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Taranto. Befana al museo Archeologico nazionale con la “Tombolata dei miti e delle leggende”

Il 6 gennaio 2026, alle 18, il museo Archeologico nazionale di Taranto invita i bambini dai 6 ai 12 anni a vivere un viaggio tra miti e leggende… giocando con la “Tombolata dei miti e delle leggende”. Tra statue, vasi antichi e reperti misteriosi, i piccoli visitatori saranno i protagonisti della Tombola Mitologica, un gioco speciale che li porterà alla scoperta di divinità, eroi e creature straordinarie custodite nelle vetrine del museo. Un’attività di circa un’ora e mezza ricca di divertimento, curiosità e piccoli premi “mitici”, con un ricordo finale per tutti i partecipanti. La partecipazione è gratuita per i bambini; per gli accompagnatori il costo è di 10 euro, salvo riduzioni o gratuità previste. La prenotazione è obbligatoria chiamando il numero 099 4532112 fino a esaurimento posti, indicando nome, cognome, email, telefono e numero dei partecipanti.

Archeologia in lutto. Il 1° gennaio si è spenta a 100 anni la prof.ssa Giovanna Sotgiu, prima cattedratica di Epigrafia Latina in Italia, figura di riferimento assoluto per la conoscenza della Sardegna romana attraverso le fonti epigrafiche

La prof.ssa Giovanna Sotgiu, epigrafista, morta a 100 anni (foto sabap-ca)

Capodanno porta un lutto nell’archeologia. Il 1° gennaio 2026 si è spenta a 100 anni la prof.ssa Giovanna Sotgiu: era nata a Bitti (Nu) nel 1925. Venerdì 2 gennaio 2026 l’ultimo saluto nella basilica di N.S di Bonaria a Cagliari. Prima cattedratica di Epigrafia Latina in Italia (1970), la professoressa Sotgiu ha rappresentato una figura di riferimento assoluto per la conoscenza della Sardegna romana attraverso lo studio sistematico delle fonti epigrafiche.

La soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna ha espresso il proprio profondo cordoglio per la scomparsa della professoressa Giovanna Sotgiu, venuta a mancare all’età di cento anni: “A lei si deve l’opera fondamentale Iscrizioni Latine della Sardegna (1961-1968), supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII, strumento ancora oggi imprescindibile per ogni studio sull’epigrafia sarda. Con rigore filologico e profonda consapevolezza storica, la professoressa Sotgiu ha restituito alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato e criticamente vagliato, superando la dipendenza dai volumi ottocenteschi e ponendo le basi per ogni successiva ricerca sulla storia dell’isola in età romana. Il suo magistero, durato oltre quarant’anni, ha formato generazioni di studiosi e operatori dei beni culturali, lasciando un’eredità scientifica riconosciuta dalla comunità internazionale. La Soprintendenza si stringe con commozione alla famiglia e al mondo accademico, nel ricordo riconoscente di una studiosa che ha dedicato la vita alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio culturale della Sardegna”.

La prof.ssa Giovanna Sotgiu (foto da FB attilio mastino)

“Con la scomparsa a cento anni d’età di Giovanna Sotgiu, l’epigrafia latina perde una delle sue figure più autorevoli nel campo degli studi sulle province romane e, in particolare, la studiosa che più di ogni altra ha contribuito, nel secondo Novecento, alla conoscenza sistematica della Sardegna romana attraverso l’analisi delle fonti epigrafiche”: comincia così il lungo ricordo che Attilio Mastino, storico, epigrafista e saggista, già rettore dell’università di Sassari dal 2009 al 2014, ha lasciato sulla prof.ssa Sotgiu. “La sua opera scientifica, sviluppatasi lungo un arco di oltre quarant’anni a Cagliari, si distingue per rigore metodologico, continuità di interessi e profonda consapevolezza del valore storico delle iscrizioni, inserendosi a pieno titolo nella migliore tradizione dell’epigrafia classica. Formatasi in un ambiente accademico nel quale l’epigrafia costituiva uno strumento essenziale per la ricostruzione storica del mondo romano, Giovanna Sotgiu orientò sin dagli esordi la propria ricerca verso lo studio della Sardegna antica, un ambito che, nonostante l’importanza strategica dell’isola nel Mediterraneo occidentale, risultava ancora fortemente dipendente, sul piano documentario, dai volumi ottocenteschi del Corpus Inscriptionum Latinarum e dall’Ephemeris Epigraphica. L’obiettivo che guidò tutta la sua attività scientifica fu quello di superare questo stato di dipendenza, restituendo alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato, criticamente vagliato e storicamente interpretabile.

“Giovanna Sotgiu ci lascia il ricordo di una vita di testimonianza, di impegno, di dedizione per gli altri”, continua il prof. Mastino: “le tappe della sua carriera sono segnate dalla scuola di Bachisio Raimondo Motzo e di Piero Meloni, ma anche a Roma di Attilio Degrassi, di Gaetano De Sanctis, di Margherita Guarducci e di Guido Barbieri; e poi dalla libera docenza nel 1960, dalla nomina a primo professore ordinario di Epigrafia Latina in Italia nel 1970, infine dal riconoscimento del titolo di professore emerito deliberato dalla Facoltà alla quale apparteneva nel 2002, tappe che si accompagnano alla stima ed all’affetto con i quali l’hanno seguita tanti colleghi, tanti amici come Bruno Luiselli o Pietro Meloni, tanti allievi, tanti studenti, tanti operatori dei beni culturali in Italia e nel Maghreb, come testimoniano le pagine del volume Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda,

Copertina del libro “Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu” curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda

che hanno visto la partecipazione anche di studiosi finlandesi, francesi, algerini, tunisini: testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi, riconoscimento significativo dell’autorevolezza scientifica di Giovanna Sotgiu. L’ampiezza tematica di quella miscellanea riflette con chiarezza la varietà e la profondità dell’impatto esercitato dalla sua opera, dall’epigrafia alla storia religiosa, dalla Sardegna romana alle dinamiche più generali del mondo provinciale, in particolare africano. L’opera offre una lettura storiografica complessiva del percorso scientifico della Sotgiu, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dalla studiosa nel superamento della frammentarietà documentaria e nell’inserimento della Sardegna a pieno titolo nel panorama degli studi epigrafici dell’Impero romano. In essa viene sottolineata la coerenza di un itinerario di ricerca che, a partire dalla sistemazione del corpus epigrafico, ha saputo sviluppare interpretazioni storiche di ampio respiro, fornendo un modello metodologico ancora pienamente valido. In questo senso, Cultus splendore non rappresenta soltanto un tributo personale, ma anche la testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi. Vent’anni fa scrivevo: ‘Arrivata alla sua età, Giovanna Sotgiu continua ad esprimere una vitalità che ci lascia senza parole, come quando nelle torride giornate di agosto l’abbiamo vista lavorare coi suoi allievi nelle terme, nel campidoglio o nell’anfiteatro di Uthina in Tunisia: da lei abbiamo imparato non solo un metodo ed una disciplina, ma soprattutto una passione, il gusto rigoroso per l’esame diretto dei testi, l’attenzione per il territorio, per l’ambiente naturale, per i luoghi, che ci mettono in comunicazione con il passato, visto attraverso le scritture antiche, e dunque le istituzioni, la vita religiosa, i commerci, l’esercito. Così ad Antas presso il tempio del Sardus Pater ricostruito da Caracalla o sull’acropoli di Cornus nella città di Ampsicora o a Sulci (nella Collezione Giacomina), a Nora e nella Barbaria della Sardegna interna, alla ricerca di collezioni e di raccolte di iscrizioni che poi sono state oggetto di accuratissimi studi. E poi l’interesse per le sconfinate terre africane tra il Marocco e la Tunisia, fin dal lontano articolo sulla cohors II Sardorum, il progetto pilota di Oudna, le visite ad Uchi Maius, senza chiusure e anzi con mille curiosità e con attenzione per nuovi metodi di ricerca: un interesse che è riuscita a comunicare anche a tutti noi, coinvolgendo ricercatori, assegnisti, dottorandi, studenti, coi quali ha continuato a mantenere un rapporto come professore a contratto nell’Università di Sassari’.

“Il mio ricordo più lontano è a Londra nel 1969, studente, in occasione di una visita alle collezioni del British Museum, alla quale partecipai un po’ abusivamente, matricola assieme a tanti laureandi; un po’ come in Gallura, qualche mese dopo, introdotto con una forzatura troppo generosa della Sotgiu al fianco degli specializzandi della Scuola di Studi Sardi, un’élite un poco esclusiva e non sempre tollerante con gli studenti di primo pelo; ma da allora tante sono state le occasioni per sviluppare un rapporto di lavoro che è stato anche di devozione e di affetto, come negli anni cagliaritani e poi in Tunisia, un’impresa quella di Uthina che poi Antonio M. Corda avrebbe proseguito negli anni.

Copertina del libro “Iscrizioni latine della Sardegna” di Giovanna Sotgiu

Il contributo più duraturo e scientificamente incisivo di Giovanna Sotgiu è rappresentato dall’opera dedicata alle Iscrizioni Latine della Sardegna, concepita come supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII. I due volumi, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1968, costituiscono ancora oggi lo strumento di riferimento imprescindibile per lo studio dell’epigrafia sarda, un’opera fondativa per un’intera generazione di studiosi. In questi volumi, la Sotgiu raccolse e riesaminò criticamente un numero significativo di iscrizioni, molte delle quali inedite o note solo attraverso tradizioni antiquarie spesso imprecise. La cura filologica dell’edizione, la precisione dell’apparato critico e l’attenzione alle condizioni di rinvenimento e conservazione dei monumenti epigrafici fanno delle Iscrizioni Latine della Sardegna un modello di lavoro pienamente inserito nella tradizione del Corpus, ma al tempo stesso aperto alle esigenze della ricerca storica contemporanea. Particolarmente significativa è l’impostazione complessiva dell’opera, nella quale le iscrizioni non sono mai presentate come documenti isolati, bensì come elementi di un sistema complesso, funzionale alla ricostruzione delle strutture urbane, sociali e istituzionali della Sardegna romana. In questo senso, il lavoro della Sotgiu ha segnato un punto di svolta, ponendo le basi per ogni successiva indagine storica fondata su dati epigrafici. Particolarmente innovativo, accurato, pieno di informazioni e destinato a durare nel tempo è il secondo volume, dedicato alle lucerne romane, con la storia dei traffici soprattutto dal Nord Africa, le intersezioni, le importazioni, partendo dai Praedia Pullaienorum contigui ad Uchi Maius; ai signacula della Sardegna stava lavorando negli ultimi anni. Analogo valore ha il contributo L’epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l’E.E. VIII (1988), pubblicato nell’Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. In questo saggio, che rappresenta una vera e propria opera di riferimento, l’autrice ha offerto un bilancio critico complessivo della documentazione epigrafica sarda, discutendo in modo sistematico testi, problemi interpretativi e prospettive di ricerca. La chiarezza dell’impianto, la completezza della bibliografia e la capacità di integrare epigrafia, storia e archeologia rendono questo contributo uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi della Sardegna romana, confermando il ruolo centrale svolto dalla Sotgiu nella costruzione di un quadro storiografico solido e duraturo.

“Le sue prime ricerche – ricorda Mastino – erano iniziate con lo studio La Sardegna e il patrimonio imperiale nell’Alto Impero (1957), nel quale l’autrice affrontava il tema della presenza imperiale nell’isola attraverso una lettura attenta delle testimonianze epigrafiche, utilizzate per ricostruire assetti amministrativi, forme di gestione patrimoniale e implicazioni politiche del controllo imperiale. Già in questo lavoro emergevano la solidità del metodo e la capacità di collocare i dati epigrafici all’interno di un quadro storico complessivo. Ma solo due anni dopo nel 1959, apriva il suo secondo orizzonte, quello africano, con l’articolo sull’Archivio Storico Sardo dedicato alla Cohors II Sardorum: si erano allora da poco conclusi gli scavi – tanto fortunati – di Marcel Le Glay nel campo militare di Rapidum, che era stato il primo accampamento africano della coorte, anticipando le osservazioni che poi sarebbero state fatte da Nacera Benseddik e da Jean-Pierre Laporte.

“Accanto all’opera di sistemazione del corpus, Giovanna Sotgiu dedicò numerosi studi a singoli documenti di particolare rilevanza storica. Tra questi si segnala il contributo Un miliario inedito sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta (1964), nel quale l’analisi di un’iscrizione stradale diventa occasione per una riflessione più ampia sulla portata politica della rivolta di Domizio Alessandro e sui meccanismi di controllo imperiale in Sardegna nell’età di Massenzio. Lo studio della viabilità emerge anche nel saggio Nuovo miliario della via a Karalibus Turrem (1989), che arricchisce il quadro della rete stradale dell’isola e offre nuovi elementi per la comprensione dell’organizzazione territoriale. In questi lavori, l’autrice dimostra una rara capacità di coniugare l’analisi tecnica del documento epigrafico con una lettura storica di ampio respiro, nella quale la viabilità assume un ruolo centrale come strumento di integrazione e controllo.

Copertina del libro “Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna” di Giovanna Sotgiu

“Un altro filone di ricerca di grande rilievo – continua Mastino – è quello dedicato alla storia religiosa, e in particolare alla diffusione dei culti orientali in Sardegna. Il saggio Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna (1980), pubblicato nella collana degli Études préliminaires aux religions orientales dans l’Empire romain, costituisce un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche di circolazione religiosa nell’Impero, mostrando come anche una provincia considerata periferica partecipasse pienamente a tali fenomeni. A questo studio si affianca Culti egiziani nella Sardegna romana: il dio Apis (1992), nel quale Sotgiu affronta con equilibrio e rigore il problema della presenza dei culti egiziani nell’isola, evitando interpretazioni forzate e inserendo le testimonianze epigrafiche in un contesto storico e culturale più ampio. In questi lavori emerge con chiarezza l’attenzione dell’autrice per i processi di acculturazione e per le modalità di ricezione dei culti all’interno delle comunità locali.

“Tra i suoi allievi vorrei ricordare anche Marcella Bonello Lai (scomparsa nel 2015), Franco Porrà, Ignazio Didu, Raimondo Zucca, indirettamente Piergiorgio Floris, Paola Ruggeri, Antonio Ibba, Salvatore Ganga, Tiziana Carboni, Alberto Gavini, Maria Bastiana Cocco. Quando Claudio Farre e Giorgio Rusta organizzarono a Bitti il 22 dicembre 2014 un convegno in suo onore, scherzammo anche su questo suo carattere barbaricino, come a proposito della polemica con il suo maestro a proposito del procurator ripae di Turris Libisonis: ne ridevamo spesso con Marina Biddau, la sua adorata nipote. Nel ricordare Giovanna Sotgiu, la comunità scientifica rende omaggio a una studiosa che ha restituito voce, contesto e significato alle iscrizioni della Sardegna romana, trasformandole in strumenti fondamentali per la ricostruzione storica dell’isola. La solidità del suo lavoro – conclude il prof- Mastino -, la sobrietà dello stile e la costante attenzione alla dimensione storica dell’epigrafia fanno delle sue ricerche un patrimonio destinato a durare. La sua opera continua a vivere nei corpora da lei costruiti, negli studi che ha ispirato e nel metodo rigoroso che ha contribuito a consolidare, assicurandole un posto stabile nella storia dell’epigrafia latina”.

Ferrara. Nella #domenicalmuseo la Befana si ferma prima al museo Archeologico nazionale con il Gruppo Archeologico Ferrarese

La Befana si ferma prima al museo Archeologico nazionale di Ferrara grazie all’iniziativa curata dai volontari del Gruppo Archeologico Ferrarese. Domenica 4 gennaio 2026, alle 15, la Befana accompagnerà i piccoli visitatori e le loro famiglie lungo il percorso museale durante il quale accennerà alla scoperta dei doni che gli Dei fecero agli uomini, alla nascita di questa tradizione e ad alcuni riti propiziatori nel mondo antico. Il pomeriggio sarà ulteriormente animato da una simpatica baruffa tra una donna etrusca e la Befana e terminerà con la distribuzione dei doni a tutti i bambini presenti. L’iniziativa è gratuita e, coincidendo con la prima domenica del mese, anche l’ingresso al Museo è gratuito per tutti. A causa di un problema tecnico il Museo è temporaneamente senza riscaldamento. Sarà dedicata una sala riscaldata per l’evento per un massimo di 20 bambini. Prenotazione obbligatoria 0532 66299.

#domenicalmuseo. Al museo Archeologico nazionale di Verona con “scavo in museo”

#domenicalmuseo e Scavo in museo domenica 4 gennaio 2026 al museo Archeologico nazionale di Verona, aperto dalle 10 alle 18, con ingresso gratuito. E in occasione della prima domenica del mese il museo Archeologico nazionale di Verona alle 15 offre al visitatore più curioso l’esperienza di un vero scavo archeologico all’interno degli spazi museali. Dopo una breve passeggiata nel tempo scopriremo quali strategie gli archeologi usano per individuare giacimenti antichi e qual è la vita dei reperti prima di essere esposti. Con le mani nella terra si vivrà un’esperienza unica. Costo 10 euro a persona (comprensivo di visita guidata e attività didattica). Info: 045.591211; drm-ven.museoverona@cultura.gov.it

Marsala (Tp). Archeotrekking urbano e visita al museo Archeologico regionale: due percorsi complementari, pensati per chi ama camminare, esplorare e lasciarsi guidare dal racconto dell’archeologia

Domenica 4 gennaio 2026: due esperienze imperdibili per scoprire Marsala tra storia, mito e paesaggio: archeotrekking urbano e visita al museo, due percorsi complementari, pensati per chi ama camminare, esplorare e lasciarsi guidare dal racconto dell’archeologia.

Archeotrekking urbano a Lilibeo – Marsala: viaggio a piedi tra mito, storia e archeologia, alla scoperta dell’antica Lilibeo e dei suoi luoghi simbolo. Un percorso urbano che intreccia paesaggio, memoria e ricerca, accompagnati da un archeologo. Partenza alle 10. Punto di incontro all’ingresso area archeologica di Capo Boeo, in viale Vittorio Veneto (davanti Porta Nuova). Biglietti: 10 euro intero / 6 euro ridotto (under 15). Info & prenotazioni: 351 4849420 | lilibeo. Biglietti online: http://archeofficina.com/…/archeotrekking-urbano-a…/

Viaggio al Museo di Marsala – Visita con l’archeologo tra mito e archeologia. Nel pomeriggio un’esperienza immersiva al museo Archeologico regionale Lilibeo (Baglio Anselmi), affacciato sul mare di Capo Boeo. Un percorso guidato tra reperti unici e racconti che riportano in vita l’antica Lilibeo: il celebre relitto punico, unico al mondo; ceramiche, epigrafi, mosaici e oggetti della vita quotidiana; approfondimenti sulla topografia storica della città antica. Un museo che dialoga con il paesaggio dello Stagnone. Inizio visita alle 16.30 (durata circa 2h30). Biglietti: 10 euro intero / 6 euro ridotto (under 15). Prenotazione obbligatoria: 351 4849420 | lilibeo. Info: http://archeofficina.com/…/viaggio-al-museo-di-marsala…/

Torino. Il museo Egizio per Natale ha inaugurato il riallestimento della sala di Kha e Merit: 100 tessuti mai visti e una teca da record per il Papiro del Libro dei Morti. Greco e Christillin: “Questa sala è il manifesto del museo Egizio che vogliamo: un luogo dove la conoscenza si fa esperienza condivisa”

ll nuovo allestimento della sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Luci innovative, infografiche, magazzini a vista dei tessuti e una teca di 14 metri per il Libro dei Morti: sono le principali novità del nuovo allestimento inaugurato il 4 dicembre 2025 al museo Egizio di Torino della sala dedicata al corredo funebre di Kha e Merit, una coppia della classe scribale egizia, vissuta circa 3500 anni fa a Deir el-Medina, villaggio delle maestranze e degli artisti che lavoravano alle tombe dei faraoni. La sala rinnovata, curato dagli egittologi Enrico Ferraris e Susanne Töpfer, in collaborazione con Johannes Auenmüller, Federica Facchetti, Alessandro Girardi, Cédric Gobeil, è destinata a diventare modello di riferimento per tutti i successivi riallestimenti, che non possono prescindere dalla ricerca archeologica e dalle nuove tecnologie.

Una fase dell’allestimento della sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Per l’Ufficio Produzione hanno contribuito Enrico Barbero, responsabile dell’allestimento generale; Enrica Ciccone, incaricata del coordinamento museografico; Piera Luisolo per le grafiche. Al progetto hanno lavorato inoltre le restauratrici Sara Aicardi, Francesca Maiocchi, Eleonora Furgiuele, Giulia Pallottini e Valentina Turina, mentre Federico Taverni ha curato la modellazione 3D. L’intervento è sostenuto dalla Fondazione CRT, da grandi donatori privati che hanno sostenuto la realizzazione di due nuove teche all’interno della sala, da Gli Scarabei – Associazione dei Soci Sostenitori del Museo Egizio e da oltre 500 donatori e donatrici che hanno partecipato alla campagna di raccolta fondi “Oggetti quotidiani, storie straordinarie”. 

L’egittologa Corinna Rossi (seconda da destra) con lo staff del Politecnico di Milano che ha realizzato l’installazione video per il museo Egizio (foto politecnico mi)

Il nuovo allestimento della Sala di Kha e Merit comprende un’installazione video multimediale, frutto del lavoro del Politecnico di Milano. Sotto la guida della docente Corinna Rossi, è stato realizzato il modello 3D di tutta la tomba (cappella a forma di piramide, spazio ipogeo e contesto nei quali sono inseriti) ricavato dai rilievi effettuati sul campo, a Deir el-Medina in Egitto, e sul pyramidion, la punta della piramide conservata al museo del Louvre, a Parigi. L’installazione permetterà ai visitatori di avere una visione d’insieme realistica e veritiera della tomba e del suo ambiente circostante.

Esami diagnistici al Libro dei Morti nella sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

“Il riallestimento della sala di Kha e Merit rappresenta un momento cruciale per il museo Egizio e dimostra come la collaborazione tra istituzioni, sostenitori privati e pubblico possa generare progetti di portata internazionale”, hanno dichiarato la presidente Evelina Christillin e il direttore Christian Greco. “Grazie al sostegno della Fondazione CRT, grazie alla generosità di grandi mecenati e di oltre 500 donatori, abbiamo realizzato un modello di museo contemporaneo dove la tecnologia diventa strumento di narrazione e la ricerca dialoga direttamente con i visitatori. La teca anossica da 14 metri per il Libro dei Morti è un primato mondiale nella conservazione dei materiali organici. Ma l’aspetto più rivoluzionario è l’approccio: non mostriamo solo oggetti, ma raccontiamo vite, processi e scoperte in corso, come il TT8 Project che pubblicheremo dal 2027. Questa sala è il manifesto del museo Egizio che vogliamo: un luogo dove la conoscenza si fa esperienza condivisa”.

Dai corredi alle vite: cento tessuti raccontano l’antico Egitto. Alla base del nuovo progetto di riallestimento, a 120 anni dalla scoperta della Tomba ad opera di Ernesto Schiaparelli nel 1906, c’è un cambio di prospettiva radicale.  Sotto i riflettori non ci sono solo i 460 reperti, tra sarcofagi, mobili, tessuti, oggetti di uso quotidiano come boccette di profumi e unguenti in vetro e alabastro o il gioco della Senet, tra i giochi da tavolo più antichi, ma c’è l’idea di accompagnare il visitatore alla scoperta della vita quotidiana di Kha e Merit, due persone realmente esistite all’epoca del Nuovo Regno, verso la fine del XV secolo a.C., di intrecciare archeologia e tecnologia per dar vita al racconto umano.

Sistemazione dei tessuti nel nuovo allestimento della sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Per la prima volta, oltre 100 tessuti del corredo funerario restaurati, escono dai depositi per essere esposti in un nuovo magazzino a vista, aggiunto alle vetrine che oggi custodiscono i reperti che compongono il corredo della coppia, che è l’unico corredo intatto al di fuori dell’Egitto, risalente al Nuovo Regno. Anche la porta della Tomba viene presentata in una nuova configurazione, frutto di un meticoloso restauro basato su approfonditi studi del reperto, sostenuto da Rotary Distretto 2031 – Nord Piemonte e Valle d’Aosta, sotto la curatela di Cédric Gobeil, egittologo e curatore dell’Egizio.  

L’egittologa Susanne Töpfer controlla il Libro dei Morti nella sala di Kh e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Primato mondiale nella conservazione. Ma la vera rivoluzione è tecnologica. Il museo Egizio si conferma all’avanguardia mondiale nella conservazione dei papiri: il Libro dei Morti di Kha sarà esposto in una teca anossica inclinata massimo a 45 gradi e lunga circa 14 metri, la prima al mondo di queste dimensioni progettata specificamente per papiri. L’anossia – l’assenza di ossigeno – rappresenta una delle strategie più efficaci di conservazione preventiva, capace di eliminare completamente le infestazioni biologiche e gli insetti in ogni stadio di sviluppo. “Le analisi condotte su diversi reperti e sul Libro dei Morti ci hanno fatto scoprire dettagli preziosi”, hanno dichiarato Enrico Ferraris e Susanne Töpfer, curatori del museo Egizio e del riallestimento della sala. “Si tratta di risultati, che pubblicheremo nel 2028, e che dimostrano come diagnostica, filologia e archeometria possano dialogare per offrire nuove chiavi di lettura e nuovi percorsi di visita. Il corredo di Kha e Merit, unico nel suo genere al di fuori dell’Egitto, per quanto riguarda il periodo del Nuovo Regno, meritava un allestimento che ne valorizzasse non solo la ricchezza materiale, ma anche la complessità. Il Libro dei Morti di Kha, conservato in una nuova teca ad alta tecnologia è accompagnato da infografiche che traducono i geroglifici e decifrano per il visitatore il racconto contenuto nel papiro”.

L’infografica del Libro dei Morti nella sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Il Libro dei Morti è accompagnato da un’infografica innovativa che si estende per tutta la sua lunghezza di 14 metri. Seguendo l’esempio delle installazioni già realizzate per altri papiri della collezione, come il Libro dei Morti di Iuefankh con la sua infografica di 19 metri che spiega 40 capitoli attraverso immagini, anche il papiro di Kha sarà corredato da tre livelli di approfondimento che integrano prospettive archeologiche, filologiche e storico-religiose. L’infografica illustra le 33 formule magiche del manoscritto, svelando la complessità culturale e tecnica celata in questo documento funerario: dalla preparazione originaria del papiro per un altro proprietario, alle tecniche scribali utilizzate, fino al significato delle vignette colorate che accompagnano le formule per la protezione e la resurrezione del defunto nell’aldilà. Un viaggio che permetterà ai visitatori di comprendere non solo il contenuto del testo, ma anche la sua materialità e la storia della sua creazione e trasformazione. 

ll nuovo allestimento della sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Corredo esposto nella sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

ll nuovo allestimento della sala di Kha e Merit al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Esami diagnostici a uno dei sarcofagi di Kha al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Quando la scienza incontra il pubblico. La sala di Kha e Merit ha l’ambizione di raccontare in un unico spazio diagnostica, ricerca egittologica e restauro: tre ambiti che negli ultimi anni si sono avvicinati sempre più e che oggi suscitano un interesse crescente non solo tra gli specialisti, ma anche tra i visitatori. L’incontro tra analisi dei materiali, studio filologico, archeometria e scienze della conservazione offre un’esperienza di visita nuova, che permette di osservare non solo gli oggetti, ma anche il processo di conoscenza che li rende interpretabili. Questo approccio integrato è anche la base metodologica del TT8 Project, il programma di ricerca internazionale avviato dal museo Egizio nel 2017 per lo studio completo del corredo funerario, della cappella e della tomba inviolata di Kha e Merit. Il progetto ha l’obiettivo di raccogliere, analizzare e riunire per la prima volta tutti i dati archeologici, diagnostici e filologici in un’unica cornice di interpretazione, avviando la prima pubblicazione generale della tomba e del corredo a partire dal 2027. Nel quadro del TT8 Project rientrano anche le indagini archeometriche condotte tra febbraio e marzo 2024 dal MOLAB (E-RIHS) sul Libro dei Morti di Kha, i cui risultati preliminari trovano posto nell’imponente apparato grafico che accompagna la nuova lunga teca del papiro. Queste analisi consentono al pubblico di avere un primo sguardo sul lavoro scientifico in corso e di scorgere con maggiore chiarezza le fasi tecniche che hanno dato forma al manoscritto: dai gesti dello scriba che ha tracciato il testo, a quelli del pittore che ha applicato i pigmenti, fino al lavoro dell’artigiano che ha confezionato i fogli di papiro. La ricerca scientifica rende così leggibili i processi materiali alla base della sua realizzazione. Il nuovo allestimento riflette così i principi che guidano oggi un’idea di narrazione del museo Egizio nella quale conservazione, ricerca e tecnologie avanzate non procedono più su binari paralleli, ma costruiscono insieme una narrazione scientifica accessibile. La sala rinnovata diventa dunque un modello per i futuri riallestimenti del museo Egizio, in cui il pubblico sarà sempre più accompagnato alla scoperta non solo dei reperti, ma della conoscenza che li circonda. 

 

#domenicalmuseo: il 4 gennaio ingresso gratuito a musei e parchi archeologici statali

Domenica 4 gennaio 2026 si rinnova l’appuntamento con la #domenicalmuseo, l’iniziativa del ministero della Cultura che consente l’ingresso gratuito nei luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. Le visite si svolgeranno nei consueti orari di apertura, con accesso con prenotazione consigliata o obbligatoria, dove richiesta. La scorsa #domenicalmuseo, 7 dicembre 2025, ha registrato 247.108 ingressi.

Paestum (Sa). Il 2026 porta al parco archeologico la mostra “La città nel tempio” che prende le mosse dalla scoperta del tempietto arcaico e aggiorna la ricerca sull’architettura dorica e sul rapporto tra la città antica e il paesaggio, la religione e l’urbanistica. Prime anticipazioni

I parchi archeologici di Paestum e Velia annunciano la realizzazione della mostra “La città nel tempio”, nel corso del 2026, anche grazie al cofinanziamento della Regione Campania. L’esposizione è ispirata alla recente scoperta di un santuario magno-greco ai margini occidentali dell’antica Poseidonia-Paestum e si propone come uno dei progetti scientifici ed espositivi più rilevanti degli ultimi anni puntando a condividere con il grande pubblico gli aggiornamenti della ricerca sull’architettura dorica e sul rapporto tra la città antica e il paesaggio, la religione e l’urbanistica. La mostra si articolerà tra il museo Archeologico nazionale di Paestum e l’area dove sorge il tempietto dorico, configurandosi come un percorso diffuso capace di mettere in dialogo reperti, contesto archeologico, ricostruzioni, nuove tecnologie. L’allestimento presenterà una selezione di materiali, riportati alla luce durante lo scavo (ancora in corso) – principalmente elementi architettonici in pietra locale (travertino e arenaria) ed ex voto in terracotta- accostati ad altri reperti provenienti da altri musei della Magna Grecia e della Sicilia, per offrire un confronto più ampio sul tema dei santuari e delle fondazioni coloniali. Il percorso sarà inoltre arricchito da una sezione fotografica d’autore, ideata per integrare la narrazione archeologica con lo sguardo dell’arte contemporanea. A guidare il progetto espositivo è un Comitato Scientifico composto da studiosi di rilievo internazionale, a testimonianza del valore e dell’ambizione dell’iniziativa. Ne fanno parte Tiziana D’Angelo, direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia; Mehrdad Hejazi, dell’University of Isfahan; Clemente Marconi, professore all’università di Milano; Dieter Mertens, già direttore dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma; Massimo Osanna, direttore generale Musei; Valeria Parisi, dell’università della Campania Luigi Vanvitelli; Carlo Rescigno, professore all’università della Campania Luigi Vanvitelli.

Tiziana D’Angelo, direttrice dei parchi archeologici di Paestum e Velia, sullo scavo del tempietto dorico nel santuario presso le mura di Poseidonia (foto pa-paeve)

Il percorso espositivo. La mostra sarà articolata in diverse sezioni. Una prima parte, dedicata alla scoperta e allo scavo, racconterà il percorso di ricerca dal presente alle origini del santuario, attraverso fotografie, rilievi, piante, disegni, filmati e approfondimenti geomorfologici e topografici. Una seconda sezione, “Il santuario e la città”, sarà dedicata alla ricostruzione del tempio nelle sue diverse fasi edilizie, all’evoluzione dello stile dorico a Paestum e alla rilettura dell’assetto urbanistico e del paesaggio antico. Seguirà una sezione dedicata al rito, al culto e alle divinità, in cui i materiali votivi permetteranno di ricostruire l’evoluzione delle pratiche cultuali dall’età greco-lucana fino all’età romana. Accanto all’esposizione archeologica, il progetto prevede una mostra fotografica affidata a un autore di fama internazionale, chiamato a interpretare lo scavo, il paesaggio e la scoperta attraverso il linguaggio dell’immagine. L’area dello scavo sarà parte integrante del percorso: grazie all’utilizzo di tecnologie immersive saranno proposte ricostruzioni virtuali del tempietto nelle diverse fasi della sua vita e installazioni contemporanee che permettono di restituirne l’alzato e la decorazione. Saranno, inoltre, previste visite guidate curate dal personale dei Parchi, comprese nel biglietto di ingresso e importanti progetti didattici orientati all’accessibilità cognitiva.

Veduta a volo d’uccello dell’area di scavo del tempietto dorico a ridosso delle mura di Poseidonia-Paestum (foto mic)

Una scoperta che riscrive la storia urbana di Paestum. La scoperta di un nuovo edificio templare collocato a ridosso del circuito murario occidentale, nei pressi della torre 12 e a poca distanza dall’antica linea di costa risale al 2019 durante i lavori di restauro e messa in sicurezza delle mura urbane.  È emersa, inoltre, una notevole quantità di materiali architettonici lapidei – blocchi di basamento, rocchi di colonne, metope, triglifi, sime e gocciolatoi, riconducibili a un edificio sacro di ordine dorico. Le successive indagini aerofotografiche e geofisiche hanno permesso di individuare con precisione il perimetro della struttura.

Capitelli, rocchi di colonna, elementi del fregio e del cornicione: sono i frammenti lapidei di un tempio dorico del V sec. a.C. emersi lungo le mura di Paestum nel 2019 (foto parco archeologico Paestum)

Tra il 2022 e il 2024 sono state condotte le prime campagne di scavo sistematiche, che hanno restituito una stratigrafia complessa, estesa dalla prima età imperiale fino alle fasi più antiche della colonia greca, con evidenze che in alcuni punti risalgono addirittura all’epoca preistorica. Nell’estate del 2025 l’area è stata acquisita dai Parchi archeologici di Paestum e Velia e le indagini stanno proseguendo su una superficie di circa 480 mq, con l’obiettivo di comprendere meglio la funzione del santuario, il suo rapporto con le mura urbane e il territorio circostante, nonché di individuare la divinità titolare del culto.

Veduta zenitale del tempietto dorico con l’annesso altare scoperto a ridosso delle mura di Paestum (foto mic)

Il tempio, il paesaggio, il culto. La campagna di scavo 2022-2024 ha riportato alla luce un tempio dorico di modeste dimensioni (11,60 x 7,60 m), orientato est-ovest e databile alle fasi finali dell’epoca arcaica, agli inizi del V secolo a.C. L’edificio presenta una peristasi con 4 colonne sui lati brevi e 6 su quelli lunghi, una cella chiusa sul fondo e un altare collocato in asse a circa 9 metri di distanza. Al di sotto della struttura sono stati individuati frammenti pertinenti a un edificio ancora più antico, databile alla prima metà del VI secolo a.C., oltre a testimonianze di frequentazioni preistoriche, tra cui un recinto di pietre inglobato nella costruzione sacra. Il santuario si inserisce in un’area già compresa nella prima pianificazione urbanistica della colonia e si colloca lungo un limite naturale della città, sulla falesia che segna la placca di travertino su cui sorge Paestum. Come avviene in altri contesti del mondo greco, la presenza di uno spazio sacro al confine contribuisce a definire un’idea di limite permeabile, luogo di passaggio tra città e mare, tra cittadini e stranieri, tra dimensione religiosa, politica ed economica. Un’interpretazione che apre nuove prospettive sul ruolo del santuario come presidio simbolico e territoriale della polis. Dallo scavo proviene un numero eccezionale di reperti: oltre 10.000 oggetti, attualmente conservati nei depositi del museo. Particolarmente abbondanti sono la coroplastica e la ceramica miniaturistica, accanto a ceramiche d’impasto, ceramica corinzia, ceramica a vernice nera, metalli, ambra, osso lavorato ed elementi architettonici che in alcuni casi conservano tracce di decorazione policroma.

Veduta da drone del tempietto greco lungo le mura di Paestum con il team di archeologi che segue le ricerche: al centro la direttrice Tiziana D’Angelo (foto pa-paeve)

Un progetto scientifico ampio. Dal punto di vista strategico, la mostra intende rafforzare il posizionamento dei parchi archeologici di Paestum e Velia come luogo di ricerca, sperimentazione e divulgazione, capace di intercettare un pubblico non solo regionale ma internazionale. Il progetto garantirà piena accessibilità e sarà sviluppato in collaborazione con università, enti di ricerca e partner culturali, per favorire una partecipazione ampia e consapevole alla fruizione del patrimonio.

Tiziana D’Angelo, direttore dei parchi archeologici di Paestum e Velia, e Massimo Osanna, direttore generale dei Musei, all’inaugurazione della sezione romana del museo Archeologico nazionale di Paestum (foto pa-paeve)

Giornata di studi. “La città nel tempio” nasce anche con l’obiettivo di offrire alla comunità scientifica una base aggiornata di dati su cui avviare nuove riflessioni sull’architettura sacra e sull’urbanistica della Magna Grecia. In quest’ottica, il progetto sarà accompagnato da una giornata di studi dal titolo (provvisorio): “Paestum e il dorico: nuove proposte sull’architettura sacra in Magna Grecia”, preliminare all’inaugurazione della mostra e alla pubblicazione del catalogo scientifico.

Torino. Oltre 1,2 milioni di visitatori al museo Egizio nel 2025: +22,8% in un anno. “Anche nel 2026 il museo Egizio continuerà a trasformarsi con l’obiettivo di diventare sempre più accogliente, stimolante e accessibile”

Giovani visitatori al museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Il museo Egizio di Torino chiude il 2025 con un nuovo record: 1.273.354 di visitatori nel 2025, in crescita del 22,8% rispetto ai 1.036.689, registrati nel 2024, anno del bicentenario. Il dato conferma il consolidamento dell’attrattività del museo, anche in presenza delle complessità logistiche determinate dal cantiere per la realizzazione della piazza Egizia. Il mese che ha registrato un maggiore afflusso di pubblico è stato aprile 2025 (con +28,5% rispetto all’analogo mese del 2024), ma l’incremento maggiore sull’anno precedente lo ha avuto maggio, con + 35,5% rispetto all’anno precedente.

Il direttore Christian Greco e la presidente Evelina Christillin con tutto il personale del museo Egizio di Torino (foto museo egizio)

Tantissimi anche i visitatori virtuali attraverso i canali digitali del museo Egizio che manda un ringraziamento speciale anche ai Soci Fondatori, a chi ha deciso di contribuire concretamente alle attività del museo e all’Associazione Amici Collaboratori del Museo Egizio per il loro supporto costante e prezioso. “Anche nel 2026 – assicurano dalla direzione – il museo Egizio continuerà a trasformarsi con l’obiettivo di diventare sempre più accogliente, stimolante e accessibile – come sempre lo farà assieme”.

Napoli. Messaggio augurale del direttore del museo Archeologico nazionale, Francesco Sirano: “Il 2026 sarà un anno di grandi eventi e di iniziative: un anno da vivere al Mann”. Ecco le novità in arrivo

Francesco Sirano, direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli (foto mann)

“Il Mann che sogniamo con tutto lo staff è un museo aperto, accogliente, innovativo e desideroso di condividere le proprie ricerche con tutta la comunità dei visitatori”. Comincia così il messaggio augurale del direttore del museo Archeologico nazionale di Napoli, Francesco Sirano. E continua tratteggiando cosa ha in serbo il futuro per il Mann: “Il 2026 sarà un anno di grandi eventi e di iniziative di animazione per vivere e condividere i valori di questo eccezionale luogo che non esiterei a definire un ecosistema della cultura antica. Nel 2026 avremo l’apertura, in primavera, della mostra sulla Sirena Parthenope, la riapertura della sezione Numismatica, il riallestimento della Villa dei Papiri, la conclusione del restauro del mosaico di Alessandro. Nel frattempo – continua – andremo avanti con le mostre all’estero per le quali vogliamo che i nostri materiali, soprattutto quelli oggi nei depositi e praticamente sconosciuti, e le nostre conoscenze diventino ambasciatori dell’intera cultura nazionale. Sullo sfondo il progetto del Mann 2 all’Albergo dei Poveri che non sarà un doppione, ma un nuovo entusiasmante capitolo delle tante storie che il museo Archeologico nazionale di Napoli può e deve raccontare con i suoi oltre 250.000 reperti. In questo percorso – conclude -, agiremo con impegno e, allo stesso tempo, con spirito di servizio, dialogando con il nostro pubblico e le comunità e considerando che quanto facciamo è la risposta doverosa al diritto di tutti di vivere il patrimonio culturale”.