Pozzuoli (Na). Alla Necropoli tardoantica paleocristiana di San Vito di Pozzuoli (Na) ospita il convegno nazionale di studi “Le prime tracce del cristianesimo a Pozzuoli: la necropoli tardoantica paleocristiana di San Vito. Scoperte recenti” promosso da Villaggio Letterario e soprintendenza di Napoli
Mercoledì 28 gennaio 2026 la Necropoli tardoantica paleocristiana di San Vito di Pozzuoli (Na) ospita il convegno nazionale di studi “Le prime tracce del cristianesimo a Pozzuoli: la necropoli tardoantica paleocristiana di San Vito”, promosso da Villaggio Letterario in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, con il contributo del ministero della Cultura. Appuntamento alle 10 a Villa Elvira, in via San Vito 9 a Pozzuoli. Il convegno, curato da Maria Luisa Tardugno e Anna Russolillo, è dedicato alla presentazione e alla discussione delle ricerche condotte nel sito, uno dei contesti più significativi dell’area flegrea per lo studio delle prime attestazioni del cristianesimo. Dopo l’introduzione del giornalista Gianni Ambrosino, sono previsti i saluti di S. E. mons. Carlo Villano, vescovo delle diocesi di Pozzuoli e Ischia; di S. E. mons. Gennaro Pascarella, vescovo emerito delle diocesi di Pozzuoli e Ischia; del sindaco di Pozzuoli Luigi Manzoni e della soprintendente Paola Ricciardi. La mattina sarà dedicata alle origini del cristianesimo a Pozzuoli, alle pratiche funerarie tardoantiche e all’analisi dei materiali archeologici, con interventi di studiosi delle università di Napoli Federico II, Napoli L’Orientale, Roma Tre e dell’università del Molise. Nel pomeriggio si parlerà dei reperti postclassici e delle attività di scavo e valorizzazione del sito, con contributi di Iolanda Donnarumma e Maria Luisa Tardugno. È inoltre prevista la presentazione dei poster di Robert H. Tykot, Anna Russolillo, Anna Abbate e Franco Foresta Martin, dedicati alle analisi isotopiche sulla dieta degli individui sepolti nella necropoli. Il convegno si concluderà con una visita guidata all’ipogeo della Necropoli di San Vito.
Roma. A corollario della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale, Lectio magistralis “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” del prof. Gianluca Miniaci (università di Pisa): alcuni tesori sono esposti nella prima sala. L’egittologo presenta per “archeologiavocidalpassato.com” il suo libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” (Carocci)
Lectio magistralis “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” del prof. Gianluca Miniaci, egittologo dell’università di Pisa martedì 27 gennaio 2026 nell’aula didattica delle Scuderie del Quirinale a corollario della mostra “Tesori dei Faraoni”. Le prenotazioni sono già sold out, ma la conferenza sarà registrata e pubblicata sul sito web e sul canale YouTube delle Scuderie del Quirinale.

L’egittologo Gianluca Miniaci (UniPi) con il suo libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” (Carocci) (foto graziano tavan)
Il prof. Miniaci è autore del libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep. Una donna alla riconquista dell’Egitto antico” (Carocci editore): Celato per millenni in un nascondiglio che nulla rivelava dall’esterno, nel 1859, nei pressi dell’antica Tebe (oggi Luxor) tornò alla luce uno dei più grandi tesori dell’antico Egitto, composto da oltre 70 oggetti, fra cui numerosi gioielli, manufatti e armi in oro, argento, bronzo e pietre dure. Il tesoro era appartenuto a una coraggiosa regina di nome Ahhotep, vissuta verso il 1550 a.C., in un periodo particolarmente buio della storia dell’Egitto, dominato a nord dai temibili Hyksos. La storia di questa scoperta è intrecciata con quella del padre dell’archeologia egizia, Auguste Mariette. Il volume, arricchito da numerose illustrazioni e da un prezioso inserto a colori, ne traccia una ricostruzione, ancora in parte avvolta nel mistero, che ci conduce nelle atmosfere avventurose e romantiche dei primi ritrovamenti ottocenteschi, ci racconta la nascita del gusto per le antichità egizie e allo stesso tempo svela intrighi di potere dell’antico Egitto, fra devozione materna, incesti, tradimenti, guerre e catastrofi naturali.

Coperchio in stucco dorato e legno della regina Ahhotep dalla tomba della regina Ahhotep (Tebe Ovest), conservato al msueo del Cairo (foto graziano tavan)
Nella prima sala della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale, dedicata a “Egitto, terra dell’oro” sono esposti alcuni dei tesori provenienti dalla Tomba della regina Ahhotep: dalla decorazione al valor militare al bracciale del re Ahmose I, al coperchio in legno dorato del sarcofago della regina Ahhotep II (vedi Con archeologiavocidalpassato.com alla scoperta della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale a Roma: ecco i capolavori della Sala 1, “Egitto, terra dell’oro” | archeologiavocidalpassato).
Ecco la presentazione del libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep. Una donna alla riconquista dell’Egitto antico” (Carocci editore) che il prof. Miniaci ha fatto ad archeologiavocidalpassato.com.
“Questo libro racconta due storie che si intrecciano”, spiega Miniaci ad archeologiavocdalpassato.com. “Da una parte c’è l’Egitto del 1550 a.C. che vive un momento drammatico, uno sliding doors della storia dell’Antico Egitto diviso in due tronconi: nel Nord ci sono gli Hyksos e nel Sud ci sono gli egiziani. E poi c’è un’altra storia, quella dell’Egitto dell’800, un Egitto che è una sorta di far-west dell’archeologia, un Egitto in cui si incontrano e si scontrano artisti, diplomatici, avventurieri, esploratori, anche studiosi.

Decorazione al valor militare in oro (fine XVII-inziio XVIII dinastia) dalla tomba della regina Ahhotep II, conservata al museo di Luxor (foto graziano tavan)
Cercano tutti quanti di poter arrivare alle antichità egiziane che erano un po’ il cuore, la chiave di quella che è la scoperta dell’Antico Egitto. Questo libro ci parla di una regina guerriera, di una regina che finalmente riesce a sconfiggere gli Hyksos, e riesce a scacciare l’invasore dall’Egitto. Ma ci racconta anche tante altre storie che ruotano intorno a questa regina. Ci sono storie di incesto; c’è l’eruzione del vulcano di Santorini; ci sono le battaglie, gli scontri sanguinari; ci sono tutti i faraoni che vengono massacrati e uccisi dagli Hyksos; ci sono le dispute tra gli stranieri e gli egiziani stessi”.

L’egittologo Gianluca Miniaci (UniPi) con il suo libro “Il tesoro perduto della regina Ahhotep” (Carocci) (foto graziano tavan)
Gianluca Miniaci insegna Archeologia, Lingua e Storia dell’antico Egitto all’università di Pisa. È direttore della missione archeologica a Zawyet Sultan (Minya, Egitto) e della campagna di scavo dell’università di Pisa a Dra Abu el-Naga (Luxor, Egitto). Ha lavorato per i principali musei internazionali, tra cui il British Museum e il Louvre, e dirige varie riviste e collane scientifiche, fra cui la prestigiosa “Ancient Egypt in Context” edita da Cambridge University Press. Ha al suo attivo oltre 20 libri e più di 100 articoli scientifici. La sua ultima monografia è relativa alle miniature di animali in faïence in Egitto, Nubia e nel Levante nel Medio Bronzo (2000-1500 a.C.).
Viterbo. Al museo nazionale Etrusco di Rocca Albornoz incontro con Jacopo Tabolli (università per Stranieri di Siena) su “Raccontare senza io: archeologia al plurale a San Casciano dei Bagni”, primo appuntamento col nuovo ciclo di conferenze del 2026 “Raccontare l’Archeologia nella Tuscia”, dedicato ai musei e al territorio
Venerdì 23 gennaio 2026, alle 17, nei locali del Mezzanino del museo nazionale Etrusco di Rocca Albornoz a Viterbo, l’incontro “Raccontare senza io: archeologia al plurale a San Casciano dei Bagni” con Jacopo Tabolli, docente di Archeologia preromana ed Etruscologia all’università per Stranieri di Siena, direttore del Centro di Archeologia della Diversità e della Mobilità nell’Italia preromana e prorettore per i Rapporti con le Istituzioni culturali e politiche, primo appuntamento col nuovo ciclo di conferenze del 2026 “Raccontare l’Archeologia nella Tuscia”, dedicato ai musei e al territorio. L’incontro si aprirà con la presentazione dell’intero ciclo di conferenze, alla presenza del direttore della direzione regionale Musei nazionali Lazio, Elisabetta Scungio; dell’assessore alla Cultura del Comune di Viterbo, Alfonso Antoniozzi; e della direttrice del museo nazionale Etrusco di Rocca Albornoz, Sara De Angelis. L’ingresso alle conferenze è sempre libero, fino ad esaurimento posti, e senza obbligo di prenotazione. Tabolli presenterà il racconto dello scavo di San Casciano dei Bagni, una delle scoperte archeologiche più significative degli ultimi anni in Italia: un complesso termale etrusco-romano straordinariamente conservato, con vasche sacre, iscrizioni e centinaia di ex voto in bronzo. Il sito è al tempo stesso una testimonianza materiale di pratiche rituali e di vita quotidiana e un vero laboratorio di ricerca, in cui archeologia, storia, antropologia e tecnologie innovative si intrecciano. Il racconto dello scavo è la sintesi di molte voci e propone un modo di fare archeologia “al plurale”, sia sul campo sia nel post-scavo, rovesciando il paradigma dell’impresa individuale. Al centro vi è l’archeologia civica: una ricerca condivisa che coinvolge studiosi, istituzioni e comunità locali, trasformando la scoperta in un patrimonio vivo e partecipato.
Roma. Al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia la conferenza “Oltre Apollo. Il santuario di Portonaccio a Veio tra vecchi e nuovi scavi” con Laura Maria Michetti (Sapienza università), primo incontro del ciclo “Chi (ri)cerca trova” che apre il mondo della ricerca alla conoscenza e alla fruizione del grande pubblico
Venerdì 23 gennaio 2026, al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, la conferenza “Oltre Apollo. Il santuario di Portonaccio a Veio tra vecchi e nuovi scavi” con Laura Maria Michetti, primo incontro 2026 con “Chi (Ri)cerca Trova”, il ciclo di conferenze che presenta la ricerca scientifica e i progetti di studio che coinvolgono il museo nazionale Etrusco di Villa Giulia, a cura dei Servizi Educativi del Museo. Appuntamento alle 16 in sala della Fortuna. Ingresso gratuito. Prenotazioni all’indirizzo mail: mn-etru.didattica@cultura.gov.it. Tra i grandi santuari dell’Italia preromana, quello di Portonaccio a Veio rappresenta un caso particolarmente rilevante per la straordinaria decorazione del tempio tuscanico sul cui tetto – caso unico in Etruria – “gli dei camminano”. Ma volendo guardare “oltre Apollo”, che costituisce una delle opere iconiche del Museo di Villa Giulia e dell’arte etrusca in generale, le caratteristiche di eccezionalità del contesto emergono per molti altri aspetti: l’antichità del culto e la continuità di frequentazione dell’area, il ricchissimo corpus di iscrizioni di dono, la quantità e qualità del materiale votivo. Nonostante i grandi ritrovamenti, ancora c’è molto da lavorare… È a questo scopo che nel 2025, nel quadro di un progetto condiviso tra Museo e dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza e grazie a un finanziamento del MiC, si è svolta una nuova campagna di scavo con la direzione scientifica di Luana Toniolo e Laura M. Michetti. Dei primi risultati di questi scavi, delle ricerche in corso e delle prospettive future si darà voce in questa conferenza.
Laura M. Michetti è professoressa ordinaria di Etruscologia e Antichità italiche alla Sapienza università di Roma, coordinatrice del curriculum di Etruscologia del Dottorato in Archeologia e direttrice del museo delle Antichità etrusche e italiche. Membro ordinario dell’Istituto nazionale di Studi etruschi ed italici, dal 2016 dirige la missione di scavo presso il porto e il santuario etrusco di Pyrgi. La sua attività di ricerca è incentrata sull’archeologia del sacro, sul rapporto tra città e territorio in Etruria, sulle produzioni artigianali e i rituali funerari nell’Italia preromana.
Fano (PU). A tre anni dai primi ritrovamenti durante i lavori per piazza Costa, identificata con certezza la Basilica di Vitruvio descritta nel “De Architectura”. Il soprintendente Pessina: “Straordinaria scoperta”
“Una scoperta destinata a entrare nei libri di storia: a Fano è stata identificata con certezza la Basilica descritta da Vitruvio nel De Architectura, l’unico edificio attribuibile senza dubbi al grande architetto romano”: inizia così la comunicazione del ministero della Cultura all’indomani dell’annuncio ufficiale alla Mediateca Montanari, alla presenza del presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli; del sindaco di Fano, Luca Serfilippi; del soprintendente, Andrea Pessina e con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto in collegamento. Un momento che segna un vero spartiacque per l’archeologia e per la storia dell’architettura occidentale, concretizzando quella che è stata l’ipotesi formulata ancora tre anni fa, quando nel marzo 2023, in occasione di alcuni lavori edili in via Vitruvio, vennero alla luce dei resti relativi a un edificio pubblico, di epoca romana, collocato in affaccio al foro cittadino. Il pensiero corse subito alla Basilica di Vitruvio, ma in quell’occasione proprio la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro Urbino, in primis l’archeologa Ilaria Venanzoni che seguiva lo scavo, rimase molto prudente. Per avere la certezza che si trattasse della famosa Basilica sarebbero stati necessari ulteriori approfondimenti. A cominciare dalla cronologia e dalla funzione del complesso (vedi Fano (PU). In un cantiere edile in centro scoperto un imponente edificio pubblico, di epoca romana, decorato da marmi preziosi. È la famosa Basilica di Vitruvio, cercata da almeno 500 anni? La Sabap: “È presto per dirlo. Servono ulteriori approfondimenti” | archeologiavocidalpassato).
I risultati raggiunti in questi anni, presentati il 19 gennaio 2026 dal soprintendente Andrea Pessina, sono l’esito di una attenta attività preventiva di assistenza e di scavo archeologico avviati dalla Sabap AN-PU, nell’ambito del progetto PNRR del Comune di Fano dedicato alla riqualificazione di piazza Andrea Costa. Le ricerche comunque non sono finite: sotto la direzione lavori della responsabile di zona, la funzionaria archeologa Ilaria Rossetti, sono in corso indagini che permetteranno di approfondire altri aspetti irrisolti.

Il ritrovamento della quinta colonna d’angolo ha confermato l’identoficazione della basilica di Vitruvio a Fano (foto sabap-an-pu)
La scoperta archeologica. Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio, che ha restituito la quinta colonna d’angolo, confermando la posizione e l’orientamento dell’edificio tra le due piazze. Le colonne, di circa cinque piedi romani di diametro (147–150 cm) e alte circa 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello. Le verifiche proseguiranno nel cantiere finanziato con fondi PNRR.
“A Fano oggi è stata ritrovata una tessera fondamentale del mosaico che custodisce l’identità più profonda del nostro Paese”, ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli. “La storia dell’archeologia e della ricerca, con gli attuali strumenti a disposizione, viene divisa in un prima e un dopo: prima della scoperta e dopo la scoperta della Basilica di Vitruvio. I libri di storia, e non solo le cronache giornalistiche, storicizzeranno questa giornata e tutto ciò che nei prossimi anni verrà studiato e scritto attorno a questa scoperta eccezionale. Il valore scientifico è di caratura assoluta, gli elementi rinvenuti dimostrano in modo plastico che Fano è stata ed è il cuore della più antica sapienza architettonica della civiltà occidentale, dall’antichità fino a oggi”,

A Fano identificati i resti della basilica di Vitruvio durante i lavori per piazza Costa (foto sabap-an-pu)
“La straordinaria scoperta che oggi presentiamo rappresenta qualcosa di davvero unico”, ha affermato il presidente Francesco Acquaroli. “Cambia la percezione della città di Fano, della nostra regione e, più in generale, del patrimonio culturale e architettonico italiano. È il risultato di decenni di lavoro, di studi e ricerche approfondite e di scelte che hanno permesso di arrivare fino a qui. Arricchisce enormemente il patrimonio che già conoscevamo e, da oggi, vive sotto una luce diversa. In un certo senso, riscrive anche parte della storia di Fano. Dovremo essere bravi, tutti insieme, a trasformare questa scoperta in un motore di sviluppo per la città e per l’intera Regione Marche. Noi ci siamo, e c’è piena consapevolezza del valore che questo patrimonio può portare, non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto turistico e culturale. Il coinvolgimento del Ministero e del Governo sarà fondamentale per accompagnare questo percorso e ringrazio il Ministro Alessandro Giuli per aver condiviso questa straordinaria soddisfazione. Questa non è soltanto una grande scoperta archeologica, racconta lo straordinario passato della nostra terra e guarda al futuro solidificando il ruolo delle Marche nelle dinamiche culturali internazionali”.
“Si tratta di un evento straordinario per la città di Fano”, ha aggiunto il sindaco di Fano, Luca Serfilippi. “La scoperta della Basilica vitruviana nel cuore del nostro centro urbano restituisce alla comunità un frammento di identità storica e culturale di valore universale. Dopo secoli di attese e studi, ciò che per lungo tempo è stato tramandato solo attraverso la parola scritta si è trasformato in una realtà concreta, tangibile e condivisibile”.
“Le scoperte di oggi, con l’identificazione certa della posizione della Basilica Vitruviana”, ha concluso il soprintendente Andrea Pessina, Archeologia Belle arti e Paesaggio di Ancona e Pesaro-Urbino, “sono di un’importanza straordinaria: non solo per la storia degli studi e per la comunità scientifica, ma anche perché aprono nuove e concrete prospettive sul patrimonio archeologico della città di Fano. Un patrimonio considerevole, che da tempo attende di essere indagato e valorizzato. E oggi, finalmente, abbiamo una chiave di lettura decisiva anche per interpretare evidenze note da anni, come l’edificio sotto Sant’Agostino, e per mettere in relazione in modo più chiaro tracce, strutture e testimonianze del nostro passato. È l’inizio di una nuova stagione di ricerca: più consapevole, più precisa, più ambiziosa. E Fano, da oggi, ha uno strumento in più per raccontare al mondo la propria storia”.
Roma. A Sapienza università presentazione del libro “Con sobria chiarezza. Atti delle Giornate in onore di Giovanni Becatti nel Cinquantesimo Anniversario della Scomparsa”, a cura di Alessandro D’Alessio, Dario Daffara e Graziella Becatti
Martedì 20 gennaio 2026, alle 17, all’Aula di Archeologia di Sapienza Università di Roma – Facoltà di lettere e archeologia, presentazione del libro “Con sobria chiarezza. Atti delle Giornate in onore di Giovanni Becatti nel Cinquantesimo Anniversario della Scomparsa”, a cura di Alessandro D’Alessio, Dario Daffara e Graziella Becatti. Presenteranno il volume il prof. Paolo Carafa e il direttore generale Musei Massimo Osanna. Non è richiesta prenotazione, ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Grazie al contributo di allievi, colleghi e continuatori della sua opera nell’ufficio degli Scavi di Ostia, il convegno è stato l’occasione per ripercorrere la carriera di uno studioso che ha lasciato un’impronta profonda nella storia dell’arte antica e nell’archeologia del XX secolo (vedi Roma. A Palazzo Massimo “Con sobria chiarezza”, due giornate di studio in onore di Giovanni Becatti a cinquant’anni dalla scomparsa: in presenza e on line. Il programma | archeologiavocidalpassato).
Roma. Al Parco delle Acacie di Pietralata scoperte due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana in un intervento di archeologia preventiva diretto da Fabrizio Santi: “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali”. La soprintendente Daniela Porro: “Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde”

Vasca monumentale e ingresso di una tomba di età repubblicana scoperte a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)
Due grandi vasche monumentali, un piccolo edificio di culto probabilmente dedicato a Ercole e due tombe di età repubblicana sono emersi nel corso degli scavi di archeologia preventiva condotti al Parco delle Acacie in via di Pietralata, quartiere nell’area orientale di Roma. Le indagini sono state effettuate dalla soprintendenza Speciale di Roma nell’ambito di un programma urbanistico e rientrano nelle attività istituzionali del ministero della Cultura a tutela del patrimonio archeologico. “Le tombe individuate costituiscono un’importante testimonianza dell’occupazione di questa parte di suburbio da parte di un facoltoso gruppo familiare, mentre le due vasche monumentali aprono scenari di ricerca stimolanti”, spiega l’archeologo Fabrizio Santi. “Potrebbe trattarsi di strutture connesse ad attività rituali o, meno probabilmente, produttive oppure legate alla raccolta delle acque: uno studio scientifico approfondito permetterà di contestualizzare questi ritrovamenti e comprenderne il ruolo all’interno del paesaggio antico, per restituire alla collettività il significato autentico di queste testimonianze del passato”. “È proprio in contesti come questo”, secondo Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, “apparentemente distanti dai luoghi più noti della metropoli antica, che emergono elementi capaci di arricchire il racconto della Roma archeologica come città diffusa e che hanno contribuito in modo determinante al suo sviluppo. Le periferie moderne si rivelano così depositarie di memorie profonde, ancora tutte da esplorare. Inoltre, questi ritrovamenti confermano l’importanza dell’archeologia preventiva come strumento indispensabile perché lo sviluppo urbano sia associato alla tutela e si accompagni a una maggiore conoscenza e valorizzazione del nostro patrimonio”.

L’interno di una tomba a camera di età repubblicana scoperta a Pietralata di Roma (foto ssabap-roma)
Iniziate nell’estate del 2022 all’interno di un’area molto vasta, circa 4 ettari, le indagini, con la direzione scientifica di Fabrizio Santi – archeologo della soprintendenza Speciale di Roma – sono tuttora in corso e hanno restituito un contesto ampio circa un ettaro di grande interesse che testimonia una occupazione dal V – IV secolo a.C. al I secolo dopo Cristo e, meno assiduamente, tra il II e il III secolo d.C. Un lungo asse viario nell’antichità attraversa l’area di scavo, su di un terreno interessato dal passaggio di un corso d’acqua, che si immetteva nel non lontano Aniene. Di particolare rilievo è il sacello a pianta quadrangolare, costruito sopra un deposito votivo e collegato, secondo le prime ipotesi scientifiche, al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la via Tiburtina. Le due tombe a camera, appartenenti con ogni probabilità a una gens facoltosa, testimoniano inoltre la presenza di un insediamento aristocratico strutturato in età repubblicana. Gli scavi, diretti dalla soprintendenza Speciale di Roma del ministero della Cultura, proseguiranno nei prossimi mesi e, al termine delle attività sul campo, sarà avviato uno studio finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire questi importanti ritrovamenti alla fruizione e alla conoscenza della collettività.
LA STRADA. La strada si articola in due tratti distinti: uno, più vicino a via di Pietralata, in terra battuta, l’altro, in prossimità di via Feronia, tagliato nel tufo. Anche se la percorrenza doveva essere più antica, le prime tracce di una regolarizzazione dell’asse stradale, da Nord-Ovest a Sud-Est, dovrebbero risalire alla età medio-repubblicana (III secolo a.C.), quando venne costruito un grosso muro di contenimento in blocchi di tufo, sostituito nel secolo successivo da un muro in opera incerta. Nel I secolo d.C. la strada, ancora in uso, venne provvista di un nuovo battuto e delimitata da altre murature in opera reticolata. La parte vicina a via Feronia ha un periodo d’uso tra il III secolo a.C. e il I d.C., e nella sua fase più antica, la tagliata nel banco di tufo, si riconoscono alcuni solchi carrai. Nel II-III secolo dopo Cristo alcune modeste tombe a fossa ubicate lungo l’asse stradale documenterebbero il graduale abbandono del percorso.
IL SACELLO. Dalla strada si accedeva ad un piccolo edificio di culto a pianta quadrangolare (4,5 per 5,5 metri), con murature in opera incerta di tufo e tracce di intonaco sulle pareti interne. Al centro, in asse con l’ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco da identificare con un altare o parte di esso. Un avancorpo in muratura sulla parete di fondo, al centro, doveva essere la base di una statua di culto. Lo scavo ha evidenziato come il sacello sia stato realizzato al di sopra di un deposito votivo dismesso, al suo interno teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Reperti che portano a pensare che il sacello fosse destinato al culto di Ercole, il dio venerato sulla vicina Via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, con vari templi. Alcune monete di bronzo permettono di datarne la realizzazione tra la fine del III e il II secolo a.C.
TOMBE DI ETÀ REPUBBLICANA. Sul pendio di tufo che degrada da via di Pietralata, all’interno di un unico complesso, due corridoi distinti e paralleli (dromoi) conducono a due tombe a camera risalenti al IV – inizio III secolo a.C. La tomba A presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia, caratterizzato dalla presenza di un portale in pietra (stipiti e architrave), chiuso internamente da una grossa e pesante lastra monolitica. All’interno della tomba sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne tutti in peperino.

Tomba di Pietralata: tra i materiali rivenuti due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata (foto ssabap-roma)
Tra i materiali rivenuti si segnalano due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta a vernice nera. La tomba B, forse realizzata in un momento di poco successivo, ma sempre in età repubblicana (III secolo avanti Cristo), era chiusa con grandi blocchi di tufo. La camera sui lati presenta banchine per la deposizione dei defunti, tra cui un uomo di età adulta di cui è stato per ora recuperato soltanto parte del cranio, sul quale è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica. Le due tombe, all’interno dello stesso complesso funerario, dovevano presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, di cui ne rimangono solo alcuni, mentre gli altri dovettero essere asportati e reimpiegati già in età romana. Una simile costruzione fa ipotizzare che l’edificio appartenesse a una gens facoltosa e potente che operava in questo comparto territoriale.
LA VASCA EST. La struttura – circa 28 x 10 metri e profonda 2,10 metri –, venne realizzata nel II secolo avanti Cristo come si può ricavare dalla tecnica muraria utilizzata (opera incerta). A partire dal I secolo dopo Cristo dovette venir meno la sua funzione: ebbe inizio, infatti, un processo di abbandono culminato nella sua definitiva chiusura alla fine del II secolo. Le murature in opera cementizia erano sicuramente rivestite di un compatto intonaco bianco quasi del tutto distaccatosi con l’abbandono e di cui ne rimangono alcune tracce; tutta la struttura era sormontata da una cornice in blocchi di tufo di grandi dimensioni. Al centro dei due lati lunghi sono presenti due nicchie con volta a botte, su un lato corto un dolio inglobato nella gettata di cementizio e infine sull’altro una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che comunque non arriva al fondo della vasca. Al di là della presenza e della raccolta d’acqua, la sua funzione rimane incerta: si potrebbe pensare, anche sulla scorta dei rinvenimenti effettuati (terrecotte architettoniche, frammenti ceramici, di cui alcuni con graffiti) a un uso cultuale o, se così non fosse, a qualche tipo di attività produttiva. La vasca era alimentata da un sistema di canalette provenienti sia dal corso d’acqua che dal pendio ancora esistente a lato di via di Pietralata.
LA VASCA SUD. È stata rinvenuta una seconda vasca monumentale scavata nel banco tufaceo dalle dimensioni di 21 × 9,2 metri che raggiunge una profondità di circa 4 metri. La vasca risulta delimitata esternamente da murature in blocchetti squadrati disposti in maniera irregolare, che rivestono direttamente le pareti dell’invaso e che si possono datare nel II secolo a.C. Un secolo dopo vennero realizzati altri setti murari in opera reticolata e opera quadrata di tufo che delimitano perimetralmente la sommità della vasca. L’accesso a quest’ultima avveniva tramite una rampa in grandi basoli di tufo, appoggiata direttamente sul terreno. A seguire un’ulteriore rampa di larghezza inferiore, fatta in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, permetteva di raggiungere il fondo della vasca. La funzione di questo invaso monumentale non è al momento chiara, anche perché finora non sono stati ancora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque. Tuttavia, la vasca di Pietralata presenta alcune analogie – in particolare nel tipo di pavimentazione basolata della rampa di accesso – con la vasca recentemente scoperta a Gabii dall’università del Missouri in collaborazione con i musei e parchi archeologici di Praeneste e Gabii, datata nel III secolo avanti Cristo, della quale è stata ipotizzata una funzione sacra. Il materiale ceramico rinvenuto nell’interro che ha colmato la struttura sembrerebbe collocare il suo abbandono nel corso del II secolo d.C.
Un libro al giorno. “Dal mito alla storia. Il mistero dei Bronzi di Riace” di Daniele Castrizio, Saverio Autellitano e Cristina Iaria che rendono fruibili le ricerche e le principali teorie riguardo ai Bronzi di Riace, registrate negli anni trascorsi

Copertina del libro “Dal mito alla storia. Il mistero dei Bronzi di Riace” di Daniele Castrizio, Saverio Autellitano, e Cristina Iaria
È uscito per i tipi di Rubettino editore il libro “Dal mito alla storia. Il mistero dei Bronzi di Riace” di Daniele Castrizio, Saverio Autellitano, e Cristina Iaria. Il 16 agosto del 1972 è la data ufficiale del ritrovamento di due statue di guerrieri in bronzo nelle acque antistanti la spiaggia di Porto Forticchio a Riace, in provincia di Reggio Calabria. Da quel giorno è iniziata una storia fatta di restauri, ricerche scientifiche, ma anche di “misteri” riguardanti il recupero e l’identità dei due capolavori. Nell’estate del 1981 poi, le statue denominate con grande creatività dagli archeologi Bronzo A e Bronzo B, arrivano alla loro sede definitiva, il museo nazionale della Magna Grecia di Reggio. Ma la ricerca accademica da sola non appare esaustiva della missione degli studiosi, che devono affrontare anche l’opera di divulgazione del sapere scientifico. Si tratta della cosiddetta Terza missione della docenza universitaria, che oggi vede la sua naturale applicazione nella public history (nota anche come “archeologia pubblica”), in cui però l’Italia sembra cronicamente indietro, con troppi accademici che ritengono una deminutio della loro importanza se parlano a una platea di non addetti ai lavori. L’obiettivo di questo libro è proprio quello della divulgazione scientifica. Avvalendosi della collaborazione reciproca tra il mondo accademico e quello professionale, gli autori vogliono rendere fruibili le ricerche e le principali teorie riguardo ai Bronzi di Riace, registrate negli anni trascorsi. Ci si è prefissi di utilizzare un linguaggio piano e scorrevole, di evitare nozionismi, di mettere al centro delle argomentazioni i dati scientifici oggettivi, da cui e per mezzo dei quali arrivare a formulare le varie ipotesi. Un tentativo, speriamo efficace, di colmare un divario tra il sapere ed il fruire.



















Commenti recenti