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Pompei. All’antiquarium di Boscoreale al via “Il vetro antico di Pompei”, progetto sperimentale di monitoraggio sull’influenza degli effetti ambientali sul vetro antico di Pompei

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All’antiquarium di Boscoreale al via “Il vetro antico di Pompei”, progetto sperimentale di monitoraggio sull’influenza degli effetti ambientali sul vetro antico di Pompei

Diversi campioni di vetro, la cui composizione replica quella del vetro antico saranno esposti in una teca dell’Antiquarium di Boscoreale per valutare l’impatto delle condizioni ambientali sulla conservazione dei reperti museali. Frutto di una partnership tra il parco archeologico di Pompei e l’Istituto Italiano di Tecnologia – Centre for Cultural Heritage Technology (CCHT), questa sperimentazione avrà luogo nell’Antiquarium di Boscoreale, recentemente riaperto con un nuovo allestimento, a seguito di lavori di messa in sicurezza. I ricercatori utilizzeranno questi campioni per osservare come le condizioni di conservazione nei musei influenzino il processo di alterazione del materiale vetroso esposto. I dati ambientali, quali temperatura e umidità relativa, verranno registrati quotidianamente attraverso l’uso di un data logger per poter essere correlati al livello di alterazione dei campioni esposti.

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All’antiquarium di Boscoreale al via “Il vetro antico di Pompei”, progetto sperimentale di monitoraggio sull’influenza degli effetti ambientali sul vetro antico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

La sperimentazione durerà tre anni al termine dei quali i campioni verranno raccolti e analizzati mediante avanzate tecniche diagnostiche. Questo studio è parte del progetto GoGreen, finanziato con 4 milioni di Euro dalla Commissione Europea, che coinvolge diversi Paesi Europei. Contestualmente, campioni identici a quelli esposti a Boscoreale verranno esposti in diversi ambienti museali appartenenti a diverse aree climatiche. Questa collaborazione rappresenta un’opportunità per le ricerche multidisciplinari in corso tra il parco archeologico di Pompei e i vari istituzioni di ricerca, universitarie e non, mirate ad approfondire la conoscenza del mondo antico attraverso l’uso di moderne tecnologie per la conservazione ed il restauro dei reperti archeologici frutto delle presenti e passate attività di scavo effettuate all’interno dell’area vesuviana.

Urbania (PU). A Palazzo Ducale la mostra “Urbania. L’archeologia entra in museo” dedicata ai tumuli preromani della Valle dei Principi (area archeologica la Cantinaccia) con l’esposizione di alcuni preziosi oggetti da scavo che delineano in modo preciso la figura del Principe guerriero

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Al via a Palazzo Ducale la mostra “Urbania. L’archeologia entra in museo” dedicata ai tumuli preromani della Valle dei Principi (11 dicembre 2023 – 7 aprile 2024). L’inaugurazione l’11 dicembre 2023, alle 17.45, nella sala del Consiglio comunale di Urbania (PU). Lo scavo di Santa Maria del Piano, meglio conosciuto come area archeologica la Cantinaccia, entra nel percorso museale dei Musei Civici di Palazzo Ducale, con l’esposizione di alcuni preziosi oggetti da scavo che delineano in modo preciso la figura del Principe guerriero sepolto nel tumulo assieme ad ambre, uova di struzzo, finimenti equini, elementi decorativi metallici, lance e vasellame. Una sezione didattica dedicata alle scuole accompagna l’esposizione e ricostruisce le operazioni di scavo e ricerca. La mostra è realizzata dal Comune di Urbania in collaborazione con la soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Ancona e Pesaro e Urbino e con l’università di Bologna, polo di Ravenna, e sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro.

“La nuova sezione dei musei civici ha il merito di coniugare tutela e valorizzazione e nell’ambito delle ricerche archeologiche”, afferma la soprintendente Cecilia Calorosi. “Il rinvenimento dei Tumuli di Urbania è da annoverare tra le scoperte straordinarie e inaspettate che permettono di riscrivere la storia dell’intero territorio della alta e media valle del Metauro, consentendo di rileggere in una nuova chiave il ruolo nodale del Pesarese in età preromana fra Umbri, Piceni ed Etruschi. Un importante risultato raggiunto grazie alla sinergia fra gli enti coinvolti, che ha trovato terreno fertile nella sensibilità e nella lungimiranza di cittadini privati che hanno messo a disposizione competenze, fondi e mezzi, per garantire la piena comprensione delle testimonianze di un antico splendore”.

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Testa di animale in bronzo dagli scavi della Cantinaccia (foto sabap-an-pu)

Sulla base delle ricostruzioni degli archeologi, si evince che il territorio della media e alta valle del fiume Metauro ha rappresentato, in età preromana, una delle vie di transito e incontro tra diverse popolazioni dell’Italia antica. “L’esposizione mostra solo una selezione della grande mole di oggetti rinvenuti, alcuni dei quali devono ancora essere sottoposti a interventi di restauro, già programmati per il prossimo futuro, e restituisce alla comunità una pagina della propria storia finora sconosciuta e sepolta”, spiega Ilaria Rossetti della soprintendenza di Ancona e Pesaro e Urbino.

“Il sito archeologico la Cantinaccia”, prosegue il sindaco di Urbania, Marco Ciccolini, “apre una nuova pagina importante di storia dell’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino. Prima dei romani non sapevamo chi abitasse queste terre e che rapporti aveva con l’esterno. La sinergia tra le istituzioni e il privato ha già portato a dei risultati importanti; ritengo che si debba continuare con gli scavi e aprire una sezione visitabile permanente presso i musei civici di palazzo ducale”. Conclude Alice Lombardelli, direttrice dei Musei Civici di Palazzo Ducale: “L’archeologia entra in museo lo fa con una sezione aperta, dinamica ed in continua evoluzione. Saranno esposti oggetti da scavo, in fase di restauro e già restaurati. Saranno divulgati gli studi, le ricerche e le nuove metodologie”.

Paestum. Partiti i lavori per il restauro e il riallestimento del museo del Santuario di Santa Venera, dell’ex stabilimento Cirio e della nuova porta di accesso al parco e al museo Archeologico

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L’ex stabilimento Cirio a Paestum (foto pa-paeve)

Al via i lavori per il restauro e il riallestimento del museo del Santuario di Santa Venera, dell’ex stabilimento Cirio e della nuova porta di accesso al parco e al museo Archeologico di Paestum. L’ambizioso progetto apre un nuovo capitolo nella storia del patrimonio culturale pestano e si concentra intorno a un’icona della città capaccese. L’ex fabbrica di pomodori “Cirio” fu costruita nel 1907 in parte sugli antichi resti di un santuario dedicato ad Afrodite la cui presenza è ancora oggi ricordata nel toponimo della zona “Santa Venere”. I lavori appena iniziati si pongono come obiettivo prioritario il ripristino dello stato di conservazione dell’edificio purtroppo in condizioni molto precarie con corpi di fabbrica pericolanti o crollati e la pulizia dell’area esterna da rovi infestanti e vegetazione spontanea. Dopo la necessaria operazione di bonifica da eventuali ordigni bellici è in programma la messa in sicurezza e l’allestimento del cantiere in tutto il lotto, l’avvio dei lavori di preparazione delle murature storiche da restaurare, lo smantellamento dei piccoli corpi di fabbrica, la demolizione dei manufatti ammalorati e delle coperture pericolanti. Seguirà l’avvio del restauro vero e proprio.

paestum_parco_avvio-restauro-e-riqualificazione-ex-stabilimento-cirio_locandinaI primi risultati dei lavori e la programmazione degli interventi futuri saranno presentati nei prossimi giorni nella sala Cella del museo Archeologico nazionale di Paestum dove interverranno il direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, Tiziana D’Angelo; il direttore generale del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel; il sindaco di Capaccio Paestum, Franco Alfieri; il direttore del museo nazionale di Matera e responsabile unico del Procedimento, arch. Annamaria Mauro; il direttore dei lavori, arch. Luigi Di Muccio; i progettisti dello Studio Guicciardini & Magni Architetti e l’impresa Consorzio CONPAT S.c.a.r.l. aggiudicatrice dei lavori.

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Partiti i lavori all’ex stabilimento Cirio di Paestum (foto pa-paeve)

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Tiziana D’Angelo, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, nel Tempio di Nettuno a Paestum (foto pa-paeve)

“L’avvio dei lavori all’ex stabilimento Cirio”, dichiara Tiziana D’Angelo, direttore del parco archeologico di Paestum e Velia, “segna l’impegno concreto ad ampliare e ridefinire il complesso del Parco archeologico di Paestum e Velia e a potenziare il suo rapporto con il territorio. A pochi passi dalla cinta muraria, il Santuario di Santa Venera torna a essere accessibile e soprattutto offre l’opportunità unica di legare armoniosamente il passato più recente e quello antico della città per creare una realtà dinamica, una vera e propria fabbrica in cui costruire nuovi progetti culturali”. E il direttore generale Musei, Massimo Osanna: “I lavori in programma porteranno alla creazione di un nuovo luogo della cultura, spazio di conoscenza, apprendimento e ispirazione per le comunità del territorio e per i pubblici provenienti da tutto il mondo. Un progetto virtuoso capace di creare valore partendo dalla riqualificazione di un edificio industriale e di un’area archeologica segnata dalla presenza dell’importante Santuario extraurbano dedicato ad Afrodite, scavato e studiato a partire dagli anni ’80 dal grande maestro Mario Torelli insieme all’Università del Michigan”.

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Il santuario di Afrodite nella zona di Santa Venera a pochi passi dalla cinta muraria di Paestum (foto pa-paeve)

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Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico Pompei)

Gabriel Zuchtriegel, direttore generale del parco archeologico di Pompei: “È una grande opportunità per il territorio che lega uno dei santuari più importanti dell‘antica Poseidonia, quello di Afrodite, alle spalle del complesso e di una forma rara ma non senza confronti, come ha mostrato il compianto Mario Torelli evidenziandone le similitudini con il cosiddetto Heroon di Olimpia, alla Paestum medievale, all‘archeologia industriale, all’arte contemporanea e alla dieta mediterranea. Una factory culturale in grado di esprimere tutta la ricchezza dell’eredità della Magna Grecia”. Gli fa eco il sindaco della Città di Capaccio Paestum, Franco Alfieri: “I lavori che, tra le altre cose, porteranno al restauro e alla riqualificazione dell’ex stabilimento Cirio si inseriscono nella stagione di rinascita che la Città di Capaccio Paestum sta vivendo negli ultimi anni. Congratulazioni al direttore D’Angelo per questo importante risultato conseguito”.

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Il cantiere aperto all’ex stabilimento Cirio a Paestum (foto pa-paeve)

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L’architetto Annamaria Mauro del parco archeologico di Paestum e Velia (foto pa-paeve)

“Il binomio archeologia classica e archeologia industriale”, interviene Annamaria Mauro, responsabile unico del Procedimento, “si sposa in questo cantiere unico e straordinario. Restaurare, valorizzare e aprire al pubblico l’area dell’ex stabilimento Cirio costituisce l’obiettivo primario dell’intervento. L’articolato cantiere mette a sistema, dopo  un’approfondita analisi storica e tipologica che ci ha portati a delle scelte mirate di restauro critico, e quindi a tutelare e valorizzare soprattutto ciò che è rimasto del primo nucleo storico della fabbrica del 1910 e dell’ampliamento del 1950, sia a livello spaziale che materico, la realizzazione di un polo culturale strettamente connesso all’area archeologica e al Museo che sarà centro di informazione e di accoglienza per i visitatori e che ospiterà eventi di arte contemporanea, mostre e manifestazioni, depositi visitabili, un auditorium, un centro di studi e ricerca e diversi approfondimenti sul patrimonio immateriale, sulle tradizioni locali e sul paesaggio”. Chiude Luigi Di Muccio, direttore dei lavori: “Alla base della trasformazione di questa ex fabbrica c’è la volontà di creare un centro pulsante di conoscenza, ispirazione ed educazione. Un luogo in cui la storia parla, dove le generazioni possono imparare dalle sfide e dalle vittorie del passato. Un luogo in cui l’identità di Santa Venera è celebrata e condivisa. Questi sono i temi e i valori che hanno indirizzato i progettisti e che animano i lavori appena iniziati”.

Udine. Al museo Archeologico arriva il progetto “Anche le statue parlano” con Caterina Bernardi, Alessandro Maione ed Edoardo De Angelis: un vero e proprio viaggio indietro nel tempo

udine_archeologico_anche-le-statue-parlano_dicembre-2023_locandinaE se le opere del museo Archeologico di Udine iniziassero a parlare, quali storie ci racconterebbero? Nel pomeriggio di domenica 10 dicembre 2023 le opere del museo Archeologico di Udine (civici musei di Udine) prenderanno corpo e voce grazie al progetto “Anche le statue parlano”, ideato dall’A.C. CulturArti e realizzato con il contributo del Comune di Udine. Lo spettacolo in musica e parole nasce con l’intento di collegare passato e presente, archeologia e storia contemporanea. Si tratterà di un vero e proprio viaggio nel tempo: un percorso tra le opere più importanti del museo, che si racconteranno attraverso la voce degli attori Caterina Bernardi e Alessandro Maione e del cantautore Edoardo De Angelis, autore dei testi. Nel corso del pomeriggio le suggestioni dei brani composti per l’occasione si intrecceranno con le spiegazioni archeologiche, in un dialogo tra i dati scientifici e le memorie dei personaggi storici, ma non solo… “Anche le statue parlano” è un progetto innovativo che intende valorizzare in chiave accessibile e inclusiva le collezioni archeologiche, per far conoscere e apprezzare il patrimonio di storie custodito dalle diverse realtà museali, italiane ed estere, coinvolte nell’iniziativa. Sono previsti tre turni di visita: ore 14 (1° gruppo), ore 15.15 (2° gruppo), ore 16.30 (3° gruppo). L’evento è incluso nel biglietto di ingresso al Museo. I posti sono limitati e sono prenotabili al seguente link: bit.ly/udine.

Ercolano. “Le Schegge del PAE”: nella seconda puntata il direttore del parco archeologico Francesco Sirano ci fa scoprire le tavolette di legno per la scrittura, esposte alla mostra “Materia. Il legno che non bruciò ad Ercolano” nella Reggia di Portici

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Tavolette in legno, stilo e calamo da Ercolano, esposti nella mostra “Materia. Il legno che non bruciò ad Ercolano” nella Reggia di Portici (foto graziano tavan)

Seconda puntata de “Le Schegge del PAE”, la nuova serie social del parco archeologico di Ercolano dedicata alla mostra “Materia. Il legno che non bruciò ad Ercolano” in esposizione al MUSA – musei della Reggia di Portici fino al 31 dicembre 2023, dal martedì alla domenica dalla 9.30 alle 18, ultimo ingresso in biglietteria alle 16.30. I biglietti sono acquistabili alle biglietterie fisiche della Reggia e del Parco oppure online su https://materiainreggia.okticket.it/i… Sottotitoli a cura dell’Herculaneum Conservation Project. Dopo aver avere descritto lo sgabello della Casa dei due Atri (vedi Ercolano. “Le Schegge del PAE”: nella prima puntata il direttore del parco archeologico Francesco Sirano ci fa scoprire lo sgabello della Casa dei due Atri | archeologiavocidalpassato), il direttore del parco Francesco Sirano ci porta alla scoperta delle tavolette di legno di Ercolano.

“Scrivere e leggere sono per le persone addestrate in queste arti, perché richiede molto apprendimento e molta pratica”, spiega Sirano. “Dall’eruzione del vulcano si salvarono straordinariamente anche alcuni documenti scritti. Si tratta di tavolette, come quelle che sono esposte nella mostra alla Reggia di Portici, dove si stendeva uno strato di cera su una tavoletta di legno e con uno stilo si incidevano, si scrivevano dei testi che potevano essere appunti oppure documenti ufficiali. Queste tavolette ci ricordano dei moderni tablet. Sulla superficie di cera si scrivevano appunti e quando non servivano più perché erano stati trascritti o semplicemente non ce n’era più motivo, veniva “formattato” questo tablet e si poteva riprendere di nuovo a scrivere”.

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La Casa del Bicentenario sorge nel cuore dell’antica Herculaneum (foto Paerco)

Sirano si sposta dalla Reggia di Portici al Decumano Massimo, all’ingresso della Casa del Bicentenario. “I documenti sulle tavolette di legno – continua – formavano degli archivi e gli archivi erano quasi sempre conservati ai piani superiori. A Ercolano sono stati ritrovati otto archivi privati, come nella Casa del Bicentenario, il cui archivio si trovava al primo piano”.

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“Le schegge”: Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, nell’antica spiaggia (foto paerco)

Il direttore giunge all’antica spiaggia. “Una delle cose che mi ha sempre colpito”, ricorda Sirano, “è il fatto che i fuggiaschi, che qui attendevano salvezza via mare, tra le cose più preziose che ritennero di portare con sé raccolsero le tavolette che avevano documenti scritti per loro importanti. Questa mi sembra una delle prove più straordinarie del fatto che nel quotidiano Ercolano dimostra quanto nel mondo romano la civiltà giuridica e la lettura, la scrittura, fossero fondamentali”.

Pompei. Nella casa di Rustio Vero (Regio IX, insula 10), scoperto un panificio-prigione, dove persone ridotte in schiavitù e asini erano rinchiusi e sfruttati per macinare il grano necessario a produrre il pane. L’intervento del direttore del parco archeologico Zuchtriegel. Prende forma la testimonianza di Apuleio nelle “Metamorfosi”

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Il panificio-prigione scoperto nella Casa di Rustio Vero nella Regio IX, insula 10, civico 1, a Pompei (foto parco archeologico pompei)

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Pianta della casa di Rustio Vero nella Regio IX, insula 10, civico 1, a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Le tre grandi macine erano poste in uno spazio ristretto: per essere fatte girare dagli animali o dagli schiavi il movimento circolare doveva essere attentamente sincronizzato così da ottenere il massimo della produzione di farina per l’annesso forno. Nessuna porta o finestra verso l’esterno. Netta divisione della zona di produzione con la parte residenziale della Casa di Rustio Vero nella Regio IX di Pompei. Quello scoperto in questi giorni dalle indagini stratigrafiche in corso nella Regio IX, insula 10, dell’antica città di Pompei, avviate nel 2023 dal parco archeologico di Pompei, nell’ambito di un più ampio progetto di sistemazione, messa in sicurezza e manutenzione dei fronti che perimetrano l’area ancora non indagata della città antica di Pompei (vedi Pompei. Nuove scoperte dagli scavi della IX Regio: trovate iscrizioni elettorali all’interno di una casa che invitano a votare un tale Aulus Rustius Verus, candidato per la carica di edile: il “voto di scambio” si promuoveva anche durante le cene. Notizie “in diretta” con l’E-Journal degli Scavi di Pompei. Zuchtriegel: “Esempio di trasparenza scientifica: siamo convinti che in questo Pompei sarà un modello a livello internazionale” | archeologiavocidalpassato), è un vero e proprio panificio-prigione, dove persone ridotte in schiavitù e asini erano rinchiusi e sfruttati per macinare il grano necessario a produrre il pane. Un ambiente angusto e senza affaccio esterno, con piccole finestre con grate in ferro per il passaggio della luce. E nel pavimento intagli per coordinare il movimento degli animali, costretti a girare per ore con occhi bendati.

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Veduta dall’alto del panificio-prigione scoperto nella Casa di Rustio Vero nella Regio IX, insula 10, civico 1, a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Le indagini hanno restituito una casa in corso di ristrutturazione. Un’abitazione suddivisa – come spesso avviene – in un settore residenziale decorato con raffinati affreschi di IV stile, e un quartiere produttivo destinato in questo caso alla panificazione. In uno degli ambienti del panificio, erano già emerse nei mesi scorsi tre vittime, a conferma che nonostante la ristrutturazione in corso, la dimora fosse tutt’altro che disabitata.

Una fotografia/testimonianza del lavoro massacrante a cui erano sottoposti uomini, donne e animali negli antichi mulini-panifici, del cui racconto abbiamo la fortuna di poter disporre di una fonte d’eccezione, lo scrittore Apuleio, vissuto nel II secolo d.C., che nelle Metamorfosi IX 11-13, racconta l’esperienza del protagonista, Lucio, trasformato in asino e venduto a un mugnaio, evidentemente sulla base di una conoscenza diretta di contesti simili, anche se va tenuto conto della distanza cronologica e geografica tra la provincia africana del II sec. d.C. di Apuleio e la Pompei degli anni prima del 79 d.C.: “IX, 11: Lì un gran numero di bestie da soma, descrivendo percorsi circolari senza fine, facevano ruotare con giri più o meno larghi le macine; e non soltanto di giorno, ma anche per tutta la notte, grazie alla rotazione ininterrotta di quei congegni, stavano svegli a produrre farina senza dormire mai. Quanto a me però, forse perché non mi lasciassi spaventare dalla prima esperienza di quel lavoro, il nuovo padrone mi trattò da ospite privilegiato: quel primo giorno infatti me lo diede di vacanza e mi riempì generosamente di cibo la mangiatoia. Tuttavia quella vita beata, fatta di ozio e di dieta ricostituente, non durò molto di più, perché già il giorno dopo di buon mattino vengo attaccato a una macina, e a quella che pareva la più grossa, e subito, con gli occhi bendati, vengo spinto sulla pista curva di quel fossato circolare in modo che, nel cerchio di quel solco che correva tutto in tondo, continuassi a ricalpestare le mie impronte tornandoci sempre sopra coi passi, e ad andare vagando senza meta lungo un percorso sempre fisso. Io comunque non mi dimenticai del tutto la mia astuzia e il mio senso pratico, così da offrirmi docilmente all’apprendimento del mestiere e, sebbene quando ancora vivevo tra gli uomini avessi visto mille volte manovrare questi congegni in modo simile, tuttavia fingendo di non capire, come se fossi assolutamente all’oscuro di quel lavoro, me ne restavo lì impalato senza muovere un passo; credevo infatti che, ritenuto poco adatto, anzi decisamente inutile a questo genere di mansione, sarei stato quantomeno destinata a una fatica più leggera o che addirittura mi avrebbero dato lo stesso da mangiare, lasciandomi senza far nulla. Ma l’ingegnosità di cui diedi prova si rivelò inutile, anzi dannosa. Infatti senza perder tempo mi si piazzarono intorno in tanti, armati di bastoni, e mentre io, che avevo gli occhi bendati, me ne stavo ancora lì tutto tranquillo, all’improvviso, a un dato segnale e con un coro di grida, mi scaricano addosso un cumulo di bastonate e mi stordiscono a tal punto con tutto quel chiasso che io, abbandonati tutti i miei piani, da bravo mi butto subito con tutto il mio peso sulla fascia di corda e mi metto a correre in tondo a gran velocità. IX, 12: Quest’improvviso cambiamento di condotta suscitò naturalmente l’ilarità di tutta la compagnia. La giornata era ormai quasi finita e io comunque ero proprio a pezzi, quando mi staccarono dal collare di corda e scioltomi dalla macina mi misero davanti alla mangiatoia. Io però, anche se ero completamente sfinito, assolutamente bisognoso di rimettermi in forze e davvero morto di fame, tuttavia, distratto e tutto preso dalla mia solita curiosità, misi per un momento da parte il cibo – e ce n’era una quantità enorme – e me ne stavo a osservare con un certo interesse l’organizzazione di quell’odioso posto di lavoro. Bontà divina, che sottospecie di uomini che c’erano! Con la pelle tutta segnata la lividi scuri, con la schiena piagata dai colpi, su cui uno straccio lacero più che coprire faceva ombra; alcuni poi avevano addosso solo un pezzo di panno ridottissimo intorno alle parti intime, e tutti quanti comunque erano vestiti in modo tale che attraverso quei cenci gli si vedeva tutto, avevano la fronte marchiata da lettere, la testa rasata a metà e i piedi incatenati, ed erano sfigurati dal pallore e con le palpebre consumate dall’oscurità nebbiosa di quell’ambiente buio e fumoso e perciò ci vedevano molto male. E, come i pugili che combattono tutti cosparsi di polvere, erano schifosamente coperti del bianco di quella polvere farinosa. IX, 13: Come descrivere poi e con quali parole gli animali miei compagni di schiavitù? Che muli decrepiti, che ronzini sfiancati! Se ne stavano intorno alla mangiatoia, con la testa affondata a triturare mucchi di paglia, col collo che cascava giù per il marciume putrefatto delle piaghe, le narici molli divaricate dagli incessanti colpi di tosse, il petto ulcerato dallo sfregamento continuo contro la cinghia di corda, le costole scoperte fin quasi all’osso dalle infinite percosse, gli zoccoli allungati a dismisura a furia di correre intorno senza tregua, e tutto il cuoio rovinato da una crosta di sporcizia, dalla magrezza e dalla rogna. Temendo anche per me la stessa penosa sorte di quella compagnia di schiavi e ripensando alla condizione felice del Lucio che ero un tempo, precipitato ormai all’estremo limite della sopravvivenza, chinai il capo e me stavo tutto mesto”. (traduzione di Laura Nicolini tratta da: Apuleio, Le Metamorfosi, Bur, Milano 2005).

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Un elemento di macina nel panificio-prigione scoperto nella Casa di Rustio Vero nella Regio IX, insula 10, civico 1, a Pompei (foto parco archeologico pompei)

Le nuove scoperte rendono possibile descrivere meglio anche il funzionamento pratico dell’impianto produttivo che, seppure in disuso al momento dell’eruzione, ci restituisce una conferma puntuale del quadro sconcertante dipinto da Apuleio. Il settore produttivo messo in luce è privo di porte e comunicazioni con l’esterno; l’unica uscita dà sull’atrio, nemmeno la stalla possiede un accesso stradale come frequente in altri casi. “Si tratta, in altre parole, di uno spazio in cui dobbiamo immaginare la presenza di persone di status servile di cui il proprietario sentiva il bisogno di limitare la libertà di movimento”, fa notare il direttore Gabriel Zuchtriegel, in un articolo scientifico a più mani pubblicato oggi sull’E-Journal degli scavi di Pompei http://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/. “È il lato più sconvolgente della schiavitù antica, quello privo di rapporti di fiducia e promesse di manomissione, dove ci si riduceva alla bruta violenza, impressione che è pienamente confermata dalla chiusura delle poche finestre con grate di ferro”.

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Il mulino e le tracce del passaggio di schiavi e animali nel panificio-prigione scoperto nella Casa di Rustio Vero nella Regio IX, insula 10, civico 1, a Pompei (foto parco archeologico pompei)

La zona delle macine, ubicate nella parte meridionale dell’ambiente centrale, è adiacente alla stalla, caratterizzata dalla presenza di una lunga mangiatoia. Attorno alle macine si individua una serie di incavi semicircolari nelle lastre di basalto vulcanico. Data la forte resistenza del materiale, è verosimile che quelle che a prima vista potrebbero sembrare delle “impronte” siano in realtà intagli realizzati appositamente per evitare che gli animali da tiro scivolassero sulla pavimentazione e contemporaneamente tracciare un percorso, formando in tal modo un “solco circolare” (curva canalis) come lo descrive anche Apuleio.

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La tomba del fornaio Marcus Vergilius Eurysaces a Porta Maggiore di Roma (foto roma capitale)

“Le fonti iconografiche e letterarie, in particolare i rilievi della tomba di Eurysaces a Roma, suggeriscono che di norma una macina fosse movimentata da una coppia composta da un asino e uno schiavo. Quest’ultimo, oltre a spingere la mola, aveva il compito di incitare l’animale e monitorare il processo di macinatura, aggiungere del grano e prelevare la farina”. L’usura dei vari intagli può essere ascritta agli infinti giri, sempre uguali, svolti secondo lo schema predisposto nella pavimentazione. Più che a un solco viene pertanto da pensare all’ingranaggio di un meccanismo di orologeria, concepito per sincronizzare il movimento intorno alle quattro macine concentrate in questa zona.

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Nella Palestra Grande di Pompei si sta ultimando l’allestimento della mostra “L’altra Pompei: vite comuni all’ombra del Vesuvio”

L’ambiente riaffiorato, con la sua testimonianza di dura vita quotidiana, integra il quadro raccontato nella mostra “L’altra Pompei: vite comuni all’ombra del Vesuvio” – che inaugurerà il 15 dicembre 2023 alla Palestra grande di Pompei – dedicata a quella miriade di individui spesso dimenticati dalle cronache storiche, come appunto gli schiavi, che costituivano la maggioranza della popolazione e il cui lavoro contribuiva in maniera importante all’economia, ma anche alla cultura e al tessuto sociale della civiltà romana. “In ultima analisi – aggiunge il direttore – sono spazi come questo che ci aiutano anche a capire perché c’era chi riteneva necessario cambiare quel mondo e perché negli stessi anni un membro di un piccolo gruppo religioso di nome Paolo, poi santificato, scrive che è meglio essere tutti servi, douloi che vuol dire schiavi, ma non di un padrone terrestre, bensì di uno celeste”.

 

Napoli. A Palazzo Reale firmato il protocollo d’intesa tra la Procura di Torre Annunziata e la soprintendenza ABAP dell’area metropolitana di Napoli per la salvaguardia dell’eccezionale patrimonio culturale, artistico e archeologico, e il contrasto alle attività criminali nell’area di Torre Annunziata. Il comandante del nucleo TPC ha consegnato al soprintendente reperti sequestrati in zona

Napoli_sabap-met_protocollo-tutela-Patrimonio-Archeologico-e-Paesaggistico-area-Torre-Annunziata_locandinaProtocollo d’Intesa per la tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico nell’area di Torre Annunziata: la firma il 6 dicembre 2023 al Palazzo Reale di Napoli negli uffici della soprintendenza Archeologica Belle arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Napoli, tra la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, rappresentata dal procuratore della Repubblica Nunzio Fragliasso e la Soprintendenza rappresentata dal soprintendente Mariano Nuzzo. Il Protocollo nasce in risposta alle esigenze di tutela, sicurezza e conservazione dei beni culturali, come sancito dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. L’obiettivo principale è la salvaguardia dell’eccezionale patrimonio culturale, artistico ed archeologico del circondario del Tribunale di Torre Annunziata e il contrasto alle attività criminali nell’area dei comuni della provincia di Napoli ubicati nel suddetto circondario che mettono in pericolo il predetto patrimonio.

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La firma del protocollo d’intesa per la tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico nell’area vesuviana tra la soprintendenza (Mariano Nuzzo) e la Procura di Torre Annunziata (Nunzio Fragliasso) (foto sabap-met-na)

Considerata l’unicità storica, archeologica e paesaggistica dell’area di rispettiva competenza, la Procura e la Soprintendenza intendono promuovere una collaborazione istituzionale per monitorare e contrastare più efficacemente il fenomeno criminale del saccheggio dei siti archeologici. Il Protocollo, della durata di due anni, ma rinnovabile, stabilisce gli obiettivi comuni e gli impegni reciproci delle due Istituzioni. Tra le principali disposizioni, si prevede l’attivazione di un canale diretto di scambio di informazioni e di atti nonché la cooperazione sinergica nelle attività di tutela. La Procura si impegnerà infatti, a trasmettere tempestivamente alla Soprintendenza le notizie in proprio possesso sulla presenza di attività di scavo clandestino (e viceversa) e si attiverà per la sensibilizzazione delle Forze dell’ordine al fine della vigilanza sui siti di interesse archeologico, mentre la Soprintendenza fornirà il proprio qualificato supporto tecnico-scientifico alle attività investigative, garantendo il rispetto degli standard internazionali nelle ricerche archeologiche. In caso di reperti rinvenuti, la Procura potrà disporne il sequestro, affidandoli in custodia giudiziaria alla Soprintendenza.

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Accodo per la tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico nell’area vesuviana tra la soprintendenza (Mariano Nuzzo) e la Procura di Torre Annunziata (Nunzio Fragliasso) (foto sabap-met-na)ccordo

Il Protocollo prevede anche la mappatura e il censimento dei siti archeologici oggetto di scavi clandestini. In questo contesto sono stati già individuati alcuni siti su cui intervenire nelle aree di Boscoreale e Boscotrecase e la Soprintendenza si impegnerà a fornire una carta archeologica aggiornata del territorio di competenza alla Procura per un monitoraggio costante. Inoltre, entrambe le istituzioni si impegnano a promuovere iniziative per diffondere la cultura della legalità e la valorizzazione e il rispetto dell’immenso patrimonio artistico culturale presente nel territorio circostante. Il Protocollo sarà reso pubblico sui siti web istituzionali della Procura e della Soprintendenza.

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Oggetti in avorio sequestrati dai carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale (TPC) di Napoli (foto sabap-met-na)

Al termine dell’incontro, il comandante del Nucleo TPC di Napoli cap. Massimiliano Croce alla presenza del procuratore Fragliasso, ha restituito al Soprintendente nuovi reperti oggetto di sequestro nell’area di Torre Annunziata, che verranno esposti al pubblico nei locali della Soprintendenza dell’Area Metropolitana al Palazzo Reale di Napoli. “È un’attività anche questa coordinata dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata – spiega il comandante Croce -. L’abbiamo svolta in collaborazione con la soprintendenza per l’area metropolitana di Napoli. E questo è il frutto di quanto ci siamo detti riguardo agli scavi clandestini. Quindi c’è un mercato clandestino di questi beni che vanno ad alimentare attività criminose che vedono appunto bande di tombaroli ma anche di ricettatori sia nazionali che internazionali che poi mettono a segno queste vere e proprie devastazioni di siti, di necropoli. Parliamo in questo caso ovviamente di tombe a camera, di contesti chiusi molto importanti dal punto di vista scientifico che di volta in volta vengono devastati, per cui se ne perdono i dati scientifici. Oggi restituiamo questi beni alla soprintendenza in modo che possano essere conservati e valorizzati anche se hanno perso la loro storia, la loro funzione scientifica. Possiamo vedere, in questo caso, anche dei beni in avorio, anche questi sottoposti a sequestro in quanto vietati dalla normativa Cites. Parliamo di zanne in avorio autentico, quindi riconducibili ad animali, a elefanti asiatici in particolare, sui quali sono state poi realizzate queste forme artistiche quindi del tutto vietate, e quindi sottoposte a sequestro”.

Roma. Alla fondazione Marco Besso, in presenza e on line, “Giornata in ricordo di Anna Maria Bietti Sestieri” a cinque mesi dalla sua scomparsa: collaboratori di lunga data si uniranno per condividere e narrare le memorie di una vita di ricerca condivisa

roma_fondazione-besso_giornata-in-ricordo-di-anna-maria-bietti-sestieri_locandinaSono passati cinque mesi da quel 2 luglio 2023 quando, a ottant’anni, dopo lunga malattia, si è spenta Anna Maria Bietti Sestieri, accademica dei Lincei, professoressa emerita dell’università del Salento, già presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria. Oltre che a problemi teorici e metodologici, la sua attività di ricerca si era rivolta principalmente alla protostoria dell’Italia e del Mediterraneo, con numerosi lavori sull’Italia in generale, sul Lazio antico, sulla Sicilia e sulle regioni meridionali, sui rapporti fra Oriente e Occidente mediterranei (vedi Archeologia in lutto. Si è spenta a 80 anni, dopo lunga malattia, Anna Maria Bietti Sestieri, tra i massimi esperti della protostoria dell’Italia e del Mediterraneo, una delle protagoniste assolute dell’archeologia nell’ultimo cinquantennio | archeologiavocidalpassato). Giovedì 7 dicembre 2023, alla fondazione Marco Besso, in largo di Torre Argentina 11 a Roma, collaboratori di lunga data si uniranno per condividere e narrare le memorie di una vita di ricerca condivisa in una “Giornata in ricordo di Anna Maria Bietti Sestieri” coordinata dal Comitato scientifico composto da Anna De Santis, Monica Miari, Claudio Giardino e Paolo Bellintani. Per partecipare in presenza è obbligatoria la prenotazione al link http://fmb.my.to/15. Sarà possibile seguire l’evento anche in diretta streaming al link: www.fondazionemarcobesso.net/eventi.

Programma ore 9-13. Saluti: Gilda Bartoloni, Monica Miari, Giovanni Bietti, Massimo Bietti, Cristiana Morigi, Maurizia De Min. Interventi: Renata Grifoni, “Anna Maria, il ricordo di una cara amica dai tempi della gioventù”; Anna De Santis, Renato Sebastiani, Irene Baroni, Gianni Bulian, “L’impronta di Anna Maria Bietti Sestieri nella soprintendenza Archeologica di Roma”; Claudio Giardino, “L’attività di Anna Maria Bietti Sestieri presso l’università del Salento”; Mark Pearce, Ruth Whitehouse, “L’impatto internazionale di Anna Maria Bietti Sestieri”; Anna Maria Reggiani, “Anna Maria Bietti Sestieri e il museo Africano”; Maria Bernabò Brea, Anna Revedin, “La presidenza di Anna Maria Bietti Sestieri e i nuovi impulsi nella vita dell’istituto italiano di Preistoria e Protostoria”; Andrea Cardarelli, Paolo Bellintani, “Anna Maria Bietti Sestieri e Frattesina: le sue ricerche e la ripresa delle indagini”; Alberto Cazzella, “L’età del Bronzo nel territorio di Roma”; Pietro Giovanni Guzzo, “Qualche ulteriore considerazione sull’iscrizione della Tomba 482 dell’Osteria dell’Osa”; Michele Gras, “Rileggere Anna Maria”; Carmine Ampolo, “Formazione versus Fondazione”.

Programma ore 14.30-18. Patrizia Gastaldi, “Facies protovillanoviana e primo periodo laziale nella Campania settentrionale”; Alessandro Zanini, “Rileggendo Anna Maria: la formazione dell’Etruria fra Storia e Protostoria”; Raffaella Papi, “Tombe di bambini a Campovalano”; Nuccia Negroni Catacchio, Christian Metta, Veronica Gallo, “L’abitato di Sorgenti della Nova nel quadro delle culture coeve nell’Italia settentrionale”; Giovanna Bergonzi, “Sulla interpretazione delle società protostoriche nell’ultimo trentennio del secolo scorso”; Alessandro Guidi, “Il ruolo delle donne nello studio della Preistoria e della Protostoria italiana”; Anna De Santis, “Il processo formativo della cultura laziale vent’anni dopo”; Claudio Giardino, Serena Cosentino, Gianfranco Mieli, “Le ricerche archeometallurgiche in Abruzzo”; Albert Nijboer, “A portrait for Anna Maria Bietti Sestieri. An origin for the portraiture of Rembrandt von Rijn from 1548 to 1634”. Degustazione di vini offerti da Casale del Giglio.

Ancona. A 51 anni dal sisma del 1972 riapre la sezione “romana” del museo Archeologico nazionale delle Marche: apertura speciale gratuita il 6 e 7 dicembre

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L’allestimento della nuova sezione romana, nell’ala a mare del museo Archeologico nazionale della Marche ad Ancona. In primo piano un mosaico da Pollenza (MC) e un sostegno in marmo a forma di felino, da Falerone (FM) (foto drm-marche)

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La facciata di Palazzo Ferretti sede del museo Archeologico nazionale delle Marche ad Ancona (foto drm-marche)

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Ritratti di età repubblicana (I sec. a.C.) esposti nella sezione romana del museo Archeologico nazionale delle Marche (foto drm-marche)

A 51 anni dal sisma del 1972 riapre la sezione “romana” del museo Archeologico nazionale delle Marche: appuntamento mercoledì 6 dicembre 2023, alle 16, con la presentazione alle autorità; poi dalle ore 17 l’intero museo di Palazzo Ferretti ad Ancona resterà aperto con ingresso libero fino alle 23.30 e per l’intera giornata di giovedì 7 dicembre 2023. Nell’ambito del delicato intervento di rinnovamento (restauro architettonico e riallestimento) in corso al museo Archeologico nazionale delle Marche, mercoledì 6 dicembre 2023 riapre la sezione dedicata all’archeologia dell’età romana nel territorio marchigiano, chiusa dal 1972 a seguito dell’evento sismico che ha profondamente modificato il volto e la storia della città di Ancona. Il nuovo percorso espositivo proporrà all’attenzione dei visitatori una selezione di reperti che narrano le vicende della regione, dalla romanizzazione fino alla fine dell’Impero Romano. Dalle 17 del 6 dicembre 2023 saranno aperte a tutto il pubblico le porte della nuova sezione romana e per l’occasione il Museo sarà visitabile a ingresso gratuito nelle giornate del 6 (con apertura prolungata fino alle 23.30) e del 7 dicembre 2023, con il consueto 8.30-19.30. I dettagli della riapertura della sezione “romana” del museo Archeologico nazionale delle Marche saranno illustrati mercoledì 6 dicembre 2023, alle 11, al museo Archeologico nazionale delle Marche, a Palazzo Ferretti ad Ancona. Intervengono Luigi Gallo, direttore regionale dei Musei delle Marche; Diego Voltolini, direttore del museo Archeologico nazionale delle Marche; Manuela Faieta, restauratrice e coordinatrice Restauro e conservazione delle collezioni archeologiche; Nicoletta Frapiccini, archeologa e progettista scientifico della sezione museale; Amanda Zanone, archeologa e progettista scientifico della sezione museale.

Pompei. In attesa della grande mostra “L’altra Pompei: vite comuni all’ombra del Vesuvio” nella Palestra Grande, c’è una piccola anticipazione in una bottega di via dell’Abbondanza: la ricostruzione di una branda dalla stanza degli schiavi di Civita Giuliana

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Una fase dell’allestimento della mostra “L’altra Pompei: vite comuni all’ombra del Vesuvio” nella Palestra Grande dell’area archeologica di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Si avvicina il 15 dicembre 2023, la data di inaugurazione della mostra “L’altra Pompei: vite comuni all’ombra del Vesuvio”, allestita nella Palestra Grande dell’area archeologica di Pompei. E mentre non si ferma il lavoro di allestimento, nel Parco è possibile vedere una piccola anticipazione: la ricostruzione di una branda, un letto della tipologia più semplice nota, trovata nella villa extraurbana di Civita Giuliana, nella “stanza degli schiavi”. Il letto, composto da assi in legno e una rete di cordini e facilmente smontabile, è stato ricostruito con la tecnica dei calchi (vuoti nella cinerite lasciati da legno e tessuto vengono riempiti di gesso) ed è esposto, fino all’inaugurazione, sotto la scala (conservata come traccia nel muro) di una bottega su via dell’Abbondanza (regio I, insula 6, civico 12), a fianco della casa del Larario di Achille, dove si ipotizza fosse collocata un’officina ferraia con retrobottega e ambienti abitativi al primo piano. La copia è stata realizzata grazie a una scansione digitale, stampante 3D, tecnica FDM con materiale PLA di ottima qualità e rifinita a mano.

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Ricostruzione di un letto dalla stanza degli schiavi di Civita Giuliana nel sottoscala di una bottega di via dell’Abbondanza a Pompei (foto parco archeologico pompei)

“Quello che vediamo rispecchia le condizioni di vita dell’80% delle persone che vivevano a Pompei”, spiega il direttore del Parco e curatore della mostra, Gabriel Zuchtriegel, “mentre le case ad atrio che siamo abituati a considerare caratteristiche dell’architettura domestica romana, in realtà rappresentano una piccola minoranza. La mostra vuole raccontare questa altra Pompei: la città dei ceti medio e basso, degli artigiani, dei negozianti, delle prostitute, dei liberti e degli schiavi. La gente comune che è rimasta nell’ombra dei grandi eventi della storia, ma la cui vita a Pompei può essere ricostruita in maniera unica. Quest’anno, la brandina, sotto la scala di una bottega pompeiana, è la nostra versione del presepe natalizio, di cui Papa Francesco dice che deve parlare alla vita: lo spazio degli ultimi dove la vita non è scontata ma un regalo prezioso.”

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Dettaglio del letto dalla stanza degli schiavi di Civita Giuliana ricostruito in una bottega di via dell’Abbondanza (foto parco archeologico pompei)

“Il letto è parte di una stanza di soli 16 mq, in cui vivevano probabilmente tre servi. La copia dell’intero contesto, ricreata grazie ai calchi, così come la riproduzione di altri due ambienti della Casa del Larario, costituiranno il fulcro della mostra”, sottolinea la co-curatrice della mostra, Silvia Bertesago. “Questi ambienti sono stati teatro di vite reali, vite di persone comuni, vere protagoniste del percorso espositivo. In esso, attraverso sette sezioni e circa trecento reperti, si seguirà idealmente il corso dell’esistenza di coloro che appartenevano alla fascia sociale medio-bassa, partendo dalla nascita fino alla morte e attraversandone vari aspetti. Grazie ad un sistema ideato per l’app My Pompeii il visitatore potrà inoltre sorteggiare la propria identità antica, comprendendo quanto fosse normale e facile essere una delle tante persone comuni che abitavano uno spazio anonimo, che potrà poi essere fisicamente raggiunto seguendo le indicazioni fornite dall’applicazione stessa”.