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Alla XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico protagonista l’archeologia subacquea: 1a Conferenza Mediterranea sul Turismo Archeologico Subacqueo in memoria di “Sebastiano Tusa”; 1° “Premio di Archeologia Subacquea Sebastiano Tusa”; lanciare un Itinerario Culturale Europeo dei siti archeologici subacquei

L’archeologo Sebastiano Tusa, tragicamente scomparso in un incidente aereo nel marzo 2019

Il segretario della Bmta Ugo Picarelli consegna alla vedova Valeria Li Vigni l premio “Paestum Mario Napoli” assegnato postumo a Sebastiano Tusa durante la XXII Bmta (foto bmta)

Novità alla XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico in programma a Paestum tra Centro Espositivo Savoy Hotel, Basilica, e Parco Archeologico, da giovedì 19 a domenica 22 novembre 2020: è in programma 1a Conferenza Mediterranea sul Turismo Archeologico Subacqueo in memoria di “Sebastiano Tusa” con la partecipazione delle più note destinazioni archeologiche subacquee mediterranee e il 1° “Premio di Archeologia Subacquea Sebastiano Tusa”, che sarà assegnato alla scoperta archeologica dell’anno o quale riconoscimento alla carriera, alla migliore mostra in ambito scientifico internazionale, al progetto più innovativo a cura di Istituzioni, Musei e Parchi Archeologici, al miglior contributo giornalistico in termini di divulgazione. La conferenza e il premio seguono e sono diretto sviluppo di quanto avvenuto nell’ultima edizione – quella del 2019 – della BMTA in occasione della quale è stato assegnato postumo il Premio “Paestum Mario Napoli” a Sebastiano Tusa, per onorare la memoria del grande archeologo, dello studioso, dell’amico della Borsa, ma soprattutto dell’uomo del Sud, che ha vissuto la sua vita al servizio delle istituzioni per contribuire allo sviluppo locale e alla tutela del Mare Nostrum. È proprio in quegli stessi giorni che è nata l’idea di inserire, annualmente all’interno del programma, una iniziativa di carattere internazionale, volta a ricordare l’impegno e le progettualità di Sebastiano Tusa. Le iniziative in programma alla XXIII Bmta si svolgeranno in collaborazione con soprintendenza del Mare e fondazione “Sebastiano Tusa” della Regione Siciliana, Centro universitario europeo per i Beni culturali di Ravello, Icomos Italia, NIAS Nucleo per gli Interventi di Archeologia Subacquea dell’ICR Istituto centrale per il Restauro del MiBACT, parco archeologico dei Campi Flegrei, Accademia internazionale di Scienze e Tecniche subacquee, Istituto italiano di Archeologia subacquea, Gruppi Archeologici d’Italia, Archeoclub d’Italia.

Ma c’è dell’altro: valorizzare gli Itinerari culturali dei siti sommersi del Mediterraneo. La presenza del Centro universitario europeo per i Beni culturali di Ravello, costituitosi nel 1983 proprio sotto gli auspici del Consiglio d’Europa, e della soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con i soggetti promotori assume particolare valenza per la certificazione di una rete dei siti sommersi nel “Programma degli Itinerari Culturali”, che fu avviato dal Consiglio d’Europa nel 1987. Gli Itinerari Culturali, mettendo in pratica i valori del Consiglio d’Europa – “diritti umani, diversità culturale, dialogo e scambi interculturali” – sono un invito al viaggio e alla scoperta del ricco e variegato patrimonio culturale europeo, con lo scopo di creare una rete di persone e luoghi legati tra loro grazie a una storia e a un patrimonio comuni. Gli “Itinerari Culturali dei siti sommersi del Mediterraneo” (una rete che collegherà Campania, Puglia, Sicilia, Egitto, Grecia e Israele attraverso i siti di Baia Sommersa nel Parco Archeologico dei Campi Flegrei, delle Tremiti, di Ustica-Egadi-Pantelleria, di Alessandria d’Egitto, di Pavlopetri e di Caesarea Maritima) rappresentano una risorsa chiave per il turismo responsabile e lo sviluppo sostenibile, rispondendo alle attività e ai progetti innovativi richiesti dal Consiglio d’Europa nel quadro dei cinque settori d’azione prioritari, strategici per lo sviluppo locale e la valenza culturale dei territori: cooperazione in materia di ricerca e sviluppo; valorizzazione della memoria, della storia e del patrimonio europeo; scambi culturali e educativi per i giovani europei; pratiche artistiche e culturali contemporanee; turismo culturale e sviluppo culturale sostenibile. Ha assicurato la sua presenza alla Borsa Gabriella Battaini-Dragoni, vice Segretario generale del Consiglio d’Europa, che sin dall’inizio della sua brillante carriera alla Direzione Cultura fu artefice dello sviluppo del “Programma degli Itinerari Culturali Europei” (che partì nel 1987 con il riconoscimento del Cammino di Santiago di Compostela) e della costituzione dell’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali, insediato a Lussemburgo nel 1998.

Archeosub nelle acque di Levanzo (foto Soprintendenza del Mare)

I siti sommersi sono meta di un numero sempre maggiore di turisti subacquei. Sono, infatti, circa 30 milioni i subacquei certificati a livello mondiale e circa 6 milioni quelli che si sono “tuffati” almeno una volta senza certificazione e si stima che oltre 3 milioni di “diver” fanno uno o più viaggi ogni anno. Il viaggiatore, oggi, è alla ricerca sempre più di un turismo esperienziale autentico a contatto con la natura e le identità territoriali, per cui un’anfora, un’ancora o una struttura antica conservatesi sott’acqua sono parte integrante del mondo naturale e non più solo manufatti. Il turismo archeologico in immersione ha, dunque, caratteristiche che per un verso lo rendono un’esperienza unica e per l’altro potenziano alcuni elementi presenti anche nel turismo abituale. Il primo è la conservazione dei luoghi: l’ecosistema marino è fragile e sensibile al turismo di massa. Il deterioramento della bellezza di alcune aree implica la cessazione delle attività turistiche, molto più in fretta di quanto avviene sulla terra. Il turismo archeologico subacqueo, per esplicare appieno le proprie potenzialità, richiede la presenza di un sistema turistico locale integrato ed efficiente, in cui attori diversi accettino di interagire, a parte la necessità di aree in cui sia già prevista una tutela giuridica del territorio di tipo ambientale. Il secondo è la relazione con la tecnologia: il turismo subacqueo è sì una pratica naturalistica, perché implica un contatto totale con l’ambiente, ma è anche, da subito, una pratica tecnologica, perché necessita di una serie di apparecchiature, di conoscenze e implica un rapporto con l’ambiente, che è sempre mediato dalla tecnica. Il mondo viene visto attraverso una maschera, in un rapporto immediatamente di tipo virtuale – mediato e immersivo – esattamente come quello che può essere stabilito con gli apparati di visualizzazione virtuale. Da qui a pensare pratiche di realtà aumentata il passo è breve.

I tablet con sensori subacquei sono l’ultima frontiera dell’archeologia subacquea

L’ultima frontiera del turismo subacqueo parla di unire ancora più strettamente la pratica di immersione in parchi archeologici e aree naturali con la tecnologia e progettare tour in realtà aumentata che i sub possono seguire direttamente nei siti sommersi, ma anche progettare tour subacquei in realtà aumentata restando sulla terra. Il progetto nasce dalla considerazione che ci sono ancora pochi itinerari o aree archeologiche subacquee attrezzate e fruibili al pubblico, sia in Italia che in campo internazionale. Per la verità molteplici sono i siti archeologici subacquei meta di visita, anche guidata, da parte dei diving club locali, ma si tratta di siti non tutelati e, comunque, privi di alcuna segnaletica ed organizzazione didattica propedeutica alla visita. La richiesta di certificazione al Consiglio d’Europa di un Itinerario Culturale Europeo ha, dunque, l’obiettivo di mettere in luce le potenzialità del turismo archeologico subacqueo per lo sviluppo locale delle tante destinazioni, anche lontane dalle località più note, che richiedono nuove offerte turistiche nel segno della tutela, delle esperienze autentiche e della sostenibilità.

Ad Aquileia in prima assoluta il film “Incanto” che, seguendo gli studi di don Pressacco, ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese

Il manifesto del film “Incanto” di Marco D’Agostini

“Incanto”: non poteva essere scelto titolo più indicato per il film di Marco D’Agostini: un viaggio di scoperta attraverso la ricerca storica e le intuizioni di don Pressacco, uno dei protagonisti della scena culturale friulana di fine Novecento, che ci aiuta a collegare l’Aquileia del I secolo d.C. con Alessandria d’Egitto e a interpretare la nascita e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese. Ecco dunque l‘incanto della basilica e dei suoi splendidi mosaici testimonianza di fede prima ancora che di arte unica. Ecco l’incanto dei ritmi, delle musiche, dei canti che da questa basilica sono stati elementi di identità di un’intera comunità cristiana. Per iniziativa della Fondazione Aquileia, con il patrocinio del Comune di Aquileia, martedì 30 luglio 2019, alle 21, verrà proiettato in prima assoluta sul grande schermo in piazza Capitolo “Incanto”, l’ultimo documentario del regista Marco D’Agostini nato da un progetto dell’Associazione culturale don Gilberto Pressacco e prodotto da Agherose. Il film è stato realizzato con il sostegno di Fondo per l’Audiovisivo del FVG, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli, Fondazione Aquileia, CIRF dell’Università di Udine, patrocinato dalla Società Filologica Friulana e distribuito da Forum editrice. In caso di pioggia la proiezione si svolgerà nella Sala Romana affacciata su piazza Capitolo.

Un dettaglio del pavimento musivo della basilica di Aquileia

Un momento delle riprese del film “Incanto” in basilica di Aquileia

“L’idea del documentario “Incanto” – spiega la produzione Agherose – prende le mosse da una ricognizione sull’operato della figura di don Gilberto Pressacco (1945-1997) protagonista della scena culturale friulana di fine Novecento per le sue originali idee sulle origini e la diffusione del Cristianesimo Aquileiese e per le sue attività di rilievo in campo musicologico e corale. Questi temi, apparentemente localistici, sono in realtà di ampio interesse vista l’importanza storica della città di Aquileia e la diffusione di un insieme di canti corali e danze nelle comunità rurali friulane, portatori di un sistema ritualistico originale e rappresentativo di una pluralità di cristianesimi in tutto il bacino del Mediterraneo. In questo senso, raccontare Gilberto Pressacco è raccontare un caleidoscopio di suggestioni, un gioco di rimandi continuo: dagli studi in ambito musicale – partendo da una delle specificità del canto corale di area aquileiese – fino al tema della danza sacra e popolare. Di ritmo in ritmo, di nota in nota, fino alla ricerca dei lontani ascendenti di queste particolarità, Pressacco con la sua ricerca ha riannodato fili dispersi e sparpagliati dal tempo, giungendo a collegare Aquileia con Alessandria d’Egitto che durante il I sec. d.C. era la vera capitale del Mediterraneo”.

La casa colonica di Turrida di Sedegliano dove don Gilberto Pressacco ha vissuto la sua infanzia

Don Gilberto Pressacco

Turrida di Sedegliano è un piccolo centro che sorge a qualche centinaio di metri dal fiume Tagliamento. È qui che Gilberto Pressacco ha vissuto i suoi primi anni assorbendo i ritmi e la cultura di una civiltà contadina oggi scomparsa. Ed è qui che Pasquale Pressacco insieme a fratelli, racconta le atmosfere, la vita in famiglia, il carattere di Gilberto bambino. Durante il loro racconto, Pasquale e i fratelli mostrano le foto un po’ sgualcite e invecchiate, la camera rimasta quella di un tempo, gli spazi dove erano soliti giocare. Questa descrizione del personaggio è arricchita dalle immagini del Tagliamento, luogo dei giochi ma anche dei primi lavori, e dalle testimonianze di Sandro Azaele, prima allievo e poi amico di Pressacco, e da Gianpaolo Gri, compagno di studi e oggi antropologo ed esperto proprio di quella vita contadina che non c’è più.

Ricostruzione di Aquileia romana (foto Società friulana di archeologia)

Lo straordinario pavimento musivo della basilica di Aquileia (foto Fondazione Aquileia)

“Dopo aver introdotto a livello biografico il “personaggio” don Gilberto Pressacco”, continua la produzione, “il film documentario procede su una doppia linea narrativa. Da una parte le ricerche legate al cristianesimo aquileiese e dall’altra alcuni aneddoti di vita ad arricchire il percorso. Nella parte centrale del documentario, quindi, il prete friulano diventerà il tramite attraverso il quale scoprire la sua affascinante ricerca, ricca di suggestioni e approfondimenti storico-religiosi. Rifacendosi anche ad altri studi e collegando spunti e conoscenze anche del campo musicologico, Gilberto Pressacco elaborò una teoria singolare e suggestiva: Aquileia e il territorio della bassa friulana sono stati la culla di una comunità religiosa di “terapeuti” proveniente da Alessandria d’Egitto che ha portato in questo territorio un primo Cristianesimo, probabilmente divulgato direttamente da San Marco. Una teoria che anche all’interno del documentario trova un contrappunto critico da parte di una studiosa e ricercatrice, Emanuela Colombi, docente di Cristianesimo delle origini all’università di Udine. Insieme a Luca De Clara (storico ed insegnante) siamo ad Aquileia, dove vengono illustrati alcuni aspetti cruciali della ricerca di don Pressacco ad un gruppo di studenti. Insieme a loro ci muoviamo all’interno della Basilica di Santa Maria Assunta e tra gli scavi nella zona dei mercati, in cui giovani archeologi stanno operando. Questo percorso è arricchito e intervallato da brevi sequenze di disegno animato che approfondiscono alcuni aspetti della ricerca visualizzando i contenuti e rendendo il tutto fruibile ad un ampio pubblico. Attraverso l’animazione infatti, viviamo le atmosfere del primo secolo dopo Cristo. Con una serie di disegni animati accompagniamo il tragitto di una nave mercantile lungo il mar Adriatico e vediamo sbarcare ad Aquileia, insieme alle merci, un gruppo di uomini con tuniche bianche. Sono loro i terapeuti che opereranno nella città romana e nelle altre zone della bassa friulana. Le immagini d’animazione sono arricchite da suoni, rumori e voci che provengono dalla notte dei tempi. In una sovrapposizione tra passato e presente, alla città di Aquileia del I sec. d.C. con i suoi 200mila abitanti si fondono i mosaici della Basilica giunti intatti fino a noi, testimoni proprio della vita e delle pratiche religiose del tempo; la zona dei mercati, oggi importante sito archeologico; il porto fluviale, luogo strategico per lo scambio di commerciale ma anche culturale”.

Dettaglio del pavimento musivo della basilica di Aquileia

Il coro Candotti di Sedegliano

“Altro elemento chiave che funge da contrappunto alla narrazione è la musica e il canto corale. Le sequenze di un coro che sta provando alcuni canti tradizionali all’interno di una chiesetta con affreschi del ‘500 del medio Friuli (Santa Marizza), sono l’occasione che ci permette di ascoltare l’intensità del canto polifonico e nello specifico del canto a due cori (es. Scjarazzule Marazzule). La musica corale, con alcune versioni anche di canto gregoriano, ritornerà a cadenzare il racconto fondendosi e costituendo il supporto decisivo per dimensionare con intensità le immagini del territorio della bassa friulana (Aquileia, Grado, Palazzolo dello Stella, Codroipo). Alle immagini di oggi si succederanno anche frammenti di materiali audiovisivi d’archivio che mostrano la direzione del coro e le lezioni-concerto dello stesso Gilberto Pressacco che ha messo in luce più di altri l’originalità del cantare “popolare” e “sacro”. In questo contesto, la testimonianza di Claudio Zinutti, successore alla direzione del coro Candotti, e Milvio Trevisan, suo assistente, saranno fondamentali per approfondire l’aspetto umano e di insegnamento. Nell’ultima parte, coincidente con il racconto dell’ultimo periodo di vita e ricerca di don Gilberto Pressacco, i testimoni incontrati lungo il cammino, tracciano un bilancio della ricerca e dell’importanza del territorio friulano e della sua cultura. Un territorio spesso dimenticato, ma ricco di storia e originalità. Anche in questo caso”, si conclude la presentazione di “Incanto”, “Aquileia e infine Grado, sono i luoghi principali nei quali Sandro Azaele e Luca De Clara, espongono con forza e chiarezza l’importanza del passato da cui proveniamo. Passato ricco di confronto tra culture diverse, originalità musicale e incanto artistico”.

Alla scoperta del grande fiume, il Nilo, personificato dal dio Hapi: a Jesolo nella mostra “Egitto. Dei, faraoni. uomini” si risale il Nilo incontrando le grandi città di Alessandria, Menfi e Tebe

Il logo della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che Jesolo ospita dal 26 dicembre 2017 al 15 settembre 2018

Il percorso del Nilo con le grandi città dell’Antico Egitto: Menfi, Tebe, Sais

“Thalassa! Thalassa!” (“Mare! Mare!”) gridò Senofonte giunto in vista del mar Nero: per i reduci dei diecimila dopo aver perso il loro generale Clearco vedere le sponde del Ponto Eusino significava la fine del loro lungo viaggio verso la meta, l’amata Patria. Dopo aver navigato virtualmente attraverso il Mediterraneo di alcuni millenni fa, incontrando popoli e naviganti che lo solcavano intessendo molti rapporti anche con l’antico Egitto, tema della prima sala della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” aperta fino al 15 settembre 2018, nello Spazio Aquileia di Jesolo: un viaggio nello spazio e nel tempo che ti porta a tu per tu con la grande civiltà del Nilo, ora possiamo parafrasare la famosa esclamazione dell’Anabasi con “Il Nilo! Il Nilo!”. Perché la nostra navigazione è giunta alla meta, il grande fiume, che ci porta direttamente nella terra dei faraoni (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/04/12/jesolo-ve-alla-mostra-egitto-dei-faraoni-uomini-viaggio-nello-spazio-e-nel-tempo-dalla-laguna-veneta-alla-scoperta-della-grande-civilta-del-nilo-attraversando-il-mediterraneo/). Scendiamo virtualmente dalla grande imbarcazione a remi che ci ha permesso di attraversare il Mediterraneo e saliamo su una più agevole barca egizia di giunco e papiro che ci permetterà di venire a contatto con gli antichi egizi. La sala 2 della mostra jesolana, dedicata al grande fiume, presenta pochi reperti, ma ci introduce nell’atmosfera della civiltà – non a caso chiamata – del Nilo.

Una nave fluviale dell’antico Egitto

La mitica fonte del Nilo Il primo contatto con il Nilo ci porta a conoscere un aspetto poco noto. “Gli egizi credevano nell’esistenza di un fiume sotterraneo, un Nilo-Nun, che scorreva nella Amduat, cioè nell’Oltretomba”, interviene l’egittologa Stefania Mimmo. “Si trattava dello stesso Nilo che inondava ogni anno, uscendo dalla sua cavità sotterranea. L’acqua della piena fuoriesce dalla terra, si trova nel mondo sotterraneo e il luogo dove risiede è chiamato Tephet, che si può tradurre con caverna. La credenza che esistesse una caverna dove Hapi (il Nilo) risiedeva non era diffusa né nell’Antico né nel Medio Regno, ma solo a partire dalla XVIII dinastia (Nuovo Regno). La caverna di Nun e Hapi rappresentano insieme l’acqua primordiale dalla quale tutto è stato creato e il rinnovamento annuale di tale creazione”. Ma c’è un altro termine che nei testi antichi si trova collegato a Hapi (il Nilo): è Qerti, che si può tradurre con le due caverne della fonte dalla quale sgorga il Nilo. “Le due fonti – continua Mimmo – che rappresentano le due fonti della piena del Nilo, possono essere considerate come l’espressione mitizzata del carattere della piena del Nilo, buono e terribile al tempo stesso”.

Stele con il dio Hapi che personifica il Nilo (foto Graziano Tavan)

L’Inno al Nilo “Salute a te, o Nilo, che esci da questa terra e vieni a vivificare l’Egitto… che inondi i campi fecondati dal Sole per vivificare tutti gli animali selvatici, che sazi il deserto lontano dall’acqua, giacché è la rugiada di te che scende dal cielo”. Inizia così “L’inno al Nilo” che conferma, se ce ne fosse stato bisogno, l’importanza del grande fiume per l’Egitto. Nell’inno si fa riferimento a Elefantina e all’Alto Egitto attraverso il dio Khnum e la caverna della sorgente, mentre il Medio Egitto è citato con il dio Ptah, l’artigiano divino, originario di Menfi e Ra che risiede a Eliopoli. “L’inno traccia un percorso secondo cui la piena del Nilo è creta da Khnum di Elefantina e attraversa le Due Terre a partire dall’Alto Egitto, nel Basso Egitto, poi torna nuovamente nel mondo sotterraneo presso Kheraha, poco a sud del Cairo, dove c’era un importante luogo di culto. E dove c’era anche un nilometro usato nel Medio Regno per misurare ufficialmente il livello della piena.

Una rappresentazione di fantasia del Faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico

Risalendo il Nilo incontriamo le tre grandi città che hanno fatto la storia dell’antico Egitto. La prima che incontriamo è anche la più recente, Alessandria, sul delta occidentale del Nilo, affacciata sul Mediterraneo, dove la volle e fondò Alessandro Magno dopo aver conquistato l’Egitto nel 332 a.C. “In realtà non si trattava di un luogo isolato”, intervengono gli esperti: “nell’entroterra, a poche decine di chilometri, sorgeva la città di Sais, antichissimo centro che in epoca tarda divenne la capitale della XXVI dinastia, periodo in cui i greci si erano stabiliti al vicino porto di Naucrati, che rimase il principale mercato tra greci ed egizi prima della fondazione di Alessandria. Nel III sec. a.C., Alessandria divenne il centro ellenistico più importante del Mediterraneo, politicamente, culturalmente ed economicamente, pur conservando egualmente un’anima egizia. Oggi riconoscere l’Alessandria tolemaica è molto difficile, dopo due millenni di profonde modificazioni. E soprattutto non c’è più il faro, una delle sette meraviglie del mondo antico”.

Il colosso di Ramses II a Menfi: era nel tempio di Ptah

Dove il Nilo inizia a rallentare la sua corrente prima di aprirsi nel delta, sorse la città di Menfi, molto vicino alla moderna città del Cairo. “Punto di passaggio obbligato delle vie commerciali”, spiegano gli archeologi, “qui fin dal IV millennio a.C. si sono susseguiti gli insediamenti più importanti dell’Egitto, di cui sono rimaste vastissime rovine ma relativamente pochi monumenti. L’abitato comprendeva un importante porto sul Nilo, e aveva come riferimenti verso Est Eliopoli (toponimo greco, “Città del Sole”, che si affianca al toponimo indigeno Iunu, “Città del Pilastro”, perché secondo la tradizione sarebbe stata la prima terra emersa alla creazione), e verso Ovest una corona di piramidi, sepolcro dei faraoni per tutto il terzo millennio. Come si vede tutti simboli solari”. Fu proprio una di queste piramidi, quella di Pepi I (VI dinastia, 2400 a.C.), a imporre successivamente il nome di Menfi (che significa “stabile e perfetta”), inizialmente il nome della piramide. Nei primi secoli del II millennio a.C., durante il Medio Regno, i faraoni della XII dinastia spostarono la capitale più a Sud, a Lisht. I romani fortificarono il loro insediamento nel luogo allora chiamato Babilonia, e oggi Fustat (dal latino fossatum) nome del quartiere bizantino del Cairo.

Turisti nella valle dei Re a Tebe Ovest

La terza grande città antica che incontriamo è Tebe, l’odierna Luxor.  La Bibbia ricorda Tebe come la “città di Amon”, nota anche come “Eliopoli meridionale” per il binomio Amon-Ra, il dio protettore dei faraoni dal Medio Regno (inizio II millennio a.C.) quando il dio Amon fu accostato al dio Sole Ra. Già nel IV millennio a.C. (predi nastico) erano sorti centri come Nagada a Nord e Ieracompoli a Sud. Ma è con la riunificazione dell’Egitto nel II millennio a.C. che Tebe divenne un centro politico dominante. “La città fu dotata di edifici religiosi di pietra capaci di rivaleggiare con quelli di Menfi ed Eliopoli”, ricordano i curatori della mostra, “e quando gli Hyksos fecero dell’Egitto settentrionale un loro protettorato, Tebe divenne sede della necropoli reale. La celebre Valle dei Re accolse sepolcri monumentali per tutto il Nuovo Regno (dinastie XVIII-XIX-XX) quando fu capitale di un impero dalla Nubia alla Siria. Il clima più arido e la posizione più defilata hanno permesso la conservazione di manufatti in quantità superiore ad ogni altro luogo d’Egitto”.

(2 – continua; precedente post il 12 aprile 2018)

Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto: il museo Civico di Rovereto presenta il primo volumetto di una collana didattica sull’Antico Egitto, illustra l’archivio digitale dei siti egizi con le fotografie di Maurizio Zulian, e anticipa il progetto Festival del Cinema archeologico con i film della Rassegna roveretana

Il manifesto della Fiera del Libro che si è tenuta ad Alessandria d’Egitto

Dalle Alpi alle Piramidi: il Museo Civico di Rovereto intensifica i progetti di collaborazione con i partner della Repubblica araba d’Egitto. A fare il punto dei risultati raggiunti è Barbara Maurina, conservatore per l’Archeologia della Fondazione MCR, con la delegazione roveretana, composta dall’assessore alla Cultura Maurizio Tomazzoni e dai rappresentanti della Fondazione Museo Civico (il vicedirettore Alessio Bertolli e il conservatore onorario Maurizio Zulian), al ritorno dalla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto, tenutasi dal 23 marzo al 4 aprile 2017 nella prestigiosa sede della Biblioteca Alessandrina. Nell’ambito della manifestazione, in cui l’Italia era ospite d’onore, l’Istituto Italiano di Cultura ha presentato una serie di iniziative editoriali dell’Italia e di istituzioni culturali italiane, dedicando particolare spazio alla presentazione in anteprima dell’ultimo libro stampato al Cairo dall’IIC, redatto a cura della Fondazione Museo Civico di Rovereto in base a un progetto di collaborazione che ha preso avvio nel 2016.

La copertina del libro “Egitto, terra del Nilo”

“Il Museo Civico di Rovereto”, ricorda Maurina, “negli ultimi decenni ha potenziato in particolare il settore della didattica museale con programmi educativi, laboratori e iniziative editoriali specificamente dedicate al mondo della scuola. Si pone dunque in totale armonia con le attività della Fondazione il progetto, nato da un’idea del ministro delle Antichità dell’Egitto Khaled El-Enany e del direttore dell’Istituto Italiano Paolo Sabbatini, di una collana di libretti “tascabili” dedicati all’antico Egitto e destinati a un pubblico compreso fra gli 8 e i 12 anni”. Il primo libretto, “Egitto, terra del Nilo”, a cura di Barbara Maurina, è una presentazione dell’Egitto antico e costituisce una sorta di “pubblicazione-pilota”, cui potranno fare seguito altri volumetti dedicati a diverse tematiche sull’Antico Egitto. Il formato, messo a punto da Edizioni Osiride di Rovereto, cui si deve anche l’impostazione grafica, è particolarmente maneggevole (21×15 cm); il testo, bilingue (italiano/arabo), è stato redatto in un linguaggio semplice ed essenziale dall’egittologa Giuseppina Capriotti, direttrice del Centro Archeologico dell’Istituto Italiano di Cultura al Cairo. “Nella convinzione dell’utilità del gioco creativo nell’apprendimento infantile”, continua Maurina, “questa pubblicazione è stata concepita come un libro-gioco, con una parte (tavole da colorare, costruzione di una piramide) dedicata per l’appunto all’assimilazione dei concetti e delle informazioni di base attraverso il momento ludico. Le illustrazioni del libretto sono di due tipi: da un lato le tavole a colori originali di Davide Lorenzon dell’Accademia delle Arti Grafiche di Venezia, appositamente create per questa pubblicazione ed esposte, nell’ambito della Fiera del libro di Alessandria, in una mostra dedicata agli illustratori italiani di libri per bambini, dall’altro le fotografie di Maurizio Zulian, conservate nell’Archivio fotografico della Fondazione MCR”.

Il segretario del Supremo consiglio delle antichità dell’Egitto a Rovereto con Barbara Maurina e Maurizio Zulian

Com’è noto, la Fondazione Museo Civico di Rovereto da diversi anni, grazie all’instancabile attività del conservatore onorario Maurizio Zulian, intrattiene un proficuo rapporto con il ministero delle Antichità dell’Egitto, che nel 2004 ha condotto alla firma di una convenzione tra la Fondazione e il Supreme Council of Antiquities of Egypt, rinnovata e perfezionata nel 2015. Più recentemente l’istituzione roveretana ha attivato una nuova collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura al Cairo, il quale ha voluto coinvolgere la Sezione Archeologica del museo in un progetto editoriale a carattere sull’antico Egitto. “Entusiastica la risposta”, sottolinea l’archeologa roveretana, “ponendosi l’iniziativa in perfetta sintonia con la vocazione e la visione del Museo Civico, che pur riservando ampie energie alla ricerca storico-archeologica in ambito locale, ha però sempre mantenuto uno sguardo a 360 gradi sull’archeologia del Mediterraneo: si pensi solo che da Rovereto provengono gli scopritori delle culture preistoriche della Sicilia e della civiltà minoica a Creta, Paolo Orsi e Federico Halbherr”.

Maurizio Zulian e Barbara Maurina durante il loro intervento alla Fiera del Libro di Alessandria d’Egitto

La presenza della delegazione roveretana alla Fiera del libro di Alessandria d’Egitto è stata l’occasione per illustrare anche l’archivio digitale roveretano dedicato all’archeologia e alle immagini dell’Egitto realizzate da Maurizio Zulian, accessibile al pubblico sul sito della Fondazione Museo Civico (www.fondazionemcr.it), A questa e alle altre attività divulgative museali è stato infatti dedicato, il 24 marzo, un intervento dal titolo: “The knowledge dissemination in a modern museum: the case of the Civic Museum of Rovereto Foundation”. Non si è persa poi l’occasione di presentare in anteprima la prossima edizione della Rassegna del Cinema archeologico di Rovereto e il progetto “Festival del Cinema Archeologico”, a cui la Fondazione sta lavorando in questi mesi in collaborazione con il Ministero degli Esteri italiano. L’iniziativa mira a promuovere in territorio egiziano una manifestazione itinerante dedicata all’archeologia, da tenersi al Cairo, ad Alessandria e a Luxor; protagonista il documentario archeologico, con una selezione dei migliori film dell’archivio roveretano. Le aree tematiche individuate sono i luoghi e le storie d’Italia, i luoghi e le storie dell’Egitto, le culture del Mediterraneo e i siti archeologici inaccessibili. “Un grande progetto”, conclude Maurina, “declinato in modi diversi, dunque, quello portato avanti dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto con il sostegno del Comune; un progetto che mira ad avvicinare il pubblico italiano a un Paese ricco di storia e fascino come l’Egitto e al contempo a divulgare all’estero la ricchezza di iniziative e attività culturali messe a punto dalle istituzioni roveretane”.

Missione belga scopre ad Alessandria d’Egitto complesso monumentale del periodo tolemaico: probabile tempio della famosa regina Cleopatra assimilata a Iside. Ne dà notizia la rivista “Archeologia Viva”

I resti del complesso tolemaico scavato nel quartiere moderno di Smouha ad Alessandria d'Egitto (foto Archeologia Viva)

I resti del complesso tolemaico scavato nel quartiere moderno di Smouha ad Alessandria d’Egitto (foto Archeologia Viva)

Gli scavi condotti dal museo belga di Mariemont ad Alessandria d’Egitto stanno portando alla identificazione di un grande complesso monumentale del periodo tolemaico: forse un tempio dedicato a Cleopatra assimilata a Iside che in età greco-romana era la più amata delle divinità nella terra del Nilo. Autori della scoperta, come riferisce il numero di gennaio-febbraio 2017 della rivista Archeologia Viva (Giunti editore), sono tre archeologi belgi dell’università Cattolica di Lovanio: Marie-Cécile Bruwier, direttrice scientifica del Museo reale di Mariemont e professoressa di archeologia egiziana e museologia; Marco Cavalieri, professore di archeologia romana e antichità italiche; Nicolas Amoroso, assistente presso la cattedra di archeologia romana e antichità italiche. “È noto come la conoscenza della più famosa città voluta da Alessandro Magno, l’Alexandrea ad Aegyptum di cui parlano le fonti, fondata sul delta del Nilo, sia ben lungi dall’essere completata”, spiega Bruwier su Archeologia Viva. “L’eccezionale e per certi versi incontrollato boom edilizio moderno e la stessa collocazione della città in un ambiente lagunare e paludoso, certamente sfavorevole alla conservazione del sito antico, hanno profondamente trasformato nei secoli il volto dell’area urbana, facendo sì che anche i monumenti più illustri, come la famosa Biblioteca o il Faro, siano ancora oggetto di continue indagini, peraltro non sempre risolutive per la ricomposizione dell’antica topografia”. La missione del Musée royal de Mariemont ad Alessandria d’Egitto si è conclusa dopo diversi anni di ricerche. Grazie alla collaborazione del Consiglio supremo delle Antichità egizie e del Centre d’Études alexandrines (CEAlex), le indagini si sono concentrate nella zona del quartiere moderno di Smouha, un sobborgo orientale della città. Il sito, conosciuto già dal XVIII secolo, solo a partire dal 2008 è stato oggetto di scavi condotti sulla base di attenti studi topografici. In precedenza, le uniche testimonianze si basavano su alcuni frammenti di statue colossali, oggi divisi tra il museo di Mariemont e il museo greco-romano di Alessandria. Le indagini hanno dato brillanti risultati documentando i resti di un tempio monumentale di età greco-romana che aggiungono un importante tassello alla conoscenza dell’antica Alessandria.

L'egittologa Marie-Cécile Bruwier davanti al frammento di regina tolemaica (Cleopatra?) conservata al Museo reale di Mariemont (foto Stephanie Vandreck)

L’egittologa Marie-Cécile Bruwier davanti al frammento di regina tolemaica (Cleopatra?) conservata al Museo reale di Mariemont (foto Stephanie Vandreck)

“La missione belgo-francese-egiziana”, continua Bruwier, “da anni è concentrata nel tentativo di ricostruire la natura e l’aspetto di un ampio settore orientale esterno alle antiche mura, nell’attuale quartiere di Smouha, laddove le descrizioni dei viaggiatori dei secoli scorsi e le più recenti indagini archeologiche documentano le tracce di un tempio la cui natura monumentale è attestata dai resti architettonici e dall’apparato scultoreo, forse risalente alla fine dell’età lagide, ovvero al regno di Cleopatra VII (51-30 a.C.), la più famosa regina d’Egitto”. Fra i reperti degli scavi a Smouha, è stato portato alla luce un frammento di lucerna romana raffigurante Iside in trono adorna del basileion: il disco solare sostenuto da due spighe di grano e sormontato da due piume. La presenza di spighe richiama l’assimilazione della dea con Demetra. Una seconda lucerna mostra Iside in trono che allatta il piccolo Arpocrate, mentre il frammento di una manica è riferibile a un busto di Serapide. Sono reperti che evidenziano la pratica di culti isiaci in questo sobborgo alessandrino. Inoltre, alcuni gettoni da gioco alessandrini di età greco-romana portano l’iscrizione Eleusinion con la rappresentazione di un edificio porticato a più piani che lascia ipotizzare l’organizzazione di giochi nell’Eleusi di Alessandria. Ciò presuppone uno spazio adeguato.  Due iscrizione geroglifiche frammentarie, scoperte a Smouha nel 2009 e nel 2010, presentano parte di un titolatura reale e dimostrano la presenza di statue reali nel luogo dove sono stati condotti gli scavi. Le ricerche hanno evidenziato una sessantina di blocchi di forma parallelepipeda (in granito, calcare e marmo) e parecchi frammenti di colonne in granito rosa.

Il discusso Papiro di Artemidoro, la cui autenticità non è ancora certa, trova casa con uno speciale allestimento al museo Archeologico di Torino, nel nuovo Polo Reale

Il Papiro di Artemidoro nel nuovo allestimento al museo Archeologico di Torino

Il Papiro di Artemidoro nel nuovo allestimento al museo Archeologico di Torino

È il papiro più chiacchierato degli ultimi dieci anni in un’interminabile quanto aspra querelle tra i fautori della sua autenticità e quanti sostengono che si tratta di un clamoroso falso: parliamo del cosiddetto Papiro di Artemidoro che ora ha trovato casa. Il singolare e imponente reperto, lungo circa due metri e mezzo, ha un nuovo allestimento al Museo Archeologico di Torino, nel distretto museale del Polo Reale (che vedrà la sua completa realizzazione con l’apertura della Galleria Sabauda prevista per il 4 dicembre), polo che di recente è stato inserito tra i beni culturali di interesse nazionale.  La Compagnia di San Paolo ha acquistato il Papiro nel 2004 da un collezionista tedesco, su sollecitazione del ministero per i Beni e le Attività Culturali e nel 2006 lo ha presentato al pubblico per la prima volta, nella mostra “Le tre vite del Papiro di Artemidoro” a Palazzo Bricherasio. Lo ha poi concesso in comodato alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte. Da qualche giorno il Papiro di Artemidoro può essere dunque ammirato dal pubblico. “La Compagnia di San Paolo, proprietaria del Papiro”, ha ricordato il presidente Luca Remmert, “ha investito tra Polo Reale e Museo Egizio più di 50 milioni di euro”. Per il nuovo allestimento del Papiro la Fondazione ha stanziato 340mila euro a cui se ne aggiungono altri 50mila della soprintendenza dei Beni Archeologici. “Ancora una volta la sinergia tra pubblico e privato ha permesso di valorizzare il nostro patrimonio culturale”, ha sottolineato Mario Turetta, direttore regionale per i Beni Culturali del Piemonte.

Il Papiro è chiamato di Artemidoro perché il testo riprodurrebbe un'opera di Artemidoro di Efeso

Il Papiro è chiamato di Artemidoro perché il testo riprodurrebbe un’opera di Artemidoro di Efeso

Si tratta – come si diceva – di un’opera controversa, costituita da frammenti di varie dimensioni per una lunghezza di circa 2,5 metri. Il nome Artemidoro proviene dal testo riportato sul papiro che apparterrebbe al libro “Ta Geographoumena” del geografo Artemidoro di Efeso del II-I sec. a.C. Il Papiro infatti contiene un testo geografico: nelle prime due o tre colonne vi è un proemio nel quale la geografia viene messa in rapporto e a confronto con la filosofia; nelle colonne IV e V, invece, si trova un’informazione sulla divisione amministrativa della Spagna, ripartita nelle due province Tarraconese e Betica, poi un periplo della Spagna a partire dai Pirenei e dal promontorio di Afrodite Pirenaica fino al promontorio degli Artabri nell’Oceano Atlantico. Proprio la coincidenza (anche se non perfetta) del testo relativo alla divisione amministrativa della Spagna con un frammento del geografo Artemidoro di Efeso ha indotto gli studiosi Claudio Galllazzi e Bärbel Kramer a ritenere che il papiro conservasse parti del testo dei “Geographoumena” del geografo efesino. Sono presenti, inoltre, nel Papiro una carta geografica che, per vicinanza con il periplo della Spagna, si è ritenuto dovesse raffigurare appunto una regione della penisola iberica, la Betica secondo un’ipotesi; nonché numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue) sul recto e animali, reali o fantastici, sul verso, accompagnati questi ultimi da didascalie. Secondo le analisi con il Carbonio 14, il supporto papiraceo risalirebbe a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., nell’Egitto greco-romano. Dubbi invece sono sorti sulla datazione dei contenuti del papiro. Il Papiro è stato così al centro di una querelle scientifica tra studiosi sulla sua autenticità, ma anche sull’origine, sul significato e sulla provenienza. Da un lato vi sono studiosi che sostengono la tesi di un papiro proveniente da Alessandria d’Egitto dalle “tre vite” che vanno dal I al XX secolo; dall’altro vi sono coloro che propendono per la tesi secondo cui l’autore del papiro sarebbe un temuto falsario del XIX secolo, Costantino Simonidis.

Sul recto del Papiro numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue)

Sul recto del Papiro numerosi disegni di parti anatomiche (verosimilmente copie di parti di statue)

Il Papiro è stato datato al radiocarbonio al I sec. a.C. - I sec. d.C., ma non si può dire per i disegn

Il Papiro è stato datato al radiocarbonio al I sec. a.C. – I sec. d.C., ma non si può dire per i disegn

La teoria delle “tre vite”. Secondo il giudizio dei primi studiosi che l’hanno esaminato, Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis, i quali avrebbero datato il Papiro, su base paleografica, tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. grazie a un raffronto con un papiro di tarda età tolemaica, il cosiddetto Papiro di Cleopatra, la singolare e straordinaria compresenza di testo e disegni si spiegherebbe con una travagliata vicenda, nota appunto come teoria delle tre vite. Il papiro, destinato ad essere una copia di lusso dei “Geographoumena”, doveva contenere il testo dell’opera geografica intervallato da mappe (ma non abbiamo altri esempi del genere così antichi); un errore nella realizzazione della prima mappa, che avrebbe probabilmente dovuto essere una raffigurazione dell’intera Spagna, avrebbe causato l’interruzione della copiatura. Il papiro prodotto fino a quel momento, invece di essere distrutto, sarebbe stato riutilizzato come album per schizzi e bozzetti (cahier d’artiste) per pittori che intendessero mostrare anticipatamente ai propri committenti i motivi iconografici da realizzare: di qui le raffigurazioni di animali sul verso. Infine, esaurito lo spazio sul verso, il papiro fu ancora impiegato negli spazi rimasti liberi sul recto, per contenere le esercitazioni grafiche dei giovani apprendisti pittori di bottega. Dopo più di un secolo di reimpieghi, il papiro sarebbe divenuto carta da macero e utilizzato, insieme ad altri papiri documentario, per farne cartapesta ad uso funerario.

Il Papiro di Artemidoro, lungo 2,5 metri, esposto a Torino al Museo Archeologico

Il Papiro di Artemidoro, lungo 2,5 metri, esposto a Torino al Museo Archeologico

La teoria del falso e del falsario. A innescare la polemica è stato nel 2006 il filologo Luciano Canfora dell’università di Bari che ha dichiarato il Papiro di Artemidoro un falso per almeno due ragioni. La prima è che il papiro non può essere di Artemidoro, come ritengono Gallazzi e Kramer, poiché lo impediscono una lingua greca molto lontana dagli usi e dal lessico propri del II-I secolo a.C. e diverse contraddizioni fattuali che possono essere spiegate solo alla luce di evoluzioni posteriori delle conoscenze geografiche. La seconda questione è che la cronologia del testo, qual è ricavabile dalla lingua e dalle conoscenze del testo medesimo, è molto tarda ed è incompatibile con il fatto che quel testo si trovi su un rotolo di papiro, una forma di libro che fu presto soppiantata dal codice di pergamena. La ricerca di Canfora per individuare un possibile indiziato per il falso si è infine appuntata su Costantino Simonidis, un calligrafo greco della metà dell’Ottocento, celebre autore di molti falsi con cui tentò (a volte riuscendoci) di ingannare studiosi di tutta Europa.

Il Papiro di Artemidoro fu esposto la prima volta nel 2006 a Palazzo Bricherasio, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Il Papiro di Artemidoro fu esposto la prima volta nel 2006 a Palazzo Bricherasio, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino

Il Papiro di Artemidoro era stato esposto una sola volta nel 2006, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, a Palazzo Bricherasio. La nuova esposizione del Papiro di Artemidoro al Museo Archeologico di Torino è stata resa possibile dalla collaborazione fra la Compagnia di San Paolo, la direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Piemonte e la soprintendenza per i Beni archeologici del Piemonte. Il pubblico accede alla mostra attraverso uno scenografico tunnel, che permette di comprendere la storia del papiro attraverso video e supporti multimediali, fino alla sala che ospita il reperto, posto in una teca di vetro con una bassa, ma suggestiva, illuminazione dettata da motivi di conservazione.  “Il nostro museo”, spiega Egle Micheletto, soprintendente per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie, “accoglie il Papiro di Artemidoro, destinando al suo allestimento alcuni ambienti delle orangerie sabaude, a corollario della Sezione Collezioni inaugurata nel 1989, in un nuovo percorso di visita che potrà vedere esposti a breve altri materiali dell’Egitto greco-romano”.

I monumenti dell’antica Alessandria in Egitto rivivono in 3D grazie al progetto CBCMed

Tanto pubblico alla proiezione in 3D dei monumenti antichi di Alessandria d'Egitto su una parete della Biblioteca

Tanto pubblico alla proiezione in 3D dei monumenti antichi di Alessandria d’Egitto su una parete della Grande Biblioteca

Una ricostruzione del Faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico

Una ricostruzione del Faro di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico

Il serapeo e il teatro romano, come il faro o la colonna di Pompeo si materializzano come d’incanto su una parete della nuova Biblioteca di Alessandria in un gioco di luci, colori e musica. Il visitatore-spettatore-turista che in quel momento si trova a passeggiare sul moderno lungomare della prima delle città omonime fondata da Alessandro Magno si trova coinvolto e rapito dallo spettacolo in una full immersion virtuale che lo porta a visitare o, meglio, a essere letteralmente entro il monumento proiettato in 3D. È l’effetto straordinario del progetto  International Augmented Med (IAM), finanziato dal programma europeo di cooperazione transfrontaliera nel Mediterraneo (CBCMed), per promuovere lo sviluppo del turismo e dei siti archeologici. Grazie a uno spettacolo in 3D proiettato su una delle facciate della struttura che ospita la Biblioteca alessandrina, centinaia di curiosi, turisti e non solo hanno potuto ripercorrere nei giorni scorsi la storia della città, dalla sua fondazione fino alla fine del periodo classico, ammirandola in una luce nuova, più moderna e tecnologica, senza però dimenticarne la dimensione storica.

Una veduta aerea della moderna monumentale Biblioteca di Alessandria d'Egitto

Una veduta aerea della moderna monumentale Biblioteca di Alessandria d’Egitto

Il tema della proiezione della durata di quindici minuti, che combina effetti sonori e di luci tramite elementi virtuali, è quello della storia di Alessandria, dalla sua fondazione fino alla fine del periodo classico, con un focus speciale sui principali siti turistici della città e sulle principali tappe storiche. Ogni spettatore sarà in grado di vedere l’anfiteatro romano come se fosse al suo interno, migliaia di anni fa, o scoprire i segreti del grande faro, una delle sette meraviglie del mondo antico.

Una sfinge a "guardia" della cosiddetta colonna di Pompeo ad Alessandria d'Egitto

Una sfinge a “guardia” della cosiddetta colonna di Pompeo ad Alessandria d’Egitto

“Si tratta di un progetto molto importante per Alessandria, una città ricca di storia, punto di incontro tra le due sponde del Mediterraneo”, ha affermato Yasser G. Aref, ricercatore. “La comunicazione è molto importante in questo progetto, ma non va dimenticato anche l’aspetto tecnico. Obiettivo di questa iniziativa è di incentivare il turismo. Si tratta di un progetto pilota e credo sia stato molto interessante, sia per i locali sia per i turisti”, ha aggiunto Mohamed Hafez, che si è occupato della parte amministrativa.

Una suggestiva immagine del quartiere monumentale della biblioteca di Alessandria in notturna

Una suggestiva immagine del quartiere monumentale della biblioteca di Alessandria in notturna

L’evento è stato inserito nel calendario dell’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite. Il progetto IAM, riferisce il sito web di Enpi (www.enpi-info.eu), si concentra sull’applicazione di tecnologie multimediali innovative nella gestione del patrimonio culturale e naturale. I visitatori dei siti pilota del progetto avranno la possibilità di riscoprire varie aree e monumenti, come la chiesa greco-ortodossa di El Khadr a Taybeh (Territori palestinesi) e il museo archeologico di Dar-es-Saraya in Giordania, attraverso le potenzialità di ricostruzione offerte dal 3D, con installazioni o illuminazioni interattive. IAM è coordinato dal comune di Alghero in Italia e riunisce 13 partner da sette Paesi dell’area euro-mediterranea. Sul sito http://www.iam-project.eu è possibile documentarsi anche in vista dei prossimi progetti: i due festival mirati a fare vedere le applicazioni di tecnologie multimediali per la valorizzazione del patrimonio: a Taybeh in Cisgiordania (21-22 settembre) e a Girona in Spagna (1-3 ottobre).