Bologna. Il museo civico Archeologico riapre al pubblico tutte le sale espositive, dopo un anno di lavori per la messa in sicurezza. Migliorato l’allestimento. Novità: il ricchissimo corredo della Tomba 142 della necropoli cittadina di via Belle Arti

La sezione Etrusca del museo civico Archeologico di Bologna (foto ornella de carlo / courtesy musei civici bologna)

La Gipsoteca del museo civico Archeologico di Bologna (foto ornella de carlo / courtesy musei civici bologna)
Il museo civico Archeologico di Bologna riapre le porte al pubblico. Dopo un anno di parziale chiusura dovuta a un importante intervento di adeguamento normativo antincendio, da lunedì 11 luglio 2022 il museo civico Archeologico di Bologna torna a essere fruibile nell’intero percorso di visita al primo piano, dove si trovano esposte le sezioni relative alla storia della città (Preistorica, Etrusca, Gallica e Romana), le collezioni Etrusco Italica, Greca, Romana e la Gipsoteca. Il percorso di visita si completa con il Lapidario, distribuito tra l’atrio di ingresso e il cortile al piano terra, e la collezione Egiziana, al piano sotterraneo: così si restituisce ai cittadini e ai turisti l’opportunità di ammirare il patrimonio del più antico istituto museale civico di Bologna fondato nel 1881.

La Collezione Etrusco-Italica del museo civico Archeologico di Bologna (foto ornella de carlo / courtesy musei civici bologna)

La Collezione Greca del museo civico Archeologico di Bologna (foto ornella de carlo / courtesy musei civici bologna)
Oltre al primo piano, i lavori iniziati nel giugno 2021 hanno riguardato, in misura minore, i locali e gli spazi espositivi al piano interrato e al piano terra, permettendo la messa in sicurezza dell’intero complesso di Palazzo Galvani, a garanzia dei visitatori e della tutela delle opere conservate. Il progetto è stato commissionato dal Settore edilizia pubblica del Comune di Bologna, sotto la direzione di Manuela Faustini Fustini e Flavio Cappelli. Gli interventi hanno riguardato nello specifico la messa in sicurezza degli spazi, la dotazione degli impianti di illuminazione, di emergenza, di allarme, antincendio, quello elettrico generale e il meccanico a naspi, oltre a lavori di natura edile per la compartimentazione REI, sostituzione e installazione di infissi REI e maniglioni antipanico, adeguamento delle vie di esodo, cartellonistica e la sostituzione degli aerotermi.

Stele in arenaria nella sezione Etrusca del museo civico Archeologico di Bologna (foto ornella de carlo / courtesy musei civici bologna)

Dettaglio della stele in arenaria nella sezione Etrusca del museo civico Archeologico di Bologna (foto ornella de carlo / courtesy musei civici bologna)
Durante i lavori di adempimento per il raggiungimento della conformità prevista dalla normativa di prevenzioni incendi, lo staff del museo ha lavorato per riaccogliere i visitatori con alcune rilevanti novità dal punto di vista dell’allestimento e dell’ordinamento espositivo, a favore di una migliore lettura dei materiali esposti. La dotazione di un nuovo impianto di illuminazione, soprattutto nelle sale dedicate a Bologna Etrusca, permetterà di apprezzare in maniera del tutto nuova i reperti allestiti e le grandi stele etrusche in arenaria, visibili ora fin nei dettagli più minuti.

Tavolino circolare in legno a cinque gambe dalla Tomba 142 della necropoli di via Belle Arti a Bologna, ora esposto al museo civico Archeologico di Bologna (foto graziano tavan)

Ricostruzione della Tomba 142 della necropoli di via Belle Arti a Bologna, proposto dalla Sabap Bo (foto graziano tavan)
Inoltre, grazie a una politica di collaborazione e sinergia da tempo in atto con la soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena Ferrara e Reggio Emilia, sono giunti in esposizione permanente al museo alcuni preziosi reperti provenienti da recenti scavi cittadini, tra i quali spicca per eccezionalità di pregio il ricchissimo corredo della tomba 142 della necropoli di via Belle Arti, testimonianza della Bologna etrusca di fine VIII – inizi VII secolo a.C. Presentato per la prima al pubblico nell’ambito della grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna” organizzata dal museo civico Archeologico felsineo nel 2020, con i suoi arredi in legno perfettamente conservati e le sue preziose novità scientifiche il sepolcro è destinato a diventare uno dei nuovi “capolavori” che svelano gli usi e i costumi, i gusti e i rituali di questa raffinata civiltà antica.
Padova. Riaperto al pubblico, dopo il restauro, il ponte romano di San Lorenzo, databile 40-30 a.C., sepolto sotto il manto stradale nel cuore della città

Il ponte romano di San Lorenzo a Padova riaperto al pubblico dopo i restauri (foto Franco Tanel)
Ha riaperto al pubblico il ponte romano di San Lorenzo a Padova dopo un intervento di restauro conservativo. Il ponte a tre arcate, sepolto sotto il manto stradale all’incrocio tra Riviera Tito Livio, Riviera Ponti Romani e via San Francesco (con accesso da piazza Antenore e da riviera Tito Livio), è databile tra il 40 e il 30 a.C. e costituisce una delle testimonianze più significative della storia patavina. L’intitolazione del ponte romano a San Lorenzo deriva dalla ex chiesa di San Lorenzo, ora non più esistente, che sorgeva nell’area in cui attualmente è ubicata la cosiddetta Tomba di Antenore.

Gli scavi archeologici condotti nel 1938 per la realizzazione dell’ala nuova di Palazzo Bo portarono a vista anche la parte del ponte inizialmente nascosta (foto storica del dipartimento Beni culturali dell’università di Padova – courtesy jacopo bonetto)
Nel 1773 fu pubblicato uno studio approfondito del manufatto a cura di Girolamo Polcastro, nel cui testo edito a stampa è contenuta anche la veduta all’epoca realizzata da Simone Stratico. In occasione degli scavi archeologici condotti nel 1938 per la realizzazione dell’ala nuova di Palazzo Bo fu portata a vista anche la parte del ponte inizialmente nascosta, come risulta dalla foto storica in bianco e nero che documenta l’imponente struttura a tre arcate a sesto ribassato.

Per la costruzione del ponte romano di San Lorenzo a Padova fu utilizzata trachite euganea (foto Franco Tanel)
Per la costruzione fu utilizzata trachite euganea nelle ghiere delle arcate, nelle pile e come rivestimento degli archivolti e del prospetto, con l’ausilio di pietra bianca di Costozza nei cunei. L’opera fu completata in età augustea con un parapetto marmoreo, di cui si conserva una lastra che riporta il nome del finanziatore, 𝘈𝘭𝘭𝘦𝘯𝘪𝘶𝘴 𝘚𝘵𝘳𝘢𝘣𝘰: il frammento iscritto è oggi conservato presso il Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte al Palazzo del Liviano, esposto assieme a un modello del ponte in scala 1:20.

Passerelle per consentire l’apertura al pubblico il ponte romano di San Lorenzo a Padova (foto Franco Tanel)
Il ponte sorgeva in prossimità del porto fluviale di Padova romana sul fiume Medoacus, al centro della città, ricostruito virtualmente grazie ai progetti di ricerca e ai numerosi contributi scientifici dell’Università degli Studi di Padova. L’intervento di restauro conservativo, a cura di Lithos s.r.l., ha interessato la pulitura del materiale lapideo, sottoposto a circoscritti fenomeni di degrado per lo più derivanti dalla percolazione di acqua dal manto stradale, che aveva comportato lo sviluppo di efflorescenze saline, di patine biologiche e di alterazioni cromatiche.
Mel (Bl). Tre aperture estive della necropoli paleoveneta (VIII-V sec. a.C.) a Borgo Valbelluna nell’ambito dell’iniziativa culturale “Frammenti d’arte in Valbelluna 2022”

La necropoli paleoveneta di Borgo Valbelluna (Mel, Bl) con i recinti funerari (foto sabap-ve)
Tre opportunità per visitare la necropoli di Mel (Borgo Valbelluna, Bl) nell’ambito dell’iniziativa culturale “Frammenti d’arte in Valbelluna 2022”. Lo fa sapere la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno Padova e Treviso. Appuntamento domenica 10 luglio, domenica 31 luglio e domenica 21 agosto 2022, alle 15 e alle 18, in via Tempietto a Mel. La partecipazione alle visite è gratuita. La necropoli paleoveneta dell’età del Ferro è un’area archeologica statale i cui reperti sono conservati presso il museo civico di Borgo Valbelluna. Ingresso libero all’area archeologica.

I recinti funerari della necropoli dell’età del Ferro di Borgo Valbelluna di Mel (Bl) (foto sabap-ve)
Del sepolcreto, utilizzato in modo continuativo dall’VIII al V secolo a.C., si conservano a vista quattro recinti funerari con diametro compreso tra i 2 e gli oltre 4 metri, al cui interno, così come nell’area circostante, sono state trovate un’ottantina di sepolture “a cassetta” costituite da lastre di pietra, contenenti il vaso-ossuario in ceramica o in bronzo con le ossa cremate del defunto e il corredo funebre composto da oggetti d’ornamento e utensili. I reperti archeologici provenienti dalla necropoli sono conservati al museo civico, che si trova a breve distanza, in Palazzo delle Contesse (Borgo Valbelluna, loc. Mel, Piazza Papa Luciani), e che è aperto il sabato e la domenica: orario 9-12 e 15-18.
Verona. Al museo Archeologico nazionale si presenta il documentario “Verona romana” realizzato da Archeoclub d’Italia – Sezione di Verona
Venerdì 8 Luglio 2022 al museo Archeologico nazionale di Verona verrà presentato il documentario “Verona romana” realizzato da Archeoclub d’Italia – Sezione di Verona, con la direzione scientifica della soprintendenza A.B.A.P. di Verona in collaborazione con università di Verona e Musei civici di Verona. Ingresso libero. Info: 3465033652.
Napoli. Al museo Archeologico nazionale al lavoro per l’allestimento della seconda sezione de “L’altro MANN” con trentacinque nuovi reperti dai depositi e dal laboratorio di restauro

Fasi di allestimento della seconda sezione de “L’altro MANN” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto valentina cosentino)

Fasi di allestimento della seconda sezione de “L’altro MANN” al museo Archeologico nazionale di Napoli (foto valentina cosentino)
È iniziata mercoledì 6 luglio 2022 la movimentazione dei manufatti per l’allestimento della seconda parte della mostra “L’altro MANN”: dai depositi e dal laboratorio di restauro, trentacinque nuovi reperti “viaggiano” verso le sale degli affreschi, dove si potranno ammirare da venerdì 8 luglio 2022. La bellezza, l’amore, l’infanzia, i personaggi del mito e della storia: sono tanti i temi che si intrecciano in questo segmento dell’esposizione, che rientra nel progetto di restituzione al pubblico di numerosi tesori custoditi nei depositi museali. Alla fine di maggio 2022, la mostra è stata introdotta da sessanta reperti, divisi in due itinerari: le armi dei gladiatori; il ricco patrimonio decorativo delle domus nelle città vesuviane. Da venerdì prossimo, i manufatti aggiungeranno tasselli al racconto della vita degli antichi alle falde del vulcano. A fine settembre, un ulteriore ampliamento riguarderà la sala del Plastico di Pompei con la presentazione di collezioni spesso inedite o poco note, su cui si sono concentrate le ricerche degli studiosi.
Padova. “Sulle tracce dell’uomo alato”: apertura straordinaria del laboratorio di scavo della Soprintendenza per scoprire le sepolture preromane della necropoli orientale di Padova
“Sulle tracce dell’uomo alato”: mercoledì 6 luglio 2022 apertura straordinaria del laboratorio di scavo della Soprintendenza per scoprire le sepolture preromane della necropoli orientale di Padova. In occasione del Piano di valorizzazione dei luoghi della cultura 2022, iniziativa promossa dal ministero della Cultura, la soprintendenza area metropolitana Venezia e province Belluno Padova Treviso apre le porte del proprio laboratorio di scavo archeologico in via Crimea, a Padova, per accompagnare il visitatore alla scoperta delle sepolture preromane della necropoli orientale patavina, rinvenute in via Tiepolo e via San Massimo. Lo scavo in laboratorio in essere si intitola “Sulle tracce dell’uomo alato”, un progetto che nasce attorno alla ricerca dell’università Ca’ Foscari di Venezia AWD (Another Way of Digging – Lo scavo in laboratorio delle sepolture preromane della necropoli orientale di Padova), attuata in collaborazione con la soprintendenza e giunta al suo quinto anno di attività. Il progetto prende il nome dall’immagine, unica in tutta l’arte delle situle e nel Veneto preromano, di un uomo alato su un gancio da cintura in bronzo, rinvenuto nella necropoli. Appuntamento dunque mercoledì 6 luglio 2022, dalle 15.30 alle 19.30, al deposito della Soprintendenza in via Crimea 68 a Padova. Ingresso gratuito su prenotazione. Massimo 20 persone distribuite nei seguenti turni di visita: alle 16, 16.45, 17.30, 18.15. Per prenotare, scrivere a sabap-ve-met.urp@cultura.gov.it entro martedì 5 luglio, indicando l’orario di visita scelto.
“Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata”: il regista veneziano Alberto Castellani svela in anteprima il suo nuovo film che racconta di un Paese martoriato, un popolo umiliato, una cultura millenaria e un patrimonio archeologico ricchissimo a rischio; con il contributo dei massimi esperti in materia
“Afghanistan, una terra dimenticata. Un popolo ferito e umiliato. Una tragedia immane. Un conflitto senza fine. Afghanistan, ultimo atto? Afghanistan, una cultura millenaria. Una cultura calpestata. Una incredibile avventura archeologica. Un patrimonio archeologico ricchissimo singolare incrocio di culture diverse oggi sottoposte a un sistematico saccheggio”. È con queste parole accompagnate da immagini straordinarie e drammatiche che il regista veneziano Alberto Castellani ci svela con un promo in anteprima il suo ultimo nuovo film, di cui sta ultimando in queste settimane la produzione: “Afghanistan: tracce di una cultura sfregiata” destinato a essere uno dei film protagonista delle rassegne cinematografiche a soggetto archeologico dell’autunno 2022. “Dovrebbe durare all’incirca un’ora”, anticipa Castellani, “ma un minutaggio preciso al momento non è possibile. Vorrei che il film fosse disponibile per settembre in tempo per partecipare fuori concorso ad un momento dedicato all’Afghanistan che il RAM, il festival internazionale di Rovereto, sta organizzando per la giornata finale della manifestazione di quest’anno, esattamente tra tre mesi, il 2 ottobre 2022”.

La valle di Bamiyan in Afghanistan con quel che resta dei Budda fatti saltare dai Talebani (foto TOI)
Dopo il film “Mesopotamia in memoriam” il racconto di una nuova pagina drammatica destinata a sconvolgere le nostre coscienze: “È stata una decisione presa all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani”, racconta Castellani. “Una decisione forse un po’ avventata per l’impegno e le difficoltà che poteva comportar la realizzazione di programma televisivo dedicato all’Afghanistan. Ed è così che abbandonato per un po’ il Medio Oriente legato alla mia produzione audiovisiva di questi ultimi anni, mi sono letteralmente “tuffato” nel continente asiatico venendo a contatto con un mondo ed una cultura che fino ad oggi non mi avevano coinvolto”.

La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillia Tepe (Afghanistan)
L’Afghanistan è una data, il 15 agosto 2021, quando ha cominciato a chiamarsi “Emirato islamico dell’Afghanistan”. “È lo Stato, se così possiamo ancora chiamarlo, che, nel corso di poche settimane, le milizie talebane hanno conquistato o meglio riconquistato occupando i principali centri della nazione compresa la capitale Kabul. Ed è lo Stato totalmente disfatto, da cui la popolazione civile sta tuttora cercando, con crescente difficoltà, di fuggire verso l’occidente. A quale Afghanistan rivolgersi? mi sono allora chiesto. Ma perché allora non pensare anche ad un altro possibile intervento, ad altre risorse che non debbono essere dimenticate dall’opinione pubblica internazionale oltre che dagli stessi afghani? Perché non pensare, ad esempio, alla millenaria cultura di quel popolo, a qualcosa che va ad inserirsi nelle radici più lontane di una comunità oggi in ginocchio ma che forse un domani potrà trovare nuove forze guardando al suo glorioso passato? L’Afghanistan rischia di perdere la propria identità e di svegliarsi dal caos attuale senza la coscienza di possedere una storia”, denuncia il regista. “L’Archeologia con le sue capacità a volte inesauribili di scoprire e ricostruire il passato può fornire un prezioso contributo per la sua rinascita”.

Un rilievo dell’arte di Gandhara esposto nella mostra “Città, palazzi, monasteri. Le avventure archeologiche dell’IsMEO/IsIAO in Asia”
Il programma intende ricordare le principali figure di studiosi che nel corso del ‘900 e di questo inizio secolo si sono dedicati a ricostruire le vicende artistiche più lontane dell’Afghanistan facendo conoscere al mondo soprattutto l’arte del Gandhara che si caratterizza per la compresenza di elementi indiani, ellenistici ed iranici. Si tratta, nella fase iniziale, di archeologi francesi ma anche di ricercatori italiani tra i quali spicca la figura di Giuseppe Tucci.

L’archeologa Anna Filigenzi in Afghanistan dove dirige la missione archeologica italiana dal 2004 (foto ismeo)
Per accompagnare il pubblico in questo viaggio, il regista veneziano si è avvalso della collaborazione di prestigiose istituzioni culturali, dal Museo Guimet di Parigi al Museo delle Civiltà di Roma, dal Museo Archeologico di Kabul all’ISMEO di Roma. E soprattutto ha trovato dei “compagni di viaggio” preziosi che ora costituiscono il comitato scientifico del film. “A partire dal coinvolgimento di Anna Filigenzi, direttrice della missione archeologica italiana in Afghanistan”, ricorda Castellani. “È stata la sua una presenza discreta, concretizzatesi in un incontro avvenuto a Firenze e proseguito poi con una serie di contatti telefonici e di suggerimenti per individuare alcune figure chiave di consulenti”. Si tratta di Massimo Vidale (università di Padova), di Luca Maria Olivieri (università Ca’ Foscari Venezia), di Ciro Lo Muzio (università La Sapienza di Roma), di Laura Giuliano e di Michael Jung (museo delle Civiltà di Roma). Particolarmente significativo il carattere scientifico del contributo ma anche il valore simbolico della partecipazione, il coinvolgimento di Mohammed Fahim Rahmi, Direttore Museo di Kabul, che in qualche modo, è proprio il caso di dirlo, è riuscito a far giungere nel mio computer delle preziose immagini a testimonianza della situazione del Museo più importante dell’Afghanistan”.

Il regista Alberto Castellani al Museo Guimet di Parigi per le riprese del film “Afghanistan” (foto media venice)
Sono stati soprattutto due i Musei cui Castellani si è rivolto per la sua documentazione. Innanzitutto il parigino museo nazionale delle Arti Asiatiche, più noto come Museo Guimet, una esposizione permanente dedicata all’arte asiatica, in grado di documentare, tutte le campagne di scavo, tenutesi in territorio afghano, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del secolo scorso grazie ad accordi intercorsi tra Francia ed Afghanistan. Quanto esposto al Guimet ha consentito a Castellani di far emergere alcune figure base della archeologia afghana. Si tratta di Alfred Foucher, giustamente considerato l’iniziatore di una campagna di indagini sul territorio che porterà alla individuazione di alcuni fondamentali siti come Hadda e Balkh. Si tratta di Joseph Hackin e di sua moglie Marie legati alla scoperta del Tesoro di Begram, di Jean Carl ed alle sue indagini sul monastero di Fundukistan, di Daniel Schlumberger che tanto operò sul sito di Ai Khanun.

Il prof. Massimo Vidale, dell’università di Padova, tra i consulenti scientifici del film di Alberto Castellani (foto castellani)
Senza contare l’impegno italiano che ha preso avvio sin dal lontano 1957 con indagini su siti pre-islamici e islamici, Ghazni soprattutto, ponendo in luce aspetti inediti della storia culturale dell’Afghanistan e la sua centralità nella creazione e diffusione pan-asiatica di modelli artistici originali. Un impegno complessivo che ha fatto conoscere all’opinione pubblica internazionale quella che viene conosciuta come l’arte del Gandhara e attraverso essa lo sviluppo di una rivoluzione formale, di un nuovo modo di concepire le forme, il corpo umano, la narrazione, fattori questi che non esistevano nel mondo indiano. “Prima ci si esprimeva più attraverso delle icone statiche, dense di significato, immagini codificate”, sostiene il prof. Vidale in un suo contributo che appare nel film. “L’ellenismo portò veramente la capacità di rappresentare la vita dell’uomo in tutte le sue forme: la sensualità, i movimenti delle donne, i bambini, gli asceti i boschi, gli animali. Tutte cose che prima non c’erano. Ma questi codici formali non furono utilizzati per parlare dell’Occidente e dei valori del mondo greco, furono utilizzati per raccontare il mondo indiano. Ed è stata questa sintesi che ha avuto l’effetto così rivoluzionario che ancora oggi ci ammalia per la sua ambiguità e per la sua vitalità”.

Shiva e Parvati: il prezioso rilievo fa parte delle collezioni del museo di Arte orientale “Giuseppe Tucci” al Muciv di Roma
Una seconda tappa fondamentale è costituita dal materiale esposto al Museo romano delle Civiltà e la riscoperta di una figura forse un po’ dimenticata in questi ultimi anni. Si tratta di Giuseppe Tucci. In anni in cui il Nepal era ancora un paese misterioso, il Tibet un paese proibito e favolistico, l’India una realtà poco conosciuta, Tucci fu uno dei primi occidentali a visitare quei paesi. Per decenni ne ha percorso le mulattiere, gli altopiani e le vette innevate. Lo ha fatto servendosi di asini o cavalli, unendosi a carovane di passaggio, spesso muovendo da solo a piedi, trascorrendo le notti in ricoveri di fortuna. Per avvicinare e comprendere civiltà allora in gran parte ignote, ha usato la sua conoscenza, eccezionale per quegli anni, del sanscrito, del tibetano, del cinese, e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, l’hindi, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo. “I temi sono tanti, forse troppi per un film, me ne sto rendendo conto di giorno in giorno”, conclude Castellani. “Forse sessanta minuti alla fine saranno pochi per celebrare un Paese come l’Afghanistan. Perché questa terra, come ha sostenuto il prof. Olivieri davanti alla mia camera, è certamente un ammasso di orografie confuse e difficili da comprendere. Ma questo ammasso dice due cose. Innanzitutto come sia difficile affrontare la complessità di questo territorio, come sia difficile prenderlo, conquistarlo, mantenerlo sotto un controllo. Ma anche come dietro quel mucchio di pietre ci siano altri mucchi di pietre: mucchi di pietre che sono quelle lasciate dall’uomo. E la straordinaria ricchezza dell’Afghanistan, dal punto di vista archeologico, non ha probabilmente pari in tutta l’Eurasia”.
La secolare storia dei trabucchi, protagonisti del film “I giganti del mare” di Daniele Di Domenico, vince il premio del pubblico Venere Sosandra della seconda edizione del Vieste Archeofilm

I trabucchi, dal film “I giganti del mare” di Daniele Di Domenico
La secolare storia dei trabucchi e delle generazioni che ne tramandano l’eredità al centro della pellicola che ha vinto la seconda edizione di “Vieste Archeofilm”, il festival internazionale del Cinema di Archeologia Arte Ambiente organizzato, nella splendida cornice del Castello Svevo Aragonese (che ha registrato il tutto esaurito), dalla Città di Vieste – Assessorato alla Cultura – in collaborazione con Archeologia Viva/Firenze Archeofilm e con il patrocinio di Apulia Film Commission. I film proposti al “Vieste Archeofilm” sono stati il risultato di una selezione delle opere presentate in anteprima al “Firenze Archeofilm 2022”, il festival – casa madre organizzato nel capoluogo toscano e che raccoglie ogni anno le più importanti novità mondiali del cinema di archeologia arte e ambiente. “Il grande successo di questa iniziativa”, ha dichiarato l’assessore alla Cultura del Comune di Vieste, Graziamaria Starace, “ci rende molto soddisfatti. Il pubblico, numerosissimo ogni sera, ha premiato l’alta qualità degli ospiti e dei contenuti dei film proposti. Per le prossime edizioni proporremo un ventaglio più ampio di location per questa importante e ormai affermata manifestazione”.

Frame del film “I giganti del mare” di Daniele Di Domenico

Al Castello Aragonese di Vieste platea gremita per il Vieste Archeofilm (foto archeologia viva)
Dei film in concorso presentati nelle tre sere (dal 29 giugno al 1° luglio 2022) a fare il pieno di voti, espressi dal pubblico nella veste di giuria popolare, è stato il film “I giganti del mare” (Italia, 52’) per la regia di Daniele Di Domenico, direttore della fotografia e co-autore il viestano Fabio Abatantuono che ha ricevuto il Premio Venere Sosandra direttamente dal noto storico e giornalista Paolo Mieli, ospite d’onore della serata. La pellicola vincitrice conduce il pubblico in un viaggio in barca a vela lungo le coste di Abruzzo, Molise e Puglia alla scoperta dei trabucchi, grandi macchine da pesca che ricordano mostri colossali. Una storia che ci porta indietro di oltre 300 anni, quando un naufragio diede inizio all’epopea dei “giganti del mare”, testimoni silenziosi di una civiltà marinara unica al mondo, ma ancora poco conosciuta. Grazie ai suoni del mare e del vento che ci accompagnano, ci si immerge in un racconto senza tempo.

Lo storico Paolo Mieli (a destra) intervistato al Vieste Archeofilm da Piero Pruneti, al centro, e Giuliano Volpe (foto archeologia viva)
Grande apprezzamento per l’intervista a Paolo Mieli, condotta da Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva, e Giuliano Volpe, archeologo dell’università di Bari, che ha preso le mosse dall’ultimo libro del giornalista e scrittore “Il tribunale della storia. Processo alle falsificazioni” per spaziare poi sui temi più cari al noto personaggio fino alla più scottante attualità. Da Fidel Castro a Mussolini, passando per Vittorio Emanuele III, Filippo V e perfino Gesù di Nazareth, Mieli ha ricostruito con la brillantezza del grande divulgatore e lo sguardo vigile sui nostri giorni, in cosa consista l’applicazione di un metodo “giudiziario” per una rivisitazione dei fatti e delle figure della storia. Senza tralasciare cosa sia il tribunale della storia oggi nell’epoca dell’informazione diffusa.
Le ricerche archeologiche e le ricognizioni subacquee: dai fondali della costa tirrenica e del mar Mediterraneo a quelli dei laghi e dei fiumi italiani. È questo il filo conduttore della nuova edizione del ciclo delle conferenze serali a ingresso libero dedicate all’archeologia subacquea dal titolo “Tra terra e mare”, promosso dalla Società Tarquiniense d’Arte e Storia (STAS), con il sostegno del ministero della Cultura (MIC) e in collaborazione con l’Assonautica di Tarquinia “G. Maffei”. Appuntamento a Tarquinia, ogni giovedì, dal 7 luglio al 4 agosto 2022, in Campo Cialdi, Parco Palombini, con ingresso su via della Ripa 25. “Quest’anno le nostre conferenze di archeologia subacquea, a causa dei lavori in corso alla Torre di Dante”, spiega la presidente della STAS Alessandra Sileoni, “si spostano in una location altrettanto prestigiosa nel cuore del centro storico di Tarquinia, in un luogo sospeso tra passato e presente, Campo Cialdi. Ad aprire gli incontri un relatore, Luca Moccheggiani Carpano, il cui cognome in Italia e all’estero è sinonimo di ricerca subacquea. Ispettori delle Soprintendenze, docenti universitari e subacquei professionisti tratteranno di diversi contesti, perché l’archeologia subacquea non è soltanto legata al mare, ma anche a fiumi e laghi”. In caso di maltempo, le conferenze si terranno a palazzo dei Priori, nella sala Sacchetti, al civico 4 di via dell’Archetto. Saranno rispettate le regole in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da covid-19.


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