2200 anni e non li dimostra: torna alla luce a Reggio Emilia un tratto dell’antica via Aemilia durante gli scavi in piazza Gioberti

Il tratto dell’antica via Emilia trovato negli scavi di piazza Gioberti di Reggio Emilia (foto Roberto Macrì)
Giusto un anno fa ha festeggiato i suoi 2200 anni. Modena e Reggio Emilia l’anno festeggiata con mostre ed eventi. Ma l’antica via Aemilia riserva ancora piacevoli sorprese. A Reggio Emilia, nel corso dei lavori di riqualificazione in piazza Gioberti legati al progetto “Ducato Estense” finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali , è emerso nei giorni scorsi un segmento del limite meridionale della via Emilia di epoca romana, un tratto di circa 3 metri costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati, disposti a una quota maggiore verso il centro della strada in modo da consentire l’istantaneo deflusso laterale delle acque piovane e degli scarichi. La via è delimitata da una crepidine (marciapiede) realizzata con ciottoli posti di taglio che creano una sorta di gradino continuo rialzato rispetto alla parte restante del battuto stradale; parte di questa crepidine era stata asportata già in età antica. Rimasta probabilmente in superficie fino al termine dell’Impero romano, la strada sembra però ridursi nel tempo come via carrabile per essere in parte occupata da strutture, in parte affiancata da attività artigianali come quelle metallurgiche. Dopo tale periodo la strada venne sepolta da successivi sedimenti fluviali. I lavori archeologici si svolgono sotto la direzione scientifica di Annalisa Capurso, archeologa della soprintendenza, e sono eseguiti in piazza Gioberti dalla ditta GEA (Cecilia Pedrelli, Nicola Cassone, Gloria Saccò) e in piazza Roversi dalla ditta Archeosistemi (Anna Losi), con la consulenza del geoarcheologo, Mauro Cremaschi.
A poco più di un anno dalla mostra “On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017” (allestita a Reggio Emilia fino a giugno 2018), è ricomparso un altro segmento della via consolare voluta da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. che toccava, oggi come allora, i centri nevralgici della Regio VIII coincidente con l’attuale Emilia-Romagna. Il rinvenimento, peraltro già ipotizzato dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stato documentato dagli archeologi e sarà oggetto di studio e pubblicazione da parte della soprintendenza cui spetta la direzione scientifica dei lavori. “Questo rinvenimento”, spiega la soprintendente Cristina Ambrosini, “aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza del tracciato della via Aemilia, già rinvenuto in più punti nel corso del ventesimo secolo, e porta dati nuovi e fondamentali riguardo all’annosa questione della posizione del torrente Crostolo all’interno della città antica tra epoca romana e XIII secolo. Studiando i dati pregressi e quelli emersi dal controllo archeologico in corso in piazza Roversi, sempre nell’ambito del progetto Ducato Estense, potremo definire con maggior precisione la posizione dell’alveo del torrente e la conformazione di questo nevralgico settore urbano”.
Israele. Scoperto l’anello di Pilato. A 50 anni dal rinvenimento di un antico anello in bronzo nell’Herodion, la fortezza di Erode il Grande vicina a Betlemme, decifrato il suo sigillo-iscrizione con il nome del governatore romano che condannò Gesù
L’antico anello in bronzo, con migliaia di altri reperti, era stato trovato giusto mezzo secolo fa dall’archeologo Gideon Forster negli scavi condotti tra il 1968 e il 1969 in una sezione della tomba di Erode e nell’omonimo palazzo, dove sorgeva l’Herodion, la fortezza costruita a una decina di chilometri da Betlemme da Erode il Grande e poi utilizzata dai romani. Ma la vera scoperta è stata fatta mezzo secolo dopo, come ha annunciato il giornale israeliano Haaretz. E protagonista è ancora quell’antico anello in bronzo, anzi più precisamente l’iscrizione riportata su di esso: su quell’anello – spiega il professor Danny Schwartz che l’ha decifrata, c’è il nome di Pilato. E subito quel nome è stato legato a quello del governatore romano che secondo il Vangelo guidò il processo a Gesù e ne ordinò la crocefissione: “Quel nome”, ha detto Schwartz ad Haaretz, “era raro nell’Israele di quei tempi. Non conosco nessun altro Pilato di quel periodo e l’anello mostra che era una persona di rango e benestante”. Dopo un’opportuna pulizia, le immagini fotografiche, realizzate con una speciale macchina messa a disposizione dei laboratori delle Antichità israeliane, hanno rilevato l’effigie di un vaso di vino sovrastata da una scritta in greco, che è stata appunto tradotta con il nome Pilato. L’oggetto, quasi sicuramente un sigillo, è di fattura semplice e ciò induce a pensare che il funzionario romano lo portasse tutti i giorni e non soltanto in eventi speciali.

L’anello di Ponzio PIlato trovato nell’Herodion: l’originale in bronzo, dopo la pulizia, e la versione grafica
L’importanza della scoperta è dovuta al fatto che si tratta della seconda attestazione archeologica del nome del rappresentante imperiale, di cui scrivono i Vangeli e lo storico Flavio Giuseppe, dopo la scoperta nel 1961 della celebre iscrizione di Cesarea Marittima, in cui per la prima volta è comparso il nome di Ponzio Pilato, abbinato al titolo di Praefectus Iudaeae. Come pubblicato sul volume 68/2 della rivista scientifica Israel Exploration Journal a cura della storica Israel Exploration Society, non potendo datare con precisione l’anello (le prove a cui è stato sottoposto lo fissano tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.) per gli archeologi è diventato fondamentale il luogo in cui è stato trovato. Infatti la costruzione non è sicuramente posteriore al 70 d.C. e si sa che Pilato usava l’Herodion come quartier generale amministrativo, quindi era un luogo abituale per il governatore romano.
Venezia, successo di pubblico per la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”. Per l’ultimo week end visite guidate con il presidente Inti Ligabue e conferenza del prof. De Martino

Il cosiddetto “Sfregiato” della Civiltà dell’Oxus da una collezione privata londinese (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019
“Merita di venire dall’altro capo del mondo per vederla” ha scritto senza giri di parole la giornalista del “Sole 24 Ore” sull’inserto culturale del Domenicale, ove si definisce “Idoli. Il potere dell’immagine” promossa dalla Fondazione Ligabue “una mostra da non perdere”. È ancora presto per un bilancio definitivo della mostra a Palazzo Loredan di Venezia, ma si può già parlare di straordinario successo: nei primi tre mesi sono stati 18mila i visitatori che hanno visto la mostra che raccoglie un centinaio di opere provenienti dai quattro angoli del globo, rappresentative delle prime esperienze di raffigurazione umana tridimensionale (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). La mostra chiude lunedì 20 gennaio 2019, e per l’ultimo week end la Fondazione Ligabue ha preparato un programma speciale: visite guidate con il presidente Inti Ligabue e una conferenza del prof. Stefano De Martino, sulle raffigurazioni di divinità nell’Anatolia antica in cui interverrà la curatrice della mostra Annie Caubet.

Inti Ligabue, presidente della fondazione Giancarlo Ligabue alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” (foto Graziano Tavan)
Una mostra, quella a Palazzo Loredan, caratterizzata dunque dal grande fascino esercitato dalle opere in esposizione – complice la cura posta nell’allestimento – in cui il percorso didattico diviene un vero e proprio viaggio attraverso la storia dell’arte figurativa, spunto ideale per rintracciare trame nascoste e scoprire le storie e i miti che hanno ispirato la loro creazione. Quindi un’occasione speciale le due visite guidate gratuite – il 19 e il 20 gennaio – con Inti Ligabue, presidente della Fondazione che ha ideato e concepito la mostra a partire dagli studi condotti da Giancarlo Ligabue sul tema e da alcuni straordinari reperti della stessa Collezione Ligabue: appuntamento sabato 19, alle 10 e domenica 20 alle 17, su prenotazione, con biglietto d’ingresso della mostra.

Il prof. Stefano De Martino alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” della Fondazione Ligabue (foto Graziano Tavan)
Sempre sabato 19 gennaio alle 11 invece, nel vicino Palazzo Franchetti, la Fondazione Giancarlo Ligabue ha promosso un’importante conferenza che terrà il professor Stefano De Martino su “Il Potere delle immagini: raffigurazioni di divinità nell’Anatolia antica”, alla quale interverrà – come si diceva – anche la stessa Annie Caubet. Professore ordinario di Anatolistica al Dipartimento di Studi Storici dell’università di Torino e autore di uno dei saggi in catalogo, il professor De Martino guiderà il pubblico alla scoperta degli Idoli provenienti da quella che Greci, Romani e Bizantini chiamavano Asia Minore, quell’estremità peninsulare della Turchia che fa da cerniera tra Occidente e Oriente. Il racconto spazierà dunque dalle cosiddette statuette Killia, caratterizzate da un corpo reso schematicamente, alle figure di donne spesso nude e dai tratti naturalistici, in argilla o metallo, riportate alla luce ad Alacahöyük in sepolture databili al Bronzo antico, sprigionanti una vitalità tanto peculiare da distinguerle nettamente da quelle egee e mesopotamiche, che, per quanto contemporanee, presentano caratteri di maggiore astrazione; ancora, dagli Idoli in alabastro rinvenuti a Kültepe – figure con corpo di forma circolare e dalla sessualità ambigua, idoli gravidi, androgini e itifallici al tempo stesso – alle statuette che presentano chiari segni di rottura intenzionale, forse legata all’esecuzione di rituali magici o riti di passaggio quali l’adolescenza o il matrimonio, a simboleggiare la rottura con la famiglia di origine e l’ingresso in una nuova fase della vita.
Dieci anni di scavi nel centro di Reggio Emilia raccolti nel volume “La città che si rinnova. Gli scavi di Palazzo Busetti e Piazza della Vittoria a Reggio Emilia”: un’occasione per conoscere meglio la città antica

Coppa in terra sigillata di età sigillata con bollo del produttore e scene di battaglia, scoperta in piazza della Vittoria, conservata ai musei civici di Reggio Emilia

Copertina del libro “La città che si rinnova. Gli scavi di Palazzo Busetti e Piazza della Vittoria a Reggio Emilia”
Nel II sec. a.C. a Reggio Emilia si beveva vino greco proveniente dall’isola di Rodi; almeno uno degli acquedotti rinvenuti nell’area dell’ospedale portava acqua a un edificio termale posto sulla via Emilia (rinvenuto sotto Palazzo Busetti); una strada obliqua frequentata almeno fino al V secolo d.C. partiva direttamente dalla via Emilia modificando l’assetto del comparto urbano nord-occidentale della città; nell’area di piazza della Vittoria sorgeva un altro importante quartiere residenziale e che nel medioevo la città era popolata di torri e punto di convergenza di maestranze di scuola antelamica: sono alcuni dei risultati eccezionali, che hanno arricchito le conoscenze sulle origini della città romana di Reggio Emilia frutto degli scavi archeologici dell’ultimo decennio. Ora tutto in un volume: “La città che si rinnova. Gli scavi di Palazzo Busetti e Piazza della Vittoria a Reggio Emilia”. La pubblicazione sarà presentata venerdì 18 gennaio 2019, alle 18, ai Musei Civici di Reggio Emilia. Intervengono Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia; Annalisa Capurso, archeologa della soprintendenza Archeologia, Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; ed Elisabetta Farioli, direttrice dei Musei Civici di Reggio Emilia. Presenta il volume il prof. Sandro De Maria, già ordinario di Archeologia Classica nell’università di Bologna. Modera Roberto Macellari, archeologo dei musei civici di Reggio Emilia, alla presenza dei curatori Marco Podini e Anna Losi. Il volume è pubblicato da Grafiche Step editrice (Parma, 2018) grazie al finanziamento di Gigli Costruzioni srl (che ha realizzato gli scavi di Palazzo Busetti) e di Fontanili Srl, Pellicciari Srl e Siria Ceramiche Srl.
Gli scavi effettuati tra il 2010 e il 2015 nel centro storico di Reggio Emilia, e in particolare quelli in piazza della Vittoria, a palazzo Busetti e in via del Carbone, motivati da importanti interventi di riqualificazione urbana, hanno offerto agli archeologi la straordinaria opportunità di indagare in maniera estensiva il tessuto urbano antico. Non accadeva dai primi anni ’80, dal tempo del grande cantiere del Credito Emiliano dove aveva sede il foro di Regium Lepidi. Queste ricerche, unite alle straordinarie scoperte effettuate nella cripta della Cattedrale e alle altre indagini archeologiche condotte in ambito urbano negli ultimi anni, hanno apportato sostanziali elementi di novità per la conoscenza della città antica. Vista la complessità dei cantieri e gli inevitabili disagi da essi determinati, l’amministrazione comunale ha ritenuto doverosa un’immediata restituzione alla comunità dei risultati delle ricerche archeologiche che vengono ora presentate in modo organico e divulgativo nel volume “La città che si rinnova”. La pubblicazione restituisce alla comunità forse il frutto più importante – immateriale e perpetuo – di interventi di questo tipo: la conoscenza più approfondita del nostro passato e delle nostre radici. Grazie all’apporto di diverse competenze e all’osservazione di ampi spaccati cronologici in più settori urbani, i curatori hanno ricostruito la storia -o forse più “storie”- della città, dei suoi abitanti e dei suoi monumenti, dalle origini ai nostri giorni.
Il volume è articolato in quattro sezioni, le prime tre con ordinamento cronologico e la quarta dedicata ai più recenti e aggiornati metodi della ricerca archeologica. Punto di partenza sono le indagini condotte sotto Palazzo Busetti, posto nel punto di intersezione fra la Via Emilia e Via Crispi. Sono emersi nuovi dati sulle origini e sulle prime frequentazioni dell’area in cui è sorta la città, rivelando una presenza preromana di matrice etrusco-italica a Reggio Emilia e una realtà etnica composita, attestata da ceramiche di manifattura gallica rinvenute in associazione con materiali romano-repubblicani. Di grande interesse per la topografia della città romana è stata la scoperta, nell’angolo sud-ovest di Palazzo Busetti, di una via obliqua diretta a nord-ovest e accuratamente pavimentata, che, partendo dalla via Emilia, usciva dal centro cittadino per proseguire verosimilmente in direzione del porto fluviale della Brescello romana. Questo asse viario spezza la rigida ortogonalità della pianificazione urbana impostata, fin dal II sec. a.C., sulla via consolare. La strada obliqua ha fortemente condizionato l’urbanistica del settore nord-occidentale della città, rappresentandone un asse di sviluppo in senso nord-ovest. Ha proiettato il proprio condizionamento ben oltre la fine del mondo antico, svolgendo la funzione di collegamento tra la Cattedrale e la prima sepoltura, extra moenia, del patrono della città, il vescovo Prospero.
L’assetto viario antico del comparto nord-occidentale ha indubbiamente condizionato la topografia urbana di questa parte della città. I recenti scavi di piazza della Vittoria testimoniano, in particolare, l’adeguamento dell’edilizia privata all’asse della via obliqua, tanto in età repubblicana quanto in quella imperiale. Di notevole importanza risulta la scoperta di una domus sorta in corrispondenza di un edificio precedente e parimenti orientato, testimoniando un’occupazione di questa zona già a partire dal I sec. a.C. La planimetria di questa abitazione, che è stato possibile leggere in maniera pressoché completa (caso quasi unico nella documentazione dell’edilizia residenziale romana di Regium Lepidi), ha reso possibile una proposta ricostruttiva articolata ipoteticamente su due livelli. Uno degli aspetti più significativi degli scavi di piazza della Vittoria è rappresentato dalla completezza della documentazione di scavo, dalle fasi più antiche – a partire dall’età protostorica – a quelle più recenti, di epoca medievale e moderna. Le indagini delle stratigrafie tardoantiche e altomedievali hanno documentato una manifesta continuità di vita anche in questo settore urbano, testimoniando la presenza di abitazioni tarde e di varie aree produttive. Sopra la domus, ad esempio, è stata documentata l’esistenza di una capanna con grande sostegno ligneo centrale, costruita prevalentemente in materiale deperibile. Numerose sono inoltre le strutture legate ad attività artigianali riconducibili alla presenza di forni fusori, calcare, fosse di scarico.

Lastra con figura di Profeta che tiene un rotulus, simbolo dell’Antico Testamento (prima metà XIII sec.), riutilizzato come archivolto (inizi XVI sec.), da via del Carbone, oggi ai musei civici di Reggio Emilia
Di particolare rilevanza appare la fase medievale (X-XIII sec.) che in questo settore, mostra la presenza di una città turrita, con case che gareggiavano fra loro in altezza assecondando l’ostentazione di potere e ricchezza dei propri abitanti. Di queste abitazioni sono emerse tracce significative dei muri di fondazione, tutti di notevole spessore e orientati sempre secondo l’antica via obliqua. La costruzione della Cittadella per volontà di Luigi Gonzaga, con l’abbattimento delle torri e l’interruzione e/o deviazione della via obliqua, segnerà la fine dello sviluppo continuo di questo settore urbano. Il sedime del nuovo parcheggio interrato insisteva per circa tre quarti della sua estensione sull’invaso del fossato meridionale del fortilizio. La Cittadella sarà poi abbattuta a partire dal 1848 e con le relative macerie sarà riempito il fossato che la recingeva, ricucendo così i fili interrotti di un’espansione della città e dando nuovo impulso al naturale sviluppo verso nord-ovest.
La stretta connessione fra archeologia e riqualificazione, esplicita nel titolo stesso dell’opera, ha dato vita a un’esemplare modello di collaborazione fra istituzioni pubbliche (il Comune, le Soprintendenze) e soggetti privati che hanno perseguito l’ambizioso progetto di rappresentare l’archeologia in modo nuovo e vicino alla sensibilità contemporanea. Il necessario coronamento di questo percorso è stata la restituzione degli approfondimenti finalizzati alla ricostruzione della storia di un quartiere che fu strategico fra antichità e medioevo per la sua ubicazione lungo una strada diretta a nord ovest. Possiamo ben definirlo l’area nord della Reggio romana, il cui naturale e sino ad allora mai interrotto sviluppo venne bruscamente a congelarsi nel XIV secolo in occasione della costruzione della Cittadella, vero e proprio vulnus nella storia urbanistica di Reggio, per riprendere il suo corso a distanza di cinque secoli in età postunitaria. Questo volume restituisce ai reggiani il risultato di un’operazione di cura oltre che un significativo invito a rispecchiarsi nelle radici più antiche. I segni del passato emersi mentre si ridava nuova vita a luoghi della città vicini alla decadenza legano l’antichità al presente e al futuro.
“Il pozzo di Sant’Antonino. Un segreto sotterraneo”: Piacenza, in concomitanza con la mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” offre un’occasione unica per scoprire il sottosuolo di Piacenza romana
I primi a scendere nel pozzo, uno alla volta, ben imbragati, l’anti-vigilia di Natale. Infatti dal 23 dicembre 2018 e fino al 17 marzo 2019, cioè fino alla chiusura della mostra a Palazzo Farnese “Annibale. Un mito mediterraneo” a cura di Giovanni Brizzi, Piacenza offre un’occasione unica per visitare il sottosuolo di Piacenza romana: “Il pozzo di Sant’Antonino. Un segreto sotterraneo” nella chiesa di Santa Maria in Cortina (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/12/11/annibale-un-mito-mediterraneo-a-piu-di-duemila-anni-dalla-disfatta-alla-trebbia-alle-porte-di-piacenza-delle-legioni-romane-ad-opera-dei-cartaginesi-annibale-torna-a-piacenza-co/). Un viaggio nella storia lungo millesettecento anni, a quattro metri e mezzo di profondità. Il luogo in cui la tradizione cristiana vuole sia stato ritrovato il corpo del martire Antonino, patrono della città di Piacenza. Un sacrario databile al IV secolo, voltato e affrescato, per la prima volta accessibile al pubblico attraverso un’affascinante discesa.
Il cuore dell’iniziativa si trova nella piccola chiesa di Santa Maria in Cortina a Piacenza. Come si legge sul sito della cattedrale (https://cattedralepiacenza.it) qui si narra che il corpo di Sant’Antonino (decapitato, secondo tradizione, nel 303) fu ritrovato in un ambiente ipogeo dal vescovo Savino, per essere poi traslato sul finire del IV secolo nella vicina chiesa di San Vittore, da quel momento dedicata al patrono. Sul luogo del ritrovamento il vescovo Savino fece costruire una prima chiesa, a cui ne seguì una medievale, che fu a sua volta sostituita dall’attuale, ultimata all’inizio del XVI secolo. La memoria di quel luogo sopravvive ancora oggi alla venerazione dei piacentini: da qui il 13 novembre di ogni anno parte una processione che giunge nella basilica di Sant’Antonino e che ricorda il leggendario ritrovamento del corpo del martire, dopo che al vescovo Savino fu mostrata in sogno l’esatta posizione della sepoltura. Durante i lavori di restauro dell’attuale edificio, sul finire dell’800, vennero alla luce straordinari reperti di età imperiale, tra cui il bellissimo “marmo Cecilio”, che dimostrano l’impiego di quest’area fin dal I secolo come necropoli posta immediatamente al di fuori delle mura urbane.
La discesa al pozzo. Lungo tutta la durata dell’evento, collegato alla mostra “Annibale. Un mito mediterraneo”, i visitatori hanno la possibilità esclusiva e irripetibile di calarsi proprio all’interno della camera ipogea dove è stato ritrovato il corpo di Antonino, unico esempio di questo tipo di ambiente conosciuto in città ancora intatto ed accessibile, alla profondità di quattro metri e mezzo. Una volta all’interno, con l’ausilio di appositi occhiali, sarà possibile immergersi nella ricostruzione 3D in realtà aumentata per meglio comprendere la ricchezza della decorazione oggi ancora solo parzialmente riconoscibile. La visita è introdotta da una videoproiezione all’interno della chiesa che narra la leggendaria storia di Antonino, l’Inventio del corpo del Santo Martire ad opera del vescovo Savino e le fasi evolutive della chiesa. L’accesso è consentito a 8 persone alla volta. Il gruppo in accesso, dopo la visione della videoinstallazione collocata all’interno della chiesa che narra la storia del pozzo, si sposterà nell’adiacente locale sacrestia per indossare i caschetti: con tali dispositivi sarà quindi possibile scendere la ripida scala di accesso alla camera in totale sicurezza, con il supporto di un operatore, una persona alla volta. La durata complessiva della visita (video e discesa) è stimata in 30 minuti.
La ricostruzione dell’ambiente ipogeo. L’ultimo capitolo affronta il mistero della tomba di Sant’Antonino, da sempre ritenuta collocata al di sotto del pozzo medievale (visibile sotto l’altare maggiore), fino alla scoperta, intorno alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, dell’ipogeo romano accessibile tramite una botola posta in una primitiva cappella, oggi sagrestia. Uscendo dalla chiesa sarà possibile ammirare da vicino, sulla parete sinistra, il precedentemente citato “marmo Cecilio”, lastra di Rosso Verona che si ipotizza essere parte di un monumento funebre a tamburo e che reca un’iscrizione funeraria citando un Cecilio, questore e tribuno augustale, curatore del tempio da costruirsi in onore di Giove. Il progetto, che prende origine dalla tradizione cristiana giunta fino a noi, mira ad affiancare ad essa il dato archeologico che emerge con evidenza all’interno dell’ipogeo della chiesa di Santa Maria in Cortina. Tradizione, fede, e cultura si fondono in un tutt’uno per far memoria di uno dei fatti più straordinari accaduti a Piacenza.
Pompei. Riaperta la Schola Armaturarum restaurata dopo il crollo del 2010. Primi visitatori e prime immagini della Casa dei Gladiatori recuperata al grande pubblico

Gli affreschi recuperati con i restauri della Schola Armaturarum a Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Il direttore generale Massimo Osanna alla riapertura della Schola Armaturarum di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)
Giovedì 3 gennaio 2019: i primi visitatori – in questo caso i giornalisti – sono entrati nella Schola Armaturarum, la Casa dei Gladiatori di Pompei, come non succedeva dal 2010, quando il 6 novembre le immagini del crollo del soffitto fece il giro del mondo suscitando l’indignazione generale. “A Pompei i crolli negli scavi archeologici sono un capitolo chiuso”, ha affermato Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, aprendo con non poca soddisfazione il nuovo percorso tra le mura della Schola Armaturarum, a restauri completati. E sarà così ogni giovedì negli orari di apertura del sito, per gruppi contingentati di visitatori. Primo passo – anticipava ieri archeologiavocidalpassato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/01/02/pompei-riapre-al-pubblico-la-schola-armaturarum-a-otto-anni-dal-crollo-che-indigno-il-mondo-costo-il-posto-al-ministro-bondi-e-in-seguito-al-quale-sarebbe-nato-il-grande-progetto-pompei-obiettivo/) verso un più articolato progetto di fruizione e di musealizzazione, esteso anche ai vani retrostanti, che consentirà di vedere i dipinti e gli oggetti nel loro luogo di rinvenimento. E allora vediamo meglio la storia degli interventi alla Schola Armaturarum riprendendo l’articolo di ieri arricchito con le prime immagini rese pubbliche dal Parco archeologico di Pompei.

Le anfore rinvenute durante gli scavi del 2017-2018 alla Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)

La Schola Armaturarum durante gli scavi dello Spinazzola del 1915-16 (foto Parco archeologico di Pompei)
Scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1915 e il 1916, la Schola Armaturarum era probabilmente un edificio di rappresentanza di un’associazione militare, come si può dedurre dalle decorazioni e dal rinvenimento di armi custodite al suo interno. Gli ultimi scavi eseguiti per la messa in sicurezza delle strutture, sembrano rafforzare questa ipotesi. Sul retro dell’edificio sono infatti venuti alla luce ambienti di servizio dove si custodivano anfore contenenti olio, vino pregiato e salse di pesce provenienti dal Mediterraneo (Creta, Africa, Sicilia, Spagna), prodotti di qualità da servire in occasioni conviviali o di rappresentanza.

La ricostruzione della Schola Armaturarum ad opera di Amedeo Maiuri (foto Parco archeologico di Pompei)
Quello del 2010 non fu l’unico crollo dell’edificio. Durante i bombardamenti alleati del ’43, la struttura venne semidistrutta e andarono perduti in maniera irreparabile gran parte degli elevati e degli apparati decorativi .Nei successivi restauri condotti da Amedeo Maiuri tra il 1944 e il 1946, si procedette a una ricostruzione integrale delle pareti laterali fino a 9 m di altezza e alla realizzazione di una copertura piana in cemento armato. Come avvenne per molti restauri dell’epoca, l’intervento ricostruttivo, finalizzato a riproporre i volumi originari dell’edificio, fu eseguito con materiali impropri (ferro e cemento) rispetto alle tecnologia costruttiva antica.

Una restauratrice mostra gli eccezionali risultati degli interventi alla Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)
Gli interventi di recupero hanno avuto inizio nel 2016 con il supporto tecnico di Ales, la struttura interna del Mibac che si occupa da più di tre anni della manutenzione programmata di Pompei. Realizzata una copertura temporanea che consentisse l’avvio dei lavori, si è proceduto inizialmente alla messa in sicurezza delle strutture e degli apparati decorativi, per evitare l’ulteriore perdita di porzioni originali. È stato cioè necessario in una prima fase ripristinare la stabilità delle murature e degli intonaci superstiti, fortemente compromessa dalle sollecitazioni dovute al crollo della copertura e delle pareti laterali. Successivamente si è intervenuti sulle superfici dipinte agendo in parallelo, sulle pareti conservate all’interno dell’edificio e ricomponendo in laboratorio i frammenti recuperati dopo il crollo.

Particolare della reintegrazione pittorica a tratteggio nella Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)
Si è scelto di ripristinare la leggibilità figurativa attraverso un’attenta pulitura e un’accurata presentazione estetica, pur garantendo la riconoscibilità dell’intervento. In particolare il trattamento delle lacune presenti sulle pareti dipinte è stato oggetto di un’approfondita riflessione critica. Si è scelto di adottare il tratteggio, una tecnica messa a punto dall’Istituto Centrale del Restauro negli anni ’40, che consiste nell’accostamento di leggerissimi tratteggi verticali ravvicinati che ripropongono la policromia originale e consentono di ripristinare l’unità dell’immagine perduta, garantendo tuttavia la possibilità di distinguere da vicino l’intervento di restauro.








































































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