archivio | Vicino Oriente RSS per la sezione

A Bologna Petra “inedita” nel film di Castellani

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Il cosiddetto Tesoro, uno dei simboli di Petra, che per primo si svela alla vista dei turisti

Petra come non l’avete mai vista, con gli occhi cioè del suo scopritore, lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che proprio due secoli fa individuò le rovine della città nabatea. Non è un caso quindi che il regista veneziano Alberto Castellani faccia iniziare proprio da Basilea il suo film, “Sulla via di Petra” che domenica 1° dicembre,  a metà pomeriggio, nella sala Risorgimento del civico museo Archeologico di Bologna, chiuderà alla grande l’edizione 2013 di “Imagines, obiettivo sul passato”, una tre giorni con il meglio della cinematografia archeologica promossa dal Gruppo archeologico bolognese.

Castellani durante le riprese a Basilea con Burckhardt

Castellani durante le riprese a Basilea con Burckhardt

Castellani, che con i suoi film ha documentato civiltà e culture dall’Egitto al Vicino Oriente alla Turchia, ci fa scoprire Petra non solo attraverso l’occhio ma anche le emozioni di Burckhardt, tra aspettative delusioni difficoltà certezze. In un crescendo di immagini spettacolari, il film si snoda tra Europa e Asia, supportato da una rigorosa ricostruzione storico-scientifica forte della consulenza di grandi esperti, come Andrea Bignasca direttore dell’Antikenmuseum Basilea, Stephan G. Schmid del Winckelmann Institut Humboldt Universitat di Berlino, Zuhair Zoubi direttore di Jordan Archeological Museums.

Madain Saleh, in Arabia Saudita, l'altra Petra realizzata dai Nabatei

Madain Saleh, in Arabia Saudita, l’altra Petra realizzata dai Nabatei

Così sulla “Via di Petra”, film che – ricordiamolo – è stato tra i più applauditi e apprezzati all’ultima Rassegna internazionale del Cinema archeologico di Rovereto, con l’obiettivo di farci scoprire Petra, a lungo dimenticata e avvolta nella leggenda, diventa un’occasione per farci visitare – proprio sulla scorta del diario di Burckhardt -, testimonianze archeologiche del territorio giordano note e inedite, contribuendo così a una migliore conoscenza del popolo dei Nabatei, a lungo protagonista del commercio carovaniero dall’Arabia al Mediterraneo. Ma nel film Castellani non ci affascina solo con la magia dei colori e del gioco di luci e ombre delle rocce e delle monumentali tombe nabatee di Petra, ma ci stupisce con un vero e proprio “scoop” cinematografico , presentandoci accanto alla “grande Petra”, oggi tra i siti archeologici più famosi al mondo, patrimonio dell’umanità dal 1985, anche la cosiddetta “seconda Petra”, altro capolavoro dei nabatei. Ma attenzione, c’è un dettaglio che rende ancor più preziose queste immagini, inedite ai più: Madain Saleh, come si chiama oggi questa “copia” della capitale nabatea, non si trova in Giordania, ma in Arabia Saudita, a cinquecento chilometri di distanza, in pieno deserto. I Nabatei nel loro percorso carovaniero dall’Oman e dall’India, per trasportare le spezie che poi commerciavano in tutto il Mediterraneo, scolpirono nella roccia delle montagne del deserto saudita un’altra Petra in un area molto più grande di quella originaria.

Alla proiezione bolognese di domenica 1° dicembre sarà presente il regista Alberto Castellani, col quale si potrà dialogare alla fine del film, in un pomeriggio aperto da un documentario su i Mochica, popolazione preincaica, seguito da un altro sui Micenei costruttori di navi.

Scoperto a Cipro villaggio di artigiani di 4500 anni fa: è il più antico dell’isola

Un particolare dello scavo del villaggio dell'Età del bronzo a Erimi

Un particolare dello scavo del villaggio dell’Età del bronzo a Erimi

Erimi è forse il villaggio di artigiani più antico che si conosca sull’isola di Cipro. È stato riportato alla luce da una missione italiana a Cipro coordinata dall’università di Firenze, che da cinque anni sta studiando l’area nel sud-ovest dell’isola dei cedri, coinvolgendo studenti, dottorandi e vari specialisti tra cui topografi, restauratori, paleobotanici, fisici, architetti a costituire un team di una trentina di persone. Erimi si sviluppò per un millennio tra il III e il II millennio a.C., cioè tra il Bronzo antico (2500 a.C.) e il Bronzo medio (1600 a.C.) presentando in nuce importanti elementi che nella Tarda età del Bronzo (II metà del II millennio a.C.) avrebbero portato a Cipro alla nascita delle città. E i risultati  raggiunti dalla missione italiana sono stati ritenuti di una tale importanza che il Dipartimento delle Antichità della Repubblica di Cipro ha dichiarato l’insediamento dell’Età del Bronzo di Erimi-Laonin tou Porakou (Limassol)  area protetta di interesse nazionale.

Il ritrovamento di fusaiole e strumenti per la tessitura, ma anche di vasche e di canalette, di oggetti propri della vita quotidiana familiare, e ancora spilloni e contenitori per le libagioni e sepolture multiple, ha permesso di ricostruire la vita e l’organizzazione di questo villaggio di artigiani dell’Età del Bronzo che già dalla sua articolazione urbanistica (sulla collina i laboratori, lungo le pendici le abitazioni, in piano le sepolture) denota già una notevole organizzazione sociale.

Il golfo di Kourion su cui si affaccia il villaggio di Erimi

Il golfo di Kourion su cui si affaccia il villaggio di Erimi

Quindi non solo al rame deve la sua antica ricchezza di Cipro il cui nome, proprio per l’abbondanza del metallo sull’isola, ha finito per dare il nome al metallo stesso. Il villaggio scoperto dalla missione italiana guidata da  Anna Margherita Jasink, professore associato di civiltà egee dell’Università di Firenze, è direttore scientifico del Kouris River Project, e Luca Bombardieri, è il direttore scientifico della missione archeologica italiana a Erimi, ha rivelato una feconda attività di tipo artigianale, come la tessitura e la tintura dei tessuti, non legata quindi alla metallurgia. “Il gruppo di ricerca italiano ha il merito di avere sviluppato per primo un progetto di ricerca organicamente dedicato all’indagine estensiva del popolamento antico nell’area di Erimi”, spiegano Jasink e Bombardieri. “Questo insediamento, localizzato a sudovest dell’isola, in un’area finora poco considerata dagli archeologi, si estende su una alta terrazza calcarea che domina il corso del fiume Kouris ed un’ampia porzione della costa a meridione, in corrispondenza del golfo di Kourion”. Il progetto di ricerca di Erimi si svolge dal 2006 grazie alla collaborazione di varie istituzioni. In primo luogo, l’Università di Firenze con il Sagas (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo) e l’Università di Torino (Dipartimento StudiUm); ci sono poi il Department of Antiquities di Cipro, il Ministero Affari Esteri, l’Institute of AegeanPrehistory (Stati Uniti) ed il Mediterranean Archaeological Trust (Regno Unito), oltre ovviamente  alle autorità locali, come la Municipalità di Erimi che ha messo a disposizione anche la scuola diventata “quartier generale” durante la
missione.

Il logo della missione archeologica dell'università di Firenza

Il logo della missione archeologica dell’università di Firenza

“I risultati più significativi degli scavi, iniziati  cinque anni fa”, sottolineano gli archeologi italiani, “sono maturati quest’estate con il ritrovamento di reperti che contribuiscono a chiarire importanti aspetti legati alla sensibile fase di transizione fra l’organizzazione delle comunità di villaggio dell’Antico e Medio Bronzo e lo sviluppo della società pienamente “urbana” del Tardo Bronzo. Più in generale da questa missione sono emersi nuovi elementi sulle relazioni di Cipro con le altre civiltà del Mediterraneo”.  E precisano: “Il villaggio di Erimi comprende tre aree principali databili fra l’Età dell’Antico e del Medio Bronzo. Nella parte più alta della collina era collocato il complesso artigianale. I ritrovamenti attestano un concetto piuttosto avanzato di organizzazione del lavoro con due aree separate in base a distinte funzioni. Al chiuso si concentrava la produzione della tessitura, all’esterno della tintura. Il primo tipo di attività è testimoniato da alcuni oggetti, tra cui numerose fusaiole, in ottimo stato a seguito del crollo del tetto di un deposito. Il secondo dalla presenza di vasche, bacini, canalette dove avveniva il processo di coloritura delle stoppe. Infine dagli scavi nel quartiere residenziale, sulle pendici della collina, è emerso uno spaccato della vita domestica di questa  comunità. Ogni unità familiare è organizzata intorno a una corte aperta rettangolare. La presenza di molti oggetti attesta una condivisione di vari momenti della giornata a partire da quelli conviviali”.

Corredo ceramico rinvenuto a Erimi

Corredo ceramico rinvenuto al villaggio di Erimi

Nella necropoli, dislocata a valle, sono state ritrovate due tombe a camere. Una, in particolare, di grandi dimensioni è stata aperta e richiusa nel tempo a più riprese per consentire la sepoltura di cinque individui, ognuno dei quali ha il proprio corredo, appartenente probabilmente a uno stesso clan. “Nel complesso la nostra campagna è stata fortunata. Abbiamo rinvenuto molti oggetti integri o facilmente integrabili. Tra questi alcuni anche particolari come uno spillone in bronzo e un contenitore ceramico configurato a corpo di montone, adoperato per libagioni”, continuano gli archeologi Jasink e Bombardieri. Le ceramiche e altri oggetti ritrovati testimoniano inoltre che i contatti commerciali e culturali con tutta l’isola erano frequenti. Questi scambi avevano sicuramente favorito anche la ricchezza di Erimi, confermata anche dai corredi funerari, che ha toccato la sua massima espressione intorno al 1500 a.C.

Ma a un certo punto, verso la metà del II millennio a.C., il villaggio di Erimi viene abbandonato dai sui abitanti che sembrano aver maturato nuovi bisogni che li spingono ad aggregarsi con altre comunità e a darsi un’organizzazione più complessa. “È il cosiddetto processo di sinecismo”, concludono, “ che è alla base della nascita e sviluppo delle città sull’isola di Cipro”.

Vicino a Persepoli emerge un tempio achemenide con influssi babilonesi

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

Rilievi achemenidi a Persepoli in Iran

Scoperto da una missione irano-italiana vicino a Persepoli un tempio costruito all’inizio del regno achemenide, sotto Ciro il Grande, con chiari influssi babilonesi. Che fosse achemenide il “grande edificio” che stava emergendo da uno degli innumerevoli sondaggi alla ricerca del nucleo abitato collegato, attivati nel comprensorio di Persepoli, l’imponente città-palazzo capitale degli Achemenidi nel cuore della regione di Fars (da cui il toponimo Persia) nel sud dell’Iran, lo aveva già intuito due anni fa Pierfrancesco Callieri dell’Università di Bologna, condirettore della missione irano-italiana impegnata a Persepoli, e ne aveva parlato a Rovereto alla Rassegna internazionale del Cinema archeologico.

Ciro il Grande

Ciro il Grande

Ora la conferma viene dal condirettore iraniano Alireza Asgari Chaverdi che fa il punto sull’andamento dello scavo, come riporta il quotidiano iraniano Teheran Times. “Si presume siano i resti un tempio dell’inizio dell’era achemenide”, spiega Chaverdi, “le rovine di un «enorme edificio» costruito sotto il regno di Ciro il Grande e venuto alla luce negli scavi condotti da una missione irano-italiana nei pressi di Persepoli”.

Ma in questi due anni il prosieguo dello scavo ha anche rivelato altri aspetti molto intriganti. Nella costruzione dell’edificio sono stati usati “migliaia di mattoni invetriati”, precisa il direttore della squadra di archeologi iraniani. La costruzione copre un’area di almeno 33×33 metri. Ma la vera curiosità, puntualizza Chaverdi, è che “i mattoni recano bassorilievi raffiguranti animali mitici della Persia e della Mesopotamia, la maggior parte dei quali sono simili a quelli usati sulla Porta di Ishtar (l’ottava della città interna) di Babilonia”.

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon museum di Berlino)

La porta di Ishtar a Babilonia (oggi al Pergamon di Berlino)

“Un’iscrizione cuneiforme accadico-babilonese”, disegni e tecniche usate per decorare i mattoni, il “diffuso utilizzo del catrame nella costruzione dell’edificio”, i colori e i “motivi” decorativi “dimostrano che la struttura fu costruita durante il regno di Ciro il Grande”, afferma l’archeologo iraniano nel servizio del Teheran Times. A ulteriore riprova di questa ipotesi è il ritrovamento, con “vari disegni di loto”, di un “Mushussu, un dragone-serpente che simboleggia Marduk (una delle principali divinità babilonesi)”. Nel 539 a.C., dopo la conquista di Babilonia, ricorda l’archeologo iraniano, Ciro portò nel Fars gruppi di sacerdoti e artigiani babilonesi cui “consentì loro di costruire una struttura nella regione dove era collocata la fonte ideologica degli Achemenidi”: Persepoli. “La scoperta”, conclude Chaverdi, “solleva ora nuove questioni sul panorama religioso nella società achemenide: ossia se la comunità di prelati babilonesi fosse tollerata o meno durante il regno di Dario I, salito al trono nel 521 innescando molti cambiamenti religiosi.

Gerusalemme, scoperta ciotola con iscrizione

Il frammento di ciotola del VII sec. a.C.

Il frammento di ciotola del VII sec. a.C.

Citato un personaggio di 2700 anni fa

Quando quella semplice ciotola in argilla fu realizzata dal maestro vasaio a Gerusalemme il Tempio di re Salomone o Primo Tempio non era ancora stato distrutto per mano di Nabucodonosor II: sarebbe successo almeno un secolo dopo, nel 586 a.C. Ne sono convinti gli archeologi Joe Uziel e Nahshon Zanton della Israel Antiquities Authority nell’area della sorgente Gihon, che ha condotto scavi archeologici, all’interno del Parco Nazionale delle Mura che circonda la vecchia Gerusalemme, portando alla luce uno strato di preziosi reperti che comprendono migliaia di frammenti di vasellame, lampade d’argilla e figurine, tra cui una ciotola in creta con un’iscrizione in ebraico antico, di almeno 2700 anni fa, parzialmente conservata. Ne dà notizia il sito Israele.net.

È proprio l’iscrizione  che ci permette di datare il prezioso reperto: vi si legge infatti il nome di un personaggio del VII secolo a.C. simile ad altri nomi noti dalle testimonianze bibliche ed archeologiche, offrendo un raro collegamento con la popolazione che viveva a Gerusalemme alla fine del periodo del Primo Tempio. Il nome più simile a quello dell’iscrizione è Zaccaria, figlio di Benaiah, padre del profeta Jahaziel. Il nome Zaccaria figlio di Benaiah appare nel libro biblico delle Cronache dove si dice che Jahaziel, figlio di Zaccaria, figlio di Benaiah, un levita dei figli di Asaf, profetizzava davanti al re Giosafat prima che la nazione entrasse in guerra con gli antichi regni di Ammon e Moab.

Le lettere inscritte sul frammento risalgono probabilmente ai secoli VIII-VII a.C., il che situerebbe la produzione della ciotola in un periodo tra il regno di Ezechia e la distruzione di Gerusalemme sotto il re Zedechia. Gli archeologi hanno spiegato inoltre che l’iscrizione era stata incisa sulla ciotola prima della
cottura, il che indica che l’iscrizione adornava il bordo della ciotola per intero, e che non è stata scritta su un frammento dopo la rottura della ciotola. Benché lo scopo dell’iscrizione sulla ciotola non sia chiaro, gli archeologi hanno ipotizzato che la ciotola possa aver contenuto un’offerta probabilmente fatta dall’individuo il cui nome è inciso, oppure a lui donata.