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Altino. Riapre al pubblico l’area archeologica: la porta approdo “si svela” senza copertura, nuova cartellonistica. Riprendono gli scavi. E al museo c’è “Altino a puntate”. La direttrice Bressan: “Primi passi verso il parco archeologico”

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La porta d’approdo, senza la tensostruttura per la visione al pubblico, nell’area archeologica di Altino (foto drm-veneto)

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Nuova cartellonistica all’ex museo Archeologico di Altino (foto drm-veneto)

Riapre al pubblico, sabato 1° aprile 2023, l’area archeologica di Altino (Ve) che si mostrerà “rimessa a nuovo”. In queste settimane infatti alla sostituzione delle balaustre in legno e della scalinata dell’area archeologica del decumano ma ad accogliere i visitatori ci sarà una nuova cartellonistica con la grafica del museo: si vedranno le antiche pavimentazioni e la porta approdo finalmente liberata della tensostruttura che ne rendeva complicata la visita ma anche la già conosciutissima Casa della Pantera e presto anche la cloaca di recente scoperta. “Si vedono i primi passi di un percorso a lungo termine di quello che sarà il parco archeologico di Altino”, dice Marianna Bressan, direttrice del museo nazionale e area archeologica di Altino (direzione regionale Musei Veneto): “le aree archeologiche stanno cambiando pelle e questo è solo l’inizio di un percorso di cambiamento che sarà ancora a medio termine e rivoluzionerà la fruizione degli spazi”.

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Visite guidate nel cantiere aperto dell’area residenziale di Altino con l’iniziativa “Scavi Aperti” (foto drm-veneto)

Contestualmente alla riapertura ricominceranno gli scavi in vista della creazione di un allestimento ad hoc della parte della cloaca pensato per lasciarla a vista per la pubblica fruizione. Scoperta negli scavi più recenti la cloaca è un’infrastruttura a volta (di cui sono rimasti alcuni mattoni d’attacco) con spallette, anche quelle in mattoni alte un metro e mezzo ben visibili e una pavimentazione di lastroni di trachite. Sul fondo, durante gli scavi, sono emersi oggetti di uso quotidiano, pettini, oggetti in osso per la cura del corpo, vasellame da mensa e piccole lucerne decorate, oggetti in osso per la cura del corpo, frammenti in vetro, piccoli strumenti in bronzo, pezzi di attrezzi da artigiani (come ad esempio un manico di mannaia) finiti nella fognatura attraverso gli ampi tombini dell’epoca.

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“Altino a puntate”: visite guidate al museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto)

Intanto anche nella sede del Museo continuano le novità: mentre gli esterni sono stati impreziositi con nuovi reperti lapidei (la stele di Axia, la base di statua onoraria di Carminio) è cambiato anche l’approccio al pubblico. Tra le altre iniziative è partita infatti una nuova modalità di visita, “Altino a puntate” organizzata come una sorta di serie tv: ad episodi. “Offriamo una visita al mese a cura del personale del museo e un’altra con me nei depositi o in scavo”, spiega Bressan. “Questo ha avuto l’effetto immediato di fidelizzare le persone, che si sono abbonate per seguire gli appuntamenti fissi”. La fidelizzazione insomma sta funzionando, anche a giudicare dai dati degli abbonamenti raddoppiati rispetto al 2023. I lavori sono nati nell’ambito del Grande Progetto Beni Culturali con il quale il ministero della Cultura ha finanziato le attività necessarie a trasformare Altino in un parco archeologico, sono stati affidati alla ditta PETRA di Padova con la direzione lavori di Massimo Dadà della soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e laguna.

Padova. Presentazione delle scoperte archeologiche e apertura al pubblico dell’ex chiesa di Sant’Agnese, dopo i lunghi e complessi interventi di recupero e restauro

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L’ex chiesa di Sant’Agnese a Padova a conclusione dei restauri (foto sapab-met-ve)

Venerdì 31 marzo 2023, alle 18, avrà luogo a Padova la presentazione ufficiale al pubblico (su invito), e apertura al pubblico da sabato 1° aprile 2023, della ex chiesa di Sant’Agnese, a conclusione dei lunghi e complessi interventi di recupero e restauro cui hanno preso parte maestranze e professionalità di competenza multidisciplinare, attive in ambito archeologico, antropologico, architettonico e storico-artistico, sotto l’alta sorveglianza del personale tecnico scientifico della soprintendenza ABAP per l’area metropolitana Venezia e province Belluno Padova Treviso.

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Un’immagine della chiesa di Sant’Agnese a Padova prima dei bombardamenti (foto sabap-met-ve)

Note storiche. L’edificio religioso, che sorge nel centro storico della città all’incrocio tra via Dante e via Sant’Agnese, ha origini antichissime: il primo riferimento alla chiesa con funzione di parrocchia si desume da un documento del 1202 e la sua esistenza è già attestata in una pergamena del 1190. L’assetto attuale testimonia il vissuto storico particolarmente travagliato della costruzione, bombardata durante la seconda guerra mondiale, per essere poi sconsacrata nel 1949 e adibita all’uso di autofficina fino agli anni Ottanta del secolo scorso. A tale periodo risale la demolizione della zona absidale. In seguito alla chiusura dell’attività commerciale si è accresciuto lo stato di abbandono della chiesa, con il conseguente avanzamento del degrado che ha gravemente compromesso, in particolare, la conservazione dell’apparato decorativo del cinquecentesco portale in pietra di Nanto, tradizionalmente attribuito a Gian Maria Mosca e ricondotto dagli studi più recenti agli scultori rinascimentali Antonio e Giovanni Minello. La recente acquisizione dell’immobile da parte della Fondazione Peruzzo, con destinazione a centro culturale, ha consentito l’avvio dei lavori di ristrutturazione e di adeguamento dell’edificio. Sono state pertanto eseguite indagini conoscitive, campagne di scavo e operazioni di restauro che hanno permesso di acquisire nuovi dati.

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Scavi archeologici nell’ex chiesa di Sant’Agnese a Padova (foto sabap-met-ve)

Le scoperte archeologiche. Nel corso delle attività di scavo archeologico (2007 per il locale interrato e il piccolo cimitero, 2015 e 2018 per la chiesa e 2020 per l’ascensore), condotte da SAP Società Archeologica e Tuzzato Studio Archeologia, sono state rinvenute testimonianze di varie epoche, a partire da quella preromana, negli scavi più profondi eseguiti nel retro della chiesa. Sono stati inoltre rinvenuti i resti di un tratto di strada basolata di epoca romana – fiancheggiata da marciapiedi e dotata di collettore fognario – che immetteva nel Kardo Maximus (l’attuale via Dante). Sotto il pavimento dell’aula ecclesiale è invece affiorata una complessa stratificazione comprensiva di strutture murarie, pavimentali e tombali risalenti a più fasi dell’edificio ecclesiastico, la cui prima fase costruttiva – con orientamento opposto all’attuale – risale presumibilmente al XII secolo, in accordo con i primi documenti noti.

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L’impilata di cassette con le migliaia di frammenti di intonaco recuperati negli scavi archeologici (foto sabap-met-ve)

È stato possibile riportare alla luce, tra l’altro, cinque lastre tombali a pavimento, di varia datazione, e un corpus di oltre cinquemila frammenti di intonaco dipinto, databili al tardo Trecento e inclusi in uno strato di riporto steso nel XV secolo, durante una delle fasi di ricostruzione della chiesa. La primitiva area absidale, anticamente collocata a est verso l’attuale via Dante, presentava due catini di diverso diametro: l’aula, secondo quanto ipotizzato dagli archeologi, è stata modificata tra il XII e la seconda metà del XIV secolo, epoca a cui potrebbe risalire il riuso di una delle lastre pavimentali decorate, ora frammentaria, databile all’XI secolo e inglobata come materiale di scarto nel pavimento. La seconda fase di costruzione della chiesa, orientata come la precedente ma dotata di una sorta di “pseudo abside” in sostituzione delle due preesistenti, era certamente decorata alle pareti, secondo quanto si desume dai frammenti superstiti degli affreschi tardo trecenteschi rintracciati durante gli scavi. L’edificio è stato in seguito ampiamente modificato e ruotato di 180 gradi, mediante l’inversione dell’orientamento del presbiterio e l’apertura del portale d’ingresso con affaccio su via Dante, mentre le dimensioni dell’aula rimanevano immutate. Risale a tale periodo anche l’inizio dei lavori per la costruzione del campanile, tuttora esistente, collocato a sinistra della nuova abside rettangolare. A conclusione degli scavi e in seguito al prelievo, alla movimentazione e alla messa in sicurezza dei reperti, si è proceduto a ripristinare la copertura del suolo con la messa in opera di un pavimento in pastellone. L’eccezionalità del sedime della ex chiesa di Sant’Agnese è stata riconosciuta con la dichiarazione di interesse culturale particolarmente importante (provvedimento del 20 ottobre 2021), emanata dalla Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale del Veneto.

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Una fase del restauro e ripristino della copertura dell’ex chiesa di Sant’Agnese a Padova (foto sabap-met-ve)

Il progetto architettonico e il restauro. Il restauro, eseguito a partire dal 2015 su progetto dell’architetto Leonardo Borchia (Studio Borchia e Associati di Padova) con il coinvolgimento dell’impresa Pajaro e della ditta Passarella Restauri s.r.l., è stato finalizzato alla salvaguardia del disegno compositivo dei prospetti e della struttura esistente, mediante il recupero conservativo e funzionale degli elementi architettonici e spaziali originari, nell’ottica di un intervento non invasivo e di ricucitura – laddove possibile – delle trasformazioni e degli inserti novecenteschi, con soluzioni che potessero in qualche misura valorizzare anche la discontinuità nell’uso dei materiali, nell’ottica di una nuova e moderna fruizione. L’intervento conservativo, realizzato dalla ditta Passarella Restauri s.r.l., si è sviluppato in varie fasi che hanno previsto: indagini conoscitive sulle superfici di finitura della chiesa; consolidamento e restauro della struttura lignea e degli intonaci del controsoffitto; realizzazione di nuovi intonaci alle pareti della navata; rifacimento degli intonaci esterni; restauro del portale, della scultura a tutto tondo raffigurante Sant’Agnese (ora nuovamente esposta entro la nicchia al centro della facciata) e degli elementi lapidei; restauro del paramento murario esterno del campanile e realizzazione di nuovi intonaci all’interno della canna fumaria dello stesso; restauro degli affreschi superstiti e frammentari che decorano l’interno del campanile, raffiguranti un fregio a elementi architettonici in finto marmo; restauro dell’affresco rinascimentale a monocromo collocato nella lunetta facente parte della primitiva abside, raffigurante putti e ghirlande; restauro di due lapidi pavimentali; pulitura dei depositi incoerenti presenti sulla superficie dei frammenti degli affreschi trecenteschi, e manutenzione della strada romana portata alla luce nel corso degli scavi; restauro del dipinto a olio su tela raffigurante Sant’Agnese rifiuta i doni, di autore ignoto e databile alla metà del Seicento, facente parte della decorazione originaria della chiesa.

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Frammenti di intonaco dipinto dall’ex chiesa di Sant’Agnese a Padova (foto sabap-met-ve)

La convenzione per il recupero e la valorizzazione dei reperti rinvenuti nel corso degli scavi. Il pregio dei reperti ritrovati nel corso dei lavori, di proprietà demaniale, e l’impegno della soprintendenza a tutelare e valorizzare tale patrimonio nell’ottica di renderlo fruibile nel contesto di appartenenza hanno indotto il soprintendente Fabrizio Magani a promuovere nel 2021 un accordo di collaborazione tra soggetto pubblico e privato, mediante la stipula di una convenzione con la Fondazione Alberto Peruzzo, finalizzata a precisare gli obblighi reciproci e a definire le specifiche attività connesse alla tutela, alla valorizzazione e alla manutenzione dei resti monumentali, affinché gli stessi fossero a conclusione dei lavori visibili alla collettività, nell’ottica di promuovere il prevalente interesse pubblico. Le professionalità della Soprintendenza, diversificate negli ambiti di competenza archeologica, architettonica, storico artistica, conservativa e giuridico amministrativa, hanno a tal fine attivamente operato in sinergia, assicurando piena collaborazione e supporto anche nelle attività di studio e di ricerca scientifica. A partire dall’intuizione del soprintendente Magani, che nel corso di un sopralluogo aveva rilevato la qualità pittorica di alcuni frammenti di intonaco affrescato, individuando su base stilistica la mano di Guariento, la soprintendenza ha elaborato uno studio progettuale di catalogazione e di riconoscimento stilistico e formale del corpus dei frammenti – preceduto da una ricerca storica, documentaria, iconografica e bibliografica – finalizzato alla ricomposizione di modelli decorativi, iconografici e figurativi attraverso l’indagine stilistica e formale della materia e il confronto con analoghe rappresentazioni pittoriche realizzate da maestranze attive in area veneta nel XIV secolo. La ricognizione sistematica dei materiali e lo studio degli stessi, condotto in sinergia tra il restauratore Giordano Passarella e la nostra collega Debora Tosato, ha permesso una nuova suddivisione dei frammenti in 55 vassoi sulla base della tecnica, dello stato di conservazione e di elementi riconducibili a caratteri di omogeneità morfologica e stilistica, al fine di produrre una prima catalogazione suddivisa secondo aree colorimetriche nell’osservanza di elementi tipologici distintivi.

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Pannello con ricomposizione dei frammenti di intonaco dipinto dall’ex chiesa di Sant’Agnese a Padova (foto sapab-met-ve)

Nel corso del lavoro è stato possibile confermare l’attribuzione a Guariento di alcuni pezzi con panneggi, ciocche di capelli, occhi, bocche, ciuffi di barbe, incarnati e dita per evidenti similitudini e analogie stilistiche con i cicli decorativi a fresco realizzati dall’artista nella Cappella Carrarese (ora Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti) e nella chiesa degli Eremitani a Padova. Una selezione delle più significative tipologie e ricomposizioni dei frammenti è stata esposta nelle due vetrine visibili nello spazio interrato in corrispondenza dell’abside della chiesa, unitamente alle due restaurate lapidi di Apardo, figlio di Pazzino Donati, e di Nicolosa, figlia di Filippo Urri, studiate come le restanti lastre pavimentali dell’edificio ecclesiale dal prof. Franco Benucci (università  di Padova).

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Copertina del libro “Una nuova Sant’Agnese” (Skira)

Per ulteriori informazioni si rinvia ai contributi di Franco Benucci, Claudio Grandis, Vincenzo Mancini, Giordano Passarella, Debora Tosato e Stefano Tuzzato, pubblicati nel libro “Una nuova Sant’Agnese. Il recupero di una chiesa del XII secolo e un nuovo centro per l’arte” (Skira). Il volume racconta il recupero di un edificio storico, una chiesa del XII secolo, che dopo sette anni di restauro diventa un polo culturale e un centro per l’arte restituito alla città di Padova. È un racconto che contiene altre storie – l’operato di figure come l’archeologo, il restauratore, lo storico, l’architetto – perché un recupero così lungo e importante non può che essere frutto della collaborazione di molte professionalità di alto livello. Gli scavi hanno portato alla luce reperti importanti (in primis alcuni frammenti d’affresco di epoca giottesca) e il nuovo centro si pone come dialogo tra epoche storiche diverse, dall’edificio eretto all’inizio dello scorso millennio, ai frammenti del Trecento, alle opere di arte moderna e contemporanea che fanno parte della collezione della Fondazione Alberto Peruzzo. Il libro parla della storia del luogo, del suo recupero, ma anche della sua missione futura, e di come un sito dal ricco passato e dalla lontana spiritualità possa essere strappato dal degrado e recitare un ruolo chiave, grazie all’arte e alla cultura, nella società contemporanea. La Fondazione Alberto Peruzzo è un’istituzione non profit, nata nel 2015, impegnata nella diffusione dell’arte e nel recupero del patrimonio artistico del territorio. Il primo progetto è stato il recupero architettonico del Padiglione Venezia ai Giardini della Biennale, realizzato in collaborazione con Louis Vuitton, mirato al ripristino di un’importante sede dell’Esposizione Internazionale. Marco Trevisan ha ricoperto molti ruoli di responsabilità in musei, fondazioni e società private legate all’arte – ad esempio per il Guggenheim di Venezia, per FMR Art’è USA, per Affordable Art Fair – ed è stato direttore di Christie’s Italia. Ha insegnato allo IED di Venezia e ha tenuto conferenze presso le Università Ca’ Foscari di Venezia, Università Cattolica di Milano, Università di Padova e di Pavia. Oggi è art advisor e direttore della Fondazione Alberto Peruzzo. Nel 2021 ha pubblicato con Scheiwiller 24 Ore Cultura Ars factiva. La bellezza utile dell’arte, un’indagine sul rapporto tra arte, scienza e tecnologia.

Ferrara. Alla Casa dei Romei presentazione dell’installazione sonora “Dèm a mènt” (Dammi retta) all’interno del progetto triennale “Sintonie. Tra visioni e racconti”

ferrara_casa-dei-romei_installazione-dem-a-ment_locandinaIl 31 marzo 2023, alle 17.30, al museo di Casa Romei a Ferrara, nella sala dei Cinquecento verrà presentata l’installazione sonora “Dèm a mènt” (Dammi retta) realizzata all’interno del progetto triennale “Sintonie. Tra visioni e racconti” in collaborazione con Assicoop Modena&Ferrara, Legacoop Estense e a cura di Ebe Giovannini e Patrizia Cirino. Nella sezione che ospita un nucleo di opere della Raccolta Assicoop Modena&Ferrara dedicate ai temi dell’infanzia e dell’adolescenza, è stata concepita un’installazione sonora in dialogo interattivo con lo spazio del museo, con le sculture ospitate e con le espressioni orali del patrimonio immateriale, rappresentative della diversità, della creatività umana e delle memorie dei visitatori. L’opera, dal titolo Dèm a mént (tradotto, dammi retta) un’espressione tutta ferrarese usata per richiamare l’attenzione dell’uditore, è curata da Ebe Giovannini, a seguito di una ricerca e un’analisi complessa e meticolosa del patrimonio documentario sonoro di un corpus di fonti orali del territorio locale condotta insieme a Patrizia Cirino; il progetto tecnico è di Fabio Della Rosa. I beni sonori di straordinario valore, messi a disposizione dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi di Roma, la più importante collezione pubblica di documentazione sonora ed audiovisiva, sono parte di un nucleo tematico di narrativa di tradizione orale e favolistica proveniente dall’Archivio Etno-Linguistico-Musicale dell’Emilia Romagna. Si tratta di registrazioni sul campo effettuate nel territorio ferrarese tra gli anni ’60 e ’70: indovinelli, filastrocche e ninne nanne vanno a comporre un paesaggio sonoro in grado di stimolare processi di memoria e di attivare sentimenti comunitari e di appartenenza. Nelle parole della curatrice Ebe Giovannini, “i paesaggi sonori cambiano costantemente e si modificano con il tempo in accordo con i mutamenti della società. L’esperienza e i ricordi di ogni individuo sono marcati da sonorità con un alto valore simbolico. Per questa ragione è essenziale sensibilizzare le comunità di eredità a riappropriarsi, attraverso azioni di salvaguardia attiva, della memoria sonora”. Nel corso dell’inaugurazione, inoltre, verranno presentati “Sesto Acuto” ed “Approdi”, i due audio-racconti – sempre a cura di Ebe Giovannini e Patrizia Cirino – che conducono l’ascoltatore verso la scoperta del museo di Casa Romei, del museo Archeologico nazionale di Ferrara e del progetto Sintonie. L’ingresso all’inaugurazione è gratuito previa prenotazione presso la biglietteria del museo (0532 234130; drm-ero.casaromei-fe@cultura.gov.it).

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Il chiostro della Casa dei Romei a Ferrara (foto drm-er)

Casa Romei. Magnifico esempio di residenza signorile fra Medioevo e Rinascimento, la casa presenta un cortile d’onore particolarmente suggestivo. L’architetto, probabilmente Pietrobono Brasavola, vi usò elementi tipicamente medievali accanto ad altri pienamente rinascimentali. Casa Romei fu costruita dal mercante Giovanni Romei circa alla metà del XV secolo e fu ingrandita e abbellita in occasione delle sue nozze con Polissena d’Este. Il cortile dai modi tardogotici e le decorazioni fiorite, la Sala delle Sibille e dei Profeti, i soffitti lignei e le volte affrescate e l’”Alcova”; costituiscono un corpus artistico unico a Ferrara. Posteriori le grottesche che ornano le Sale al primo piano (XVI secolo), quando la casa faceva parte del complesso conventuale del Corpus Domini. Acquisita al demanio dello Stato nel 1898, Casa Romei divenne un vero e proprio Museo nel 1953, accogliendo raccolte di affreschi staccati, sculture e decorazioni provenienti da molti edifici cittadini distrutti o irrimediabilmente modificati. Al valore straordinario ed esemplare dell’architettura e dei suoi apparati si affianca pertanto l’interesse delle raccolte d’arte in essa ospitata. I nomi di importanti artisti come Donatello, Francesco Dal Cossa, Gregorio di Lorenzo, Bastianino, Alfonso Lombardi, riecheggiano nelle sale del Museo e contribuiscono ad aumentare il fascino di un sito unico ed eccezionalmente affascinante.

Ercolano. Al parco archeologico il 1° aprile sciopero del personale della società che gestisce la biglietteria: “Ogni sforzo per contenere i disagi dei visitatori”

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Veduta panoramica dell’area archeologica di Ercolano (foto paerco)

Per la giornata del 1° aprile 2023 l’afflusso al parco archeologico di Ercolano potrebbe subire rallentamenti per uno sciopero dei dipendenti della società Opera Laboratori Fiorentini, gestore privato del personale di biglietteria. Il Parco comunica ai propri visitatori che profonderà tutti gli sforzi per contenere i disagi che potrebbero derivarne, e che per l’intera giornata il servizio di biglietteria sarà comunque garantito seppure in forma ridotta. Il Parco continuerà come sempre a portare avanti il dialogo e tutte le iniziative mirate all’integrazione, arricchimento e diversificazione dell’offerta culturale e dei servizi per migliorare tutti insieme l’esperienza di visita del luogo straordinario che è l’antica Ercolano. Per contribuire a ridurre i ritardi, si invitano i nostri visitatori ad acquistare i biglietti on line al sito http://www.ticketone.it.

Roma. Per “Dialoghi in Curia” incontro, in presenza e on line, con Giuliana Calcani (università Roma Tre) su “Sei un mito! La leggenda di Enea tra adattamenti e varianti” nell’ambito della mostra “Il viaggio di Enea. Da Troia a Roma” al Tempio di Romolo nel Foro Romano

roma_dialoghi-in-curia_sei-un-mito-la-leggenda-di-enea_giuliana-calcani_locandina“Sei un mito! La leggenda di Enea tra adattamenti e varianti” con Giuliana Calcani, docente di Storia dell’Arte antica al Dipartimento di Studi umanistici dell’università Roma Tre, è il nuovo appuntamento della rassegna “Dialoghi in Curia” del parco archeologico del Colosseo, inserito nel ciclo di conferenze attorno alla mostra “Il viaggio di Enea da Troia a Roma” allestita al Tempio di Romolo nel Foro Romano, cui appunto è legato un interessante programma di conferenze e visite guidate mirate all’approfondimento di temi specifici o dei luoghi del parco archeologico del Colosseo legati al mito di Enea. Giovedì 30 marzo 2023, alle 16.30, la Curia Iulia ospita la conferenza “Sei un mito! La leggenda di Enea tra adattamenti e varianti” prendendo spunto dal suo libro “Dal mito alla storia. La rappresentazione della leggenda di Enea tra adattamenti e varianti” (Edizioni Efesto). Introduce Alfonsina Russo, direttrice del parco archeologico del Colosseo. Ingresso da largo della Salara Vecchia, 5. L’evento potrà essere seguito in presenza con prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti su https://www.eventbrite.it/e/565220518787 o, in alternativa, in streaming su https://www.facebook.com/parcocolosseo.

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Copertina del libro “Dal mito alla storia. La rappresentazione della leggenda di Enea tra adattamenti e varianti” di Giuliana Calcani

Perché alcuni personaggi, come Enea, creati dalla cultura greca hanno avuto tanto successo da diventare figure chiave per la propaganda politica romana, e come si è modificata la loro immagine nel tempo e in luoghi diversi del Mediterraneo antico, per assumere diversi significati? La rappresentazione di Enea e dei personaggi principali del suo mito, come Creusa, Anchise, Ascanio, Didone e sua sorella Anna, che fu associata alla ninfa-maga Anna Perenna, è particolarmente emblematica di questo processo di elaborazione della leggenda che, attraverso adattamenti e varianti, travalica i secoli per narrare storie di sentimenti forti e contrastanti, come la passione amorosa, il senso del dovere per accettare i sacrifici imposti da un destino glorioso. Un mito complesso quello di Enea, che coniuga messaggi di piaceri privati e di pubbliche virtù, utili comunque alla certificazione di un’eccellenza storica in diversi contesti del mondo antico ma, in particolare, a Roma. Oggi la figura di Enea si presta particolarmente bene a incarnare modelli di cooperazione e di inclusività nello spazio euro-mediterraneo, attraverso un ideale di cultura partecipativa. Le finalità che ne hanno fatto nascere il mito nel mondo antico rispondevano a esigenze completamente diverse, come vedremo, ma la forza di Enea e dei suoi coprotagonisti consiste proprio nell’essere efficaci anche mutando forma. E proprio per questo possiamo continuare a esprimere per il loro tramite, come è già avvenuto nel passato, concetti adatti ai nostri tempi e luoghi.

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Giuliana Calcani (università Roma Tre)

Giuliana Calcani è professoressa ordinaria di Archeologia classica al Dipartimento di Studi umanistici, università Roma Tre. Nello stesso ateneo insegna e fa ricerca su temi di Storia dell’arte antica e di Storia dell’arte romana, anche con l’obiettivo di indagare i nessi tra antichità e mondo contemporaneo. Ha progettato e diretto corsi di formazione post lauream sui beni culturali come fattore di coesione e di sviluppo sociale. Attualmente dirige strutture di formazione e ricerca, sempre all’università Roma Tre, che coniugano la diagnostica umanistica con quella tecnologico-strumentale, al fine di potenziare la conoscenza del patrimonio culturale tangibile e, grazie alla pluriennale collaborazione con il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, per contribuire al contrasto di fenomeni criminali come la falsificazione. Ha organizzato mostre e convegni anche con organismi internazionali, che le hanno portato il riconoscimento del titolo di “Grande ufficiale per meriti di servizio alla cultura” da parte del governo peruviano (25 luglio 2011). È autrice di numerosi articoli, saggi, contributi in atti di convegno e cataloghi di mostre. Ha pubblicato otto monografie, tra le più recenti, oltre a quella dedicata al mito di Enea, si ricorda: Il collezionismo di antichità. Caratteristiche, storie e personaggi che hanno dato un presente al passato. Dall’Antichità classica al Medioevo. Attualmente ha incarichi di collaborazione scientifica con il museo nazionale Romano, per la sede di Palazzo Altemps in particolare, è nel consiglio d’amministrazione del museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria, partecipa ai lavori del coordinamento di ICOM Lazio, è socia dell’Associazione nazionale Carabinieri – sezione Tutela Patrimonio Culturale.

Firenze. Al museo Archeologico nazionale per la rassegna “Incontri al museo” conferenza di Benedetta Adembri su “Ritratto di signora: la Vibia Sabina di Villa Adriana”

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Statua di Vibia Sabina dalla Villa Adriana di Tivoli (foto villae)

Per la decima edizione della rassegna “Incontri al museo”, giovedì 30 marzo 2023, alle 17, al museo Archeologico nazionale di Firenze, Benedetta Adembri, già funzionaria archeologa MiC e responsabile di Villa Adriana a Tivoli, presenta “Ritratto di signora: la Vibia Sabina di Villa Adriana”. Ingresso libero fino a esaurimento posti. La statua di Vibia Sabina, moglie dell’imperatore Adriano, è stata restituita all’Italia insieme ad altri reperti archeologici nel 2007 grazie all’accordo tra il museum of Fine Arts di Boston e il Governo italiano e grazie alle fondamentali  indagini svolte negli anni precedenti dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. La preziosa statua in marmo bianco, alta più di due metri, ben conservata e risalente al 136 d.C. è stata poi collocata definitivamente nell’area archeologica di Villa Adriana a Tivoli.

Rovereto. Con la conferenza di Guido Zolezzi e Diego Angelucci (università di Trento) al via i “Giovedì dell’Archeologia” sui temi della mostra “GENTE DI FIUME” al museo della Città

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Locandina della mostra “Gente di fiume” al museo della Città di Rovereto dal 4 marzo all’11 giugno 2023

Al via il ciclo dei GIOVEDÌ DELL’ARCHEOLOGIA, i tradizionali incontri dedicati alla storia antica del nostro territorio collegati quest’anno ai temi della mostra “GENTE DI FIUME”, e quindi ai millenni di storia e di attività che si sono succedute sulle rive dell’Adige. La mostra “Gente di fiume. Millenni di storia sulle rive dell’Adige” al museo della Città di Rovereto dal 4 marzo all’11 giugno 2023, è infatti dedicata al fiume Adige, la principale via d’acqua che per secoli ha determinato lo sviluppo economico e sociale lungo i 400 chilometri del suo corso, dalle valli alpine fino al mare. Ideata e curata dall’archeologo del museo rovereto Maurizio Battisti con la storica dell’arte Alice Salavolti e il supporto dello staff della Fondazione Museo Civico, la mostra è promossa dal Comune di Rovereto, dalla Provincia autonoma di Trento, dalla Comunità della Vallagarina, con il sostegno di Cassa Rurale Alto Garda Rovereto. Il catalogo della mostra è stato realizzato in collaborazione con Edizioni Osiride (vedi Rovereto. Al museo della Città aperta la mostra “Gente di fiume. Millenni di storia sulle rive dell’Adige”: reperti, documenti, fotografie e modellini raccontano la principale via d’acqua che dalla preistoria all’arrivo della ferrovia ha determinato lo sviluppo economico e sociale dalle valli alpine fino al mare | archeologiavocidalpassato).

Primo appuntamento il 30 marzo 2023, alle 18: “Dal Miocene all’Antropocene: origine, evoluzione e trasformazioni antropiche della Valle dell’Adige”, con Guido Zolezzi e Diego Angelucci, dell’università di Trento. L’incontro presenta in particolare il progetto Etsch 2000, che, con un innovativo approccio interdisciplinare capace di integrare tra loro indagini geo-storiche e geo-archeologiche, geo-morfologiche e attività di modellazione matematica ha come obiettivo la ricostruzione delle variazioni che hanno caratterizzato il fiume Adige negli ultimi 2000 anni fornendo una spiegazione alla luce dei più rilevanti fattori umani (diretti ed indiretti) e climatici che si sono susseguiti. In particolare l’analisi si concentra nel tratto di valle compreso tra Merano (BZ) e Borghetto (TN).

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Mostra “Gente di fiume”: da sinistra, Giovanni Laezza, presidente Fmcr; Alessandra Cattoi, direttrice Fmcr; Maurizio Battisti, archeologo Fmcr; Alice Salavolti, storica dell’arte Fmcr (foto graziano tavan)

Gli incontri si svolgono nei giovedì dal 30 marzo al 27 aprile 2023, alle 18, a ingresso gratuito al Museo della Città di Rovereto, nella Sala delle Idee. Il ciclo è organizzato dalla Società Museo Civico di Rovereto, con la Fondazione Museo Civico e la Fondazione Alvise Comel, con il sostegno del Comune di Rovereto e della Comunità della Vallagarina. La partecipazione è libera e gratuita. Attività riconosciuta ai fini dell’aggiornamento per gli insegnanti e del credito formativo per gli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Per le modalità contattare didattica@fondazionemcr.it. Info e prenotazioni: tel. 0464 452800, museo@fondazionemcr.it

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Bronzetto del II sec. d.C. raffigurante Mercurio, il dio protettore dei commerci, rinvenuto a Navicello di Rovereto, di proprietà della Provincia di Trento (foto graziano tavan)

Gli altri appuntamenti. Giovedì 6 aprile 2023, ore 18, proiezione del film “Storie di terre e d’acqua: Adige Etsch”, presentazione del regista Vittorio Curzel (Museo di Scienze e Archeologia, Sala F. Zeni); giovedì 13 aprile 2023, ore 18, “Gente di fiume. Storie di vite atesine dalla preistoria ai primi del Novecento”, con Maurizio Battisti e Giannantonio Conati (Museo della Città, Sala delle Idee); giovedì 20 aprile 2023, ore 18, “L’Adige tra rappresentazioni cartografiche e narrazioni letterarie del passato”, con Elena Dai Prà (Museo della Città, Sala delle Idee); giovedì 27 aprile 2023, ore 18, “La carta dell’Adige di Leopoldo Claricini (1847). Strumento di lettura del paesaggio fluviale”, con Roberto Ranzi (Museo della Città, Sala delle Idee).

Napoli. Al museo Archeologico nazionale per “Lo scaffale del Mann” presentazione del libro “Bruciare da sola. Una notte di Nadja Mandel’štam con i suoi fantasmi” (Ponte alle Grazie) di Giovanni Greco

napoli_scaffale-del-mann_libro-bruciare-da-sola_giovanni-greco_locandina“È un monologo ininterrotto, un canto notturno con ospiti, ma anche una lunga lettera d’amore, il romanzo di Giovanni Greco Bruciare da sola. Una notte di Nadja Mandel’štam con i suoi fantasmi. Un canto per voce femminile, quella di Nadja Mandel’štam che dalla tragica scomparsa del marito, il grande poeta russo Osip Mandel’štam, “dissipato” come tanti della sua generazione dalle epurazioni staliniane, non smette di parlare, di ripetere senza sosta i versi proibiti e impronunciabili che sopravviveranno anche grazie alla sua memoria prodigiosa”: così Francesco Maselli alla presentazione del libro di Giovanni Greco al Premio Strega 2023 “Bruciare da sola. Una notte di Nadja Mandel’štam con i suoi fantasmi” (Ponte alle Grazie) che mercoledì 29 marzo 2023 sarà protagonista del nuovo appuntamento “Lo scaffale del Mann”, alle 17, nella sala conferenza del Braccio Nuovo del museo Archeologico nazionale di Napoli. Dopo i saluti del direttore Paolo Giulierini, interviene con l’autore Silvia Acocella, docente di Letteratura italiana contemporanea dell’università “Federico II” di Napoli. Letture sceniche di a cura di Susanna Lauletta e Fabrizio Botta. Evento in collaborazione con ICRA Project diretto da Lina Salvatore e Michele Monetta.

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Copertina del del libro “Bruciare da sola. Una notte di Nadja Mandel’štam con i suoi fantasmi” di Giovanni Greco

Bruciare da sola. Ventisette dicembre 1968: Nadežda Jakovlevna Khazina, vedova del grande poeta Osip Mandel’štam, ricorda. È il suo compito, ricordare. Da quando, trent’anni fa, suo marito Osip è stato definitivamente inghiottito dal gulag; da prima, da molto prima, quando pubblicare le opere dell’autore “sgradito” era diventato impossibile, farle circolare pericoloso, e solo alla memoria di Nadja era già affidata la sopravvivenza di quei versi proibiti. Ricorda, Nadežda, e dialoga con i fantasmi che sempre, per sempre, la circondano… Dando voce alla compagna di vita, arte, confino di Osip Mandel’štam, Giovanni Greco crea uno straordinario monologo che diventa spesso un coro, quando al canto della donna si uniscono, oltre al suo Osja, i tanti compagni degli anni terribili delle purghe staliniane, un’intera generazione di scrittori e di artisti soffocata, esiliata, trucidata (talvolta suicidatasi o “suicidata”): da Pasternak ad Achmatova a Cvetaeva e tanti altri ancora. E restituisce il dramma di un’epoca, nel passaggio dall’entusiasmo rivoluzionario all’angoscia quotidiana di una vita isolata, trascorsa nel terrore che il vicino, l’amico, ti possa tradire o che il Sistema, colpendo a casaccio, prenda proprio te. Eppure, dal ricordo ostinato di Nadja emerge qualcosa: la poesia, oltre a essere in grado di far tremare i potenti, è anche in grado di sopravvivere alla loro furia. E a loro stessi, destinati, loro sì, a svanire dalla memoria degli uomini.

Roma. Nella chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, conclusi i lavori di restauro del tetto crollato, presentazione – in presenza e on line – del libro “Carcer Tullianum. Il Mamertino al Foro Romano” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini (L’Erma di Bretschneider)

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La chiesa di San Giuseppe dei Falegnami che insiste sul Carcer-Tullianum a Roma (foto PArCo)

La chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, già di San Giuseppe a Campo Vaccino, sorge alle pendici orientali del Campidoglio, in prossimità del Foro Romano e della chiesa dei Santi Luca e Martina. La chiesa originaria venne eretta al di sopra del Carcere Mamertino, a sua volta sovrastante il Tullianum. Si tratta di due ambienti sovrapposti che costituisco quello che per i Romani era il “carcer”: un ambiente di passaggio in attesa dell’esecuzione capitale dei condannati. In queste carceri perirono personaggi famosi come Giugurta, Vercingetorige, i partecipanti alla congiura di Catilina e secondo la tradizione vi furono rinchiusi anche San Pietro e San Paolo. Nel 1540 la Congregazione dei Falegnami aveva preso in affitto la chiesa di San Pietro in Carcere sopra il Carcere Mamertino per svolgere le proprie riunioni e funzioni religiose. Tuttavia, ben presto, data l’inadeguatezza dell’angusto edificio, la confraternita sentì l’esigenza di erigere una chiesa più ampia e accogliente. La chiesa fu consacrata l’11 novembre del 1663.

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Il soffitto cassettonato della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami dopo i restauri (foto PArCo)

Martedì 28 Marzo 2023, alle 11, nella chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, a 5 anni dal crollo del tetto e a conclusione dei lunghi lavori di ricostruzione e di restauro del cassettonato, sarà presentato il libro “Carcer Tullianum. Il Mamertino al Foro Romano” a cura di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini (L’Erma di Bretschneider). Sono previste visite all’Oratorio, al museo e all’area archeologica. Saranno illustrate le più recenti indagini e la storia del complesso che si trova a ridosso delle pendici NE del Colle Capitolino, al di sotto della seicentesca chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami con annesso Oratorio. Le strutture del Carcer Tullianum (“Carcere Mamertino” di comune memoria) costituiscono uno dei complessi monumentali di età repubblicana più rilevanti del Foro Romano (area del Comizio) e più cari alla fede cristiana perché legato alla figura di San Pietro. Connesso al sistema sostruttivo/difensivo del Campidoglio sin dall’età arcaica (le cosiddette “Mura Serviane”), il Carcer Tullianum, secondo quanto attestato dalle fonti classiche, fungeva da luogo di reclusione dei nemici di Roma condannati a morte ed era composto da due nuclei distinti, il Carcer ed il Tullianum (ambiente ipogeo). Introducono monsignor Remo Chiavarini, responsabile Opera Romana Pellegrinaggi; Alfonsina Russo, direttore del parco archeologico del Colosseo. Intervengono monsignor Pasquale Iacobone, presidente della Pontificia commissione di Archeologia Sacra; Fulvio Cairoli Giuliani, accademico dei Lincei e professore emerito di Sapienza Università di Roma; Andrea Augenti; professore di Archeologia medievale all’università di Bologna. Conclude Patrizia Fortini, archeologa, già funzionaria del parco archeologico del Colosseo. Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento posti su www.eventbrite.it. Ingresso da Clivo Argentario 1. Diretta streaming sul profilo Facebook del parco archeologico del Colosseo.

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Copertina del libro “Carcer Tullianum. Il Mamertino al Foro Romano” di Alfonsina Russo e Patrizia Fortini

“Carcer Tullianum. Il Mamertino al Foro Romano”. A ridosso delle pendici NE del Colle Capitolino, al di sotto della seicentesca chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami con annesso Oratorio, si conservano le strutture del Carcer-Tullianum (“Carcere Mamertino” di comune memoria) uno dei complessi monumentali di età repubblicana più rilevanti del Foro Romano (area del Comizio) e più cari alla fede cristiana perché legato alla figura di San Pietro. Connesso al sistema sostruttivo/difensivo del Campidoglio sin dall’età arcaica (le cd. “Mura Serviane”) il Carcer-Tullianum, secondo quanto attestato dalle fonti classiche, fungeva da luogo di reclusione dei nemici di Roma condannati a morte ed era composto da due nuclei distinti, il Carcer ed il Tullianum (ambiente ipogeo). Con Carcer si intende l’ambiente a pianta trapezoidale con gli ambienti attigui, di età repubblicana (fine IV-II a.C.), che fu monumentalizzato nel I d.C. per disposizione senatoria, come recita l’iscrizione dedicatoria posta a coronamento della facciata in travertino che si apre rivolta verso il Foro Romano, edificata in quella occasione. Nel suo insieme si presenta come un sistema di strutture lapidee in opera quadrata, articolate e a varie quote, a ridosso delle pendici dell’Arce capitolina rivolte verso la valle del Foro Romano. Il complesso creava una possente quinta muraria che fa da sfondo al Foro Romano e in stretta relazione con gli edifici dove si svolgeva la vita politica, giudiziaria e giuridica di Roma: la Curia, il Comizio e i tribunali. Tullianum è la denominazione dell’ambiente ipogeo in blocchi di peperino (IV a.C. con una probabile fase di fine V a.C.) caratterizzato dalla sorgente che risale, per pressione, dal piano pavimentale attraverso una piccola apertura quadrata in fase con il pavimento stesso. Originariamente a pianta circolare (tholos) – come rivelato dagli scavi – assume la forma in pianta ad arco di cerchio, quando la costruzione del prospetto esterno del Carcer ne determina in parte lo smantellamento. Nessun dato è emerso dallo scavo per riconoscervi la funzione di cisterna; lo stesso condotto, che fino all’ultima campagna d’indagine scaricava all’esterno l’acqua raccolta nel pozzo, è moderno. Risale sicuramente alla prima età imperiale la teca rinvenuta sul piano pavimentale scavata appositamente per ospitare il materiale di età arcaica e repubblicana deposto dopo un’azione rituale svoltasi in un giorno d’autunno. Questo deposito e la sorgente portano a concludere, con un certo margine di sicurezza, che il Tullianum originariamente fosse stato costruito per una sorgente sacralizzata: forte il richiamo alla fonte dove, raccontano gli autori antichi, Tarpea incontra per la prima volta il re dei Sabini nemici dei Romani, Tito Tazio, e prendono avvio la serie di accadimenti che portano al tradimento da parte della giovane e alla sua morte È suggestivo pensare che l’acqua del Tullianum (“Acqua Tulliana”) sia quella presente nel racconto del tradimento di Tarpeia. La giovane romana, figlia di Spurio Tarpeio comandante della rocca capitolina, incontra Tito Tazio, capo dei nemici Sabini, presso una fonte (non se ne tramanda il nome) situata al di fuori delle mura dell’arce capitolina verso la piana che ospiterà poi il Foro Romano. Segue il tradimento e la punizione: Tarpea è uccisa seppellita viva sotto il cumulo degli scudi sabini. Anche il padre, ritenuto colpevole per aver perso la postazione, è giustiziato, precipitato per mano degli stessi Romani dall’alto della rupe ricordata come Rupes Tarpeia o Saxum Tarpeium. La rupe che oggi si tende a collocare sull’Arx nel settore che sovrasta il Carcer-Tullianum, il luogo votato per eccellenza alla uccisione dei nemici del Popolo Romano. Il complesso continua a vivere trasformato in età alto medievale in luogo di un culto cristiano, luogo che dal XII secolo si connota dedicato agli Apostoli Pietro e Paolo: la chiesa di S. Pietro in Carcere. Anche se coperta dalle fondazioni della chiesa S. Giuseppe dei Falegnami costruita nel XVI secolo, rimarrà sempre aperta al culto, impedendone così la distruzione. In un vano del Carcer coperto dalle fondazioni della chiesa seicentesca è ricavata alla metà del XIX secolo una cappella destinata ad ospitare il “Crocifisso delle Carceri”, un crocifisso ligneo esposto in precedenza alla pietà popolare sulla facciata in travertino del Carcer. Il Carcer-Tullianum e le strutture rinvenute dopo i recenti scavi fanno oggi parte del percorso espositivo del museo che ne racconta la complessa storia.

Firenze. A TourismA 2023 la consegna del X premio Riccardo Francovich della SAMI al Mercato delle Gaite di Bevagna (Pg)

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TourismA 2023: consegna del X premio Riccardo Francovich. Da sinistra, Piero Pruneti, Giuseppe Proietti, Annarita Falsacappa, Franco Franceschi, Paul Arthur (di spalle), e Angela Borzacconi (foto graziano tavan)

 

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Annarita Falsacappa, sindaco di Bevagna (Pg) (foto graziano tavan)

La soddisfazione la si leggeva sugli occhi di tutti i rappresentanti del Mercato delle Gaite di Bevagna sul palco dell’auditorium del Palazzo dei Congressi di  Firenze per TourismA 2023 dove si è tenuta cerimonia di consegna della X edizione del premio Riccardo Francovich. Perché loro, come ha ricordato Annarita Falsacappa, sindaco del Comune di Bevagna, in provincia di Perugia, “ne hanno fatto do strada. Erano partiti dalla sagra della porchetta e sono arrivati a realizzare il Mercato delle Gaite con il suo Circuito dei Mestieri Medievali che negli anni, grazie a consulenze scientifiche e alla grande passione delle decine e decine di volontari che vi concorrono, sono riusciti a migliorare di anno in anno fino a essere premiati dalla SAMI (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) che nel 2013 ha istituito il riconoscimento per ricordare l’operato del professor Riccardo Francovich, con l’intenzione di premiare il museo o parco archeologico italiano che “rappresenti la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione degli stessi verso il pubblico dei non specialisti“.

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TourismA 2023, X premio Francovich. Da sinistra, Piero Pruneti, due rappresentanti delle Gaite, Giuseppe Proietti, Annarita Falsacappa, Franco Franceschi, Luigi La Rocca, Angela Barzacconi, Marco Valenti, Gabriella Picinni, altri due rappresentanti delle Gaite. Davanti c’è Paul Arthur (foto grazianio tavan)

Quest’anno, per la X edizione, la Commissione Giudicatrice, presieduta da Paul Arthur (presidente SAMI, professore di Archeologia medievale, università del Salento), e composta da Angela Borzacconi (direttore museo Archeologico nazionale, Cividale), Giovanni Floris (giornalista e conduttore televisivo), Luigi La Rocca (direttore generale Archeologia Belle arti e paesaggio, MIC), Gabriella Picinni (professore di Storia medievale, università di Siena), Piero Pruneti (direttore di Archeologia Viva), Marco Valenti (professore di Archeologia medievale, università di Siena),  aveva selezionato sei musei-siti: Bevagna: Il mercato e il circuito dei mestieri di Bevagna (Pg); Brescia: museo di Santa Giulia a Brescia (Bs); Fasano: parco rupestre Lama d’Antico nel territorio di Fasano (Br); Firenze: museo dell’Opera del Duomo (Fi); Milano: chiesa inferiore di San Sepolcro (Mi); Positano: museo Archeologico romano Santa Maria Assunta (Sa).

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Il gruppo di Bevagna (Proietti, Falsacappa, Franceschi) con la giuria (La Rocca, Barzacconi e Arthur) (foto graziano tavan)

A ricevere il premio dalle mani del presidente Paul Arthur insieme al sindaco di Bevagna Annarita Falsacappa anche il prof. Franco Franceschi dell’università di Siena, referente scientifico del Mercato delle Gaite, e Giuseppe Proietti, podestà del Mercato delle Gaite. È stato proprio quest’ultimo a leggere la motivazione iscritta sulla targa del premio Francovich.

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Il podestà Giuseppe Proietti con la targa del X premio Francovich (foto graziano tavan)

È stato proprio Proietti a leggere la motivazione iscritta sulla targa del X premio Francovich ricevuta dalle mani del presidente di Sami, Paul Arthur: “La Società degli Archeologi Medievisti Italiani (SAMI) fondata nel 1994, premio Riccardo Francovich per il miglior museo e parco archeologico italiano a tematica medievale, X edizione, anno 2022. Premio del pubblico conferito al Mercato delle Gaite di Bevagna per la fedele ricostruzione storica e la rievocazione materiale di un mercato tardo medievale e dei suoi mestieri, con l’ambiente, la sua gente, le sue bancarelle e le sue merci, i suoi artisti e i suoi artigiani, il suo trambusto, attraverso le quattro gaite di Bevagna, le scritture della storia e i manufatti dell’archeologia prendono vita, comunicando con grande efficacia il passato al presente. Firenze 25 marzo 2023”. La proiezione di un promo sul Mercato delle Gaite di Bevagna ha chiuso la breve cerimonia.