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Apre a Cagliari la mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo”: 550 reperti tra ceramiche, armi e utensili, oggetti di culto e antichi idoli, monili e, soprattutto, straordinari oggetti in bronzo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione

Il manifesto della mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” dal 31 gennaio 2019 a Cagliari

Statuetta in alabastro dal Caucaso (fine 3000 a.C.) conservata al museo statale Ermitage di San Pietroburgo

Vasellame in terracotta, elementi in ceramica, armi e utensili, oggetti di culto e antichi idoli, monili e, soprattutto, straordinari oggetti in bronzo di diverse provenienze tra pochi giorni potranno essere ammirati a Cagliari nella mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” aperta dal 31 gennaio alla fine di maggio 2019 al Palazzo di Città e al museo Archeologico nazionale di Cagliari. In mostra 550 reperti, scelti dai curatori Yuri Piotrovsky del museo statale Ermitage di San Pietroburgo, Manfred Nawroth del Pre and Early History-National di Berlino, in collaborazione con Carlo Lugliè, docente all’università di Cagliari e Roberto Concas, direttore del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Il nucleo centrale dell’esposizione è dedicato all’archeologia preistorica sarda – circa 120 opere rappresentative dell’evoluzione delle culture dal Neolitico alla metà del primo millennio a.C. – mentre gli altri reperti, sono chiamati a rappresentare diverse culture e aree del Mediterraneo e del Caucaso, nel medesimo arco temporale e provengono da grandi musei archeologici: il museo Archeologico nazionale di Napoli, il museo del Bardo di Tunisi, il museo Archeologico di Salonicco, il museo di Berlino e ovviamente il museo statale Ermitage di San Pietroburgo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione. Un corpus espositivo di grande significato e fascino; un evento culturale internazionale unico e fondamentale per la valorizzazione della storia, della cultura e dell’arte della Sardegna, organizzato da Villaggio Globale International con un allestimento contemporaneo, scenografico e visionario firmato da Angelo Figus. Un viaggio nel tempo, nello spazio, nella storia delle civiltà che si sono intessute in quel Mare Nostrum che appare matrice primigenia, luogo permeabile di culture, arti e saperi.

Un lingotto a pelle di bue conservato al museo Archeologico nazionale di Cagliari (foto Graziano Tavan)

Nell’età del Bronzo s’intensificano infatti i traffici e gli scambi che univano, in modo diretto o mediato, i centri minerari, in particolare dello stagno e del rame, ai centri di produzione, arrivando a coinvolgere gran parte del continente europeo e le regioni asiatiche e imponendo società via via più complesse e meglio organizzate. Il rame grezzo era modellato in forme diverse a seconda dei periodi e delle cerchie artigianali. I lingotti a pelle di bue (oxhide ingots), dalla caratteristica forma quadrangolare con apici sviluppati comodi per il trasporto sulle spalle o per lo stivaggio – cronologicamente inquadrati tra il XIV e il XI secolo a.C. – sono stati rinvenuti a Cipro, in Anatolia, nel mar Nero, a Creta, nell’Egeo, in Grecia, in Sicilia, in Sardegna, in Corsica e Francia meridionale, e in alcune regioni dell’entroterra europeo dislocate lungo il corso dei grandi fiumi che dovevano fungere da vie di penetrazione. Il centro di irradiazione viene identificato nell’isola di Cipro, che possiede ricchissimi giacimenti di rame purissimo, ed è interessante notare l’altissima concentrazione di lingotti a pelle di bue di provenienza cipriota in una terra ricca di rame come la Sardegna già a partire dal Bronzo recente. Questa diffusione, a cui si accompagna un massiccio apporto di tecniche metallurgiche di matrice cipriota, avvalora l’immagine di un mar Mediterraneo solcato da un complesso sistema di rotte che ne fanno un prezioso ed efficace apparato connettivo tra Occidente e Oriente, lungo il quale si spostano uomini, merci e idee.

Figurina micenea (XIV-XIII sec. a.C.) conservata al museo Pre e Early History di Berlino

Tra i protagonisti di questi movimenti spiccano i Micenei, che nel lungo arco di tempo corrispondente al periodo della formazione dei regni palatini, dal loro sviluppo fino alla crisi che ne segna la fine nel XII secolo a.C., lasciano nel Mediterraneo i segni del loro passaggio alla ricerca prevalentemente di metallo e beni di lusso. L’indicatore immediato di questi movimenti è la ceramica micenea, di argilla tornita e depurata, con decorazione dipinta a vernice brillante, che compare già dalle fasi più antiche (XVII-XV secolo a.C.) in Sicilia e in Italia, ma anche in Anatolia occidentale. Nella fase di maggior espansione della potenza micenea si assiste in Occidente alla produzione di una ceramica di imitazione che ha fatto ipotizzare l’esistenza di botteghe artigianali italo-micenee e di nuclei stanziali micenei. In diversi siti, tra cui Antigori di Sarroch in Sardegna, artigiani micenei potrebbero essersi integrati nelle comunità protostoriche italiane già prima che il collasso dei regni aumentasse la propensione a migrare fuori dalla madrepatria. Presso il nuraghe Antigori di Sarroch, oltre all’abbondante materiale proveniente dal Peloponneso, Creta e Cipro, è stata individuata anche una classe di ceramica di imitazione e di produzione locale. Alcune tipologie di vasi, come per esempio le anfore a staffa, sembrano indicare un collegamento con il sito di Cannatello in Sicilia (dove oltretutto è presente ceramica nuragica di importazione) e con gli empori dell’Africa settentrionale, quasi a segnare una rotta ideale che arriva in Sardegna toccando le sponde meridionali del Mediterraneo, alternativa rispetto a quella settentrionale che privilegia lo Ionio e l’Adriatico.

Nave da El Algar (Spagna) databile tra il 22 e il 15 a.C. conservata al museo Pre e Early History di Berlino

Questa rotta sarà la stessa che alcuni secoli dopo seguiranno i prospectors fenici alla ricerca di giacimenti metalliferi verso la Spagna, rotta in cui la Sardegna avrà comunque un ruolo centrale. A evidenziare infatti i contatti e le relazioni tra l’Isola e il Sud est spagnolo, durante l’età del bronzo, ci saranno in mostra (provenienti dal Museo di Berlino) anche importanti reperti della civiltà di El Argar, sviluppatasi in quell’area dal 2200 a.C. e connotata da insediamenti estesi, con un’architettura in pietra paragonabile a quella del Mediterraneo orientale e con una tipologia di spade che mostra evidenti contatti con la civiltà nuragica. È proprio in questo periodo infatti che la Sardegna, al centro del Mediterraneo e con un ruolo incisivo nei flussi commerciali – come dimostrano i materiali di produzione nuragica rinvenuti in questi ultimi anni fuori dall’isola – dà prova di grande vitalità con la fioritura di una delle più originali culture della protostoria italiana, quella nuragica. Il Nuragico è esclusivo della Sardegna e si caratterizza soprattutto per il suo monumento simbolo, il nuraghe, ma anche per i suoi straordinari bronzetti e per le tombe dei giganti.

Placca a nastro dell’11-8 a.C. da Koban (Russia) conservata nel museo di Pre e Protostoria di Berlino

Non esistono architetture analoghe a quelle sarde: un vero e proprio unicum nonostante le similitudini che si possono rilevare. Un esempio di “vicinanza” è quello con le fortezze costruite nel Caucaso meridionale nella tarda età del bronzo e nella prima età del ferro. Pur lontane, le terre caucasiche hanno certamente avuto contatti con le civiltà mediterranee. L’Ermitage, le cui collezioni sono straordinarie, è sempre stato e rimane uno dei pionieri della ricerca archeologica nel Caucaso e del suo inserimento nel contesto culturale mediterraneo. Dalla cultura di Majkop nella Ciascaucasia, con i suoi eccezionali kurgan, alla straordinaria produzione metallurgica della cultura di Koban le terre caucasiche rivelano, con i loro repertori decorativi dai motivi geometrici e con raffigurazioni di animali fantastici e non – buoi arieti, lupi, rane etc. – elementi di connessione non banali con le civiltà del mediterraneo e forse anche con la civiltà nuragica. Come non sorprenderci della somiglianza dei bronzetti di tori nuragici al celebre toro di Majkop? Con le suggestioni del mito di Prometeo o di quello degli Argonauti alla ricerca del Vello d’Oro l’esplorazione dei collegamenti nella protostoria, tra Mediterraneo e Caucaso, si carica di mille suggestioni.

2200 anni e non li dimostra: torna alla luce a Reggio Emilia un tratto dell’antica via Aemilia durante gli scavi in piazza Gioberti

Il tratto dell’antica via Emilia trovato negli scavi di piazza Gioberti di Reggio Emilia (foto Roberto Macrì)

Giusto un anno fa ha festeggiato i suoi 2200 anni. Modena e Reggio Emilia l’anno festeggiata con mostre ed eventi. Ma l’antica via Aemilia riserva ancora piacevoli sorprese. A Reggio Emilia, nel corso dei lavori di riqualificazione in piazza Gioberti legati al progetto “Ducato Estense” finanziato dal ministero per i Beni e le Attività culturali , è emerso nei giorni scorsi un segmento del limite meridionale della via Emilia di epoca romana, un tratto di circa 3 metri costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati, disposti a una quota maggiore verso il centro della strada in modo da consentire l’istantaneo deflusso laterale delle acque piovane e degli scarichi. La via è delimitata da una crepidine (marciapiede) realizzata con ciottoli posti di taglio che creano una sorta di gradino continuo rialzato rispetto alla parte restante del battuto stradale; parte di questa crepidine era stata asportata già in età antica. Rimasta probabilmente in superficie fino al termine dell’Impero romano, la strada sembra però ridursi nel tempo come via carrabile per essere in parte occupata da strutture, in parte affiancata da attività artigianali come quelle metallurgiche. Dopo tale periodo la strada venne sepolta da successivi sedimenti fluviali. I lavori archeologici si svolgono sotto la direzione scientifica di Annalisa Capurso, archeologa della soprintendenza, e sono eseguiti in piazza Gioberti dalla ditta GEA (Cecilia Pedrelli, Nicola Cassone, Gloria Saccò) e in piazza Roversi dalla ditta Archeosistemi (Anna Losi), con la consulenza del geoarcheologo, Mauro Cremaschi.

Il tracciato della via Emilia che ancora oggi attraversa il centro di Reggio Emilia

A poco più di un anno dalla mostra “On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017” (allestita a Reggio Emilia fino a giugno 2018), è ricomparso un altro segmento della via consolare voluta da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. che toccava, oggi come allora, i centri nevralgici della Regio VIII coincidente con l’attuale Emilia-Romagna. Il rinvenimento, peraltro già ipotizzato dalla soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stato documentato dagli archeologi e sarà oggetto di studio e pubblicazione da parte della soprintendenza cui spetta la direzione scientifica dei lavori. “Questo rinvenimento”, spiega la soprintendente Cristina Ambrosini, “aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza del tracciato della via Aemilia, già rinvenuto in più punti nel corso del ventesimo secolo, e porta dati nuovi e fondamentali riguardo all’annosa questione della posizione del torrente Crostolo all’interno della città antica tra epoca romana e XIII secolo. Studiando i dati pregressi e quelli emersi dal controllo archeologico in corso in piazza Roversi, sempre nell’ambito del progetto Ducato Estense, potremo definire con maggior precisione la posizione dell’alveo del torrente e la conformazione di questo nevralgico settore urbano”.

Israele. Scoperto l’anello di Pilato. A 50 anni dal rinvenimento di un antico anello in bronzo nell’Herodion, la fortezza di Erode il Grande vicina a Betlemme, decifrato il suo sigillo-iscrizione con il nome del governatore romano che condannò Gesù

Il complesso dell’Herodion, la fortezza-palazzo di Erode il Grande, a 10 chilometri da Betlemme

L’antico anello in bronzo, con migliaia di altri reperti, era stato trovato giusto mezzo secolo fa dall’archeologo Gideon Forster negli scavi condotti tra il 1968 e il 1969 in una sezione della tomba di Erode e nell’omonimo palazzo, dove sorgeva l’Herodion, la fortezza costruita a una decina di chilometri da Betlemme da Erode il Grande e poi utilizzata dai romani. Ma la vera scoperta è stata fatta mezzo secolo dopo, come ha annunciato il giornale israeliano Haaretz. E protagonista è ancora quell’antico anello in bronzo, anzi più precisamente l’iscrizione riportata su di esso: su quell’anello – spiega il professor Danny Schwartz che l’ha decifrata, c’è il nome di Pilato. E subito quel nome è stato legato a quello del governatore romano che secondo il Vangelo guidò il processo a Gesù e ne ordinò la crocefissione: “Quel nome”, ha detto Schwartz ad Haaretz, “era raro nell’Israele di quei tempi. Non conosco nessun altro Pilato di quel periodo e l’anello mostra che era una persona di rango e benestante”. Dopo un’opportuna pulizia, le immagini fotografiche, realizzate con una speciale macchina messa a disposizione dei laboratori delle Antichità israeliane, hanno rilevato l’effigie di un vaso di vino sovrastata da una scritta in greco, che è stata appunto tradotta con il nome Pilato. L’oggetto, quasi sicuramente un sigillo, è di fattura semplice e ciò induce a pensare che il funzionario romano lo portasse tutti i giorni e non soltanto in eventi speciali.

L’anello di Ponzio PIlato trovato nell’Herodion: l’originale in bronzo, dopo la pulizia, e la versione grafica

L’importanza della scoperta è dovuta al fatto che si tratta della seconda attestazione archeologica del nome del rappresentante imperiale, di cui scrivono i Vangeli e lo storico Flavio Giuseppe, dopo la scoperta nel 1961 della celebre iscrizione di Cesarea Marittima, in cui per la prima volta è comparso il nome di Ponzio Pilato, abbinato al titolo di Praefectus Iudaeae. Come pubblicato sul volume 68/2 della rivista scientifica Israel Exploration Journal a cura della storica Israel Exploration Society, non potendo datare con precisione l’anello (le prove a cui è stato sottoposto lo fissano tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.) per gli archeologi è diventato fondamentale il luogo in cui è stato trovato. Infatti la costruzione non è sicuramente posteriore al 70 d.C. e si sa che Pilato usava l’Herodion come quartier generale amministrativo, quindi era un luogo abituale per il governatore romano.

Venezia, successo di pubblico per la mostra “Idoli. Il potere dell’immagine”. Per l’ultimo week end visite guidate con il presidente Inti Ligabue e conferenza del prof. De Martino

Il cosiddetto “Sfregiato” della Civiltà dell’Oxus da una collezione privata londinese (foto Graziano Tavan)

La locandina della mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” a Venezia dal 15 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

“Merita di venire dall’altro capo del mondo per vederla” ha scritto senza giri di parole la giornalista del “Sole 24 Ore” sull’inserto culturale del Domenicale, ove si definisce “Idoli. Il potere dell’immagine” promossa dalla Fondazione Ligabue “una mostra da non perdere”. È ancora presto per un bilancio definitivo della mostra a Palazzo Loredan di Venezia, ma si può già parlare di straordinario successo: nei primi tre mesi sono stati 18mila i visitatori che hanno visto la mostra che raccoglie un centinaio di opere provenienti dai quattro angoli del globo, rappresentative delle prime esperienze di raffigurazione umana tridimensionale (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/08/15/a-venezia-la-mostra-idoli-il-potere-dellimmagine-terzo-grande-evento-della-fondazione-giancarlo-ligabue-una-finestra-sulla-rivoluzione-neolitica-e-la-ra/). La mostra chiude lunedì 20 gennaio 2019, e per l’ultimo week end la Fondazione Ligabue ha preparato un programma speciale: visite guidate con il presidente Inti Ligabue e una conferenza del prof. Stefano De Martino, sulle raffigurazioni di divinità nell’Anatolia antica in cui interverrà la curatrice della mostra Annie Caubet.

Inti Ligabue, presidente della fondazione Giancarlo Ligabue alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” (foto Graziano Tavan)

Una mostra, quella a Palazzo Loredan, caratterizzata dunque dal grande fascino esercitato dalle opere in esposizione – complice la cura posta nell’allestimento – in cui il percorso didattico diviene un vero e proprio viaggio attraverso la storia dell’arte figurativa, spunto ideale per rintracciare trame nascoste e scoprire le storie e i miti che hanno ispirato la loro creazione. Quindi un’occasione speciale le due visite guidate gratuite – il 19 e il 20 gennaio – con Inti Ligabue, presidente della Fondazione che ha ideato e concepito la mostra a partire dagli studi condotti da Giancarlo Ligabue sul tema e da alcuni straordinari reperti della stessa Collezione Ligabue: appuntamento sabato 19, alle 10 e domenica 20 alle 17, su prenotazione, con biglietto d’ingresso della mostra.

Il prof. Stefano De Martino alla mostra “Idoli. Il potere dell’immagine” della Fondazione Ligabue (foto Graziano Tavan)

Sempre sabato 19 gennaio alle 11 invece, nel vicino Palazzo Franchetti, la Fondazione Giancarlo Ligabue ha promosso un’importante conferenza che terrà il professor Stefano De Martino su “Il Potere delle immagini: raffigurazioni di divinità nell’Anatolia antica”, alla quale interverrà – come si diceva – anche la stessa Annie Caubet. Professore ordinario di Anatolistica al Dipartimento di Studi Storici dell’università di Torino e autore di uno dei saggi in catalogo, il professor De Martino guiderà il pubblico alla scoperta degli Idoli provenienti da quella che Greci, Romani e Bizantini chiamavano Asia Minore, quell’estremità peninsulare della Turchia che fa da cerniera tra Occidente e Oriente. Il racconto spazierà dunque dalle cosiddette statuette Killia, caratterizzate da un corpo reso schematicamente, alle figure di donne spesso nude e dai tratti naturalistici, in argilla o metallo, riportate alla luce ad Alacahöyük in sepolture databili al Bronzo antico, sprigionanti una vitalità tanto peculiare da distinguerle nettamente da quelle egee e mesopotamiche, che, per quanto contemporanee, presentano caratteri di maggiore astrazione; ancora, dagli Idoli in alabastro rinvenuti a Kültepe – figure con corpo di forma circolare e dalla sessualità ambigua, idoli gravidi, androgini e itifallici al tempo stesso – alle statuette che presentano chiari segni di rottura intenzionale, forse legata all’esecuzione di rituali magici o riti di passaggio quali l’adolescenza o il matrimonio, a simboleggiare la rottura con la famiglia di origine e l’ingresso in una nuova fase della vita.

Dieci anni di scavi nel centro di Reggio Emilia raccolti nel volume “La città che si rinnova. Gli scavi di Palazzo Busetti e Piazza della Vittoria a Reggio Emilia”: un’occasione per conoscere meglio la città antica

Coppa in terra sigillata di età sigillata con bollo del produttore e scene di battaglia, scoperta in piazza della Vittoria, conservata ai musei civici di Reggio Emilia

Copertina del libro “La città che si rinnova. Gli scavi di Palazzo Busetti e Piazza della Vittoria a Reggio Emilia”

Nel II sec. a.C. a Reggio Emilia si beveva vino greco proveniente dall’isola di Rodi; almeno uno degli acquedotti rinvenuti nell’area dell’ospedale portava acqua a un edificio termale posto sulla via Emilia (rinvenuto sotto Palazzo Busetti); una strada obliqua frequentata almeno fino al V secolo d.C. partiva direttamente dalla via Emilia modificando l’assetto del comparto urbano nord-occidentale della città; nell’area di piazza della Vittoria sorgeva un altro importante quartiere residenziale e che nel medioevo la città era popolata di torri e punto di convergenza di maestranze di scuola antelamica: sono alcuni dei risultati eccezionali, che hanno arricchito le conoscenze sulle origini della città romana di Reggio Emilia frutto degli scavi archeologici dell’ultimo decennio. Ora tutto in un volume: “La città che si rinnova. Gli scavi di Palazzo Busetti e Piazza della Vittoria a Reggio Emilia”. La pubblicazione sarà presentata venerdì 18 gennaio 2019, alle 18, ai Musei Civici di Reggio Emilia. Intervengono Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia; Annalisa Capurso, archeologa della soprintendenza Archeologia, Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara; ed Elisabetta Farioli, direttrice dei Musei Civici di Reggio Emilia. Presenta il volume il prof. Sandro De Maria, già ordinario di Archeologia Classica nell’università di Bologna. Modera Roberto Macellari, archeologo dei musei civici di Reggio Emilia, alla presenza dei curatori Marco Podini e Anna Losi. Il volume è pubblicato da Grafiche Step editrice (Parma, 2018) grazie al finanziamento di Gigli Costruzioni srl (che ha realizzato gli scavi di Palazzo Busetti) e di Fontanili Srl, Pellicciari Srl e Siria Ceramiche Srl.

Particolare di un mosaico tardoantico emerso negli scavi in cattedrale (foto Roberto Macrì)

Coppa del I sec. d.C. recuperata dagli scavi urbani, oggi ai musei civici di Reggio Emilia

Gli scavi effettuati tra il 2010 e il 2015 nel centro storico di Reggio Emilia, e in particolare quelli in piazza della Vittoria, a palazzo Busetti e in via del Carbone, motivati da importanti interventi di riqualificazione urbana, hanno offerto agli archeologi la straordinaria opportunità di indagare in maniera estensiva il tessuto urbano antico. Non accadeva dai primi anni ’80, dal tempo del grande cantiere del Credito Emiliano dove aveva sede il foro di Regium Lepidi. Queste ricerche, unite alle straordinarie scoperte effettuate nella cripta della Cattedrale e alle altre indagini archeologiche condotte in ambito urbano negli ultimi anni, hanno apportato sostanziali elementi di novità per la conoscenza della città antica. Vista la complessità dei cantieri e gli inevitabili disagi da essi determinati, l’amministrazione comunale ha ritenuto doverosa un’immediata restituzione alla comunità dei risultati delle ricerche archeologiche che vengono ora presentate in modo organico e divulgativo nel volume “La città che si rinnova”. La pubblicazione restituisce alla comunità forse il frutto più importante – immateriale e perpetuo – di interventi di questo tipo: la conoscenza più approfondita del nostro passato e delle nostre radici. Grazie all’apporto di diverse competenze e all’osservazione di ampi spaccati cronologici in più settori urbani, i curatori hanno ricostruito la storia -o forse più “storie”- della città, dei suoi abitanti e dei suoi monumenti, dalle origini ai nostri giorni.

Particolare dell’acquedotto romano trovato negli scavi dell’area dell’ospedale di Reggio Emilia

Il tratto di strada romana emersa dagli scavi sotto Palazzo Busetti a Reggio Emilia (foto Artioli)

Il volume è articolato in quattro sezioni, le prime tre con ordinamento cronologico e la quarta dedicata ai più recenti e aggiornati metodi della ricerca archeologica. Punto di partenza sono le indagini condotte sotto Palazzo Busetti, posto nel punto di intersezione fra la Via Emilia e Via Crispi. Sono emersi nuovi dati sulle origini e sulle prime frequentazioni dell’area in cui è sorta la città, rivelando una presenza preromana di matrice etrusco-italica a Reggio Emilia e una realtà etnica composita, attestata da ceramiche di manifattura gallica rinvenute in associazione con materiali romano-repubblicani. Di grande interesse per la topografia della città romana è stata la scoperta, nell’angolo sud-ovest di Palazzo Busetti, di una via obliqua diretta a nord-ovest e accuratamente pavimentata, che, partendo dalla via Emilia, usciva dal centro cittadino per proseguire verosimilmente in direzione del porto fluviale della Brescello romana. Questo asse viario spezza la rigida ortogonalità della pianificazione urbana impostata, fin dal II sec. a.C., sulla via consolare. La strada obliqua ha fortemente condizionato l’urbanistica del settore nord-occidentale della città, rappresentandone un asse di sviluppo in senso nord-ovest. Ha proiettato il proprio condizionamento ben oltre la fine del mondo antico, svolgendo la funzione di collegamento tra la Cattedrale e la prima sepoltura, extra moenia, del patrono della città, il vescovo Prospero.

La domus romana emersa negli scavi in piazza della Vittoria a Reggio Emilia

Veduta dall’alto dell’acquedotto emerso nello scavo dell’area dell’ospedale di Reggio Emilia

L’assetto viario antico del comparto nord-occidentale ha indubbiamente condizionato la topografia urbana di questa parte della città. I recenti scavi di piazza della Vittoria testimoniano, in particolare, l’adeguamento dell’edilizia privata all’asse della via obliqua, tanto in età repubblicana quanto in quella imperiale. Di notevole importanza risulta la scoperta di una domus sorta in corrispondenza di un edificio precedente e parimenti orientato, testimoniando un’occupazione di questa zona già a partire dal I sec. a.C. La planimetria di questa abitazione, che è stato possibile leggere in maniera pressoché completa (caso quasi unico nella documentazione dell’edilizia residenziale romana di Regium Lepidi), ha reso possibile una proposta ricostruttiva articolata ipoteticamente su due livelli. Uno degli aspetti più significativi degli scavi di piazza della Vittoria è rappresentato dalla completezza della documentazione di scavo, dalle fasi più antiche – a partire dall’età protostorica – a quelle più recenti, di epoca medievale e moderna. Le indagini delle stratigrafie tardoantiche e altomedievali hanno documentato una manifesta continuità di vita anche in questo settore urbano, testimoniando la presenza di abitazioni tarde e di varie aree produttive. Sopra la domus, ad esempio, è stata documentata l’esistenza di una capanna con grande sostegno ligneo centrale, costruita prevalentemente in materiale deperibile. Numerose sono inoltre le strutture legate ad attività artigianali riconducibili alla presenza di forni fusori, calcare, fosse di scarico.

Lastra con figura di Profeta che tiene un rotulus, simbolo dell’Antico Testamento (prima metà XIII sec.), riutilizzato come archivolto (inizi XVI sec.), da via del Carbone, oggi ai musei civici di Reggio Emilia

Le tracce della Cittadella riemerse con gli scavi nel Park Vittoria a Reggio Emilia

Di particolare rilevanza appare la fase medievale (X-XIII sec.) che in questo settore, mostra la presenza di una città turrita, con case che gareggiavano fra loro in altezza assecondando l’ostentazione di potere e ricchezza dei propri abitanti. Di queste abitazioni sono emerse tracce significative dei muri di fondazione, tutti di notevole spessore e orientati sempre secondo l’antica via obliqua. La costruzione della Cittadella per volontà di Luigi Gonzaga, con l’abbattimento delle torri e l’interruzione e/o deviazione della via obliqua, segnerà la fine dello sviluppo continuo di questo settore urbano. Il sedime del nuovo parcheggio interrato insisteva per circa tre quarti della sua estensione sull’invaso del fossato meridionale del fortilizio. La Cittadella sarà poi abbattuta a partire dal 1848 e con le relative macerie sarà riempito il fossato che la recingeva, ricucendo così i fili interrotti di un’espansione della città e dando nuovo impulso al naturale sviluppo verso nord-ovest.

Piazza della Vittoria a Reggio Emilia dopo gli scavi archeologici

Veduta della città di Reggio Emilia (riproduzione da originale di Prospero Camuncoli, 1591)

La stretta connessione fra archeologia e riqualificazione, esplicita nel titolo stesso dell’opera, ha dato vita a un’esemplare modello di collaborazione fra istituzioni pubbliche (il Comune, le Soprintendenze) e soggetti privati che hanno perseguito l’ambizioso progetto di rappresentare l’archeologia in modo nuovo e vicino alla sensibilità contemporanea. Il necessario coronamento di questo percorso è stata la restituzione degli approfondimenti finalizzati alla ricostruzione della storia di un quartiere che fu strategico fra antichità e medioevo per la sua ubicazione lungo una strada diretta a nord ovest. Possiamo ben definirlo l’area nord della Reggio romana, il cui naturale e sino ad allora mai interrotto sviluppo venne bruscamente a congelarsi nel XIV secolo in occasione della costruzione della Cittadella, vero e proprio vulnus nella storia urbanistica di Reggio, per riprendere il suo corso a distanza di cinque secoli in età postunitaria. Questo volume restituisce ai reggiani il risultato di un’operazione di cura oltre che un significativo invito a rispecchiarsi nelle radici più antiche. I segni del passato emersi mentre si ridava nuova vita a luoghi della città vicini alla decadenza legano l’antichità al presente e al futuro.

“Iran: guida storico-archeologica. Dall’antica Persia all’Iran contemporaneo, seguendo quattro grandi itinerari” (Edizioni Terra Santa): una guida per viaggiatori esigenti che vogliono conoscere per capire l’evoluzione di un Paese con settemila anni di storia

Il fascino di Persepoli, la capitale achemenide voluta dal re Dario

Atmosfere magiche nella grande piazza dell’Imam, cuore pulsante di Esfahan in Iran

Ornamento circolare in oro con due leoni (fine V secolo a.C.) dal museo Archeologico di Teheran

La tomba di Ciro il Grande domina la piana di Pasargade

Gli effetti devastanti del terremoto del 2003 a Bam in Iran

La collina di Shahr-e Sokhta, nel sud-est dell’Iran, sito dell’età del Bronzo nella valle dell’Helmand

Il primo itinerario parte da Teheran, la capitale della Repubblica islamica dell’Iran, e raggiunge Taq e-Bostan, ricca di rilievi sassanidi, a poco più di cento chilometri dal confine occidentale con l’Iraq, passando per Hasanlu, un tepe frequentato dal IV millennio a.C. all’età del Ferro, scavato tra il 1956 e il 1974; Hamadan, una delle capitali dell’impero persiano conosciuta come Ecbatana; e Bisotun dove, su una falesia a 70-80 metri di altezza, c’è una delle iscrizioni achemenidi di propaganda più monumentali giunte ai nostri giorni, con il trionfo di Dario I sul mago Gaumata. Il secondo itinerario parte da Kashan, la città delle mattonelle smaltate, e arriva – dopo aver attraversato la catena degli Zagros ed essere scesi nella Susiana, in Mesopotamia, a Chogha Zanbil, con la grande ziggurat elamita patrimonio Unesco, toccando Tepe Sialk, un ricco insediamento di settemila anni fa; Esfahan, forse la città più bella dell’Iran, trionfo del Rinascimento persiano; e Susa, altra capitale dell’impero achemenide. Il terzo itinerario parte da Yazd, nel centro geografico dell’Iran, dove si può ancora toccare con mano lo zoroastrismo, e si conclude a Firouzabad, famosa per un palazzo sassanide molto ben conservato, con tappe a Pasargade, la capitale achemenide dove c’è la tomba monumentale di Ciro il Grande; Naqh-e Rostam, con le tombe monumentali dei re achemenidi scavate nella roccia; Persepoli, l’immensa straordinaria città-palazzo di Dario; Shiraz, la città delle rose e dei poeti; e Bishapur, la città del re sassanide Shapur, vicino alla quale si ammirano i grandi rilievi nella roccia con il trionfo di Shapur e la resa di ben tre imperatori romani Valeriano, Gordiano III e Filippo l’Arabo. Il quarto itinerario si muove attraverso il massiccio Centrale da Kerman, la città sulla Via della Seta ricordata anche da Marco Polo nel suo Milione, a Jiroft, divenuta famosa all’inizio degli anni Duemila per la scoperta di una città del III millennio a.C. con palazzo reale, mura palatine, ziggurat e decine di migliaia di tombe con corredi di vasi in clorite finemente decorati, con fermate a Shahdad, ai margini del grande deserto del Lut; Bam, la fortezza “di fango” divenuta famosa per le riprese del Deserto dei Tartari, gravemente danneggiata dal terremoto del dicembre 2003, Shahr-e Sokhta, dove opera una missione italiana dal 1970, vicinissima al confine con l’Afghanistan e il Pakistan, città dell’età del Bronzo, frequentata fino al 1800 a.C.; Bampur, la cui valle è ricca di siti del III millennio.

La copertina di “Iran: guida storico-archeologica. Dall’antica Persia all’Iran contemporaneo, seguendo quattro grandi itinerari” (Edizioni Terra Santa)

Quattro itinerari alla scoperta dell’Iran per viaggiatori esigenti, curati da Elena Asero, docente di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico, e direttrice scientifica dell’Accademia delle Antiche Civiltà di Milano. Il suo è il contributo più corposo, completato dalla sezione storica, di “Iran: guida storico-archeologica. Dall’antica Persia all’Iran contemporaneo, seguendo quattro grandi itinerari”, delle Edizioni Terra Santa, una guida per quanti vogliono conoscere per capire, attenta alla storia e all’archeologia dell’antica Persia, con contributi di livello accademico, ma anche all’attualità di un presente in continua trasformazione, come alla dialettica fra diverse religioni – dall’antico zoroastrismo all’ebraismo e al cristianesimo – che sono tutt’altro che scomparse nella Repubblica islamica. Con Elena Asero hanno lavorato alla realizzazione della guida Vincenzo Lopasso, docente di Esegesi dell’Antico Testamento all’Istituto Teologico Calabro, aggregato alla Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale di Napoli, e dal 2001 professore invitato alla Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia di Gerusalemme, autore del capitolo “Persia e Bibbia”. Elisa Pinna, giornalista e scrittrice, lavora per l’Agenzia ANSA, per la quale nel 2016 è stata corrispondente da Teheran, propone uno “Sguardo al Paese” all’inizio della guida. Bartolomeo Pirone, professore di Lingua e letteratura araba alla Facoltà di Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo dell’università di Napoli “L’Orientale”; professore invitato alla Pontificia Università Lateranense di Roma, si interessa di manoscritti arabo-cristiani, ha curato il capitolo “La conquista musulmana”.

Yazd, al centro geografico dell’Iran, sorge sulla via della Seta

Teheran, moderna capitale dell’Iran, chiusa dalle cime innevate del Damavand, la montagna più alta del Paese

La tomba del poeta Hafez a Shiraz

L’Iran custodisce alcune delle più antiche testimonianze della civiltà umana, scrive l’editore nella presentazione dell’opera. Qui, nell’antica Persia, sono nati grandi imperi le cui conquiste hanno abbracciato vaste regioni creando un ponte tra Est e Ovest. Di fronte a un Paese dal passato così illustre, questa guida adotta una prospettiva storico-archeologica, l’unica in grado di metterne in evidenza la straordinaria e incomparabile ricchezza. In queste pagine è proposta una scelta di siti “imperdibili”, suddivisi in quattro itinerari che si snodano in altrettante aree geografiche: l’Iran nord-occidentale, l’Iran occidentale, l’Iran sud-occidentale e l’Altopiano centrale. Sono privilegiati gli aspetti storico-artistici e archeologici, la descrizione dei luoghi, delle rimanenze in situ, di sculture, manufatti e collezioni museali. Ne emerge pian piano la storia di un’intera civiltà che ha avuto contatti con tutto il mondo antico, vero e proprio crocevia tra Oriente e Occidente. Completano il quadro un utile “sguardo d’insieme” sul Paese, un’esaustiva introduzione storica e tre contributi che fanno luce sulla lunga e complessa vicenda religiosa dell’Iran: nel corso dei secoli infatti, oltre che con quella di diversi culti “orientali” (zoroastrismo in primis), la storia dell’Iran si è incrociata con le vicende legate ai tre grandi monoteismi: ebraismo, cristianesimo e islam.

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: terzo incontro del ciclo Archeo 40, sui tesori scoperti a Spilamberto (Mo) in 40 anni di scavi archeologici: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni

Il torrione di Spilamberto (Mo), sede del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

La locandina del ciclo di incontri Archeo 40 a Spilamberto

Simonetta Munari, assessore alla Cultura di Spilamberto (foto Daniele Pietropinto)

“L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”: mercoledì 16 gennaio 2019, alle 20.30, allo Spazio Eventi “L. Famigli” di Spilamberto (Mo), incontro con gli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio di Bologna) e Donato Labate, terzo del ciclo di sei conferenze “ARCHEO 40, i Tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” promosse dal Comune di Spilamberto in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna e le università Sapienza di Roma e di Torino per celebrare i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche nel territorio di Spilamberto. Gli incontri passano in rassegna i ritrovamenti spesso eccezionali avvenuti nell’area spilambertese: dallo scavo della tomba n° 1 della necropoli eneolitica del Fiume Panaro (1978) a quello recentissimo (2018) dei due pozzi romani/tardo antichi dell’ex via Macchioni. Quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione che sono illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019. “Quarant’anni non sono nemmeno un battito di ciglia rappresentabile nell’arco della storia dell’uomo”, interviene Simonetta Munari, assessore alla Cultura del Comune di Spilamberto, “ma per il nostro territorio questi anni rappresentano il tempo della scoperta dell’archaios / antico e il lungo discorso d’amore e passione che ne è scaturito. Per celebrare, ma soprattutto per proiettare nel futuro delle nuove generazioni questo tema, abbiamo ideato il progetto “Archeo 40” che accanto alle iniziative di studio pone esperienze, laboratori e rievocazioni per far sentire questi tesori sempre più vivi e nostri”.

Una sala del museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto (Mo)

Celestino Cavedoni (foto Rivista Italiana di Numismatica)

Arsenio Crespellani, archeologo e numismatico

Anche se a Spilamberto gli esordi della moderna ricerca archeologica risalgono alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rinvenimenti e recuperi nel territorio comunale sono segnalati sin dalla prima metà dell’Ottocento, ad opera principalmente di Celestino Cavedoni e di Arsenio Crespellani. Tuttavia è con le scoperte nel 1977 e gli scavi (a partire dal 1978) nell’alveo del fiume Panaro che ha avuto origine una puntuale, ininterrotta stagione di indagini sul campo con lo sviluppo di numerosi studi. In quest’ambito, con l’inaugurazione nel 1979 della mostra “Archeologia nel fiume Panaro” e prima con il reperimento di locali comunali adibiti a deposito, si sono poste le basi per la nascita dell’Antiquarium di Spilamberto (1997), frutto della collaborazione tra l’allora soprintendenza Archeologica, il Comune di Spilamberto, volontari del Gruppo Naturalisti, enti di ricerca e cittadinanza, con lo scopo di conservare e rendere fruibili a un più vasto pubblico i risultati delle ricerche in corso. Nel 2018 sono ricorsi quindi i 40 anni dalle prime scoperte archeologiche sul territorio. In questi decenni sono emersi reperti dalla preistoria alle terramare, dal periodo romano alla presenza di Celti e Longobardi, fino al periodo alto medievale con l’ospitale per i pellegrini. Il Comune di Spilamberto per festeggiare questo importante traguardo ha deciso di organizzare una serie di attività e conferenze: quarant’anni di rinvenimenti, studi e divulgazione illustrati anche attraverso escursioni, competenze e laboratori che proseguiranno fino ad aprile 2019.

Pugnale in osso dalla necropoli eneolitica sul Panaro (foto Sistemonet)

Monica Miari, archeologa della soprintendenza

Punte di freccia in selce conservate al museo Archeologico di Spilamberto

Mercoledì 14 novembre 2018, dopo la presentazione del progetto “Archeo40: i tesori di Spilamberto in 40 anni di scavi archeologici” da parte di Simonetta Munari, l’archeologa della soprintendenza Monica Miari ha parlato de “L’Età del Rame e il periodo Eneolitico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nell’alveo del fiume Panaro, nei territori di Spilamberto e di S. Cesario”, spiega Munari, “sono venute alla luce dal 1977 ad oggi testimonianze di numerosi siti preistorici, oggetto di scavi sistematici. È stato possibile individuare tre fasi principali d’insediamento: la prima riferibile a un aspetto piuttosto antico della Cultura dei vasi a bocca quadrata (pieno Neolitico, metà del V millennio a.C.), una seconda che documenta la successione di più momenti della Cultura di Chassey-Lagozza (Neolitico recente, fine del V, prima metà del IV millennio a.C.) e una terza con la necropoli eneolitica che ha dato il nome al relativo Gruppo di Spilamberto (databile fra la metà del IV e gli esordi della seconda metà del III millennio a.C.). La necropoli assume particolare rilevanza per le implicazioni sociali e rituali: di essa sono esposte in museo otto sepolture (su 39 recuperate) e la totalità dei corredi funerari. I riti di sepoltura appaiono fortemente standardizzati: inumazioni in giacitura primaria singola (un solo caso di deposizione bisoma), supina, con orientamento prevalente Est-Ovest e capo a Ovest e corredo ceramico costituito generalmente da un singolo vaso posto ai piedi dell’inumato. Tra questi si evidenzia la netta prevalenza di recipienti a squame caratteristici del Gruppo di Spilamberto anche se in sette tombe è sostituito da una brocca/boccale, di tradizione peninsulare. Tra le armi figurano cuspidi di freccia, pugnali e un’alabarda. Al momento si conoscono in Emilia occidentale tre/quattro sepolcreti di questo Gruppo, non privi di significativi rapporti con le altre principali necropoli eneolitiche dell’Italia padana, quali Remedello nel Bresciano e Celletta dei Passeri a Forlì”.

Le asce in bronzo (1650 – 1150 a.C.) trovate nel ripostiglio di Lovara a Savignano sul Panaro

Andrea Cardarelli dell’università La Sapienza di Roma

Si è proseguito lunedì 3 dicembre 2018 con “L’Età del Bronzo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto” a cura di Andrea Cardarelli, docente di Preistoria e Protostoria all’università Sapienza di Roma. “Il territorio di Spilamberto”, ricorda Cardarelli, “è noto per una straordinaria ricchezza di rinvenimenti archeologici attribuibili all’età neolitica e del Rame ma è ben rappresentata anche la successiva fase dell’età del Bronzo. Già nelle fasi dell’antica età del Bronzo (circa 2200 – 1650 a.C.) vi sono numerose attestazioni attribuibili a villaggi che si collocavano lungo l’asse del fiume Panaro, i quali presentano caratteristiche precipue rispetto agli aspetti maggiormente noti della Lombardia e dell’area del Garda. Si tratta di un popolamento ancora piuttosto sparso e poco indagato, che tuttavia doveva avere una certa importanza a giudicare da alcuni rinvenimenti eccezionali, come ad esempio il vicino ripostiglio di asce in bronzo di Savignano sul Panaro, uno dei più grandi contesti archeologici di questo tipo trovati in Italia. Successivamente, durante l’età del bronzo medio e recente (1650 -1150 a.C.) – continua -, il territorio di Spilamberto è partecipe dello sviluppo delle Terramare, uno dei più rilevanti fenomeni storici e culturali dell’età del Bronzo Italiana ed Europea. Diverse sono le attestazioni di terramare presenti nell’area spilambertese e nelle zone limitrofe. Di particolare importanza è la recente scoperta di una grande terramara, in gran parte sepolta e pertanto molto ben conservata, venuta in luce durante i lavori di escavazione delle cave di Ponte del Rio – via Macchioni. Gli scavi condotti a più riprese in questo sito negli ultimi dieci anni hanno evidenziato importantissimi resti di case, recinti e reperti di grande rilevanza, come oggetti in bronzo e in ambra. Integrando i dati noti per il territorio di Spilamberto con quelli della regione si cercherà di fornire un quadro aggiornato della grande epopea delle terramare dalle origini alla crisi”.

Pozzo romano parzialmente ricostruito nel museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto

L’archeologo Donato Labate

Scavo della villa rustica romana a Ponte del Rio a Spilambergo (foto Massimo Trentin)

Armilla in bronzo del III sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Quindi mercoledì 16 gennaio 2019 sarà la volta degli archeologi Sara Campagnari (soprintendenza) e Donato Labate parlare di “L’Età del Ferro e il periodo romano nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. In questo millennio sono state condotte nel territorio di Spilamberto regolari campagne di scavo che hanno restituito strutture insediative, infrastrutture e necropoli ascrivibili sia all’età del Ferro che all’età romana, in un’area già ricca di numerose altre testimonianze archeologiche. “Per la prima età del Ferro”, intervengono Campagnari e Labate, “le testimonianze sono esigue ma piuttosto significative in relazione alla frequentazione di epoca villanoviana gravitante sull’asse del Panaro. Per la fase di VI e V sec. a.C. i rinvenimenti delineano un assetto territoriale costituito da piccoli nuclei insediativi, collegati alla frequentazione della valle del torrente Guerro tramite una rete di vie di percorrenza traversali, marcate dalla presenza di piccole aree di culto, come testimoniano due bronzetti votivi rinvenuti da Arsenio Crespellani nel 1881. In particolare nell’area della cave di via Macchioni sono stati indagati due pozzi dell’età del ferro – da mettere in relazione con la presenza di un insediamento etrusco- e alcune sepolture celtiche di cui una appartenuta a un guerriero tumulato con una spada e una lancia da parata traforata. Risale all’ultima fase del periodo celtico l’impianto di una fattoria abitata senza soluzione di continuità dalla fine del III sec. a.C. fino al periodo tardo antico. A questa fattoria sono riferibili cinque pozzi, un silos, una fornace, una necropoli con 32 tombe collocata in prossimità di un cardine e un piccolo cimitero tardo antico con altre 31 tombe collocate vicino al rustico. Nella stessa cava è venuta in luce la porzione di una villa urbano-rustica di età romana con una fornace e un’altra necropoli con 46 sepolture. In un’altra cava di via Macchioni è stato integralmente indagato un complesso produttivo, con una grande fornace di età repubblicana, collocato in un’area destinata alla lavorazione e deposito dei prodotti fittili. In località Ergastolo è stata infine indagata una grande buca per la decantazione dell’argilla, utilizzata per la produzione di ceramica e laterizi, di pertinenza di un vicus i cui resti sono stati smaltiti all’interno della grande depressione; a questo insediamento sono riferibili anche alcune antefisse ed ex voto da mettere in relazione con la presenza di un’area sacra. Nella stessa località sono stati trovati negli anni ’80 del secolo scorso i resti di una villa urbano-rustica di età romana i cui materiali sono esposti nell’Antiquarium di Spilamberto”.

Bottiglia in ceramica del VII sec. d.C. da Ponte del Rio di Spilamberto (foto Massimo Trentin)

Fibula a S da Spilamberto (foto Sabap-Bo)

Maria Grazia Maioli (foto da http://www.caffeletterario.it)

Il 12 febbraio 2019 Maria Grazia Maioli, archeologa emerita della soprintendenza, approfondirà il tema “Il Tardo Antico nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. “Nei momenti difficili”, sottolinea Maioli, “si è sempre cercato di salvare il salvabile. E se questo è vero in tutte le epoche, in epoca tardo imperiale, in periodo di incursioni, si cercava di nascondere non solo gli oggetti di maggior valore ma tutto quanto sarebbe stato necessario in vista di un auspicato ritorno dopo la fuga. La paura degli invasori ha portato alla nascita dei “tesori”, a volte non recuperati e ritrovati solo dopo secoli. Nelle nostre zone si tendeva ad usare come nascondigli soprattutto i pozzi ma non solo”. La conversazione di Maria Grazia Maioli intende illustrare come e perché sono stati nascosti questi oggetti e soprattutto come mai, in determinate condizioni, poteva essere considerato prezioso anche un oggetto di uso comune come un semplice vaso da cucina.

Scavi nel 2003 della necropoli longobarda a Ponte del Rio di Spilambergo

Fibula cameo, tra i tesori scoperti a Spilambergo (foto Sabap-Bo)

Paolo Devingo dell’università di Torino

Invece mercoledì 13 marzo 2019 il docente di Archeologia Cristiana e Medievale dell’università di Torino, Paolo De Vingo, parlerà di “I Goti e i Longobardi nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. L’incontro con De Vingo vuole mettere in luce la possibilità che i rapporti tra Romani e popolazioni gote si siano svolti in una prospettiva fortemente continuista tra il prima e il dopo, utilizzando come spartiacque la data del 476. Lo studio dei materiali della villa rustica individuata nella cava di via Macchioni a Spilamberto, posteriori al V secolo, sembrerebbero confermare questa possibilità lasciando intravvedere come le popolazioni gote si siano inserite nella penisola italiana in contesti produttivi dei quali conoscevano in modo abbastanza preciso i meccanismi di funzionamento. Questa ipotesi, se confermata dal completamento del lavoro di studio attualmente in corso, potrebbe rendere possibile uno slittamento al 554 come data finale del mondo romano come noi lo abbiamo sempre concepito, seguito dalla breve occupazione bizantina fino alla conquista longobarda nel 568 che aprirebbe di fatto la fase altomedievale della penisola italiana.

Veduta zenitale dello scavo dell’Ospitale di San Bartolomeo a Spilamberto (foto Donato Labate)

Il ciclo di incontri si chiude mercoledì 17 aprile 2019 con l’archeologo Donato Labate che illustra il tema de “L’Ospitale di San Bartolomeo nel Museo Archeologico Antiquarium di Spilamberto”. Fino alla fine del Novecento non c’era traccia dell’antica chiesa di San Bartolomeo, con annesso Ospitale, già citata in un atto del 1162. Si sapeva solo che era a sud di Spilamberto. “Gli scavi condotti tra il 2007 e il 2008”, ricorda Labate, “in località San Pellegrino hanno individuato una chiesa con annesso cimitero e altre strutture e infrastrutture rurali di età basso medievale riferibili ai resti dell’antico Ospitale che, a giudicare dai reperti rinvenuti, fu frequentato dall’XI al XIV secolo. Di grande interesse sono le tombe di due pellegrini giacobiti, riconoscibili dalla conchiglia con cui adornavano il proprio abbigliamento, di cui una esposta nell’Antiquarium di Spilamberto. L’Ospitale, fondato dall’Abbazia di Nonantola, era collegato alla viabilità con la Toscana (strada frequentata dai pellegrini) e legato alle prime fasi di vita di Spilamberto, dal tempo del Marchese Bonifacio alla fondazione del Castello ad opera dei Modenesi nel 1210. Resterà operativo fino al XIV secolo quando l’insediamento religioso sarà abbandonato con la fondazione del un nuovo Ospitale di Santa Maria degli Angioli all’interno dell’abitato di Spilamberto”.

“Il pozzo di Sant’Antonino. Un segreto sotterraneo”: Piacenza, in concomitanza con la mostra “Annibale. Un mito mediterraneo” offre un’occasione unica per scoprire il sottosuolo di Piacenza romana

Discesa al pozzo di Sant’Antonino a Piacenza

I primi a scendere nel pozzo, uno alla volta, ben imbragati, l’anti-vigilia di Natale. Infatti dal 23 dicembre 2018 e fino al 17 marzo 2019, cioè fino alla chiusura della mostra a Palazzo Farnese “Annibale. Un mito mediterraneo” a cura di Giovanni Brizzi, Piacenza offre un’occasione unica per visitare il sottosuolo di Piacenza romana: “Il pozzo di Sant’Antonino. Un segreto sotterraneo” nella chiesa di Santa Maria in Cortina (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2018/12/11/annibale-un-mito-mediterraneo-a-piu-di-duemila-anni-dalla-disfatta-alla-trebbia-alle-porte-di-piacenza-delle-legioni-romane-ad-opera-dei-cartaginesi-annibale-torna-a-piacenza-co/). Un viaggio nella storia lungo millesettecento anni, a quattro metri e mezzo di profondità. Il luogo in cui la tradizione cristiana vuole sia stato ritrovato il corpo del martire Antonino, patrono della città di Piacenza. Un sacrario databile al IV secolo, voltato e affrescato, per la prima volta accessibile al pubblico attraverso un’affascinante discesa.

L’interno della piccola chiesa di Santa Maria in Cortina a Piacenza

La pietra che chiude il pozzo medievale di Sant’Antonino sotto il presbiterio

Il cuore dell’iniziativa si trova nella piccola chiesa di Santa Maria in Cortina a Piacenza. Come si legge sul sito della cattedrale (https://cattedralepiacenza.it) qui si narra che il corpo di Sant’Antonino (decapitato, secondo tradizione, nel 303) fu ritrovato in un ambiente ipogeo dal vescovo Savino, per essere poi traslato sul finire del IV secolo nella vicina chiesa di San Vittore, da quel momento dedicata al patrono. Sul luogo del ritrovamento il vescovo Savino fece costruire una prima chiesa, a cui ne seguì una medievale, che fu a sua volta sostituita dall’attuale, ultimata all’inizio del XVI secolo. La memoria di quel luogo sopravvive ancora oggi alla venerazione dei piacentini: da qui il 13 novembre di ogni anno parte una processione che giunge nella basilica di Sant’Antonino e che ricorda il leggendario ritrovamento del corpo del martire, dopo che al vescovo Savino fu mostrata in sogno l’esatta posizione della sepoltura. Durante i lavori di restauro dell’attuale edificio, sul finire dell’800, vennero alla luce straordinari reperti di età imperiale, tra cui il bellissimo “marmo Cecilio”, che dimostrano l’impiego di quest’area fin dal I secolo come necropoli posta immediatamente al di fuori delle mura urbane.

La discesa in sicurezza nel pozzo di Sant’Antonino a Piacenza

La discesa al pozzo. Lungo tutta la durata dell’evento, collegato alla mostra “Annibale. Un mito mediterraneo”, i visitatori hanno la possibilità esclusiva e irripetibile di calarsi proprio all’interno della camera ipogea dove è stato ritrovato il corpo di Antonino, unico esempio di questo tipo di ambiente conosciuto in città ancora intatto ed accessibile, alla profondità di quattro metri e mezzo. Una volta all’interno, con l’ausilio di appositi occhiali, sarà possibile immergersi nella ricostruzione 3D in realtà aumentata per meglio comprendere la ricchezza della decorazione oggi ancora solo parzialmente riconoscibile. La visita è introdotta da una videoproiezione all’interno della chiesa che narra la leggendaria storia di Antonino, l’Inventio del corpo del Santo Martire ad opera del vescovo Savino e le fasi evolutive della chiesa. L’accesso è consentito a 8 persone alla volta. Il gruppo in accesso, dopo la visione della videoinstallazione collocata all’interno della chiesa che narra la storia del pozzo, si sposterà nell’adiacente locale sacrestia per indossare i caschetti: con tali dispositivi sarà quindi possibile scendere la ripida scala di accesso alla camera in totale sicurezza, con il supporto di un operatore, una persona alla volta. La durata complessiva della visita (video e discesa) è stimata in 30 minuti.

La botola che dà accesso all’ipogeo romano di Sant’Antonino a Piacenza

Il cosiddetto “marmo Cecilio” a Piacenza

La ricostruzione dell’ambiente ipogeo. L’ultimo capitolo affronta il mistero della tomba di Sant’Antonino, da sempre ritenuta collocata al di sotto del pozzo medievale (visibile sotto l’altare maggiore), fino alla scoperta, intorno alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, dell’ipogeo romano accessibile tramite una botola posta in una primitiva cappella, oggi sagrestia. Uscendo dalla chiesa sarà possibile ammirare da vicino, sulla parete sinistra, il precedentemente citato “marmo Cecilio”, lastra di Rosso Verona che si ipotizza essere parte di un monumento funebre a tamburo e che reca un’iscrizione funeraria citando un Cecilio, questore e tribuno augustale, curatore del tempio da costruirsi in onore di Giove. Il progetto, che prende origine dalla tradizione cristiana giunta fino a noi, mira ad affiancare ad essa il dato archeologico che emerge con evidenza all’interno dell’ipogeo della chiesa di Santa Maria in Cortina. Tradizione, fede, e cultura si fondono in un tutt’uno per far memoria di uno dei fatti più straordinari accaduti a Piacenza.

A Cagliari si presenta il libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico”: lettura e interpretazione aggiornate alla luce delle più recenti ricerche dell’archeologo Paglietti sul nuraghe Su Nuraxi di Barumini, simbolo della Sardegna, a settant’anni dagli scavi di Lilliu

Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini, il più famoso complesso protostorico della Sardegna, sito Unesco dal 1997

Il libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico” (2018, Arkadia editore) di Giacomo Paglietti

Logo del museo Archeologico nazionale di Cagliari

Su Nuraxi di Barumini rappresenta il complesso nuragico più noto al mondo grazie anche all’iscrizione nel 1997 alla lista dei siti Unesco. Indagato negli anni Cinquanta del Novecento da Giovanni Lilliu, è stato dallo stesso scopritore portato all’attenzione pubblica come paradigma della Civiltà Nuragica e oggi, a distanza di più di settant’anni, è ancora il più grande sito della Sardegna protostorica scavato integralmente. “Si può affermare”, scrive Caterina Lilliu, figlia dell’illustre archeologo, referente per le attività scientifiche e museali del Polo museale Casa Zapata-Barumini, “che il nuraghe di Barumini per varie ragioni – le circostanze affascinanti della scoperta, la passione e la volontà dello scopritore, le qualità monumentali e storiche – è divenuto un simbolo”. Ma la ricerca archeologica del monumento non si è esaurita con la messa in luce delle sue strutture architettoniche. Momento fondamentale è l’analisi puntuale dei manufatti della società che quel monumento ha espresso o di chi ha vissuto tra le sue rovine per tentare un’interpretazione, seppur limitata, delle vicende dei suoi abitanti. È quanto ha cercato di fare Giacomo Paglietti, direttore degli scavi archeologici presso il Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, da anni impegnato a studiare il complesso di Barumini, oggetto della sua tesi per il dottorato di ricerca all’università la Sapienza di Roma, con alle spalle numerose campagne e missioni di scavo archeologico in Sardegna e all’estero (Corsica, Baleari e Tunisia), nel libro “Su Nuraxi di Barumini. Un approccio metodologico” (2018, Arkadia editore) che sarà presentato da Carlo Tronchetti, presente l’autore, giovedì 10 gennaio 2019 alle 17 nella sala didattica del museo Archeologico nazionale di Cagliari. Il volume propone l’analisi puntuale dei manufatti e della società che il noto monumento, patrimonio dell’Unesco e area archeologica afferente al Polo museale della Sardegna, ha espresso insieme alla storia di chi lo ha vissuto tra le sue rovine. È stato quindi possibile tentare una ricostruzione delle vicende storiche di questo importante complesso archeologico attraverso lo studio dei suoi reperti archeologici e il contestuale riscontro con i giornali di scavo e le fotografie dell’epoca. La storia del monumento viene così legata alla storia dei suoi studi.

L’eccezionale panorama che si gode dall’alto della torre di Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

Il nuraghe Su Nuraxi di Barumini è sito Unesco dal 1997

“Ho letto con molto interesse la monografia di Paglietti”, continua Caterina Lilliu, “corposo, ben documentato e non facile, dove l’autore si muove sul terreno (alquanto accidentato per gli archeologi) della seriazione cronologica ed evolutiva della civiltà nuragica. E questo perché, a quasi settant’anni dalle ricerche di Giovanni Lilliu, la microstoria del nuraghe Su Nuraxi viene proposta come paradigma di una civiltà. Di certo il lavoro di Giacomo Paglietti si pone come una nuova tappa nella prestigiosa storia sul Su Nuraxi; dalle sue ricerche emergono elementi importanti ai fini della definizione del quadro cronologico-culturale del complesso nuragico o di parte di esso, e della individuazione di ulteriori ipotesi di ricerca”.

Una guida archeologica autorizzata mostra un’ipotesi di alzato del nuraghe Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

L’archeologo Giacomo Paglietti

Il volume, ricco di immagini e rilievi, si articola in otto capitoli puntualizzati da conclusioni e da un importante apparato bibliografico. Con rigore scientifico e passione divulgativa, l’autore traccia un breve quadro generale della civiltà nuragica per poi delineare le fasi salienti dello scavo, i ritrovamenti più eclatanti, le ipotesi e la cronologia, dando un contributo innovativo e ricco di nuovi spunti per la comprensione non solo del monumento in sé ma della civiltà che lo eresse. “Paglietti”, interviene Giuseppa Tanda, già professore ordinario di Preistoria e Protostoria all’università di Cagliari, “definisce la civiltà nuragica ermetica e aniconica nell’età del Bronzo, e iconica nell’età del Ferro, volendo sottolineare al presenza o l’assenza di rappresentazioni figurate siano esse antropomorfe che zoomorfe come dato culturale discriminante nella ricomposizione della vita delle comunità protostoriche dislocate in Sardegna tra il Bronzo Medio e la prima età del Ferro (secoli XVI-VIII a.C.)”.

Veduta panoramica della zona delle capanne del complesso Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

“Queste riflessioni – continua Tanda – sono preliminari alla trattazione del tema della ricerca che è l’analisi archeologica e la revisione dello scavo delle capanne 141, 170, 172, 173/175 che si sviluppano attorno al cortile 174 del complesso nuragico di Barumini. Dopo una breve sintesi delle vicende dello scavo del complesso archeologico, tra cui la disastrosa conservazione dei materiali archeologici e l’indispensabile lavoro di verifica, di salvataggio e di riordino della documentazione, operata da Giulio Pinna su richiesta dello stesso Lilliu, Paglietti precisa l’approccio metodologico posto alla base del lavoro: mantenere la sequenza archeologica proposta nel 1955 dallo stesso Lilliu, alla quale rapportare gli elementi architettonici tipici delle fase culturali, alla luce dei successivi studi e delle nuove acquisizioni di scavo sulla Civiltà nuragica”.

La guida archeologica autorizzata mostra un’ipotesi ricostruttiva delle capanne nel complesso Su Nuraxi di Barumini (foto Graziano Tavan)

Le tematiche sono trattate in distinti capitoli. “Dopo la puntualizzazione e rivisitazione delle fasi edilizie”, scrive ancora Tanda, “Paglietti sviluppa l’argomento delle fasi culturali della sequenza Lilliu, articolate secondo tre argomenti: architettura, cultura materiale, cronologia, con un puntuale lavoro di riscontro, facendo riferimento anche alle recenti pubblicazioni sui materiali di Su Nuraxi. Con quest’analisi critica sottolinea alcune discrepanze e anomalie, corregge e integra, arrivando a interpretazioni accettabili e, talvolta, nuove. Passa poi alla trattazione dei casi di studio, seguendo la medesima griglia metodologica, in linea con quanto già puntualizzato nei capitoli precedenti: descrizione architettonica, documentazione, il giornale di scavo trascritto, interpretazione dei dati del giornale di scavo, interpretazione di dati archeologici, con l’inserimento delle interpretazioni nella sequenza nuragica tra il Bronzo recente e la prima età del Ferro”. Il lavoro di Paglietti, conclude Caterina Lilliu, “è un valido contributo alla conoscenza, divulgazione e valorizzazione del celebre monumento della Marmilla”. Perciò si augura che “il libro abbia la diffusione che merita, e non solo tra gli studiosi”.

Pompei. Riaperta la Schola Armaturarum restaurata dopo il crollo del 2010. Primi visitatori e prime immagini della Casa dei Gladiatori recuperata al grande pubblico

Gli affreschi recuperati con i restauri della Schola Armaturarum a Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Il direttore generale Massimo Osanna alla riapertura della Schola Armaturarum di Pompei (foto Parco archeologico di Pompei)

Giovedì 3 gennaio 2019: i primi visitatori – in questo caso i giornalisti – sono entrati nella Schola Armaturarum, la Casa dei Gladiatori di Pompei, come non succedeva dal 2010, quando il 6 novembre le immagini del crollo del soffitto fece il giro del mondo suscitando l’indignazione generale. “A Pompei i crolli negli scavi archeologici sono un capitolo chiuso”, ha affermato Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei, aprendo con non poca soddisfazione il nuovo percorso tra le mura della Schola Armaturarum, a restauri completati. E sarà così ogni giovedì negli orari di apertura del sito, per gruppi contingentati di visitatori. Primo passo – anticipava ieri archeologiavocidalpassato (vedi https://archeologiavocidalpassato.wordpress.com/2019/01/02/pompei-riapre-al-pubblico-la-schola-armaturarum-a-otto-anni-dal-crollo-che-indigno-il-mondo-costo-il-posto-al-ministro-bondi-e-in-seguito-al-quale-sarebbe-nato-il-grande-progetto-pompei-obiettivo/) verso un più articolato progetto di fruizione e di musealizzazione, esteso anche ai vani retrostanti, che consentirà di vedere i dipinti e gli oggetti nel loro luogo di rinvenimento. E allora vediamo meglio la storia degli interventi alla Schola Armaturarum riprendendo l’articolo di ieri arricchito con le prime immagini rese pubbliche dal Parco archeologico di Pompei.

Le anfore rinvenute durante gli scavi del 2017-2018 alla Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)

La Schola Armaturarum durante gli scavi dello Spinazzola del 1915-16 (foto Parco archeologico di Pompei)

Scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1915 e il 1916, la Schola Armaturarum era probabilmente un edificio di rappresentanza di un’associazione militare, come si può dedurre dalle decorazioni e dal rinvenimento di armi custodite al suo interno. Gli ultimi scavi eseguiti per la messa in sicurezza delle strutture, sembrano rafforzare questa ipotesi. Sul retro dell’edificio sono infatti venuti alla luce ambienti di servizio dove si custodivano anfore contenenti olio, vino pregiato e salse di pesce provenienti dal Mediterraneo (Creta, Africa, Sicilia, Spagna), prodotti di qualità da servire in occasioni conviviali o di rappresentanza.

La ricostruzione della Schola Armaturarum ad opera di Amedeo Maiuri (foto Parco archeologico di Pompei)

La Schola Armaturarum dopo i bombardamenti del 1943 (foto Parco archeologico di Pompei)

Quello del 2010 non fu l’unico crollo dell’edificio. Durante i bombardamenti alleati del ’43, la struttura venne semidistrutta e andarono perduti in maniera irreparabile gran parte degli elevati e degli apparati decorativi .Nei successivi restauri condotti da Amedeo Maiuri tra il 1944 e il 1946, si procedette a una ricostruzione integrale delle pareti laterali fino a 9 m di altezza e alla realizzazione di una copertura piana in cemento armato. Come avvenne per molti restauri dell’epoca, l’intervento ricostruttivo, finalizzato a riproporre i volumi originari dell’edificio, fu eseguito con materiali impropri (ferro e cemento) rispetto alle tecnologia costruttiva antica.

Dettaglio degli affreschi recuperati nella Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)

Una restauratrice mostra gli eccezionali risultati degli interventi alla Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)

Consolidamento degli intonaci della Schola (foto Parco archeologico di Pompei)

Pulitura degli affreschi della Schola (foto Parco archeologico di Pompei)

Ricomposizione dei frammenti di crollo della Schola (foto Parco archeologico di Pompei)

Gli interventi di recupero hanno avuto inizio nel 2016 con il supporto tecnico di Ales, la struttura interna del Mibac che si occupa da più di tre anni della manutenzione programmata di Pompei. Realizzata una copertura temporanea che consentisse l’avvio dei lavori, si è proceduto inizialmente alla messa in sicurezza delle strutture e degli apparati decorativi, per evitare l’ulteriore perdita di porzioni originali. È stato cioè necessario in una prima fase ripristinare la stabilità delle murature e degli intonaci superstiti, fortemente compromessa dalle sollecitazioni dovute al crollo della copertura e delle pareti laterali. Successivamente si è intervenuti sulle superfici dipinte agendo in parallelo, sulle pareti conservate all’interno dell’edificio e ricomponendo in laboratorio i frammenti recuperati dopo il crollo.

Parete Est prima degli interventi (foto Parco archeologico di Pompei)

Parete Est dopo gli interventi (foto Parco archeologico di Pompei)

Particolare della reintegrazione pittorica a tratteggio nella Schola Armaturarum (foto Parco archeologico di Pompei)

Trattamento delle lacune con la tecnica del tratteggio (foto Parco archeologico di Pompei)

Si è scelto di ripristinare la leggibilità figurativa attraverso un’attenta pulitura e un’accurata presentazione estetica, pur garantendo la riconoscibilità dell’intervento. In particolare il trattamento delle lacune presenti sulle pareti dipinte è stato oggetto di un’approfondita riflessione critica. Si è scelto di adottare il tratteggio, una tecnica messa a punto dall’Istituto Centrale del Restauro negli anni ’40, che consiste nell’accostamento di leggerissimi tratteggi verticali ravvicinati che ripropongono la policromia originale e consentono di ripristinare l’unità dell’immagine perduta, garantendo tuttavia la possibilità di distinguere da vicino l’intervento di restauro.