, Abbiamo cercato di parlare a tutti e abbiamo cercato di lasciare a chi visita Pompei la scelta fino a che punto esporsi a questo dolore, a questa esperienza.  Comunque c’è una specie di avviso all’inizio del percorso. Ci sono apparati didattici, ci sono disegni, ci sono video, ma il tutto con un linguaggio scientifico, di basso profilo, ma spero anche di grande dignità per le persone per cui dobbiamo avere grande rispetto”.

Palestra Grande di Pompei: percorso espositivo permanente dei calchi originali delle vittime dell’eruzione (foto parco archeologico pompei)

“L’allestimento? Fatto con un grandissimo rigore scientifico”, commenta il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, “la capacità di restituire la cruda drammatica verità dell’eruzione di Pompei, la tragedia e l’espressività delle vittime, e al tempo stesso l’atteggiamento rispettoso nei confronti delle vittime attraverso una galleria del dolore che ci restituisce la verità, ma ce la restituisce come un sacrario molto contemporaneo. Perché tutte le tragedie che avvengono per calamità naturali vengono condensate in questa magnifica e terrificante e molto molto istruttiva rappresentazione che il direttore Zuchtriegel e tutto il magnifico staff del parco archeologico di Pompei ci hanno offerto. È un’esposizione intensa e coraggiosa perché è anche estremamente contemporanea. Non è facile la rappresentazione della morte, non è facile mettere in mostra la nudità dei calchi, di corpi travolti da cenere, lapilli e lava. Bisogna saper farlo e saper raccontarlo. Raccontarlo appunto con uno sguardo che è scientifico ovviamente, ma allo stesso tempo deve essere empatico. Empatico nei confronti del dolore. E la missione è riuscita”.

“Oggi qui alla Palestra grande inauguriamo il nuovo percorso permanente”, interviene Silvia Bertesago, funzionario archeologo del parco archeologico di Pompei, responsabile unico di progetto. “Che cosa potrà vedere il visitatore di Pompei? Due portici all’interno dei quali abbiamo raccontato la storia dell’eruzione di Pompei, la storia della distruzione attraverso uno studio vulcanologico, installazioni multimediali, ma anche le straordinarie testimonianze che questa eruzione ci ha conservato e tramandato. E quindi resti organici straordinariamente conservati di animali e piante che ci parlano del rapporto tra uomo e risorse naturali. E poi nel braccio nord, invece, la sequenza di 22 esemplari di vittime umane che sono state colpite in questa immane catastrofe. Sono i calchi delle vittime di Pompei, sono calchi originali, esposti alcuni per la prima volta, altri riallestiti, che sono accompagnati da un apparato grafico, fotografico, di installazioni multimediali, che ci consente di capire per la prima volta di cosa stiamo realmente parlando: come è fatto un calco, cos’è in realtà il calco, come si forma, come si realizza. E che cosa ci dice ancora oggi.

Palestra Grande di Pompei: calchi di porte da domus di Pompei (foto graziano tavan)

A finire ci sono due calchi di porte, cioè di arredi, perché noi oggi possiamo fare, grazie appunto alla tecnica dei calchi, calchi di qualsiasi reperto organico in teoria, cioè qualsiasi reperto che decomposto ha lasciato un vuoto e la sua impronta all’interno di questo strato durissimo di cenere. E quindi anche degli arredi delle stanze delle case noi possiamo avere spesso calchi che ci consentono di ricostruire gli interni come se ci fossero degli scatti fotografici dei giorni nostri. Per raggiungere questo risultato – conclude Silvia Bertesago -, abbiano lavorato per circa due anni, partendo dalla progettazione scientifica, dalla progettazione dell’allestimento, la gara di appalto per la realizzazione dell’allestimento e poi i lavori, e quindi un lavoro molto lungo che ha impegnato tantissime persone: c’è un grande gruppo di lavoro che ha seguito le varie fasi e quindi è stato veramente un lavoro di tutto il parco”.

La colonna di 4 metri che mostra la stratigrafia di ceneri e lapilli che ha ricoperto Pompei (foto graziano tavan)

Palestra Grande. Sezione reperti organici: radici e tronco di cipresso (foto graziano tavan)

Il percorso espositivo. Nel braccio Sud trova spazio una sezione vulcanologica, dedicata al Vesuvio e al racconto dell’eruzione del 79 d.C., arricchito da un nuovo video che ne ripropone in sintesi la dinamica e dalla ricostruzione di una colonna di circa 4 metri di ceneri e lapilli, il materiale eruttivo che seppellì completamente la città di Pompei. Segue una parte dedicata agli animali e alle piante con una collezione dei reperti organici straordinariamente conservati che raccontano il rapporto fra l’uomo e le risorse naturali. La sezione è accompagnata da un apparato grafico di testi e riproduzioni iconografiche di fauna e flora presenti in famosi affreschi pompeiani, alcuni anche di recente scoperta (come quelli provenienti dalla casa del Tiaso).

Calchi originali esposti nell’allestimento permanente nella Palestra Grande di Pompei (foto graziano tavan)

Il braccio Nord, accanto ad una piccola parte sugli arredi con due calchi di porte, ospita la grande sezione dedicata ai resti umani, che espone una collezione di calchi originali delle persone colpite dall’eruzione. I calchi delle vittime del 79 d.C. sono tra le testimonianze più famose e commoventi di Pompei. Spesso confusi con corpi pietrificati, sono in realtà il risultato di un processo unico, reso possibile dalle condizioni create dall’eruzione e da una tecnica archeologica sviluppata nel tempo. Anche se sono noti tentativi negli anni precedenti, fu nel 1863 che l’archeologo Giuseppe Fiorelli, versando gesso liquido in queste cavità, per primo riuscì a restituire la forma originaria delle vittime. Una volta indurito il gesso e rimossa la cenere circostante, riemergevano figure umane sorprendentemente dettagliate, spesso con ossa ancora presenti al loro interno. Il tema trattato e il tipo di reperti esposti ci pongono a stretto contatto con il momento della morte improvvisa. Per tale motivo la sezione delle vittime non è subito visibile, ma è protetta alle due estremità, da elementi divisori che avvisano dell’ingresso in un settore peculiare, dando quindi allo spettatore la possibilità di scegliere se affrontare o meno la visita.

L’allestimento è scandito da un apparato grafico in cui è ridotto al minimo l’uso del colore e di ogni elemento decorativo, a vantaggio di testi lineari accompagnati da foto d’archivio, che documentano i contesti o i calchi in fase di scavo o di restauro. È arricchito da contenuti multimediali dedicati da un lato alla tecnica di realizzazione dei calchi dal momento dell’invenzione fino ad oggi e alla struttura interna dei calchi con immagini tratte da TAC eseguite su alcuni esemplari, dall’altro lato a contenuti storici come l’intervista ad Amedeo Maiuri sui calchi dell’Orto dei Fuggiaschi o ancora agli aspetti emozionali legati alla vista di questi reperti, come ben rappresentato nel frammento del film “Viaggio in Italia” di R. Rossellini

Modellino tattile di un calco di una vittima dell’eruzione del 79 d.C. espostio nel percorso permanente nella Palestra Grande di Pompei (foto graziano tavan)

Palestra Grande: postazione dove si possono testare profumi e odori da Pompei (foto graziano tavan)

Un percorso flessibile e accessibile: video in LIS e ISL e modellini tattili. Tutto il percorso, per la sua ubicazione all’interno dell’area archeologica, è volutamente flessibile, è cioè strutturato per poter essere visitato ed avere una lettura compiuta nei diversi sensi di marcia e a prescindere dal lato di ingresso al monumento, adattandosi così alle diverse direzioni dei flussi di visitatori. Particolare attenzione è stata data all’accessibilità, attraverso contenuti audio, video in LIS e ISL, strumenti in CAA (Comunicazione Aumentata Alternativa) e due sezioni tattili dedicate rispettivamente una alla parte sulle vittime umane e l’altra a quella sugli animali e le piante con modellini 3d dei reperti accompagnati da testi in braille.  Attraverso gli apparati grafici, i video e gli approfondimenti, l’allestimento vuole garantire la più ampia fruizione di questi materiali unici, rispettandone e valorizzandone le peculiarità, restituendo loro il giusto significato, quali straordinarie testimonianze della storia di Pompei e dei suoi abitanti.

Verona. Il ministero acquisisce l’ex cinema Astra: la ricca domus del II-III sec. d.C. scoperta nell’interrato sarà valorizzata come polo museale nel cuore della città antica a un passo dall’Arena col progetto “Per aspera ad Astra”. Gli interventi di Giuli, Mazzi, La Rocca e Brunella Bruno

La ricca domus del II-III sec. d.C. rinvenuta nell’interrato dell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

Ora non ci sono più dubbi sul futuro dell’ex cinema Astra a Verona. Quella domus (o albergo?) di lusso che già 1800 anni fa poteva permettersi un sistema di riscaldamento indipendente per ogni stanza, scoperta durante un intervento di archeologia preventiva, sarà uno spazio culturale rinnovato, capace di coniugare fruizione contemporanea e valorizzazione archeologica, nel cuore della città romana, a due passi dall’Arena e piazza Bra da una parte, e dalla porta romana dei Borsari e la via Postumia dall’altra.

Sopralluogo all’ex cinema Astra a Verona: in primo piano, il ministro Giuli, l’archeologa Bruno, il capo dipartimento La Rocca, il sottosegretario Mazzi (foto coop archeologia)

Il ministero della Cultura ha acquistato l’immobile permettendo i futuri investimenti di valorizzazione dell’ex cinema Astra grazie a un investimento di 7 milioni e mezzo di euro con il progetto “Per aspera ad Astra”. Giovedì 5 marzo 2026, dopo aver visitato i locali dell’ex Cinema Astra e i resti archeologici rinvenuti nel corso dei recenti scavi eseguiti dalla soprintendenza ABAP di Verona Rovigo e Vicenza, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, accompagnato dal Sottosegretario di Stato, Gianmarco Mazzi, ha presenziato alla stipula dell’atto di acquisto dell’immobile, passaggio decisivo per avviare il percorso di recupero e di valorizzazione di uno degli spazi culturali più significativi della città.

Ex cinema Astra a Verona: il ministro Giuli dal notaio Buoninconti (foto mic)

La stipula presso lo Studio Notarile Buoninconti di Verona presenti, col ministro e il sottosegretario, il capo dipartimento per la tutela del patrimonio culturale, Luigi La Rocca; e il direttore generale Archeologia Belle arti e Paesaggio, Fabrizio Magani; il soprintendente Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Verona Rovigo e Vicenza, Andrea Rosignoli, e la funzionaria archeologia Brunella Bruno. L’operazione rientra nelle iniziative promosse dal Ministero per la tutela e la valorizzazione di luoghi storici del territorio, con l’obiettivo di restituirli alla fruizione pubblica e rafforzare l’offerta culturale delle comunità. 

La ricca domus del II-III sec. d.C. rinvenuta nell’interrato dell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

Si è interrotto così un silenzio andato avanti per più di due anni. Tanti ne sono passati da quel 16 dicembre 2023 quando fu organizzata una visita speciale straordinaria agli scavi nell’ex cinema Astra a Verona. Un’occasione unica per vedere i tesori restituiti da quel cantiere – una domus, un albergo?, con pareti affrescate e stanze dotate di riscaldamento – a distanza di un anno dalla prima presentazione dei risultati delle ricerche. E ancora una volta i veronesi avevano risposto in maniera entusiastica mandando sold-out le prenotazioni in meno di due ore e “costringendo” la soprintendenza a improvvisare delle visite ridotte per accontentare più cittadini possibili. E già in quell’occasione il ministero, attraverso le parole di Luigi La Rocca che all’epoca era ancora direttore generale ABAP, affiancato da Fabrizio Magani, che invece era ancora soprintendente di Verona, erano state precise e bene auguranti, anche se i tempi allora annunciati sono stati più lunghi. Ecco le sue parole.

“Con la mia presenza”, spiegava Luigi La Rocca davanti all’ex cinema Astra il 16 dicembre 2023, “manifesto l’interesse della nostra amministrazione nei confronti di questo straordinario rinvenimento archeologico che è frutto, tra l’altro, di una esemplare attività di tutela e di ricerca che va a merito della soprintendenza, la dottoressa Brunella Bruno in particolare, che ha coordinato gli scavi archeologici perché il rinvenimento – è noto – è avvenuto nel corso di interventi archeologici propedeutici alla realizzazione di un progetto di riqualificazione, di ammodernamento, di ristrutturazione del cinema Astra, esso stesso un monumento importante, una testimonianza importante del passato della città. Nel corso dei lavori sono emerse queste strutture archeologiche che sono state scavate, sono state documentate.

Luigi La Rocca all’interno dell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

L’intervento è durato diversi anni. Il ministero, data l’importanza del rinvenimento, ha poi attribuito alla soprintendenza un finanziamento importante per 420mila euro per finire lo scavo, che di fatto è sostanzialmente concluso, e avviare le prime attività di conservazione e restauro delle strutture rinvenute, ciò che consente anche la visita per ora in questa forma un po’ estemporanea, ma speriamo – e su questo c’è l’assoluta attenzione del ministero – di poter in futuro fare di più, e avviare un progetto di valorizzazione vera e propria affinché questo diventi un luogo importante, un altro luogo importante della storia della città romana. Si faceva riferimento a Pompei – continuava La Rocca – che è l’esempio plastico ed è così importante perché è unica al mondo per lo stato di conservazione. Ma Pompei era una piccola città romana dell’Italia meridionale, certo vicina a Roma e a Neapolis. Ma Verona era una città forse più importante di Pompei nell’antichità. Soprattutto nel periodo nella quale si colloca questa testimonianza che è il II-III sec. d.C. Pompei non esisteva più. Quindi il riferimento a Pompei è importante perché è questa una testimonianza ulteriore di Verona, di cosa potevano essere delle domus patrizie, cioè delle case di ricchi e di nobili romani in una città romana dell’Italia settentrionale. E credo che non sia casuale, dato il clima, che molti di questi ambienti siano riscaldati. In una prima fase, infatti, avevano dei dubbi sulle funzioni dell’edificio. Credo che possa essere tranquillamente un edificio residenziale perché ci sono altri esempi, soprattutto al Nord, di domus interamente riscaldate. Quindi ribadisco che l’interesse dell’amministrazione centrale, quindi del ministero e della soprintendenza, è massimo. Sicuramente – concludeva – continueremo i lavori di messa in sicurezza e di restauro e proseguiremo con un’attività che dovrebbe portarci, spero, nel corso del prossimo anno a un più ampio intervento di valorizzazione che per noi è la restituzione alla città di questo prezioso documento”.

Il ministro Alessandro Giuli all’ex cinema Astra di Verona (foto mic)

Il sottosegretario Mazzi, il ministro Giuli e il dg Magani davanti al plastico dell’ex cinema Astra (foto mic)

Obiettivo raggiunto. “Verona si riappropria di un cinema storico”, dichiara il ministro Giuli, “al di sotto del quale si trova un complesso edilizio romano di età imperiale, una piccola Pompei, che non resterà inerte e muta, ma diventerà un luogo di socialità e sede del racconto della storia di Verona.  La città si riappropria così della possibilità di condividere la visione di pellicole cinematografiche in un contesto di assoluto rilievo architettonico e al tempo stesso, di ammirare i meravigliosi resti della città romana alle porte di quella moderna. Uno scrigno di storia bellissimo, ricco di decorazioni straordinarie, dove cultura e ricerca prenderanno vita insieme”. “Il ministero della Cultura”, aggiunge il sottosegretario Mazzi, “investirà 7 milioni e mezzo di euro per la rigenerazione del Cinema Astra, nell’ambito di un progetto che abbiamo chiamato Per Aspera ad Astra. Per chi, come me, è di Verona ed è cresciuto frequentando quello che un tempo era il cinema più importante della città, è stato doloroso vederlo per anni in quello stato. Quando mi è stata data questa possibilità – e di questo ringrazio il Ministro – ho accolto con grande entusiasmo l’opportunità di contribuire a questa operazione. Desidero ringraziare la famiglia D’Ignazio, Luca e Paolo, a cui va la mia personale riconoscenza per aver scelto di donare questo cinema alla comunità, accogliendo la richiesta del Ministero”.

L’ex cinema Astra in via Oberdan a Verona (foto ftp.provincia.vr.it)

Il Cinema Astra, inaugurato nel 1937, è stato per anni una delle sale cinematografiche più importanti di Verona. Nel 2004, nel tentativo di ampliare la struttura con la realizzazione di una multisala interrata, furono avviate alcune indagini archeologiche che rivelarono l’esistenza, sotto il pavimento della platea del piano rialzato, di un vasto complesso di età imperiale esteso per tutta la superficie, con murature conservate per più di un metro di altezza, decorate da intonaci parietali e munite di impianti di riscaldamento. Nel 2023 sono state completate le indagini archeologiche del complesso, ed è attualmente in corso l’attività di analisi e studio dei reperti. L’ex Cinema Astra è considerato un caso di “complessità archeologica” perché sono ancora poco chiare le funzioni dell’intero complesso. La tipologia edilizia e la sua funzione risultano incerte: non vi si riconoscono, infatti, né le caratteristiche tipiche di una domus, né quelle di un edificio termale. Resta probabile l’ipotesi di una struttura dedita all’ospitalità e all’accoglienza, partendo dagli studi pubblicati anni fa. Il progetto di valorizzazione dell’ex Cinema Astra trasformerà la struttura in un polo museale moderno che integrerà la tutela del sito archeologico con le nuove tecnologie espositive. L’intervento preserverà l’architettura originale, creando un’esperienza di visita unitaria dove la memoria storica del cinema diventerà palcoscenico per la valorizzazione del patrimonio antico.

Con il suo intervento davanti ai molti appassionati riunitisi davanti all’ex cinema Astra di Verona il 16 dicembre 2023 per una visita straordinaria nel cantiere di scavo archeologico, Brunella Bruno, funzionaria archeologo SABAP di Verona Rovigo e Vicenza, ripercorreva la storia delle vicende che hanno interessato il cinema Astra. Un contributo ancora valido. Eccolo. “il cinema Astra, cui i veronesi sono molto affezionati, nasce ai primi del Novecento, anche la facciata lo dice chiaramente. È un cinema che ha funzionato fino a 20 anni fa con un’ottima programmazione. E quando il proprietario di allora decise di ampliare questo cinema con la creazione di una multisala interrata si organizzò – era il 2004-2005 – lo scavo archeologico preventivo come di prassi a Verona – è il piano regolatore che lo prescrive – e si comincia a fare lo scavo stratigrafico preventivo. E già allora – 2004-2005 quando non si fece lo scavo, si cominciò soltanto ad abbassare il livello – si capì che tutta l’area dell’interrato del cinema pari a 400 mq era interamente occupato da strutture, e vedendo le creste dei muri che affioravano si capì che erano anche murature affrescate e dotate di impianti di riscaldamento a parete con i tubuli.

Articolazione degli ambienti del II-III sec. d.C. rinvenuti nell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

“A questo punto – continuava Brunella Bruno – tutto si è sospeso per circa 20 anni perché si è capito che non si andava da nessuna parte. Non era possibile immaginare la realizzazione di alcun progetto edilizio nel piano interrato. E siamo arrivati nel 2021 con il nuovo proprietario che è il signor D’Ignazio che è a Roma e che voglio pubblicamente ringraziare perché è casa sua. Se noi siamo qui è grazie anche alla sua grande disponibilità. E il signor D’Ignazio, il nuovo proprietario, ci chiede di poter fare delle verifiche per il consolidamento strutturale lungo le fondazioni. E quindi ci siamo riavvicinati a distanza di quasi vent’anni a questo sito per capire che queste sottofondazioni non potevano essere fatte con il metodo che si pensava di realizzare a micropali perché l’interrato era pieno di murature affrescate. A questo punto il ministero sulla base di una legge straordinaria ha chiesto un finanziamento che è stato accordato, con il quale nel 2022 abbiamo potuto completare le indagini. E quest’anno (2023, ndr) in realtà non stiamo scavando ma stiamo facendo quelle operazioni che sono indispensabili proprio quando si tirano fuori le strutture archeologiche, a maggior ragione con queste decorazioni. Stiamo facendo la messa in sicurezza, vale a dire i primissimi interventi di restauro. Quindi siamo ancora in un cantiere con ferree regole e limitazioni di accesso, possibile oggi grazie alla disponibilità delle ditte che vi lavorano: la RWS di Padova che sta curando i restauri, e la ditta cooperativa Archeologia di Firenze, archeologi che affianca i restauratori perché il restauro sta mettendo in luce novità archeologiche che vanno documentate immediatamente. Per noi della soprintendenza è un cantiere molto interessante perché i restauratori dialogano in continuazione con gli archeologi.

Ambienti con riscaldamento a pavimento rinvenuti nell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

Ambienti con riscaldamento a parete rinvenuti nell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

“Interpretazione del sito? Non riusciamo ancora a chiudere il cerchio di questo strano complesso – spiegava Brunella Bruno -. È sicuramente un impianto in cui si viveva. Quindi residenziale, abitativo. Non riconosciamo però esattamente lo schema delle domus. Quelle di Verona, sia fuori che dentro le mura, sono fatte n po’ “con lo stampino”, sono tutte uguali: un cortile centrale con delle stanze intorno, cortile con peristilio. Qui noi non stiamo riconoscendo questa struttura. Abbiamo un complesso con delle stanze che non sono collegate tra loro, hanno delle porte ma mantengono una certa privacy al loro interno, e che alla fine II sec. – inizia III sec. d.C. vengono completamente stravolte e vengono dotate di impianti di riscaldamento a pavimento e a parete che implicano anche dei cambiamenti notevoli: si cambiano i pavimenti, si cambiano le pareti, si fanno dei nuovi affreschi. La particolarità è che ognuna di queste stanze ha il suo prefurnio e la sua caldaia, cioè il suo vano tecnico, il che, sentendo anche altri studiosi che stanno lavorando con noi, parlo di esperti, di universitari, non è comune. In una casa con un unico proprietario non c’è bisogno di fare una caldaia per ogni stanza. Tutto questo – la pianta un po’ particolare, la vicinanza alla via Postumia che è la via principale, e qui dietro passa anche l’altra grande strada che attraversa Verona che è la via Claudia Augusta; quindi posizione centrale, fuori dalla città, vicino alla porta che è Porta Borsari, e le stanze riscaldate – tutto questo dicevo ha fatto venire in mente agli studiosi che si tratta sì di strutture residenziali dove si viveva, ma forse legate a un’accoglienza e a un’ospitalità. Era un albergo? Non lo sappiamo. È un’ipotesi. D’altra parte archeologicamente abbiamo muri, pavimenti, affreschi. E gli alberghi non sono nient’altro che delle case. Quindi per noi archeologi l’evidenza è quella delle case. Non si può riconoscere una domus da un albergo. Non abbiamo elementi che ci permettono di chiudere il cerchio. Certo è molto strano che ogni stanza abbia il suo riscalamento. Potrebbe essere un impianto termale? Non abbiamo prove evidenti di acqua, piscina, canalizzazioni. Troppo poco. Inoltre, i veronesi lo sanno, in via Fratte, un isolato qui vicino ha restituito un grande impianto termale pubblico. Ovviamente l’archeologo non pensa che ci siano due impianti termali in due isolati ravvicinati.

Dettagkio di una stanza con pareti affrescate rinvenuta nell’ex cinema Astra di Verona (foto graziano tavan)

Questo scavo ha messo in luce anche dei livelli di incendio, di distruzione – di cui abbiamo lasciato dei campioni – veramente notevoli. Questo impianto – ricordava Brunella Bruno – “va in fumo” intorno alla fine del III – IV secolo. L’edificio è proprio disabitato. Tutto viene abbandonato. E siamo propensi anche a mettere in relazione questo abbandono che sembra quasi pianificato, perché non abbiamo trovato tracce di suppellettili, sembra che la gente se ne sia andata facendo in tempo a sgombrare gli spazi, mettere in relazione questo abbandono a tutte le attività di ripristino delle strutture di difesa apportate in questa città dall’imperatore Gallieno. È un momento in cui le mura di Verona riprendono la loro funzione difensiva, funzione che avevano perso nell’età imperiale perché non c’erano stati particolari problemi strategici e difensivi, ed è probabile che tutta questa fascia lungo le mura venga disabitata, evacuata, per ragioni di sicurezza, quasi a ricreare quell’intervallum che in origine doveva circondare le mura per motivi di difesa.

“Nel corso degli anni – concludeva Brunella Bruno – questo scavo è stato anche un’importante esperienza di archeologia urbana, diacronica. Lo scavo ha interessato anche tutte le fasi di spoliazione medievale. Senza dimenticare che in questa zona nel Rinascimento nasce anche la proprietà della famiglia Giusti. E la proprietà Giusti finisce con l’acquisto e la costruzione del cinema. È un sito questo, quindi, che si presta particolarmente a una narrazione del divenire dell’archeologia urbana, cosa che raramente i musei tradizionale riescono a esprimere. Siano particolarmente convinti delle potenzialità in termini di narrazione di questo sito”.

Venezia. I preziosi reperti (oltre 700) sono arrivati a Palazzo Ducale per la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli. La inaugura il ministro Giuli. La curatrice Squarcina anticipa ad “archeologiavocidalpassato.com” importanza, caratteristiche e obiettivi della mostra

La testa di Leucotea da Pyrgi pronta per partire per Venezia dal museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Ultimi controlli al museo Archeologico nazionale di Adria prima della partenza dei reperti per Venezia (foto drm-ven)

Al museo Archeologico nazionale di Ferrara imballaggio di un cratere da Spina con destinazione Venezia (foto drm-er)

La bella testa femminile di Leucotea, la dea bianca del mare, la divinità dell’Aurora e della fertilità, che doveva far parte di un rilievo più grande che decorava la facciata del tempio A del santuario di Pyrgi (Santa Severa), antico porto di Caere (Cerveteri), ha lasciato la “sua casa”, il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia con destinazione Venezia. Ma anche bronzetti, l’Eracle di Contarina, l’Apoteosi di Eracle, sono usciti dal museo Archeologico nazionale di Adria per raggiungere il palazzo dei Dogi. Dove sono arrivati anche vasi e reperti da Spina conservati al museo Archeologico nazionale di Ferrara. Sono solo alcuni esempi dei reperti archeologici di straordinario valore, molti provenienti da scavi recenti, concessi in prestito da prestigiose istituzioni museali italiane, che si potranno ammirare nella mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, a cura di Chiara Squarcina, Margherita Tirelli in collaborazione con Fondazione Luigi Rovati con il patrocinio dell’Istituto nazionale di Studi etruschi e italici, ospitata a Palazzo Ducale di Venezia dal 6 marzo al 29 settembre 2026: un racconto intorno al complesso e affascinante mondo delle pratiche religiose antiche, in cui l’acqua assume un valore generativo, terapeutico e identitario. Il percorso espositivo accompagna il pubblico dai grandi santuari etruschi costieri e termali – da Pyrgi a San Casciano dei Bagni – ai porti adriatici di Adria e Spina, fino ai principali luoghi sacri del Veneto antico, come Montegrotto, Lagole, Este e Altino, documentando pratiche votive, culti salutari e dinamiche di integrazione culturale. Il progetto si configura come un momento di sintesi avanzata della ricerca archeologica, capace di coniugare rigore scientifico, divulgazione e innovazione, concludendo con l’installazione We are bodies of water, realizzata da Fondazione Bonotto con la collaborazione scientifica del museo di Storia naturale di Venezia, dedicata al fragile ecosistema lagunare veneziano.

Dopo la presentazione a gennaio a Roma, al ministero della Cultura (vedi Venezia. A Palazzo Ducale la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a cura di Margherita Tirelli e Chiara Squarcina. Presentazione ufficiale al ministero della Cultura a Roma | archeologiavocidalpassato), giovedì 5 marzo 2026, inaugurazione della mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari: alle 12, nella Sala dello Scrutinio, a Palazzo Ducale: Intervengono Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia; Mariacristina Gribaudi, presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia; Giovanna Forlanelli, presidente della Fondazione Luigi Rovati; Chiara Squarcina, direttrice scientifica della Fondazione Musei Civici di Venezia e curatrice dell’esposizione; Margherita Tirelli, curatrice dell’esposizione. Conclusioni di Alessandro Giuli, ministro della Cultura.

Proprio Chiara Squarcina spiega ad archeologiavocidalpassato.com l’importanza di questa mostra che esplora il ruolo fondamentale dell’acqua nelle pratiche religiose e nella vita sociale di Etruschi e Veneti nel I millennio a.C.

“Questa mostra – spiega Squarcina ad archeologiavocidalpassato.com – è particolarmente interessante non solo per gli oltre 700 reperti – ricordo che saranno presentati 58 reperti provenienti dagli scavi di San Casciano dei Bagni non ancora visitabili quindi un nucleo completamente inedito -, ma soprattutto perché il percorso racconterà i vari siti legati al culto dell’acqua, come Pyrgi, Spina, Montegrotto Terme, Lagole, Altino, dove noi avremmo questa volontà di accogliere il visitatore e portarlo alla conoscenza del mondo etrusco, del mondo veneto antico, attraverso l’acqua. E non ultimo, la motivazione è che la grande sfida sarà questo arazzo che proviene dalla Fondazione Luigi Bonotto, un arazzo inedito, realizzato per la mostra, che vuole creare questa connessione e sottolineare il mondo archeologico. Il passato è qualcosa di vivo, è una grande eredità, un’importante testimonianza, una memoria che dobbiamo mantenere viva con rispetto e attenzione”.

“Questa mostra – sottolinea Squarcina ad archeologiavocidalpassato.com – è molto importante perché per la prima volta pone in dialogo due civiltà, la civiltà etrusca e la civiltà veneto antica. Questo ci permette di sviluppare, ma soprattutto condividere quali connessioni esistevano. E la partenza sono proprio i santuari legati al culto dell’acqua. Quindi l’acqua è questa grande fibra ottica dove corrono condivisioni, riflessioni, e soprattutto anche contradditori, tra la civiltà etrusca e la civiltà dei Veneti antichi”.

Arezzo. Al museo Archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” il ministro Giuli inaugura la mostra “La Minerva di Arezzo. Una storia di comunità ritrovata”, primo appuntamento del progetto nazionale “Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura”, per un più ampio percorso di valorizzazione e partecipazione culturale

Sabato 14 febbraio 2026, alle 12, al museo Archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo, inaugurazione della mostra “La Minerva di Arezzo. Una storia di comunità ritrovata”, alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli, del sindaco di Arezzo Alessandro Ghinelli, del capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale Alfonsina Russo, del direttore generale Piano Olivetti per la cultura Stefano Lanna, della direttrice regionale Musei nazionali della Toscana Carlotta Paola Brovadan e del direttore del museo Archeologico nazionale di Firenze Daniele Federico Maras. L’evento segna il ritorno nella città di provenienza della celebre statua bronzea della Minerva, simbolo identitario di Arezzo, giunta in prestito dal museo Archeologico nazionale di Firenze. L’inaugurazione apre ufficialmente un più ampio percorso di valorizzazione e partecipazione culturale promosso dal ministero della Cultura, che trova nella mostra il primo appuntamento del progetto nazionale “Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura”. L’inaugurazione sarà accompagnata dalla performance teatrale itinerante “Minerva è qui. Quando una dea torna a casa”, che guiderà il pubblico in un racconto simbolico del ritorno della statua nella sua città di provenienza.

LA MOSTRA E IL PIANO OLIVETTI. La mostra sarà aperta al pubblico dal 15 febbraio al 6 settembre 2026 e si inserisce in un programma nazionale dedicato al coinvolgimento attivo delle comunità nei processi di valorizzazione del patrimonio culturale. Prende il via, infatti, contestualmente il progetto “Semi di comunità – Piano Olivetti per la cultura”, fortemente voluto dal ministero della Cultura – dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale – Istituto centrale per la valorizzazione economica e la promozione del patrimonio culturale, in collaborazione con il museo Archeologico nazionale di Firenze e il museo Archeologico nazionale di Arezzo. La mostra e il progetto si caratterizzano per un vasto e articolato programma di iniziative, che affianca l’esposizione con eventi, incontri, laboratori, seminari e processi culturali partecipati rivolti alle scuole, ai cittadini, alle associazioni del territorio e ai professionisti del settore. L’obiettivo è rafforzare il legame tra patrimonio, territorio e comunità, restituendo alla Minerva il suo ruolo di catalizzatore di identità, locale e italiana.

La Chimera di Arezzo nella nuova sala allestita al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto graziano tavan)

Con Semi di comunità, il MiC consolida un impegno strategico, assunto dal ministro Alessandro Giuli, volto a rafforzare il valore del patrimonio nazionale, promuovendo modelli innovativi di partecipazione, co-creazione e valorizzazione sostenibile e riaffermando, attraverso il Piano Olivetti, il ruolo della cultura come motore di sviluppo e coesione dei territori. Il progetto si inserisce nel solco di una collaborazione tra Arezzo e Firenze, già sperimentata con successo un anno fa in occasione dell’esposizione ad Arezzo di un altro grande bronzo etrusco, la Chimera di Arezzo, oggi nuovamente visibile al museo Archeologico nazionale di Firenze in una sala interamente rinnovata, frutto di un importante intervento di riallestimento e valorizzazione. Questo dialogo tra istituti del MiC, fondato sulla circolazione consapevole delle opere, sulla condivisione di competenze scientifiche e su una visione comune della valorizzazione, conferma il ruolo dei musei nazionali come presidi attivi e nodi di una rete territoriale, capaci di rafforzare il legame tra i luoghi di conservazione e i contesti in cui le opere sono inserite. In questo quadro, la mostra di Arezzo dedicata alla Minerva non si limita al prestito della celebre scultura, ma si accompagna a interventi di rinnovamento strutturale e museografico di alcune sale del museo Archeologico nazionale “Gaio Cilnio Mecenate”, finalizzati a migliorare la qualità degli spazi, l’accessibilità e l’esperienza di visita. L’esposizione diventa così occasione per un investimento duraturo sul museo e sul territorio, coerente con le linee strategiche del ministero della Cultura in materia di valorizzazione integrata e sostenibile.

La Minerva di Arezzo nell’allestimento al museo Archeologico aretino (foto mic)

LA STATUA IN BRONZO. Cuore della mostra è l’esposizione della Minerva di Arezzo, uno dei grandi bronzi dell’antichità, ritrovata nel sottosuolo di Arezzo nel 1541, durante lo scavo di un pozzo presso San Lorenzo. La statua fu subito donata al duca Cosimo I de’ Medici, che la mise nel suo studio privato a Firenze. E da allora rimase nella città, come parte delle collezioni archeologiche granducali, che dal 1871 sono confluite nel museo Archeologico nazionale di Firenze per essere offerte alla fruizione di tutti gli italiani. Nella nuova esposizione al Museo di Arezzo, la Minerva è collocata in uno degli ambienti più suggestivi della sezione romana del Museo, dove viene raccontata attraverso una narrazione aggiornata e immersiva che ne ripercorre la scoperta, la fortuna collezionistica fiorentina e la complessa storia conservativa. La scultura (h. 150,5 cm; spessore medio del bronzo 4,5 mm) raffigura una dea Atena/Minerva con chitone, himation, egida con testa di Medusa ed elmo corinzio. Gli studi più recenti la riconducono a un originale ellenistico, databile ai primi decenni del III secolo a.C. (300–270 a.C. circa), forse prodotto in ambito italico o magnogreco.

Dettaglio della Minerva di Arezzo conservata al museo Archeologico nazionale di Firenze (foto maf)

IL RESTAURO DELLA MINERVA. Il restauro condotto tra il 2000 e il 2008 ha restituito la flessuosità originaria della figura e ha messo in luce raffinate soluzioni tecniche, come l’uso del rame per le labbra e per i dettagli delle ciglia. Accanto alla statua antica, la mostra presenta una copia in bronzo realizzata dalla Fonderia Artistica Marinelli, che documenta l’aspetto dell’opera dopo i restauri settecenteschi di Francesco Carradori, insieme al braccio destro e al serpente dell’elmo realizzati dallo stesso Carradori e rimossi con l’ultimo intervento conservativo.

Resti della domus di San Lorenzo, dove nel 1541 è stata scoperta la Minerva, conservati al museo Archeologico nazionale di Arezzo (foto archeo arezzo)

IL PERCORSO ESPOSITIVO. Il percorso espositivo consente di approfondire il contesto archeologico del ritrovamento, identificato nei resti della domus di San Lorenzo, una vasta e lussuosa residenza romana costruita tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., probabilmente appartenuta a un aristocratico aretino. Un nuovo allestimento valorizza i resti della domus – mosaici, pavimenti in opus sectile, decorazioni parietali, bronzetti, arredi e rilievi – permettendo di comprendere il significato della presenza della statua come elemento di prestigio e luxuria privata. La mostra amplia infine lo sguardo sulla Arezzo romana (Arretium), inserendo la domus in un contesto urbano caratterizzato da importanti infrastrutture ed edifici pubblici, come l’asse viario nord-sud, il complesso teatro-terme e un’area forense suggerita dal rinvenimento degli elogia Arretina.

 

Carsulae (Tr). Scoperti nuovi e raffinati pavimenti musivi della “domus dei mosaici”: il ministero stanzia 2,3 milioni di euro per la loro tutela e valorizzazione

Nell’area archeologica di Carsulae, in provincia di Terni, sono emersi nuovi e raffinati pavimenti musivi pertinenti a una grande residenza romana affacciata sul foro, la cosiddetta “domus dei mosaici”, oggetto delle recenti campagne di scavo. Una scoperta che riscrive la conoscenza di uno dei più importanti centri romani dell’Umbria e apre una nuova stagione di valorizzazione con l’investimento di 2,3 milioni di euro del ministero della Cultura per la tutela dei nuovi mosaici.

I nuovi e preziosi mosaici scoperti nella “domus dei mosaici” nell’area archeologica di Carsulae (Tr) (foto mic)

Le indagini archeologiche, avviate nel 2017, con il supporto economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni e condotte dall’Associazione Astra ONLUS nell’ambito di una concessione ministeriale, hanno portato alla scoperta di una vasta domus databile alla fine del I secolo a.C., con ambienti di rappresentanza, peristili, ninfei e un articolato settore termale privato. I mosaici, in bianco e nero e con decorazioni geometriche di straordinaria conservazione, testimoniano l’alto livello architettonico e decorativo dell’edificio, indagato finora per circa metà della sua estensione. Grazie all’ultima campagna di scavo dell’estate 2025, è stata inoltre individuata una seconda fase di vita della domus, caratterizzata dall’aggiunta di un complesso termale con frigidarium, tepidarium e calidarium dotati di ipocausto, nonché ulteriori ambienti abitativi con ampie superfici musive. Contestualmente, sono stati eseguiti interventi di consolidamento e restauro dei pavimenti e dei materiali più significativi, oggi ricoperti per garantirne la corretta conservazione.

L’area archeologica di Carsulae (Tr) (foto mic)

Alla scoperta archeologica si affianca ora un importante investimento per la valorizzazione del sito. Con un finanziamento complessivo di oltre 2.300.000 euro, disposto con decreto del ministero della Cultura che fa capo ad Alessandro Giuli, è stata avviata la progettazione di un ampio piano che prevede la realizzazione di una copertura protettiva dei mosaici della domus e il completo riallestimento del Centro Visite. L’intervento consentirà di rendere finalmente visibili al pubblico i pavimenti musivi e di migliorare in modo significativo l’accessibilità e la fruizione dell’area. Il progetto coinvolge i musei nazionali dell’Umbria, la soprintendenza Archeologica Belle arti e Paesaggio dell’Umbria, il Comune di Terni e l’università di Perugia, con la collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni. Un ulteriore finanziamento ministeriale di 340mila euro, previsto per il 2026, rafforzerà le azioni di valorizzazione attraverso nuovi apparati didattici e il potenziamento dei servizi del sito.

 

Pechino. Aperte al museo nazionale della Cina le mostre “Pompei. Un’eterna scoperta” (con 88 reperti dal Mann) e “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo” a conclusione delle celebrazioni per il 55° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina. Gli interventi di Giuli e Sirano

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli inaugura al museo nazionale di Pechino la doppia mostra “Pompei Palladio” (foto mic)

Rilievo votivo attico, originale greco degli inizi del IV sec. a.C., da Pompei, conservato al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

Ottantotto reperti dai depositi del museo Archeologico nazionale di Napoli sono in mostra al National Museum di Pechino: il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha infatti inaugurato il 4 febbraio 2026 le mostre “Pompei. Un’eterna scoperta” e “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo”, ospitate eccezionalmente in contemporanea al museo nazionale della Cina in programma sino ad ottobre 2026, a conclusione delle celebrazioni per il 55° anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina, e rappresentano uno dei principali progetti di cooperazione culturale tra i due Paesi. “Queste due mostre sono la brillante affermazione della condivisione della conoscenza e rappresentano uno splendido esempio di diplomazia culturale”, ha affermato il ministro Giuli durante la cerimonia inaugurale, alla presenza del ministro della Cultura e del Turismo cinese, Sun Yeli, e del direttore del museo nazionale, Luo Wenli. “Pur nella loro diversità, le esposizioni dialogano tra loro come due capitoli di un unico grande racconto: quello della civiltà italiana nel suo continuo confronto con il mondo. Il racconto degli scavi di Pompei e il genio di Andrea Palladio sono tasselli del grande mosaico dell’identità culturale italiana. Siamo orgogliosi di presentarli in questo prestigioso museo al pubblico di Pechino e della Cina”.

Coppa profonda da vino (Kantharus) con centauro e amorino, dalla Casa dell’Argenteria, conservata al museo Archeologico naziomale di Napoli (foto mann)

La mostra “Pompei. Un’eterna scoperta” (4 febbraio – 10 ottobre 2026) ricostruisce la storia degli scavi della città vesuviana dal 1748 alle più recenti campagne archeologiche. Promossa dal museo Archeologico nazionale di Napoli e dal parco archeologico di Pompei, è organizzata in collaborazione con l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e il museo nazionale della Cina, con il supporto dell’Ambasciata d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino. “Il Mann promuove questa esposizione non soltanto prestando numerosi reperti, ma anche cooperando, dal punto di vista scientifico, a un percorso suggestivo sulla perenne attualità del mito di Pompei ed Ercolano”, commenta il direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Francesco Sirano. “Il viaggio culturale intrapreso non finisce qui: è allo studio un nuovo progetto espositivo che, presso il nostro Museo, sarà ancora una volta dedicato ai rapporti culturali tra Oriente e Occidente”. L’esposizione propone una selezione significativa di opere provenienti da Pompei ed Ercolano, con particolare attenzione alle più recenti scoperte archeologiche e ai risultati degli studi condotti negli ultimi anni. Attraverso affreschi, sculture, elementi decorativi e materiali della vita quotidiana, la mostra offre una lettura articolata del mondo romano, soffermandosi sull’organizzazione degli spazi urbani e sulle dinamiche sociali, economiche e culturali delle città vesuviane.

Guido Beltramini (Palladio Museum Vicenza) illustra la mostra “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo” al museo nazionale di Pechino (foto mic)

La mostra “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’Antichità al Classicismo” (4 febbraio – 16 maggio 2026) presenta per la prima volta al pubblico asiatico un progetto unitario dedicato ad Andrea Palladio, raccontando la diffusione dell’architettura palladiana, in dialogo con l’architettura cinese. Con la curatela congiunta italiana – del Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio – e cinese, è realizzata dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di Pechino, in collaborazione con il museo nazionale della Cina, il Palladio Museum di Vicenza e Treccani.

 

Fano (PU). A tre anni dai primi ritrovamenti durante i lavori per piazza Costa, identificata con certezza la Basilica di Vitruvio descritta nel “De Architectura”. Il soprintendente Pessina: “Straordinaria scoperta”

A Fano identificati i resti della basilica di Vitruvio durante i lavori per piazza Costa (foto mic)

“Una scoperta destinata a entrare nei libri di storia: a Fano è stata identificata con certezza la Basilica descritta da Vitruvio nel De Architectura, l’unico edificio attribuibile senza dubbi al grande architetto romano”: inizia così la comunicazione del ministero della Cultura all’indomani dell’annuncio ufficiale alla Mediateca Montanari, alla presenza del presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli; del sindaco di Fano, Luca Serfilippi; del soprintendente, Andrea Pessina e con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto in collegamento. Un momento che segna un vero spartiacque per l’archeologia e per la storia dell’architettura occidentale, concretizzando quella che è stata l’ipotesi formulata ancora tre anni fa, quando nel marzo 2023, in occasione di alcuni lavori edili in via Vitruvio, vennero alla luce dei resti relativi a un edificio pubblico, di epoca romana, collocato in affaccio al foro cittadino. Il pensiero corse subito alla Basilica di Vitruvio, ma in quell’occasione proprio la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro Urbino, in primis l’archeologa Ilaria Venanzoni che seguiva lo scavo, rimase molto prudente. Per avere la certezza che si trattasse della famosa Basilica sarebbero stati necessari ulteriori approfondimenti. A cominciare dalla cronologia e dalla funzione del complesso (vedi Fano (PU). In un cantiere edile in centro scoperto un imponente edificio pubblico, di epoca romana, decorato da marmi preziosi. È la famosa Basilica di Vitruvio, cercata da almeno 500 anni? La Sabap: “È presto per dirlo. Servono ulteriori approfondimenti” | archeologiavocidalpassato). I risultati raggiunti in questi anni, presentati il 19 gennaio 2026 dal soprintendente Andrea Pessina, sono l’esito di una attenta attività preventiva di assistenza e di scavo archeologico avviati dalla Sabap AN-PU, nell’ambito del progetto PNRR del Comune di Fano dedicato alla riqualificazione di piazza Andrea Costa. Le ricerche comunque non sono finite: sotto la direzione lavori della responsabile di zona, la funzionaria archeologa Ilaria Rossetti, sono in corso indagini che permetteranno di approfondire altri aspetti irrisolti.

Il ritrovamento della quinta colonna d’angolo ha confermato l’identoficazione della basilica di Vitruvio a Fano (foto sabap-an-pu)

La scoperta archeologica. Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio, che ha restituito la quinta colonna d’angolo, confermando la posizione e l’orientamento dell’edificio tra le due piazze. Le colonne, di circa cinque piedi romani di diametro (147–150 cm) e alte circa 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello. Le verifiche proseguiranno nel cantiere finanziato con fondi PNRR.

L’intervento del ministro Giuli da remoto alla presentazione a Fano (foto sabap-an-pu)

“A Fano oggi è stata ritrovata una tessera fondamentale del mosaico che custodisce l’identità più profonda del nostro Paese”, ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli. “La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo: prima della scoperta e dopo la scoperta della Basilica di Vitruvio. I libri di storia, e non solo le cronache giornalistiche, storicizzeranno questa giornata e tutto ciò che nei prossimi anni verrà studiato e scritto attorno a questa scoperta eccezionale. Il valore scientifico è di caratura assoluta, gli elementi rinvenuti dimostrano in modo plastico che Fano è stata ed è il cuore della più antica sapienza architettonica della civiltà occidentale, dall’antichità fino a oggi”,

A Fano identificati i resti della basilica di Vitruvio durante i lavori per piazza Costa (foto sabap-an-pu)

“La straordinaria scoperta che oggi presentiamo rappresenta qualcosa di davvero unico”, ha affermato il presidente Francesco Acquaroli. “Cambia la percezione della città di Fano, della nostra regione e, più in generale, del patrimonio culturale e architettonico italiano. È il risultato di decenni di lavoro, di studi e ricerche approfondite e di scelte che hanno permesso di arrivare fino a qui. Arricchisce enormemente il patrimonio che già conoscevamo e, da oggi, vive sotto una luce diversa. In un certo senso, riscrive anche parte della storia di Fano. Dovremo essere bravi, tutti insieme, a trasformare questa scoperta in un motore di sviluppo per la città e per l’intera Regione Marche. Noi ci siamo, e c’è piena consapevolezza del valore che questo patrimonio può portare, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto turistico e culturale. Il coinvolgimento del Ministero e del Governo sarà fondamentale per accompagnare questo percorso e ringrazio il Ministro Alessandro Giuli per aver condiviso questa straordinaria soddisfazione. Questa non è soltanto una grande scoperta archeologica, racconta lo straordinario passato della nostra terra e guarda al futuro solidificando il ruolo delle Marche nelle dinamiche culturali internazionali”.

Sopralluogo sull’area dello scavo dei resti della basilica di Vitruvio (foto mic)

“Si tratta di un evento straordinario per la città di Fano”, ha aggiunto il sindaco di Fano, Luca Serfilippi. “La scoperta della Basilica vitruviana nel cuore del nostro centro urbano restituisce alla comunità un frammento di identità storica e culturale di valore universale. Dopo secoli di attese e studi, ciò che per lungo tempo è stato tramandato solo attraverso la parola scritta si è trasformato in una realtà concreta, tangibile e condivisibile”.

L’intervento del soprintendente Pessina alla presentazione a Fano (foto sabap-an-pu)

“Le scoperte di oggi, con l’identificazione certa della posizione della Basilica Vitruviana”, ha concluso il soprintendente Andrea Pessina, Archeologia Belle arti e Paesaggio di Ancona e Pesaro-Urbino, “sono di un’importanza straordinaria: non solo per la storia degli studi e per la comunità scientifica, ma anche perché aprono nuove e concrete prospettive sul patrimonio archeologico della città di Fano. Un patrimonio considerevole, che da tempo attende di essere indagato e valorizzato. E oggi, finalmente, abbiamo una chiave di lettura decisiva anche per interpretare evidenze note da anni, come l’edificio sotto Sant’Agostino, e per mettere in relazione in modo più chiaro tracce, strutture e testimonianze del nostro passato. È l’inizio di una nuova stagione di ricerca: più consapevole, più precisa, più ambiziosa. E Fano, da oggi, ha uno strumento in più per raccontare al mondo la propria storia”.

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”: presentata a Roma al ministero della Cultura la grande mostra con oltre 700 reperti, alcuni inediti, che aprirà al Palazzo Ducale di Venezia: un confronto inedito e peculiare, un’indagine sul rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo. Gli interventi di Giuli, Squarcina, Forlanelli, Gribaudi e Brugnaro

Testa di Thesan / Leucotea dal Tempio A di Pyrgi (350 a.C. ca.) conservata al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto etru)

Gambe di donna con iscrizione alle Ninfe dallo scavo del Bagno Grande di San Casciano dei Bani (foto sabap-si)

Sarà la Testa di Leucothea da Pyrgi, immagine potente e liminare, legata al mare e alla protezione dei naviganti, straordinario prestito del museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, ad aprire il percorso attraverso le 12 stanze dell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Venezia, ad aprire il percorso della mostra “Etruschi e Veneti. Acque culti e santuari”, in programma dal 6 marzo al 29 settembre 2026: oltre 700 reperti, alcuni inediti come i 58 bronzi etruschi da San Casciano dei Bagni (Si) mai esposti prima, creano un racconto intorno al complesso e affascinante mondo delle pratiche religiose antiche, in cui l’acqua assume un valore generativo, terapeutico e identitario.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: da sinistra, Giovanna Forlanelli Rovati, Alfonsina Russo, Alessandro Giuli, Luigi Brugnaro, Mariacristina Gribaudi, Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

La mostra, a cura di Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati, il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, frutto di una rete virtuosa tra istituzioni, università, musei e professionisti, che proseguirà con un secondo momento espositivo a Milano nell’autunno 2026, è stata presentata a Roma, nella Sala Spadolini del ministero della Cultura, mercoledì 14 gennaio 2026, presenti il ministro della Cultura, Alessandro Giuli; il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro; la presidente della Fondazione musei civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi; la presidente della Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli Rovati; e la co-curatrice della mostra e direttrice scientifica della Fondazione musei civici di Venezia, Chiara Squarcina; dei quali proponiamo gli interventi integrali, anche se l’audio non è dei migliori. Ha moderato Alfonsina Russo, capo dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il ministro Alessandro Giuli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli, “non è soltanto la sintesi e l’esposizione di reperti, ma è il racconto di un contesto, di una storia, di una stratificazione, che riporta l’archeologia nella sua dimensione più autentica. È una riflessione capace di mettere in relazione il tempo lungo del passato con le emergenze del presente e le domande sul futuro. Una mostra ha senso se “antichizza” il presente e, al tempo stesso, rende presente l’antico nel suo dialogo con la nostra contemporaneità. Le testimonianze di questa esposizione che giungono da epoche remote e lontane non sono mai frammenti muti e passivamente osservati da studiosi, appassionati e visitatori, ma sono il punto di riferimento di uno sguardo ben preciso, di un’attitudine, di una volontà che, attraverso oggetti, luoghi e contesti culturali, si ricollega con le radici di antiche comunità di cui noi siamo i discendenti. Questa mostra sceglie la prospettiva della relazione: non è soltanto il racconto su un popolo o su una civiltà isolata, ma si propone di far dialogare ciò che già anticamente era in dialogo: il mondo degli Etruschi e quello dei Veneti. Unendo il versante tirrenico con quello adriatico della nostra penisola, gli Etruschi e i Veneti sono due idealtipi di un modo di abitare l’antico, il viaggio, il mare, il mondo, in una dimensione di apertura che necessariamente la geografia della nostra penisola impone, induce e incoraggia fin dalle origini”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la co-curatrice Chiara Squarcina (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“La mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari trae origine dalla volontà di affrontare un tema finora inedito”, ha spiegato la co-curatrice Chiara Squarcina, “non tanto quello relativo al confronto tra la civiltà etrusca e quella veneta, già oggetto di riflessione scientifica e di aggiornamento delle conoscenze, bensì quello volto ad indagare il rapporto con la sacralità delle acque nel mondo etrusco e nel mondo veneto, nel tentativo di metterne a fuoco affinità e specificità. Il panorama che ne deriva risulta popolato da molteplici divinità, preposte chi alle acque salutifere, chi al guado di un grande fiume, chi ancora agli approdi marittimi, insediati ciascuna all’interno di scenari particolari, siano essi sorgenti sananti o porti ospitali, di cui l’elemento-acqua costituiva il fulcro oltre che talora anche il potenziale oggetto di culto”.

Coppia di orecchini in oro con testa di Acheloo dalla Tomba 148A, conservati nel museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

Bronzetto di Paride arciere conservato al museo Archeologico Nazionale di Altino (foro parco archeologico altino)

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è un progetto di grande respiro scientifico e divulgativo, in cui a emergere è il dialogo tra due civiltà differenti per geografie e radici culturali, tra cui sono fioriti scambi e relazioni lungo quel confine nella ‘terra tra i due fiumi’, tra il basso corso dell’Adige e l’antico corso orientale del Po. Uno scambio di materie prime, reso possibile con l’apertura di nuove vie commerciali, ma anche di idee, culture, saperi. Fiumi, mari e acque sono l’emblema del movimento costante, come quello delle persone, unendosi e conducendo a forme di reciproca conoscenza di uomini e di donne. Sarà un confronto inedito e peculiare, un’indagine comparata sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti, nel corso del I millennio a.C.: mari, fiumi, sorgenti salutifere e acque termali sono gli ambienti privilegiati di contatto con il divino, spazi di guarigione, ma anche luoghi per la crescita della collettività, mete per il transito e per lo scambio culturale. L’esposizione riunisce reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di eccezionale prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane. La mostra si configura così come un momento di sintesi avanzata della ricerca archeologica, volta a coniugare rigore scientifico e forte impatto mediatico.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: la presidente della fondazione Rovati Giovanna Forlanelli (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Questa iniziativa”, ha ribadito la presidente Giovanna Forlanelli, “conferma l’apertura della nostra Fondazione alla collaborazione con le Istituzioni pubbliche in una prospettiva condivisa di valorizzazione del nostro grande patrimonio artistico-culturale”. Proprio la Fondazione Luigi Rovati di Milano ospiterà infatti un secondo momento espositivo nell’autunno del 2026 (14 ottobre – 10 gennaio 2027) rafforzando una collaborazione virtuosa tra istituzioni e territori, fondata sulla ricerca archeologica e sulla valorizzazione del patrimonio nazionale.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: Mariacristina Gribaudi (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

“Questo progetto espositivo”, ha sottolineato la presidente Mariacristina Gribaudi, “racconta, una volta di più, la capacità dei Musei civici veneziani di saper raccogliere intuizioni e proposte di grande valore scientifico, di fare rete con studiosi, con istituzioni, rendendosi protagonisti e coordinatori di ricerche, indagini e dialoghi inediti. E lo fa parlando a tutti: specialisti, curiosi, visitatori, cittadini e pubblico internazionale, per arricchire la visione, la crescita, la curiosità di tutti e di ciascuno”.

Presentazione della mostra “Etruschi e Veneti” al MIC: il sindacp di Venezia, Luigi Brugnaro (foto di E. A. Minerva e A. Sbaffi – MIC)

Cratere a volute attico a figure rosse, Pittore di Kleophon Lato A: processione ad Apollo delfico, dalla Tomba 57C, conservato al museo Archeologico nazionale di Ferrara (foto drm-em-rom)

“Questa mostra è il risultato di un lavoro lungo e condiviso”, ha concluso il sindaco Luigi Brugnaro, “costruito con serietà scientifica e grande collaborazione istituzionale, anche dai privati. Desidero per questo ringraziare il ministro della Cultura Alessandro Giuli e tutta la struttura del Ministero, insieme alla Fondazione Musei Civici di Venezia, ai curatori, ai musei prestatori, alle università e a tutti i professionisti che hanno reso possibile il progetto. Venezia, città di scambi e di incontri, è il luogo ideale per raccontare una storia che parla di relazioni: l’acqua come via di collegamento, i santuari come spazi di comunità, e un’Italia antica fatta di differenze ma anche di tratti comuni. La cultura serve a questo: a capire, a costruire cittadinanza, a dare un senso di unità al Paese rispettando le identità dei territori. Creare legami è sempre più difficile che dividere, ma è l’unica strada che genera conoscenza, rispetto e futuro. Questa mostra, non è soltanto esposizione, ma anche ricerca e convegnistica a tema. È un invito a ritrovare, attraverso la storia, il valore di ciò che ci unisce. L’invito è di venire a vedere questa mostra con curiosità e con calma, magari più di una volta, tornando dopo aver visitato anche i diversi siti coinvolti e i musei prestatori”.

Venezia. A Palazzo Ducale la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” a cura di Margherita Tirelli e Chiara Squarcina. Presentazione ufficiale al ministero della Cultura a Roma

Dal 6 marzo al 29 settembre 2026 l’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale di Venezia ospiterà la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”: un progetto di grande respiro scientifico e divulgativo, sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e per lo sviluppo delle società in due grandi civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti. Il progetto espositivo a cura di Margherita Tirelli e Chiara Squarcina, organizzato dalla Fondazione Musei Civici del Comune di Venezia, con il patrocinio dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici e realizzata in collaborazione con Fondazione Luigi Rovati, riunirà reperti archeologici di straordinario valore, molti dei quali inediti e provenienti da scavi recenti, grazie a prestiti di eccezionale prestigio concessi da importanti istituzioni museali italiane.

La mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è presentata ufficialmente alla stampa al ministero della Cultura mercoledì 14 gennaio 2026, alle 11.30, nella Sala Spadolini del MIC in via del Collegio Romano 27 a Roma. Introduce il ministro della Cultura, Alessandro Giuli; intervengono: la presidente Fondazione Musei Civici di Venezia, Mariacristina Gribaudi; la presidente Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli Rovati; la co-curatrice dell’esposizione e direttrice scientifica Fondazione Musei Civici di Venezia, Chiara Squarcina. Conclude il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Sarà possibile seguire la conferenza stampa al seguente link: DIRETTA STREAMING.

Presentata al Mic la testa in marmo greco di una fanciulla (Kore), attribuibile ad un atelier attico di inizi V sec. a.C., scoperta nel sito della città etrusca di Vulci (Montalto di Castro. Vt), raro esempio di statuaria greca rinvenuta in Etruria. Gli interventi di Giuli, Russo, La Rocca, Oliva

Veduta frontale della testa di Kore (atelier attico di inizi V sec. a.C.) scoperta a Vulci e presentata al Mic (foto mic)

La scultura raffigura una giovane donna, con elegante ed elaborata acconciatura, attribuibile ad un atelier attico di inizi V sec. a.C.: raro esempio di statuaria greca rinvenuta in Etruria, che offre nuovi significativi spunti di riflessione sugli intensi scambi culturali tra Grecia e Italia preromana. Parliamo dell’eccezionale testa in marmo greco di una fanciulla (Kore), rinvenuta nel 2024, nel sito della città etrusca di Vulci (Montalto di Castro. Vt), nell’area di un nuovo tempio monumentale individuato nel 2021, La testa di Kore, attualmente in fase di restauro e analisi all’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) di Roma, è oggetto di approfondite indagini scientifiche sui colori originari, i materiali e le tecniche di lavorazione impiegate.

Mariachiara Franceschini dell’università di Friburgo e Paul P. Pasieka dell’università di Magonza (progetto Vulci Cutyscape) con la Kore di Vulci al Mic (foto vulci cityscape)

Questo nuovo e straordinario rinvenimento archeologico a Vulci è stato presentato il 5 dicembre 2025 a Roma, nella Sala della Crociera del ministero della Cultura. La scoperta è avvenuta nel corso degli scavi in concessione ministeriale legati al progetto “Vulci Cityscape”, promosso dalle università di Friburgo e Magonza. Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, il ministro della Cultura Alessandro Giuli; il capo dipartimento per la Tutela del Patrimonio culturale Luigi La Rocca e il capo dipartimento per la Valorizzazione culturale Alfonsina Russo. Tra i relatori: Margherita Eichberg, soprintendente ABAP per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale; Simona Carosi, funzionario archeologo e responsabile del territorio di Vulci; Carlo Casi, direttore scientifico del Parco, Fondazione Vulci; Mariachiara Franceschini dell’università di Friburgo e Paul P. Pasieka dell’università di Magonza; Luigi Oliva, Direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro e Federica Giacomini, funzionaria restauratrice e coordinatrice del gruppo di lavoro ICR.

L’area di scavo a Vulci del progetto Vulci Cityscape (foto vulci cityscape)

“Il ritrovamento della testa di Kore di marmo tardo-arcaica a Vulci è un evento di straordinario rilievo sia per il valore artistico sia per le implicazioni che reca con sé”, ha detto il ministro Alessandro Giuli. “Non è stato rinvenuto semplicemente un dono votivo di prestigio, ma una testimonianza concreta dei legami spirituali e dunque politico-civili che univano l’Etruria e il mondo greco. Si tratta di una scoperta archeologica che può modificare la nostra percezione del mondo come accadrebbe con una nuova legge scientifica. Rimodella la nostra rappresentazione della realtà dal punto di vista conoscitivo, simbolico e anche politico”. Non a caso, ha proseguito il ministro, “questo avviene a Vulci, una città aperta ai contatti attraverso il suo porto, recentemente acquisito dal ministero della Cultura, e attraverso l’entroterra dove già dal periodo orientalizzante, dalla fine dell’VIII secolo a.C., tutti gli oggetti, ma soprattutto i rituali, ora ricostruibili grazie a nuovi strumenti diagnostici per l’archeologia, ci confermano un dinamismo, una permeabilità culturale che ancora oggi devono rappresentare e rappresentano i nostri modelli. Già in altre occasioni, ho sottolineato quanto, come governo e come ministero, ci sentiamo parte di una unità mediterranea in grado di gettare ponti e di costruire un dialogo autentico, fondato su una coappartenenza di identità e radici”.

Veduta di profilo della testa di Kore (atelier attico di inizi V sec. a.C.) scoperta a Vulci e presentata al Mic (foto mic)

“Oggi abbiamo presentato un nuovo importante rinvenimento archeologico all’interno del parco archeologico naturalistico di Vulci, un’area straordinaria dove la bellezza del paesaggio e la profondità della storia si intrecciano in un dialogo continuo, capace ancora oggi di restituirci la voce di una civiltà importantissima nel Mediterraneo, quale quella etrusca”, è intervenuta Alfonsina Russo, “e attraverso questo oggetto, questa testa di Kore, sarà possibile promuovere non solo Vulci ma anche il territorio a livello nazionale e internazionale.  Un nuovo modo di valorizzare che va in un’unica direzione, che è quella di continuare a fondarsi su una strategia integrata che unisca ricerca archeologica, tutela del paesaggio, innovazione dei linguaggi espositivi, reti internazionali e partecipazione delle comunità locali”. Per Luigi La Rocca: “Siamo in presenza di uno dei rarissimi esemplari di scultura greca in Italia, non solo in Etruria, ma anche in Magna Grecia e in Sicilia. Questo tipo di oggetti sono molto rari, e apre il campo a una serie di considerazioni e di riflessioni storico-archeologiche importanti, in particolare l’intensità e la tipologia dei rapporti fra la Grecia e l’Etruria in età tardo arcaica, ma anche quello sulla presenza di artisti greci in Etruria, come ci ricordano anche le fonti, in relazione anche soprattutto alle sculture e alle decorazioni templari”.

L’elaborata acconciatura della testa di Kore (atelier attico di inizi V sec. a.C.) scoperta a Vulci e presentata al Mic (foto mic)

“L’Istituto Centrale per il Restauro”, ha spiegato Luigi Oliva, “ha accolto con entusiasmo la richiesta della Sabap Viterbo Etruria Meridionale, nel momento in cui, dopo il ritrovamento l’estate del 2024, si è cercato di fare un primo intervento sulla Kore rinvenuta e una campagna di indagini finalizzata poi alla stesura di un progetto di restauro vero e proprio. Questa attività si colloca nell’ambito di una collaborazione che abbiamo da diversi anni con la Sabap. Una collaborazione che vede da un lato le attività di conservazione e di indagine portate al massimo livello e dall’altra un rapporto con gli enti che poi gestiscono la tutela nell’ambito del territorio”.