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Torino. Conferenza egittologica on line con Federico Poole curatore del museo Egizio su “Il tempo nell’arte egizia” in confronto con l’arte greca

Il tema del tempo è fondamentale per la nostra comprensione dell’arte dell’antico Egitto, non da ultimo perché è al cuore di una importante differenza fra questa e l’arte tradizionale occidentale sviluppatasi a partire dall’arte greca. Giovedì 4 febbraio 2021, alle 18, il museo Egizio di Torino presenta la conferenza egittologica online “Il tempo nell’arte egizia” tenuta dal curatore Federico Poole. La conferenza si terrà in italiano e verrà introdotta da Alessia Fassone, curatrice del Museo. L’evento verrà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del museo Egizio.

Rilievo egizio con una scena “in movimento” (foto museo egizio)

Mentre l’arte greca è costruita idealmente intorno al punto di vista dell’osservatore, e quindi congela il movimento nell’istante in cui questo viene colto, in una scena o in un soggetto, come in uno scatto fotografico. L’arte faraonica ha adottato invece un’altra strategia, producendo immagini che, persino quando raffigurano la realtà in movimento, sembrano ignorare o almeno leggere diversamente la dimensione del tempo, e che noi, figli di un’altra estetica, spesso percepiamo dunque come “statiche”. La conferenza affronterà questo e altri aspetti della categoria del tempo come chiave interpretativa dell’arte dell’antico Egitto.

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L’egittologo Federico Poole

Federico Poole è curatore al museo Egizio dal 2013. Si occupa dell’editoria scientifica del museo e dirige la Rivista del Museo Egizio. Ha curato per il museo la mostra temporanea “Il Nilo a Pompei” (2016) e ha collaborato all’allestimento della collezione egiziana del museo Archeologico nazionale di Napoli.

“Storie dal Colosseo. Lezioni di Epigrafia”. Nel secondo di quattro appuntamenti con l’epigrafista Silvia Orlandi scopriamo le iscrizioni che ci raccontano come era organizzata la disposizione del pubblico nella cavea e come passava il tempo tra uno spettacolo e l’altro

L’interno del Colosseo dove si vede il breve tratto di cavea ricostruita negli anni Trenta del Novecento (foto PArCo)

Sul lato orientale del Colosseo, negli anni Trenta del secolo scorso, fu ricostruita una porzione della cavea dell’Anfiteatro dove il pubblico sedeva per assistere alle lunghe giornate di spettacoli, tra cacce esotiche e combattimenti gladiatorii. La ricostruzione, anche se non del tutto conforme, evoca e suggerisce le modalità di occupazione dei posti a sedere, riproposti con gli originali frammenti di gradini in marmo rinvenuti negli scavi. L’ingresso al Colosseo era regolamentato da una tessera sulla quale erano riportati il numero di fornice di ingresso e gli estremi del percorso da seguire per raggiungere i posti (loca) destinati ad ogni gruppo famigliare. Nella seconda lezione di epigrafia proposta dal parco archeologico del Colosseo nelle “Storie dal Colosseo. Lezioni di epigrafia” ancora una volta guidati da Silvia Orlandi, docente di Epigrafia latina alla Sapienza Università di Roma, e accompagnati da Federica Rinaldi, responsabile del monumento, scopriamo i nomi di queste famiglie e addirittura le dimensioni dei posti a sedere, ma impariamo anche a conoscere come il pubblico passava il tempo seduto sulle gradinate, tra uno spettacolo e l’altro, utilizzando vere e proprie tavole da gioco (tabulae lusoriae) incise sul marmo.

“Ci troviamo in un posto assolutamente spettacolare”, esordisce Federica Rinaldi. “Come potete notare anche dalla nostra imbracatura siamo assicurate a una linea vita che ci consente di rimanere dove siamo assolutamente in sicurezza. Siamo in un punto della cavea dell’anfiteatro flavio che venne ricostruita negli anni Trenta del Novecento, dove ritroviamo dei frammenti di marmo, che sono stati riutilizzati, parlanti. Professoressa Silvia Orlandi, quali sono questi segni parlanti che ci raccontano come si sedeva il pubblico, se in base alla tessera con cui entrava nel Colosseo sapeva già dove doveva andare a sedersi e perché lo sapeva già”. “Lo sapeva”, risponde Orlandi, “perché nel Colosseo – come in tutti i luoghi di spettacolo dell’antichità – non si prendeva posto secondo l’ordine di arrivo oppure secondo il prezzo del biglietto, visto che tutti gli spettacoli erano gratuiti, ma secondo la categoria sociale a cui si apparteneva. Proprio Augusto aveva emanato una legge, la Lex Iulia Theatralis, che distribuiva il pubblico nei vari settori della cavea a seconda della categoria sociale di appartenenza. Quindi i senatori, che erano i più elevati in grado, diciamo, assistevano agli spettacoli più vicini all’arena, o al luogo in cui si svolgeva l’azione; poi venivano i cavalieri, e poi tutto il resto della popolazione, fino all’ultimo maeniamum, il maenianum summum in ligneis con i sedili non in marmo ma in legno, che era riservato al popolino più minuto e alle donne”.

Gradino della cavea del Colosseo con l’iscrizione GADITANORVM (foto PArCo)

Su un gradino si legge Gaditanorum, che cosa significa? “Ogni settore o cuneo della cavea”, spiega Orlandi, “sono incisi sull’alzata dei gradini i nomi dei gruppi di persone che avevano diritto a occupare quel settore della cavea. Quindi non soltanto gli equites, come ho detto prima a proposito dei cavalieri, ma anche per esempio i pratextati cioè i giovani di circa 17 anni, oppure i pueri quindi i più piccoli accompagnati dai loro pedagoghi, o come in questo caso i rappresentanti della città di Gades, l’attuale Cadice in Spagna, che evidentemente avevano qui a Roma un loro ufficio di rappresentanza e avevano un posto riservato al Colosseo”.

Gradino della cavea del Colosseo con l’indicazione dell’ampiezza del settore riservato (foto PArCo)

Ma ci sono anche delle altre lastre marmoree riutilizzate sulle quali oltre a nomi sono indicati lettere o segni: cosa sono questi segni? “Su queste iscrizioni”, risponde Orlandi, “oltre appunto al nome delle categorie sociali che avevano diritto a occupare i vari settori della cavea, era indicato in piedi, che era l’unità di misura romana, e in sottomultipli di piede, quindi i mezzi piede, semis, e unciae, cioè un dodicesimo di piede, l’ampiezza del settore di quel gradino che poteva essere occupato da quella determinata categoria sociale, perché su questo aspetto i rimani erano poco disposti a essere accondiscendenti”.

Il gioco delle biglie ricavato sulla superficie di un gradino della cavea del Colosseo (foto PArCo)

“Siccome noi sappiamo che i giochi duravano l’intera giornata oltre che per più giorni”, ricorda Rinaldi, “e quindi le ore da passare all’interno erano tante, dalla mattina alla sera, un’altra informazione che queste pietre ci restituiscono è quella del passatempo, cioè di come si ingannavano le ore di intervallo tra venationes e un combattimento gladiatorio. Ritroviamo infatti su queste lastre delle incisioni, dei segni, che ci sono anche familiari tutto sommato, perché, e vorrei chiederle di illustrarli, mi sembra di riconoscere l’odierno gioco delle biglie, ma anche la nostra dama e il nostro filetto. È vero che sono simili?”. Orlandi conferma l’osservazione della responsabile del Colosseo: “Un aspetto molto interessante delle iscrizioni del Colosseo è la frequente presenza di tabulae lusoriae, cioè di tavole da gioco, di scacchiere, o di giochi da tavolo – diciamo così – di varia natura tra cui si riconoscono il gioco delle fossette, quello dei cosiddetti duodecim scripta, oppure le scacchiere da filetto con cui si giocava con delle pedine, che pure sono state ritrovate, e che quindi ci fanno capire uno dei tanti modi in cui si passava il tempo tra uno spettacolo e l’altro”.

Taranto. Per i “Mercoledì del MArTA”, appuntamento on line con l’archeologa Giulia Recchia su ‘’Coppa Nevigata e gli insediamenti fortificati dell’Età del Bronzo in Puglia’’

La locandina dell’incontro on line del MArTa con Giulia Recchia su Coppa Nevigata

Il nuovo appuntamento con i “Mercoledì del MArTA”, introdotto dalla direttrice Eva Degl’Innocenti, ci porta a conoscere un sito della preistoria pugliese: Coppa Nevigata. Il museo Archeologico nazionale di Taranto narra la storia di un Mediterraneo che unisce. Dopo aver raccontato nei precedenti incontri i legami con la madre patria greca, il MArTA torna ad esplorare i siti archeologici della Puglia, a cominciare da Coppa Nevigata a sudovest di Manfredonia sulle coste a sud del Gargano. A farlo nell’appuntamento on line dei “Mercoledì del MArTA” sarà, il 3 febbraio 2021, Giulia Recchia, professore associato di paletnologia all’università Sapienza di Roma, membro onorario dell’Institute of Archaeology dell’University College of London e co-responsabile delle ricerche nell’insediamento dell’età del bronzo di Coppa Nevigata in provincia di Foggia, di cui è direttrice dal 2021. Appuntamento alle 18 live sulla pagina Facebook e sul canale YouTube del MArTA: ‘’Coppa Nevigata e gli insediamenti fortificati dell’Età del Bronzo in Puglia’’.

Visione zenitale del sito fortificato dell’Età del Bronzo di Coppa Nevigata (Manfredonia) (foto MArTa)

Coppa Nevigata è uno dei più importanti insediamenti fortificati dell’età del Bronzo dell’Italia centro-meridionale e costituisce anche uno dei siti maggiormente indagati in estensione. Gli scavi iniziati nei primi del ‘900, furono ripresi da Salvatore Maria Puglisi tra il 1955 e il 1975. Dal 1983 la Sapienza conduce campagne di scavo annuali, sotto la direzione di Alberto Cazzella e in concessione da parte del MiBACT, che hanno messo in luce una porzione consistente dell’abitato. Situato sulle sponde di un’antica laguna a sud del Gargano, l’insediamento, la cui vita copre 1000 anni circa, era caratterizzato da imponenti mura di fortificazione, realizzate a partire dal 1700 a.C. circa e più volte modificate nel tempo. Principalmente votato agli scambi, svolse un ruolo significativo nelle rotte adriatiche, marittime e terrestri. L’abitato era infatti inserito in una rete di contatti cui facevano capo i numerosi insediamenti costieri e retro-costieri, spesso fortificati, che fiorirono lungo le coste adriatica e ionica della Puglia durante il II millennio a.C. e che furono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel sistema di scambi con il mondo egeo-miceneo.

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L’archeologa Giulia Recchia dell’università La Sapienza di Roma

Giulia Recchia è professore associato all’università Sapienza di Roma dal 2020, dove insegna Paletnologia. È inoltre Honorary Associate Researcher presso l’Institute of Archaeology –University College of London (Uk). Dal 2018 è abilitata al ruolo di Professore di I fascia (Asn). Dal 2019 al 2020 è stata ricercatore all’università Sapienza di Roma e dal 2005 al 2018 è stata ricercatore all’università di Foggia. Ha condotto scavi e ricerche di superficie nell’Italia centro-meridionale, a Malta e nelle isole Ionie. Dal 2000 al 2020 è stata co-responsabile delle ricerche nell’insediamento dell’età del Bronzo di Coppa Nevigata (Fg), di cui è direttrice dal 2021.

Bologna. Dal 2 febbraio riaperti i musei civici con nuovi orari diversificati, tra lunedì e venerdì. Illustrata l’attività in lockdown: ricerca, manutenzione, restauri, riallestimenti. Ecco le novità all’Archeologico e ai musei di Arte antica. Non si fermano le iniziative on line. La polemica: “Assurdo chiudere nei week end quando possono accedere solo i residenti”

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Roberto Grandi, presidente di Istituzione Bologna Musei

Il contatto con il pubblico a casa non verrà meno, l’esperienza di questo mesi ha confermato quanto sia stato apprezzato. Ma finalmente si apre! Con la riclassificazione della Regione Emilia-Romagna in fascia gialla a partire dal 1° febbraio 2021, l’Istituzione Bologna Musei ha ripristinare il servizio di apertura al pubblico nel rispetto delle misure di sicurezza vigenti a partire da martedì 2 febbraio 2021. In ottemperanza al Decreto del Presidente dei Ministri 14 gennaio 2021, l’apertura è assicurata dal lunedì al venerdì, con esclusione dei giorni di sabato, domenica e festivi. E oggi, 2 febbraio, nel giorno della riapertura, è stato fatto il punto a più voci, dal presidente Roberto Grandi ai responsabili d’area, su quanto fatto nelle settimane di chiusura al pubblico e delle novità che si possono scoprire alla riapertura. “Perché la chiusura al pubblico non ha mai voluto dire stop alle attività”, ha sottolineato Grandi cui hanno fatto eco tutti i colleghi. “Ricerca, manutenzione, restauri, riallestimenti o progettazioni, non si sono mai fermate, come le attività on line, non per sostituire il museo ma per tenere un contatto con il pubblico, un dialogo aperto in attesa di rivederci tra le sale del museo preferito”. Ma con una critica diretta all’ultimo Dpcm. “Che senso ha far riaprire i musei da lunedì a venerdì e tenerli chiusi nel week end quando sappiamo che in fascia gialla si può contare solo sui residenti, e non sui turisti? Chiedere a chi vive in città di venire al museo nei feriali quando normalmente si lavora, è chiedere un sacrificio in più”. Per assicurare una maggiore fruibilità di mostre temporanee e collezioni nei giorni feriali, il consiglio di amministrazione dell’Istituzione Bologna Musei ha perciò approvato un nuovo piano orario di apertura per un totale complessivo di 208 ore alla settimana. Per favorire l’accesso diverse sedi come MAMbo – museo d’Arte Moderna di Bologna, museo Morandi, Casa Morandi, museo per la Memoria di Ustica, museo civico Archeologico, museo civico Medievale, Collezioni comunali d’Arte, museo civico d’Arte Industriale e galleria Davia Bargellini hanno infatti previsto una o più giornate di apertura pomeridiana prolungata fino alle 19, in modo da poter accogliere i visitatori al termine della giornata lavorativa. Rimangono confermate tutte le misure di sicurezza già adottate dall’Istituzione tra maggio e ottobre 2020: acquisto on line dei biglietti, ingresso per slot numerici in base alla capienza degli spazi, misurazione della temperatura con termo-scanner, distanziamento interpersonale, obbligo di mascherina, disponibilità di gel igienizzanti.

bologna_musei-civici-logoNuovi orari di apertura in vigore dal 2 febbraio 2021. Ecco il dettaglio degli orari di apertura nei musei aperti da martedì 2 febbraio 2021: MAMbo – museo d’Arte Moderna di Bologna e museo Morandi, via Don Minzoni 14 aperto: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, h 14-19, chiuso: sabato, domenica, lunedì e festivi; Casa Morandi, via Fondazza 36 aperto: giovedì e venerdì, h 14-19, chiuso: sabato, domenica, lunedì, martedì, mercoledì e festivi; museo per la Memoria di Ustica, via di Saliceto 3/22 aperto: giovedì e venerdì, h 14-19, chiuso: sabato, domenica, lunedì, martedì, mercoledì e festivi; museo civico Archeologico, via dell’Archiginnasio aperto: lunedì e mercoledì h 10-14, giovedì h 14-19, venerdì h 10-19, chiuso: sabato, domenica, martedì e festivi; museo civico Medievale, via Manzoni 4 aperto: martedì, mercoledì, giovedì h 10-18.30, venerdì h 10-19, chiuso: sabato, domenica, lunedì e festivi; Collezioni comunali d’Arte – Palazzo d’Accursio, piazza Maggiore 6 aperto: martedì, mercoledì, giovedì h 10-18.30, venerdì h 10-19, chiuso: sabato, domenica, lunedì e festivi; museo civico d’Arte Industriale e Galleria “Davia Bargellini”, strada Maggiore 44 aperto: martedì, mercoledì, giovedì h 9-14, venerdì h 10-19, chiuso: sabato, domenica, lunedì e festivi; museo internazionale e biblioteca della Musica, strada Maggiore 34 aperto: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, h 11-13.30 / 14.30-18.30, chiuso: sabato, domenica, lunedì e festivi; museo del Patrimonio Industriale, via della Beverara 123 aperto: lunedì, venerdì, h 10-18, chiuso: sabato, domenica, martedì, mercoledì, giovedì e festivi; museo civico del Risorgimento, piazza Carducci 5 aperto: martedì, giovedì h 14-18, venerdì h 10-14, chiuso: sabato, domenica, lunedì, mercoledì e festivi.

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Attività di ricerca e studio dei materiali della sezione egizia del museo civico Archeologico di Bologna (foto Bologna Musei)

Le attività svolte a porte chiuse e le novità a disposizione del pubblico. Nel servizio di apertura al pubblico si esplica una delle condizioni fondamentali e intrinseche al concetto stesso di museo, come riconosciuto nella definizione approvata da ICOM – International Council of Museums. Tuttavia l’inedita esperienza di chiusura, cui i musei sono stati costretti a più riprese nel corso dell’ultimo anno a causa della pandemia, non li ha resi luoghi fermi e inerti. Oltre a mantenere attivo il dialogo con il pubblico attraverso le numerose attività proposte nella sfera digitale, le istituzioni museali sono rimaste sempre attive e dinamiche, ripartendo innanzitutto da quella che è loro principale vocazione: prendersi cura delle collezioni. Ecco le principali attività che le sei aree disciplinari dell’Istituzione Bologna Musei hanno portato avanti durante gli ultimi due mesi in vari ambiti: conservazione del patrimonio, riallestimenti delle collezioni, interventi di riqualificazione degli spazi espositivi, ricerca, pubblicazioni di studio, iniziative didattico-educative, con importanti novità che, in alcuni casi, i visitatori potranno trovare già dalla riapertura di martedì 2 febbraio 2021.

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Copertina del catalogo Electa della mostra “Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna”

Museo civico Archeologico. I visitatori non troveranno una nuova mostra, ma l’eco della grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna” è ancora forte. “Abbiamo cercato di prorogarla”, ha ricordato Paola Giovetti, responsabile Area Archeologia, “ma non si poteva andare oltre il 30 novembre, perché i grandi musei prestatori non concedono un reperto oltre un anno. E così, a malincuore, abbiamo dovuto arrenderci a chiudere il 5 novembre 2020. Nelle settimane di chiusura, poi, abbiamo dovuto gestire – spesso da remoto – la restituzione in sicurezza dei 1500 reperti esposti, che oggi sono tutti tornati a casa”. Ma della mostra rimangono gli esiti scientifici nel bookshop arricchito e rinnovato. “Accanto ai consueti materiali didattici, alle pubblicazioni scientifiche sulle collezioni del museo e agli amatissimi gadget a tema archeo-storico”, ha continuato Giovetti, “i visitatori troveranno due novità. Il merchandising e il catalogo (Electa) della mostra Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna resteranno disponibili in via permanente mentre nuovi prodotti ispirati alla collezione egizia saranno proposti grazie alla collaborazione con il Banco Artigiano delle Arti e Mestieri, nato dalla cooperativa sociale Arti e 5 Mestieri che si occupa di riabilitazione e inserimento lavorativo di persone affette da disturbi mentali. La cooperativa produce e commercializza oggetti regalo fatti interamente a mano, originali e personalizzati, realizzati da persone svantaggiate”.

La sala del ripostiglio di San Francesco nel suo allestimento originario ottocentesco al museo civico Archeologico di Bologna (foto Bologna Musei)
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Paola Giovetti, responsabile del museo civico Archeologico di Bologna (foto Bologna Musei)

Ma i visitatori dell’Archeologico troveranno anche una bella novità. La sala del ripostiglio di San Francesco, una delle sale della collezione etrusca più amate dal pubblico e di grande importanza scientifica, avrà presto un nuovo aspetto grazie a una revisione dell’impianto illuminotecnico ed espositivo. “L’intervento di riqualificazione, finanziato dall’ex Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna”, ha sottolineato Giovetti, “prevede il recupero delle vetrine ottocentesche, in linea con la tradizione museografica del museo, rese più funzionali secondo gli attuali standard espositivi seppure intatte nel loro fascino originario. L’illuminazione interna, ora assente, consentirà una migliore fruizione delle migliaia di oggetti che compongono questo eccezionale complesso archeologico datato all’età del ferro (fine VIII – inizi VII sec. a.C.)”. Rinvenuto da Antonio Zannoni nel gennaio 1877 presso l’omonima basilica, il ripostiglio è composto da circa 15mila oggetti di bronzo deposti all’interno di un grande vaso di terracotta, per un peso complessivo di oltre 14 quintali. Si tratta di oggetti rotti destinati alla rifusione, non finiti, scarti di lavorazione, pani di metallo, che hanno portato a interpretare questo ritrovamento come il deposito di un fonditore. “I materiali offrono una preziosa documentazione della vita quotidiana di Bologna etrusca. L’allestimento, pur mantenendo l’originario criterio tipologico, sarà arricchito da nuovi apparati espositivi e multimediali”.

“Vi aspettiamo a casa vostra”, iniziativa on line del museo civico Archeologico di Bologna (foto Bologna Musei)

“Riapriamo, ma non interrompiamo gli appuntamenti digitali: #Archeopillole #aportechiuse e Vi aspettiamo a casa vostra sui canali social del museo”, ha assicurato Giovetti, “con #Archeopillole #aportechiuse, le pillole cariche di informazioni curiose per vivere l’archeologia come un racconto e non come mere informazioni tecniche. Oltre a far rivivere sotto una luce brillante ed insolita gli antichi reperti, questi appuntamenti danno conto anche delle attività scientifiche condotte dal museo, come nel caso del Digital Greek and Latin Epigraphy Workshop organizzato tra il 26 e il 29 gennaio 2021 dal dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’università di Bologna, che ha utilizzato le pietre del Lapidario del museo per permettere agli studenti stranieri di cimentarsi con l’epigrafia antica. L’offerta digitale rivolta ad adulti e ragazzi continua inoltre con la serie Vi aspettiamo a casa vostra a cura di Aster e delle archeologhe del museo. Una possibilità di conoscere storie anche a distanza e di cimentarsi in attività laboratoriali”.

La mostra “Le Plaisir du Vivre” al museo civico “Davia Bargellini” di Bologna (foto Roberto Serra / Iguana)

Di Arte antica, che comprende il museo civico Medievale, le collezioni comunale d’Arte di Palazzo d’Accursio e il museo Davia Bargellini, ha parlato il responsabile Massimo Medica. A cominciare dalla mostra “Le plaisir de vivre. Arte e Moda del Settecento veneziano”, inaugurata proprio oggi, 2 febbraio 2021, al museo Davia Bargellini per celebrarne il centenario fino al 12 settembre 2021, in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia. “Grazie alla serie di 14 video-clip realizzati da 8cento Media”, ha spiegato Medica, “si prolunga online con una serie di 14 video-clip sulla pagina Facebook dei musei civici d’Arte Antica, in cui rievocatori e figuranti in costume danno vita a una suggestiva rievocazione del Settecento attraverso momenti di racconto, danza e lettura. Nelle sale del museo si animano così brevi scene di vita quotidiana con accessori d’epoca, come dei quadri del Longhi, accompagnate da spiegazioni di dipinti e curiosità sui numerosi passatempi settecenteschi. Ogni video è incentrato su un aspetto specifico: il gioco, la vestizione, il trucco, il ventaglio e il suo linguaggio, la musica e i momenti della giornata, oltre a note introduttive sulle ragioni della mostra e le particolarità del museo”.

Laboratori on line per bambini e famiglie: l mondo di Harry Potter ai musei civici d’Arte Antica (foto Bologna Musei)

Laboratori online per bambini e famiglie ispirati al mondo di Harry Potter. “Sarà un sabato pomeriggio nel mondo di Harry Potter”. Ai bambini da 6 a 11 anni e alle loro famiglie si rivolge il ciclo di 7 incontri online in corso fino ad aprile, dedicati ai 7 libri della scrittrice J. K. Rowling con protagonista il maghetto più famoso del mondo. A partire da alcuni brani tratti dalla celebre saga si esplorano le opere più belle e significative dei musei civici d’Arte Antica, come per esempio il Ritratto di Gonfaloniere di Artemisia Gentileschi e le storie mitologiche illustrate da Donato Creti alle Collezioni comunali d’Arte, il calice Barovier e la lastra di Filippo dei Desideri al museo civico Medievale e, ancora, i simboli, gli animali fantastici e mitologici che ricorrono negli stemmi delle antiche casate bolognesi al museo “Davia Bargellini”. I laboratori sono progettati in modo da consentire un facile reperimento dei materiali necessari per realizzare, sotto la guida degli operatori educativi, un semplice oggetto dopo avere osservato le opere e ascoltato la lettura dei brani.

Collezione di vetri Cappagli-Serretti del museo “Davia Bargellini” di Bologna (foto Roberto Serra / Iguana)

Donazioni, schedature, campagne fotografiche, revisione impianti di illuminazione. In seguito alla recente donazione all’Istituzione Bologna Musei della preziosa collezione Cappagli-Serretti di 117 vetri risalenti dal XVI al XX secolo, nell’autunno 2021 verrà presentata al pubblico la raccolta dei beni acquisiti in una mostra temporanea allestita presso il museo civico Medievale. Al termine dell’esposizione, le sedi individuate per garantirne la fruizione pubblica sono il museo civico Medievale e il museo “Davia Bargellini”. In vista della futura esposizione al pubblico tutti i pezzi sono stati di recente fotografati e catalogati. Contemporaneamente anche altri significativi nuclei collezionistici sono stati oggetto di una nuova campagna fotografica finalizzata all’aggiornamento della schedatura delle opere, come nel caso del museo del Tessuto e della Tappezzeria “Vittorio Zironi” di Villa Spada, grazie al contributo dell’ex Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna. Sul piano delle condizioni di accoglienza, è stato inoltre operato un sensibile intervento migliorativo grazie a un intervento di revisione dell’impianto di illuminazione, finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, che ha interessato gli spazi espositivi al piano terra del museo civico Medievale e in alcune vetrine del museo “Davia Bargellini”.

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Copertina del libro “Di non vulgare artifizio” (BUP – Bononia University Press)

“Di non vulgare artifizio. Il collezionismo storico della ceramica a Bologna e le raccolte dei musei civici d’Arte Antica”, a cura di Silvia Battistini, Sandra Costa, Mark Gregory D’Apuzzo, Irene Di Pietro, Massimo Medica e Michela Tessari e recentemente dato alle stampe da Bononia University Press (BUP), è frutto del progetto di collaborazione attivato nel corso dell’anno accademico 2019-2020 con la Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’università di Bologna (corso di Museologia e collezionismo). “L’esperienza ha voluto elaborare un programma didattico di valorizzazione del patrimonio museale civico in cui dare spazio alla ricerca di giovani studiosi. Il volume, incentrato sulle collezioni ceramiche di museo civico Medievale, collezioni comunali d’Arte e museo “Davia Bargellini” riporta infatti i risultati di una ricerca compiuta da vari specializzandi, affiancati dai conservatori dei rispettivi musei. La pubblicazione è introdotta da uno dei massimi esperti in materia, Françoise Barbe (Conservateur en chef al Département des Objets d’Art del Musée du Louvre)”.

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Il piviale di papa Benedetto XI, manifattura inglese, del primo quarto del sec. XIV (foto Bologna Musei)

La pubblicazione di studio sul piviale di papa Benedetto XI al museo civico Medievale. Per il 2021 è prevista la pubblicazione di un altro progetto editoriale di respiro internazionale: il primo volume monografico dedicato al piviale conservato nelle collezioni del museo civico Medievale, considerato uno dei capolavori assoluti dell’opus anglicanum, particolare tecnica del ricamo inglese che ebbe grande fortuna in tutta Europa a partire dal Medioevo. “Questo sontuoso paramento – ha ricordato Medica – fu probabilmente donato dal re di Inghilterra Edoardo I al pontefice Benedetto XI (1303-1304) che lo lasciò in seguito alla chiesa bolognese di San Domenico, da dove proviene. Il volume, curato da Michael Michael, docente all’università di Glasgow, si avvale della collaborazione diretta dei musei civici d’Arte Antica e vede coinvolti Massimo Medica, Giancarlo Benevolo e Silvia Battistini come autori di alcuni dei saggi, volti ad approfondire gli aspetti storici e artistici del prezioso manufatto, oggetto nel 2016 di un restauro realizzato in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra”.

Il museo nazionale Romano riapre le porte ai visitatori: si inizia il 1° febbraio con Crypta Balbi, poi l’8 febbraio Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps. Il direttore Stéphane Verger racconta i lavori fatti in lockdown e annuncia le novità per il 2021

Il museo nazionale Romano torna ad aprire le porte ai suoi visitatori. Si comincia con la Crypta Balbi lunedì 1° febbraio 2021, un sito tutto da esplorare e ancora da scoprire: stanno infatti per iniziare nuovi lavori di restauro che consentiranno un ulteriore ampliamento del percorso espositivo. I nuovi orari di visita sono: lunedì-venerdì, dalle 14 alle 19.45. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a 2 euro. Le visite di gruppo, accompagnate e non, sono consentite fino a un massimo di 14 partecipanti, comprensivi dell’accompagnatore/guida turistica. Da lunedì 8 febbraio  2021 riapriranno le loro porte anche le altre sedi: Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps.

La strada con botteghe nel percorso archeologico-museale della Crypta Balbi (foto museo nazionale Romano)

La Crypta Balbi è un complesso collegato all’antico teatro Balbo. Prezioso e raffinato, il più piccolo dei tre teatri dell’antica Roma fu costruito nel 13 a.C. da Lucio Cornelio Balbo, spagnolo di Cadice, con il bottino delle vittorie riportate sulle popolazioni libiche. Al teatro era annesso un vasto cortile porticato, piuttosto angusto, chiamato crypta. Era qui che gli spettatori trovavano riparo in caso di pioggia o si radunavano durante le pause degli spettacoli, ed è proprio qui che duemila anni dopo, in quelle stesse strutture, sorge il Museo. La specificità della Crypta Balbi, nel contesto del Museo nazionale romano, è di essere un museo di archeologia urbana, che ricerca e documenta l’evoluzione di quello spazio, dei suoi insediamenti e delle sue destinazioni d’uso lungo i secoli.

Il direttore Stéphane Verger racconta l’esperienza del museo nazionale Romano durante la fase epidemiologica del Covid 19 e le attività messe in campo in occasione della chiusura al pubblico. “Durante questo periodo di chiusura”, racconta, “si lavora molto al museo nazionale Romano. Si lavora già per inventare nuovi modi per presentare le collezioni del museo. Per il pubblico ovviamente è difficile seguire queste chiusure e riaperture, e quindi noi diamo una continuità col nuovo sito web e dei social che permettono ogni giorno di avere un appuntamento per il pubblico che può rivisitare virtualmente un’ala del museo, un oggetto rivederlo, sia quelli più famosi come il Pugile di Palazzo Massimo sia quelli meno noti. Il museo nazionale Romano è costituito da quattro sedi: le Terme di Diocleziano sono una sede immensa, quindi dobbiamo lavorare per riaprire. Ma c’è poi Crypta Balbi: adesso se ne vede solo un decimo. Poi ci sono anche lavori a Palazzo Altemps dove c’è un nuovo cortile che sarà aperto nel 2021. E a Palazzo Massimo c’è tanto da fare nei magazzini che sono un patrimonio enorme e che pure in questo caso lo si deve far vedere di più. Si lavora anche per preparare la riapertura. Nel 2021 ci sarà una grande mostra e quindi il pubblico deve vedere che si è arricchito il museo, e che si arricchirà la visita. C’è stato veramente un lavoro molto importante e fatto a porte chiuse. E quindi si deve far vedere al pubblico qual è la ricchezza delle competenze della squadra; e quel lavoro deve essere valorizzato nelle visite che permettono di mostrare tutto quello che c’è dietro le quinte”.

Roma. Il Parco archeologico del Colosseo riapre al pubblico lunedì 1° febbraio 2021 con un concerto della speranza in diretta streaming. Al Colosseo percorso unico, Foro e Palatino accessibili. Ingressi contingentati in sicurezza

Ci siamo. Il 1° febbraio il parco archeologico del Colosseo riapre i cancelli, nel segno della speranza. Il Colosseo, il Foro Romano e il Palatino saranno aperti al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 10.30 alle 16.30 (con ultimo ingresso alle 15.30) e, come da disposizioni governative, chiusi nel fine settimana. Durante la visita saranno applicate le medesime misure di sicurezza già sperimentate con successo in occasione della prima riapertura del 1° giugno 2020: i visitatori, preventivamente dotati di mascherina, dovranno obbligatoriamente sottoporsi alla misurazione della temperatura mediante termoscanner. Il percorso, al Colosseo, seguirà un tracciato a senso unico. L’accessibilità è sempre assicurata con l’assistenza ai pubblici fragili e l’utilizzo degli ascensori, con interventi sistematici di igienizzazione. Il biglietto ordinario d’ingresso è di 16 euro, ridotto 2 euro, e acquistabile online sul sito ufficiale www.parcocolosseo.it e sul sito del concessionario www.coopculture.it. Il biglietto, con orario d’ingresso predeterminato per la visita al Colosseo, così da garantire il necessario distanziamento dei visitatori, è collegato all’APP gratuita ParcoColosseo che contiene le mappe dei percorsi, i contenuti storici e tutte le informazioni utili alla visita. Per il momento non potranno essere accessibili, a causa delle misure contenitive legate all’emergenza sanitaria, gli spazi chiusi del PArCo: Domus Aurea, Santa Maria Antiqua, Rampa Domizianea, Museo Palatino, Casa di Augusto e Casa di Livia, Criptoportico Neroniano e Aula Isiaca.

La locandina del concerto della speranza dall’arena del Colosseo nel giorno della riapertura al pubblico (foto PArCo)

Concerto della speranza per la riapertura. “Con la consapevolezza che l’arte aiuta a superare momenti difficili come quelli che stiamo vivendo”, spiega la direzione, “il Parco archeologico del Colosseo offre ai visitatori che saranno presenti lunedì 1° febbraio, giornata di riapertura, e in diretta streaming sulla pagina Facebook per l’ampio pubblico che continua a seguire le numerose attività promosse sui canali social del PArCo, un concerto degli allievi del Conservatorio di S. Cecilia che si terrà sul piano dell’arena del Colosseo alle 12.30”. Sull’arena del Colosseo, dunque, gli Allievi del Conservatorio di S. Cecilia: Olimpia Pagni, soprano; Sara Tiburzi, mezzosoprano; Marco Ciardo, tenore; al pianoforte: Maestro Giuseppe Massimo Sabatini; direttore artistico: Maestro Stella Parenti. Il programma. Da “Così fan tutte” W. A. Mozart: Un aura amorosa; dalla “Bohème” G. Puccini: Quando meno vo’; dalla “Carmen” di Bizet: Habanera; da “Lakmé” di Léo Delibes: “Duetto dei fiori”; da “La Rondine” G. Puccini: “Chi il bel sogno di Doretta”; da “Sansone e Dalila” di Saint Saens: “Mon coeur s’ouvre à ta voix”; “La vie en rose” di Édith Piaf, eseguita a tre voci; dalla “Traviata” di G. Verdi: “Brindisi”. Diretta Facebook, in streaming sul canale Youtube #ParcoColosseo.

La mappa del percorso a senso unico da 45′ con “Il Colosseo si racconta” (foto PArCo)

Colosseo: il Colosseo si racconta (durata stimata 45 minuti). Il percorso a senso unico permetterà di visitare il I ordine dell’anfiteatro – senza passaggio sull’arena – con affaccio ai sotterranei, salire al II ordine attraversando gli spazi dell’esposizione permanente “Il Colosseo si racconta”, in cui è narrata in 11 tappe la storia del monumento, e arrivare fino alla terrazza Valadier con vista sulla piazza del Colosseo. Lungo il percorso, e precisamente all’interno della Porta Triumphalis sul lato occidentale del monumento, sarà possibile tornare ad ammirare il dipinto murale con la raffigurazione della veduta di Gerusalemme, così come restituito dal recente intervento di restauro. In un primo momento sarà attivo il solo ingresso Valadier. Presso l’ingresso sarà garantita la connettività free WI-FI necessaria sia all’eventuale acquisto del biglietto che a scaricare l’APP gratuita. In questa fase si prevede la possibilità di accogliere un numero massimo di 1.200 visitatori al giorno (ca. 240 l’ora). Visite contingentate con prenotazione oraria obbligata con gruppi di max. 20 unità, che partiranno scaglionati ogni 5 minuti. Ingresso Valadier (attuale ingresso singoli). Al momento non sarà attivo il servizio di visita guidata.

Panorama del Foro Romano (foto PArCo)

Per l’area archeologica del Foro Romano-Palatino, che si configura come spazio aperto e quindi assimilabile a parchi e giardini, sarà aperta un unico ingresso dalla via Sacra/arco di Tito, con orario libero ma mantenendo il costante controllo dei flussi. L’uscita sarà consentita da arco di Tito, dalla Salara Vecchia e da via del Foro Romano. L’intera area sarà percorribile: dall’arco di Settimio Severo all’arco di Tito fino ai rinnovati Horti Farnesiani, dalle cosiddette terme di Elagabalo alla Vigna Barberini, attraversando la Domus Augustana e la Domus Flavia con il sempre suggestivo affaccio sullo Stadio palatino. Anche in questo caso il WI-FI attivo nei pressi dell’accesso permetterà sia l’acquisto del titolo di ingresso che di scaricare la APP gratuita.

Napoli. “Aperti per voi. Racconti dalle Collezioni”: il Mann, chiuso sabato e domenica, propone un tour virtuale alla scoperta di dieci reperti (meno noti) per altrettante collezioni del museo Archeologico nazionale

Affresco dai Praedia di Giulia Felice a Pompei con elementi del mondo dionisiaco, conservato nella Sala Affreschi del Mann (foto Giorgio Albano)

Meno noti, ma per questo non meno importanti: sono i reperti scelti dal museo Archeologico nazionale di Napoli per la campagna social “Aperti per voi. Racconti dalle Collezioni”, dieci reperti per altrettante collezioni del Mann, chiuso nel fine settimana secondo le disposizioni anti Covid. Sabato 10 e domenica 31 gennaio 2021 vengono presentati in un tour virtuale da compiere, fotografia dopo fotografia, sulle pagine Facebook e sul canale Instagram dell’Archeologico. Volutamente in ordine sparso, senza assecondare la dislocazione fisica delle collezioni perché il viaggio digitale permette di spaziare con la fantasia da una sala all’altra, i fan e follower delle piattaforme social potranno ammirare, grazie alle tecnologie digitali, alcuni capolavori dell’Istituto.

Uno dei due dioscuri proveniente dal Tempio di Venere a Baia, e conservato al Mann (foto Giorgio Albano)

Si parte sabato 30 gennaio alle 8.30 con post su una delle sculture dei Dioscuri (metà del II sec. d.C.), proveniente dal cosiddetto Tempio di Venere a Baia ed ospitata nell’Atrio del Mann. Tra i mosaici, scelto lo splendido corteo di Nettuno e Anfitrite (I sec. a.C., da Pompei, casa del Granduca di Toscana), mentre il candido marmo del busto di Claudio (presumibilmente da Roma, I sec. d. C.) “rappresenterà” online, per questo fine settimana, la statuaria Farnese. 

Il busto femminile, forse la regina Berenice o la dea Artemide, conservato nella sala della Villa dei Papiri al Mann (foto Luigi Spina)

Per la Villa dei Papiri, comunicherà fascino e mistero, anche in rete, il busto femminile identificato prima con la regina tolemaica Berenice, poi con la dea Artemide. 

La statuetta di Iside/Fortuna nella rinnovata sezione della vita quotidiana nelle città vesuviane al Mann (foto Giorgio Albano)

Tra gli allestimenti di recente rinnovati, una statuetta di Iside/Fortuna, vero e proprio gioiello di artigianato artistico in epoca romana, sarà “condivisa” su Facebook per raccontare il pregio delle suppellettili nella Collezione degli oggetti della vita quotidiana nelle città vesuviane.

Terracotta di recumbente da Taranto conservata nella collezione Magna Grecia del Mann (foto Luigi Spina)

Pur non potendo passeggiare fisicamente (e rigorosamente con i copri-scarpe) sui pavimenti musivi della Collezione Magna Grecia, gli internauti troveranno, nella terracotta di recumbente da Taranto, l’eco di culti e tradizioni nell’Italia Meridionale dell’ultimo quarto del VI sec. a.C. 

Elmo bronzeo da Locri (V sec. a.C.) conservato nella sezione Epigrafica del Mann (foto Salvatore Granata)

Un reperto “inaspettato” narrerà la Sezione Epigrafica: si tratta di un elmo bronzeo (da Locri, primo quarto del V sec. a. C.), su cui figura un’iscrizione dedicata alla dea Persefone dal soldato Xenainetos. ​Passando nelle vicine sale dedicate alla civiltà egizia, un dettaglio della stele funeraria dello scriba Hui rappresenterà, anche nell’oltretomba, il legame tra il defunto, il padre Pah e la madre Sattie. 

Coppa in ceramica d’impasto da Capua conservata nella sezione Preistoria e Protostoria del Mann (foto Giorgio Albano)

In un apparente gioco di contrasti, concluderanno questo itinerario online due splendidi reperti, che sintetizzano, nella loro diversità, la ricchezza e la varietà del patrimonio del Mann: per la Sezione Preistoria e Protostoria, una coppa di ceramica di impasto dell’età del Ferro da Capua. Per le rinnovate Sale degli Affreschi, ultimo e colorato post della campagna con un frammento ritrovato nei Praedia di Iulia Felix. In questa pittura pompeiana, su una piccola gradinata sono esposti una serie di elementi che rimandano al mondo di Dioniso, dio dell’ebrezza e della vitalità. 

Trento. “A tu per tu” con la mostra di Natale “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi” al Castello del Buonconsiglio: nei tre nuovi video scopriamo gli attributi che fanno riconoscere San Filippo e San Paolo, la foto storica che ha fatto riconoscere i bronzetti, e i dettagli morelliani per l’attribuzione a Roccatagliata

La locandina della mostra “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei principi vescovi” al Castello del Buonconsiglio dal 22 dicembre 2020 al 5 aprile 2021

Tre nuovi contributi video “A tu per tu” del Castello del Buonconsiglio illustrano i contenuti della mostra “Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi”, curata da Giuseppe Sava, inaugurata il 22 dicembre 2020 (quando il museo era chiuso per emergenza sanitaria),  e programmata fino al 5 aprile 2021 nella sala del Torrion da Basso al Castello del Buonconsiglio a Trento. La mostra, organizzata dal museo con l’aiuto della soprintendenza per i Beni culturali, racconta l’affascinante storia di un fortunato ritrovamento di due magnifiche sculture seicentesche in bronzo dorato molto probabilmente commissionate dal principe vescovo e fino al 1803 conservate nella dimora del principe vescovo al Castello del Buonconsiglio. In questi nuovi contributi introdotti da Alessandro Casagrande, per la regia di Alessandro Ferrini, la direttrice del museo Laura Dal Prà ci parla di iconografia e ci svela quali sono i dettagli utilizzati da Nicolò Roccatagliata per far riconoscere facilmente alla gente i due apostoli San Filippo e San Paolo. Invece Roberta Zuech sottolinea l’importante ruolo che ricopre la fotografia nel ritrovamento di opere d’arte che si pensavano perdute, e come proprio la riscoperta dei due bronzetti la si deve soprattutto a una fotografia di inizio Novecento di Giuseppe Brunner che si conserva negli archivi del Buonconsiglio. Infine Denis Ton ci svela uno dei più importanti criteri utilizzati dagli storici dell’arte per attribuire la paternità di un’opera d’arte: il metodo morelliano.

L’iconografia dei Santi Filippo e Paolo. “Tutta l’arte sacra occidentale si poggia su un codice figurativo molto preciso che permette di identificare i singoli personaggi”, spiega Laura Dal Pra. “È fatto di segni, di simboli e di attributi. Nel caso di San Filippo è evidente la particolarità del vestiario, una veste all’antica, ma soprattutto l’attributo della croce, simbolo del suo martirio nel corso del suo apostolato presso i pagani. Quindi ha un attributo abbastanza evidente, che si ritrova anche nel secondo apostolo, in realtà San Paolo: l’apostolo delle genti, che si trovò a sostituire nell’iconografia cristiana la figura dell’apostolo traditore, ossia Giuda. Quindi l’apostolo delle genti, anch’esso raffigurato in veste all’antica, porta in mano il volume, il simbolo della religione del Libro, cioè del Cristianesimo. L’altro attributo, ormai perso, era molto probabilmente la spada, ovvero lo strumento del suo martirio, la decapitazione, che era la pena capitale riservata ai cittadini romani. Un altro elemento fondamentale nell’iconografia di San Paolo, che la si scopre soprattutto se la si pone a confronto con San Pietro, è quello della barba fluente e dell’inizio di un po’ di calvizie, fatto che invece nelle iconografie di San Pietro non è presente”.

Il ruolo cruciale delle foto storiche. “Le nostre vite sono nelle fotografie, come le fotografie sono nelle nostre vite”: così scriveva Lucia Moholy nel 1939 al termine del suo saggio sui Cento anni della fotografia. “E ancora oggi”, sottolinea Roberta Zuech, “è assolutamente attuale questa interconnessione tra fotografia e vita. Ne abbiamo un esempio con la fotografia che ha permesso la scoperta dei due bronzetti. È una fotografia scattata nei primi anni del Novecento dal fotografo Brunner, noto ritrattista, che rappresenta otto sculture, otto statuette bronzee di casa Consolati. Questa fotografia, scattata probabilmente nel momento in cui veniva apposto il vincolo sulle statuette, è stata per anni conservata nell’archivio fotografico del museo del Buonconsiglio. Lì è stata studiata, catalogata, insieme a tutto il fondo fotografico, e questo ha permesso agli studiosi di scoprirla, di rivederla e di pubblicarla all’interno di un saggio proprio sulle collezioni della famiglia Consolati. Lì ulteriormente è stata vista, studiata, notata, apprezzata da uno studioso, Giuseppe Sava, che ha avuto il merito di riconoscere fuori contesto, inaspettatamente, due delle otto sculture rappresentate in foto e permettere così alla Provincia autonoma di Trento di acquisirle e al museo di esporle e quindi di renderle fruibili al pubblico trentino riportandole sostanzialmente a casa. Ecco un esempio di connessione tra vita e fotografia”.

La paternità delle opere d’arte: il metodo morelliano. “Nel corso degli anni la storia dell’arte ha realizzato una serie di strumenti e metodi con cui giungere all’attribuzione”, interviene Denis Ton. “Strumenti di analisi visiva, documentaria, tecnologica, ma molto è affidato ancora all’occhio del conoscitore. Alla fine dell’Ottocento uno studioso di origine svizzera, Giovanni Morelli, realizzò un metodo basato sui cosiddetti motivi sigla, motivi firma o – da lui – dettagli morelliani. Sono motivi, come i dettagli dei lobi delle orecchie, delle sopracciglia, delle palpebre, che si ripetono costantemente nell’artista e consentono di arrivare a un orientamento stilistico e a un’attribuzione. Sebbene questo metodo sia oggi considerato in parte superato consente un primo riferimento per quanto riguarda la paternità delle opere, e si può applicare anche nell’ambito della scultura. Questo ha consentito al curatore Giuseppe Sava di giungere all’attribuzione dei bronzetti degli apostoli tornati al castello del Buonconsiglio a Nicolò Roccatagliata”.

Usa. Nonostante il contesto internazionale condizionato dalla pandemia, terza tappa nordamericana della mostra “Le Regine del Nilo” con 250 reperti del museo Egizio di Torino. Al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) proposto un nuovo allestimento dal titolo “Queen Nefertari’s Egypt”. Il direttore Greco: “Seguite tutte le operazioni di allestimento da remoto”

Il museo Egizio di Torino è chiuso in rispetto delle norme sanitarie, ma il viaggio della regina Nefertari non si ferma. Nuova tappa del tour nordamericano dei reperti del museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante “Regine del Nilo” che, nonostante il complesso contesto internazionale fortemente condizionato dalla pandemia di Covid-19, è approdata con un nuovo allestimento al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas), dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 14 marzo 2021. L’esposizione, dopo le tappe di Washington e Kansas City si presenta nella nuova sede col titolo “Queen Nefertari’s Egypt” proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramses II (1279 – 1213 a. C.).

Il suggestivo allestimento della mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas) (foto Kimbell Art Museum)
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Il manifesto della mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Mueum di Fort Worth (Texas)

L’attuale scenario internazionale, condizionato dalla pandemia, ha richiesto un impegno particolare al personale del museo Egizio per l’allestimento della mostra: “Vista l’impossibilità di recarci negli Stati Uniti per seguire il disallestimento della mostra a Kansas City e la preparazione di quella al Kimbell Art Museum”, spiega il direttore del museo Egizio, Christian Greco, “per la prima volta il nostro ufficio Collection Management ha seguito tutte le operazioni da remoto, con un grandissimo impegno e un lavoro durato complessivamente oltre due mesi, svolto fianco a fianco con i colleghi della Soprintendenza, che ringrazio per la proficua e costante collaborazione. Gli importanti sforzi fatti e l’inaugurazione di questa nuova tappa della mostra itinerante dedicata alla regina Nefertari testimoniano ancora una volta la forza della cultura materiale e degli oggetti che abbiamo l’onore e l’onere di custodire: i reperti del museo si confermano un patrimonio dell’umanità, capace di trasmettere delle storie universali e di sensibilizzare il pubblico internazionale circa l’importanza del passato, chiave di lettura fondamentale per capire noi stessi e il tempo presente”.

La stele di Nakhi, probabilmente proveniente da Deir el Medina, esposta nella mostra “Queen Nefertari’s Egypt” al Kimbell Art Museum (foto museo egizio)

“Siamo davvero soddisfatti e orgogliosi di poter proseguire il percorso di internazionalizzazione e di diffusione della cultura egizia che il Museo sta conducendo da anni”, dichiara Evelina Christillin, presidente del museo Egizio, “un’attività che continua a vederci in prima linea in piena sintonia con i nostri partner locali, il ministero dei Beni culturali e la soprintendenza torinese, e nell’ambito della quale hanno pari priorità tanto la valorizzazione quanto la sicurezza dei reperti. L’apertura al pubblico di questa mostra è per noi un segnale estremamente positivo e dimostra il grande dinamismo del nostro Museo: anche se in questo momento siamo chiusi al pubblico la nostra attività non si è fermata e anzi abbiamo continuato a lavorare sulla conservazione, la ricerca e per proporre sempre nuovi contenuti digitali, come dimostrano alcune recenti iniziative tra cui la trasmissione radio ‘Quello che gli Egizi non dicono’ e il calendario di conferenze egittologiche online avviato a novembre”.

Il percorso espositivo (nel video Jennifer Casler Price, curatrice del museo texano, ci conduce in un tour attraverso la mostra “Queen Nefertari’s Egypt”) si snoda attraverso circa 250 reperti del museo Egizio di Torino che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905. L’esposizione racconta inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.

In occasione dell’apertura al pubblico, il direttore Christian Greco ha tenuto una conferenza inaugurale per il Kimbell Art Museum, introdotta dal direttore Eric Lee, trasmessa sui canali social del museo di Fort Worth, che qui riproponiamo, dal titolo “Le collezioni del museo Egizio e le ricerche in corso”.

Il museo Archeologico nazionale di Taranto-MArTa potenzia l’offerta culturale digitale, sbarca su Tik Tok, e rilancia i “Mercoledì del MArTa” on line: il prof. Di Cesare racconta le nuove e importanti novità provenienti dai più recenti scavi nel santuario delle Sirene di Efestia sull’isola di Lemno

La nuova identità visiva e digitale del museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTa
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Logo del MArTa su Tik Tok

In attesa delle disposizioni sulle riaperture dei Musei, il museo Archeologico nazionale di Taranto – MArTA non ferma la sua offerta culturale sul piano digitale: sono ripartiti gli appuntamenti seminariali, in diretta Facebook e YouTube, dei “Mercoledì del MArTA”, e si è aperto un dialogo con i giovanissimi facendo approdare il museo Archeologico nazionale di Taranto su Tik Tok: il social network cinese lanciato nel settembre del 2016 che ha superato il miliardo di utenti in tutto il mondo. “La cultura non è statica”, spiega la direttrice Eva Degl’Innocenti, “anzi ha bisogno di cittadinanza attiva capace di condividerla, tramandarla e raccontarla, rigenerandola anche nello stile comunicativo, come abbiamo deciso di fare al MArTA parlando anche ai piccoli abituati a video creativi di 30 o 60 secondi, che noi utilizziamo per raccontare la storia anche in maniera divertente”. Il canale Tik Tok del Museo @martamuseo è già attivo con contributi dal linguaggio frizzante e inaspettato che sanciscono l’avvio di questo nuovo percorso, direzione millennials, per il museo tarantino.

L’area archeologica di Efestia sull’isola di Lemno nell’Egeo (foto da http://www.turismoingrecia.com)
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La locandina della conferenza del prof. Riccardo Di Cesare

Mercoledì 27 gennaio 2021, alle 18, in diretta sulla pagina Facebook e YouTube del MArTA, si naviga nell’Egeo, approdando sulle coste dell’isola di Lemno: per i “Mercoledì del MArTa” conferenza del prof. Riccardo Di Cesare dell’università di Foggia su “Il Santuario delle Sirene di Efestia (Lemno): le nuove ricerche”.  Il prof. Riccardo Di Cesare, già allievo della Scuola Archeologica Italiana di Atene e attualmente professore di Archeologia classica e del Mediterraneo e di Storia greca all’università di Foggia, racconterà le nuove e importanti novità provenienti dai più recenti scavi nel santuario delle Sirene di Efestia, effettuati proprio sotto la sua direzione. “Qui i primi scavi del 1929 e del 1930 avevano portato alla scoperta di un santuario che aveva restituito una “stipe”, ossia un vano colmo di oggetti votivi, tra cui le famose Sirene e Sfingi di terracotta, diventate presto un simbolo dell’isola”, spiega Di Cesare. “Oggi quei resti architettonici e i materiali rinvenuti in corso di studio consentono, però, di gettare luce nuova sul culto, sulle liturgie, sull’arte e l’artigianato di Lemno e sui fiorenti contatti commerciali dell’isola”. E la direttrice Degl’Innocenti: “Quelli che attraverso la relazione del prof. Di Cesare andremo a riscoprire sono “luoghi” di grande attualità anche per la storia di oggi dell’unica colonia magro greca spartana che fu Taranto, luoghi dalla forte identità religiosa che però tracciano una linea di continuità culturale tra Taranto e l’Egeo, e i loro ruoli nella cultura euro-mediterranea dal Bosforo a Gibilterra”.