L’architetto Anna Onesti dal parco archeologico di Pompei a soprintendente Abap per le province di Salerno e Avellino. Il benvenuto del personale

L’architetto Anna Onesti è il nuovo soprintendente per le province di Salerno e Avellino (foto sabap-sa)
Dal parco archeologico di Pompei alla soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino: l’architetto Anna Onesti è il nuovo soprintendente che subentra a Raffaella Bonaudo. È proprio la soprintendenza di Salerno a dare il benvenuto al nuovo dirigente Anna Onesti: “Con entusiasmo e spirito di squadra, ci apprestiamo ad affrontare insieme questo nuovo percorso fatto di progetti, collaborazione e cura del territorio. Da parte di tutto il personale della Soprintendenza un caloroso augurio di buon lavoro! Rivolgiamo, inoltre, un saluto affettuoso e un sincero ringraziamento alla dott.ssa Raffaella Bonaudo per il prezioso contributo profuso in questi anni alla guida della Soprintendenza: la sua professionalità, la dedizione, il senso di responsabilità e la sua umanità hanno rappresentato per noi tutti un punto di riferimento imprescindibile”.

Anna Onesti, funzionario architetto del parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Anna Onesti è stata funzionario Architetto, responsabile Area Tutela del Patrimonio culturale, responsabile Ufficio Tutela dei Beni paesaggistici del parco archeologico di Pompei, dove è stata assunta nel maggio 2018. Dal 2017 è membro dell’ICOMOS – International Council of Monuments and Sites. È stata componente della Commissione eventi del parco archeologico di Pompei, e per il Parco è stata referente e responsabile dell’Accordo di collaborazione stipulato nell’ambito del progetto “Artists in Architecture. Re-Activating Modern European Houses”. È stata consulente tecnico d’ufficio al Tribunale di Salerno.
Un libro al giorno. “Dal mito alla storia. Il mistero dei Bronzi di Riace” di Daniele Castrizio, Saverio Autellitano e Cristina Iaria che rendono fruibili le ricerche e le principali teorie riguardo ai Bronzi di Riace, registrate negli anni trascorsi

Copertina del libro “Dal mito alla storia. Il mistero dei Bronzi di Riace” di Daniele Castrizio, Saverio Autellitano, e Cristina Iaria
È uscito per i tipi di Rubettino editore il libro “Dal mito alla storia. Il mistero dei Bronzi di Riace” di Daniele Castrizio, Saverio Autellitano, e Cristina Iaria. Il 16 agosto del 1972 è la data ufficiale del ritrovamento di due statue di guerrieri in bronzo nelle acque antistanti la spiaggia di Porto Forticchio a Riace, in provincia di Reggio Calabria. Da quel giorno è iniziata una storia fatta di restauri, ricerche scientifiche, ma anche di “misteri” riguardanti il recupero e l’identità dei due capolavori. Nell’estate del 1981 poi, le statue denominate con grande creatività dagli archeologi Bronzo A e Bronzo B, arrivano alla loro sede definitiva, il museo nazionale della Magna Grecia di Reggio. Ma la ricerca accademica da sola non appare esaustiva della missione degli studiosi, che devono affrontare anche l’opera di divulgazione del sapere scientifico. Si tratta della cosiddetta Terza missione della docenza universitaria, che oggi vede la sua naturale applicazione nella public history (nota anche come “archeologia pubblica”), in cui però l’Italia sembra cronicamente indietro, con troppi accademici che ritengono una deminutio della loro importanza se parlano a una platea di non addetti ai lavori. L’obiettivo di questo libro è proprio quello della divulgazione scientifica. Avvalendosi della collaborazione reciproca tra il mondo accademico e quello professionale, gli autori vogliono rendere fruibili le ricerche e le principali teorie riguardo ai Bronzi di Riace, registrate negli anni trascorsi. Ci si è prefissi di utilizzare un linguaggio piano e scorrevole, di evitare nozionismi, di mettere al centro delle argomentazioni i dati scientifici oggettivi, da cui e per mezzo dei quali arrivare a formulare le varie ipotesi. Un tentativo, speriamo efficace, di colmare un divario tra il sapere ed il fruire.
Ercolano. Francesco Sirano ripercorre per archeologiavocidalpassato.com i suoi 8 anni (2017-2025) alla direzione del parco archeologico che chiude il 2025 con un +6,2% di visitatori. Molte soddisfazioni ma anche qualche rimpianto

Foto di gruppo ricordo del personale del parco archeologico con il direttore Francesco Sirano (foto paerco)

Francesco Sirano, direttore del parco archeologico di Ercolano, premiato con una targa di fine mandato (foto paerco)
Otto anni intensi: 2017-2025, “un’esperienza bellissima, professionalmente e umanamente” l’ha sintetizzata Francesco Sirano a bilancio della sua direzione del parco archeologico di Ercolano il cui secondo mandato si è concluso nella primavera 2025. Da ottobre 2025 è alla guida del museo Archeologico nazionale di Napoli. E mentre il parco archeologico di Ercolano rende noto gli ottimi risultati raggiunti nel 2025 con una crescita dei visitatori del 6,2% rispetto al 2024, essendo passati gli ingressi da 521.426 a 553.611 (+32.185), “numeri che testimoniano una crescita solida e coerente, frutto di una strategia di comunicazione, promozione e valorizzazione del patrimonio e di apertura al territorio, che continua a produrre effetti positivi in termini di partecipazione e interesse del pubblico”; Francesco Sirano ripercorre per archeologiavocidalpassato.com i suoi anni di gestione a Ercolano, dove ha costruito “da zero” il parco archeologico: “insieme a tutto il personale, perché io lavoro sempre in maniera collettiva” ribadisce. Sirano parla dei risultati raggiunti (apertura di nuove domus, apertura dell’antica spiaggia; programmazione della manutenzione – ordinaria, straordinaria e grandi restauri; realizzazione con la Fondazione Packard dei nuovi uffici direzionali e dei laboratori di restauro, progetto che comporterà la demolizione di edifici incongrui con il sito come la biglietteria e l’antiquarium). Molte soddisfazioni ma anche qualche rimpianto (“per me che sono un perfezionista ci saranno sempre”): su tutti quello di non essere riuscito a individuare il tipo di museo di sito da poter realizzare.
“La mia esperienza a Ercolano”, ricorda Francesco Sirano ad archeologiavocidalpassato.com, “è stata un’esperienza bellissima, professionalmente e umanamente. Ercolano era un ufficio periferico della soprintendenza, oggi parco di Pompei. E quindi abbiamo dovuto costruire un ufficio direzionale, che non c’era proprio, e questo è stato un grande lavoro anche dal punto di vista gestionale, di cui sono particolarmente contento. Un risultato portato avanti insieme a tutto il personale, perché io lavoro sempre in maniera collettiva, poi mi assumo le mie responsabilità; ma a me piace ricevere stimoli da altre persone: e questa impostazione ha dato grandi risultati. Me ne sono accorto quando stavo preparando le mie lettere per poter concorrere per il Mann.
“Ad Ercolano – continua – abbiamo speso 58 milioni di euro in 8 anni. Non male. E abbiamo raccolto varie candidature a progetti che saranno finanziati nei prossimi anni per 76 milioni di euro. E quindi chi arriva a Ercolano troverà una bella indicazione su dove e come poter proseguire, ovviamente andranno fatti i progetti, poi sicuramente farà di meglio. E deve fare meglio. E i risultati di questa impostazione si vedono: oggi Ercolano è un luogo dove abbiamo oggettivamente più superficie visitabile, oltre a quella visibile, e a breve finiranno tutti i progetti delle sei domus che stavamo restaurando. Quindi ci saranno sei domus in più che insieme alla Casa della Gemma, alla Casa del Bicentenario, avranno implementato ulteriormente il numero delle domus visitabili di Ercolano. Quindi è davvero cambiato il volto del sito.
“A Ercolano abbiamo applicato quello che ora applico al Mann, cioè la manutenzione programmata. Per cui attraverso interventi di manutenzione ordinaria e di manutenzione straordinaria oltre ai grandi interventi di restauro abbiamo dato una svolta gestionale, e chi visita Ercolano si trova in un luogo che è ben tenuto. Si capisce che è ben curato. Tra le cose che abbiamo aperto c’è l’antica spiaggia, 3mila mq di spazio dove si guardano i monumenti di Ercolano con gli occhi degli antichi. Abbiamo ricostruito il livello dell’antica spiaggia, anche cercando di suggerire proprio la materia dell’antica spiaggia.
“Certamente ci sono rimpianti. Ce ne sono sempre. Poi per me che sono un perfezionista ci saranno sempre. Avrei voluto sicuramente fare altre cose, come per esempio consolidare l’apertura al pubblico del teatro. Oppure riuscire con Packard ad individuare anche il tipo di museo di sito da poter realizzare. Lo porterà avanti qualcun altro, però guardiamo a quello che abbiamo fatto con la Fondazione Packard a Ercolano: in un terreno che sta a Sud dell’attuale area demaniale e che ci è stato donato, la Fondazione Packard sta realizzando nuovi uffici direzionali e un deposito con laboratori di restauro all’avanguardia. E questo è uno dei principali risultati di cui mi fregio. L’iter per poterci arrivare è durato 8 anni. Abbiano già tutte le autorizzazioni perché tutti coloro che devono dare le autorizzazioni – la Regione, la Città metropolitana, il Comune di Ercolano – hanno aderito in maniera entusiasta. È stata una cosa corale perché è abbastanza raro, e deve essere enfatizzato, che un privato ci metta più di 50 milioni di euro per fare un intervento del genere. E queste nuove facilitazioni cambieranno completamente il volto di Ercolano, perché si creeranno le condizioni per poter eliminare una serie di edifici realizzati nel tempo che si trovano in posizioni completamente incongrue come l’attuale biglietteria che dal punto storico-archeologico si trova sulle banchine del porto dell’antica Ercolano. Oppure sono troppo incombenti rispetto al sito archeologico. Sfido chiunque va a Ercolano, quando si trova sul Cardo IV, a guardare verso quello che doveva essere il mare e cosa vede? Un enorme edificio di cemento armato che è l’antiquarium e l’attuale sede degli uffici. Quelli saranno tutti eliminati e i nuovi uffici dirigenziali così come i nuovi depositi si troveranno più indietro di 150 metri, con degli alberi davanti che li schermeranno, e quindi – conclude – sarà davvero un miglioramento enorme”.

Il direttore Francesco Sirano accompagna gli abitanti di via del Mare in una visita guidata serale (foto paerco)
“Altra cosa che volevo ricordare”, spiega Francesco Sirano, “è il bellissimo progetto di rigenerazione urbana che abbiamo fatto insieme al Comune di Ercolano, alla Fondazione Packard e al Packard Humanities Institute, per la creazione di una nuova piazza panoramica nella zona Nord-Ovest del sito archeologico e per la nuova recinzione su via del Mare, una strada che confina a Ovest con gli scavi. Non è solo un bel progetto dal punto di vista architettonico perché mette ordine in quest’area subito affacciata sugli scavi dove prima c’erano macerie di edifici solo parzialmente demoliti dall’epoca dei grandi scavi condotti da Amedeo Maiuri. Si pensava infatti che dopo la guerra si sarebbe proseguito a tirare fuori tutta l’antica Herculaneum. La città di Ercolano moderna doveva essere spostata molto più a monte. Ma in realtà è chiaro che dal punto di vista sia sociale sia metodologico non era una delle scelte migliori perché lì ci sono edifici che partono dal ‘600 e continuano. C’è tutto il tessuto urbano della città di Ercolano, Resina come si chiamava fino al 1969, dall’età medievale fino ai giorni nostri. E quindi è chiaro che cancellare pagine di storia importantissime, che costituiscono l’identità del luogo a favore solo di una, con tutto l’amore per l’archeologia – e io sono archeologo – oggi non si sostiene. E questo bellissimo progetto, accompagnato da tante azioni immateriali, con tutte le associazioni locali, associazioni di volontariato, e soprattutto con la comunità tutto intorno, sta dando risultati economici, sociali, sul tessuto comunitario davvero importantissimi. E ricordo a me stesso che lì sono zone socialmente complesse dove c’è una presenza pervasiva ancora oggi della criminalità organizzata. E quindi sì sono contento”.
Torino. Al museo Egizio presentazione, in presenza e on line, del libro “NYMPHAEA: A visual survey on ancient Egyptian yellow coffins” di Rogério Sousa, egittologo dell’università di Lisbona
I sarcofagi gialli sono uno dei più vasti e affascinanti corpora di contenitori funerari dell’antico Egitto. Dal punto di vista della decorazione pittorica, si distinguono per qualità e complessità, configurandosi come un fenomeno unico nella storia dell’arte. Se ne parla nel libro “NYMPHAEA: A visual survey on ancient Egyptian yellow coffins” di Rogério Sousa che viene presentato al museo Egizio di Torino venerdì 9 gennaio 2026: appuntamento alle 18 in sala Conferenze (accesso da via Maria Vittoria 3M) con Rogério Sousa. Incontro in lingua inglese con traduzione simultanea in italiano in sala. Disponibile anche in streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio. L’ingresso è libero con prenotazione obbligatoria al link https://www.eventbrite.it/…/nymphaea-a-visual-survey-on… Questo libro propone un approccio innovativo all’esame della cultura visiva mostrata in questi oggetti, con l’obiettivo non solo di realizzare una ‘mappatura iconografica’ del repertorio utilizzato nei vari componenti dei sarcofagi gialli, ma anche di comprendere come e perché si sono evoluti durante la XXI dinastia. In definitiva, questo esame ci aiuta a svelare i vari livelli di significato mostrati in questi oggetti e a prevedere il ruolo sociopolitico che essi svolgevano nella società tebana della XXI dinastia. Oltre alle intuizioni teoriche, questo libro offre metodi utili per stimolare i ricercatori a esplorare autonomamente i sarcofagi gialli, fornendo loro strumenti oggettivi per datare le composizioni e comprendere il significato di un sarcofago nel contesto più ampio del corpus giallo.
Rogério Sousa è professore di Egittologia e Storia antica nella Facoltà di Lettere dell’università di Lisbona e coordina diversi progetti legati agli Studi sul Patrimonio nell’ambito dell’Egittologia. Dal 2009 si dedica allo studio dei sarcofagi gialli, con particolare attenzione a quelli rinvenuti nella Tomba dei Sacerdoti di Amon (Bab el-Gasus) a Tebe. Coordina il Gate of the Priests Project, avviato nel 2013 con l’obiettivo di studiare e pubblicare le antichità provenienti da questo sito archeologico. È co-curatore della collana Gate of the Priests Series, pubblicata da Brill, ed è autore e curatore di numerosi lavori su questo tema.
Pompei. Restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei l’affresco con Ercole bambino sottratto illecitamente dal sacello della villa suburbana di Civita Giuliana. Un riscatto di legalità contro le attività clandestine, grazie alla collaborazione tra Parco e Procura. Da metà gennaio sarà esposto nell’Antiquarium di Boscoreale

L’affresco con Ercole bambino, Zeus e Anfitrione strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Il sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)
Il sacello scoperto tra il 2023 e il 2024 nella villa suburbana di Civita Giuliana a Pompei era dedicato ad Ercole. È il risultato di un lavoro congiunto di ricerca e indagine tra il parco archeologico di Pompei, la Procura di Torre Annunziata e il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri: Un riscatto di legalità contro le attività clandestine. Come in un romanzo giallo che vede ricomporsi nel tempo, tra indizi e ipotesi, una vicenda dai contorni criminosi, restituendo verità e dignità alla Storia, così la Villa suburbana di Civita Giuliana a nord di Pompei, si riappropria di un frammento di affresco trafugato anni addietro da uno dei suoi ambienti di culto. Si tratta del frammento di un affresco raffigurante Ercole bambino nell’atto di strozzare i serpenti, un tempo collocato nello spazio di una lunetta superiore della parete di fondo dell’ambiente – che risultava asportata da tombaroli – e le cui caratteristiche consentono di riconoscerne inequivocabilmente la provenienza da tale contesto. L’affresco sarà esposto da metà gennaio 2026 all’Antiquarium di Boscoreale, che già ospita una sala dedicata ai rinvenimenti di Civita Giuliana.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del parco archeologico di Pompei, e Nunzio Fragliasso, procuratore FF di Torre Annunziata, nel 2021 al rinnovo del protocollo di intesa per il contrasto al saccheggio e al traffico di reperti archeologici (foto parco archeologico di pompei)
Il reperto, illecitamente asportato, proveniva da una collezione privata negli Stati Uniti. Nel 2023, nell’ambito di un procedimento penale della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, a seguito della collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale Carabinieri di Roma e le Autorità degli Stati Uniti, è stata disposta l’assegnazione al parco archeologico di Pompei. La vicenda si inserisce nell’ambito di una serie di azioni che il parco archeologico di Pompei sta conducendo dal 2017 assieme alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, consistenti in campagne di scavo e indagini giudiziarie presso la Villa romana di Civita Giuliana. Una collaborazione strategica, formalizzata da un protocollo d’intesa rinnovato più volte dal 2019, che ha permesso non solo di riportare alla luce testimonianze storiche di eccezionale importanza, ma anche di contrastare il sistematico saccheggio condotto da anni di attività criminale nell’area e che nel tempo, oltre alla sottrazione di reperti e decorazioni, ha causato la distruzione irreversibile di preziosi dati scientifici.

Ultimi ritocchi alla sala dedicata ai ritrovamenti a Civita Giuliana nel “nuovo” Antiquarium di Boscoreale (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Zeus (aquila) e Anfitrione dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)
“Un reperto archeologico possiede valore non soltanto per la sua materialità, ma soprattutto per ciò che può raccontare sul passato”, spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. “Ogni oggetto rinvenuto in uno scavo è una testimonianza storico-culturale preziosa, perché il suo significato dipende dal contesto in cui è stato trovato. Quando un reperto viene rubato, questo legame con il suo contesto originario si spezza irrimediabilmente. Anche se l’oggetto rimane integro dal punto di vista fisico, perde gran parte del suo valore scientifico. Senza conoscere dove, come e insieme a cosa è stato scoperto, il reperto non può più contribuire alla ricostruzione storica e diventa un semplice oggetto isolato, privato della sua funzione di testimonianza. Per questo rubare un reperto significa sottrarre a tutti noi una parte di conoscenza e cancellare un frammento della storia dell’umanità”. E il Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso: “Questo ritrovamento è l’ennesimo frutto della collaborazione sinergica tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, rivelatasi uno straordinario strumento non solo per riportare alla luce reperti archeologici di eccezionale importanza, ma anche per interrompere l’azione criminale di soggetti che per anni si sono resi protagonisti di un sistematico saccheggio dell’enorme patrimonio archeologico custodito nella vasta area, ancora in gran parte sepolta, della villa romana di Civita Giuliana, recuperando preziose testimonianze storiche e restituendole alla fruizione della collettività”.

Il sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)

Planimetria con il settore Nord-est della villa suburbana di Civita Giuliana con il sacello dedicato a Ercole (foto parco archeologico pompei)
Nell’ambito di questa collaborazione, gli scavi archeologici condotti nel sito di Civita Giuliana tra il 2023 e il 2024 avevano portato all’individuazione di un ambiente a pianta rettangolare con funzioni rituali, identificato come un possibile sacello o sacrarium. Il sacello presentava un basamento quadrangolare, probabilmente destinato a sostenere una statua, ed era stato quasi completamente spogliato della sua decorazione dai tombaroli, inclusi 12 pannelli figurati e la lunetta affrescata superiore, di cui il frammento recuperato sarebbe pertinente.

Ricostruzione della decorazione del sacello della villa suburbana di Civita Giuliana by Inklink Musei (foto parco archeologico pompei)

Veduta zenitale del sacello della villa suburbana di Civita Giuliana depredato dai tombaroli (foto parco archeologico pompei)
La restituzione dell’opera si inserisce, a sua volta, in una più ampia operazione che ha permesso il rientro in Italia di 129 reperti, nell’ambito del Protocollo siglato tra il District Attorney della Contea di New York e il Governo della Repubblica Italiana. Accertata la provenienza pompeiana dell’affresco, la direzione generale Archeologia Belle arti e Paesaggio ne ha quindi disposto l’assegnazione al parco archeologico di Pompei: al momento della restituzione non era però possibile fare alcuna ipotesi sulla sua collocazione originaria. Grazie a successive indagini approfondite, a cura dei funzionari del Parco in parallelo impegnati nello scavo extraurbano, e al confronto con informazioni acquisite, inclusi i dati emersi da intercettazioni ambientali, è stato possibile identificare con assoluta certezza l’affresco come proveniente dal sacello di Civita Giuliana.

Dettaglio di Ercole dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Zeus (aquila) dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)

Dettaglio di Anfitrione dell’affresco con Ercole bambino strappato illecitamente dal sacello di Civita Giuliana e restituito dagli USA al parco archeologico di Pompei (foto parco archeologico pompei)
Di fatto l’affresco raffigura Ercole in fasce mentre strozza i serpenti alla presenza di Zeus (simboleggiato dall’aquila sul globo) e Anfitrione: tale episodio non fa parte delle canoniche 12 fatiche, ma ne è un presagio. Poiché le pareti del sacello presentano traccia di altri 12 pannelli figurati, staccati clandestinamente, si può ragionevolmente ipotizzare che il tema dei pannelli staccati fosse costituito dalle dodici fatiche di Ercole: seguendo questa ipotesi, ben si inserisce l’affresco con Ercole bambino che lotta con i serpenti, poiché tale episodio non costituisce una delle fatiche che Ercole compirà in età adulta bensì è un evento che segna la sua nascita ed è la dimostrazione della sua forza prodigiosa. La sua collocazione in alto, all’interno della lunetta, sarebbe dunque prodromica e presagio delle future dodici fatiche. Sono in corso analisi e indagini sul pannello per chiarire nel dettaglio le geometrie e i punti di connessione con i lacerti di affresco ancora conservati in loco per una futura (auspicata) ricollocazione, all’interno di quel processo di valorizzazione e fruizione del sito archeologico di Civita Giuliana. Gli ulteriori approfondimenti investigativi proseguiranno per rintracciare gli altri affreschi sottratti dal sacello.
Pertosa-Auletta (Sa). Fermo biologico delle grotte per 40 giorni: svuotate dalle loro acque, inizierà la nuova campagna di scavi archeologici
Le Grotte di Pertosa-Auletta (Sa) entrano nella loro fase di riposo, lasciate al lento e continuo lavoro che da sempre crea forme, volumi e scorci di straordinaria bellezza. Dal 7 gennaio al 13 febbraio 2026 saranno chiuse per il consueto fermo biologico, una pausa necessaria per rispettare e proteggere questo ambiente unico. Torneranno ad accogliere il pubblico alla riapertura nel week end di San Valentino per viverlo insieme davanti al suggestivo “Bacio” delle grotte.
Intanto in questi giorni si inizia a svuotare lentamente le Grotte di Pertosa-Auletta dalle loro acque. Con il supporto di Iren viene aperta la diga all’ingresso per consentire all’acqua di defluire verso l’esterno e abbassarne gradualmente il livello. Un’operazione attenta e misurata che permetterà di avviare una nuova campagna di scavi, dalla quale ci si aspetta nuove e sensazionali scoperte. La natura, però, non si arresta mai. Dalla sorgente e dal sifone l’acqua continuerà a scorrere, come fa da millenni. E mentre il suo flusso prosegue, gli speleo-archeologi avranno comunque modo di lavorare per portare alla luce nuovi reperti, nuove tracce e nuovi racconti sul rapporto antico e continuo tra l’uomo e le grotte. Liberare le acque delle Grotte è sempre un momento carico di emozione. Vederle defluire, osservare come la loro forza rimanga costante, comprendere che il loro cammino continua anche quando proviamo a guidarlo, fa crescere il rispetto e la consapevolezza. È in questo dialogo silenzioso con la natura che si comprende quanto le dobbiamo: le forme, gli spazi e le storie che oggi possiamo ancora scoprire e raccontare
Un libro al giorno. “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” di Carolina Megale che racconta attraverso le tracce archeologiche quanto gli Etruschi legarono al vino molti aspetti sociali e della vita quotidiana

Copertina del libro “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” di Carolina Megale
È uscito per i tipi di Effigi il libro “La passione degli Etruschi per il vino. Archeologia del vino lungo la costa livornese e oltre” di Carolina Megale. La storia del vino si intreccia indissolubilmente con la storia dell’umanità. È un racconto che narra l’evoluzione della civiltà, segnando le tappe e i progressi raggiunti attraverso la millenaria coltivazione e trasformazione dei prodotti della terra. Ma il vino è molto più di un prodotto agricolo: è un indicatore profondo della cultura, delle credenze, dell’economia e delle strutture sociali che hanno plasmato gli antichi popoli del Mediterraneo. Gli Etruschi legarono al vino molti aspetti sociali e della vita quotidiana: fu elemento di distinzione e ostentazione della ricchezza da parte dei membri eminenti della società, componente sacra nell’ideologia funeraria e nella ritualità, ingrediente centrale nel costume del convivio. Le tracce archeologiche raccontano molti aspetti di questa storia. I musei e i siti archeologici dell’Etruria marittima settentrionale custodiscono gli oggetti della vita quotidiana che gli Etruschi utilizzarono nelle pratiche sociali e individuali legate al vino, oggetti preziosi e di uso comune che guideranno il lettore alla scoperta del nostro passato, perché cultura è comprensione dell’umanità, di cui l’archeologia ci aiuta a cogliere le radici più profonde.















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