Napoli. Aperta al museo Archeologico nazionale la mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano” con gli straordinari ritrovamenti del 2022 e le novità del 2023 nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Gli interventi di Sangiuliano, Osanna, Tabolli e Carletti

Il suggestivo allestimento della mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto graziano tavan)
Gli azzurri pastello che virano al verde acqua con riflessi di luce che si fanno strada dalla superficie della piscina creano un’atmosfera particolare attorno ai bronzi etruschi che sembrano fluttuare nelle acque calde verso il fondo della vasca sacra del santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni, dove sono stati trovati, duemila anni dopo, coperti e protetti da uno strato di fango. È questo l’ambiente, raccolto e suggestivo, che dal 16 febbraio al 30 giugno 2024 accoglierà i visitatori del museo Archeologico nazionale di Napoli che saliranno al terzo piano per accedere alle nuove sale – appena restaurate e recuperate alla nuova fruizione espositiva (qui, fino a qualche mese fa, c’era la sala conferenze) – dove è allestita la mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano”, che presenta al pubblico gli straordinari ritrovamenti effettuati nell’estate 2022 e le novità venute alla luce nel 2023 nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni: un viaggio attraverso i secoli alla scoperta del paesaggio delle acque calde tra Etruschi e Romani nel territorio dell’antica città-stato etrusca di Chiusi.

Locandina della mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano” al museo Archeologico nazionale di Napoli dal 16 febbraio al 30 giugno 2024
La mostra, curata da Massimo Osanna e Jacopo Tabolli, è stata presentata per la prima volta al Palazzo del Quirinale tra giugno e dicembre del 2023, grazie all’iniziativa della Presidenza della Repubblica (vedi Il 2024 porta al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli dei ritornano – I Bronzi di San Casciano” dopo il successo al Quirinale. Bilancio dello scavo nel 2023 e presentazione del progetto CADMO (museo Archeologico, area archeologica e Hub Internazionale di ricerca) | archeologiavocidalpassato). Il nuovo allestimento al museo Archeologico nazionale di Napoli, arricchito da nuovi reperti provenienti dallo scavo della scorsa estate, è stato progettato da Guglielmo Malizia e Chiara Bonanni. Il catalogo è a cura di Treccani, con la sponsorizzazione tecnica di Intesa Sanpaolo. Hanno inoltre finanziato lo scavo e i restauri per la mostra Friends of Florence, Ergon, Robe Cope per Vaseppi, Banfi srl e il Castello di Fighine.

Auditorium del Mann: presentazione della mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano”. Da sinistra, Jacopo Tabolli, Massimo Osanna, Gennaro Sangiuliano, Luigi La Rocca, Agnese Carletti (foto graziano tavan)
La mostra, presentata ufficialmente il 16 febbraio 2024 in auditorium del Mann alla presenza del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il direttore generale Musei e direttore ad interim del Mann Massimo Osanna, il direttore generale SABAP Luigi La Rocca, il direttore dello scavo Jacopo Tabolli, e il sindaco di San Casciano dei Bagni Agnese Carletti, è promossa dal ministero della Cultura, ed è stata realizzata grazie alla collaborazione tra una pluralità di istituzioni preposte alla ricerca, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio. Organizzata dalla direzione generale Musei del MiC, l’esposizione presenta al pubblico i risultati degli scavi archeologici del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni. Gli scavi sono in concessione al Comune di San Casciano dei Bagni dalla direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio del Mic, con la tutela della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Siena Grosseto e Arezzo. Il coordinamento scientifico è dell’università per Stranieri di Siena. I restauri sono avvenuti con il supporto dell’Istituto Centrale del Restauro.
La scelta del Mann per la seconda tappa della mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano” non è casuale, come spiega ad archeologiavocidalpassato.com il dg musei Massimo Osanna.

Massimo Osanna, direttore generale Musei, e co-curatore della mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano” (foto graziano tavan)
“Questa mostra nasce da un ambizioso progetto di ricerca – ricorda – e, come spesso dovrebbero essere le mostre cioè mostre che nascono dalla ricerca della conoscenza, questa esposizione nasce da uno scavo straordinario fatto da un’équipe internazionale coordinata da Jacopo Tabolli per l’università degli Stranieri di Siena insieme al ministero della Cultura, una mostra che raccoglie e racconta questa straordinaria avventura della scoperta dei bronzi di San Casciano. La prima tappa – continua – è stata quella romana ospitata, ed è veramente un orgoglio, nel Palazzo del Quirinale. Dopo Roma si è deciso di portarla a Napoli, perché Napoli è il grande museo archeologico italiano, e dove – tra l’altro – il contatto con l’Antico dal Settecento ha significato moltissimo per la città e per l’Europa”.

Una statua in bronzo riemersa dallo scavo del Bagno Grande del santuario etrusco-romano a San Casciano dei Bagni (Si) (foto mic)
“E come i bronzi vesuviani, gli oggetti delle eruzioni, sono venuti fuori all’improvviso, dopo un evento catastrofico, così anche i bronzi di San Casciano vengono fuori per un evento, un evento meno catastrofico ovviamente dell’eruzione, ma altrettanto d’impatto per questi materiali: un fulmine (in età tiberiana, ndr) cade nel santuario e richiede delle azioni espiatorie. I grandi bronzi e anche molti ex voto vengono deposti sacralmente nella fonte sacra alla dea, la dea della Fonte, e questo li ha preservati per sempre, fino a quando gli archeologi non li hanno scoperti. Quindi – conclude – un riaffiorare dell’Antico attraverso gli oggetti che si soni salvati dal naufragio del passato che, come a Pompei, ci restituisce cose straordinarie”.

Il ministro Gennaro Sangiuliano, al centro, accompagnato dal dg sabap Luigi La Rocca (a sinistra) e dal dg musei Massimo Osanna (a destra) alla mostra “Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano” al Mann (foto mann / valentina cosentino)
“I Bronzi di San Casciano, esposti dal 16 febbraio 2024 al museo Archeologico nazionale di Napoli”, interviene il ministro Sangiuliano, “offrono alla nostra comunità un frammento di storia sepolta e anche l’emozione di questa scoperta, definita dagli esperti una delle più rilevanti degli ultimi tempi. Si tratta di uno scavo giovane, siamo certi che le ricerche condotte dal ministero della Cultura, con il coinvolgimento di tanti atenei, coordinati dall’università per Stranieri di Siena, ci regalerà nel prossimo futuro molte nuove scoperte. Abbiamo già proceduto all’acquisto di un palazzo cinquecentesco nel centro storico di San Casciano e ciò renderà possibile presto l’apertura di un museo che diventerà la nuova casa di questi reperti. La ferma volontà di mantenere il legame inscindibile delle scoperte con il territorio è parte costitutiva del progetto di valorizzazione dell’identità delle nostre comunità locali. I musei sono punti cardinali della nostra identità e memoria. La mostra al Mann, fra i più importanti musei archeologici al mondo – chiude Sangiuliano -, testimonia l’importanza per il ministero della Cultura di questo progetto e ribadisce come il patrimonio sia di tutti”.

Jacopo Tabolli. Agnese Carletti e Massimo Osanna al Mann (foto graziano tavan)
Particolarmente orgogliosa che il progetto di San Casciano dei Bagni venga ospitato a Napoli, all’interno delle prestigiose sale del museo Archeologico nazionale, è il sindaco di San Casciano dei Bagni, Agnese Carletti, che guarda già avanti. “Questa scoperta per San Casciano rappresenta un punto di partenza innanzitutto per costruire il futuro di un piccolo comune di neanche 1500 abitanti”, spiega Agnese Carletti ad archeologiavocidalpassato.com. “E questo scavo è uno scavo che l’amministrazione ha voluto, ha finanziato, ha portato avanti. Pian piano ha portato tutti anche a credere in questa attività. E se oggi siamo qui è anche grazie alla squadra che pian piano siamo riusciti a costruire e insieme a questa squadra – quindi università per Stranieri di Siena – stiamo realizzando i prossimi step, cioè la realizzazione di un museo, un hub di ricerca universitaria internazionale e il parco archeologico”.
Vediamo allora come si è giunti alla scoperta archeologica premiata alla XXV Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum come “scoperta internazionale dell’anno 2022” col 9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Assad” (Paestum. 9° International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2023 promosso da Bmta e Archeo: ecco le 5 scoperte archeologiche del 2022 candidate. Egitto: a Saqqara trovata piramide regina Neith, 300 sarcofagi e 100 mummie del Nuovo Regno; Guatemala: tracce del più antico calendario Maya; Iraq: nel bacino idrico di Mosul una città dell’Età del Bronzo; Italia: a San Casciano dei Bagni dal fango 24 statue di bronzo di epoca etrusca e romana; Turchia: a Midyat una grande città sotterranea di 2000 anni fa | archeologiavocidalpassato).

Jacopo Tabolli osserva una statua femminile con dedica in etrusco allo scavo al Bagno Grande del santuario termale etrusco-romano di San Casciano (foto uni-stranieri siena)
“Lo scavo è iniziato nel 2019”, ricorda Jacopo Tabolli ad archeologiavocidalpassato.com, “scavo che ha portato nel 2021 e 2022 al rinvenimento di una grande vasca sacra all’interno di un tempio tetrastilo, che è stato costruito probabilmente nel III sec. a.C. e sopravvive fino agli inizi del V sec. d.C. Anno dopo anno stiamo scavando il deposito all’interno della vasca sacra che ha vari momenti di chiusura, cioè momenti in cui il materiale sacro all’interno del santuario viene raccolto e deposto all’interno del fango caldo. Il primo grande momento è in età tiberiana, alla fine, quindi all’inizio del I sec. d.C., momento in cui probabilmente dopo la caduta di un fulmine viene raccolto il materiale del santuario e posato all’interno della grande vasca. E poi su questa deposizione più antica per oltre 400 anni i romani continueranno a fare deposizioni sempre in bronzo, soprattutto sotto la forma di moneta (vedi San Casciano dei Bagni (Si). Dai fanghi della sorgente termale del Bagno Grande del santuario etrusco-romano emergono oltre 20 statue in bronzo, molti ex-voto, cinquemila monete in oro argento e bronzo di oltre duemila anni fa. L’archeologo Tabolli: si riscrive la storia della statuaria antica e della romanizzazione del territorio. È la scoperta più importante dai Bronzi di Riace del 1972 | archeologiavocidalpassato.

Statua di donna orante (II sec. a.C.) scoperta a San Casciano dei Bagni (foto graziano tavan)
“I nuovi materiali esposti all’interno delle sale meravigliose del Mann – spiega Tabolli – raccontano della prosecuzione dei restauri e dello scavo. Da una parte la figura dell’orante femminile, rinvenuta nel 2022, ma parte di un complesso processo di restauro coordinato dalla soprintendenza di Siena e dall’istituto centrale del Restauro, e poi un donario bilingue, una rarissima iscrizione in etrusco e in latino che testimonia la coesistenza di comunità plurilingui all’interno del santuario, un messaggio di accoglienza del santuario. Per l’anno prossimo (2024, ndr) lo scavo ovviamente continuerà dalla fine di giugno per oltre 4 mesi, con studenti e studentesse da tutto il mondo. Il nostro obiettivo – conclude – è sempre quello: non solo di continuare lo scavo del deposito votivo ma di comprendere l’evoluzione topografica del santuario, un santuario-sorgente che si lega all’acqua calda”.

I bronzi di San Casciano esposti nelle nuove sale del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann / valentina cosentino)
Dall’età del bronzo fino all’età imperiale, la grande tradizione di produzioni in bronzo di quest’area dell’Etruria è raccontata in un percorso ricco di suggestione: come l’acqua calda delle sorgenti termali si fa vortice e diviene travertino, così il visitatore scopre come le offerte in bronzo incontrino l’acqua calda, non solo a San Casciano dei Bagni, ma anche in una moltitudine di luoghi sacri del territorio. Oltre venti statue e statuette, migliaia di monete in bronzo ed ex-voto anatomici narrano una storia di devozione, di culti e riti in luoghi sacri dove l’acqua termale era usata anche a fini terapeutici. L’eccezionale stato di conservazione delle statue ha permesso di tramandare lunghe iscrizioni in etrusco e latino che restituiscono nuovi dati sul rapporto tra Etruschi e Romani, sui culti presso le sorgenti termali e sulle divinità qui venerate.
Napoli. L’attesa è finita. Al museo Archeologico nazionale apre la mostra “Gli dei ritornano. I bronzi di San Casciano” curata da Massimo Osanna e Jacopo Tabolli
L’attesa è finita. Domani, venerdì 16 febbraio 2024, alle 17, al museo Archeologico nazionale di Napoli la mostra “Gli dei ritornano. I bronzi di San Casciano”, proveniente dal Quirinale dove ha riscontrato uno straordinario successo di pubblico. Si potranno ammirare le oltre 20 statue e statuette bronzee, insieme a diverse monete ed ex voto rinvenuti nel 2022 nel santuario termale etrusco-romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni (Si), già esposte a Roma, insieme a quattro reperti inediti, scoperti recentemente: una donna orante, un pesciolino di cristallo, un rene (ex voto) e un monumentale donario, con iscrizione bilingue, latina ed etrusca. Alla cerimonia inaugurale, alle 17, all’Auditorium del Mann, interverranno Massimo Osanna, direttore generale Musei e direttore ad interim del Mann; Luigi La Rocca, direttore generale Archeologia Belle arti e Paesaggio; Agnese Carletti, sindaco di San Casciano dei Bagni; Jacopo Tabolli, coordinatore scientifico dello scavo, dell’università per Stranieri di Siena.

I bronzi di San Casciano esposti nella sala del Bronzino al Quirinale della mostra “Gli dei ritornano – I Bronzi di San Casciano” (foto mic)

Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano al convegno “Dentro il Sacro. Multiculturalismo e plurilinguismo nello scavo del Bagno Grande a San Cascino dei Bagni” a Siena (foto unistranieri-siena)
La tappa napoletana della mostra dei bronzi di San Casciano era stata annunciata a dicembre 2024 dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano: “Questi reperti eccezionali, che ci parlano di un passato in cui i mondi romano ed etrusco si riconoscevano nelle medesime tradizioni, hanno la capacità di riconnetterci alle nostre più antiche radici. In attesa del loro ritorno nel luogo da cui sono emersi, dove verranno ospitati in un museo per il quale abbiamo già acquistato l’edificio in cui ogni tipo di pubblico potrà comprendere il significato di questa scoperta straordinaria, ora sarà Napoli ad accogliere Gli dei ritornano. I visitatori del Mann avranno così l’opportunità di ammirare questi tesori, restituiti a noi dalla terra e dall’acqua in cui erano celati”.

Massimo Osanna e Jacopo Tabolli, curatori della mostra “Gli dei ritornano. I bronzi di San Casciano”, nei laboratori di restauro del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)
Poi, un mese fa, a metà gennaio 2024, i bronzi di San Casciano sono arrivati nei laboratori del museo Archeologico nazionale di Napoli per i lavori preliminari all’allestimento della mostra, affidati alle cure di Mariateresa Operetto (responsabile laboratorio restauro del Mann), Laura Forte (funzionaria archeologa del Museo), Wilma Basilissi (Istituto Centrale per il Restauro) e Salvatore Siano (CNR). Peculiare lo stato di conservazione dei reperti che, preservati nell’acqua calda, recano importanti iscrizioni in etrusco e latino. Queste straordinarie testimonianze permettono di ricostruire i rituali e i culti delle divinità venerate nel grande santuario termale del Bagno Grande. “È un’occasione unica per uno straordinario viaggio nel tempo che, dopo la tappa al Quirinale, si amplia adesso a Napoli con ulteriori manufatti”, ha anticipato Massimo Osanna, che cura la mostra con Jacopo Tabolli. “Con i bronzi di San Casciano si inaugurano adesso anche nuove sale del Mann, appena restaurate, destinate ad ospitare le mostre temporanee del Museo”.
Washington (DC). Nuove scoperte e nuove risposte su “Nefertiti e il paesaggio funerario a Tell el-Amarna”, conferenza on line dell’egittologa Jacquelyn Williamson (George Mason University in Virginia) promossa dall’American Research Center in Egiypt (Arce). Registrazione obbligatoria su Zoom

La necropoli meridionale di Tell-el Amarna nell’Egitto centrale (foto arce)
Il sacro paesaggio funerario nel sito di Tell el-Amarna, la capitale del cosiddetto faraone “eretico” Akhenaton e della regina Nefertiti, non è ben compreso. Il principale centro di culto della nuova religione di Akhenaton era incentrato su un dio del sole chiamato Aton, ma sopravvivono poche informazioni per illuminare le credenze mortuarie dell’Atenismo. Sul tema interviene l’egittologa Jacquelyn Williamson nella conferenza “Nefertiti e il paesaggio funerario a Tell el-Amarna” organizzata dall’American Research Center in Egiypt (Arce) di Washington DC (USA). Appuntamento on line sabato 10 febbraio 2024, alle 13 (ora degli Stati Uniti orientali), le 19 di Roma. La conferenza si terrà su Zoom e per partecipare è necessario registrarsi inviando un’e-mail a arce.dc.news@gmail.com per richiedere un collegamento. L’evento dura un’ora 50 minuti per la lezione, 10 minuti per le domande e risposte. Le iscrizioni chiuderanno un’ora prima dell’inizio del talk. Nuove scoperte in città rispondono a domande su come interagivano le tombe e i templi e rivelano cosa potevano aspettarsi i morti non reali per la loro ricompensa eterna. Di ancora maggiore interesse è che queste scoperte rivelano che la religione di Amarna era più simile alle pratiche tradizionali egiziane di quanto pensassimo in precedenza.

L’egittologa Jacquelyn Williamson, professore associato alla George Mason University in Virginia (foto arce)
La dottoressa Jacquelyn Williamson, professore associato alla George Mason University in Virginia, è un’egittologa con un focus speciale sul genere e sul potere religioso. Il suo libro, Nefertiti’s Sun Temple: A New Cult Complex at Tell el-Amarna, parte della Harvard Egyptology Series di Brill, è stato pubblicato nel settembre 2016. La dottoressa Williamson è coinvolta nelle indagini in corso su Kom el-Nana a Tell el-Amarna in Egitto, il sito di un tempio del sole associato alla regina Nefertiti, che è l’argomento del suo primo libro. È stata membro di numerose missioni archeologiche in Egitto e ha lavorato in molti musei tra cui il museo Egizio del Cairo e l’Harvard Semitic Museum, e ha ricoperto incarichi di insegnamento e ricerca presso l’UC Berkeley, l’università di Harvard e l’università di Brandeis.
Siderno. In sala consiliare focus sulla “Brattea di Siderno. Il racconto di uno straordinario reperto”, splendida laminetta aurea conservata nel Complesso museale del Casino Macrì del parco di Locri Epizefiri
Il museo Archeologico di Locri Epizefiri va “Fuori museo”. Giovedì 8 febbraio 2024, alle 17, nell’aula consiliare di Siderno focus sulla “Brattea di Siderno. Il racconto di uno straordinario reperto”, scelto dal museo e parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri per la card di auguri del Natale 2023 che – ricordano al museo – ha suscitato moltissima curiosità e un rinnovato interesse del pubblico. Introduce e modera Giusy Massara, capogruppo di maggioranza del Comune di Siderno. Dopo i saluti del sindaco di Siderno Mariateresa Fragomeni, intervengono Vito Pirruccio, presidente dell’associazione museo della scuola “I care!”, ed Elena Trunfio, direttore del museo e parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri. Conclusioni affidate a Giacomo Maria Oliva, direttore del museo Diocesano e del Tesoro della cattedrale di Gerace.

La brattea di Siderno, laminetta aurea conservata nel complesso museale del Casino Macrì nel parco archeologico di Locri Epizefiri (foto drm-calabria)
Questa splendida laminetta aurea è conservata ed esposta nel Complesso museale del Casino Macrì sito entro il Parco archeologico nazionale di Locri Epizefiri. La laminetta è stata rinvenuta nel territorio di Siderno nel 1886, recuperata entro un podere della famiglia De Moja ed è datata al VII sec. d.C. Si tratta di una brattea aurea (sottile lamina d’oro lavorata a sbalzo) con raffigurata la celebre scena dell’adorazione dei Magi. Sulla superficie sono infatti ben visibili i tre sapienti (a destra) che offrono i doni al Bambino Gesù, sorretto dalla Madonna assisa in trono.
Bologna. Al museo civico Archeologico nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco, il più importante deposito dell’Età del Ferro italiana: nuova illuminazione, recupero delle vetrine ottocentesche e selezione del materiale esposto

Il nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)

La sala del ripostiglio di San Francesco nel suo allestimento originario ottocentesco al museo civico Archeologico di Bologna (foto Bologna Musei)
È pronto il nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco al museo civico Archeologico di Bologna e sarà presentato in anteprima, su invito, giovedì 8 febbraio 2024: si sono infatti conclusi i lavori per il nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco nella Sala Xb, una delle sale della Sezione Etrusca più amate dal pubblico e di straordinaria rilevanza scientifica per conoscere le dinamiche economiche e sociali dell’antica Bologna etrusca. Nel primo allestimento del museo civico, inaugurato nel 1881, i materiali del Ripostiglio furono esposti integralmente nella Sala XI. Fu solo all’inizio degli anni ’70 del Novecento che l’intero complesso fu trasferito nella Sala Xb. Per agevolare la comprensione e la fruizione delle migliaia di oggetti che compongono questo eccezionale complesso archeologico, l’intervento di riqualificazione ha interessato la revisione dell’impianto illuminotecnico ed espositivo con il recupero delle vetrine ottocentesche, rese più funzionali secondo gli attuali standard espositivi seppure intatte nel loro fascino originario, e una consistente selezione del materiale esposto rispetto al precedente ordine espositivo. Il nuovo allestimento della Sala Xb è stato realizzato anche grazie al contributo di Regione Emilia-Romagna, nell’ambito dei Piani 2019-2021 dell’ex IBC ora Settore Patrimonio Culturale, Fondazione Luigi Rovati (Milano) e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.

Materiali scoperti nel ripostiglio di San Francesco, conservato al museo civico Archeologico di Bologna (foto bologna musei)

Frammento metallico con iscrizione etrusca dal ripostiglio di San Francesco a Bologna (foto Unibo)
La scoperta del Ripostiglio di San Francesco, il più importante deposito dell’Età del Ferro italiana, avvenne nel 1877 quando l’ingegnere, architetto e archeologo Antonio Zannoni rinvenne, presso l’attuale Basilica di San Francesco a Bologna, un massiccio vaso di terracotta (dolio), sepolto tra i 2 e 3,25 metri di profondità al centro di una capanna villanoviana, contenente 14.838 oggetti metallici, tra interi e frammentari, sia di produzione locale che di altre provenienze, per un peso complessivo di oltre 14 quintali. La cronologia dei materiali va dalla fine dell’Età del Bronzo agli inizi del VII secolo a.C., data in cui avvenne la deposizione del grande vaso e l’accurata sistemazione del suo contenuto. Oltre al numero di pezzi, eccezionale risulta la varietà degli oggetti presenti, tra i quali figurano quasi tutte le categorie di manufatti in uso nella Prima Età del Ferro: armi, oggetti di ornamento e di prestigio, utensili e attrezzi si affiancano a frammenti di vasellame, lamine ritagliate, verghette, pani metallici di varie dimensioni, scarti di fusione e scorie. Zannoni e la maggior parte degli studiosi hanno interpretato il rinvenimento come riserva di metallo pertinente a una fonderia, occultata agli inizi del VII secolo a.C., per la presenza di oggetti semilavorati e rotti destinati alla rifusione, pani di metallo, carbone di cenere, cenere e tracce di ossido di bronzo. Accanto a questa, negli ultimi anni è stata proposta una diversa lettura che vede nel Ripostiglio di San Francesco una sorta di tesoro pubblico, forse deposto ritualmente in un’occasione speciale.
Turchia. La missione archeologica dell’università di Pisa a Doliche ha scoperto l’archivio dell’antica città fondata dai Seleucidi, successori di Alessandro Magno, e distrutta dal re persiano Shapur I. Ritrovate più di 2000 impronte in terracotta (bullae) usate per sigillare i documenti in papiro e pergamena, pubblici e privati

Doliche (Turchia): l’area di scavo della missione archeologica dell’università di Pisa. Scoperto l’archivio della città seleucide (foto unipi)
“Dagli scavi dell’antica città di Doliche, situata nel sud-est dell’odierna Turchia, emergono i resti di un edificio che, grazie alle numerose impronte di sigillo in terracotta ritrovate dagli archeologi, è stato possibile identificare come l’antico archivio cittadino, il luogo in cui venivano conservati i documenti in papiro e pergamena. Sono questi i primi risultati della missione archeologica che l’università di Pisa ha intrapreso la scorsa estate in collaborazione con l’università di Münster a Doliche, città nota nell’antichità come uno dei centri urbani più importanti dell’antica Siria del Nord. Fondata sotto i successori di Alessandro Magno (i Seleucidi), era stata chiamata come molte altre fondazioni di quella zona col nome della città greca da cui i coloni provenivano: Doliche in Tessaglia, vicino al Monte Olimpo”. Ne dà notizia il magazine Unipinews con un articolo pubblicato il 31 gennaio 2024.

Doliche (Turchia): migliaia di bullae scoperte dalla missione archeologica dell’università di Pisa nell’archivio della città antica (foto unipi)
“Il sito dell’antica Doliche è stato oggetto di indagini tedesche già dagli anni ’70 del secolo scorso”, spiega Margherita Facella, professoressa di Storia greca all’università di Pisa e direttrice della missione pisana. “Dal 2015 un team internazionale sotto la guida del professor Engelbert Winter ha condotto prospezioni e scavi, portando alla luce i resti di alcuni edifici pubblici, tra cui delle terme romane. Accanto a queste terme, erano stati identificate le tracce di un’altra costruzione, ora parzialmente scavata dai nostri archeologi. Si tratta di un archivio cittadino, come rivelano le numerose impronte di sigillo in terracotta qui trovate: più di 2000 impronte (cosiddette bullae) sono state recuperate nell’area e sottoposte, laddove possibile, a pulizia e restauro. Le impronte di sigillo indicano chiaramente che qui venivano conservati documenti scritti su papiro e pergamena, andati poi distrutti a causa di un incendio”.

Michael Blömer, professore dell’università di Munster e visiting professor dell’università di Pisa nel 2023, e Margherita Facella, professoressa di Storia greca all’università di Pisa, co-direttori della missione archeologica dell’università di Pisa a Doliche, in Turchia (foto unipi)
Gli antichi documenti venivano sigillati con cordicelle attorno alle quali erano posti grumi di argilla di piccole dimensioni (0,5-2 cm), spesso frammentate e difficili da riconoscere a occhio nudo. Su questa argilla venivano impressi anelli, decorati o iscritti, così da poter sigillare i documenti e impedirne l’apertura. Solo nel caso in cui un archivio sia stato distrutto da un grave incendio, le impronte dei sigilli si possono conservare, in quanto cotte e dunque indurite, mentre i documenti periscono nel fuoco: “Le poleis dell’Oriente ellenistico e romano dovevano certamente possedere archivi per la conservazione di documenti di carattere amministrativo e legale – aggiunge la professoressa Facella –. La loro sopravvivenza, tuttavia, è un evento assai raro, possibile solo in caso di incendio e successivo abbandono dell’edificio. Infatti, se da una parte il fuoco causa la distruzione dei documenti, dall’altra consente la cottura dell’argilla cruda su cui i sigilli sono impressi, garantendone così la sopravvivenza. Nel 253 d.C., il re persiano Shapur I distrusse numerose città nella provincia romana della Siria, inclusa Doliche, come conseguenza di una sanguinosa guerra tra l’Impero Romano e quello dei Sasanidi”.

Doliche (Turchia): due bullae scoperte dalla missione archeologica dell’università di Pisa: a sinistra, Giove Dolicheno stringe la mano ad imperatore romano; a destra, Tyche seduta (foto unipi)
Uno studio preliminare di questi materiali rivela che si tratta sia di sigilli privati come di sigilli ufficiali della città. “Le immagini sui sigilli ufficiali della città sono direttamente collegate alla città. Di solito mostrano le divinità più importanti come Giove Dolicheno, il dio principale della città”, spiega Michael Blömer, professore dell’università di Munster e visiting professor dell’università di Pisa nel 2023, che ha co-diretto gli scavi. “Le impronte dei sigilli privati più piccoli mostrano una vasta gamma di immagini e simboli che dicono molto sul patrimonio culturale e religioso degli abitanti di Doliche. Figure mitiche e rari ritratti privati indicano una forte influenza greco-romana su questa regione a metà fra Oriente e Occidente”. Lo studio di queste impressioni è quindi del tutto essenziale per ricostruire non solo la realtà amministrativa di una città, ma anche il suo tessuto culturale e religioso.

Missione archeologica dell’università di Pisa: l’area dello scavo nell’antica città di Doliche in Turchia (foto unipi)
“Siamo felici dei risultati di questa prima campagna e siamo grati al rettore Riccardo Zucchi e al professor Federico Cantini, delegato per la promozione della ricerca nel settore delle scienze sociali e umanistiche, per il sostegno economico e a tutto il personale amministrativo che ci ha affiancato in questo lavoro”, conclude la professoressa Facella. “A nostro avviso è anche importante che il progetto interessi una zona recentemente colpita da un devastante terremoto, in cui l’investimento di risorse è di sicuro aiuto per la popolazione, che ha trovato nelle strutture della missione archeologica un rifugio e da parte del gruppo di ricerca un aiuto concreto. La valorizzazione del patrimonio archeologico a fini turistici sarebbe poi indubbiamente un apporto significativo alla ripresa di questa regione, che vive molto di turismo interno ed esterno”.
Archeologia preventiva. In centro storico a Verona scoperte tre strade antiche (ottocentesca, rinascimentale, medievale) sovrapposte durante i lavori per il potenziamento della linea elettrica

Stradone Maffei a Verona: la trincea con la strada acciottolata ottocentesca e, più sotto. quella rinascimentale (foto sabap-vr)
Da un acciottolato ottocentesco a una strada rinascimentale fino a una glareata medievale scoperte nel cuore di Verona, ma senza arrivare al livello del basolato romano: è stato come sfogliare il libro del tempo lungo stradone Maffei e stradone San Fermo in occasione dello svolgimento di lavori di potenziamento dell’infrastruttura elettrica pianificati con la Fondazione Milano Cortina 2026 e il Comitato Olimpico Internazionale: gli scavi di V RETI, condotti sotto la supervisione della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Verona e preceduti dalle indagini archeologiche, così come stabilito in un accordo siglato appositamente tra l’Azienda e la soprintendenza nel mese di maggio 2023, hanno messo in luce una sequenza di strade precedenti l’attuale.

Stradone Maffei a Verona: la strada acciottolata del XV secolo emersa nello scavo per la posa dei sottoservizi (foto sabap-vr)
Subito al di sotto della carreggiata è emerso l’acciottolato ottocentesco ben noto da immagini fine XIX sec- inizi XX sec., praticamente immorsato nell’asfalto. A una quota variabile tra -40 e -70 cm si sta mettendo in luce una bella strada in ciottoli con inserzioni di ghiaia, databile verosimilmente intorno al XV sec. e rimasta in uso fino all’XIX sec., come suggerito da una moneta napoleonica ritrovata sul battuto. Ancora, al di sotto, a circa -1 m è emersa una strada glareata, forse attribuibile a epoca medievale.

Strada glareata medievale scoperta in stradone Maffei a Verona (foto sabap-vr)
Gli scavi non supereranno questa profondità, ma va ricordato che ancora al di sotto dovrebbe trovarsi la strada romana basolata, vista nel 1556 dietro le absidi di San Fermo, riscoperta nel 1973 e oggi in parte visibile in una botola presso la cappella settentrionale.

Stradone Maffei a Verona: la strada acciottolata del XV secolo emersa dallo scavo per la posa dei sottoservizi (foto sabap-vr)
Le indagini legate alla posa dei sottoservizi, sempre molto difficili per la loro ubicazione in mezzo o ai margini delle carreggiate stradali e in pieno traffico, si confermano un’occasione importantissima per la conoscenza archeologica della città e per ricostruire, come in questo caso, il volto urbanistico della città medievale e moderna.
Londra. Al British Museum apre la mostra “Legion, life in the Roman army / La vita della legione nell’esercito romano” che esplora la vita nelle comunità militari stanziali dalla Scozia al mar Rosso. Da Ercolano preziosi reperti tra cui lo scheletro di un soldato col suo corredo

Al British Museum di Londra la mostra “Legion, life in the Roman army / La vita della legione nell’esercito romano” dal 1° febbraio al 23 giugno 2024

Elementi del cinturone di un soldato romano in partenza da Ercolano per Londra (foto paerco)
Ercolano in mostra al British Museum di Londra. Lo scheletro di un soldato con un suggestivo corredo, alcune monete, un gladio, un pugnale e un cinturone prestati dal parco archeologico di Ercolano, oltre agli arnesi da lavoro, questi ultimi di ritorno dalla mostra “Materia” appena conclusa alla Reggia di Portici, dal 1° febbraio 2024 e fino al 23 giugno 2024, nella stanza 30 Sainsbury Exhibitions Gallery del British Museum sono esposti nella mostra “Legion. Life in the Roman army / La vita della legione nell’esercito romano”, una delle più attese dell’anno. Scriveva Vegezio nel IV secolo: “Pochi uomini nascono coraggiosi. Molti lo diventano per la cura e la forza della disciplina”.

Elmo in lega di rame da Londra (1-100 d.C.) e guancia dal Tamigi a Kew (Inghilterra) (1-100 d.C.) conservati al British Museum di Londra (foto british museum)

Moneta trovata nella sepoltura di un soldato romano a Ercolano in partenza per Londra (foto paerco)
Com’era la vita nell’esercito romano dal punto di vista di un soldato? Che cosa pensavano le loro famiglie della vita nel forte? Come reagì il neo-conquistato? “Legion” esplora la vita nelle comunità militari stanziali dalla Scozia al Mar Rosso, racconta dalla vita familiare nel forte alla brutalità del campo di battaglia, facendo rivivere la macchina da guerra di Roma attraverso le persone che la conoscevano meglio: i soldati che vi hanno prestato servizio. L’impero romano si estendeva per più di un milione di miglia quadrate e doveva la sua esistenza alla sua potenza militare. Promettendo la cittadinanza a coloro che ne erano sprovvisti, l’esercito romano – la prima forza combattente moderna e professionale dell’Occidente – divenne anche un motore per la creazione di cittadini, offrendo una vita migliore ai soldati sopravvissuti al loro servizio.

Copertina del catalogo della mostra “Legion, life in the Roman army” di Richard Abdy (foto british museum)
La mostra trasporta i visitatori attraverso l’impero, così come attraverso la vita e il servizio di un vero soldato romano, Claudio Terenziano, dall’arruolamento e dalle campagne all’occupazione e infine, nel caso di Terenziano, al pensionamento. Gli oggetti includono lettere scritte su papiri da soldati dell’Egitto romano e le tavolette di Vindolanda, alcuni dei più antichi documenti manoscritti sopravvissuti in Gran Bretagna. Le tavolette, provenienti dal forte vicino al Vallo di Adriano, rivelano in prima persona com’era la vita quotidiana dei soldati e delle donne, dei bambini e degli schiavi che li accompagnavano.

Paio di scarpe per bambini in pelle da Vindolanda, vicino al Vallo di Adriano (Inghilterra) (43-110 d.C.) (foto vindolanda trust)
La storia militare romana risale forse al VI secolo a.C., ma fu solo con il primo imperatore, Augusto (63 a.C. – 14 d.C.), che il soldato divenne una scelta di carriera. Mentre le ricompense della vita militare erano allettanti – coloro che facevano parte delle legioni potevano guadagnare una pensione sostanziosa e coloro che entravano nelle truppe ausiliarie potevano ottenere la cittadinanza per se stessi e le loro famiglie – i pericoli erano reali. I soldati erano visti con timore e ostilità dai civili – non aiutati dai loro abusi casuali e dai loro ruoli extra come carnefici e esecutori dell’occupazione – e potevano fare una brutta fine sia sul campo di battaglia. I ritrovamenti in Gran Bretagna includono i resti di due soldati probabilmente assassinati e sepolti clandestinamente a Canterbury, suggerendo una resistenza locale.







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