Ercolano. Un team internazionale del Cnr è riuscito a leggere (senza aprirli) due rotoli papiracei della famosa Villa dei Papiri dove fu rinvenuta l’unica biblioteca conservata del mondo antico: “Un risultato eccezionale”
Era il 19 ottobre 1752 quando a Ercolano, in fondo a un pozzo profondo molti metri scavato nella lava, le ricerche dirette da Roque de Alcubierrre, affiancato da Karl Weber, portarono a scoprire 1800 rotoli papiracei, l’unica biblioteca completa giuntaci dal mondo antico. Fu proprio quell’eccezionale rinvenimento che diede il nome alla villa, la Villa dei Papiri, realizzata dalla famiglia dei Pisoni, rimasta sommersa nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da una colata di fango. E sedici secoli dopo, nel 1631, un’ennesima eruzione coprì la zona sotto uno spesso strato di lava. E la villa di Papiri fu sepolta da venticinque ai trenta metri di materiale piroclastico. La prima fase di scavi si concluse nel 1761; un’ulteriore, breve, campagna di indagini si ebbe tra il 1764 ed il 1765 con la partecipazione di Francisco la Vega e Camillo Paderni: in seguito, a causa delle esalazioni tossiche di mofete, vennero chiusi tutti i pozzi di aerazione ed i cunicoli. Le indagini della Villa dei Papiri ripresero nel 1980 quando venne nuovamente localizzata, seguendo anche le antiche piante borboniche, mentre le operazioni di scavo a cielo aperto iniziarono nel 1985; un’altra fase di scavo si ebbe tra il 1996 ed il 1998, mentre dal 2002 fu messa in opera un’azione di bonifica tramite l’utilizzo di pompe idrovore, per tenere costantemente all’asciutto la parta esplorata: gli ambienti visibili si limitano all’atrio, alla basis villae ed alcune stanze di un livello inferiore.
Ma se la villa è ancora in gran parte sepolta sotto la lava, i rotoli papiracei, oggi conservati alla Biblioteca nazionale di Napoli, sono disponibili, anche se il loro stato di conservazione li rende fragilissimi. Ma la scienza ci è venuta i soccorso. E con risultati eccezionali. Ora possiamo aprire e leggere virtualmente i famosi papiri di Ercolano. È quanto è riuscito a compiere un team internazionale di ricercatori del Cnr, guidato dagli Istituto di nanotecnologia (Nanotec-Cnr) e Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee (Iliesi-Cnr), unendo varie competenze provenienti dall’ambito della fisica, della matematica, dell’ingegneria, della papirologia fino ad arrivare alla paleografia e alla filologia classica. Lo annuncia la rivista Scientific Reports, che pubblica la ricerca curata da diverse strutture, tra cui l’European Synchrotron Radiation Facility (Esrf) di Grenoble (Francia), il laboratorio di tomografia del Nanotec-Cnr di Roma, i laboratori di fisica dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Università della Calabria. È stata infatti creata una tecnologia all’avanguardia che permette di accedere ai testi contenuti negli antichi rotoli senza svolgerli, così da preservare la loro integrità.
“Abbiamo analizzato due rotoli ercolanesi della collezione con una tecnica avanzata di tomografia a raggi X, solitamente utilizzata in ambito medico, e applicato una serie di algoritmi di analisi dei dati, sviluppati ad-hoc per lo svolgimento virtuale. Questa tecnica che utilizza luce di sincrotrone ha la caratteristica di amplificare il contrasto tra la scrittura e il papiro, così da ndividuare e distinguere al meglio il testo al suo interno”, spiega Alessia Cedola, ricercatrice di Nanotec-Cnr. “Ciò ha permesso un’accurata indagine della struttura interna e della scrittura. Già un altro gruppo del Cnr guidato da Vito Mocella dell’Istituto per la microelettronica e microsistemi ha recentemente applicato la stessa tecnica per lo studio di papiri di Ercolano, ma i risultati ottenuti ora imprimono un impulso significativo allo stato dell’arte attuale, poiché finalmente si è riusciti a svolgere virtualmente i papiri rivelando così una parte significativa del testo, scritto esclusivamente in lingua greca, e nascosto all’interno”. E Graziano Ranocchia di Iliesi-Cnr: “La lettura del testo greco, decifrato grazie alle competenze presenti nel nostro istituto ha dato voce a illustri filosofi greci della scuola di Epicuro e alle loro opere inedite, finora solo in parte riportate alla luce. Tali scoperte potrebbero essere in grado di rivoluzionare le nostre conoscenze nel campo della storia della filosofia antica e della letteratura classica”.
Oltre al contenuto dei testi, l’analisi ha permesso di acquisire altre informazioni preziose. Lo svolgimento dei due rotoli ne ha svelato la storia, portando alla luce elementi interessanti a noi prima ignoti, come tipologie scrittorie diverse, un’erronea associazione di un papiro ad una porzione già scoperta in passato e la presenza di sabbia e piccoli sassi all’interno, probabilmente provenienti dagli eventi catastrofici che precedettero l’eruzione pliniana. “Le molteplici competenze accumulate in questo campo dal Cnr lasciano sperare in una svolta sostanziale nella nostra conoscenza della biblioteca della Villa dei Papiri”, concludono i direttori degli Istituti Iliesi e Nanotec-Cnr, rispettivamente Antonio Lamarra e Giuseppe Gigli.
Alla ricerca delle lingue perdute: dal retico al venetico, dall’osco-umbro all’etrusco. A Verona seconda tappa del gruppo di ricerca europeo che censisce e valorizza le lingue frammentarie d’Europa

Tavoletta scrittoria con caratteri dell’alfabeto venetico conservata al museo Archeologico atestino di Este
Alla ricerca delle lingue perdute: dal retico al venetico, dall’osco-umbro all’etrusco. Fa tappa a Verona la Seconda Training School promossa dal gruppo di ricerca europeo AELAW (COST Action “Ancient European Languages and Writings”) costituito nel 2014 per censire e valorizzare le lingue frammentarie d’Europa, di cui l’Italia detiene il primato con oltre 15mila iscrizioni in etrusco, osco, umbro, venetico, messapico, retico, camuno, leponzio e altre lingue di minore entità. A due anni dalla prima scuola di formazione sulle lingue frammentarie della Spagna preromana, tenutosi a Jaca (sui Pirenei), il progetto, finanziato dall’Unione Europea, fa ora tappa nella città scaligera dove dal 5 all’8 settembre 2016 al centro studi sulle interazioni tra popoli Alteritas con sede nel Seminario vescovile. La rete scientifica con capofila l’università di Saragozza, e composta da 24 centri di ricerca e 40 ricercatori, in rappresentanza di 13 Paesi europei, farà il punto sulle iscrizioni italiche di età pre-romana. E c’è anche un obiettivo ambizioso. “Entro il 2019, il gruppo di ricerca si è posto l’obiettivo di pubblicare dei piccoli volumi a scopo divulgativo, restituire ai centri di ricerca e atenei d’Europa validi strumenti di studio di tali lingue, e formare una nuova classe di giovani ricercatori europei”, spiega la vice presidente del progetto Simona Marchesini, coordinatore scientifico di Alteritas, “che tengano vivo lo studio di questo patrimonio culturale che nonostante il notevole rilievo per la storia d’Europa è a rischio smarrimento anche nei vari atenei e centri di ricerca”. Un esempio concreto è dato dalla recente la pubblicazione sul celtiberico, lingua frammentaria della Spagna, a cura del professor Francisco Beltrán.
La prof. Marchesini, tra i pochi specialisti al mondo di Messapico e Retico, ne è sicura: “È proprio nella comunicazione dei popoli “minoritari” del mondo antico, dissoltisi nei processi di romanizzazione, infatti, che rinveniamo informazioni utili anche con riguardo ai popoli moderni. Informazioni storiche, geografiche, religiose ma soprattutto anagrafiche: studiando i nomi di persona e la loro mobilità riusciamo a ricostruire la storia sociale di questi popoli, le loro reciproche relazioni e i motivi della loro scomparsa”. E precisa: “Già nel mondo antico infatti i viaggi a lunga distanza, le relazioni commerciali tra comunità consentivano la condivisione di molti aspetti della cultura materiale e immateriale, quali il bere, il mangiare, gli usi del vestire, ma anche aspetti più speculativi come la poesia, la musica o la religione”.
Molto articolato il programma della tappa veronese coordinata da Francisco Beltrán (Chair), dell’Universidad de Zaragoza, e da Simona Marchesini (Vice Chair), Alteritas di Verona, e con la partecipazione di alcuni dottorandi del dipartimento Culture e Civiltà dell’università di Verona diretto dal prof. Alfredo Buonopane (Storia Romana). Interverranno specialisti delle lingue dell’Italia preromana, da quelle del Nord Italia come il leponzio (presente dal Piemonte al Veneto occidentale), il camuno (in Valcamonica), il retico (lingua dei Reti, stanziati in Trentino, in Alto Adige e in parte del Veneto occidentale) e il venetico (la lingua indoeuropea attestata in Veneto, di cui conosciamo circa 600 iscrizioni), a quelle del Centroitalia, quali l’etrusco, l’osco, l’umbro e altre lingue Italiche, fino a quelle del Sud, tra cui il messapico (in Puglia), l’elimo e il siculo-sicano in Sicilia. E poi ci sarà un collegamento via Skype con il prof. Rex Wallace dell’Università di Amherst (Massachusetts) che sta studiando l’iscrizione di una grande stele etrusca appena emersa da scavi americani sul Mugello (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/08/27/toscana-il-27-agosto-dichiarato-giornata-degli-etruschi-che-apre-le-celebrazioni-etrusche-eventi-in-20-comuni-a-firenze-mostra-dei-tesori-inediti-dellantico-santuario-etr/) e con il gruppo di studio del progetto archeologico di Roca (Melendugno, Puglia) che, grazie a recenti rilevamenti 3D, sta rinnovando il censimento delle centinaia di iscrizioni messapiche ancora inedite, rinvenute nella celebre e affascinante Grotta Poesia.
Durante il meeting, l’équipe di ricercatori, dottorandi e assegnisti, insieme agli specialisti più accreditati, proseguirà quel confronto portato avanti con periodici incontri in diverse sedi europee per scambiarsi risultati, spunti di metodo, e fare il punto su alcuni gruppi di lingue, determinare i criteri adatti alla pubblicazione di queste risorse, elaborare contenuti per il sito web (http://elaw.unizar.es/), scambiarsi gli strumenti per lo studio delle lingue frammentarie (cosiddette per lo stato in cui ci vengono dal tempo restituite). Alcune di queste, infatti, come il venetico, l’osco umbro, il leponzio e il celtiberico erano imparentate nel ceppo linguistico indoeuropeo. Altre, come l’etrusco e il retico, peraltro correlate, formavano una famiglia linguistica autonoma.
Preistoria. Da settembre 2016 missione italiana nel Borneo (Indonesia) con due archeologi molisani (Università di Bali e di Ferrara) alla ricerca dell’Uomo di Giava (Homo Erectus) nella grande grotta di Batu Hapu
Due archeologi di origine molisana alla ricerca dell’uomo di Giava (Homo Erectus) nell’isola indonesiana del Borneo. Il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, con l’appoggio dell’ambasciata d’Italia a Giacarta (Indonesia), ha approvato la missione italiana nel Borneo, al via in questi giorni di settembre 2016. Il progetto di ricerca è diretto dal prof. Michele Raddi, dell’università Udayana di Bali (Indonesia), e dal dott. Giuseppe Lembo, dell’università di Ferrara, direttore scientifico della missione che si ripromette di studiare e tentare di ricostruire il primo insediamento della popolazione indonesiana con l’applicazione delle più recenti metodologie e tecnologie di ricerca archeologica. Il prof. Raddi è già a Giacarta dal 9 agosto “per preparare per così dire il terreno alla missione”, fa sapere, “missione che si svolge in uno dei luoghi più selvaggi ma che considero più affascinanti ed interessanti del pianeta: prezioso scrigno di biodiversità e archeologia che ha tanto da raccontare”. Raddi dirigerà l’attività tecnica e rappresenterà la componente indonesiana del progetto come professore dell’università di Bali. Il collega Giuseppe Lembo dell’Università di Ferrara è invece – come si diceva – il direttore della missione italiana in Borneo e partecipa alle ricerche archeologiche del sito con un gruppo di ricercatori dell’università di Ferrara, di Roma La Sapienza, dell’universitat Roviri et Virgili di Terragona e dell’università Udayana di Bali.

Il prof. Michele Raddi del’università Udayana di Bali, direttore del progetto di ricerca a Batu Hapu
Le ricerche si concentreranno nella grotta di Batu Hapu, nell’area del Kalimantan, Borneo indonesiano, una perla ambientale, terra degli orang hutan (in indonesiano significa “persona della foresta”), terra anche della scimmia Nausica o Narvalis Larvatus, che ha il naso a forma di una piccola proboscide. “È un luogo meraviglioso”, spiega Raddi, “un luogo difficile da affrontare. Perciò bisogna prepararsi bene: non solo per quanto riguarda l’equipaggiamento ma soprattutto fisicamente. Sono luoghi selvaggi. È necessario essere in salute per recarvisi. Ma posso dire che noi archeologi siamo piuttosto vaccinati per questi luoghi, siamo preparati: insomma abbiamo gli anticorpi”.
La missione opererà dunque nella grotta di Batu Hapu, una grotta enorme, che è anche un sito archeologico vastissimo, posto su più livelli, frequentato fin dalla preistoria. “È uno dei siti archeologicamente più importanti e più interessanti del Borneo. Si trova in un territorio molto esteso e ricco che potrà raccontare e testimoniare la presenza e la vita dell’uomo di Java (Homo Erectus), dei primi insediamenti all’interno delle grotte”. Purtroppo, come rileva Raddi, “non è un sito conservato come si dovrebbe: nel tempo è stato utilizzato per la raccolta del guano degli uccelli per l’agricoltura, alcune pareti sono state intaccate, tuttavia data la grandezza del sito si possono raccogliere e studiare tantissimi altri reperti, disegni, pitture e così via”. Il progetto ha anche lo scopo di insegnare agli studenti locali le nuove metodologie di scavo, come condurre uno scavo in maniera corretta, come documentare e catalogare i vari reperti. Raddi chiude con un auspicio e un appello: “La missione è al via, inizia ma servono fondi per farla poi continuare il più possibile. Servono sponsor che ci aiutino in questo progetto così scientificamente importante. Speriamo che qualcuno si faccia avanti per poter dare la possibilità di approfondire la conoscenza e lo studio delle nostre origini: delle origini del mondo”.
Archeologia medievale in Sardegna. Nel parco archeologico di Mesumundu la Scuola estiva dell’università di Sassari scava in un villaggio “testimone” del passaggio dall’epoca romana a quella bizantina
Siamo nel “mondo di mezzo” della Sardegna settentrionale. Non solo geograficamente, ma – grazie alle ricerche archeologiche – temporalmente: un ponte tra Roma e il Medioevo. L’etimologia dei toponimi non sembra lasciare molti margini al dubbio, sia per quanto riguarda il territorio, il Meilogu (letteralmente: il “luogo mediano”, dal latino medius locus, della regione del Logudoro, in provincia di Sassari), sia per quanto attiene il sito archeologico oggetto del nostro approfondimento, Mesumundu (letteralmente: “mezzo mondo”, quindi ancora una volta un “luogo mediano”, visto che si trova al centro del Giudicato di Logudoro; ma, per gli studiosi, il nome potrebbe anche riferirsi alla cupola dell’edificio, vista come un emisfero, cioè come un “mezzo mondo”, di fattura tardo-romana, in origine un edificio termale, poi adibito a chiesa cristiana dedicata a Nostra Segnora de Mesumundu, altrimenti detta Santa Maria in Bubalis). Mesumundu, nel comune di Siligo, provincia di Sassari, è oggi un parco archeologico esteso per oltre un ettaro in una valle alluvionale vicino a un antico percorso già esistente in età protostorica e ripreso in età romana. Numerose le tracce dell’uomo presenti dall’epoca prenuragica a quella medievale: in particolare c’è un’ampia zona ricca di reperti ceramici, prevalentemente di epoca romana. Tra gli edifici di epoca romana, tra cui le terme, oggi sono in prevalenza rovine di murature e materiali di crollo. Si nota ancora un frammento dell’acquedotto, che convogliava le acque termali dalla sorgente di S’Abba Uddi, e i resti di una fornace per la produzione di laterizi. Inoltre nel parco archeologico, adiacente alla chiesa di Nostra Signora di Musumundu, vi è una necropoli con sepolture risalenti al VI-VII secolo d.C.
A Mesumundu si è da poco conclusa la sesta campagna di scavo della Scuola estiva di archeologia medievale (Seam) del dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’università di Sassari, diretto dal prof. Marco Milanese, ordinario di Archeologia medievale, cui hanno partecipato 30 fra studenti, laureati, dottorandi e dottori di ricerca in archeologia di sette università, italiane e straniere, da Sassari a Parigi, da Lione a Barcellona, da Murcia a Napoli, a Cagliari. Mesumundu è oggetto di scavi archeologici dall’Ottocento. Si conoscono almeno sei interventi ufficiali e un numero imprecisato di scavi clandestini o non autorizzati. “Pur essendo poco conosciuto”, fa notare il prof. Milanese, “è un sito strategico, un central place per la storia del Meilogu, regione storico-geografica della Sardegna che può essere considerata una sub-regione del Logoduro, famoso per la cosiddetta valle dei Nuraghi, un luogo in cui leggere modi e tempi del passaggio dal mondo romano a quello medievale e costruire un caso di studio che possa essere utilizzato per capire questa transizione in Sardegna e nel bacino del Mediterraneo”. E continua: “In quest’area vulcanica le acque termali vennero sfruttate dall’impianto di un complesso termale in epoca imperiale romana (II secolo d.C). Le vicinissime sorgenti di S’Abba Uddi furono captate con un piccolo acquedotto e sfruttate per le terme; ad esse doveva essere associato un tempio delle sorgenti termali, la cui ubicazione è ancora da identificare. Lo stabilimento termale fu restaurato probabilmente dopo 150 anni circa dalla sua realizzazione (fine III – inizio IV secolo d.C.), fino al suo abbandono che sembrerebbe essere sopraggiunto nel V secolo d.C. In età bizantina, alla fine del VI secolo, le terme furono rase al suolo e i materiali da costruzione vennero riutilizzati per la costruzione della chiesa, voluta da un gruppo aristocratico bizantino insediato in questo territorio. Uno dei temi di fondo della campagna di scavo a Mesumundu è anche quello di far luce sull’insediamento monastico cassinese che nel 1065 – a seguito di una donazione giudicale al monastero di monte Cassino – avrebbe interessato l’area in questione (Santa Maria di Bubalis) e il vicino Monte Santo”.

Studenti, laureati, dottorandi e dottori di ricerca in archeologia impegnati nello scavo del villaggio medievale di Mesumundu
La sesta campagna di scavo è stata un successo, come riferisce ancora il direttore della missione: “Mesumundu è stato un villaggio rurale tra il V e il VII sec. d.C.: i ritrovamenti effettuati in un mese di ricerche ci permettono di fare scoperte interessanti a livello regionale e nazionale sul passaggio dall’epoca romana a quella bizantina. La campagna di scavi è stata davvero più proficua delle attese. Rispetto alle conoscenze già disponibili sono emersi rilevamenti molto importanti, sono venute alla luce strutture completamente sconosciute e inattese, una consistente popolazione rurale si è insediata nell’area delle terme dismesse e ha costruito lì le proprie abitazioni”.
Preistoria. In una grotta in Sudafrica trovato su un piede di un fossile di ominide di 1,7 milioni di anni fa il tumore maligno più antico finora noto

Il frammento di osso del piede di ominide di 1,7 milioni di anni fa con la presenza di un tumore maligno
Chi pensava che il tumore fosse legato alle cattive abitudini e all’inquinamento della vita moderna si dovrà ricredere. La smentita ci arriva da molto lontano: dalla preistoria. Risale infatti a ben 1,7 milioni di anni fa il primo tumore maligno – un osteosarcoma – mai rinvenuto in un antenato dell’uomo. Lo ha scoperto un team internazionale di ricercatori guidato da scienziati della University of the Witwatersrand’s Evolutionary Studies Institute e del South African Centre for Excellence in PalaeoScience, che ne hanno dato notizia in due articoli su “South Africa Journal of Science”. Il tumore maligno è stato rinvenuto su un osso del piede datato appunto a circa 1,7 milioni di anni fa proveniente dal sito di Swartkrans in Sudafrica. Questa prova spinge indietro alla più remota preistoria la testimonianza più antica di questa malattia. Ma la ricerca continua. Come ricorda sempre la stessa rivista scientifica, un team di scienziati ha identificato un tumore – ma questa volta benigno – nelle vertebre di un esemplare bambino di Australopithecus sediba, noto come Karabo, scoperto nel sito di Malapa, sempre in Sudafrica, risalente a quasi due milioni di anni fa. Prima del ritrovamento nella grotta di Swartkrans, il tumore più antico era stato trovato nella costola di un uomo di Neanderthal “vecchio” circa 120mila anni. Per Edward Odes, dottorando della Wits e autore principale dello studio, “la medicina moderna tende a ritenere che i tumori negli esseri umani siano malattie causate da stili di vita e ambienti moderni. I nostri studi mostrano che l’origine di queste malattie è più antica, e che erano colpiti anche i nostri parenti, milioni di anni prima che esistessero moderne società industriali”.
Archeologia subacquea. Allestito all’aeroporto di Palermo un angolo culturale con i “Codici” venuti dal mare: preziose testimonianze del commercio del lusso del XVIII secolo. L’obiettivo: promuovere il patrimonio culturale siciliano fin dall’arrivo al terminal

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo trovato nei fondali del Canale di Sicilia: nello stesso punto, dieci anni dopo, sono stati recuperati i “codici” del XVIII secolo
Era il luglio 1997 quando dai fondali del Canale di Sicilia il peschereccio “Capitan Ciccio”, della flotta marinara di Mazara del Vallo, comandato dal capitano Francesco Adragna, ripescava una gamba di una scultura bronzea. E quasi un anno dopo, a maggio, lo stesso peschereccio riportava a galla, da 500 metri sotto il livello del mare in cui era adagiata, gran parte del resto della scultura, che inizialmente si pensava rappresentasse Eolo e oggi è riconosciuta come il Satiro danzante di Mazara del Vallo. E proprio in quello stesso tratto di mare i fondali hanno restituito antichi Codici ora esposti all’aeroporto “Falcone e Borsellino” grazie a un accordo tra la soprintendenza del Mare dell’assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana e la Gesap, la società di gestione dello scalo palermitano, che punta a divulgare e promuovere il patrimonio culturale sommerso, sin dall’arrivo nel terminal.

La “Pietra di Palermo” conservata al museo Archeologico nazionale Salinas di Palermo: una copia è esposta all’aeroporto di Palermo

“Europa e il Toro” rappresentata su una piccola metopa dal tempio Y di Selinunte, conservata al Salinas di Palermo
Per lo scalo siciliano non è certo una “prima” assoluta. Attualmente infatti ospita due fedeli riproduzioni di altrettanti capolavori venuti dal passato: la “Pietra di Palermo” (frammento di una stele in diorite nera di fondamentale importanza per la ricostruzione delle fasi più antiche della storia egiziana: porta infatti inciso su entrambi i lati l’elenco dei faraoni d’Egitto dalla prima alla quinta dinastia, i nomi delle loro madri e il livello raggiunto anno per anno dalle piene del Nilo) e la piccola “Metopa da Selinunte” (proveniente dal tempio Y di Selinunte, quello delle piccole metope, è una delle più antiche rappresentazioni del mito di Europa ed il Toro di età arcaica in Occidente). Entrambi gli originali sono conservati al museo archeologico nazionale Salinas di Palermo, recentemente aperto al pubblico (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/28/palermo-il-museo-archeologico-nazionale-antonino-salinas-con-le-ricche-collezioni-di-arte-punica-e-greca-e-stato-riaperto-al-pubblico-dopo-un-lungo-restauro-oltre-duemila-reperti/). E ora dunque il “Falcone e Borsellino” si arricchisce di un altro spazio dedicato ad opere e reperti storici, con lo scopo di creare in anteprima un percorso del patrimonio storico/culturale dell’Isola.

Uno dei “codici” venuti dal mare: il libro in pergamena di 40 pagine, prezioso reperto del XVIII secolo
Il “Codice” da 40 pagine, prestigioso reperto del XVIII secolo, in pelle di razza, presentato in aeroporto dal soprintendente del mare Sebastiano Tusa, dal presidente e dall’amministratore delegato della Gesap, Fabio Giambrone e Giuseppe Mistretta, e da Alessandra De Caro, responsabile dell’unità operativa Divulgazione e promozione del patrimonio culturale sommerso, Museo del Mare – Arsenale della Marina Regia, è custodito in una teca allestita nei pressi del gate 15. In un’altra teca, invece, c’è il foglio unico di oltre tre metri in pelle di razza. I passeggeri potranno osservare da vicino tutta la bellezza dei due rari reperti. Lo spazio espositivo è inoltre arricchito da tutte le informazioni sul reperto, dal suo ritrovamento nei fondali del Canale di Sicilia agli studi e alla conservazione. “Un altro tesoro di particolare e singolare natura ci è stato restituito dal Canale di Sicilia e dalla marineria di Mazara del Vallo”, interviene il soprintendente Tusa, “e ora quel tesoro è possibile ammirarlo in aeroporto grazie a un rapporto proficuo che la soprintendenza del Mare della Regione siciliana è riuscita a tessere, evitando la dispersione di un patrimonio immenso e fondamentale per la conoscenza della comune civiltà mediterranea”. Ne sono convinti i responsabili Gesap, Giambrone e Mistretta: “Siamo certi che l’iniziativa piacerà ai viaggiatori, perché lo scalo aereo rappresenta la vetrina del territorio. Stiamo lavorando a un progetto per la creazione di una mostra permanente all’interno del terminal di ciò che i turisti potranno osservare visitando l’Isola, ricca di storia, arte e cultura”.

Il singolare “codice” esposto all’aeroporto di Palermo: un foglio di oltre 3 metri in pelle di razza
Sono due i “codici” del mare recuperati dai fondali siciliani nel 2008, probabilmente parte del carico di un vascello spagnolo destinato al commercio del lusso: uno, più piccolo, in fogli di pergamena classica, realizzati in pelle proveniente da ovini, certamente destinato secondo il soprintendente Tusa alla scrittura di documenti; l’altro, invece, più grande, con i fogli che si aprono a fisarmonica, è in pelle di razza, un pesce che risiede solo nei mari del Sud America. Una pelle rara, utilizzata nella Francia del XVIII secolo per realizzare oggetti di lusso e ornamento personale. Nulla, quindi, era scritto su queste pergamene. Ma allora perché sono così importanti? “Si tratta di oggetti unici nel loro genere – spiega Tusa – giunti a noi soltanto grazie alla profondità dei fondali in cui sono rimasti per secoli. La vita a 450 metri è rarefatta, quindi priva di quegli agenti che, altrimenti, li avrebbero aggrediti e distrutti in pochissimo tempo. Il fango che li copriva, ed il buio, hanno fatto il resto, realizzando una custodia naturale. Sono inoltre una rarissima testimonianza del mercato del lusso del tempo”. Lo studio in questi anni è stato affidato, soprattutto, ai laboratori dell’istituto centrale per il Restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario di Roma, al centro di Datazione e Diagnostica dell’università del Salento e al dipartimento di Biologia e Antropologia molecolare dell’Università di Firenze.
Israele. Un vaso ricomposto da centinaia di cocci, trovato nel 2012 nella valle di Elah, restituisce una rara iscrizione cananea di tremila anni fa con il nome del proprietario di un’azienda agricola che ricorda quello di un eroe biblico

L’archeologo israeliano Saar Ganor indica la posizione dell’iscrizione cananea sul vaso ritrovano in centinaia di cocci nel 2012
Una rara iscrizione del tempo di re David (XI-X sec. a.C.) con il nome di Eshbaal Ben Badà è stata trovata nella valle di Elah in Israele. Ma per giungere a questa importante scoperta ci sono voluti anni di paziente lavoro per ricostruire i cocci di un vaso di argilla vecchio di tremila anni. Il vaso in argilla fu infatti portato alla luce a Khirbet Qeiyafa (la antica Shearaim) nella valle di Elah (fra Gerusalemme e Ashqelon), in numerosi frammenti, ancora nel 2012 durante gli scavi effettuati dal prof. Yosef Garfinkel dell’istituto di Archeologia dell’università Ebraica e Saar Ganor della Israel Antiquities Authority.
Fu in quell’occasione che la presenza di alcune lettere scritte su alcuni frammenti, in antica scrittura cananea, scatenò la curiosità dei ricercatori. Il restauro, condotto nei laboratori dell’Israel Antiquities Authority, durante il quale sono stati incollati insieme centinaia di frammenti di ceramica fino a ricomporre l’antico vaso, ha alla fine risolto l’enigma. Sul vaso fu fatto incidere il nome Eshbaal Ben Badà, decifrato dall’equipe diretta da Mitka Golub e Haggai Misgav. Secondo Garfinkel e Ganor “questa è la prima volta che il nome Eshbaal appare su un’antica iscrizione in Israele”. Finora il nome Eshbaal compariva solo sulla Bibbia, mentre ora c’è anche un riscontro nella documentazione archeologica, durante il regno di re Davide, nella prima metà del X secolo a.C. Questo nome non è stato utilizzato in seguito nel periodo del Primo Tempio. La correlazione tra la tradizione biblica e i reperti archeologici indica che questo era un nome comune solo in quel periodo, mentre il nome Beda è unico e non si hanno riscontri in antiche iscrizioni o nella tradizione biblica”.
L’iscrizione con il nome Eshbaal Ben Badà non è la prima che restituisce il sito di Khirbet Qeiyafa. Durante le stagioni di scavo dirette dal Garfinkel e Ganor, in questa città fortificata, due porte, un palazzo e magazzini, abitazioni e locali di culto, sono stati scoperti manufatti unici. Ad esempio, nel 2008 è stata trovata l’iscrizione ebraica più antica del mondo. E ora questa nuova iscrizione. “Fino a cinque anni fa non si conoscevano iscrizioni del periodo del Regno di Giuda (X sec. a.C.). Ora ne sono state pubblicate ben quattro: due da Khirbet Qeiyafa, una da Gerusalemme, e una da Bet Shemesh. Questa cambia completamente le nostre conoscenze sulla distribuzione della scrittura sotto il Regno di Giuda e ormai è chiaro che la scrittura era molto più diffusa di quanto si pensasse in precedenza, collegata anche all’organizzazione del regno che necessitava di impiegati e scribi”.
Ma chi c’era dietro questo nome? Ora si parla del nome di un eroe biblico: Eshbaal Ben Badà, il comandante di una unità di élite composta da 30 coraggiosi, fedelissimi al re Davide nelle sue lotte con i filistei. Ma secondo i ricercatori, il fatto che il nome Eshbaal sia stato inciso su un vaso suggerisce che si trattava di una persona importante, quasi sicuramente il proprietario di una grande azienda agricola la cui produzione veniva raccolta e trasportata in contenitori – vasi – che portavano il suo nome. Questa è la prova evidente della stratificazione sociale e della creazione di una classe economica consolidata che si è verificata al momento della formazione del Regno di Giuda”.
Magna Grecia. Il Cavaliere di Marafioti, eccezionale gruppo in terracotta del V sec. a.C., è esposto per la prima volta a Locri, dove lo scoprì Paolo Orsi nel 1910. Restaurato da Intesa San Paolo, tornerà poi definitivamente al museo di Reggio Calabria

Il Cavaliere di Marafioti, eccezionale gruppo scultoreo in terracotta del V sec. C. scoperto a Locri nel 1910
Il “Cavaliere di Marafioti” per qualche giorno torna a casa, a più di un secolo dalla sua scoperta da parte dell’archeologo Paolo Orsi che ricompose i quasi duecento frammenti riportati alla luce in località Pirettina (Comune di Portigliola), alle spalle dell’antica città di Locri. Si inaugura infatti alle 19 del 30 luglio 2016 al museo e parco archeologico nazionale di Locri la mostra “Il Cavaliere di Marafioti a Locri”, dove rimarrà fino al 7 agosto 2016, prima di tornare nella sua sede naturale, il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria. L’opera in terracotta del V sec. a.C., elemento architettonico del tempio dorico scoperto nel 1910 dall’archeologo Paolo Orsi, è esposta, per la prima volta, nel territorio da cui proviene, dopo la presentazione a Milano dell’intervento di restauro, promosso e curato da Intesa Sanpaolo nell’ambito della XVII edizione di “Restituzioni. Tesori d’arte restaurati 2016”, fondamentale per la sua conservazione e per una più approfondita conoscenza della tecnica di realizzazione. L’iniziativa, fortemente voluta da Angela Tecce, direttore del Polo Museale della Calabria e da Rossella Agostino, direttore del museo Archeologico nazionale di Locri, è stata realizzata grazie alla proficua collaborazione con il museo Archeologico di Reggio Calabria, la Regione Calabria, il FAI – Presidenza Regionale Calabria, e con il sostegno di Intesa Sanpaolo e delle amministrazioni comunali di Locri e di Portigliola.
“Il gruppo di terracotta”, scrivono Rossella Agostino e Maurizio Paoletti nella scheda del catalogo di Restituzioni 2016, “raffigura un giovane cavaliere nudo che cavalca sostenuto da una sfinge femminile con le braccia levate. Decorava il tetto del tempio dorico scoperto a Locri in località Casa Marafioti, una zona collinare della città greca sovrastante il teatro e prossima alle mura. Gli scavi qui condotti da Paolo Orsi nel 1910 individuarono le fondazioni del tempio dorico (seconda metà del VI secolo a.C.), oltre a pochi elementi superstiti dell’elevato distrutto già in età romana (?) e poi definitivamente spogliato nei primi decenni dell’Ottocento. Si conservano però cospicui elementi del cornicione in terracotta policroma (geison e sima) che sono pertinenti a una nuova decorazione architettonica realizzata quando fu sostituito il tetto del tempio (420- 400 a.C.). A questo grande intervento di rinnovamento edilizio – non sappiamo se scaturito da urgenti necessità di manutenzione o da più specifici motivi religiosi – è riferibile anche lo straordinario Cavaliere Marafioti”.
“Il gruppo statuario, collocato sul lato posteriore del tempio, ne dominava la sommità forse come acroterio centrale”, spiegano ancora Agostino e Paoletti: “Questa almeno è la ricostruzione suggerita da Orsi in base ai dati di scavo. Tuttavia se nel giovane cavaliere va riconosciuto un Dioscuro, non può escludersi che costituisse un acroterio laterale al fianco di un secondo Dioscuro, dal momento che Castore e Polluce, i due fratelli gemelli figli di Zeus e di Leda, erano raffigurati sempre in coppia. Benché ricomposto da moltissimi frammenti e integrato nelle parti lacunose, il Cavaliere Marafioti resta un unicum nella produzione artistica della Magna Grecia, alla cui eccezionalità contribuiscono le notevoli dimensioni e il soggetto privo quasi di confronti, specialmente per la sfinge alata, possente e accosciata, che con la testa e il palmo delle mani sostiene, senza alcuno sforzo, il peso del cavaliere”.
L’intervento di restauro, promosso e curato da Intesa Sanpaolo nell’ambito della XVII edizione di “Restituzioni. Tesori d’arte restaurati 2016”, è stato fondamentale per la sua conservazione e per una più approfondita conoscenza della tecnica di realizzazione. Ha permesso, inoltre, di riscoprire anche con l’ausilio di aggiornate strumentazioni, dettagli affascinanti, quali i segni di stesura a pennello del sottile scialbo originale o la policromia in nero, bianco, rosso che evidenziava meglio nell’intento del coroplasta il muso equino o la criniera rifinita a stecca. Analisi diagnostiche hanno completato il restauro del gruppo che all’epoca della sua scoperta, sul lato occidentale del tempio, era stato rinvenuto in “minuti frammenti” e che fu oggetto di un primo intervento di restauro tra il 1911 ed il 1925 quando Paolo Orsi e il restauratore Giuseppe Damico incollarono e assemblarono con la colofonia, un collante particolarmente adoperato all’epoca, i molti frammenti e integrarono le parti lacunose rafforzando il manufatto con staffe e supporti interni (legno, stucco) e perfino con grappe metalliche (rame-ottone) indispensabili per restituire solidità al grande gruppo fittile. Tutte le parti lacunose furono reintegrate dal restauratore Giuseppe Damico; la testa del cavaliere è quasi completamente di ricostruzione. Il restauro del 2015 è stato curato dai restauratori Giuseppe Mantella e Sante Guidi; le ricerche diagnostiche da Domenico Miriello del dipartimento di Scienze della Terra – Unical. Il gruppo del Cavaliere di Marafioti subito dopo la mostra ritornerà – come detto – nella sua sede, il museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, e sarà esposto nella sala dedicata alla colonia locrese.
Pompei. Ancora scoperte a Porta Ercolano: all’interno di due botteghe artigiane gli scheletri di cinque pompeiani – tra cui un bambino – in fuga dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Hanno trovato la morte dove speravano di salvarsi

Scavo a Porta Ercolano di Pompei: Il ritrovamento di cinque giovani pompeiani in fuga dall’eruzione del Vesuvio
Stavano scappando dall’inferno del Vesuvio del 79 d.C., si erano riparati all’interno di una bottega artigiana, una scelta per loro fatale: quello che doveva essere il loro rifugio sicuro è diventata la loro tomba. Duemila anni dopo Pompei ci restituisce un altro tassello di storia quotidiana, di momenti di vita e di morte. Gli archeologi nel corso di una campagna di scavo nell’area di Porta Ercolano hanno riportato alla luce cinque scheletri di giovani pompeiani in fuga dall’eruzione del Vesuvio: lì vicino resti di oggetti in oro, vasellame e un urceus (contenitore) del prezioso garum, quella che oggi chiamiamo “colatura di alici”; e poi zappe, forse usate dai giovani per scavarsi un cunicolo tra la cenere e i lapilli oppure lasciate lì, secoli dopo, dai saccheggiatori di tombe. Siamo dunque ancora a Porta Ercolano di Pompei, una zona che si sta rivelando particolarmente ricca, tra necropoli e area produttiva. Un anno fa, lo ricordiamo, qui era stata trovata la tomba di una donna sannitica, quindi del periodo in cui il nucleo abitato di Pompei non era ancora stato romanizzato. E poche settimane fa l’annuncio della scoperta dei resti di un giovane sepolto in una tomba, con tanto di corredo funerario, risalente a quasi 400 anni prima della devastante eruzione che cancellò le antiche Pompei, Ercolano e Stabiae (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2016/07/06/pompei-stupisce-ancora-nella-necropoli-di-porta-ercolano-scoperta-tomba-a-cassa-del-iv-secolo-a-c-con-corredo-funerario-completo-un-anno-fa-la-stessa-area-restitui-una-tomba-sannitica-che-fa-luce/).

Il soprintendente Massimo Osanna in sopralluogo alla tomba sannitica della necropoli di Porta Ercolano a Pompei

Lo scavo della soprintendenza di Pompei con l’Ècole Francaise de Rome, le Centre Jean Bérard e il Cnrs
Sono queste le ultime scoperte della campagna di ricerca a Porta Ercolano della soprintendenza di Pompei con l’Ècole Francaise de Rome, le Centre Jean Bérard e il Cnrs. I ritrovamenti particolarmente interessanti di sepolture e botteghe crea non poche problematiche. Gli archeologi dovranno infatti rispondere a ulteriori interrogativi sulla organizzazione, gestione e trasformazione, di questo intreccio tra spazio funerario e commerciale nell’area suburbana di Porta Ercolano. “Queste ultime scoperte”, sottolinea il soprintendente Massimo Osanna, “confermano come Pompei riservi continue sorprese. Sapevamo che in questa zona esisteva una prolifera attività produttiva. E qui abbiamo trovato le botteghe dei vasai, fuori le mura, perché questa produzione implicava rumore, fumi, scarti di lavorazione. Credevamo che queste attività fossero state altamente indagate, poiché la zona fu oggetto di scavo già nell’800 con l’archeologo Giuseppe Fiorelli. Invece, qui, abbiamo trovato ancora tracce delle attività che si svolgevano e, con la fortuna che deve sempre assistere l’archeologo, abbiamo trovato anche tombe dell’epoca sannitica, risalenti alla fine del V, e inizio del IV secolo. Le indagini che seguiranno ci daranno informazioni su come in quell’epoca cambia il popolamento di Pompei”.
I cinque scheletri, tra cui quello di bambino, sono stati trovati nel cantiere di scavo di due botteghe artigiane. Secondo Claude Pouzadoux, direttrice del Centre Jean Bérard, questi cinque pompeiani erano probabilmente in fuga dall’eruzione del 79 d.C. e avevano cercato rifugio in uno di questi locali, dove invece sono rimasti intrappolati e sono morti. “Purtroppo”, continua, “questo luogo è stato devastato dai tombaroli tra la fine ‘700 e gli inizi ‘800, scavatori clandestini alla ricerca di oggetti preziosi e metalli. Il loro passaggio ha scomposto le ossa delle cinque vittime, che ora ci apprestiamo a ricomporre e a studiare. Ai saccheggiatori dell’epoca sfuggirono tre monete d’oro (tre aurei datati 74 e 77/78 d.C.) e un fiore in foglia d’oro, probabilmente un pendente di collana. E poi ci sono vasi di diverse forme, alcuni anneriti dalla cottura. E c’è anche un’anfora dal collo allungato, un urceus, tipico contenitore per il garum, l’apprezzata ‘colatura di alici’ che ancora oggi viene prodotta dai pescatori della costiera amalfitana, come saporita salsa di pesce, un gustoso condimento della cucina meridionale”.

































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